VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 1 - Panel 01: Teorie sociologiche e mediologiche
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La doppia elica della cultura. Un modello integrato per l’analisi delle narrazioni conflittuali Università di Ferrara, Italia Il paper propone un nuovo modello di analisi sociologica della cultura, la doppia elica della cultura, pensato per leggere in modo integrato le trasformazioni simboliche, comunicative e regolative che attraversano le società contemporanee segnate da crisi sistemiche e conflitti narrativi. In dialogo con il tema del convegno, il contributo risponde alla seguente domanda: come analizzare simultaneamente le strutture di potere che regolano la produzione culturale e i processi dinamici attraverso cui i significati vengono articolati, contestati e rinegoziati nei contesti di conflitto? La proposta nasce dall’insufficienza analitica dei modelli che privilegiano unilateralmente o la dimensione strutturale (istituzioni, campi, mercati, piattaforme) o quella processuale-discorsiva (rappresentazioni, identità, pratiche di consumo). In un contesto caratterizzato da polarizzazione mediale, post-verità, guerre simboliche e intensificazione delle regolazioni algoritmiche, la cultura si configura come spazio di torsione tra posizioni e processi, tra vincoli e articolazioni. Occorre dunque un dispositivo teorico capace di tenere insieme questi livelli senza ridurli l’uno all’altro. Il cuore della proposta è una metafora biologica resa operativa sul piano concettuale: come nel DNA la forma a doppia elica mostra che la stabilità dell’informazione genetica dipende dall’intreccio di due filamenti, così l’“informazione culturale” (significati, valori, identità, legittimità) si produce e si mantiene tramite l’interazione inseparabile di due dimensioni. La metafora serve a visualizzare che la cultura non è né una struttura che determina dall’alto né un flusso che si inventa dal basso, ma un intreccio costante. Il modello integra due cornici consolidate della sociologia della cultura: il diamante culturale di Wendy Griswold e il circuito della cultura di Paul du Gay e colleghi. Il primo consente di mappare le relazioni strutturali tra creatori, oggetti culturali, pubblici e mondo sociale; il secondo permette di seguire le articolazioni processuali tra produzione, rappresentazione, identità, consumo e regolazione. La doppia elica non si limita a sommarli, ma li intreccia: il filamento strutturale (posizioni, distribuzione di capitale, gerarchie di legittimità) e il filamento processuale (circolazione dei significati, conflitti interpretativi, appropriazioni) si avvolgono reciprocamente, generando effetti moltiplicativi. Elemento chiave del modello è la regolazione, intesa non solo come insieme di norme istituzionali, ma come infrastruttura diffusa di dispositivi mediali, policy di piattaforma, metriche di visibilità e grammatiche di legittimità. La regolazione opera come collante che seleziona quali combinazioni tra posizioni e processi diventano praticabili, monetizzabili o stigmatizzate. La cultura appare così come campo regolato di possibilità differenziali: non un flusso libero né una struttura rigida, ma un intreccio dinamico in cui narrazioni e conflitti ridefiniscono continuamente i confini del dicibile e del legittimo. Dal punto di vista metodologico, il paper propone la doppia elica come matrice operativa per l’analisi empirica, articolando tre possibili traiettorie di ricerca: (1) genealogica, che ricostruisce le condizioni di possibilità di un oggetto culturale dal campo ai significati; (2) egemonica, che segue le lotte di definizione a partire dalle rappresentazioni; (3) infrastrutturale, che indaga il ruolo di piattaforme e algoritmi nella modulazione della circolazione simbolica. Tali traiettorie consentono di connettere micro-pratiche e macro-strutture, evitando sia il determinismo strutturalista sia il soggettivismo interpretativo. Il modello offre così uno strumento per studiare le narrazioni del conflitto come dispositivi che non si limitano a descrivere crisi sistemiche, ma contribuiscono a produrle simbolicamente, stabilizzando identità antagoniste, economie morali e regimi di verità; e, al contempo, aprendo possibilità di ricomposizione simbolica. La doppia elica non propone una soluzione normativa ai conflitti, ma un quadro teorico capace di renderne visibili condizioni di produzione, asimmetrie di potere e margini di trasformazione: una lente per ripensare l’umanità nelle fratture del presente, dove la crisi è grammatica ricorrente e il conflitto metafora organizzatrice. La guerra dei media. McLuhan e la Casa delle Foglie come modello archeologico del conflitto postmediale Università della Tuscia, Italia Il contributo propone una rilettura di Understanding Media (1964) di Marshall McLuhan come teoria del conflitto inteso non come semplice rappresentazione simbolica, ma come fenomeno ambientale e percettivo: i media riorganizzano il sensorio collettivo producendo shock, anestesie e nuove soglie di attenzione. A partire dall’esperienza della Casa delle Foglie di Tirana (oggi Museo della Sorveglianza Segreta), interpretata come medium-ambiente, il paper mostra come infrastrutture di ascolto e visione trasformino la vita quotidiana in informazione, ridefinendo regimi di visibilità e forme di vulnerabilità del legame sociale. La Casa delle Foglie viene assunta come modello archeologico della funzione