VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 6 - Panel 06: Soggettività queer e femministe nelle culture digitali
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LGBTQIA+ parent-influencers: negotiating agency and authenticity on digital platforms Sapienza Università di Roma, Italia The contribution explores how Italian LGBTQIA+ parent-influencers negotiate with social media and embody an activist role as ambassadors of queer issues. It dialogues with the recent surge of contributions on activist-influencers and influencers’ growing political involvement (see Murru et al. 2024) and builds on contributions from influencer studies and digital parenthood, employing a theoretical lens that takes into account activist-influencers’ negotiations with digital platforms and the underlying social media logics (see Poell & van Dijck 2015; Scharff 2024). When it comes to parent-influencers, literature has scarcely focused on their potential for activism but has underlined the pervasiveness of parental digital sharing practices (i.e. “sharenting,” Brosch 2016; Qian & Hu 2024). Contributions on family influencers have focused specifically on heterosexual couples and mothers (Abidin 2017; Beuckels & de Wolf 2025), highlighting the social construction of parenthood through the mediatization and digitalization of everyday family life (Krüger-Kirn & Wolf 2018), often as a way of searching for communities, validation, and identity (Petersen 2023). Despite these contributions, little has been said on the intertwining between digital parenthood and LGBTQIA+ subjectivities, with the few existing contributions focusing on normalization and social acceptance of general users (Liliequist 2023), without taking into account public profiles such as LGBTQIA+ parent-influencers. This research contributes to filling this gap. Through a qualitative methodology, comprising digital ethnography, qualitative content analysis, and semi-structured interviews to LGBTQIA+ parent-influencers, it provides strives to identify and investigate negotiations, idioms of practice and media ideologies, activism strategies, and communication styles of Italian LGBTQIA+ parent-influencers. It addresses how these subjectivities contend with social expectations and integration and negotiate with affordances and the underlying social media logics. In doing so, it will provide valuable insights to improve scholars’ understanding of activist-influencers and of the understudied presence of LGBTQIA+ parent-influencers. The research is especially significant in Italy, where LGBTQIA+ rights fall below Western European standards (ILGA 2024) and media’s ambivalence in updating conservative notions of family and kinship contributes to fostering narratives that sustain exclusion (Benozzo 2013; Franchi 2015). In this context, LGBTQIA+ parents might turn to digital platforms not only to share their daily lives as standard influencers, but also to reclaim their own narratives and offer alternative models of gender, sexuality, and family. As activist-influencers, these subjectivities content with the neoliberal visual economy (Mahoney 2022) that characterizes platforms like Instagram and TikTok, which favor self-presentations and communications oriented toward individuality, requiring users (including activists) to self-brand and monitor engagement to obtain visibility, thus performatively producing neoliberal subjects (Scharff 2024).This might contrast with activists’ ethics and goals, as mainstream platforms’ political economy is often at odds with LGBTQIA+ and feminist social movements’ values. The project aims to explore these tensions by shifting its attention to the influencers’ agency and negotiations with digital platforms. This is consistent with the strand of studies in digital activism that focuses on individualized forms of activism (Bennett & Segerberg 2013; Dean 2023). Preliminary results highlight how LGBTQIA+ parent-influencers contend with social expectations and integration. They appear torn between a desire to portray their lifestyle as desirable— by adhering to normative portrayals of family— and to mitigate identity-based stigma and bias— by providing education and granting