VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 1 - Panel 08: Immaginari del tecnopotere
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Infrastrutture videoludiche, narrazioni e potere: verso un modello critico interdisciplinare Scuola Normale Superiore, Italia Nel 2024, Galen Lamphere-Englund ha sottolineato come una persona su quattro nel mondo giochi ai videogiochi, settore che ha ormai superato musica, cinema e televisione per fatturato, raggiungendo 196,8 miliardi di dollari nel solo 2022. Nello stesso anno, Daniel Punday ha proposto una teoria generale delle infrastrutture nei narrative studies, criticando la tendenza dei game studies a considerare i videogiochi come mondi chiusi e autotelici. Punday si concentra su come le infrastrutture, sia materiali che ideologiche, influenzano non solo la progettazione dei giochi e l’esperienza dei giocatori, ma anche la rappresentazione del futuro nei mondi ludici. Se Punday si concentra sulla dimensione più formale dell’analisi, questo articolo vuole creare un modello concettuale per l’analisi critica dei videogiochi e della complessità dei rapporti tra imprese, stati e sistemi sociotecnici, interrogando l’infrastruttura dei videogiochi nella costruzione di narrazioni fuorvianti, propaganda e modulazione del consenso. Slopaganda, Overton, Clicktatorship: la neolingua della propaganda computazionale Università di Catania, Italia La società delle piattaforme ha ridefinito l’ambiente entro cui si producono e circolano le narrazioni politiche (van Dijck, Poell, de Waal 2018). In un contesto in cui algoritmi, dati e infrastrutture digitali agiscono come attori socio-tecnici, la propaganda assume forme computazionali sempre più pervasive. Questo paper si propone di introdurre tre concetti – slopaganda, Overton in chiave socio-tecnica, clicktatorship – per comprendere l’uso politico di immagini generate con intelligenza artificiale. Domanda di ricerca: in che modo tali dispositivi ridefiniscono i confini del dicibile e del consenso? Il modello verrà testato sulla comunicazione di Donald Trump su Gaza Il punto di partenza teorico di questo lavoro è la propaganda computazionale, intesa come forma organizzata di intervento comunicativo che integra infrastrutture digitali, algoritmi, automazione e analisi dei dati per influenzare credenze, atteggiamenti e comportamenti politici nello spazio pubblico (Howard et al., 2023; Woolley & Howard, 2019; Mustafa et al., 2025). A differenza della propaganda tradizionale, essa opera secondo una logica scalabile, personalizzabile e adattiva, resa possibile da bot, micro-targeting e amplificazione algoritmica coordinata. Alla base permane un intento strategico definito da attori statali e non statali che progettano nel tempo architetture persuasive orientate alla modulazione del consenso. Per comprendere la trasformazione contemporanea della propaganda computazionale occorre collocarla nel più ampio ecosistema comunicativo della società digitale. In tale contesto emerge l’AI slop: contenuti testuali, visivi o audiovisivi generati da sistemi di intelligenza artificiale in quantità massiva, con minimo intervento umano e scarsa cura editoriale. Il termine, diffusosi nel dibattito anglofono tra 2023 e 2024, designa una forma di junk content algoritmico formalmente plausibile ma semanticamente povero (Hoffman, 2024; Hern & Milmo, 2024). L’AI slop alimenta inquinamento epistemico e disuguaglianze informative, incidendo sulla qualità della conoscenza pubblica (Bechard, 2025; Shaib, 2026). Nell’ecosistema comunicativo digitale la propaganda politica non si limita più a costruire narrazioni coerenti, ma agisce attraverso la saturazione dell’ambiente informativo. Il concetto di Slopaganda descrive questa trasformazione: produzione automatizzata di contenuti politici a bassa densità semantica, resa sostenibile dall’IA generativa che riduce i costi e moltiplica i volumi di circolazione (Klincewicz et al., 2025). In scenario l’attenzione diviene terreno di inquinamento epistemico, dove contenuti plausibili ma poveri degradano lo spazio condiviso (Gross & Colson, 2025). La Slopaganda opera come dispositivo socio-tecnico che privilegia visibilità, ripetizione e risonanza rispetto a coerenza, verità e qualità argomentativa (Crilley & Saunders, 2025). Per comprendere l’uso della slopaganda nella