VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 6 - Panel 07: Significati in mutazione del lavoro
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Il lavoro gentrificato: conflitti e immaginari del lavoro nel post-pandemia Università degli Studi di Milano, Italia La questione del significato del lavoro è diventata centrale nello sviluppo società occidentali del XXI secolo (Laaser e Karlsson, 2022) ed è al centro di un’intensa produzione di narrazioni e conflitti attorno agli immaginari culturali del lavoro. In questo contesto, la nozione marxiana di alienazione ha riacquisito centralità, in primis a seguito della teoria dei ‘bullshit jobs’ proposta da David Graeber (2018). L’idea che alcuni lavori della conoscenza, tipicamente svolti da lavoratori di classe media e connotati da stabilità economica, siano diventati ‘senza senso’, ha ricevuto numerose critiche, soprattutto rispetto alla sua validità empirica (Soffia et al., 2021). Tuttavia, la popolarità del lavoro di Graeber segnala una tensione diffusa tra significato del lavoro e condizioni materiali dello stesso, che risuona con l’esperienza soggettiva di molti lavoratori (Walo, 2023). Questa tensione si è poi manifestata più chiaramente nei fenomeni di ‘disconnessione dal lavoro’ emersi dopo la pandemia da Covid-19, come la Great Resignation (Coin, 2023) o il #quietquitting (Scheyett, 2023), che hanno riacceso il conflitto attorno al valore e alla legittimità del lavoro contemporaneo. Sebbene la valenza empirica di questi fenomeni resti tuttora oggetto di dibattito, diverse ricerche mostrano come molti knowledge workers abbiano approfittato della pandemia per ripensare il proprio rapporto con il lavoro (Autor*, 2023), talvolta arrivando ad abbandonare il proprio lavoro corporate a favore di attività ‘neo-artigianale’ alla ricerca di maggiore senso e autenticità (Gerosa, 2024). Il presente contributo si basa su una ricerca qualitativa multi-metodologica volta a indagare l’emergere delle nuove forme di lavoro ‘neo-artigianale’ nell’Unione Europea, fondata su 77 interviste semi-strutturate, l’analisi etnografica di 346 profili digitali di imprese artigianali e attività etnografica sul campo in diversi settori e Paesi. A partire da questa base empirica, il paper propone l’idea secondo cui i conflitti post-pandemici sugli immaginari del lavoro siano espressione di una trasformazione del concetto di ‘emotional labour’ (Hochschild, 1983), che da categoria legata alle interazioni di servizio assume oggi una dimensione 'esistenziale'. La ricerca mostra che i percorsi che portano molti lavoratori della conoscenza a intraprendere attività di lavoro neo-artigianale - non sempre ugualmente remunerativa ma comunque ritenuta maggiormente connotata di significato rispetto al lavoro d'ufficio - sono infatti tipicamente caratterizzati da una risposta reattiva all’alienazione percepita dagli stessi rispetto alla richiesta generalizzata di sostenere impegno, identificazione e credenza nel proprio lavoro in condizioni che rendono tale convinzione sempre più difficile da sostenere. È in questo scarto tra immaginario e esperienza vissuta, dove la necessità di svolgere lavoro emotivo diviene condizione esistenziale del suo stesso svolgimento, che il lavoro neo-artigianale emerge come tentativo di ricomporre la frattura tra un investimento emotivo continuativo nel lavoro e la crescente fragilità delle basi materiali e simboliche che lo giustificano. A seguito di questa riflessione, il contributo introduce quindi la nozione di 'lavoro gentrificato' per descrivere i meccanismi che portano alcune occupazioni manuali e materiali, storicamente associate alla working-class, a diventare attrattive per soggetti di classe media in uscita dal lavoro corporate. Attraverso un processo che combina risignificazione e piattaformizzazione del lavoro manuale, il contributo mostra come questo venga così estetizzato e riorganizzato secondo nuove logiche di visibilità e valorizzazione che alterano le condizioni di accesso e le pratiche di tali occupazioni, producendo nuove dinamiche di esclusione. Il concetto di lavoro gentrificato consente quindi di leggere queste forme di 'disconnessione dal lavoro' come parte di un processo più ampio di rinegoziazione del significato culturale del lavoro nelle società occidentali, che triangola il peggioramento delle condizioni materiali del lavoro della conoscenza con le concezioni culturali di classe, e mostra il disallineamento tra forme di lavoro tradizionale e l'emergere di nuove forme di lavoro considerate autentiche o ‘cool’. Tra emancipazione e normalizzazione: