VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 6 - Panel 03: Disuguaglianze tra piattaforme, media e istituzioni
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«Perché gli albanesi hanno la testa quadrata?». Il ruolo delle interazioni utente–algoritmo su Google nella stigmatizzazione delle comunità immigrate in Italia 1Universitas Mercatorum, Italia; 2Sapienza Università di Roma, Italia Inquadramento teorico Nelle società ad alta mediazione digitale, le piattaforme non si limitano a “riflettere” la realtà sociale: attraverso infrastrutture algoritmiche, definiscono criteri di rilevanza e visibilità che incidono su come temi e gruppi sociali vengono resi conoscibili e discutibili (Gillespie, 2014; Beer, 2016). In questo quadro, la ricerca online diventa un luogo ordinario—ma socialmente rilevante—di produzione di narrazioni e confini simbolici tra gruppi (Graham, 2023). Assumendo la prospettiva del mutual shaping tra tecnologia e società (MacKenzie & Wajcman, 1985; Boczkowski, 2004), il paper interpreta le pratiche di ricerca online come una zona di co-produzione in cui bias sociali e risposte algoritmiche si influenzano reciprocamente; in particolare, dialoga con studi sull’interazione tra bias umani e risultati algoritmici in sessioni di ricerca su temi controversi (Wang & Liu, 2024). L’argomento si inserisce nella call “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”, mostrando come micro-interazioni informazionali (le ricerche degli utenti su Google intorno agli stranieri in Italia) possano alimentare forme diffuse di conflittualità culturale: non necessariamente conflitto aperto, ma tensione discorsiva e morale che struttura l’immaginario pubblico e le condizioni di riconoscimento. Domande di ricerca RQ1. Quali ricerche avviate dagli utenti su Google riguardo alle principali comunità immigrate in Italia mostrano tratti stereotipici e stigmatizzanti? RQ2. Quale ruolo svolgono gli utenti nel processo socio-tecnico attraverso cui un motore di ricerca come Google può produrre output stigmatizzanti? RQ3. Su quali aspetti specifici della presenza e della vita dei migranti in Italia si concentra l’attenzione degli utenti attraverso le loro ricerche? Metodologia Lo studio utilizza Answer Socrates, che approssima pattern ricorrenti di quesiti di ricerca effettuati dagli utenti su Google combinando segnali da Google Autocomplete, People Also Ask e Google Trends. Sono stati raccolti 290 quesiti complessivi associati ai due etnonimi numericamente più rilevanti in Italia, “rumeni” e “albanesi” (ISTAT, 2025). I quesiti con frame stereotipanti o stigmatizzanti sono stati selezionati e analizzati tramite content analysis qualitativa (Mayring, 2021), accompagnata da una quantificazione delle occorrenze per categoria. L’analisi identifica cinque categorie interpretative: stereotipo, stigma, discriminazione, disordine informativo, curiosità. Risultati preliminari Circa il 10% dei quesiti (N=29 su 290) contiene elementi di stereotipizzazione, stigmatizzazione o discriminazione. I casi ricadono soprattutto nelle categorie stereotipo (13/29) e stigma (7/29), seguite da curiosità (6/29) e, più marginalmente, disordine informativo (2/29) e discriminazione (1/29). Sul piano dei contenuti, gli stereotipi riguardano principalmente l’attribuzione generalizzata di tratti fisici (5/13) e tratti di personalità (7/13), mentre lo stigma si concentra su cornici di devianza e illegalità (7/7). I quesiti suggeriscono inoltre che i bisogni informativi non sono neutri: spesso incorporano presupposti valutativi e si orientano verso la verifica o la conferma di rappresentazioni pre-esistenti. Poiché l’interazione con il motore di ricerca restituisce risultati organizzati per rilevanza e popolarità, tali presupposti tendono a trovare risposte confermative: al quesito “Perché gli albanesi hanno la testa quadrata”, ad esempio, Google propone risultati umoristici o parodici che normalizzano l’associazione, più che problematizzarla. La ricerca diventa così un’arena discorsiva in cui curiosità cognitiva e pregiudizio sociale si intrecciano e rinforzano mutualmente in un feedback loop tra utenti e algoritmi. Discussione preliminare