VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 4 - Panel 09: Narrazioni e vissuti delle migrazioni
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Il gioco dell’ombra. Storytelling mobile e partecipazione digitale nei minori migranti non accompagnati. University of Modena and Reggio Emilia, Italia Il contributo propone una riflessione metodologica e teorica sul participatory transmedia storytelling (PTS) come dispositivo di ricerca-azione nei contesti migratori contemporanei, assumendo come caso di studio il progetto transmediale Shadow Game (www.shadowgame.eu), realizzato con minori migranti non accompagnati (Unaccompained Mgrant Children – UMC) lungo la rotta balcanica e nei Paesi di arrivo europei. L’obiettivo è interrogare il PTS non soltanto come tecnica di documentazione audiovisiva, ma come pratica di facilitazione comunicativa capace di incidere sulle condizioni di produzione di senso, visibilità e riconoscimento degli UMC. Il quadro teorico si colloca all’incrocio tra nuova sociologia dell’infanzia, mediazione dialogica e sociologia della comunicazione. In tale prospettiva, la partecipazione non è intesa come elemento accessorio o retorico, ma come condizione strutturale dell’agency e dell’autorità epistemica dei bambini. Il PTS viene quindi concepito come metodologia che redistribuisce, almeno parzialmente, il potere narrativo e riorganizza le asimmetrie generazionali e istituzionali attraverso processi di negoziazione, co-costruzione dell’agenda e condivisione delle scelte rappresentative. Il focus dell’analisi è duplice. Da un lato, si indaga la forma culturale del “Game” – espressione con cui i ragazzi definiscono l’attraversamento delle frontiere lungo la rotta balcanica – come paradigma narrativo e cognitivo. Il viaggio viene strutturato come una sequenza di livelli, prove, ostacoli e strategie, in una logica che ibrida storytelling e gaming. Tale metafora non è meramente retorica, ma organizza l’esperienza vissuta, orienta le pratiche di coordinamento e produce una grammatica condivisa di senso tra pari. Dall’altro lato, si analizzano le pratiche di mobile filmmaking in prima persona, evidenziando come lo smartphone funzioni simultaneamente da strumento di sopravvivenza, dispositivo relazionale e mezzo di autorappresentazione. L’analisi dei lungometraggi Shadow Game e Mind Game, insieme ai materiali digitali prodotti dagli stessi protagonisti, consente di mettere in luce il carattere processuale e relazionale della partecipazione. Il lavoro non si limita a “dare voce” ai minori, ma costruisce un contesto in cui la voce può essere esercitata in modo situato e strategico. Le scelte su cosa filmare, cosa omettere e come autorappresentarsi diventano momenti centrali di esercizio dell’agency, in un equilibrio costante tra documentazione delle violazioni subite e gestione della propria immagine pubblica. La facilitazione non elimina le asimmetrie, ma le rende oggetto di riflessività e negoziazione. Il PTS emerge così come metodologia articolata su tre livelli: epistemico, in quanto riconosce i minori come produttori di conoscenza situata sulle pratiche migratorie; interazionale, perché ridefinisce le condizioni della comunicazione tra adulti e minori; trasformativo, poiché connette il processo filmico a spazi di advocacy e rivendicazione dei diritti, come dimostrato dalla realizzazione partecipata di una petizione sul riconoscimento dei diritti degli UMC. In tal senso, il progetto non si esaurisce nel prodotto narrativo transmediale, ma si configura come infrastruttura comunicativa che intreccia documentario, gaming, piattaforme digitali e attivazione pubblica. Il PTS costituisce una pratica sociologicamente rilevante per analizzare e al tempo stesso intervenire nelle dinamiche di rappresentazione dei minori migranti, tra subordinazione, trauma e conflitto sociale. Esso permette di superare la dicotomia tra migrante-vittima e migrante-minaccia, evidenziando invece la dimensione culturale e relazionale dell’agency dei bambini. In un contesto segnato da regimi istituzionali di attesa e controllo, la facilitazione della comunicazione diventa uno spazio in cui si negoziano identità, diritti e forme di cittadinanza