Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 5 - Panel 07: Memoria della migrazione e dei conflitti
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La violenza ereditata. L'interiorizzazione del conflitto sui social dei giovani russi: un "Manifesto" filmico Università del Salento, Italia Il contributo analizza il documentario russo Manifesto (2022), realizzato dal collettivo anonimo Angie Vinchito, come caso di studio delle modalità attraverso cui la violenza politica può essere interiorizzata e riprodotta nelle pratiche comunicative online delle giovani generazioni. Costruito attraverso found footage – video pubblicati sui social media da adolescenti russi – il film restituisce una quotidianità familiare e scolastica segnata da una educazione coercitiva e repressiva, specchio della comunicazione politica del paese. La guerra non appare come evento bellico diretto, ma condizione simbolica pervasiva, ambiente narrativo che struttura linguaggi, posture e forme di autorappresentazione. In continuità con altre rielaborazioni audiovisive del trauma storico russo – come TraumaZone (Curtis, 2022), che mostra la sedimentazione della crisi post-sovietica nel vissuto collettivo – Manifesto consente di osservare non tanto la memoria del trauma, quanto la sua trasformazione in grammatica quotidiana delle interazioni giovanili. Il caso russo è assunto come contesto analitico in cui interrogare le forme attraverso cui il conflitto, mediatizzato e normalizzato nello spazio pubblico, viene incorporato nelle pratiche comunicative giovanili. La domanda di ricerca che guida il paper è la seguente: in che modo la normalizzazione mediatica del conflitto e la crescente retorica securitaria favoriscono l’interiorizzazione del dispositivo simbolico della guerra nelle pratiche di autonarrazione giovanile sui social media? Più specificamente, il contributo si interroga su come i giovani finiscano per incorporare e riprodurre le narrazioni del potere, trasformando il conflitto in orizzonte implicito della soggettivazione. Il quadro teorico si colloca all’incrocio tra sociologia dei processi culturali, sociologia dei media e young media studies. La guerra è intesa come dispositivo culturale mediatizzato che organizza l’immaginario collettivo e le forme di visibilità del conflitto. Il riferimento alle teorie di Jeffrey C. Alexander - sulla costruzione del male e sul trauma culturale - –consente di comprendere come la trasformazione del conflitto in dualismo morale possa incidere sui processi di soggettivazione, senza tradursi necessariamente in opposizione diretta al potere politico. Metodologicamente, il paper adotta un’analisi qualitativa del testo filmico e delle pratiche di autorappresentazione giovanile in esso contenute, concentrandosi sui meccanismi di performatività mediale. I social media sono interpretati come infrastrutture comunicative che rendono disponibili codici simbolici già strutturati nel discorso pubblico, favorendone l’appropriazione nelle dinamiche interpersonali. I risultati mostrano che l’interiorizzazione del conflitto, così come emerge in Manifesto, assume prevalentemente la forma di una dislocazione del conflitto: anziché orientarsi verticalmente verso un sistema politico che reprime sempre più ogni forma di dissenso, la tensione sociale viene riorientata orizzontalmente nello spazio delle relazioni tra pari o interiorizzata sul piano del sé. Si configura così una internalizzazione relazionale del conflitto, in cui la guerra come ambiente simbolico non genera mobilitazione politica esplicita, ma struttura interazioni quotidiane segnate da aggressività performativa, competizione, umiliazione reciproca o forme di auto-esposizione violenta. Il conflitto cambia direzione: da scontro politico verticale a dinamica relazionale diffusa. Il contributo propone dunque una riflessione sulla mediatizzazione del conflitto come processo di socializzazione culturale e sulla sua traslazione dal piano politico-istituzionale a quello relazionale nelle pratiche comunicative giovanili. Chi ha il diritto di insegnare il passato coloniale? Memorie contese nell'era delle piattaforme digitali. Università di Bologna, Italia Il contributo analizza le modalità attraverso cui la storia coloniale italiana viene oggi narrata, contestata e