VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 3 - Panel 01: Vulnerabilità del sistema informativo
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Similar tools, different contexts: AI Integration in Fact-checking across Europe and Latin America 1Hanken School of Economics; 2Università della Svizzera italiana Artificial Intelligence (AI) serves as an asset across various stages of the fact-checking verification process. As categorized by Montoro-Montarroso et al. (2023), AI applications facilitate the monitoring, identification, and prioritization of potentially verifiable content; the assessment of claim verifiability; and the gathering of evidence for empirical analysis. Furthermore, AI enables the semi-automated classification of content—distinguishing between hoaxes, misleading information, and false contexts—while accelerating the drafting, documentation, and dissemination of fact-checking reports. Recent scholarship highlights significant transformations in the organizational structure of fact-checking agencies driven by technological advancements and broader changes in the media environment. Although the fact-checking movement originally emerged in the early 2000s in Europe and United States, with the primary goal of verifying statements made by public figures (Cherubini & Graves, 2016), scholars have recently observed a shift in its mission: fact-checkers are increasingly focused on countering viral online content and misinformation circulating across digital platforms rather then scrutinizing political or institutional discourse (Cazzamata & Sarısakaloğlu, 2025), which also reshaped professional routines and the evolving engagement with technology. While global research on this phenomenon is expanding, there remains a critical need for comparative studies that transcend North American and European borders to explain how diverse media systems utilize AI in this practice. Consequently, this study addresses the following research problem: how do different media systems manage the integration of Artificial Intelligence within fact-checking journalism? This paper investigates AI's role in fact-checking, specifically how its use for fighting disinformation varies across different media systems and professional strategies. This study aims to contribute to the global research movement on the use of AI and fact-checking, already initiated by other researchers in different countries (Graves et al., 2023; Cazzamata, 2024), by providing new perspectives into Switzerland and Latin America. Methodologically, this study employs semi-structured in-depth interviews with professionals who work in fact-checking agencies from two distinct media systems: the Democratic Corporatist model (represented by Switzerland) and the Liberal-Captured model, characteristic of Latin America (Guerrero & Márquez-Ramírez, 2014; Hallin & Mancini, 2004). To this end, twelve interviews were conducted with practitioners from Switzerland, Chile, Colombia, and Honduras, who work in different positions: reporters, coordinators, and heads of newsroom. The findings indicate that AI tools have become intrinsic to professional routines regardless of the media system. These tools are commonly used for routine tasks such as orthographic revision and preparing social media content. Practitioners consistently underscore that AI serves merely as a supportive tool rather than a replacement for human agency. This rhetoric may function as a strategic effort to maintain professional authority while simultaneously mitigating potential audience skepticism toward AI-generated content. Interestingly, concerns regarding algorithmic bias or the reproduction of discriminatory outputs appear secondary in professional discourse; journalists generally maintain that human oversight is sufficient to neutralize inherent biases. On the economic side, although significant cost reductions have not yet been observed, practitioners acknowledge substantial efficiency gains. This time optimization suggests a potential transformation in journalistic labor, allowing professionals to shift their focus from bureaucratic, routine tasks to more complex, value-added editorial activities. However, a significant divergence among countries emerged: Latin American fact-checkers, operating within private organizations, exhibit a heightened focus on developing their own AI-driven software—a priority that appears less prevalent in the Swiss context. This research contributes to the literature by deepening the knowledge about technological incorporation in journalism, demonstrating how specific media system characteristics shape and redesign the adoption of emerging technologies. Mappare le vulnerabilità dell’ecosistema informativo europeo Università degli Studi di Perugia, Italia Il contributo propone una rielaborazione teorica e un’operazionalizzazione empirica del concetto di rischio di “media capture”, inteso come condizione in cui interessi particolaristici – politici, economici o di diversa natura – possono compromettere l’interesse generale di una cittadinanza informata. A partire da una ricerca comparativa condotta su 32 paesi europei (27 Stati membri dell’UE, 4 paesi candidati dei Balcani occidentali e Turchia), il paper sviluppa una mappa del rischio che consente di superare le ambiguità teoriche e operative della nozione tradizionale di media capture. Tale concetto affonda le sue radici nella teoria della “regulatory capture” (Stigler, 1971) e viene utilizzata per descrivere forme di collusione tra élite politiche e proprietari dei media, in particolare nei contesti post-socialisti e nelle democrazie in transizione durante gli anni Novanta del Novecento (Mungiu-Pippidi, 2008). In una fase successiva, la letteratura ha esteso il concetto alle democrazie consolidate, mettendo in luce i meccanismi di strumentalizzazione economica delle testate giornalistiche legati alla concentrazione proprietaria, alla