VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 5 - Panel 09: Conflitti urbani e pratiche dell’abitare
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Governamentalità urbana e tattiche giovanili. Strategie di ordine e appropriazioni quotidiane. Evidenze empiriche da una ricerca a metodi misti nella città di Bergamo Università degli studi di Bergamo, Italia Negli ultimi anni il conflitto urbano attribuito alle presenze giovanili è diventato un oggetto pubblico ricorrente: non solo come fatto di cronaca, ma come questione ordinaria di convivenza, gestione dello spazio e sicurezza. Tuttavia, ciò che viene narrato come “conflitto” non coincide necessariamente con l’evento eclatante; più spesso assume la forma di una frizione diffusa e tacita, che si concentra sulle soglie minime del vivere urbano: stazionare o attraversare, essere visibili o defilarsi, addensarsi o disperdersi nel flusso urbano. Per mettere a fuoco questa frizione, il paper colloca la domanda nel dibattito su governo dello spazio e regimi di visibilità nelle pratiche di governance urbana (Elden 2007; Valverde 2011). In questa prospettiva, la città appare come un dispositivo di governamentalità (Foucault 2005; Cremonesini 2012; Kitchin et al. 2020) che richiede leggibilità e prevedibilità delle presenze, articolandosi in regimi di visibilità, decoro e controllo (Foucault 1975; Catucci 2007). Le pratiche giovanili rispondono con tattiche di uso e appropriazione (de Certeau 1990; Andres et al. 2020) capaci di eludere, negoziare e risignificare lo spazio senza ingaggiare uno scontro frontale. Il paper propone di leggere questo intreccio come un conflitto tra strategie istituzionali di produzione dell’ordine e tattiche quotidiane di appropriazione, in cui la “normalità” dello spazio pubblico viene continuamente ridefinita. Da questo sorge la domanda di ricerca: come si articola il conflitto tra strategie istituzionali di governo dello spazio e tattiche giovanili di appropriazione, e quale forma assume quando non esplode in scontro frontale ma si gioca soprattutto in frizioni e negoziazioni tacite a bassa intensità? Il contributo si fonda su un progetto di ricerca a metodi misti condotto da un gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Bergamo e finanziato da enti pubblici del territorio bergamasco, volto a comprendere i fenomeni di violenza urbana in una città in trasformazione e, più in generale, a indagare la condizione giovanile a partire dalle modalità con cui adolescenti e preadolescenti vivono, percepiscono e attraversano spazi urbani fisici e digitali. Bergamo è assunta come laboratorio urbano particolarmente adatto alla domanda di ricerca perché combina trasformazioni recenti degli spazi e forte densità di discorsi e interventi pubblici sulla sicurezza e sulla convivenza. Il pool di dati integra un questionario strutturato (6.203 compilazioni complessive, 5.376 complete), 20 uscite di etnografia urbana, un’etnografia digitale e 36 interviste qualitative (24 con giovani 14-18 anni; 12 con interlocutori privilegiati del territorio). L’analisi triangola survey, etnografie e interviste per ricostruire conflitti urbani a bassa intensità. Analizza micro-situazioni ricorrenti in cui le presenze giovanili diventano oggetto di regolazione, ricostruendo sia gli interventi di ordine (presidio, decoro, controllo) sia le risposte tattiche (intermittenza, mobilità, riusi). L’argomentazione è sostenuta da estratti qualitativi tratti da diari etnografici e interviste, che mostrano il conflitto come effetto relazionale tra strategie istituzionali e pratiche quotidiane. Nel complesso, il paper sostiene che la posta in gioco del conflitto non sia la semplice “presenza” giovanile, ma la definizione pratica di ciò che, nello spazio pubblico, viene riconosciuto come normale, legittimo e tollerabile. Letto in questi termini, il conflitto emerge come collisione tra una razionalità di ordine che tende a stabilizzare usi, tempi e comportamenti e un insieme di pratiche tattiche che, senza opposizione frontale, spostano confini, significati e possibilità d’uso. Il contributo propone quindi una concettualizzazione del conflitto urbano come negoziazione situata della normalità, utile a ripensare la convivenza oltre le categorie emergenziali e oltre