riattivata attraverso pratiche comunicative di short-form video su TikTok, interrogando l’intersezione tra educazione informale, memoria collettiva e ambienti comunicativi platformizzati (van Dijck 2013; Hoskins 2017; Bartoletti 2022). La ricerca assume le piattaforme come infrastrutture socio-discorsive e sociotecniche entro cui conoscenza storica, autorità pedagogica e rappresentazioni dell’identità nazionale vengono continuamente prodotte e rinegoziate attraverso pratiche vernacolari e algoritmicamente mediate (Boccia Artieri 2025; Boccia Artieri & Bartoletti 2023). L’indagine si articola intorno a due domande di ricerca: (1) in che modo la storia coloniale italiana viene articolata nei contenuti TikTok che mobilitano riferimenti educativi; (2) come le pratiche vernacolari della piattaforma contribuiscano a ridefinire i regimi di legittimazione dell’interpretazione storica all’interno di pubblici digitali transnazionali (Schellewald 2021; Zurovac 2023). Il corpus comprende 40 video e 178 commenti, raccolti tramite esplorazione keyword-based della piattaforma. Le trascrizioni dei contenuti verbali e delle interazioni sono state sottoposte a codifica induttiva al fine di individuare configurazioni discorsive ricorrenti e dinamiche di interpretazione. I risultati mostrano che la memoria collettiva del colonialismo italiano non si presenta come narrazione stabilizzata, ma come campo discorsivo e memoriale frammentato e conteso (Halbwachs 1950; Assmann 2011; Jedlowski 2011; Migliorati 2023), strutturato attorno ad almeno tre registri: spiegazione educativa, rivendicazione decoloniale e performance satirica. In tali formati, i riferimenti alla scuola e all’insegnamento ricorrono con frequenza significativa, in continuità con la letteratura sulla marginalizzazione del colonialismo nei dispositivi curriculari italiani (Taddia 2005): i “creator” assumono posizioni di docenza situata (educatori alternativi, revisori critici dei manuali), mentre gli utenti mobilitano esperienze scolastiche personali per confermare o contestare le cornici interpretative proposte. Un caso empirico rilevante riguarda la riattivazione del mito degli “italiani brava gente” (Del Boca 2005; Labanca 2002) attraverso performance satiriche musicali che trasformano il confronto storico in formato condivisibile e affettivamente coinvolgente (Papacharissi 2015). In tali pratiche, la memoria non è trasmessa mediante spiegazioni lineari, ma performata attraverso ripetizione, ironia e citazionalità, attivando nei commenti controversie su responsabilità storica, negazione e identità nazionale. Il significato storico emerge come processo co-costruito orizzontalmente, in un contesto in cui critica, difesa identitaria e partecipazione emotiva si intrecciano. Una seconda traiettoria empirica evidenzia l’espansione del discorso coloniale oltre il riferimento all’impero d’oltremare, in connessione con dibattiti su colonialismo interno, cittadinanza e identità culturale. Nei contesti multilingue, in particolare in lingua inglese, la discussione tende a spostarsi dalla ricostruzione storica a conflitti sull’appartenenza, la razzializzazione e la legittimità dell’italianità, mostrando come la memoria coloniale venga mobilitata per ridefinire confini simbolici contemporanei e criteri di inclusione (Pesarini & Panico 2021; Wurzer 2023). In questa prospettiva, le pratiche mnemoniche platformizzate non si limitano a riflettere tensioni sociali preesistenti, ma contribuiscono alla loro riorganizzazione narrativa. Il formato breve e la mediazione algoritmica amplificano dinamiche di polarizzazione e configurano spazi pedagogici informali in cui emergono crisi di autorità, conoscenza e legittimazione (Bartoletti 2022; Boccia Artieri 2025). Il contributo propone pertanto di leggere TikTok come dispositivo di pedagogia platformizzata, nel quale l’autorità educativa tende a dislocarsi dalla certificazione istituzionale verso forme di legittimità performativa fondate su partecipazione, riconoscimento affettivo e circolazione algoritmica. Le pratiche di piattaforma non si limitano a “riprodurre” l’educazione formale, piuttosto la rimettono in scena e la riconfigurano, facendo di TikTok un luogo privilegiato di memoria contesa in cui la storia coloniale viene continuamente riattualizzata e negoziata. Yugoblox: mediatizzazione della memoria e immaginario del conflitto nelle piattaforme ludiche partecipative. 1Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 2Università Cattolica del Sacro Cuore Negli ecosistemi digitali contemporanei, la memoria collettiva non è più soltanto trasmessa attraverso istituzioni culturali o media tradizionali, ma viene sempre più prodotta, negoziata e vissuta attraverso ambienti partecipativi piattaformizzati (Bartoletti 2011; Autore 2023). In contesti che fronteggiano il trauma della guerra, i videogiochi storici rappresentano potenti dispositivi di mediazione (Chapman 2016), capaci di offrire accesso a passati difficili (Kansteiner 2017) e di riattivare eredità culturali controverse. Se la letteratura ha già esplorato il rapporto tra videogiochi, heritage e pratiche commemorative nell'Europa centro-orientale post-comunista (Mochocki et al. 2024; Rizvić et al. 2024; Gonzales Zarandona et al. 2018), la ricerca sulle piattaforme di user generated games (UGG) rimane ancora largamente inesplorata. Questo contributo si propone di colmare tale lacuna, interrogandosi su come ambienti ludici creati dagli utenti mediatizzino la memoria in contesti post-conflittuali. Per farlo, viene analizzato come gli UGG in Roblox attualizzino il passato jugoslavo la cui peculiarità è quella di aver subito un “processo di confisca” (Ugrešić 1996): un trauma culturale a opera delle forze nazionaliste degli anni Novanta, intenzionate a cancellare i valori comuni e il patrimonio simbolico jugoslavo. L’articolo, quindi, si colloca all’intersezione tra digital memory studies (Hoskins 2011; Garde-Hansen, Hoskins e Reading 2009) e cultural trauma theory (Alexander 2004; Eyerman 2004), adottando la prospettiva della mediatizzazione della memoria per comprendere come contenuti ludici non professionali costituiscano pratiche di riattualizzazione del passato. Empiricamente, la ricerca adotta un approccio multi-method, che comprende: 1) walkthrough etnografico (Ritter 2022) e osservazione non partecipante con raccolta sistematica di screenshot, della durata di un anno, su quindici giochi accessibili tramite il motore di ricerca interno di Roblox mediante parole chiave legate alla storia jugoslava; 2) analisi tematica induttiva dei log di chat Roblox e Discord associati ai giochi. L’analisi degli screenshot ha consentito di ricostruire gli immaginari incorporati nelle esperienze ludiche progettate dagli utenti; mentre l’analisi delle conversazioni le traiettorie con cui i giovani giocatori si confrontano con la memoria jugoslava. Tali traiettorie rivelano modalità profondamente divergenti di elaborazione all’interno di Yugoblox – l’insieme dei giochi Roblox che tematizzano il passato jugoslavo (Autori 2025): una piccola parte (N=4) persegue una vocazione educativa, incorporando elementi simbolici dell'identità sovranazionale jugoslava (es. bandiere SFRJ, auto Yugo), mentre gli altri adottano cornici militariste con riferimenti espliciti al conflitto, alla propaganda di guerra degli anni Novanta e alle divisioni etnoreligiose. Il discorso dei giocatori amplifica questa frammentazione: accanto a utenti che esprimono curiosità o commentano le meccaniche e la qualità di gioco, altri veicolano retorica nazionalista e stereotipi etnici; visibili in commenti polarizzati come "Kosovo is Serbia" o "Kosovo is Albania". I server Discord funzionano inoltre come comunità militari gerarchiche, in cui i giocatori interiorizzano linguaggi, toni e strutture organizzative reminiscenti delle forze armate, tramite marcatori identitari e accuratezza storica circa personaggi e fazioni. I sistemi di monetizzazione e personalizzazione della piattaforma, inoltre, entrano nelle conversazioni incentivando contenuti militarizzati e nazionalisti, alle volte anche a discapito dell’accuratezza. I risultati indicano che questi giochi funzionano come simulazioni di una frattura perpetua, rinforzando narrative polarizzate e dinamiche in-group/out-group, mancando in larga misura di elaborazione discorsiva critica. Il contributo propone dunque di interpretare questi UGG come dispositivi di mediatizzazione della memoria, in cui il conflitto stesso diventa lieux de memorie (Nora 1989). Le infrastrutture di piattaforma e le pratiche degli utenti