VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 5 - Panel 05: Generazioni e conflitti simbolici
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L’età fuori posto? Gli older adult influencer e la ridefinizione delle narrazioni sull’invecchiamento su TikTok 1Università LUMSA; 2Sapienza Università di Roma Nel contesto della platformizzazione (Van Dijck et al., 2018), la costruzione e negoziazione dell’identità online risultano profondamente trasformate (Nieborg et al., 2022). Le piattaforme si configurano, infatti, come ambienti socio-tecnici in cui emergono nuove narrazioni del sé (Gündüz, 2017; Choi et al., 2020). In tale cornice, gruppi marginalizzati o sottorappresentati, tra cui le persone anziane, ricorrono agli spazi digitali per problematizzare le narrazioni egemoniche. L’ascesa degli “older adult influencer1” può configurarsi come uno spazio di sperimentazione di nuove modalità di rappresentazione dell’invecchiamento. Attraverso pratiche di autorappresentazione, mettono in discussione l’immagine stereotipata delle persone anziane come fragili, tecnofobiche e isolate (Picazo-Sánchez & García-Marín, 2021), proponendo un’idea di invecchiamento in cui le persone più adulte si affermano come soggetti attivi e legittimati nello spazio digitale (Farinosi & Fortunati, 2020; Miranda et al., 2021). Tuttavia, tali pratiche si inseriscono in un sistema dell’età gerarchico (Macnicol, 2015) in cui le rappresentazioni mediali occidentali hanno contribuito a normalizzare l’ageismo come forma di esclusione sociale e culturale (Palmore, 1999; Loos & Ivan, 2018). Tali rappresentazioni incidono sulle percezioni collettive e producono effetti di interiorizzazione che limitano la partecipazione sociale ed economica delle persone anziane (Sánchez et al., 2022). Secondo la logica dell’ecologia comunicativa, la rappresentazione dell’'invecchiamento emerge dall’interazione tra discorsi mediali e pratiche comunicative individuali (Gasiorek et al., 2016); ne deriva che i social media svolgono un ruolo cruciale nella formazione delle percezioni legate all’età (Wangler & Jansky, 2023). TikTok, pur intensificando molte pratiche che caratterizzano il capitalismo delle piattaforme (Studeny & Mohammed, 2023), è rilevante poiché sostiene un vivace movimento di invecchiamento positivo tra gli utenti più adulti (Ng & Indran, 2023; Cooper, 2024), trasformando la visibilità dell’età in risorsa simbolica, identitaria ed economica. La ricerca si propone di analizzare in che modo queste narrazioni, che si discostano dalle cornici egemoniche stereotipate, vengano interpretate e negoziate dalle audiences. In questa prospettiva, l’invecchiamento è inteso come uno spazio di conflitto simbolico in cui narrazioni e contro-narrazioni competono per la legittimazione del significato sociale dell’età, entro rapporti di potere che strutturano visibilità e riconoscimento. Pertanto, lo studio si articola attorno alle seguenti domande: RQ1: In che modo le narrazioni degli older adult influencer modellano il discorso culturale sull’invecchiamento tra gli utenti di TikTok? RQ2: In che modo queste narrazioni contribuiscono a ridefinire la rappresentazione delle persone anziane nella società contemporanea? Nella prima fase è stata realizzata un’analisi tematica di 1.359 commenti pubblicati sotto i video di cinque older adult influencer, selezionati secondo criteri delineati in studi precedenti (Cooper, 2024). I risultati sono stati successivamente approfonditi mediante tre focus group, composti da partecipanti equamente distribuiti tra persone di età inferiore e superiore ai 65 anni. Dall’analisi sembra che TikTok consenta agli individui di costruire forme di vicinanza relazionale attraverso interazioni parasociali. Condividendo esperienze ed emozioni, essi contribuiscono a un discorso collettivo sull’invecchiamento che conduce al riconoscimento di identità plurali dell’età adulta, permettendo di rimodellare attivamente le proprie narrazioni. Nei focus group è emerso che i partecipanti passano da un iniziale scetticismo a un riconoscimento parziale del valore di questi influencer, negoziando la tensione tra autenticità e logiche di mercato. Pur stimolando una riflessione critica sugli stereotipi dell’invecchiamento, le loro contro-narrazioni appaiono esposte al rischio di essere assorbite e monetizzate dalle logiche di visibilità della piattaforma. In sintesi, gli older adult influencer rimettono in discussione gli stereotipi sull’invecchiamento, tuttavia, le loro narrazioni restano condizionate dai vincoli strutturali della piattaforma che ne limitano il potenziale trasformativo. 