VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 1 - Panel 05: Famiglie tra cura e genitorialità
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La narrazione mediatica del bambino-vittima nella vicenda della “famiglia nel bosco” Università di Urbino Carlo Bo, Italia Il bambino-vittima, al pari del bambino-sovrano, sono rappresentazioni ricorrenti che i media contribuiscono a creare, alimentando una più generale immagine del bambino-problema. La condizione del bambino veicolata dalle rappresentazioni mediatiche mette in discussione e scuote “con violenza il nostro modo di rappresentare e di interpretare le attuali forme di socializzazione” e lo statuto del bambino “tanto nel rapporto di filiazione quanto in quello tra le generazioni” (Sirota 2010, 55-56). Più in generale, la rappresentazione del bambino-vittima mette in discussione la costruzione dei legami sociali, a partire da quelli famigliari e genitoriali come mostra, nello specifico, la vicenda della famiglia Trevallion, la cosiddetta “famiglia nel bosco”. Anche qui infatti, la rappresentazione del bambino-vittima è stata utilizzata nel discorso mediatico come potente espediente narrativo (Mazzoni et al. 2021) a seguito del provvedimento di allontanamento emesso dal Tribunale per i Minorenni de L’Aquila. L’allontanamento dei bambini dal nucleo famigliare d’origine costituisce un nodo intricato della giustizia minorile fin dalla legge n.184/83 e le più recenti disposizioni, quali la legge n. 173/2015, non sembrano aver risolto il conflitto tra tutela e controllo, tra cura e tutela (Favretto, Bernardini 2010; Scivoletto 2013; Long, Luzzato 2024). Di particolare complessità appare l’intreccio tra l’approccio relazionale alla tutela dei bambini promosso dalla legge n.173 e la responsabilità genitoriale, stante la difficile interpretazione normativa di quest’ultima. La genitorialità è infatti considerata una dimensione in cui si sovrappongono contenuti normativi provenienti da fonti diverse e, al contempo, una dimensione stratificata. Per comprendere la densità normativa intorno alla genitorialità basterà ricordare i messaggi talvolta disciplinanti e spesso contraddittori provenienti dai saperi esperti. Oltre a ciò, all’interno del campo giuridico la responsabilità genitoriale è considerata tanto un principio che regola i rapporti famigliari (Maggioni, Ronfani 2020), quanto la norma che dovrebbe guidare l’azione dei genitori (…). In questo contributo mi propongo di analizzare il processo mediatico ossia la ricostruzione mediatica della vicenda giudiziaria della “famiglia nel bosco” e, nello specifico, in che misura si sia fatto ricorso all’espediente del bambino-vittima per qualificare la genitorialità. Allo scopo analizzo gli articoli pubblicati nel periodo tra il 20 novembre 2025[1] e il 19 febbraio 2026 da tre quotidiani italiani on-line: LaStampa, Corriere della Sera, Avvenire. L’analisi è supportata dal programma MAXQDA. Fin dai primi articoli pubblicati sui quotidiani, si è delineata la netta polarizzazione del dibattito intorno al provvedimento di allontanamento: da un lato la rappresentazione dei bambini-vittime di carenze genitoriali, per i quali il Tribunale è opportunamente intervenuto, dall’altro lato la rappresentazione dei bambini-vittime di un sistema giuridiziario che, viceversa, li sta privando del loro ambiente famigliare. Si tratta di una polarizzazione che riprende argomentazioni consolidate nel dibattito scientifico sulla giustizia minorile quali il trauma dell’allontanamento, la gestione della ‘giusta distanza’, l’opportunità di una nuova normalità famigliare ma che, nel merito, introduce elementi di novità rilevanti. Più di altre vicende simili, quella della “famiglia nel bosco” mostra come il costrutto di genitorialità e il relativo principio di responsabilità genitoriale abbiano spostato l’attenzione dalle carenze dei genitori alla definizione di adeguatezza genitoriale. Non a caso, tra gli argomenti più dibattuti figurano le pratiche di cura e di educazione, come l’homeschooling, con il conseguente spostamento della narrazione mediatica sui genitori-vittime, semmai ‘aspecifiche’ (Bouchard 2025), nella vicenda. Il contributo tiene conto del dibattito sul rapporto tra giustizia e media; un rapporto dalle “profonde connessioni e reciproci condizionamenti … una relazione osmotica” (Giostra 2020, 121) tra il diritto di cronaca giudiziaria da un lato e i diritti che fanno capo a