Italians access to alternative models of gender and sexuality. It is also interesting to note that audiences seem to perceive even everyday social media usage by LGBTQIA+ parent-influencers as advocacy work. This suggests interesting implications for these subjectivities, who might feel especially compelled to advocate for civil rights and portray themselves as activists. Identità Algoritmiche: Consumo Digitale e Bisessualità Maschile in Italia Sapienza Università di Roma, Italia Questo studio esplora l'intersezione tra consumo di media digitali e identità bisessuale tra uomini bisessuali italiani. Esso, infatti, affronta la seguente domanda di ricerca: Come gli uomini bisessuali italiani vivono e interpretano il consumo di contenuti a tema bisessuale in relazione alla propria identità? Fondandosi sulla riflessione dell’identità e dell'identità sociale (Ramos, 2023; Gowland & Thompson, 2013; Thompson, 2001; Mead, 1934) e sul concetto di mutual shaping (Ben Allouch et al., 2020; Wajcman, 2007; Barkardjieva, 2005; van Zoonen, 2002), la ricerca si propone di esaminare se algoritmi e rappresentazione digitale contribuiscano a modellare un senso di appartenenza più articolato oppure una condizione di distanza identitaria tra gli uomini bisessuali in Italia. Adottando una metodologia qualitativa, questo work in progress presenta i risultati preliminari di un'analisi tematica condotta su interviste semi-strutturate con 10 uomini bisessuali italiani (raccolta dati in corso, obiettivo 20 partecipanti). Anziché stati discreti di appartenenza o solitudine, i risultati rivelano pattern complessi, sfumati e frammentati di identificazione, mediati da logiche algoritmiche e da forme variegate di rappresentazione digitale. I risultati evidenziano un'architettura gerarchica dell'identificazione, in cui la visibilità funziona come condizione fondante ma non deterministica per l'appartenenza identificatoria. Anche la rappresentazione stereotipata riveste significato, indicando che la visibilità costituisce una precondizione necessaria all'identificazione. Tuttavia, un senso di appartenenza autentico emerge principalmente attraverso i contenuti condivisi dalle associazioni italiane bi+, e solo tra coloro che già conoscono tali organizzazioni. I partecipanti ignari di queste associazioni non sperimentano né appartenenza né distanza identitaria, neppure di fronte a contenuti LGBTIQ+ più ampi. L'identificazione attraverso rappresentazioni stereotipate (meme, reels umoristici) si manifesta raramente e in modo superficiale. In modo particolarmente rilevante, l'identificazione si manifesta prevalentemente attraverso ciò che possiamo definire “contenuti maschili sessualmente oggettivati”, un pattern che esemplifica il concetto di algorithmized self proposto da Bhandari e Bimo (2022). Questa prospettiva illumina il modo in cui le logiche delle piattaforme, in particolare gli algoritmi che privilegiano il coinvolgimento attraverso la stimolazione visiva, influenzano attivamente la percezione sessualizzata di sé, rendendo determinate rappresentazioni della bisessualità maschile più visibili e accettabili attraverso la mascolinità incarnata (Connell, 2005). In questo processo emerge una dinamica che potremmo definire di mercificazione del “hypermasculinized” queer male body (Nascimento & Lima, 2022; Sharma & Samanta, 2020): le piattaforme non si limitano a rispecchiare immaginari preesistenti, ma li selezionano e amplificano secondo logiche commerciali di engagement, trasformando la maschilità queer (Cao, 2023) in un prodotto culturale ottimizzato per la visibilità e il consumo. Di conseguenza, i processi di identificazione dei partecipanti sembrano non essere semplicemente facilitati, ma strutturalmente condizionati dalle affordance delle piattaforme, che attraverso le proprie logiche algoritmiche mettono in primo piano i contenuti di uomini sessualizzati come principale vettore di riconoscimento bisessuale. In controtendenza rispetto ai pattern prevalenti, un partecipante ha riferito di provare un senso di identificazione quando la bisessualità viene inserita in un discorso sui diritti civili e umani, rivelando una logica identificatoria alternativa in cui la