VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 5 - Panel 04: Famiglie resilienti e supporto sociale
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Famiglie resilienti e supporto sociale 1Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano, Italia; 2Università del Molise - Campobasso, Italia; 3Università degli Studi - Bergamo, Italia; 4Università degli Studi - Verona, Italia Una delle caratteristiche distintive delle relazioni familiari è la dimensione della cura, che in senso ampio significa farsi carico gli uni degli altri. Questa caratteristica distintiva delle relazioni familiari può assumere forme diverse ed essere anche esposta al rischio del burn out (crash) o del sovraffaticamento. Nondimeno è possibile evidenziare anche, a partire da un’attenta riflessione teorica e da molti lavori di ricerca condotti e che le situazioni di crisi possono produrre forme nuove di generatività sociale, nella forma della resilienza, che producono relazioni rafforzate e, in grado di esprimere una maggior riflessività. In questa luce, la resilienza non è una qualità innata e fissa, ma un percorso dinamico che può essere attivamente coltivato e supportato nel tempo, anche attraverso la presenza di reti sociali funzionali e significative per i soggetti. La resilienza (Walsh, 2008), presente nei contesti familiari a fronte della necessità di sostenere le diverse forme di fragilità, è una evidenza del protagonismo familiare e della sua capacità di fronteggiare la complessità delle sfide e contemporaneamente di rendere evidente una qualità dell’umano. La capacità, per le reti familiari, di agire relazioni di supporto a fronte delle differenti forme di fragilità è resa più probabile da una buona dotazione di capitale sociale, inteso, secondo la prospettiva relazionale, come un costrutto polisemico che determina la qualità propria delle relazioni. Affrontare il tema della resilienza familiare e della funzione di supporto significa, in sostanza, porsi delle domande chiave: Come questa famiglia gestisce le difficoltà della cura? Quali sono le sue modalità comunicative? Come si riorganizza di fronte ai cambiamenti? Chi e come viene assunto il ruolo di caregiving? Il presente panel propone 4 contributi che, da prospettive differenti, offrono elementi di riflessione rigorosi e analisi di dati empirici, particolarmente recenti, sul tema del supporto sociale e delle ricadute sulle reti familiari. Il primo contributo, Processi di cura e reti di relazioni: riflessività, ambivalenze e criticità, di carattere teorico propone un cambio di prospettiva nella riflessione sociologica sui processi di cura, collocando il caregiving all’interno del più ampio sistema di supporto sociale, che coinvolge attori pubblici, privati, del terzo settore e reti informali. Tra il supporto sociale generale e il caregiving in senso stretto emerge un’area intermedia fondamentale: i network di supporto informale che sostengono i caregiver. Questa “zona di decompressione”, spesso poco visibile, è cruciale per prevenire il burnout e garantire, indirettamente, il benessere di chi riceve la cura. Il caregiving viene così interpretato non come un’azione isolata o puramente tecnica, ma come un processo relazionale, mentale e pratico, che si sviluppa nel tempo e coinvolge più soggetti. Il caregiving, infatti, è un processo dinamico che può rafforzare o indebolire i legami sociali nel tempo. Il secondo contributo, Tra caregiving e progetto di vita: reti di supporto, capitale sociale e resilienza nelle famiglie con persone in condizione di disabilità, rilegge le pratiche di cura delle persone con disabilità, con particolare attenzione al caregiving e al progetto di vita. A partire da una ricerca quali-quantitativa che integra interviste diadiche e Personal Network Analysis, il caregiving viene interpretato come un’infrastruttura relazionale complessa, superando una visione individualizzata e privatizzata della cura. I risultati mostrano reti di supporto prevalentemente familiari, caratterizzate da un forte capitale sociale bonding che, pur compensando le carenze dei servizi, può generare chiusura relazionale e sovraccarico. Il capitale sociale bridging, legato a reti associative e istituzionali, appare invece più fragile e poco strutturato. La resilienza emerge così come esito relazionale, dipendente dalla qualità e ampiezza delle reti. Il terzo contributo, Conflitti tra ruoli di cura familiare e resilienza dei network di appartenenza, analizza l’impatto dei profondi cambiamenti demografici e culturali – invecchiamento della popolazione, calo della natalità, riduzione dei nuclei familiari, emigrazione giovanile e crescente individualismo – sugli equilibri della convivenza