Negli ultimi anni, la categoria di “maranza” è emersa con forza nello spazio pubblico italiano, trasformandosi rapidamente da etichetta gergale e sottoculturale a dispositivo interpretativo onnipresente nei media, nel dibattito politico e nelle istituzioni educative. Il termine, inizialmente legato a specifici codici estetici e musicali, è diventato progressivamente una figura-sintomo capace di condensare ansie collettive, conflitti generazionali, tensioni di classe e processi di razzializzazione.
La figura del maranza si è evoluta da comparsa folkloristica a “Oppositore” del patto sociale, fino a diventare perno di un panico morale sistemico culminato nella produzione normativa del cosiddetto “Decreto Maranza”. In questo processo, la narrazione mediatica non si limita a descrivere fratture sociali preesistenti, ma contribuisce performativamente a produrle, trasformando un’identità giovanile in categoria giuridica.
Questo panel si inserisce nel quadro del convegno proponendo una riflessione articolata su come la figura del maranza operi come dispositivo simbolico trasversale: nella sfera mediatica, nello spazio scolastico e nell’universo delle culture musicali contemporanee. La sua rilevanza risiede proprio nella capacità di fungere da punto di condensazione di dinamiche apparentemente distinte: moralizzazione dei consumi giovanili, razzializzazione implicita del conflitto, ridefinizione delle maschilità, tensioni tra pedagogia istituzionale e controculture.
Gli obiettivi del panel sono tre.
In primo luogo, intendiamo discutere il maranza come costruzione discorsiva e mediatica. L’analisi delle narrazioni giornalistiche mostra non solo la presenza dei topoi classici del panico morale – il binomio giovani-degrado, l’ostentazione, la sovrapposizione tra aggregazione e micro-criminalità – ma anche una progressiva razzializzazione del conflitto: il termine “maranza” funziona come codice linguistico che consente di tematizzare la razza senza nominarla esplicitamente.
In questa prospettiva, lo stile – la tuta, il borsello, la drill – diventa marcatore di minaccia identitaria. Una prima domanda guida sarà dunque: in che modo le categorie mediatiche contribuiscono a stabilizzare confini simbolici tra “noi” e “loro”, trasformando differenze estetiche in indicatori morali e politici?
In secondo luogo, il panel esplora la dimensione situata e quotidiana della categoria nel contesto scolastico. Qui il nodo teorico riguarda il rapporto tra subcultura, corpo e pedagogia: le pratiche estetiche e comunicative dei/delle giovani sono meri segni di devianza o costituiscono tentativi – anche contraddittori – di negoziare un ordine morale percepito come imposto?
In terzo luogo, il panel affronta la dimensione culturale e di genere attraverso l’analisi della trap italiana contemporanea.
A fare da sfondo a queste tre direttrici vi è una riflessione più ampia sulle figure liminali che, tra fascinazione e riprovazione, diventano superfici di proiezione di ansie collettive e strumenti per tracciare confini simbolici. Il maranza, come il beauf o il barbare nel contesto francese, incarna questa ambivalenza: può essere oggetto di stigmatizzazione, ma anche di riappropriazione provocatoria. Tuttavia, l’assunzione in positivo dello stigma comporta rischi di reattività e cristallizzazione identitaria, un aspetto che invita a problematizzare le letture semplicemente celebrative delle controculture.
Il panel intende dunque attivare una discussione che attraversi almeno quattro nodi teorici:
1. Il panico morale come dispositivo performativo e produttore di realtà.
2. La razzializzazione implicita attraverso marcatori estetici e culturali.
3. Le controculture giovanili tra resistenza simbolica e riproduzione delle disuguaglianze.
4. La costruzione delle maschilità nella cultura musicale e digitale contemporanea.
Più che offrire una definizione univoca di “maranza”, l’obiettivo è usarlo come lente analitica per interrogare le trasformazioni delle culture giovanili, dei regimi di visibilità mediatica e delle gerarchie simboliche che attraversano la società italiana contemporanea. In questo senso, il panel non si limita a discutere una categoria, ma invita a riflettere criticamente sui processi attraverso cui le società nominano, moralizzano e governano le proprie periferie sociali e simboliche.