chi lo subisce (vita privata, riservatezza, presunzione di innocenza) dall’altro lato (Manes 2022). [1] Il primo articolo compare tuttavia il 13 novembre 2025 sul Corriere della Sera Il “crash” tra famiglia e cura: reti, capitale sociale e trasformazioni del caregiving Università Cattolica di Milano, Italia Il contributo proposto assume l’esperienza di caregiving familiare come osservatorio privilegiato delle fratture e delle ricomposizioni che attraversano oggi l’esperienza umana. Il “crash” che analizziamo è quello che si produce nell’incontro/scontro tra le reti familiari e le esigenze cura, tra aspettative normative e biografie reali, tra capitale sociale disponibile e carichi di lavoro invisibili, tra reti di prossimità e sistemi formali di welfare. La riflessione presenta i risultati di uno studio qualitativo, parte di un più ampio progetto [omesso per peer review], che ha indagato le reti entro cui si inseriscono i caregiver informali, assumendo il caregiver non come un soggetto individuale e isolato ma come nodo di una rete, supportiva oppure no (Boccacin 2025, Li e Song 2021). L’unità di analisi privilegiata è la diade (Bennett e McAvity 1992 ), costituita dal caregiver e da una persona indicata come “supporter”. Attraverso la personal network analysis e interviste diadiche in co-presenza lo studio ha consentito di osservare non solo i contenuti dello scambio di cura, ma la qualità delle relazioni e le configurazioni reticolari entro cui la cura prende forma, si distribuisce, si intensifica o si isola. Sono stati incluse nello studio 30 diadi, di cui 20 costituite da un caregiver over 50 anni e 10 da un caregiver tra 18 e 37 anni. La interviste diadiche mostrano come la cura irrompe nelle biografie come evento critico, generando un “crash” tra tempi di vita, ruoli professionali e responsabilità familiari. L’analisi delle reti evidenzia diverse morfologie del caregiving. Le reti ampie e a bassa densità includono, oltre ai familiari, amici, vicini e colleghi: in questi casi il caregiver assume una funzione di mediatore, e la cura si configura come pratica condivisa dentro e fuori la famiglia. Le reti ampie e più dense, spesso sostenute da esperienze associative, mostrano una maggiore coesione ma possono incidere sugli equilibri di coppia, talvolta oscurati dalla centralità della cura. Le reti contenute e a bassa densità, prevalentemente familiari, garantiscono una buona divisione dei compiti ma concentrano un carico significativo sul caregiver principale, aumentando il rischio di burnout. Particolarmente critico è il rapporto con i servizi formali. I caregiver descrivono iter burocratici complessi, standardizzazioni che non riconoscono la specificità dei bisogni familiari e un carico amministrativo aggiuntivo che si somma alla fatica quotidiana. Si delineano profili differenti: i “fedeli” del servizio pubblico, gli “sfiduciati”, i “realisti/ricompositivi”, ciascuno portatore di strategie di fronteggiamento diverse. Tuttavia, quando le reti affettive non sono mobilitabili, emerge una solitudine emotiva che i servizi non riescono a colmare. Il tempo della cura appare come esperienza trasformativa e critica. Le interviste restituiscono narrazioni di sospensione, rinuncia e ridefinizione dei ruoli, ma anche di crescita e rielaborazione identitaria. La fatica può diventare valore retrospettivo, inscrivendosi nella biografia come prova attraversata e significativa. Tuttavia, non mancano conflitti: fratture generazionali, partner distanti, figli poco coinvolti, madri caregiver impossibilitate a conciliare lavoro e cura. In questi casi, il reticolo familiare si assottiglia e la vulnerabilità aumenta. Il contributo propone dunque di leggere il caregiving informale non più come questione privata, ma come nodo pubblico e politico. Il “crash” tra famiglia e cura interroga l’idea stessa di umanità: chi si fa carico della fragilità? Con quali risorse? A quali costi biografici e relazionali? Ripensare l’umanità significa allora riconoscere la cura come pratica generativa, anche se conflittuale, capace di produrre legami e al tempo stesso di metterli alla prova. Sostenere l’agency, il benessere e la qualità di vita dei caregiver diventa una priorità strutturale di policy, per non disperdere quel patrimonio di solidarietà generativa che, pur nella fatica, continua a tenere insieme le nostre società. Crash: Mind the Gap! Politiche di conciliazione, vulnerabilità e conflitti