comunicazione politica contemporanea occorre richiamare la finestra di Overton, modello che delimita l’insieme delle idee pubblicamente proponibili senza apparire estreme (Mackinac Center, 1995). I decisori operano entro un perimetro di accettabilità prodotto da processi culturali e mediali (Johnson et al., 2023). La finestra può essere spostata rendendo progressivamente familiari contenuti marginali, agendo su visibilità e tollerabilità (Nikadambayeva, 2025). La slop culture estende questa logica ai contenuti: ciò che è ripetuto diventa accettabile. Ad esempio: il video “Trump Gaza” ha contribuito a normalizzare l’idea di Gaza come riviera fino alla costituzione del Board of Peace al World Economic Forum di Davos Esistono diverse conseguenze che potrebbero scaturire dall'uso della slopaganda secondo una strategia da finestra di Overton. Tra le possibili conseguenze emerge la clicktatorship: una trasformazione del potere in cui visibilità, engagement e reattività algoritmica sostituiscono mediazione istituzionale e deliberazione democratica (Gansinger & Kole, 2018; Moynihan, 2026a; Moynihan, 2026b). In questo regime l’attenzione diventa misura di legittimità: like, click e trend operano come segnali di consenso, pur essendo strutturalmente manipolabili, favorendo personalizzazione del potere e disintermediazione spettacolarizzata. Immaginari del Tecnopotere. L'era post-politica e il conflitto simbolico fra narrazioni dell'emergenza e nuove utopie postumane. LEIRIS - Laboratoire d'études interdisciplinaires sur les représentations et les imaginaires sociaux, Université de Paul Valéry, Montpellier, France Il contributo si propone di analizzare il conflitto simbolico che attraversa le società contemporanee nell’età post-democratica e post-globale (post-politica?), mettendo a fuoco la crisi del progressismo come paradigma narrativo egemonico e l’emergere del tecnopotere quale nuova forma di legittimazione simbolica, culturale e immaginaria del potere. Muovendo dalle riflessioni sulla società del rischio e sull’istituzionalizzazione dell’incertezza, le crisi sistemiche - sanitarie, climatiche, geopolitiche - sono interpretate come dispositivi narrativi capaci di ridefinire le coordinate dell’agire politico e dell’identità collettiva. In questo quadro, il progressismo occidentale, storicamente fondato su una narrazione teleologica del progresso e dell’emancipazione, appare progressivamente riorganizzato attorno a una grammatica permanente dell’emergenza. La crisi non è più una rottura temporanea dell’ordine, ma diventa il principio ordinatore del discorso pubblico e il fondamento della mobilitazione emotiva. Questa trasformazione produce una riconfigurazione profonda dell’immaginario progressista che può essere letta come passaggio da un’utopia della speranza a una politica della sopravvivenza, in cui la gestione del rischio sostituisce l’orizzonte del miglioramento sociale. La fine dell’epica progressista classica, esemplificata dal tramonto della retorica della “speranza” e del cambiamento lineare, apre così la strada a una narrazione apocalittica del presente, in cui l’urgenza, la paura e la vulnerabilità diventano risorse simboliche centrali. All’interno di questo scenario si colloca l’ascesa di nuove figure e narrazioni dell’emergenza, interpretabili come mitologie contemporanee del collasso. Tali narrazioni, lungi dal limitarsi alla denuncia, contribuiscono a strutturare forme di appartenenza morale e di polarizzazione, alimentando conflitti simbolici che attraversano generazioni, culture politiche e visioni dell’umano. In reazione a questo “progressismo apocalittico”, l’emergere del tecnopotere risulta una narrazione alternativa e contro-egemonica. Il tecnopotere viene qui concettualizzato come una forma ibrida di autorità simbolica che combina innovazione tecnologica, immaginari post-umani e retoriche spirituali, producendo una promessa di salvezza spostata dal piano sociale a quello biologico, computazionale e trans-umano.Il tecnopotere può essere letto come una nuova declinazione delle tecnologie del governo della vita, in cui il controllo e l’ottimizzazione non riguardano più soltanto i corpi sociali, ma l’umano in quanto tale. Attraverso l’analisi di estetiche, narrazioni, archetipi e miti fondativi - dal futurismo tecnologico alla promessa di immortalità, dalla