Sul piano socio-tecnico emerge un corto circuito cognitivo: i bias sociali informano le formulazioni dei quesiti degli utenti e le logiche di ranking/visibilità dei motori di ricerca tendono a restituire contenuti che spesso non correggono, ma normalizzano tali associazioni, rafforzandone la salienza pubblica. A livello sociale, Google opera così come mediatore simbolico tra popolazione nativa e gruppi migranti, soprattutto quando l’interazione diretta è scarsa: le rappresentazioni dell’“altro” si sedimentano in pratiche informazionali ordinarie, contribuendo a irrigidire confini “noi/loro” e a sostenere forme diffuse di conflitto culturale, con effetti su appartenenze, convivenza e riconoscimento. Digital Social Work in Europe: competenze digitali, differenze generazionali e pratiche professionali nei servizi per le povertà estreme Lumsa Università, Roma, Italia Attualmente, le grandi città sono interessate da fenomeni di povertà estrema, tra cui persone senza dimora (Bruni et al., 2024; FEANTSA, 2025). In proposito, un ruolo cruciale è ricoperto dai servizi sociali, pubblici e non, che nel corso degli anni sono coinvolti in un processo di digitalizzazione, che ha condotto all’integrazione di algoritmi e intelligenza artificiale nel lavoro sociale (Pazer, 2025), con risultati spesso eterogeni tra paesi europei (Brockhaus et al., 2022). In conseguenza del welfare digitalizzato, assumono particolare rilevanza le competenze digitali degli operatori (López Peláez et al., 2020), al fine di garantire l’adeguata comprensione e implementazione delle pratiche digitali ed evitare l’ulteriore marginalizzazione degli homeless. Tali pratiche, tuttavia, sono situate socialmente per cui sono influenzate anche dai contesti organizzativi, normativi e valoriali in cui s’inseriscono, nonché dalle condizioni di supporto istituzionali (Rogers, 2003). Studiare le pratiche digitali – e come esse vengano influenzate sia da fattori individuali, che contestuali e organizzativi – dei professionisti dell’aiuto sarà dirimente poiché, non di rado, i canali digitali sono gli unici che permettono di agganciare persone senza dimora a causa delle condizioni abitative instabili (Rice et al., 2011). Alcune ricerche, infatti, hanno rilevato l’accesso alle piattaforme digitali attraverso dispositivi mobili da parte di giovani e adulti homeless (McInnes et al., 2014), pur rimanendo socialmente esclusi (Buré, 2005). L’uso di piattaforme digitali e algoritmi è fondamentale per intercettare e monitorate le persone senza dimora e affrontare la complessità di questa vulnerabilità sociale altamente dinamica e multidimensionale (Bruni et al., 2024), migliorando la qualità e l’efficacia dei servizi a esse destinati. Pertanto, gli interrogativi generali che orientano la ricerca pluriennale sono: (RQ1) qual è la relazione tra competenze digitali e i quadri istituzionali in cui i servizi per homeless sono inseriti tra le diverse capitali europee? (RQ2) In che misura le competenze digitali influenzano le pratiche (atteggiamenti e comportamenti) degli assistenti sociali nell’uso delle recenti tecnologie digitali in questo specifico ambito di policy, considerando l’impatto dei fattori istituzionali e organizzativi? (RQ3) Esistono differenze generazionali tra gli operatori negli atteggiamenti e comportamenti verso le applicazioni digitali? Nel presente contributo gli autori danno conto delle fasi iniziali ed esplorative necessarie a rispondere ai suddetti interrogativi. Obiettivo di questo paper è quindi comprendere le caratteristiche e la numerosità dei servizi sociali per gli homeless, realizzando una “mappatura europea”, che consenta di ricostruire la rete di queste realtà nelle 27 capitali comunitarie. Ricostruito il quadro inedito dei servizi europei dedicati, viene somministrata una scheda di analisi del contesto rivolta ai responsabili dei servizi per poter rilevare le variabili istituzionali (normative, livelli di spesa sociale, dotazione di infrastrutture digitali) e organizzative (modelli gestionali, personale e piattaforme impiegate). I risultati di questa fase preliminare saranno utili per impostare il lavoro di ricerca pluriennale che si avvarrà