VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 5 - Panel 10: Educazione e innovazione sociale
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Le Learning Lives come chiave interpretativa delle crisi contemporanee dell’educazione. Riflessioni a partire dalla sociologia di Lynne Chisholm University of Salerno, Italia Nella società contemporanea, la crescente esposizione a condizioni di incertezza e discontinuità ha contribuito a ridefinire profondamente il rapporto tra costruzione delle biografie individuali e processi educativi. Le crisi che attraversano la società incidono sulle condizioni entro cui gli individui interpretano e rielaborano traiettorie biografiche sempre più aperte, discontinue e non lineari. In questo scenario, l’apprendimento tende a configurarsi sempre meno come un processo circoscritto agli spazi formali dell’educazione e sempre più come una dimensione diffusa dell’esperienza sociale, strettamente intrecciata alle condizioni materiali e simboliche entro cui gli individui vivono e agiscono (Merico e Scardigno, 2022). È all’interno di questa cornice che il concetto di learning lives, elaborato da Lynne Chisholm (2024), assume una particolare rilevanza teorica. Secondo la sociologa, la possibilità stessa di vivere una “vita che apprende” dipende da specifiche configurazioni sociali, culturali e territoriali che abilitano o, al contrario, limitano la possibilità di trasformare la propria esperienza in risorsa riflessiva e in possibilità di orientamento. Le riflessioni di Chisholm si collocano all’interno della cornice teorica della seconda modernità, delineata da autori quali Anthony Giddens (1990), Ulrich Beck (1987) e Zygmunt Bauman (1999), che hanno evidenziato come la progressiva erosione delle strutture normative tradizionali abbia determinato un processo di individualizzazione delle traiettorie biografiche. Le loro riflessioni anticipano la centralità che le crisi e l’incertezza avrebbero assunto nella modernità avanzata, evidenziando come la crescente individualizzazione delle traiettorie biografiche si accompagni a una strutturale esposizione al rischio. In questo scenario, gli individui sono sempre più chiamati a costruire attivamente la propria biografia, in assenza di riferimenti stabili e prevedibili, assumendosi il rischio e la responsabilità di interpretare e rielaborare percorsi segnati da frammentazione, discontinuità e incertezza. Tuttavia, tale responsabilizzazione del soggetto si sviluppa all’interno di strutture di opportunità profondamente diseguali, che incidono in modo differenziale sulla possibilità stessa di esercitare agency e di sviluppare forme di riflessività biografica (Archer, 2009). In un’epoca segnata dalla proliferazione delle crisi e dalla crescente instabilità dei quadri istituzionali e simbolici, l’apprendimento assume un ruolo centrale nei processi di costruzione del sé, ma si configura al tempo stesso come risorsa disegualmente distribuita, il cui accesso riflette e riproduce le linee di frattura che attraversano la società contemporanea. È proprio attraverso il concetto di learning lives che emerge la portata critica del contributo teorico di Chisholm. Piuttosto che assumere l’apprendimento come una capacità universalmente disponibile o come una responsabilità individuale, Chisholm mostra come esso costituisca una possibilità che dipende dalle condizioni strutturali entro cui le biografie prendono forma (Chisholm, 2012). Non tutte le vite sono messe nelle condizioni di apprendere, né tutte le esperienze possono essere trasformate in risorse riflessive (Alheit e Dausien, 2002). Rileggere oggi il contributo di Chisholm consente, pertanto, di interrogare criticamente le retoriche dell’apprendimento permanente e le loro implicazioni normative. Tale operazione risulta particolarmente significativa se si considera che la stessa Chisholm ha contribuito, in ambito europeo, all’elaborazione di programmi e politiche orientate al lifelong learning. Proprio questa posizione interna al dibattito consente di cogliere in modo più netto le tensioni tra la promozione dell’apprendimento come competenza individuale e