la moralizzazione dei soggetti coinvolti. L'opinione pubblica nel Dibattito pubblico Università di Roma Tor Vergata, Italia Tra i contesti critici contemporanei in cui la conflittualità si è strutturata come spazio narrativo, frequentemente articolato nella retorica dello sviluppo, vi è quello dei megaprogetti infrastrutturali, al centro delle controversie sull’impatto ambientale. I megaprogetti rivestono importanza strategica dal punto di vista logistico, economico, ma anche di rilevanza sociale, in quanto lungo le loro direttrici e al loro interno, che siano strade, autostrade, ferrovie e di altra tipologia, si snodano comunicazioni, relazioni e opportunità. Tuttavia, volgendo lo sguardo all’Europa e all’Italia, nel corso del Novecento, e tuttora, queste grandi opere, rientranti in colossali investimenti, non solo non sempre hanno risposto ad un’esigenza di effettiva utilità e funzionalità, quando completate, visto che molte sono quelle rimaste incompiute, ma in alcuni casi hanno rappresentato soltanto un problema di mancato rispetto della salvaguardia ambientale, soprattutto laddove gli equilibri erano già molto degradati (Torrisi, Schinaia, 2010). Ora, la questione ecologica è risalente, e, allo stato attuale, quando vi sono proposte di nuovi megaprogetti, spesso le reazioni degli interessati, a qualunque titolo, non si fanno attendere, talvolta polarizzandosi in modo incandescente, come nel noto caso della TAV. Da queste considerazioni discende la domanda di ricerca del presente contributo: come può incidere l’istituzionalizzazione di procedure partecipative di raccolta e confronto delle istanze dell’opinione pubblica, in fase preliminare rispetto all’approvazione di un megaprogetto, sulla qualità del processo decisionale e sulla gestione del conflitto ambientale e sociale? A tal proposito, ci si rifarà al quadro teorico che si colloca tra studi sociologici sulla sfera pubblica e sulla democrazia deliberativa, considerando l’opinione pubblica non come un dato preesistente, ma come il risultato di processi comunicativi, e intendendo il conflitto non solo come contrapposizione di interessi, ma come spazio narrativo. Successivamente, si propone un’analisi qualitativa di tipo documentale (fonti secondarie) sulla pratica dell’esercizio democratico partecipativo rinvenibile in Francia, che per prima, dopo i conflitti violenti riguardanti il progetto del TGV Mediterranée da Valenza a Marsiglia, nel 1995 emanò la legge Barnier, introducendo il debát public come strumento istituzionalizzato di democrazia partecipativa e deliberativa, istituendo, tra l’altro, l’organo indipendente deputato a gestire la procedura, la Commission nationale du debát public (Molaschi, 2018). Il debát coinvolge cittadini, associazioni, esperti e altri attori interessati nella discussione di progetti dall’elevato impatto su un territorio, l’ambiente, o la società; mira a migliorare la qualità delle decisioni, imponendo l’acquisizione di informazioni e opinioni scaturenti da una vasta platea di soggetti dialoganti con modalità di consenso e/o dissenso. Il Dibattito pubblico come istituto alternativo di comunicazione, dialogo e interazione, è stato mutuato dall’Italia, sulla scorta di esperienze internazionali e regionali, a livello nazionale per la prima volta nel 2016, all’interno di una legge non specifica, ma nel Codice dei contratti pubblici (Romano, Pillon, 2018), successivamente modificato e aggiornato con importanti revisioni, a distanza di un decennio. Molte critiche hanno accompagnato lo svolgimento dei primi esperimenti italiani del Dibattito “sociale”, come arena comunicativa, legate al fatto che la cittadinanza – o una sua parte – si è sentita coinvolta più per adempimento istituzionale che per l’effettiva possibilità di incidere sulle questioni politiche davvero rilevanti (“abbiamo bisogno di una nuova autostrada?”, “La costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità è una priorità?”) e relegata al ruolo subalterno di chi viene consultato ex post, per legittimare scelte assunte in altri tavoli. Tuttavia, lo scopo ultimo qui è dimostrare che il dibattito pubblico può costituire uno strumento di apertura e potenzialmente rilevante sulle decisioni dei soggetti istituzionali, trasformando il conflitto in ricomposizione