mediale moderna — intercettare, archiviare, classificare — oggi scalata e normalizzata nell’ecosistema digitale attraverso piattaforme, sensori, intelligenza artificiale e metadati, secondo una continuità di funzioni più che di strumenti. Attraverso le nozioni mcluhaniane di estensione, autoamputazione e “guerra civile dei sensi”, il contributo ricostruisce sinteticamente la genealogia che conduce dalla “guerra delle icone” alla guerra dei dati: l’immagine, divenuta computabile, entra in catene tecniche di classificazione, previsione e decisione, con effetti epistemici sulla relazione tra visibilità e prova. In questa prospettiva, disinformazione e post-verità non appaiono come distorsioni occasionali, ma come sintomi di una crisi infrastrutturale dei regimi di veridizione nell’ecosistema digitale. La Casa delle Foglie emerge infine come dispositivo di rielaborazione simbolica e pedagogia percettiva, capace di rendere esperibile la continuità tra sorveglianza, comunicazione e conflitto nella condizione postmediale contemporanea. Cartografie dell’empatia: confini sociali, dinamiche relazionali e potenzialità trasformative Università degli Studi di Napoli "Federico II", Italia
Negli ultimi decenni, l’empatia è stata ampiamente interpretata come una risorsa morale capace di favorire la coesione sociale e di colmare le divisioni politiche e culturali (Krznaric, 2018). Allo stesso tempo, ricerche recenti ne hanno messo in luce il carattere selettivo (Karaki, 2024) e persino immorale (Bloom, 2016). Tale dualismo si fonde spesso su approcci riduzionistici che trattano l’empatia o come condivisione affettiva (compassione) o come assunzione cognitiva della prospettiva altrui. Piuttosto che considerare l’empatia come una soluzione normativa ai conflitti, il presente contributo mira ad analizzarla come oggetto di indagine sociologica, quale disposizione relazionale la cui attivazione, estensione e sviluppo sono socialmente condizionati e intersoggettivamente riconfigurati. Muovendo dai recenti studi sull’empatia nell’ambito della sociologia delle emozioni, si sostiene che la sensibilità empatica non sia semplicemente una capacità individuale, ma sia modellata da risorse culturali e fattori sociali (Shott 1979; Clark 1995; Pedwell 2014; Hochschild 2013; 2016; Ruiz Junco 2019). I modi in cui gli individui percepiscono l’altro e l’altrui vissuto sono socialmente condizionati. Integrando intuizioni fenomenologiche e prospettive sociologiche, il contributo mette in luce l’empatia come una disposizione socialmente situata ma dinamica, mostrando come le interazioni possano stabilizzare, rimodellare ed estendere gli orientamenti empatici, attivando al contempo nuovi potenziali intrapersonali e interpersonali dell’incontro empatico. Assumendo le intuizioni della fenomenologia classica – secondo cui l’empatia non si riduce né a mera condivisione affettiva né a semplice assunzione cognitiva della prospettiva altrui, ma consiste nella percezione dell’altro come alter ego, radicata nelle strutture pre-reflessive dell’esperienza – il contributo ne offre una rilettura in chiave sociologica, interrogando le condizioni sociali che ne orientano l’attivazione, l’estensione e i confini. A partire da questo quadro teorico, il contributo propone una cartografia dell’empatia (Hochschild 2013): mappandone i confini socialmente strutturati, analizzandone la morfologia e indagando le condizioni alle quali tali “mappe” possono essere rinegoziate all’interno delle interazioni sociali. Si tratta, in primo luogo, di fotografare quali immaginari muovano oggi l’empatia: quali narrazioni pubbliche la promuovano, quali la restringano, quali la orientino selettivamente verso determinati soggetti o gruppi. In secondo luogo, si provvederà a interrogare i confini e la morfologia dell’empatia, mostrando come essa possa riprodurre asimmetrie di potere, dinamiche di inclusione/esclusione e gerarchie morali, ma anche come possa aprire spazi di ri-sensibilizzazione e di rielaborazione delle distanze sociali rendendo visibili possibilità latenti nelle esperienze interpersonali. L’attenzione si concentrerà dunque sulle disposizioni empatiche come fenomeni socialmente situati: da un lato, si tratta di comprenderne i condizionamenti sociali e culturali, le logiche di selettività, le forme di regolazione implicite ed esplicite; dall’altro, di valorizzarne la dimensione dinamica e trasformativa. L’incontro empatico, pur inscritto in strutture sociali determinate, può infatti dischiudere possibilità di trasformazione di sé, di ridefinizione del rapporto con l’altro e di costituzione di forme inedite di “noi”. In questa prospettiva, la cartografia dell’empatia non si limita a descrivere configurazioni esistenti, ma indaga le condizioni attraverso cui tali “mappe” possano essere riconfigurate. L’obiettivo è mostrare come le interazioni possano stabilizzare, rimodellare o estendere gli orientamenti empatici, attivando nuove potenzialità intrapersonali e interpersonali. Il contributo intende offrire strumenti concettuali e metodologici per comprendere come l’empatia si produca, si distribuisca e si trasformi nelle società contemporanee. In tal modo, si propone di contribuire al dibattito sociologico sulla cultura e sulle emozioni, interrogando criticamente l’empatia mettendone in luce tanto i limiti strutturali quanto le risorse per la riconfigurazione delle mappe relazionali che orientano il modo di percepire e rapportarsi all’altro da sé.