il rischio di una progressiva riduzione dell’educazione a dimensione esclusivamente performativa. La centralità dell’apprendimento, infatti, tende talvolta a oscurare la dimensione relazionale e collettiva dell’educazione, spostando l’attenzione dalla responsabilità sociale delle strutture educative alla responsabilizzazione del singolo soggetto (Autor*, 2022). In questa prospettiva, la possibilità di vivere una “vita che apprende” non costituisce una condizione universalmente accessibile, ma una possibilità socialmente e storicamente collocata, profondamente intrecciata alle condizioni materiali, culturali e istituzionali che strutturano le traiettorie biografiche. Interpretazione delle disuguaglianze educative tra studenti di origine immigrata nel quadro delle narrazioni dell’integrazione Università degli Studi di Milano, Italia La narrazione dell’integrazione permea il sistema educativo italiano. L’educazione interculturale, formalmente adottata da oltre tre decenni, continua a configurare la diversità come una risorsa e la scuola come uno spazio orientato all’integrazione. Tuttavia, l’integrazione opera spesso come discorso e pratica simbolica più che come processo pienamente trasformativo (Santagati & Bertozzi, 2023). Il contributo esamina come tale narrazione influenzi l’interpretazione delle disuguaglianze educative tra studenti di origine immigrata, talvolta contribuendo in modo paradossale al rafforzamento di svantaggi strutturali. L’analisi deriva da un più ampio progetto di ricerca volto a esplorare come le disuguaglianze sociali si traducano in traiettorie educative ed è basata su 71 interviste in profondità condotte con docenti e personale amministrativo, studenti di diversa origine e i loro genitori. L’integrazione risulta visibile sia nel discorso istituzionale sia nelle pratiche quotidiane. Accanto alle soluzioni istituzionalizzate prevalentemente rivolte agli studenti neoarrivati, il supporto offerto dagli insegnanti opera largamente secondo una logica di disponibilità: gli insegnanti si mostrano disposti ad aiutare, ma ci si aspetta che siano gli studenti stessi a chiedere sostegno. Pur caratterizzate da impegno e intenzioni di cura, tali pratiche mostrano limiti riconducibili a una carenza di responsività, nel senso proposto da Tronto (1993), strettamente connessa a disallineamento dell’habitus (Bourdieu & Passeron, 1990) e a una limitata riflessività. Nella percezione degli studenti, tuttavia, la sola presenza di narrazioni e pratiche di integrazione tende a segnalare che l’integrazione sia già stata realizzata. Paradossalmente, ciò può favorire processi di interiorizzazione delle disuguaglianze strutturali, interpretate come carenze individuali. Questa dinamica appare particolarmente evidente tra gli studenti di seconda generazione, molti dei quali si identificano fortemente come italiani o aspirano a essere riconosciuti come tali. L’origine culturale può infatti costituire una fonte di stigmatizzazione (Goffman, 1963), rendendo centrale il riconoscimento come pienamente italiani. Richiamando la nozione di performatività (Butler, 1990) e la teoria del riconoscimento (Honneth, 1995), il contributo sostiene che la performance dell’“italianità” possa scoraggiare il ricorso alle misure di integrazione, le quali implicano una marcatura della differenza. La richiesta di supporto linguistico o educativo può così apparire incoerente con la rivendicazione di piena appartenenza. Tale dinamica risulta ulteriormente rafforzata da una narrazione “color-blind” diffusa tra gli insegnanti, in particolare nei confronti degli studenti nati in Italia, fondata sull’idea che trattare tutti allo stesso modo garantisca equità, ma che rischia di trascurare bisogni differenziati e vincoli strutturali. Il contributo sostiene che le narrazioni e le pratiche istituzionali dell’integrazione, pur fondate su un impegno genuino, possano contribuire alla perpetuazione delle disuguaglianze educative attraverso processi di interiorizzazione dello svantaggio strutturale. La limitata responsività delle misure di integrazione – ossia il momento critico in cui l’intenzione istituzionale