VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 1 - Panel 10: Giovani e pratiche espressive
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Il rap come strumento educativo e di rielaborazione simbolica: un caso studio a Milano Università degli Studi di Milano - Bicocca Il progressivo indebolimento delle istituzioni e delle politiche educative (Giancola & Salmieri, 2023) – dovuto anche all’adozione delle logiche di New Public Management (Gunter et al., 2016) e di innovazione tecnologica (Pitzalis, 2016) – ha reso sempre più importante lo sviluppo di pratiche educative non formali ad opera di enti del terzo settore attivi in ambito culturale e sociale (Autor*, 2025). In questa prospettiva, l’arts-based education si afferma come pratica capace di rielaborare simbolicamente le fratture sociali e di aprire spazi di espressione e riconoscimento, contribuendo alla costruzione di ambienti di apprendimento e formazione aperti e orizzontali (Hulsbosch, 2010; Chappell & Cahnmann-Taylor, 2013). Tra le pratiche artistiche promosse e adottate dall’art-based education, il rap è un osservatorio privilegiato per analizzare tali processi. Il rap – e più in generale la cultura hip-hop – rappresenta infatti un caso emblematico per esaminare le tensioni tra resistenza, identità, mercato e istituzionalizzazione. Nato in contesti urbani marginalizzati come forma di espressione politica legata a razza, classe e appartenenza (Hall & Forman, 2000; Hall & Jefferson, 2003; Clarke et al., 2003), il rap è sempre più uno spazio performativo e testuale di costruzione identitaria (Krims, 2000; Forman & Neal, 2004; Dimitriadis, 2001), da un lato, e un esempio paradigmatico di integrazione sistemica, dall’altro lato. Da fenomeno underground percepito come espressione di conflitto e devianza, esso è stato infatti progressivamente inglobato nelle dinamiche dell’industria culturale mainstream (Stapleton, 1998; Coddington, 2023), ridefinendo i confini e le relazioni tra indipendenza e mercato (Mangat, 2024). Parallelamente, il rap è stato progressivamente istituzionalizzato come strumento educativo e di empowerment giovanile, capace di generare partecipazione, consapevolezza critica e identità (Kruse, 2014; Fant, 2015; Runell & Diaz, 2017; Hess, 2018; Kruse, 2020; Horton et al., 2021; Laforgue-Bullido et al. 2024). A partire da queste premesse, il contributo presenta i primi risultati emersi nell’ambito [omesso per peer review] che mira allo studio dell’arte nei processi educativi, formali e non formali, come dispositivo di promozione del dialogo e dell’inclusione tra i giovani. In particolare, il caso studio presentato è un laboratorio rap organizzato da un’associazione di promozione sociale in un quartiere periferico e multiculturale di Milano condotto da rapper professionisti e rivolto a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni. Attraverso interviste ai rappresentanti istituzionali (coordinatori, educatori e artisti), osservazioni non partecipanti e focus group con i destinatari del laboratorio, condotti con l’uso di tecniche creative come l’emotional cartography (Nold, 2009; Giorgi, Pizzolati, & Vacchelli, 2021), l’analisi evidenzia come il ricorso al rap come strumento educativo produca effetti su più livelli. Da un lato, il laboratorio assume una finalità professionalizzante fornendo conoscenze relative alla cultura rap, e competenze tecniche (scrittura, campionamento, mixaggio, produzione ed editing, performance live e in studio) potenzialmente spendibili per un futuro ingresso nell’industria musicale, collocandosi consapevolmente in un campo segnato dalle dinamiche di mercato (Stapleton, 1998; Coddington, 2023). Dall’altro, esso offre strumenti e occasioni di riflessività, di ‘scoperta' del sé e rielaborazione creativa di vissuti ed emozioni, di costruzione condivisa di significati e rappresentazioni, favorendo al contempo lo sviluppo di competenze socio-relazionali e attitudini alla convivenza e al riconoscimento delle diversità. La scrittura e la performance rap diventano pratiche attraverso cui i ragazzi coinvolti trasformano vissuti di marginalità in contro-narrazioni pubbliche, riattivando forme di agency (Krims, 2000; Dimitriadis, 2001; Hall & Jefferson, 2003) in contesti segnati da disuguaglianze e pluralità culturale (Hall & Jefferson, 2003; Hess, 2018). In questa duplice dimensione – professionalizzante e riflessiva – il rap si configura come dispositivo educativo capace di connettere produzione