dell’Approccio Multilivello e Integrato alla Survey, poiché le informazioni contestuali rilevate saranno integrate a una web-survey rivolta agli operatori impiegati nei servizi interessati, che consentirà di rilevare, invece, le proprietà individuali (competenze digitali, anzianità di servizio, gli atteggiamenti, frequenza e modalità d’uso di piattaforme e algoritmi), che contribuiscono a spiegare le pratiche digitali degli assistenti sociali. Tuttavia, queste attività vanno oltre gli obiettivi del presente lavoro. Gender Equality Plans nelle università italiane: tra compliance, metriche e trasformazione Luiss, Italia Negli ultimi anni la diffusione dei Gender Equality Plans (GEP) nelle università europee si è consolidata come pratica di policy e come requisito di accesso/legittimazione in diversi programmi e contesti istituzionali. Questa dinamica si intreccia con un quadro politico-culturale attraversato da retoriche “anti-gender”, nazionalismi e tendenze neo-autoritarie, in cui il genere è oggetto di conflitto pubblico e di regolazione. In tale cornice, l’uguaglianza di genere tende spesso a essere tradotta in forme di intervento “governabili” tramite indicatori, procedure, monitoraggi e rendicontazioni: dispositivi che non solo orientano l’azione, ma contribuiscono anche a stabilire quali disuguaglianze diventano visibili e come vengono rese dicibili e trattabili. Questa grammatica è coerente con alcune letture del femminismo neoliberale (enfasi su empowerment individuale, leadership come obiettivo e responsabilizzazione manageriale di soggetti e organizzazioni). Il contributo propone di leggere i GEP non come checklist tecniche, ma come dispositivi di governance che rendono osservabili: (a) le priorità istituzionali; (b) le modalità con cui le disuguaglianze vengono problematizzate; (c) la selezione degli strumenti ritenuti legittimi per intervenire. La domanda di ricerca è: come i GEP definiscono problemi e soluzioni dell’uguaglianza e con quali effetti sulla trasformazione organizzativa, rispetto a un orientamento prevalentemente formale/di adempimento? In particolare, si osserva come tali dispositivi possano assorbire, neutralizzare o riarticolare i conflitti organizzativi che attraversano reclutamento, valutazione e distribuzione del potere. L’analisi è comparata e riguarda i GEP di otto atenei italiani selezionati tra quelli con maggiore reputazione pubblica in materia di inclusione. L’approccio è processuale: invece di limitarsi a indicatori di presenza o a misure descrittive, ricostruisce come i piani sono progettati per incidere su reclutamento, carriere e distribuzione del potere decisionale. La comparazione distingue i piani in base a quattro dimensioni: ancoraggio alla governance, attribuzione di responsabilità, qualità e uso del monitoraggio, continuità temporale delle azioni. I risultati mostrano un continuum tra piani orientati all’adempimento formale e piani più integrati nei processi decisionali. In particolare, la centralità dei dati oscilla tra una funzione di rendicontazione (dati come prova di conformità) e una funzione di apprendimento organizzativo (dati come base per rivedere procedure e criteri). Questa oscillazione è utile per comprendere quando l’uguaglianza è governata prevalentemente come audit e quando è trattata come obiettivo di trasformazione, cioè come revisione di routine e criteri che regolano accesso, riconoscimento e autorità. Infine, la leadership femminile è considerata come indicatore non solo quantitativo, ma come punto di osservazione dei meccanismi ordinari di merito, selezione e riconoscimento, e delle modalità con cui tali meccanismi vengono messi in discussione o, al contrario, stabilizzati dal dispositivo del piano. La grammatica dello sguardo: narrazione, conflitti e regimi di visibilità delle minoranze nella televisione locale pugliese 1Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Italia; 2Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Italia Il paper presenta i risultati di una ricerca che analizza la rappresentazione delle minoranze nei talk show e nei programmi di intrattenimento delle principali emittenti televisive locali pugliesi. L’indagine si