1Tra le diverse opzioni terminologiche considerate, è stata adottata questa definizione, ritenuta la più adeguata, seppur con alcune riserve; la scelta è stata validata nell’ambito della conferenza ECREA TWG “Aging and Communication Studies”. Meme wars: la costruzione simbolica dello scontro “Boomers vs. Millennials” Università degli Studi di Messina, Italia Il nostro contributo si propone di indagare il conflitto “Boomers vs. Millennials” in quanto forma simbolica prodotta e riprodotta attraverso pratiche memetiche. L’ipotesi di partenza è che i meme, in quanto artefatti della cultura digitale partecipativa (Wiggins & Bowers, 2015; Picard, 2025) non si limitino a rappresentare uno scontro generazionale, ma contribuiscano attivamente alla sua costruzione, ritualizzazione e riproduzione negli ambienti digitali. Negli ultimi anni, l’opposizione “Boomers vs. Millennials” si è consolidata come frame ricorrente nella sfera pubblica digitale (Bentivegna & Boccia Artieri, 2019; Hassan, 2023), soprattutto a partire dalla viralità che l’espressione “Ok boomer” ha acquisito nel 2019 (Lim & Lemaski, 2020; Anderson, 2022). Da allora, il meme è stato in grado di adattarsi ed evolversi all’interno del contesto socioculturale, mantenendo un alto livello di contagiosità (Aglioti Colombini, 2025) e incarnando, in questi anni, una sintesi di tensioni economiche, culturali e morali già presenti nel dibattito pubblico, trasformandole in uno scontro generazionale facilmente riconoscibile e riproducibile dagli utenti. Le interazioni online promuovono la costruzione di un’identità culturale condivisa che rafforza il senso di appartenenza generazionale degli utenti (Napoli, 2014). Sulle piattaforme digitali, questo processo si amplifica a causa dei modelli algoritmici che regolano le dinamiche comunicative di pubblici connessi e identità mediatizzate (Hepp, 2020). Le etichette “Boomers” e “Millennials” descrivono figure stereotipate più che riflettere caratteristiche effettive delle persone reali. Non indicano semplicemente un’età cronologica, ma un insieme di valori, dinamiche e processi legati al rapporto con la tecnologia, alla sensibilità politica, allo stile comunicativo. La cultura memetica contemporanea, caratterizzata da iterabilità, sintesi visiva e appropriazione collettiva, traduce questioni complesse – precarizzazione del lavoro, crisi ambientale, mutamenti del welfare e dei consumi culturali – in contenuti facilmente comprensibili, fungendo da veicolo per la trasmissione della cultura tra generazioni (Aroldi, 2011; Arrobo-Agila, Gonzáles-Córdova & Barrazueta Molina, 2025). Attraverso un’analisi qualitativa di un corpus di meme virali pubblicati su Instagram e contrassegnati dagli hashtag “#okboomer”, “#boomer” e “#millennials”, il nostro lavoro si propone di esplorare i temi ricorrenti, le modalità di framing e il registro discorsivo prevalente (ironico o orientato alla denuncia). L’indagine sembra evidenziare come tali produzioni partecipino alla costruzione di un discorso generazionale strutturato secondo una dinamica polarizzante, in cui prendono forma due figure simboliche contrapposte: da un lato i “Boomers”, definiti privi di competenze digitali essenziali e protagonisti di pratiche comunicative obsolete; dall’altro i “Millennials”, caratterizzati da una dipendenza dalla tecnologia e da una mancanza di valori morali (Giorgi, 2026). In questa prospettiva, l’ironia appare configurarsi quale dispositivo di costruzione identitaria, capace di rielaborare risentimento e disagio condivisi in forme di riconoscimento e appartenenza collettiva. In tale quadro, il conflitto generazionale online appare come una forma simbolica più legata alla cultura che all’età. Non rappresenta una semplice distanza tra coorti: l’antagonismo viene prodotto, e ri-prodotto, dalle forme memetiche, che non si limitano a rappresentarlo, ma ne costituiscono la condizione di possibilità nella sfera pubblica digitale contemporanea, in cui la logica delle piattaforme rende il conflitto generazionale sempre più polarizzato. Algoritmi di personalizzazione, meccanismi di viralità e logiche di engagement, selezionano e amplificano contenuti che rafforzano stereotipi e differenze tra coorti, riducendo gli spazi di confronto e mediazione (Loru et al., 2025; Di Martino et al., 2025). Il consumo "giusto". Platform literacy e sicurezza simbolica