di genere nell’Italia post-pandemica 1Università di Bologna, Italia; 2Università di Macerata, Italia La pandemia di COVID-19 non è stata soltanto una crisi sanitaria globale, ma un evento epistemico capace di ridefinire le categorie attraverso cui le società contemporanee interpretano il rapporto tra lavoro, famiglia e responsabilità collettiva. In quanto crash dell’ordine simbolico e istituzionale, essa ha reso visibili vulnerabilità strutturali e conflitti di genere a lungo naturalizzati nell’organizzazione della produzione e della cura. In questo scenario, le politiche di conciliazione tra vita lavorativa e vita privata emergono non come ambito tecnico di regolazione, bensì come campo privilegiato di tensione in cui si intrecciano dimensioni materiali, istituzionali e narrative del conflitto. L’espressione “mind the gap” assume qui una valenza analitica e critica. Da un lato, richiama il persistente scarto tra definizione normativa e implementazione delle politiche di work-life balance; dall’altro, rimanda a un divario più profondo, di natura culturale, tra retoriche istituzionali dell’uguaglianza e pratiche quotidiane ancora segnate da asimmetrie nella distribuzione del lavoro di cura. Se l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Obiettivo 5) e la Direttiva europea 2019/1158, inscrivono la conciliazione entro una cornice orientata alla parità sostanziale e alla sostenibilità sociale, il caso italiano evidenzia la difficoltà di tradurre tali principi in pratiche, a causa della frammentazione della governance, della disomogeneità territoriale e della persistenza di un impianto familistico del welfare. Il contributo, avvalendosi di una metodologia quali-quantitativa, interpreta la pandemia come dispositivo rivelatore e come “stress test” capace di mettere in crisi narrazioni che hanno a lungo occultato la dimensione relazionale della vita sociale. Le misure emergenziali – lavoro agile generalizzato, chiusura prolungata di scuole e servizi educativi, riduzione dell’assistenza formale – hanno dissolto la separazione simbolica tra sfera produttiva e riproduttiva, trasformando lo spazio domestico in un’arena in cui si sono sovrapposti tempi, ruoli e aspettative. L’aumento del carico di cura non retribuito sulle donne non costituisce, in questa prospettiva, un effetto contingente della crisi, ma l’emersione di una disuguaglianza strutturale radicata nei modelli culturali e organizzativi. Attraverso un’analisi delle politiche nazionali e di alcune esperienze selezionate, il paper indaga le modalità con cui l’implementazione delle misure di conciliazione ha interagito con tali assetti preesistenti. L’attenzione si concentra sulla fruizione differenziata dei congedi parentali, sull’uso del lavoro agile e sui modelli emergenti di governance collaborativa tra istituzioni pubbliche, imprese e terzo settore. L’ipotesi è che strumenti formalmente neutri producano effetti socialmente situati quando si innestano in contesti caratterizzati da asimmetrie consolidate, contribuendo talvolta alla loro riproduzione anziché alla loro trasformazione. In dialogo con la call “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”, il contributo propone di leggere le politiche di conciliazione come una metafora organizzatrice delle tensioni contemporanee tra adattamento e cambiamento. La pandemia ha infatti attivato narrazioni ambivalenti: la famiglia come presidio di resilienza e ammortizzatore sociale, ma anche come spazio di sovraccarico, vulnerabilità e conflitto. In tale oscillazione si misura la fragilità del legame sociale e la necessità di ripensare i paradigmi interpretativi attraverso cui vengono definiti ruoli familiari, pratiche di cura e responsabilità collettiva. Assumere la vulnerabilità non come deviazione ma come dimensione costitutiva della condizione umana consente di sottrarre le politiche di conciliazione a una lettura meramente strumentale e di collocarle nel più ampio processo di riconfigurazione simbolica dei regimi di welfare contemporanei. Mind the gap, dunque, non è solo un monito operativo, ma un invito a interrogare le fratture tra norme e pratiche, tra narrazioni e vissuti, tra promesse di uguaglianza e persistenti conflitti di genere nell’Italia post-pandemica (e non solo). Riflessività e scelte riproduttive: genitorialità tra individualizzazione e responsabilità relazionale Università degli studi di Padova, Italia Negli ultimi due decenni