simbolica. Il caso analizzato mostra come le culture digitali contemporanee possano funzionare non solo come ambienti tecnologici delle migrazioni, ma come campi di sperimentazione metodologica per una sociologia della comunicazione attenta ai processi di co-produzione del reale e alle condizioni di esercizio dei diritti dei soggetti minorenni. Fratture narrative. Migrazioni e genere tra appartenenza, identità e trasformazioni sociali Università di Macerata, Italia Nel dibattito sociologico contemporaneo, le narrazioni non costituiscono soltanto modalità di rappresentazione dell’esperienza, ma vere e proprie infrastrutture di legittimazione: dispositivi simbolici attraverso cui si definiscono appartenenze, si stabiliscono gerarchie e si rendono accettabili determinati assetti sociali. Nei contesti di trasformazione e crisi, tali infrastrutture vengono messe alla prova, producendo fratture tra racconti istituzionali e vissuti individuali. In questa prospettiva, il contributo propone di leggere le narrazioni come luoghi in cui si costruisce e si contesta l’ordine sociale, assumendo come casi empirici i processi migratori italiani e le dinamiche di genere tra sfera privata e politiche pubbliche. Il primo contributo analizza le narrazioni legate all’emigrazione italiana, con particolare attenzione al passaggio dalla prima alla seconda generazione. La prima generazione ha spesso costruito il proprio racconto attorno ai temi del sacrificio, della resilienza e della speranza, contribuendo a legittimare una visione moralmente positiva dell’esperienza migratoria e a consolidare forme di appartenenza comunitaria transnazionale (Canovi, 2011; Salsi, 2013; Frisina, 2016; Martiniello, 2017). Le seconde generazioni, invece, mettono in discussione queste narrazioni unitarie, evidenziando tensioni identitarie, ambivalenze e conflitti tra eredità familiare e appartenenza al paese di crescita (Levitt, 2009). Attraverso due ricerche empiriche incentrate sull’emigrazione italiana in Belgio, la prima, fondata su 14 video interviste realizzate all’interno delle comunità italiane () e la seconda, basata su 32 interviste biografiche (Bichi & Maestripieri, 2012) rivolte ai discendenti di migranti italiani arrivati nel paese tra il 1946 e il 1976, il contributo mostra come il “crash” emerga quando le narrazioni consolidate non riescono più a contenere la pluralità delle esperienze e delle identità contemporanee, producendo nuove forme di negoziazione simbolica. Il secondo contributo si concentra sulle narrazioni di genere, esplorando il loro ruolo sia nella costruzione biografica delle identità sia nella definizione delle politiche pubbliche. A livello individuale, le narrazioni consentono di articolare vissuti che possono confermare o contestare le norme di genere dominanti (Cagnolati & Covato, 2016; Mazeikiene, 2015). In un primo caso l’analisi di 21 interviste semi-strutturate a uomini e donne che gestiscono aziende familiari in Italia e Spagna evidenzia come i racconti funzionino da dispositivi di legittimazione di ruoli tradizionali o, al contrario, da strumenti di ridefinizione delle aspettative (Ulivieri & Biemmi, 2011). In un secondo caso, sul piano istituzionale, l’analisi di 19 interviste a testimoni privilegiati coinvolti nella redazione dei Gender Equality Plan in diversi Paesi europei mostra come le narrazioni ufficiali sull’uguaglianza producano specifiche rappresentazioni del problema di genere, orientando priorità, soluzioni e modelli di intervento (Leca & Barin Cruz, 2021; Zilber, 2024). Anche in questo caso, il conflitto emerge nello scarto tra retoriche inclusive e pratiche organizzative, tra dichiarazioni di principio e trasformazioni effettive. Nel loro insieme, i due contributi di ricerca mostrano che le narrazioni operano come infrastrutture attraverso cui si legittimano identità migranti, ruoli di genere e modelli istituzionali. Il “crash” si manifesta quando tali infrastrutture entrano in tensione con la complessità dei vissuti contemporanei, aprendo spazi di ridefinizione simbolica e politica. In tal senso, l’analisi delle narrazioni consente di comprendere come migrazione e genere rappresentino campi privilegiati per osservare le