tra polarizzazione e mercificazione del conflitto Università LUMSA, Italia Il contributo analizza come i conflitti contemporanei (geopolitici, culturali, valoriali) vengano tradotti in pratiche di consumo e in immaginari etico-identitari dentro ambienti digitali, dove boicottaggi, “consumi responsabili” e campagne di sostegno si intrecciano con dinamiche di polarizzazione, reputazione e monetizzazione (Shelley Boulianne, 2022; Vassilis Dalakas et al., 2023; Boulianne et al., 2024). In continuità con la prospettiva della società del rischio di Ulrich Beck (1992) e con le analisi sulla riflessività del sé nella modernità avanzata di Anthony Giddens (1991), l’ipotesi di fondo è che una parte crescente delle vulnerabilità esperite dalle giovani generazioni assuma una natura simbolico-identitaria: il “fare la cosa giusta” sul piano dei consumi diventa anche un lavoro di presentazione del sé, soggetto a giudizio pubblico, sanzioni morali e pressione performativa. Le piattaforme digitali sono concettualizzate come ambienti socio-tecnici dotati di logiche specifiche che orientano visibilità, riconoscimento e pratiche di consumo (José van Dijck, 2013; Nick Couldry & Andreas Hepp, 2017). In tali ambienti, il consumo “politico” (boicottaggio, buycott, sostenibilità, attenzione alle filiere) funziona come marcatore identitario e come risorsa di appartenenza: si consolidano repertori di azione (liste di brand da evitare, call to action, pratiche di “voto col portafoglio”) che possono amplificare conflitti e disuguaglianze, fino a configurare forme di mercificazione del conflitto. Questo passaggio può essere letto anche come trasformazione di mercati “moralizzati” e dei loro confini (Philip Balsiger, 2021; Kristin Bentsen & Per Egil Pedersen, 2024), in cui le affordances piattaformiche contribuiscono a stabilire (e a contendere) criteri di legittimità morale. Il contributo propone di leggere questi processi attraverso il concetto di capitale digitale (in continuità con Pierre Bourdieu, 1986) e, in particolare, di platform literacy (Sonia Livingstone et al., 2026): competenze critiche relative a logiche algoritmiche, metriche di engagement, modelli economici e governance dei contenuti. L’argomento centrale è che livelli differenti di platform literacy incidano sulla capacità di (a) valutare attendibilità e “autenticità” delle campagne di consumo responsabile; (b) gestire esposizione e rischio reputazionale; (c) riconoscere le forme di monetizzazione e spettacolarizzazione del conflitto; (d) sostenere pratiche coerenti senza trasformarle in pura performance. Ne deriva che i conflitti tradotti in scelte di consumo possono produrre nuove disuguaglianze: non solo economiche (chi può permettersi alternative “etiche”), ma anche comunicative e simboliche (chi possiede risorse per orientarsi tra info ambigue, pressure sociali e sanzioni morali) (Sara Karimzadeh & Magnus Boström, 2023). Dal punto di vista empirico, la ricerca adotta un disegno qualitativo netnografico multi-situato (Robert V. Kozinets, 2019), integrato da interviste in profondità. La selezione delle piattaforme ha il fine di osservare come il consumo “morale” diventi pratica identitaria e come le logiche socio-tecniche amplifichino visibilità, conflitto e mercificazione del dissenso. Per questo la selezione è costruita in modo comparativo, coprendo tre contesti digitali complementari: il frontstage pubblico della performance e della reputazione (Instagram e TikTok ), l’arena discorsiva della polarizzazione e delle sanzioni morali (X), e il backstage in cui circolano liste, istruzioni e norme di coordinamento (Telegram). L’analisi combina: (1) osservazione e analisi qualitativa di contenuti relativi a boicottaggi/consumi responsabili; (2) ricostruzione di traiettorie cross-platform di claim e call to action; (3) interviste a giovani utenti su criteri di scelta, rischio reputazionale e strategie di gestione dei conflitti valoriali. In termini di risultati attesi, l’analisi mira a mostrare: (i) come le logiche di piattaforma differenzino repertori e significati del consumo politico; (ii) come la platform literacy operi da risorsa di sicurezza simbolica nella gestione di boicottaggi e posizionamenti morali; (iii) come la mercificazione del conflitto ristrutturi gli immaginari del "consumo giusto", generando tensioni tra coerenza, visibilità e appartenenza. I giovani in Italia: narrazioni della policrisi e conflitti generazionali Università di Torino, Italia Negli ultimi