co-producono immaginari del conflitto in un contesto di instabilità geopolitica persistente, sollevando la questione di quali futuri sia possibile immaginare quando il gioco rimane ancorato alla ripetizione ritualizzata dello scontro. Genere e vulnerabilità nelle migrazioni forzate tra invisibilità e resistenza civile Università Roma Tre, Italia Nel contesto delle crisi sistemiche contemporanee, le migrazioni forzate sono attraversate da gravissime e sistematiche violazioni dei diritti umani, che si manifestano lungo le rotte migratorie, nei luoghi di trattenimento e di gestione amministrativa della mobilità, nonché nelle pratiche di controllo delle frontiere. Tuttavia, esse rappresentano anche un’arena simbolica in cui si confrontano narrazioni antagoniste, ridefinizioni delle vulnerabilità e processi di costruzione pubblica del trauma. Il genere, in questo quadro, non rappresenta una variabile marginale, ma una dimensione fondamentale dei processi migratori e dei regimi di visibilità che li accompagnano, attraverso cui si articolano in maniera diseguale l’esposizione al rischio, l’accesso alla protezione e le forme di riconoscimento pubblico. Il contributo presenta alcuni risultati di un progetto di ricerca [*****], che ha esplorato la relazione tra arte, eventi traumatici e resilienza, indagando le condizioni in cui le pratiche artistiche possono contribuire alla costruzione delle memorie individuali, collettive e pubbliche dei migranti in viaggio verso l’Europa. Il disegno di ricerca, di tipo qualitativo, ha previsto interviste in profondità, rivolte a migranti e sopravvissuti/e alla violenza di frontiera, attivisti/e, membri di ONG e organizzazioni internazionali, artisti/e, operatori/trici culturali e referenti di progetti territoriali, nonché attori politici e istituzionali a livello locale e nazionale, testimoni privilegiati e stakeholders. Questo contributo focalizza l’attenzione sulle migrazioni forzate lungo il Mediterraneo e la rotta balcanica, con un’attenzione specifica all’intreccio tra vulnerabilità e genere, considerato in una prospettiva intersezionale (Crenshaw, 1991). In particolare, alcune delle questioni che affrontiamo sono le seguenti: in che modo la vulnerabilità si produce nell’intersezione tra genere e migrazione? E quando resta mera esposizione al rischio o, al contrario, si trasforma in opportunità di resistenza civile? In questa prospettiva, il contributo offre una riflessione sulle narrazioni dei conflitti migratori come spazio simbolico nel quale si negoziano gerarchie di valori, forme di riconoscimento e responsabilità collettive. Le donne migranti, in particolare, sperimentano forme di esposizione differenziale al rischio che contribuiscono a produrre situazioni di invisibilità nello spazio pubblico. I dati internazionali documentano come le donne rappresentino quasi la metà della popolazione migrante globale. A metà 2024, infatti, le donne costituivano il 48% della popolazione migrante globale (circa 146 milioni di persone), con una presenza maggioritaria in Europa (52%) e minoritaria in Asia (42%). Tuttavia, la loro quota scende al 38,7% tra i lavoratori migranti formalmente riconosciuti, a fronte del 61,3% degli uomini (UN DESA, 2024), evidenziando un divario che rimanda a processi di marginalizzazione legati al lavoro informale e a diseguaglianze nell’accesso alle tutele e ai diritti. Il contributo intende analizzare la vulnerabilità anche come dimensione simbolica, considerando le condizioni attraverso cui essa prende forma nelle traiettorie migratorie, nella prospettiva che intervenire sul piano narrativo e sui criteri di visibilità possa contribuire a incidere sulle pratiche concrete di violenza e marginalizzazione. In altri termini, intendiamo esplorare le modalità attraverso cui il conflitto migratorio viene pubblicamente narrato e inscritto come “trauma culturale” (Alexander et al., 2004), evidenziando come l’intersezione tra genere e migrazione possa rappresentare un nodo cruciale per comprendere le trasformazioni dei paradigmi culturali e delle forme attraverso cui le vite dei migranti vengono riconosciute o marginalizzate nel discorso pubblico, nonché le condizioni entro cui esse possono emergere come soggettività capaci di presa di parola e di rivendicazione pubblica. | ||