quotidiana, con particolare attenzione al tema della cura e dell’assistenza. L’obiettivo è duplice: da un lato evidenziare le difficoltà legate ai ruoli di cura verso anziani e persone con patologie croniche; dall’altro mostrare la capacità di resilienza delle reti sociali nel fronteggiare i conflitti familiari (“crash”) generati da tali responsabilità. La ricerca integra dati quantitativi (survey nazionale 2024 su campione rappresentativo) e qualitativi, raccolti tramite strumenti di social network analysis e interviste diadiche a 20 caregiver e ai loro principali sostenitori. L’analisi delle reti evidenzia come specifiche configurazioni del network (maggiore densità, presenza di nodi di supporto, ruolo di intermediazione) favoriscano la gestione delle difficoltà e il rafforzamento delle relazioni. L’ultimo contributo, L’empowerment delle pratiche di cura nel caregiving familiare: dall’analisi all’intervento di rete, considerando la rete come categoria analitica centrale, il contributo propone l’uso della Social Network Analysis per comprendere come diverse configurazioni relazionali influenzino l’uso dei servizi e la soddisfazione dei bisogni. Attraverso i dati [omesso per peer review] sul caregiving in Italia, lo studio indaga come le reti possano generare conflitto o cooperazione e come l’analisi reticolare possa orientare interventi capaci di rafforzare la resilienza familiare e la sostenibilità delle pratiche di cura, attribuendo all’assistente sociale una funzione di regia nella valorizzazione della rete.
Processi di cura e reti di relazioni: riflessività, ambivalenze e criticità Lucia Boccacin Il paper prende l’avvio dalla seguente domanda di ricerca: come introdurre un cambio di prospettiva nella riflessione sociologica sui processi di cura? Su cosa può fondarsi tale cambio di prospettiva? Per rispondere a tale interrogativo si ritiene opportuno contestualizzare il processo di cura o caregiving nell’ambito più ampio del supporto sociale offerto in vario modo da attori sociali differenti - pubblici, privati, di terzo settore o afferenti alle reti informali. Ma, tra l’area del supporto sociale latamente inteso e il processo di caregiving vero e proprio, emerge un’area intermedia, che è rappresentata dai network di supporto informale, i quali aiutano i caregiver. Quest’area, di cui molto spesso si ha scarsa consapevolezza a livello sociale, è in realtà fondamentale per il benessere del caregiver e, in via indiretta, anche per il benessere di chi riceve la cura. Si tratta di un ambito relativo alla o alle persone di riferimento e/o di sostegno dei caregiver e rappresenta un contesto di supporto fondamentale per coloro che si trovano a reggere le tensioni e le criticità del processo di caregiving. Coloro che agiscono in tale area intermedia, di decompressione, svolgono indirettamente una funzione di sostegno al caregiver che spesso risulta dirimente nell’evitare che quest’ ultimo vada in burn out. Prestare cura è dunque un processo al contempo interpersonale e sociale, che include sia fattori di attaccamento, come l’instaurarsi del legame e dell’empatia, l’assunzione di responsabilità personale, sia fattori inclusivi come l’opportunità di diversificare le relazioni includendo coloro che sono diversi da noi, di fare rete, di accompagnare l’altro. Il caregiving, non è circoscritto quindi a una azione puntuale, specialistica, ma è un processo relazionale, mentale, e pratico che dura nel tempo e lo attraversa, richiede il concorso di più soggetti, ed è in grado di generare esiti a livello micro (della persona) a livello meso (nell’ambito dei gruppi come ad esempio le reti parentali o le équipe di professionisti) a livello macro (nei contesti sociali). Occorre considerare contestualmente più fattori che sono dirimenti nell’ambito dei processi di cura, di non continuare a riflettere su un solo soggetto, sia esso il destinatario della cura o chi la offre, oppure su una singola azione o attività, ma di introdurre una prospettiva processuale e multidimensionale in grado di considerare simultaneamente la complessità dei processi di cura e soprattutto la presenza di più attori sociali e le loro relazioni, non assumendo tale complessità come un vincolo o un ostacolo, ma come una opportunità. Infatti, sono le reti di relazioni a costituire il perimetro delle azioni che generano l’aiuto e il supporto alla base del caregiving. Alcune ricerche evidenziano come il trascorrere del tempo metta alla prova le relazioni di cura, indebolendole o consolidandole. Il caregiving emerge quindi come un processo mutevole, in grado di rinforzare la relazioni oppure di sfilacciarle, di consumarle, di erodere la socialità, e di produrre isolamento.