si discosta dall’esperienza vissuta – resta in gran parte non problematizzata, circostanza comprensibile data la giovane età dei soggetti coinvolti. Il materiale empirico evidenzia inoltre una difficoltà nel concepire immaginari alternativi di scuola in termini di giustizia sociale. Il contributo conclude sottolineando come il potenziale trasformativo dell’integrazione dipenda da assetti istituzionali capaci di promuovere la riflessività degli insegnanti e di sostenere pratiche effettivamente responsive. What is innovation in education for? Il conflitto tra generale e particolare nel caso dei Progetti Educativi Zonali (PEZ) in Toscana università di Pisa, Italia Le società contemporanee sono attraversate da trasformazioni profonde, spesso generate dalla tensione tra inerzie istituzionali e richieste di cambiamento. In questo quadro, l’innovazione sociale viene frequentemente invocata come condizione e orizzonte del mutamento. Non solo come produzione di “nuovi modi” di perseguire obiettivi, organizzare attività e regolare la vita collettiva, ma come insieme di soluzioni ritenute migliorative e dunque potenzialmente istituzionalizzabili (Zapf, 1989). In una prospettiva più processuale, Howaldt e Schwarz (2010) definiscono l’innovazione sociale come riconfigurazione intenzionale delle pratiche sociali da parte di specifici attori, orientata a rispondere a problemi o bisogni in modo più efficace rispetto alle pratiche consolidate. Tale dinamica può essere inscritta nel “social regime of novelty” (Reckwitz 2017), che richiede a istituzioni e organizzazioni pubbliche la capacità di distinguersi, rinnovare le proprie pratiche e dimostrare adattabilità. Nel campo delle politiche educative, il regime della novità si traduce in una crescente enfasi su progettualità, sperimentazione e singolarizzazione del locale. Le politiche educative non sono più legittimate soltanto dalla loro funzione universalistica di garanzia dei diritti e degli standard formativi, ma anche dalla capacità di produrre innovazione. L’innovazione educativa diviene così non solo risposta a bisogni emergenti, ma criterio di riconoscimento e rilevanza pubblica delle istituzioni e dei dispositivi di governance. In questo quadro, la crescente enfasi sull’innovazione rischia di tradurre l’educazione in mera performance e apprendimento misurabile. L’innovazione, tuttavia, non si esaurisce nell’adozione di nuove pratiche, ma indica una riconfigurazione più ampia delle logiche sociali che articolano individuo e collettività. Essa ridefinisce i dispositivi di legittimazione pubblica e le forme di appartenenza, riorganizzando la tensione tra universalismo normativo e singolarizzazione delle esperienze. L’innovazione educativa nella modernità avanzata si radica nel conflitto strutturale tra logica del generale e logica del singolare, una tensione che Reckwitz (2023) individua nei tre meccanismi fondamentali della società contemporanea: la dialettica tra apertura e chiusura della contingenza sociale, il contrasto tra razionalizzazione formale e culturalizzazione valutativo-affettiva, e il regime temporale della novità e dell’ibridazione. Attraverso queste cornici interpretative, il contributo analizza i Progetti Educativi Zonali (PEZ) della Regione Toscana come dispositivi di governance multilivello che definiscono criteri, metodi e strumenti legittimi di intervento, intrecciando indirizzi regionali standardizzati e coprogettazione territoriale. La tensione tra standardizzazione e adattamento al singolare diventa così evidente nelle pratiche poiché da un lato sono osservabili criteri comuni e obiettivi regionali; dall’altro interventi calibrati sulle specificità locali attraverso reti tra scuole, enti locali e terzo settore. La ricerca, attualmente in corso, combina un’analisi qualitativa dei documenti programmatici e normativi dei PEZ con una mappatura delle pratiche attivate nelle diverse zone toscane, al fine di indagare come l’innovazione venga narrata, istituzionalizzata e resa operativa nei processi di governance territoriale. Le prime evidenze suggeriscono che i PEZ vanno oltre la funzione di mero strumento