Le narrazioni giornalistiche sui “Maranza”: dal paternalismo alla razzializzazione tramite il dispositivo del panico morale
Federico Pilati, Università di Bologna
Il presente contributo analizza l’evoluzione della fi gura del "maranza" nel discorso giornalistico italiano, indagando come una categoria estetica si sia trasformata in un dispositivo di panico morale e in un catalizzatore di istanze securitarie.
Attraverso una ricerca longitudinale che copre il periodo 2020-2025, l'indagine decostruisce il processo mediatico che ha portato, a fi ne 2025, alla produzione normativa del cosiddetto "Decreto Maranza", mostrando come la parola sia diventata il perno di un nuovo panico morale sistemico.
La ricerca si basa su un corpus di 1394 articoli giornalistici provenienti da 169 diverse testate nazionali e locali, estratti dal repository MIT MediaCloud ed analizzate tramite Large Language Models (LLM), secondo un approccio di Computational Grounded Theory.
Nello specifi co, gli LLM sono stati istruiti per operare su due livelli:
- Analisi Tematica per identifi care le macro- e micro-aree emergenti nell'evoluzione della copertura giornalistica.
- Analisi Narrativa Strutturale per applicare lo schema attantiale di Algirdas Greimas e le funzioni di Vladimir Propp per identifi care i ruoli di Eroe, Antagonista, Aiutante e Oggetto all'interno del discorso giornalistico - permettendo ad esempio di tracciare la mutazione del maranza da comparsa folkloristica a "Oppositore" del patto sociale.
I risultati delle analisi tematiche confermano la presenza dei topoi classici del panico morale: il binomio giovani-degrado, l’ostentazione di stili di consumo vistosi e volgari e la sovrapposizione tra aggregazione giovanile e micro-criminalità. Tuttavia, è l’analisi narrativa a restituire la complessità del processo. Si osserva un’evoluzione del racconto che muove da un iniziale paternalismo — in cui il maranza è l'adolescente "fuori strada" da ricondurre alla norma — verso una retorica del pericolo, che trasforma il soggetto in un predatore urbano. L’approdo fi nale è l’alienazione: il maranza diventa l'altro assoluto, un corpo estraneo alla comunità nazionale, la cui esistenza stessa giustifi ca misure d'emergenza.
Un elemento centrale che emerge dalla ricerca è la progressiva razzializzazione del conflitto. L’analisi mostra come la salienza dell’etnia e del background migratorio aumenti di pari passo con l’ostilità della narrazione. Il termine "maranza" fi nisce per funzionare come un codice linguistico, un dispositivo che permette di tematizzare la razza senza citarla esplicitamente, spostando il piano dello scontro dal comportamento individuale all’identità collettiva. In questo senso, lo stile — la tuta di acetato, il borsello, la musica drill — non è più solo una scelta estetica, ma viene interpretato come il segnale di una minaccia identitaria.
In conclusione, il lavoro evidenzia come la narrazione del conflitto non sia una semplice cronaca di fratture sociali esistenti, ma un atto performativo che contribuisce a crearle. Il
passaggio dalla cronaca estiva del 2021 alla produzione normativa del 2025 dimostra come la grammatica della crisi possa trasformare un’identità giovanile in una categoria giuridica, cristallizzando le disuguaglianze e rendendo più fragile il legame tra le generazioni. Il caso dei maranza ci interroga dunque sulla responsabilità dell’informazione e sui rischi di una società che, incapace di gestire la propria vulnerabilità, sceglie di perimetrare il dissenso giovanile e la diversità etnica entro i confi ni rassicuranti, ma violenti, dello stigma.
