VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 6 - Panel 01: Confini del giornalismo piattaformizzato
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Nuove frontiere del giornalismo cittadino e comunitario: il caso di Scomodo e la copertura della Global Sumud Flotilla 1Università di Torino; 2La Sapienza, Università di Roma, Italia Negli ultimi due decenni, il dibattito sul citizen journalism ha evidenziato una ridefinizione dei confini tra professionisti e cittadini nella produzione dell’informazione, mettendo in luce sia il potenziale democratico della partecipazione sia le persistenti asimmetrie di potere e legittimità (Couldry e Curran, 2003; Gillmor, 2004; Wall, 2012). Tali dinamiche si accentuano nei contesti di conflitto e di accesso limitato ai media, dove il citizen journalism assume funzioni di testimonianza, documentazione e contestazione del potere simbolico dei media dominanti (Allan, 2007; Allan e Thorsen, 2009). Se in luoghi come la Palestina esso si è configurato come pratica di testimonianza digitale e contro-narrazione in condizioni di occupazione (Hamdy, 2010; Alakklouk e Gülnar, 2023; Majeed et al., 2025), meno indagate restano le forme di giornalismo comunitario e partecipativo che si sviluppano al di fuori delle situazioni emergenziali e delle logiche mainstream. Quando l’informazione sportiva va in crash. Credibilità giornalistica, sport e piattaforme nel caso Milano-Cortina 2026 Università degli Studi LINK, Italia Tra i diversi pattern narrativi che hanno scandito il dibattito attorno ai recenti Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, uno dei più significativi ha riguardato il tema della credibilità giornalistica. Le tante polemiche legate alla telecronaca della cerimonia di apertura da parte del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca – e le conseguenti agitazioni in seno alla testata giornalistica, culminate con le dimissioni di Petrecca – hanno infatti riacceso i riflettori su un tema sovente poco esplorato nel nostro Paese, ma al contempo fortemente evocato allorquando si tratta di trovare un ombrello sotto cui ricondurre tutti i mali dell’informazione italiana (Autor* 2011; Sorrentino & Splendore 2022). Al contrario, in ambito anglosassone gli studi sulla credibilità giornalistica vantano una lunga tradizione, che affonda le proprie radici negli anni Cinquanta del Novecento. Già gli studi di Hovland e Weiss (1951) sulla source credibility avevano individuato nella competenza e nell’affidabilità le radici della credibilità. Ricerche successive (Gaziano & McGrath 1986; Meyer 1988) hanno contribuito a elaborare scale e indicatori utili a misurare il livello di credibilità dell’informazione, e al contempo a metterne in luce la natura multidimensionale, distinguendo per esempio tra fiducia nella selezione dei temi, nella correttezza fattuale, nella valutazione e nella completezza dell’informazione (Kohring & Matthes 2007). Parallelamente, la letteratura ha anche guardato alle modalità attraverso cui l’autorità giornalistica viene costruita, difesa e negoziata in contesti storici e tecnologici differenti. Zelizer (2004), in particolare, evidenzia come il giornalismo sia un’istituzione simbolica, che produce legittimazione attraverso pratiche professionali, rituali e forme di riconoscimento pubblico, laddove Carlson (2017) evidenzia la natura dinamica dell’autorità giornalistica, costantemente esposta a contestazioni e riconfigurazioni. In generale, queste ricerche hanno confermato come la credibilità giornalistica – al pari della credibilità tout court (Gili 2005) – non sia un attributo dell’emittente, quanto piuttosto l’esito dell’interazione tra norme professionali, aspettative dei pubblici e ambienti mediali. Spostando l’attenzione sul microcosmo dello sport, anche qui non mancano ricerche che hanno evidenziato, da una parte, la natura relazionale della credibilità, dall’altra le molte peculiarità che caratterizzano la credibilità dell’informazione sportiva. Sia Rowe (2004) che Boyle (2006), in particolare, hanno a più riprese sottolineato come il giornalismo sportivo operi in un’area liminale tra informazione e intrattenimento, richiedendo un equilibrio specifico tra competenza tecnica e coinvolgimento emotivo. A conclusioni pressoché simili sono addivenuti anche Autor* (2016) nel loro lavoro di ricerca empirica sul giornalismo sportivo italiano. Alla luce di queste premesse, il presente contributo indaga i processi di costruzione e riconoscimento della credibilità attraverso l’analisi dei post e dei commenti ai profili social di alcuni giornalisti sportivi che, su HBOMax/Discovery/Eurosport, hanno raccontato i recenti Giochi Olimpici. Lo studio combina analisi del contenuto e approccio netnografico, concentrandosi sulle modalità attraverso cui gli utenti attribuiscono, negoziano o negano credibilità ai professionisti coinvolti. Dalla ricerca emergono due significative evidenze. Da una parte, l’analisi conferma l’imprescindibilità della competenza e della capacità di emozionare che, se possibile, diventano ancor più centrali nell’era del data journalism (Anderson 2018) e degli affective publics (Papacharissi 2016). Dall’altra parte, si evidenzia il valore strategico di una reputazione che sa costruirsi nella quotidianità di un racconto che va oltre il grande evento. Nell’ecosistema delle piattaforme (van Dick et al. 2018; Gillespie 2018), la credibilità assume infatti una natura eminentemente “cumulativa”: dunque, non una qualità attribuita in virtù della posizione istituzionale o della singola prestazione professionale, bensì il risultato di una legittimazione progressiva costruita nella quotidianità dell’interazione e riconosciuta dalla comunità interpretativa di riferimento. It Takes Two to Trust: Multi-Modal Experimental Evidence of Newsmakers’ Influence on Trust-Based Choices 1Erasmus University Rotterdam; 2Università di Bologna, Italia Declining trust in news represents one of the most pressing challenges for contemporary democracies. While extensive scholarship has examined attitudinal trust in journalism, less is known about how trust translates into behavior—specifically, the