dialogica e sociale (Pazé, 2013). Narrare le ambivalenze: abitare la conflittualità Università di Bologna Dalla crisi finanziaria del 2008, la crisi abitativa si è progressivamente “globalizzata”, aggravata dalla finanziarizzazione del settore immobiliare, dall'aumento vertiginoso degli affitti e dal calo degli investimenti nell'edilizia pubblica. Queste tendenze hanno accentuato le disuguaglianze sociali, spingendo i gruppi più vulnerabili verso condizioni di vita precarie. Soprattutto nel contesto della crisi immobiliare europea, i contesti urbani illustrano vividamente queste tensioni. Le grandi città, che devono affrontare la carenza di alloggi e l'aumento delle disuguaglianze, sono diventate teatri chiave di contestazione sociale, dove i governi locali, i cittadini e i gruppi organizzati si scontrano e collaborano per l'accesso alle risorse urbane (Martínez 2020). Questa ricerca indaga le intersezioni a livello locale tra le trasformazioni del welfare e le forme di mobilitazione dal basso in materia abitativa, interpretando il welfare non come un dominio istituzionale statico, ma come un prodotto dinamico delle interazioni tra diversi attori (Oosterlynck et al. 2013). Il progetto fa da ponte tra letterature che raramente hanno dialogato tra loro - quelle sulla localizzazione del welfare e quelle sulla protesta e l'azione collettiva - mettendo in primo piano le dimensioni conflittuali e generative dell'innovazione dal basso e dei cambiamenti istituzionali dall'alto. Il progetto reinterpreta i sistemi di welfare locali come arene in cui coesistono contesa, negoziazione e cooperazione, concentrandosi sull'azione degli attori collettivi che, attraverso le pratiche quotidiane, sostengono e rimodellano gli accordi di welfare sia formali che informali. È adottato un approccio organizzativo che esalta la capacità di azione degli attori nella co-costruzione del welfare locale attraverso relazioni conflittuali (Fligstein e McAdam 2011), investigando il cambiamento istituzionale a partire però dallo studio dei sistemi di welfare locali intesi come arene dinamiche di confronto. Il contributo intende porre l’attenzione sulle narrazioni elaborate da soggetti che, a livello locale, combinano pratiche di contestazione politica con attività di erogazione di servizi di welfare auto- organizzati in ambito abitativo. Tali soggetti, infatti, vivono le ambivalenze – soprattutto in termini identitari e di auto-rappresentazione e narrazione – che comporta una connotazione fortemente politica attribuita a interventi di welfare di comunità dal basso più o meno informali. In questa esperienza, gli attori ingaggiati in pratiche abitative auto-organizzate e di mobilitazione collettiva danno senso alla loro esperienza quotidiana attraverso narrazioni retrospettive ma anche prospettiche. Attribuiscono, cioè, significato non solo a eventi passati ma anche all’azione futura che intendono realizzare per raggiungere i propri obiettivi (Weick 1995). Il focus sulle narrazioni consente di capire qual è il senso che le organizzazioni e gli attori attribuiscono alle loro azioni e agli eventi che esperiscono, e soprattutto in che modo traducono le condizioni ambientali rispetto ai propri fini strategici e al proprio profilo identitario. Porre attenzione sul nesso tra narrazioni e conflitti (Verloo 2018), in aggiunta, può consentire di osservare come anche il tema dell’innovazione sociale sia contenuto e forma di attività comunicative strategiche: pratiche abitative più o meno formali, più o meno istituzionalizzate, infatti, possono essere narrate come innovazione o come alterità a seconda non solo di come sono comunicate ma anche dei rapporti di potere e di forza tra fonti di quella stessa comunicazione. La stessa pratica potrebbe essere descritta come contestativa in un ambito e come innovativa in un altro, a seconda del soggetto che la agisce. Oppure a essere oggetto di contestazione potrebbero essere le stesse definizioni di innovazioni, siano esse dal basso o istituzionali. Il contributo intende riflettere sulle narrazioni prodotte dai diversi soggetti individuati nel campo organizzativo del sistema di welfare abitativo locale, specificatamente rispetto a esperienze e prassi di innovazione sociale dal basso e innovazione istituzionale. | ||