Maranza insostenibili: Conflitti simbolici nella scuola e contro-narrazioni incorporate dalle giovani generazioni
Lorenzo Pedrini, Università degli Studi di Milano Bicocca
Abstract
Attorno alla crisi ecologica si articolano alcuni dei conflitti più dirimenti della contemporaneità. I temi ambientali sono parte integrante delle agende politiche. Al contempo, costituiscono uno degli aspetti caratteristici dei populismi contemporanei. Mentre la parte più reazionaria del mondo politico propugna narrazioni al crocevia tra complottismo e negazionismo, quella più progressista si erge a paladina della “transizione sostenibile” come valore positivo a cui l’umanità dovrebbe tendere (Fu, 2025). In questo quadro, soprattutto per quanto riguarda il contesto italiano, l’istituzione scolastica assume un ruolo cruciale nella formazione delle giovani generazioni verso modelli culturali e di cittadinanza desiderabili (Autor*, 2025). In particolare, con la reintroduzione dell’educazione civica nel curriculum scolastico (Legge n.92 / 2019) i temi della ‘sostenibilità’ – accanto a ‘costituzione’, ‘legalità’ e ‘literacy digitale’ – trovano nuova centralità nei processi di socializzazione della figura del giovane responsabile, inteso come individuo morale consapevole dei valori della collettività e del proprio posto al suo interno (Durkheim, 1974). Nonostante i propositi istituzionali, tuttavia, la realtà scolastica rivela un universo di relazioni e immaginari in cui le visioni dominanti sono continuamente contese e ri-definite.
A partire da questi presupposti, il presente contributo prende le mosse da una ricerca etnografica condotta tra il 2022 e il 2025 in dieci istituti superiori di Milano, con lo scopo di approfondire l’insegnamento della sostenibilità nella cornice dell’educazione civica. Nello specifico, il focus analitico qui proposto si concentra sulle micro-tattiche di opposizione dei/delle giovani all’imposizione culturale. Adottando una matrice interpretativa mutuata dalle riflessioni sulle sottoculture (in particolare: Willis, 1978), il paper discute lo sfoggio di ben precisi capi di abbigliamento e di acconciature, i riti alimentari, le modalità di comunicazione ricorrenti nell’interazione tra pari e con le autorità pedagogiche. Dall’osservazione emerge la rilevanza della categoria di pensiero e azione del “maranza” – termine ampiamente diffuso nel discorso pubblico italiano – sia da un punto di vista ‘emico’ (emic), sia da un punto di vista ‘etico’ (etic).
Lungi dall’essere una semplice etichetta generazionale, in senso ‘emico’, la categoria “maranza” viene mobilitata dalle giovani generazioni alla stregua di una ‘forma primitiva di classificazione’ (Durkheim, Mauss, 2009) con cui identificare ciò che più dista dalla modestia nel consumo, dal consenso intergenerazionale e dalla responsabilità ecologica. Il costrutto linguistico-cognitivo “maranza” serve a tracciare i confini del desiderabile e dell’indesiderabile, del civile e dell’eccessivo, del sostenibile e dell’insostenibile. Attraverso tale categoria, pratiche di consumo vistoso, scelte estetiche marcate, ritualità alimentari ostentative e modalità comunicative improntate alla sfida vengono ricondotte a una figura che incarna l’eccedenza e l’immorale.
In termini ‘etici’, la categoria “maranza” assume una valenza interpretativa più generale con cui cogliere la dimensione situata e intermittente delle micro-resistenze dei/delle adolescenti. L’ostentazione di specifici brand, l’ironia nei confronti del lessico ‘green’, l’esibizione di gusti stigmatizzati – ritenuti barbarici dall’opinione pubblica – possono essere letti come una contro-narrazione incorporata che incrina la pretesa universalistica dell’immaginario ecologico dominante. La ritualità maranza produce un crash simbolico: la collisione tra una narrazione istituzionale che presenta la sostenibilità come orizzonte del progresso etico e civile e uno ‘stile’ (Hebdige, 1979) che ne contesta l’estetica, la sobrietà, e le implicite coordinate di classe.
Questa lettura rileva inoltre una contraddizione di fondo. Sviluppandosi su un piano prettamente estetico-morale, il conflitto non si risolve in una alternativa ideologica, né di emancipazione concreta; al contrario, rafforza il peso dell’istruzione formale nei processi di assoggettamento giovanile. In ultima analisi, i frammenti di una ‘controcultura scolastica’ (Willis, 1977) gettano luce sui tentativi, così come sul fallimento, di sfidare la sostenibilità come immaginario e gusto legittimo, ma anche sull’importanza della scuola nella riproduzione delle disuguaglianze.