anni, in Italia, i giovani sono tornati visibili nella sfera pubblica. Dopo una lunga fase in cui erano stati descritti come “invisibili”, per ragioni demografiche e per la scarsa riconoscibilità come soggetto collettivo, oggi riacquistano capacità di azione e di presa di parola. Se vent’anni fa Diamanti parlava di generazione invisibile (1999), giovani meno numerosi e poco riconoscibili come soggetto collettivo, oggi il quadro appare mutato. Pur con differenze legate al territorio, al genere e alla condizione socioeconomica, le nuove coorti si distinguono nettamente da quelle precedenti nei percorsi lavorativi, nei consumi, nell’uso dei social media, nelle forme familiari, nelle identità di genere, nella sensibilità ambientale e negli orientamenti politici. Questa riemersione, tuttavia, non coincide con un pieno riconoscimento, ma si colloca in una configurazione conflittuale, segnata da narrazioni contrastanti, tensioni intergenerazionali e persistenti asimmetrie di valore tra sfera privata e pubblica.In questa prospettiva proponiamo di leggere i giovani come una generazione left-behind. L’espressione, resa popolare da Rodríguez-Pose (2017), indicava originariamente una mobilitazione territoriale delle aree periferiche e in declino che si percepiscono escluse dallo sviluppo e reagiscono sostenendo opzioni populiste o anti-establishment. Qui la utilizziamo in senso generazionale: i giovani come coloro che “non contano”, pur avendo ancora il futuro davanti a sé. È proprio questa frattura tra orizzonte biografico e riconoscimento istituzionale a generare nuove forme di protagonismo, alimentate da una crescente sfiducia verso le istituzioni. Tuttavia, la mobilitazione pubblica è trainata soprattutto da chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali, mentre molti giovani con minori capitali tendono a ritirarsi dalla sfera pubblica, praticando una sorta di secessione silenziosa.Gli under 35 che stanno entrando nell’età adulta costituiscono una configurazione generazionale specifica, segnata dall’esperienza della policrisi_Cresciuti nella rivoluzione digitale, hanno acquisito nuovi strumenti di informazione e interazione.Tuttavia, il loro futuro appare segnato dalla “policrisi”, termine coniato da Edgar Morin e Anne Brigitte Kern (1993) e ripreso da Adam Tooze (2021, 2022) per indicare la coesistenza di crisi multiple che si amplificano reciprocamente.Tutti hanno raggiunto la maggiore età dopo la Grande Recessione del 2008, sperimentando precarizzazione del lavoro e stagnazione economica; hanno vissuto la pandemia, il ritorno della guerra in Europa e l’accelerazione della crisi climatica. La policrisi non produce soltanto effetti materiali, ma ridefinisce aspettative, orizzonti simbolici e grammatiche dell’incertezza. Le trasformazioni nei valori (lavoro, benessere, famiglia, politica, identità di genere) possono essere lette come forme di rielaborazione simbolica di una vulnerabilità strutturale. Il recupero dell’agency giovanile si osserva sul piano delle pratiche e su quello teorico. Sul primo emergono forme di azione non convenzionale, sincretiche e intermittenti, dove la diffidenza verso la politica istituzionale convive con repertori di mobilitazione collettiva. In questo quadro assume rilievo la lifestyle politics (de Moor 2017): attraverso scelte quotidiane nei consumi, nei trasporti o nell’alimentazione, i giovani cercano di contribuire al cambiamento sociale, senza escludere momenti di partecipazione pubblica. Sul piano teorico, ciò richiede di considerare i giovani non come destinatari passivi della socializzazione politica, ma come attori consapevoli. Il contributo recupera il concetto di generazione nell’accezione di Karl Mannheim: non semplice coorte anagrafica, ma legame costruito attraverso l’esperienza condivisa di processi di destabilizzazione entro specifici contesti storico-sociali_Il contributo si basa su una survey in due waves, condotta su campioni probabilistici della popolazione maggiorenne a livello nazionale e regionale, per oltre 3.000 questionari, con sovracampionamento dei 18–34enni, e su 13 focus group con giovani torinesi under 35. I risultati mostrano una configurazione generazionale attraversata da una tensione tra valorizzazione affettiva nella sfera privata e svalorizzazione sistemica nella dimensione pubblica. Il conflitto generazionale, quindi, non riguarda solo la redistribuzione delle risorse, ma anche il riconoscimento, le rappresentazioni e la legittimità simbolica. | ||