amministrativo, configurandosi come spazi di rinegoziazione del conflitto tra generale e particolare. L’impulso regionale si ibrida con le interpretazioni locali dei bisogni educativi, producendo configurazioni in cui formalizzazione e pratiche di cura territoriale coesistono. L’innovazione educativa emerge così non come superamento del conflitto, ma come modalità istituzionale di sua organizzazione nel campo delle politiche educative territoriali. I PEZ mostrano come politiche territoriali elaborano cornici dove generale e singolare coabitano tensioni produttive. Narrazione e sostegno nei contesti digitali: una prospettiva conversazionale sul peer support online Università degli Studi Roma Tre, Italia Il presente contributo si colloca nel dibattito contemporaneo sulle nuove forme di narrazione nell’ecosistema digitale e propone l’Analisi della Conversazione (Conversation Analysis, CA) come quadro metodologico per indagare le pratiche narrative che emergono nelle interazioni mediate da piattaforme. In particolare, lo studio esamina conversazioni tra adolescenti all’interno di una web app italiana anonima di peer support, progettata per individuare e prevenire situazioni di disagio giovanile. Rivolta a giovani tra i 14 e i 25 anni, la piattaforma funziona come uno spazio partecipativo in cui l’auto-narrazione prende forma dialogicamente attraverso la scrittura sincrona. Il servizio è gestito da peer supporter formati, supervisionati da professionisti (psicologi, assistenti sociali ed educatori), in un ambiente comunicativo modellato sugli stili espressivi giovanili. Gli adolescenti condividono preoccupazioni personali (relazioni, scuola, famiglia, bullismo, depressione, isolamento sociale, accettazione di sé) così come situazioni più critiche (autolesionismo, ideazione suicidaria, violenza), producendo micro-narrazioni digitali che si sviluppano sequenzialmente nell’interazione. Lo studio mostra come queste chat diventino ambienti narrativi complessi, nei quali la narrazione è intesa come un processo emergente che scaturisce dall’organizzazione stessa dell’interazione. Attraverso l’Analisi della Conversazione, il contributo esamina i turni scritti e le pratiche interazionali che strutturano la relazione tra peer supporter e adolescenti, mettendo in luce i meccanismi micro-sequenziali attraverso cui i partecipanti producono, riconoscono e negoziano le proprie esperienze e vissuti. Il corpus è composto da otto conversazioni, ciascuna della durata di circa due ore. Sono stati selezionati estratti nei quali l’adolescente formula una richiesta di aiuto e il peer costruisce una risposta di supporto. L’analisi si concentra su: (1) la gestione della cooperazione e della negoziazione attraverso la scrittura digitale; (2) l’uso di emoticon e risorse paralinguistiche come dispositivi per esprimere empatia e affiliazione; (3) l’organizzazione dei turni di parola e della temporalità negli ambienti sincroni; (4) le tipologie di supporto fornite (emotivo, informativo e di rete); e (5) le pratiche di riformulazione attraverso cui i peer rielaborano e co-costruiscono la narrazione del problema. Le chat vengono così considerate come perspicuous settings (Garfinkel e Wieder 1992), nei quali le risorse verbali e sequenziali diventano osservabili in modo chiaro e manifesto. Al tempo stesso, le piattaforme digitali non costituiscono contenitori neutrali: esse configurano specifiche condizioni di possibilità per la narrazione, rimodellando i confini tra esperienza vissuta e racconto condiviso. In tal senso, contribuiscono alla formazione di ecosistemi narrativi digitali nei quali la scrittura, l'interazione e il supporto risultano profondamente intrecciati tra loro. Il contributo propone pertanto l’integrazione dell’Analisi della Conversazione nei dibattiti sulle narrazioni digitali contemporanee, mostrando come le pratiche micro-interazionali offrano un punto di osservazione privilegiato per comprendere le trasformazioni dell’autorialità, dell’agentività e della costruzione narrativa nell’era delle piattaforme, con particolare attenzione ai processi di partecipazione e inclusione culturale. | ||