colonizzazione spaziale alla felicità algoritmica - il contributo mostra come il tecnopotere produca una riconfigurazione radicale dell’immaginario del progresso, segnando una rottura con l’umanesimo illuminista e inaugurando una fase post-umanista del discorso politico. In questa prospettiva, la tecnologia non è semplicemente uno strumento, ma un attore simbolico capace di generare senso, consenso e nuove gerarchie di valore. Il contributo si colloca dunque all’intersezione tra sociologia della cultura, mediologia, studi sugli immaginari sociali e analisi delle narrazioni del conflitto, proponendo un lessico critico per comprendere le trasformazioni del potere e dell’identità collettiva nelle società dell’incertezza. In particolare, si propone di mostrare come il conflitto contemporaneo non si giochi soltanto sul piano materiale o istituzionale, ma soprattutto su quello simbolico, dove crisi, tecnologia e futuro diventano campi di forza contrapposti e dispositivi di riorganizzazione del legame sociale. Il futuro armato. Anticipazione e tecnocrazia nella Silicon Valley. 1Università degli Studi di Bari, Italia; 2Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia La Silicon Valley è un luogo di produzione di dispositivi e immaginari. Come sta cambiando la rappresentazione del futuro nel luogo propulsivo dell’innovazione dello scenario occidentale? La domanda di ricerca poggia le sue basi sulla constatazione di un cambiamento radicale nelle parole e negli obiettivi dichiarati da imprenditori e ceo rispetto all’immagine di futuro aperto, orizzontale e partecipativo dei primi esiti dell’Ideologia Californiana. Le tech companies sembrano oggi operare attivamente sul distacco tra governance e democrazia sulla base di una visione catastrofica del futuro da scongiurare attraverso l’azione urgente nel presente intorno a religione, forza militare, primato della nazione. Per rispondere, il paper espone gli esiti dell’analisi del discorso di un corpus complesso di produzione saggistica e pubblicistica di attori che il dibattito pubblico associa alla Silicon Valley. Il punto di partenza è un’indagine critica della relazione con il futuro incorporata nella produzione tecnologica dell’avanguardia digitale. In questa fase, il paper si concentra sulla contraddizione tra retorica futurista (Balbi 2022) e la costruzione operativa di un “regime di anticipazione” (Adam, Murphy, & Clarke, 2009) che attivamente trasforma l’analisi previsionale in azione, acquisto, valutazione da attuare nel presente (Di Chio, 2022). Sebbene l'anticipazione costituisca una modalità indispensabile di preparazione del futuro (Anderson, 2010), la sua esasperazione nell'asse centrale di un regime normativo produce l'obbligo di rimanere informati, vigili e preparati, trasformando l'anticipazione in un imperativo morale e affettivo. Emozioni come la speranza, la paura e la vigilanza diventano così forze politiche chiave, rimodellando la responsabilità e ridistribuendo il rischio dalle istituzioni collettive agli individui (Poli, 2017). La spinta all’anticipazione nel presente trova legittimazione nelle visioni distopiche del futuro a lungo termine costruite dalle narrazioni prodotte dall’influenza culturale della Silicon Valley e delle declinazioni (divenute plurime) della Californian Ideology. Nelle interviste, negli interventi pubblici e nella pubblicistica emerge una visione dell’avvenire che, all’insegna di uno dei tanti paradossi postmoderni, rigetta il progresso nell’accezione e matrice illuministica originaria, e assume connotati neoreazionari e retrotopici. Un avvenire tradizionalista quale orizzonte di destino indicato da una tecnocrazia autoritaria (Panarari, 2025), venata di “broligarchia”, e ricercato in termini ideologici e di consensus-building da numerosi movimenti politici neopopulisti. L’innovazione si salda “all’interesse nazionale” (Karp, 2025), alla separazione tra libertà e democrazia contro il globalismo e la diversità culturale (Thiel, 2003/2025) e, infine, al solo perseguimento della crescita, senza limiti di velocità (Andreessen, 2023). Sino ai paradossi postmoderni più lampanti e marcati, come la descrizione (e ossessione) da parte di Peter Thiel, massimo esponente della Silicon Valley di ultradestra, dell’avvento di un “tempo dell’Anticristo” da contrastare (Thiel, 2025). | ||