fonda sulla torsione della metodologia del Global Media Monitoring Project 2025 (GMMP), relativa algenere (M/F), ad altre minoranze, nello scenario regionale, attraverso la codifica di 942 segmenti trasmessi tra gennaio e marzo 2025 sulle sei principali emittenti. La cornice teorica della ricerca assume la nozione di “regimi di visibilità” per indagare come genere, disabilità, giovani, identità culturali, religiose ed etniche diverse siano distribuite nello spazio pubblico locale, con particolare attenzione ai frame narrativi, ai ruoli simbolici attribuiti e ai livelli di agency concessi ai soggetti rappresentati. In linea con una prospettiva costruttivista, le notizie e i talk show vengono interpretati come dispositivi di selezione e gerarchizzazione della realtà (Hall, 1980; Schudson, 2003), capaci di consolidare o ridefinire assetti di potere simbolico. L’adozione e l’adattamento della metodologia del GMMP deriva dalla sua rilevanza epistemologica nel mappare, in modo comparabile nel tempo e nello spazio, la trama delle relazioni di potere che modellano il discorso pubblico (Byerly, 2011). La codifica permette di coglie quanto nello scenario nazionale la rappresentazione delle donne sia caratterizzata da una persistente asimmetria strutturale, alimentata da routine professionali e criteri di notiziabilità che filtrano la realtà in modo sistematicamente discriminatorio in base al genere (Azzalini & Giomi, 2019; Azzalini, 2023). A livello internazionale tali dinamiche sono inscritte in un più ampio quadro di governance comunicativa che produce un deficit strutturale di giustizia mediale e limita l’accesso alla parola pubblica da parte di gruppi marginalizzati (Padovani, 2014, 2020; Padovani & Pavan, 2021). Sul versante della rappresentazione di genere, i dati mostrano che la quota media di storie con protagoniste donne si attesta intorno al 13%, con forti differenze tra emittenti. Se confrontato con il dato globale del GMMP 2025 (26%) e con quello italiano (21% complessivo; 18% nei media legacy), il contesto pugliese presenta una variabilità interna significativa. Riguardo alla rappresentazione della disabilità, l’analisi evidenzia una netta prevalenza di frame vittimizzanti (45–50%) e medicalizzanti (30–35%) e una quasi totale assenza del frame orientato ai diritti. L’agency risulta fortemente compressa: le persone con disabilità non dispongono di voce diretta, mentre parlano per loro familiari, esperti o istituzioni. Anche la rappresentazione dei giovani è affidata alla voce degli adulti e inscritta nella cornice del “disagio”. Questa ambiguità conferma come le generazioni siano costruite mediaticamente come oggetti di preoccupazione o di investimento simbolico, più che come soggetti politici autonomi(Pitti & Tuorto, 2021). Analogamente, le identità culturali ed etniche emergono in modo intermittente, spesso legate a eventi eccezionali o a narrazioni di alterità. Nel complesso, la ricerca mostra come le televisioni locali pugliesi costituiscano terreno di riproduzione di gerarchie simboliche consolidate (Autor* 2019), ma anche laboratorio di possibili innovazioni, soprattutto laddove si registrano pratiche redazionali più attente alla pluralità delle fonti e alla decostruzione degli stereotipi. Il contributo evidenzia come i conflitti contemporanei si inscrivano nei processi di visibilità e invisibilità che attraversano la sfera mediatica locale: la crisi diventa grammatica narrativa ricorrente; il conflitto, metafora organizzatrice; la vulnerabilità, categoria ambivalente che può produrre stigmatizzazione o riconoscimento. In questo scenario, il ruolo dei media locali non è marginale, ma strutturale: contribuiscono a definire chi ha diritto di parola, quali sofferenze diventano pubbliche e quali rimangono periferiche, quali differenze vengono tematizzate come problema e quali come risorsa. Il paper propone dunque una lettura integrata tra teoria dei media, sociologia del conflitto e analisi empirica comparativa, mostrando come la trasformazione dei paradigmi informativi rappresenti una condizione necessaria per attraversare le conflittualità contemporanee in modo democratico, inclusivo e responsabile. | ||