decision to rely on newsmakers when making important life choices. Moving beyond a purely cognitive understanding of trust, this study adopts a relational perspective and conceptualizes trust as a vulnerability-exposing behavior: the willingness to base consequential decisions (e.g., financial, health, or safety-related) on information provided by a newsmaker. Building on recent theoretical developments in relational journalism and parasocial dynamics, we investigate how newsmakers’ characteristics shape trust-based choices. We focus on three dimensions: (1) sociodemographic traits (gender and age), (2) sources of legitimacy (popularity and professional labeling), and (3) professional practices associated with what we conceptualize as External News Efficacy (ENE)—that is, audiences’ perceptions that journalists are attentive, accessible, transparent, and responsive. To test our expectations, we conducted two preregistered conjoint experiments in Italy (N₁=883; N₂=846). The first is a textual conjoint experiment presenting consolidated, long-standing professional practices. The second is an innovative visual conjoint experiment that replicates a first-impression encounter with a newsmaker on Instagram, using realistic profile screenshots. Both experiments include eight attributes and a forced-choice outcome: which of two newsmakers respondents would trust when making an important decision on a topic about which they know little. In the visual experiment—simulating a social media “snap-judgment” scenario—sociodemographic traits and legitimacy cues strongly shape trust-based decisions. Female newsmakers are significantly more likely to be trusted than male counterparts across both experimental settings. Popularity, operationalized as number of followers, exerts a strong bandwagon effect in the Instagram environment: highly followed profiles are substantially more likely to be selected. The professional label “journalist” also increases trust in the visual setting, although more modestly. By contrast, in the textual experiment—where practices are presented as consistent, longitudinal behaviors—professional practices overwhelmingly structure trust-based choices. Newsmakers who routinely disclose their editorial processes, are easily accessible (e.g., via email), and show attentiveness to audience comments are significantly more likely to be trusted. Disclosiveness and attentiveness, in particular, yield substantial increases in selection probability. Interestingly, responsiveness—defined as deciding content based on audience suggestions—produces a negative effect. Audiences appear to value attentiveness and openness, but not editorial subordination to audience preferences, suggesting a nuanced boundary between relational engagement and perceived loss of journalistic independence. Crucially, the professional practices that strongly predict trust-based behavior in the textual setting show no significant effects in the visual experiment. A single observable instance of transparency or attentiveness in a social media post does not meaningfully alter trust decisions. This suggests that ENE-related practices require temporal consistency and reputational consolidation to influence behavioral trust. In first-impression contexts, instead, audiences rely on heuristic cues such as gender and popularity. These findings contribute to ongoing debates about declining news trust in three ways. First, we reconceptualize trust as behavioral choice rather than mere attitudinal endorsement. Second, we introduce External News Efficacy as a framework for understanding how relational practices structure vulnerability-based trust. Third, methodologically, we demonstrate the value of combining textual and visual conjoint designs to capture different evaluative environments—long-term reputational assessment versus platform-driven snap judgments. Our results suggest that rebuilding trust requires sustained relational practices rather than isolated transparency cues. However, in platformized environments where attention metrics dominate, visible legitimacy signals may outweigh substantive professional conduct. Ultimately, “it takes two to trust”: trust in journalism emerges from the relational and contextual interplay between newsmakers’ identities, reputational signals, and consistent audience-oriented practices. Tra confini e conflitti: pubblici, piattaforme e riconfigurazioni del giornalismo nel caso de La Zanzara Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Il contributo analizza La Zanzara, storico programma radiofonico di Radio 24, assunto come caso strategico per comprendere come narrazioni giornalistiche e forme di conflitto siano riconfigurate all’interno di un ambiente mediatico piattaformizzato. Nel febbraio 2025 La Zanzara ha ricevuto lo Spotify Milestone Creator Award come primo podcast italiano a superare i 50 milioni di ascolti, segnando simbolicamente il passaggio da programma radiofonico di successo a ecosistema narrativo (pop)olare cross-piattaforma. A partire da una prospettiva che inquadra il giornalismo come campo (Bourdieu, 1997) attraversato da pressioni economiche, culturali, politiche e tecnologiche (Sorrentino 2006; Splendore 2023), il contributo interpreta la presenza del programma sulle piattaforme digitali come un’infrastruttura comunicativa che accompagna e riformula i contenuti giornalistici (Boccia Artieri, Marinelli 2018; Sullivan 2023), ridefinendo regimi di visibilità, credibilità e forme di autorevolezza (Carlson, 2017; Kaplan, 2006). La Zanzara appare così come un fenomeno ibrido che combina routine giornalistiche da legacy media e logiche dell’intrattenimento, con prospettive marginalizzate nell’agenda mediale mainstream (Boccia Artieri 2025). L’elemento conflittuale, performato più che reale, lo rende uno spazio simbolico in cui linguaggi quotidiani, provocazione e polarizzazione, cultura popolare e politica si intrecciano nel discorso pubblico, incorporando strategie relazionali ed affettive (Abidin, 2018; Lewis 2020) tipiche dell’informazione platformizzata e di fenomeni quali i newsfluencer (Hurcombe, 2024). | ||
