VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 1 - Panel 11: Consumi contesi: moda, sostenibilità e sport
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Il campo della moda in crisi. Nuovi agenti, conflitti di legittimazione e narrazioni del consumo nell’era della deep mediatization Università di Salerno La crisi è diventata una condizione strutturale che attraversa le istituzioni sociali, ridefinisce le gerarchie simboliche e trasforma le pratiche di consumo. In questo scenario, anche il campo della moda, inteso come spazio relazionale relativamente autonomo (Bourdieu, 1993a) non è immune dalle tensioni sistemiche del presente. Al contrario, esso costituisce un osservatorio privilegiato per analizzare come la crisi delle strutture di legittimazione tradizionali si intrecci con l’emergere di nuovi agenti, nuove narrazioni e nuovi immaginari del consumo. Il presente contributo propone di leggere la trasformazione del campo della moda attraverso il concetto di deep mediatization (Couldry & Hepp, 2017), intesa come una delle fasi del metaprocesso (Krotz, 2007) della mediatizzazione, corrispondente alla digitalizzazione e alla piattaformizzazione che riconfigura le logiche interne delle istituzioni sociali. Seguendo Rocamora (2017), la mediatizzazione della moda non si limita a descrivere un cambiamento nei canali di comunicazione, ma implica una trasformazione strutturale delle pratiche di produzione, consumo e legittimazione simbolica. Se Bourdieu e Delsaut (1975) avevano definito il campo della moda come uno spazio di “competizione per il monopolio della legittimità specifica”, ovvero il potere esclusivo di imporre i simboli legittimi della distinzione vestimentaria, e Bourdieu (1993a) aveva distinto tra un subcampo di produzione ristretta (haute couture, autonomo, dominato dalla logica dell’arte per l’arte) e un subcampo di produzione su larga scala (moda di massa, eteronomo, subordinato alle logiche commerciali e mediatiche), oggi questa architettura è attraversata da tensioni inedite. Come ha mostrato Rocamora (2015) in riferimento ai fashion blogger, come primi newcomers digitali del campo, l’ingresso di nuovi agenti non dotati del capitale tradizionale genera conflitti sulla definizione stessa di cosa costituisce una pratica legittima. Nuovi soggetti fanno il loro ingresso: piattaforme digitali, media company, brand nativi digitali, creator, algoritmi e comunità online. Questi attori non si limitano ad abitare il campo, ma ne ridisegnano le regole di accesso, i criteri di visibilità e i dispositivi di consacrazione simbolica (van Dijck, Poell & de Waal, 2018). La crisi non è quindi solo economica, tecnologica, ecologica, politica e bellica tanto da ridisegnare lo scenario sociale entro cui i nuovi attori della moda digitale si trovano a cooperare e confliggere, ma riguarda anche chi ha il potere di definire cosa è moda, chi la produce, chi la narra e chi la consuma. Per esplorare questa ipotesi, il contributo analizza tre casi di studio emblematici: Nike, che ha sviluppato un ecosistema digitale complesso fondato sulla logica della piattaforma; Gucci, che ha sperimentato sistematicamente ambienti immersivi e strategie di presenza nel metaverso; DressX, brand nativamente digitale che opera esclusivamente nel mercato della virtual fashion. Le traiettorie di questi tre casi possono essere lette anche alla luce della distinzione bourdieusiana tra subcampi: Nike e Gucci si collocano in una posizione ibrida, oscillando tra le logiche del subcampo di produzione su larga scala e le aspirazioni alla legittimità del subcampo ristretto; DressX incarna invece un modello radicalmente alternativo, che mette in discussione la stessa opposizione tra autonomia ed eteronimia su cui si reggeva l’architettura originaria del campo. Attraverso una media content analysis (Macnamara, 2005) e un’analisi netnografica non partecipante (Kozinets, 2006) di siti web, piattaforme, social media, il lavoro mira a mappare le relazioni tra agenti e a identificare nuove configurazioni di potere e nuovi dispositivi di legittimazione. L’obiettivo non è fornire una ricostruzione esaustiva del campo, ma mostrare come la crisi delle strutture tradizionali di gatekeeping nella moda rispecchi dinamiche più ampie, ovvero la destabilizzazione delle gerarchie simboliche, la proliferazione di narrazioni concorrenti e la trasformazione degli immaginari del consumo in un’epoca segnata dall’instabilità