il declino della natalità si è affermato come tendenza globale (OECD, 2024; Bhattacharjee et al., 2024), assumendo in Italia un’intensità particolarmente marcata e persistente (ISTAT, 2025). La letteratura individua tre principali gruppi di fattori esplicativi. In primo luogo, quelli demografici e strutturali: il numero di donne in età feconda si è progressivamente ridotto, riflettendo la minore consistenza delle coorti nate durante il “baby bust” degli anni Ottanta e Novanta (Feoli et al., 2022). In secondo luogo, i fattori economici e occupazionali: l’insicurezza lavorativa, i bassi salari e la difficoltà di accesso a un’abitazione sostenibile ostacolano la pianificazione di progetti familiari di lungo periodo (Novelli et al. 2021). In terzo luogo, i fattori istituzionali e culturali: l’inadeguatezza dei servizi per l’infanzia, le disuguaglianze territoriali nel sostegno alla genitorialità e la persistenza di norme di genere tradizionali continuano a limitare la realizzazione dei progetti riproduttivi (Billingsley & Ferrarini, 2014; Juni & Vitali, 2025). Il calo delle nascite, il rinvio della genitorialità e la trasformazione delle strutture familiari segnalano non solo mutamenti demografici, ma una più ampia ridefinizione dei sistemi di valore, delle appartenenze e delle pratiche di cura. In questa prospettiva, la de-natalità non può essere interpretata esclusivamente come risposta a vincoli strutturali, ma come fenomeno culturalmente situato che investe le forme di vita, i modelli di responsabilità intergenerazionale e le rappresentazioni della continuità sociale. Restano poco esplorate le modalità con cui i giovani adulti interpretano il desiderio di avere figli, negoziano ostacoli economici, abitativi e lavorativi e definiscono le condizioni ritenute necessarie per intraprendere un progetto familiare. Considerare queste dimensioni consente di cogliere la genitorialità come scelta situata che emerge dall’interazione tra condizioni materiali, significati sociali e orizzonti biografici. In questo quadro, la genitorialità appare sempre meno come destino normativo e sempre più come progetto riflessivo. L’agency giovanile si esercita entro orizzonti relazionali che includono aspettative familiari, obbligazioni intergenerazionali e modelli di cura, rendendo la decisione riproduttiva uno spazio di tensione tra autonomia e responsabilità. La generatività può così essere reinterpretata come oggetto di rinegoziazione simbolica nei processi di costruzione del sé: non semplicemente ridotta dalle condizioni materiali, ma ridefinita nei significati attribuiti alla continuità, alla cura e al futuro. In una prospettiva ispirata alla teoria della riflessività (Archer, 2012), le priorità di vita relative alla genitorialità si formano attraverso esperienze di socializzazione, relazioni familiari e discorsi culturali che contribuiscono a consolidare specifici modi di vita. Le scelte riproduttive diventano atti situati attraverso cui gli individui definiscono il rapporto tra autorealizzazione, continuità affettiva e responsabilità verso le generazioni future. Il presente contributo, attraverso un disegno di ricerca mixed-method che vede la partecipazione di 515 studenti universitari in Italia, indaga atteggiamenti, desideri e timori dei giovani adulti verso la genitorialità, con un’enfasi sui fattori simbolici attribuiti alla maternità e paternità e sulle narrazioni che costruiscono l’idea di genitorialità nei loro progetti di vita. La componente quantitativa esamina l’associazione tra valori familiari, responsabilità intergenerazionale e intenzioni riproduttive mediante modelli multivariati. Parallelamente, la componente qualitativa esplora i significati attribuiti alla genitorialità e le modalità con cui i giovani negoziano le aspettative familiari in contesti di incertezza. I risultati indicano che l’intenzione di avere figli è strettamente connessa alla percezione di poter garantire stabilità relazionale e qualità educativa. La genitorialità emerge come progetto impegnativo, subordinato alla possibilità di costruire contesti di sostegno reciproco e continuità simbolica. La de-natalità appare così come esito di una trasformazione del rapporto tra individualizzazione, appartenenza e responsabilità, offrendo un osservatorio privilegiato per comprendere come i giovani adulti ridefiniscono legami, ruoli di cura ed aspettative intergenerazionali nelle società contemporanee. | ||