Basta! Free tutti i maranza. Il gioco di specchi tra artisti e audience nella trap italiana.
Sebastiano Benasso, Università di Genova
Il paper guarda alla scena trap italiana in quanto contesto nel quale artisti e pubblico collaborano alla costruzione del profilo dei maranza, tra processi di inversione dello stigma ed etichettamento. In questo quadro, la figura del maranza – storicamente stigmatizzata e oggi rivendicata – emerge come modello estetico e posizionamento “politico” condiviso da una generazione che nel costruire senso di appartenenza trasgredisce il perimetro della classe e rinegozia i regimi di distinzione culturale. Se da un lato la scena nasce in contesti di marginalità urbana e svantaggio ed è incarnata soprattutto da artisti di seconda generazione, dall’altro è oggi un fattore di fascinazione interclasse, diventando influente anche per l’audience bianca e borghese. Questa dinamica mette in discussione prassi consolidate di relazione tra centro e periferia, così come tra mainstream e underground nella produzione culturale, e innesca forme di conflitto intergenerazionale.
Attingendo a [omesso per peer review] (Autor* 2024) l’intervento si concentra su due dimensioni principali. La prima riguarda le interazioni tra artisti e pubblico mediata dalle piattaforme. Instagram, YouTube e TikTok costituiscono in questo senso gli ambienti di co-costruzione identitaria in cui snippet, stories, reel e commenti costruiscono una relazione diretta e circolare tra trapper e audience, in un gioco di specchi in cui il pubblico prosumer amplifica la narrazione biografica degli artisti e genera forme comunitarie che arricchiscono il capitale simbolico dei trapper. La seconda dimensione esplora gli immaginari generazionali e il valore assunto dalla cultura trap in quanto musica “dei giovani per i giovani”, spazio di parresia e prospettiva privilegiata dalla quale osservare come i giovani assimilino e rielaborino diverse contraddizioni prodotte dalla cultura neoliberale, con particolare riferimento alle retoriche del merito, il desiderio di consumo e la rivendicazione di autenticità. Il pubblico maranza si riconosce infatti una narrazione che celebra il successo individuale senza esprimere istanze di cambiamento ma, anzi, mostrando desiderio di partecipazione. L’emancipazione dalle condizioni di svantaggio viene in questo quadro fatta coincidere con la capacità di diventare protagonisti della produzione culturale e del mercato pur mancando “di credenziali” – titoli educativi, profili professionali tradizionali, anzianità di presenza nella scena musicale – legittimate dal mondo adulto. In questo gioco di specchi, l’artista diventa modello aspirazionale e insieme prodotto della stessa condizione che racconta; l’audience, a sua volta, performa l’identità maranza attraverso estetiche, pratiche digitali e rituali, contribuendo a consolidare il senso di appartenenza alla scena. L’idea che attraversa il paper è che la trap riconfiguri il rapporto tra cultura giovanile e cultura egemone: non si tratta di antagonismo subculturale, ma di forme ibride di ibridazione tra denuncia della condizione di marginalità, critica implicita, adesione al mercato e riarticolazione simbolica delle gerarchie di gusto.