rappresentazione politicizzata offre percorsi di auto-riconoscimento più risonanti rispetto ai contenuti sessualizzati privilegiati dagli algoritmi. È interessante notare come molti partecipanti percepiscano gli spazi offline come più favorevoli ad un’apparenza identitaria, attribuendo ciò a un impression management più autentico (Goffman, 1959). Tuttavia, questa percezione potrebbe essere essa stessa modellata dai vincoli sociali propri degli ambienti digitali, che favoriscono concezioni di sé influenzate da distorsioni e aspettative di gruppo (Bissaca et al., 2020). Al contempo, gli spazi offline per i partecipati sembrerebbero anche presentare affordance peculiari e indipendenti, tra cui la frequentazione di spazi queer fisici, che operano come distinti vettori di identificazione e appartenenza. Un meme alla volta: femminismi, ironia e pratiche digitali Università degli Studi di Bergamo, Italia Questo articolo si concentra sulle pratiche digitali femministe che utilizzano la grammatica discorsiva dell'ironia per risignificare gli insulti che si muovono sulla base di genere e l'incitamento all'odio. Questo sguardo specifico offre un prisma analitico attraverso il quale esplorare le dinamiche contemporanee del rapporto tra genere e media, nonché i limiti e le possibilità della cultura memetica digitale, intesa come terreno conflittuale di trasformazione sociale (e.g. Mazzoleni & Bracciale, 2019; Mortensen & Neumayer, 2021). La ricerca si colloca nel quadro dell’analisi femminista del potenziale trasformativo dell’ironia e dei meme (Rentschler & Thrift, 2015), considerando al contempo le analisi che ne mettono in luce l’ambivalenza, nella misura in cui l’ironia memetica può attenuare la radicalità della critica, incoraggiare un distacco giocoso e, più in generale, essere compiacente con le logiche algoritmiche (e.g. Grimwood, 2021; Baumbach, 2024; Lowenstein-Barkai et al., 2025). In questo quadro, Il paper analizza i discorsi e le pratiche memetiche che utilizzano grammatiche ironiche queer e femministe per hackerare i sistemi di significato e le dimensioni affettive sostenute dalle piattaforme digitali, alla luce della seguente domanda di ricerca: come i meme femministi navigano un contesto ambivalente caratterizzato dall’emersione di pratiche digitali femministe che sfidano i confini del dicibile in un ambiente marcato da logiche di datificazione neoliberiste da un lato, e da un sempre maggiore controllo sui corpi e le voci delle soggettività femminilizzate dall’altro? La ricerca muove da un'etnografia digitale esplorativa condotta su Instagram e TikTok. Sono analizzati i primi 50 meme su Instagram e i primi 20 su TikTok raccolti tra il 5 e il 15 marzo 2026 da due account creati ad hoc (senza allenare l’algoritmo). Questo arco temporale è stato scelto perché legato a una data chiave per le esperienze e le forme di protesta femministe, ovvero l'8 marzo, che in alcuni paesi, tra cui l’Italia, è caratterizzato dall’essere una giornata di lotta e di sciopero. In particolare, viene esplorata la cultura dei meme attraverso la raccolta e l’analisi di post associati ad hashtag quali #feministmeme, #queermeme e #transfeministmeme, con l’obiettivo di svelare la relazione tra ironia memetica femminista, potere e possibilità di resistenza e sovversione. Il paper analizza i modi in cui questi post sfidano attivamente le culture sessiste, transfobiche e misogine mediate dai media digitali ed esplora il rapporto tra azione individuale e collettiva, ridefinendo, così, le narrazioni che dominano l'atmosfera affettiva dei social media. In tal modo, l'articolo vuole contribuire alla discussione in corso sulle logiche delle piattaforme algoritmiche in una società datificata e le possibilità per le soggettività genderizzate di aprire spazi di agency. Frammentare, intensificare, risuonare: forme di (dis)embodiment queer nel sexting Università degli Studi di Padova, Italia Le pratiche di intimità digitale costituiscono spazi privilegiati di produzione narrativa del sé, in cui il corpo viene selezionato, inquadrato, frammentato e risignificato. Il sexting queer emerge come terreno di tensioni simboliche in cui la corporeità non è semplicemente rappresentata, ma attivamente (ri)costruita attraverso processi di (dis)embodiment. Questo contributo analizza le configurazioni corporee che prendono forma nel sexting tra soggettività che si autoidentificano come queer, interrogandole come dispositivi narrativi capaci di mettere in scena e rielaborare conflitti legati a riconoscimento, desiderabilità, autenticità e normatività. Questo contributo vuole mostrare in che modo il sexting queer produce configurazioni corporee digitali che mettono in scena tensioni tra normatività e dissidenza, tra vulnerabilità e agency. Il sexting è qui inteso non solo come scambio di contenuti sessualmente espliciti (Van Ouytsel et al., 2018), ma come pratica mediale produttiva (Hasinoff, 2013) in cui il corpo digitale diventa campo di negoziazione identitaria e affettiva. Il quadro teorico intreccia la concettualizzazione del queer come “everyday queer world-making”, ovvero pratica situata di world-making (Duong, 2012), intesa come atto politico e creativo di visioni normative alternative, con l’idea di differenza come risorsa strategica nelle interazioni quotidiane (Colombo, 2006). La nozione di “queer use” (Ahmed, 2019) consente di leggere il sexting come riorientamento di dispositivi digitali pensati entro logiche normative, mentre digital intimacies studies (Attwood et al., 2017; Paasonen, 2018) permettono di comprendere il corpo mediatizzato come infrastruttura affettiva e relazionale. In questa prospettiva, il (dis)embodiment non è perdita del corpo, ma sua riconfigurazione attraverso processi di selezione, temporizzazione e intensificazione sensoriale. La ricerca adotta un paradigma trasformativo (Mertens, 2017) e una postura di “Research Brave Space”, combinando focus group esplorativi, workshop di zine-making e interviste con body mapping. L’analisi integra un approccio multimodale socio-semiotico (Kress, 2010) ai materiali visuali e un’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2022) ai dati discorsivi. I risultati evidenziano almeno tre configurazioni ricorrenti di (dis)embodiment. Una prima forma riguarda la frammentazione selettiva del corpo: nei materiali prodotti (zine e body mapping) il corpo appare spesso parziale, ritagliato, concentrato su dettagli (pelle, mani, zone erogene) o su elementi cromatici e simbolici che sospendono la leggibilità normativa del genere. Questa frammentazione non segnala assenza, ma intensificazione: sottraendo il corpo allo sguardo totalizzante, i/le partecipanti ridefiniscono desiderabilità e controllo, negoziando conflitti legati a visibilità e autenticità. Una seconda configurazione concerne la temporizzazione dell’intimità. Le narrazioni emerse mostrano come il sexting sia vissuto come processo fatto di attesa, anticipazione, sospensione e risonanza differita. L’asincronia digitale permette di modulare esposizione e vulnerabilità: il corpo si estende nel tempo, diventando evento più che oggetto. In questo spazio temporale si articolano conflitti tra spontaneità e performatività, tra “essere sé” e aderire a script visuali dominanti. Una terza forma riguarda la risonanza carnale mediatizzata (Paasonen, 2011). Il sexting emerge come esperienza corporea piena, attraversata da eccitazione, ansia, giocosità e timore. Il corpo digitale non è percepito come disincarnato, ma come superficie sensibile che attiva sensazioni fisiche. Questa dimensione è come un intreccio tra piacere e rischio, in cui il conflitto non è solo minaccia ma anche generatore di intensità e consapevolezza. Attraverso queste configurazioni, il sexting si rivela uno spazio ambivalente: riproduce talvolta gerarchie di valore (legate a genere, estetica, leggibilità), ma al contempo permette micro-politiche corporee di riappropriazione. Le pratiche di selezione, inquadratura, riorientamento e gioco producono narrazioni alternative dell’intimità, in cui il corpo non è dato una volta per tutte, ma continuamente rinegoziato. Il contributo mostra come le narrazioni multimodali del (dis)embodiment queer nel sexting costituiscano luoghi di conflitto simbolico e di elaborazione, in cui la corporeità digitale diventa spazio epistemologico per ridefinire le grammatiche contemporanee del riconoscimento e dell’intimità. | ||