Tra caregiving e progetto di vita: reti di supporto, capitale sociale e resilienza nelle famiglie con persone in condizione di disabilità Fabio Ferrucci
Il contributo propone una rilettura delle pratiche di cura delle persone in condizione di disabilità alla luce della riconfigurazione delle politiche per la disabilità in Italia con particolare riferimento al caregiving e al progetto di vita. Muovendo dai risultati di una ricerca quali-quantitativa condotta sulle famiglie che si prendono cura di un familiare in condizione di disabilità, il contributo propone di concepire il caregiving come una infrastruttura relazionale e sistema complesso di interdipendenze, superando una visione individualizzante e privatizzata del lavoro di cura. Attraverso l’integrazione tra intervista diadica e Personal Network Analysis, la ricerca analizza la morfologia delle reti di supporto, il benessere/malessere dei caregiver e le forme di capitale sociale mobilitate nei reticoli di relazione. I risultati evidenziano la prevalenza di reti di tipo familiare e parentale, caratterizzate da un intenso capitale sociale bonding, che supplisce spesso l’inadeguatezza dei servizi ma rischia di produrre chiusura relazionale con conseguente sovraccarico del lavoro cura. Il capitale sociale bridging – associativo e istituzionale – emerge nei contesti più aperti e partecipativi, ma appare ancora fragile, poco sistemico e fortemente dipendente dall’iniziativa individuale e dalla fiducia interpersonale. La resilienza familiare si configura così non come dote individuale, ma come esito relazionale, prodotto dalla qualità e dall’ampiezza delle reti. In una prospettiva sociologica relazionale, la morfologia delle reti non rappresenta dunque uno sfondo neutro, ma una variabile strutturante che condiziona la distribuzione del carico di cura, le traiettorie biografiche e l’accesso ai diritti. Se la proposta normativa sul caregiver familiare rappresenta un avanzamento sul piano del riconoscimento giuridico, delle tutele lavorative e delle misure di sollievo, la ricerca evidenzia il rischio di una focalizzazione eccessivamente centrata sul soggetto caregiver, senza un parallelo investimento sulle reti territoriali e sui servizi capaci di trasformare il capitale sociale bonding in bridging. Il riconoscimento individuale, infatti, non è sufficiente a prevenire processi di isolamento relazionale e di “genitorialità perpetua” che caratterizzano molte traiettorie biografiche osservate. Allo stesso tempo, la normativa sul progetto di vita personalizzato e partecipato – nell’ambito della riforma della disabilità – apre uno spazio potenzialmente innovativo: sposta il baricentro dalla prestazione alla co-progettazione, valorizza la dimensione relazionale e richiama l’integrazione tra interventi sanitari, sociali, educativi e lavorativi. Tuttavia, le evidenze empiriche suggeriscono che l’effettiva implementazione del progetto di vita dipenderà dalla capacità dei territori di attivare reti multi-attore stabili e affidabili, capaci di generare fiducia e continuità nel tempo. Senza un rafforzamento strutturale del capitale sociale bridging, il progetto di vita rischia di rimanere un dispositivo formale, gravando ancora una volta sulla capacità organizzativa delle famiglie. Le politiche dovrebbero quindi integrare la tutela giuridica del caregiver e il sostegno economico con interventi orientati alla costruzione e manutenzione delle reti di cura – servizi territoriali competenti, associazionismo, professionisti di riferimento, spazi di partecipazione – affinché la resilienza familiare non sia l’esito di una resistenza solitaria, ma di una infrastruttura sociale capace di distribuire equamente il carico di cura e di rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari.