“Per risultare scomodi siamo sembrati omofobi e misogini”: Maschilità e misoginia nella trap italiana contemporanea
Laura Della Schiava, Collegio Carlo Alberto
A partire dal 2016, la trap si è imposta come uno dei principali linguaggi espressivi della GenZ in Italia, assumendo una posizione centrale tanto nelle culture giovanili quanto nell’industria musicale mainstream. La trap viene spesso interpretata come spazio di auto-rappresentazione generazionale, autenticità e rottura rispetto ai codici culturali dominanti, suggerendo una dimensione emancipatoria e contro-egemonica. Il presente contributo propone invece una lettura più problematizzante, interrogando criticamente la presenza di misoginia nella produzione trap italiana, con particolare attenzione agli artisti emersi negli ultimi anni e maggiormente identificabili con l’universo simbolico della GenZ. L’obiettivo è analizzare la costruzione della maschilità nell’immaginario della musica trap, considerando misoginia e omofobia come dispositivi strutturali per la definizione e la reificazione della maschilità, nonché strumenti di accumulazione di capitale simbolico, in continuità con gli studi sulla maschilità egemonica e sulla performatività di genere. Si ipotizza che nei testi tali pratiche discorsive non siano semplici eccessi retorici o provocazioni stilistiche, ma strumenti centrali nella costruzione di una maschilità competitiva, eteronormativa e omosociale: l’oggettivazione della femminilità, la rappresentazione di una sessualità dominatrice e la denigrazione dell’omosessualità contribuiscono a delineare modelli di maschilità egemonica fondati su potere e dominio simbolico. L’analisi empirica della misoginia nella musica trap si fonda su un corpus di oltre tredicimila testi rap e trap italiani, raccolti tramite tecniche di web scraping e sottoposti a un’analisi quantitativa con strumenti di Natural Language Processing (NLP); questo approccio consente di identificare e quantificare schemi ricorrenti di linguaggio e rappresentazioni discorsive legate alla denigrazione delle donne, alla sessualizzazione, alla violenza di genere e all’omofobia. I risultati indicano che circa un terzo dei testi analizzati contiene almeno un riferimento misogino, prevalentemente manifestato attraverso l’oggettivazione e la degradazione delle donne, mentre solo una minoranza include
espressioni legate alla violenza diretta. Sebbene la maggioranza dei singoli brani non presenti contenuti misogini, molti artisti inseriscono regolarmente tali riferimenti nel proprio repertorio, indicando che la misoginia costituisce una componente ricorrente e strutturale della produzione trap italiana. Oltre alla misoginia, l’omofobia svolge una funzione analoga nell’affermazione della maschilità egemonica. Sebbene i riferimenti omofobici siano numericamente più contenuti, emerge una correlazione significativa tra misoginia e omofobia: i brani che includono riferimenti all’omosessualità tendono a presentare livelli più elevati di contenuti misogini. Tali evidenze confermano quanto indicato dalle teorie classiche sulla maschilità, secondo cui misoginia e omofobia non operano come registri separati, ma come dispositivi intrecciati nella costruzione di una maschilità eteronormativa e competitiva. L’analisi temporale mostra come, a partire dalla metà degli anni Duemila, la quota di testi contenenti riferimenti misogini cresca progressivamente, con un’intensificazione più marcata nella fase successiva al 2016, coincidente con l’affermazione della trap come linguaggio dominante per le nuove generazioni; negli anni più recenti, la presenza di contenuti misogini raggiunge i livelli più elevati dell’intero arco temporale considerato. Emerge inoltre una associazione positiva tra popolarità di artisti e brani e presenza di contenuti misogini, suggerendo una convergenza tra retoriche della trasgressione e logiche di mercato: la rappresentazione di una maschilità iper-performativa e sessualmente dominante non si limita a costituire un codice interno alla sottocultura, ma si dimostra compatibile e funzionale ai processi di visibilità, monetizzazione e successo. Nel complesso, la traiettoria temporale e quella legata alla popolarità evidenziano come misoginia e costruzione della maschilità operino come risorse discorsive dinamiche, capaci di adattarsi alle trasformazioni del mercato musicale e alle nuove logiche di visibilità digitale, contribuendo alla legittimazione e al riconoscimento simbolico degli artisti all’interno della sottocultura trap. Questi risultati indicano che misoginia e omofobia nei testi trap non costituiscano elementi marginali o occasionali, bensì componenti strutturali del linguaggio e delle narrazioni che attraversano il genere. Collocare la trap al centro dell’universo culturale della Gen Z significa quindi interrogare criticamente i processi attraverso cui determinate rappresentazioni di
genere vengono normalizzate, spettacolarizzate e rese culturalmente legittime. La diffusione di tali contenuti, insieme alla loro correlazione con la popolarità di artisti e brani, suggerisce che questi dispositivi discorsivi operino come meccanismi attivi di produzione e consolidamento di norme di genere e gerarchie simboliche all’interno della cultura giovanile contemporanea. In questo senso, il contributo offre un’analisi empiricamente fondata di un fenomeno centrale per le culture giovanili attuali, mettendo in luce il ruolo della trap come spazio privilegiato di osservazione delle trasformazioni delle maschilità e delle dinamiche di potere che le attraversano.