dipendenza pubblicitaria e alle pressioni di mercato (Corneo, 2006; Petrova, 2008), oltre ai condizionamenti dettati dalle piattaforme digitali (Schiffrin 2021). Tuttavia, questo impianto teorico presenta almeno due limiti. Il primo è epistemico: la nozione di cattura presuppone un ideale binario di indipendenza difficilmente riscontrabile empiricamente. I media operano sempre in reti di interdipendenza economica, politica e professionale e stabilire una soglia netta oltre la quale l’influenza diventa cattura è analiticamente problematico. Il secondo limite è di tipo ecosistemico: la piattaformizzazione della sfera pubblica ha spostato il baricentro del potere informativo. Non è più sufficiente analizzare le testate giornalistiche in senso stretto; occorre considerare l’intero ecosistema informativo, inclusi gli intermediari digitali, gli algoritmi che strutturano visibilità, circolazione e monetizzazione dei contenuti, oltre alla molteplicità di attori che concorrono a produrre contenuti informativi. Per rispondere a tali criticità, il paper propone una ridefinizione concettuale: la cattura non è intesa come stato binario (informazione “libera” vs “catturata”), bensì una condizione graduata in cui interessi particolaristici prevalgono sulla funzione pubblica dell’informazione per una cittadinanza informata. In questa prospettiva, l’attenzione si sposta dall’accertamento della cattura alla mappatura del rischio, inteso non come evento ma come insieme di vulnerabilità ambientali e strutturali che aumentano la probabilità di prevalenza dell’interesse particolare su quello pubblico. L’operazionalizzazione empirica del concetto, che consente di misurare i diversi livelli di rischio nei paesi considerati, si fonda su un framework tridimensionale: (1) ecosistema mediale, (2) sistema politico, (3) contesto sociale. Ciascuna dimensione comprende specifici indicatori compositi di rischio che vanno dall’influenza politica e imprenditoriale sui media al livello di disordine informativo, dal grado di polarizzazione del sistema politico al livello di autorità razionale-legale. Gli indicatori sono costruiti mediante aggregazione di dati provenienti da 15 dataset consolidati tra cui Media Pluralism Monitor, V-Dem, Freedom House, e altri. I risultati dell’analisi comparativa evidenziano forti differenze tra contesti ad alta resilienza – come i paesi nordici – e casi a rischio critico quali Ungheria e Turchia. Tuttavia, il risultato più rilevante riguarda le “zone grigie”: vulnerabilità significative emergono anche in democrazie consolidate, dove fragilità economiche, polarizzazione e pressioni politiche creano condizioni favorevoli al prevalere di interessi particolaristici. La ricerca mostra che il rischio si intensifica soprattutto quando la vulnerabilità del sistema mediale si combina con bassa autorità razionale-legale, elevata polarizzazione politica e scarsa media literacy. In conclusione, il contributo propone: (1) un approccio olistico che riconfigura l’analisi dei rischi dell’informazione nelle democrazie; (2) il superamento di una visione binaria (informazione libera vs. catturata) legata soprattutto al giornalismo; (3) uno strumento comparativo, empiricamente fondato, per analizzare le condizioni strutturali che minacciano il perseguimento dell’interesse generale di una cittadinanza informata. Fact-checking in transizione: sostenibilità economica e competizione per l’autorità epistemica dopo la partnership con Meta 1Università di Firenze; 2Sapienza Università di Roma; 3Università di Zurigo Negli ultimi anni il contrasto alla disinformazione si è trasformato in un terreno di crisi e conflitto che attraversa istituzioni democratiche, piattaforme digitali e professioni della conoscenza. La diffusione di sistemi di intelligenza artificiale generativa, le tensioni (anche politiche) sulla moderazione dei contenuti e la crescente contestazione pubblica degli intermediari epistemici stanno ridefinendo chi possa legittimamente stabilire cosa è vero nello spazio pubblico. In questo contesto, la decisione di Meta di sospendere negli USA il Third-Party Fact-Checking Program (3PFC) – che potrebbe presto coinvolgere anche il resto del mondo, e motivata da accuse di partigianeria provenienti anche dal campo politico – problematizza il ruolo del settore del fact-checking nella lotta alla disinformazione, minandone sostenibilità economica e legittimazione pubblica. Si tratta tuttavia di un passaggio che apre anche diverse opportunità: ridefinire pratiche, autonomia professionale e strumenti operativi fuori dalla dipendenza da infrastrutture di piattaforma opache e strumenti proprietari di accesso e monitoraggio dei contenuti. Il paper adotta una prospettiva basata sui Journalism Studies e la teoria del campo, richiamandosi in particolare alla prospettiva bourdieusiana (Bourdieu, 1993; 2005), alla sua attenzione per le tensioni tra autonomia ed eteronomia, e agli studi sul boundary work e sull’identità professionale (Gieryn, 1983; Carlson, 2016; Graves, 2018). Questa cornice teorica consente di analizzare il fact-checking come un campo professionale in cui autonomia, efficacia e valore pubblico dipendono dalla configurazione congiunta di condizioni di mercato mutevoli, capitale simbolico e regimi di visibilità. L’analisi è guidata da tre domande di ricerca: 1. Quali strategie stanno adottando le organizzazioni di fact-checking per garantire sostenibilità economica a lungo termine in assenza di finanziamenti stabili delle piattaforme? 2. Qual è l’impatto di questi (nuovi) modelli di business sull’identità professionale dei fact-checker? 