culturale, identità, e dimensione comunitaria. Pratiche di ascolto e significati sociali della GenZ: un laboratorio partecipativo Università degli Studi di Torino, Italia La musica rappresenta per molti/e adolescenti un terreno privilegiato di costruzione di significati, nel quale esperienza personale e rappresentazione della società si intrecciano (Miranda, 2013; North & Hargreaves, 1999; Bennett, 2004). Questo contributo esamina tale intreccio attraverso un laboratorio partecipativo realizzato con quattro classi di scuola secondaria superiore; nello specifico, la ricerca si interroga su come gli/le adolescenti interpretino i contenuti musicali che consumano quotidianamente e su quali criteri utilizzino per valutarne le implicazioni sul piano individuale e collettivo. Il valore del progetto è prima di tutto didattico, volto a stimolare riflessione critica sui contenuti musicali e sulle loro implicazioni sociali (Lipman, 1994; Suárez‐Perdomo et al., 2025). Parallelamente, l’esperienza offre un osservatorio privilegiato sui processi attraverso cui gli adolescenti elaborano giudizi e contestualizzano gli aspetti più controversi della produzione musicale contemporanea. Il quadro metodologico si colloca nell’ambito delle tecniche creative e partecipative e si articola nella produzione di fanzine, intese come dispositivi di elaborazione simbolica e strumenti di indagine qualitativa. La fanzine funge da supporto per l’attivazione del pensiero critico, rendendo espliciti i criteri interpretativi adottati dai partecipanti nell’analisi dei contenuti mediali (Brown, 2024; Pizzolati, 2026). Al suo interno, gli/le studenti hanno selezionato e discusso strofe e immagini del proprio universo musicale, collocandole in uno schema strutturato attorno a due assi, individuo e società, ciascuno articolato tra polarità positiva e negativa, argomentando pubblicamente le proprie scelte e negoziandone il posizionamento in forma collettiva. Si sono registrate alcune difficoltà nell’implementazione dell’attività con le classi più giovani, che hanno mostrato maggiore insicurezza e minore familiarità con pratiche di riflessione critica. Al tempo stesso, il dispositivo partecipativo ha favorito il coinvolgimento di studenti solitamente meno attivi/e nel contesto scolastico tradizionale, che nel laboratorio hanno assunto un ruolo più propositivo e partecipe. I risultati mettono in luce come le pratiche di ascolto musicale costituiscano un importante spazio di costruzione del significato sociale: attraverso la discussione collettiva, i/le partecipanti rendono espliciti i criteri con cui interpretano i contenuti musicali, rivelando l’intreccio tra dimensione biografica e cornici culturali condivise. I/le partecipanti riconoscono come leggere e riflettere collettivamente sui testi favorisca una maggiore consapevolezza rispetto al semplice ascolto, consentendo di individuare aspetti problematici o controversi spesso trascurati; in particolare tra i/le più giovani si osserva l’emergere di una riflessività nuova rispetto a contenuti precedentemente fruiti in modo acritico. Le discussioni mettono inoltre in evidenza una sensibilità diffusa rispetto al potenziale emulativo di alcune narrazioni musicali e ai possibili effetti che esse possono esercitare sul piano simbolico e relazionale. Tra i diversi temi emersi, il rap italiano compare come elemento ricorrente, seppur segnato da forti ambivalenze: da un lato, permette ai/alle giovani di confrontarsi con temi di marginalità e critica sociale; dall’altro, può riprodurre stereotipi o immagini problematiche. All’interno di questa ambivalenza viene posta anche la questione di genere: diversi/e partecipanti notano e criticano la rappresentazione sessista e oggettivata delle donne, nonché i possibili effetti di tali modelli sulle aspettative e sulle pratiche relazionali di chi ascolta. In definitiva, il laboratorio conferma come la musica possa essere utilizzata non solo come oggetto di consumo, ma anche come strumento di riflessione critica e mediazione simbolica, attraverso cui gli/le adolescenti elaborano e negoziano la propria visione della società. Sul piano metodologico, l’esperienza dimostra come l’analisi partecipativa di pratiche culturali ordinarie possa offrire insight significativi sui processi di costruzione del significato sociale in adolescenza, evidenziando il ruolo della musica nel collegare esperienza individuale e dinamiche collettive. In ultima istanza, il progetto sottolinea l’importanza