Contro il determinismo tecnologico: per un’epistemologia umanizzata delle culture politiche Università per Stranieri di Perugia, Italia Il paper propone una critica dell’epistemologia mediacentrica che, nel dibattito contemporaneo sulla trasformazione delle culture politiche, tende ad assumere social media e piattaforme come variabili indipendenti e fattori causali privilegiati del mutamento. L’argomento non nega la capacità trasformativa delle tecnologie della comunicazione, ma contesta la tenuta euristica di un paradigma deterministico che legge le opinioni pubbliche e i processi di politicizzazione quasi esclusivamente alla luce della digitalizzazione e della piattaformizzazione, trascurando la multidimensionalità dei processi di costruzione del senso, la storicità delle forme culturali e il carattere situato delle pratiche interpretative. In questa prospettiva, il contributo si colloca criticamente rispetto sia alla riproposizione del primato della tecnica sulla cultura, sia alla tendenza a pensare il mutamento come frattura radicale tra un “nuovo” e un “vecchio”, secondo una temporalità discontinua che marginalizza i nessi di continuità e sovrapposizione già evidenziati, in forme diverse, da Katz e Lazarsfeld, Thompson, Boudon e, più ambivalentemente, Castells. Il contributo sostiene che tale postura teorica trovi una delle sue espressioni più influenti nelle formulazioni forti del paradigma della mediatizzazione, quando questo tende a descrivere in termini totalizzanti processi che sono invece negoziati, conflittuali e non lineari (Hjarvard; Lundby). Anche il lessico del network e del social network finisce spesso per ridurre la nozione sociologica di rete all’estensione tecnico-infrastrutturale della piattaforma (Rainie e Wellman), oscurando il mix di risorse relazionali, cognitive e simboliche attraverso cui gli attori si orientano nei diversi ambienti comunicativi. In questo senso, la riduzione delle relazioni sociali a relazioni tecnologicamente mediate porta a sottovalutare sia la persistenza delle relazioni “corte” e “calde” — comunitarie, subculturali, territoriali — sia il ruolo della biografia, dell’esperienza vissuta e dei repertori interpretativi locali nella rielaborazione dei contenuti mediali (Thompson; Canclini; Sciolla; Montesperelli). Analogamente, la centralità attribuita alle affordances e alle architetture di piattaforma tende a produrre letture semplificate di fenomeni quali polarizzazione, sfiducia istituzionale, populismo e post-verità (Sunstein; Bentivegna e Boccia Artieri; Newman e Conrad). Sul piano teorico, il paper propone quindi una correzione di prospettiva: invece di assumere il pubblico connesso come referente empirico esaustivo del pubblico tout court, suggerisce di analizzare lo spazio pubblico come un assemblaggio socio-tecnico plurale, composto da arene, media, relazioni e pratiche di reintermediazione, nel quale esperienza mediata ed esperienza vissuta si intrecciano continuamente (Appadurai; Couldry e Hepp). Ne deriva una concezione dell’agency che riapre il nesso classico tra struttura e azione e restituisce centralità a forme di agency comunitaria e subculturale (Hall e Jefferson; Gelder), nonché a pratiche di lifestyle politics e di engagement civico prepolitico (Dahlgren), capaci di mobilitare risorse provenienti da ambienti comunicativi differenti. L’elemento distintivo del contributo consiste precisamente in questo spostamento: dalla spiegazione tecnologico-centrica degli esiti politico-culturali a un’analisi ermeneutica e relazionale dei processi di significazione. Tale proposta viene discussa anche alla luce di una ricerca qualitativa in corso basata su interviste in profondità a giovani studenti italiani e spagnoli, avviata nel 2015, sulla formazione del cleavage economia-ambiente (Marini 2018). Le prime evidenze mostrano che orientamenti, appartenenze e forme di partecipazione non emergono come effetto lineare delle piattaforme, ma come esito di combinazioni variabili tra vissuti biografici, risorse locali, ambienti mediali, affinità simbolico-culturali e pratiche di condivisione. L’ipotesi è che, accanto alle dinamiche di frammentazione più spesso enfatizzate dalla letteratura, siano osservabili anche processi di ricomposizione simbolica, di ricerca di comunanze e perfino di ri-ideologizzazione, che invitano a ripensare criticamente il rapporto tra tecnologia, cultura politica e coesione sociale. | ||