l’imprenditorialità inclusiva come dispositivo culturale nelle politiche italiane Unibo, Italia Negli ultimi anni, nel contesto delle politiche europee per l’inclusione economica, l’imprenditorialità è stata progressivamente costruita come risposta privilegiata alle fratture sociali prodotte dalle trasformazioni economiche contemporanee. Nei documenti programmatici e nei dispositivi comunicativi istituzionali, essa viene narrata come strumento di integrazione e di emancipazione per gruppi storicamente marginalizzati – donne, giovani, migranti e over 50 – contribuendo a ridefinire simbolicamente le modalità di accesso alla cittadinanza economica. Il report The Missing Entrepreneurs dell’OCSE (2023) sostiene che una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità potrebbe generare circa 7,5 milioni di imprenditori in più nell’Unione europea, rafforzando la rappresentazione dell’imprenditorialità come leva universale di mobilità sociale e autorealizzazione. Questa narrazione si inserisce in un più ampio processo culturale che promuove intraprendenza, autonomia e autosufficienza come valori normativi e come tratti costitutivi di una soggettività “attiva”, potenzialmente accessibile a chiunque. Come evidenziato dalla letteratura critica, l’imprenditorialità non costituisce un discorso neutrale: essa può operare come dispositivo culturale ed egemonico che, mentre promette inclusione, tende a individualizzare problemi strutturali e a normalizzare modelli dominanti di soggettività imprenditoriale. La figura implicita dell’imprenditore – spesso maschile, bianca, orientata al rischio e alla razionalità economica – continua a orientare le soglie di legittimazione e riconoscimento. Quando l’imprenditorialità viene proposta come soluzione ai “crash” sociali ed economici, si attivano dinamiche di riconoscimento e redistribuzione che dipendono dal modo in cui le istituzioni definiscono i destinatari delle politiche, costruiscono categorie di bisogno e modellano specifici immaginari dell’inclusione. Le policy pubbliche non intervengono soltanto sulla dimensione materiale, ma agiscono come pratiche discorsive che producono rappresentazioni, aspettative e cornici interpretative capaci di orientare i processi di identificazione dei soggetti. A partire da queste premesse, il paper analizza la categoria di “imprenditorialità inclusiva” come campo di tensione narrativa e conflitto simbolico, interrogando il ruolo delle Pubbliche Amministrazioni italiane nella promozione dei fondi e misure per l’avvio d’impresa rivolti a soggetti a rischio di esclusione sociale. La domanda di ricerca è duplice: quale ruolo svolgono le istituzioni nella costruzione comunicativa dell’imprenditore “inclusivo”? In che modo le strategie discorsive adottate contribuiscono a definire i confini dell’accesso, le soglie di riconoscimento e le forme legittime di agency? L’analisi adotta un approccio qualitativo critico-discorsivo e si fonda su una triangolazione metodologica. Il corpus empirico comprende quattro iniziative attivate negli ultimi cinque anni e promosse da Regione Marche, Regione Toscana, Unioncamere e Invitalia, rivolte in particolare a giovani, migranti e donne, spesso definiti come unconventional entrepreneurs. La ricerca si articola su tre livelli. In primo luogo, vengono analizzati i bandi pubblici come testi normativi e narrativi, con attenzione alla costruzione delle categorie di beneficiari, ai criteri di eleggibilità e agli indicatori di successo. In secondo luogo, si esaminano i materiali comunicativi – siti istituzionali, campagne digitali, materiali promozionali – per ricostruire le narrazioni, i frame e le metafore attraverso cui l’imprenditorialità inclusiva viene resa visibile e desiderabile. In terzo luogo, tre focus group con promotori istituzionali consentono di esplorare le logiche interpretative e le tensioni emergenti tra intenzionalità inclusiva e vincoli strutturali di implementazione. Il contributo propone una lettura dell’imprenditorialità inclusiva come dispositivo culturale che, nel tentativo di ricomporre conflitti sociali e disuguaglianze, contribuisce a ridefinire simbolicamente le forme dell’inclusione e le aspettative di soggettivazione economica. Emergono così le tensioni tra retorica emancipativa e processi di normalizzazione, mostrando come le narrazioni istituzionali possano simultaneamente ampliare le possibilità di agency e riorganizzare le disuguaglianze in chiave individualizzante. In linea con il tema del convegno, il paper invita a interrogare le politiche per l’imprenditorialità inclusiva come pratiche comunicative attraverso cui si negoziano, si rappresentano e si ridefiniscono i confini dell’umano nel capitalismo contemporaneo. 