Conflitti tra ruoli di cura familiare e resilienza dei network di appartenenza Marco Carradore
La costante crescita della popolazione anziana destinata inevitabilmente a produrre un aumento della domanda di assistenza e cura; le trasformazioni famigliari che stanno già generando una riduzione della dimensione media dei nuclei familiari; il crollo della natalità che avanza; l’emigrazione all’estero di giovani cittadini/e italiani e le trasformazioni culturali in atto, a favore di un agire quotidiano basato su valori individualistici, sono tutti fenomeni che concorrono ad incidere sugli “spazi” della convivenza quotidiana, mettendo alla dura prova i nuclei familiari e arrivando, in alcuni casi, a generare dei veri e propri “crash” tra i componenti della famiglia “lacerando” i legami relazionali costitutivi dei loro network. L’obiettivo del contributo proposto si focalizza, nello specifico, sul fenomeno della cura e dell’assistenza e ha una duplice finalità. In primo luogo, intende mettere in luce le difficoltà che emergono dai ruoli di cura di persone anziane e di persone con patologie croniche; mentre, in secondo luogo, mira a mostrare la resilienza del reticolo sociale nell’assorbire il “crash” generato dai conflitti sui ruoli familiari di cura. I dati impiegati per la prima finalità derivano da una survey costituita da un campione rappresentativo della popolazione nazionale sulla base del genere, dell’età, della dimensione del comune di residenza e della macroarea geografica di appartenenza e sono stati rilevati nel corso dell’anno 2024 tramite un questionario standardizzato. I dati relativi il secondo obiettivo provengono, invece, dalla rilevazione tramite gli strumenti specifici della social network analysis, ovvero il “name generator”, il “name interpreter” e il “name inter-relator”, atti a raccogliere la struttura e le caratteristiche del network di chi presta cura e dalla narrazione dell’esperienza, rilevata attraverso lo strumento dell’intervista diadica. La rilevazione dei dati di network è stata somministrata solamente a chi svolge il ruolo di caregiver, mentre, l’intervista diadica e stata sottoposta contemporaneamente al caregiver e ad una persona da questi considerata come suo sostegno. La rilevazione ha incluso quindi venti caregiver e altrettante diadi per un totale di quaranta diverse prospettive di narrazioni disponibili per l’analisi. L’elaborazione del materiale empirico quantitativo raccolto ha permesso di comprendere che il ruolo di cura, oltre ad essere uno sforzo fisico è soprattutto una condizione impegnativa tipica dei legami familiari, e questo aspetto è stato confermato anche dalle evidenze empiriche qualitative, le quali hanno fatto emergere anche come specifici modi di agire rispetto alla cura e all’assistenza siano un fenomeno che non solo rende più fragile il legame familiare, ma che genera un vero e proprio conflitto relazionale in ambito domestico. L’approfondimento della morfologia del network delle persone intervistate, invece, ha messo in risalto come differenti forme e caratteristiche del reticolo – reti più o meno dense, network dove il caregiver ha un maggiore o minore ruolo di intermediazione – contribuiscano ad affrontare e a superare i periodi di difficoltà, oltre che a rafforzare le relazioni tra gli esseri umani che costituiscono la rete. Riconoscere pertanto il ruolo della rete, le funzioni che hanno i singoli nodi e permettere ai chi fornisce assistenza ad altri di “coltivare” i propri rapporti sociali, nonostante il carico di cura, consentirebbe di sostenere il miglioramento del benessere di tutte le persone coinvolte nel network alimentando, allo stesso tempo, quella solidarietà generativa che “lega” il tessuto sociale.