sistemica. Povertà di consumo e disuguaglianze: il paradosso dei comportamenti pro-circolari nella transizione sostenibile IULM, Italia L’economia circolare si è progressivamente affermata come uno dei paradigmi centrali della transizione sostenibile (Purushothaman et al., 2025), configurandosi non solo come modello per imprese e policymakers, ma come cornice culturale e normativa che ridefinisce criteri di responsabilità, legittimità e valore dei consumi (Camacho-Otero et al., 2018; Shevchenko et al., 2023). In questo processo, la crisi ambientale ha contribuito alla costruzione di una vera e propria grammatica della circolarità, fondata su imperativi di riduzione, riuso, riparazione e responsabilizzazione individuale, alla base di un pensiero circolare sistemico e condiviso che si sviluppa nel quadro di una più ampia crisi del paradigma consumista tradizionale. La circolarità si trasforma così da strategia di impresa a principio regolativo delle condotte quotidiane, inscrivendo il consumo entro nuove aspettative di virtuosità. Questa retorica, tuttavia, non opera in modo neutrale, ma si innesta su strutture sociali preesistenti e interagisce con disuguaglianze economiche, culturali e territoriali, producendo effetti differenziati e contribuendo alla riorganizzazione delle gerarchie simboliche del consumo. In questo contesto, lo studio si concentra su un aspetto ancora poco esplorato in letteratura, indagando la relazione tra povertà dei consumi e pratiche pro-circolari, intesa come la modalità attraverso cui condizioni di scarsità materiale strutturano l’accesso, l’interpretazione e la negoziazione della circolarità, contribuendo alla produzione di pratiche condizionate da assetti strutturali (Rodrigues da Silva & Ramos, 2024; Carmo, 2021; Therborn, 2013). In tale prospettiva, lo studio analizza se le pratiche pro-circolari costituiscano espressione di orientamenti valoriali oppure rappresentino strategie adattive connesse alla povertà di consumo o a condizioni di vulnerabilità, interrogandosi inoltre sull’emergere di nuove pratiche di circolarità generate dalle disuguaglianze strutturali. La ricerca adotta un disegno metodologico misto che combina un’indagine quantitativa (N=132) – volta a rilevare comportamenti pro-circolari, motivazioni, barriere e variabili socio-demografiche – con un’indagine qualitativa comprendente (N=36) interviste semi-strutturate, per approfondire i processi di attribuzione di significato e le dinamiche di legittimazione associate. I risultati preliminari evidenziano come le pratiche pro-circolari si configurino prevalentemente come strategie adattive, legate alla povertà dei consumi, e a fattori di disuguaglianza strutturale, piuttosto che come espressione primaria di sensibilità verso ragioni di natura ambientale. Tali pratiche risultano radicate in condizioni di scarsità materiale, vulnerabilità socio-economica e momenti di transizione biografica, che incidono concretamente sull’adozione di pratiche circolari. L’asimmetria generata produce configurazioni differenziate nelle pratiche di allungamento del ciclo di vita dei beni, nei percorsi di evitamento dell’acquisto – più frequentemente associati a consumatori consapevoli – e nelle forme di donazione, condivisione e prestito. Tali pratiche assumono inoltre una particolare rilevanza nei contesti rurali, dove la presenza di reti sociali dense e di circuiti di scambio informale favorisce la continuità di modelli circolari. Per contro, si osserva l’emergere di nuove pratiche circolari ad elevato contenuto simbolico e identitario, che tendono a concentrarsi nei contesti socio-economici più favorevoli e nelle aree urbane. In tali ambiti, la circolarità non si configura soltanto come insieme di comportamenti orientati alla sostenibilità, ma assume una funzione distintiva, di legittimazione e valorizzazione del capitale simbolico. In questa prospettiva, l’economia circolare si configura come ambito ambivalente della transizione sostenibile: pur proponendosi come alternativa al modello lineare, non elimina le asimmetrie sociali, ma tende a riorganizzarle secondo nuove logiche di accesso, qualità e riconoscimento. La diffusione delle pratiche circolari ridefinisce infatti criteri di legittimità e possibilità di scelta, contribuendo alla produzione di nuove segmentazioni. Inoltre, l’intreccio tra povertà di consumo e processi di valorizzazione simbolica si configura come una chiave interpretativa cruciale per