'Scarso'. Disuguaglianze e stigma nella comunicazione pro-circolare IULM, Italia Negli ultimi anni, l’economia circolare si è progressivamente affermata come paradigma centrale nelle politiche e nelle strategie dedicate alla sostenibilità, configurandosi non solo come modello economico alternativo, ma come dispositivo discorsivo e normativo attraverso cui si producono gerarchie di valore, si organizzano regimi di visibilità e si definiscono le condizioni di accesso alla transizione sostenibile. Lungi dall’essere un processo neutro, la circolarità opera come cornice simbolica entro la quale si costruiscono priorità istituzionali, criteri di legittimità e confini di partecipazione (Purushothaman et al., 2025). Tuttavia, sebbene la letteratura abbia ampiamente esplorato le dimensioni economiche e tecnologiche del fenomeno, la dimensione simbolica e sociale della transizione – intesa come spazio di conflitto legato alla crisi delle risorse e segnato dalle disuguaglianze – è rimasta relativamente marginale (Shevchenko et al., 2023). Ancora più limitata è l’attenzione rivolta al ruolo della comunicazione strategica nella costruzione pubblica della circolarità, soprattutto in considerazione delle asimmetrie strutturali che attraversano le filiere globali, la collocazione periferica delle infrastrutture di recupero e il ricorso a lavoro informale o vulnerabile (Therborn, 2013; Carmo, 2021; Piketty, 2020; Pansera et al., 2024; Deutz, 2025). Muovendo da tale lacuna, il contributo indaga le strategie comunicative pro-circolari come pratiche discorsive attraverso cui la circolarità è simbolicamente ordinata. Lo studio si interroga, dunque, su come tali narrazioni contribuiscano alla strutturazione di regimi di visibilità e gerarchie di valore e in che modo esse partecipino alla produzione e alla stabilizzazione di forme di stigmatizzazione e disuguaglianza simbolica. Coerentemente con tale impostazione, lo studio adotta un disegno qualitativo per osservare i processi di costruzione discorsiva e strategica della circolarità. L’analisi si concentra sulle strategie narrative dedicate al fenomeno, attraverso una metodologia che integra un’analisi qualitativa dei contenuti e delle strategie comunicative, finalizzata all’individuazione di frame interpretativi, attribuzioni di agency e configurazioni di visibilità, con approfondimenti volti a ricostruire le razionalità sociali e le logiche di classificazione sottese alle scelte discorsive. I risultati preliminari evidenziano una ricorrente associazione tra pratiche circolari e marginalità sociale. Le strategie narrative indagate collegano l’attività circolare a soggetti vulnerabili, comunità periferiche o territori del Sud globale, presentandoli come esempi virtuosi di inclusione. Tuttavia, tale configurazione narrativa produce effetti ambivalenti. Alla luce della teoria dello stigma (Goffman, 1986) e degli studi sulla disuguaglianza simbolica, infatti, si evidenzia come l’accostamento tra “scarto” materiale e soggetti marginalizzati generi una sovrapposizione semantica che colloca questi ultimi prevalentemente nella sfera del recupero e della rigenerazione. L’inclusione viene così narrata come riscatto, ma al contempo può operare come dispositivo di classificazione che riconosce e insieme stabilizza differenze gerarchiche. Parallelamente, l’analisi mostra come le narrazioni circolari producano una gerarchia interna di visibilità, in cui innovazione, tecnologia, design e segmenti ad alto valore simbolico occupano il centro della rappresentazione pubblica della transizione, mentre i soggetti vulnerabili restano relegati a posizioni periferiche o vengono rappresentati attraverso registri paternalistici. Considerate congiuntamente, queste dinamiche suggeriscono che le strategie narrative della circolarità operino come spazi di riorganizzazione delle disuguaglianze, entro cui le differenze sociali vengono ridefinite e talvolta rafforzate. Il contributo propone, infine, un framework analitico per interpretare le pratiche comunicative nelle transizioni pro-circolari come dispositivi di classificazione e ordinamento simbolico. Secondo questa prospettiva, le narrazioni della circolarità non si limitano a rappresentare la trasformazione sostenibile, ma partecipano alla strutturazione di regimi di visibilità e gerarchie, contribuendo alla riorganizzazione delle disuguaglianze e aprendo uno spazio di riflessione critica sulle implicazioni sociali della transizione. | ||