di promuovere il pensiero critico, affinché i giovani possano interpretare consapevolmente i contenuti musicali e comprenderne le implicazioni individuali e sociali. Tra fatica e fuga: rileggere il lavoro attraverso la networked self-entrepreneurship 1Università degli Studi di Milano, Italia; 2Emlyon Business School Le trasformazioni strutturali che si sono verificate alla fine dello scorso secolo hanno alterato in maniera inequivocabile il sistema economico e quello lavorativo, rendendo la precarietà una caratteristica fondante delle esperienze professionali. Ne deriva una condizione di precarietà non solo lavorativa, ma anche sociale ed esistenziale, che riconfigura non solo la cultura del lavoro ma anche la percezione del futuro personale. Le aspettative di successo individuale, radicate nel discorso neoliberale, generano spesso un senso di inadeguatezza, ansia e frustrazione (Achdut e Refaeli,2020), portando molte persone ad accettare lavori non retribuiti come investimento per future opportunità occupazionali e contribuendo così a normalizzare lo sfruttamento e la svalutazione delle competenze (Mackenzie e McKinlay,2021). Di tutta risposta, le generazioni più giovani mostrano un crescente sentimento di rifiuto verso il lavoro, sempre più percepito come una costruzione sociale del neoliberismo, intrisa di dinamiche patriarcali e dunque oggetto di critica e possibile rigetto. In questo scenario si inserisce il concetto di digital hustle, inteso come forma di adattamento attraverso cui i soggetti (soprattutto giovani) cercano di orientarsi tra informalità, cura e sopravvivenza all’interno del capitalismo delle piattaforme (Ticona, 2021). Le piattaforme sociali diventano, così, spazi in cui precarietà e aspirazione si intrecciano, producendo nuove configurazioni di lavoro digitale, auto-imprenditorialità e identità professionale. Nello specifico, il presente contributo si propone dunque di esplorare le forme emergenti di imprenditorialità e auto-promozione su TikTok, interrogandosi sulle pratiche e sulle narrazioni che caratterizzano tali attività e sulle visioni del lavoro che esse promuovono e mira a rispondere alla seguente domanda: quali pratiche e quali narrazioni caratterizzano le attività imprenditoriali su TikTok e quali visioni del lavoro contribuiscono a costruire e diffondere? Seguendo l’approccio “follow the algorithm” (Airoldi et al 2016, Autor* 2024), sono stati creati due nuovi account per personalizzare i suggerimenti della piattaforma e guidare l’osservazione:
L’analisi evidenzia due configurazioni narrative distinte che osservano e interpretano differenti modalità di rappresentazione del lavoro digitale, pur individuando alcuni elementi comuni. La prima configurazione prende in esame il mondo degli small business, con particolare attenzione a produzioni artigianali e creative (come abbigliamento, candele o uncinetto). In questo caso emerge una forte dimensione materiale: vengono osservati gli strumenti, i laboratori e gli spazi operativi, con una centralità attribuita al lavoro manuale, ai processi produttivi e al tempo investito nell’attività. La seconda configurazione analizza invece l’ambito del network marketing online, includendo contenuti legati a formazione digitale, AI e opportunità lavorative online. Qui viene osservata una prevalenza dell’immaterialità, con ambienti domestici e spazi di comfort che enfatizzano uno stile di vita flessibile e una maggiore integrazione tra lavoro e vita privata. La centralità si sposta dal lavoro come attività concreta al vivere quotidiano e alla gestione autonoma del tempo. L’analisi mostra come TikTok funzioni come spazio per una forma di networked self-entrepreneurship. Non si tratta di evitare il lavoro tradizionale, ma di adottare un modus operandi centrato sulla condivisione di conoscenze relative a forme alternative di lavoro. Gli utenti condividono la loro esperienza e competenza affinché altri possano avviare attività proprie, creando così un ecosistema di apprendimento reciproco. Le piattaforme, quindi, diventano spazi di diffusione di informazioni di base e formazione mirata a cambiare il modo in cui le persone lavorano, con opportunità di corsi più avanzati spesso a pagamento (ad esempio coaching personalizzato) generando un circolo virtuoso di trasferimento di know-how che permette agli individui di avviare attività in modo personalizzato, aumentando contemporaneamente il capitale reputazionale di chi condivide le conoscenze. | ||