L’empowerment delle pratiche di cura nel caregiving familiare: dall’analisi all’intervento di rete Giuseppe Grasso L’invecchiamento della popolazione (World Health Organization, 2025) e l’aumento delle condizioni di non autosufficienza (Wang et al., 2024; Souza et al., 2021), si collocano in uno scenario globale segnato da crisi sistemiche e dalla fragilizzazione dei legami sociali (Beck, 2000; Bauman, 2000). In tale contesto, i processi di deistituzionalizzazione avviati nei paesi europei, orientati alla tutela dei diritti delle persone non autosufficienti e alla sostenibilità dei sistemi assistenziale (Ilinca et al., 2015), non sono stati accompagnati dalla costruzione di una effettiva community care. Quest’ultima, intesa come superamento della dicotomia tra formale e informale (Folgheraiter, 2006), presuppone pratiche di cura cooperative tra servizi e reti familiari e si fonda sull’idea di empowerment quale processo collaborativo tra utenti, caregiver e operatori (Bortoli & Folgheraiter, 2001). Tale impostazione supera la dicotomia micro/macro e l’opposizione soggetto/sistema, ricomponendole nella relazione come unità analitica dell’intervento sociale (Campana, 2004). Tuttavia, all’interno del modello di welfare lib/lab, caratterizzato dalla compresenza di una logica di mercato fondata sulla responsabilizzazione individuale e di una logica statuale di erogazione di prestazioni pubbliche (Donati 2020), il caregiver è concepito alternativamente come soggetto privato che agisce entro la sfera familiare o come utente destinatario di servizi e trasferimenti pubblici. Ne consegue che l’interazione tra caregiver informali e servizi di supporto formali, anziché sviluppare una rete dotata di una sua soggettività, può produrre conflitti: la resilienza delle famiglie può essere considerata un vincolo e un ostacolo piuttosto che una risorsa e gli operatori sociali possono essere percepiti come competitori sul piano dei legami umani (Donati, 2021). Diversamente, un approccio in cui il servizio utilizza i propri mezzi per sostenere le pratiche di cura attraverso cooperazione e valorizzazione della relazione non solo supera una concezione paternalistica o delegante dell’intervento, ma promuove una cultura relazionale di rete. Considerando la rete come concetto operativo per spiegare, empiricamente, fenomeni non totalmente riconducibili alle tradizionali chiavi interpretative delle scienze sociali (Di Nicola, 1998) e tenuto conto che diverse configurazioni delle reti di supporto sono associate a modalità eterogenee di utilizzo dei servizi e a livelli differenti di bisogni non soddisfatti (Wenger, 1991), sono necessari strumenti di analisi, quali la Social Network Analysis, che possano fornire informazioni sulla struttura reticolare in cui i soggetti si trovano inseriti (Tronca, 2013). Il presente contributo si interroga su come le configurazioni relazionali del caregiving in Italia, dove il ruolo di caregiver informale riguarda circa 8 milioni di persone di almeno 15 anni che forniscono assistenza come minimo una volta a settimana (Istat, 2022), producano conflitti o cooperazione tra famiglie e servizi, e su come l’analisi di rete possa orientare interventi capaci di trasformare tali tensioni. A tal fine, utilizza i dati empirici raccolti nell’ambito del progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale PRIN 2022 “Social capital as resource of care practice in Italy: Caregiving and social support in pandemic time”. L’analisi reticolare, non limitandosi a essere oggetto di osservazione, diventa dispositivo di esplicitazione e condivisione degli obiettivi assistenziali fra i diversi attori coinvolti (Campana, 2004), rendendo più resilienti le reti familiari e più sostenibili le pratiche di cura. In tale processo, l’assistente sociale può assumere una funzione di regia, valorizzando la capacità generativa della rete stessa (Sanicola, 2009).
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