3. In che modo la riconfigurazione di modelli di business e identità professionale incide sull’efficacia del fact-checking nel contrasto alla disinformazione? Lo studio adotta un disegno di ricerca qualitativo che combina due metodi integrati. In primo luogo, sono state realizzate interviste semi-strutturate con rappresentanti di tredici organizzazioni di fact-checking in tre aree geografiche: Stati Uniti (dove il 3PFC è già stato sospeso), Europa e Sud America (dove resta attivo, ma in condizioni di crescente incertezza). In secondo luogo, è stato condotto un lavoro etnografico durante il Global Fact-Checking Summit del 2025, comprendente osservazione partecipante di panel e incontri della comunità professionale, e interviste informali. D’altra parte, la necessità di compensare i tagli ai finanziamenti da parte di Meta sta portando molti progetti verso un modello business-to-business (B2B) basato su un know-how condiviso, nel quale i fact-checker forniscono servizi professionali come formazione e consulenza, oltre a dati e strumenti tecnologici, a una gamma eterogenea di attori pubblici e privati. Tale modello spinge il fact-checking verso forme ibride di lavoro intellettuale più distanti da quelle specificamente editoriali e giornalistiche. Ciò genera due criticità: la potenziale dipendenza da nuovi attori privati e la perdita di visibilità verso il pubblico dell’informazione, con possibili ricadute sull’efficacia della propria mission di contrasto alla disinformazione. I cambiamenti in corso e i loro potenziali effetti mostrano come il campo del fact-checking sia alla ricerca di un equilibrio tra sostenibilità economica, autonomia e visibilità, per mantenere centralità in una fase segnata da crescenti conflitti sul riconoscimento degli attori legittimati a produrre conoscenza e “verità” nello spazio pubblico. When is media capture a form of corruption? Università di Bologna, Italia Media capture is often described as a threat to democracy because it weakens the watchdog function of journalism and reduces the public’s capacity to hold power to account (Mungiu-Pippidi, 2012) This article addresses a more precise conceptual questions: at what levels exactly does media capture qualify as corruption and how they differ from media bias, instrumentalization, colonization, artisanship, or classical censorship? It does so through a systematic literature review (SLR) that explores how existing scholarship connects media capture and political corruption?The analysis of 80 peer-reviewed articles, supplemented by three monographs and three book chapters, reveals a clear increase in academic publications addressing both political corruption and media capture. However, the conceptual links between the two remain uneven and often implicit. The SLR indicates that most studies focus on the various forms through which actors exert control and influence over media to suppress or disseminate information. Some use corruption scandals covered by the media as proxies to measure capture (Samuel-Azran and Assaf, 2018; Di Tella and Franceschelli, 2011; Szeidl and Szucs, 2021). Others examine instruments that directly or indirectly relate to corruption—such as state advertising, ownership concentration, regulatory pressure, bribery, or intimidation—as mechanisms enabling capture (Dragomir, 2024; Ryabinska, 2014; Sampaio-Dias, 2019; Milojević & Krstić, 2018; McMillan & Zoido, 2004). Only a limited number of studies explicitly conceptualize media capture itself as corruption. Asomah (2020), for example, argues that in Ghana private media actively contribute to political corruption through biased reporting, propaganda, weak investigative journalism, and limited follow-up. Yet even in such cases, media capture is rarely framed as an “abuse of entrusted power for private benefit.” Instead, it is more commonly treated as a contextual factor that facilitates corruption or as a by-product of political and economic collusion. This article argues that media capture can be understood as corruption in its own right. While corruption is often associated with exchanges between public and private actors, media capture demonstrates that corrupt practices may also emerge through private actors’ influence over media institutions entrusted with a public function. Journalism holds an entrusted democratic role: informing citizens and enabling accountability. When that role is systematically distorted for private gain, the logic of corruption is activated. Drawing on the literature review, the article proposes a three-layer framework to clarify when capture becomes corruption. At the individual level, paying journalists or editors to distort or suppress information mirrors classic petty corruption: private inducements undermine professional duties. At the organizational level, sustained editorial steering in exchange for financial or political benefits resembles collusive arrangements that trade institutional integrity for advantage. At the structural level, when ownership, advertising flows, regulatory favors, or platform power are used to secure favorable coverage or silence scrutiny, media capture operates as a governance mechanism that protects rents and shields wrongdoing. Across these layers, the defining feature is the misuse of an entrusted position through concealed or improper influence. There is, therefore, an overlap with instrumentalization, bias, partisanship; however, the distinction lies in the presence of systematic, opaque, and self-serving exchanges that subordinate public accountability to private benefit. The digital environment intensifies these dynamics. The decline of traditional revenue models, the dominance of digital platforms, and the algorithmic control of information flows create new vulnerabilities and new forms of indirect capture. While not all partisan or market-driven media behavior amounts to corruption, capture becomes corruption when influence is sustained, non-transparent, and oriented toward private advantage at the expense of the media’s democratic function. By clarifying these thresholds, the article bridges media studies and corruption research and offers a conceptual framework for identifying when media capture crosses the line into corruption. | ||