comprendere come la transizione sostenibile possa trasformarsi in un campo sociale attraversato da tensioni distributive e simboliche, all’interno del quale si riproducono e ridefiniscono le disuguaglianze contemporanee. La sfida degli Enhanced Games: tra crisi delle categorie sociali e conflitto culturale e politico 1Università degli Studi di Napoli Federico II, Italia; 2Università degli Studi di Udine Il contributo intende illustrare i primi risultati di uno studio sulla rappresentazione degli Enhanced Games nella stampa internazionale. Gli Enhanced Games sono un mega-evento sportivo in cui diversi atleti sono chiamati a cimentarsi nella ricerca della migliore prestazione di sempre in una di tre discipline specifiche – nuoto, atletica leggera e sollevamento pesi – potendo assumere, in modo trasparente e controllato da equipe mediche, sostanze considerate dopanti nell’ambito delle competizioni sportive ufficiali. La prima edizione avrà luogo nella primavera del 2026 a Las Vegas, con la volontà di dare all’evento una cadenza temporale ciclica. L’intento politico-culturale dell’organizzazione degli Enhanced Games è a suo modo quello di rivoluzionare il canone stesso dello sport, pur innestandosi esplicitamente in quella dimensione commercializzata e spettacolarizzata dell’ambito sportivo oggi dominante. Non a caso i Giochi si terranno a Las Vegas, in un contesto pomposo, mentre la connessione tra record e spettacolo è resa esplicita, con il chiaro fine di allestire un evento capace di generare ingenti profitti all’interno della congiunzione tra media, sport e sponsor tipica dell’intrattenimento sportivo. Anche gli atleti mirano a cospicui guadagni, dal momento che ogni record battuto dà diritto a una lauta ricompensa. Tuttavia, in questa provocazione legata alla trasformazione del canone dello sport sembra annidarsi una sfida politica e culturale ulteriore. Sul piano degli immaginari, ma anche della concretezza materiale delle questioni sociali, si lavora e ci si muove in quella zona opaca di messa in crisi dei confini di differenti categorie sociali e di senso: naturale e artificiale, moralità e corruzione/slealtà, salutare e nocivo, successo prestazionale e sport amatoriale, legale e illegale, individuo e struttura, diritto e dovere, obbligo e libertà, innovazione e reazione, onore e ignominia, ecc. Il progetto degli Enhanced Games vuole in parte svelare la dimensione sociale e convenzionale di queste categorie, ma nelle pieghe di questa sfida culturale si innesta e si cela un proponimento di spessore politico, ideologico, presumibilmente economico molto ambizioso, di parte e non neutrale. Non a caso, nel manifesto del progetto, “The First Declaration on Human Enhancement”, si reclama libertà individuale nella sovranità sul proprio corpo, indipendenza dalla coercizione, autonomia nella possibilità di rischiare in modo equilibrato, pur nel rispetto delle leggi nazionali e della garanzia di una qualità della vita salutare. Inoltre, si fa riferimento esplicito al dovere di seguire l’innovazione tecnico-scientifica, di perseguire lo sviluppo incontrastabile dell’umano, pur garantendo lo spirito leale e trasparente della competizione sportiva. Non sarà difficile individuare il sedimento di idee non neutre sul piano sociale, culturale, politico, economico, legate all’innovazionismo, al soluzionismo e al libertarismo – parole d’ordine care a specifiche élite politico-economiche. Posto questo quadro definitorio degli Enhanced Games, il contributo espone i risultati di un’analisi tematica di articoli presenti su testate giornalistiche in diversi contesti internazionali, realizzata attraverso il riconoscimento di strutture latenti di co-occorrenza lessicale all’interno del corpus scelto, l’individuazione di termini rappresentativi e argomenti prevalenti, cosiddetto Topic Modeling, cui fa seguito un approfondimento qualitativo basato sui topic emersi e sul knowledge domain acquisito. L’obiettivo complessivo dello studio è quello di ragionare sui temi preminenti nel discorso pubblico, sulla loro definizione e sulla loro presa nel dibattito. I topic riscontrati nell’analisi sono i seguenti: la sfida istituzionale e la definizione di un nuovo paradigma sportivo; la dimensione mediatica e spettacolare dell’evento; la controversia etica e il conflitto regolatorio; i problemi di governance; il progetto biotecnologico ed economico; lo spazio di carriera, identità e opportunità per gli atleti. | ||