fratture tra memoria, appartenenza, potere e trasformazione sociale. Migrazione e disabilità. Una riflessione sulla doppia invisibilità e la giustizia sociale attraverso il podcast “Il doppio confine Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Italia Le migrazioni sono un tema caldo nel dibattito pubblico e mediale, non solo nazionale ma internazionale (de Haas et al., 2019). Nella conformazione dell’alterità come nemica inizia ad emergere nella comunità scientifica il disvelamento dell’intersezione tra background migratorio e disabilità, quale lente di ingrandimento per il primato di non-persone (Dal Lago, 1999, Yeo, 2024; Bogdanoski, 2026; Burch e Wilkin, 2025; Bacakova et al., 2026; Melbøe e Soldatìc, 2025). Il contributo partendo dalla analisi di un clima di difficile integrazione (Vox Diritti, 2025, Autor* 2024, Autor* 2025) sviluppa una riflessione sulla condizione di doppia marginalità vissuta dalle persone con disabilità e background migratorio, assumendo come quadro analitico la matrice dell'oppressione (Adams et al., 2016) e di odio. L'intersezionalità tra migrazione e disabilità non viene trattata come semplice sovrapposizione di svantaggio, ma come effetto di un sistema di oppressione reticolare che opera simultaneamente sul piano conscio e inconscio, attraversando e intrecciando le dimensioni individuale, sociale e culturale. È in questa struttura profonda che si radica la doppia invisibilità simbolica e materiale che raramente trova spazio nei discorsi pubblici e nei media mainstream. Guardando alla giustizia sociale quale obiettivo e processo, il contributo adotta un approccio qualitativo e critico articolato su due livelli. Il primo è teorico-interpretativo: attraverso le lenti congiunte dei disability studies e dei media studies, si esplora come la matrice dell'oppressione strutturi le narrazioni disponibili sull'esperienza intersezionale, producendo forme di annullamento simbolico che i media possono riprodurre o, in alcune condizioni, cominciare a incrinare. Il secondo livello è applicativo ed esplorativo: il podcast Il doppio confine, prodotto da LEDHA nell'ambito del progetto europeo Ci Siamo in collaborazione con Fondazione ISMU, viene analizzato come dispositivo mediale situato e come pratica di autonarrazione capace di far emergere biografie che rivelano i piani e le tensioni dell'oppressione nella loro concretezza vissuta. Le storie di Aziz (Marocco), Zahra (Iran) e Tamru (Etiopia) sono lette come testi culturali situati, attraverso cui interrogare se e come il formato podcast possa sfidare la logica dell'invisibilità intersezionale e contribuire a una coesione sociale autenticamente democratica (Fuchs, 2021). L'analisi si avvale di interviste semi-strutturate con i protagonisti degli episodi e con i professionisti delle associazioni coinvolte, al fine di raccogliere prospettive situate tanto sull'esperienza incarnata quanto sulle scelte narrative adottate. I risultati mostrano come il podcast produca una rottura significativa rispetto ai frame dominanti della commiserazione e dell'assenza. Tuttavia, le interviste rivelano tensioni irrisolte tra l'esperienza vissuta e le possibilità espressive offerte dal formato, mentre le scelte narrative degli sviluppatori riflettono una consapevolezza solo parziale della complessità strutturale dell'oppressione. In questa prospettiva, il contributo avanza l'ipotesi di una riflessività mediale come pratica possibile e necessaria: una modalità di produzione di contenuti che non si limiti a rappresentare le vulnerabilità, ma che orienti attivamente lo sguardo collettivo verso la comprensione delle loro cause strutturali (Dalvit, 2025, Varma, 2025). Ciò implica scelte narrative consapevoli — nella selezione delle voci, nella costruzione del contesto, nel ritmo stesso dell'ascolto — capaci di allenare l'ascoltatore a riconoscere la natura sistemica delle disuguaglianze, piuttosto che ridurle a storie individuali di resilienza o di sofferenza. Un media riflessivo non si rivolge alla compassione, ma alla cognizione critica: sollecita domande sulle condizioni che rendono possibile l'esclusione, attiva connessioni tra esperienze apparentemente distanti, e restituisce all'ascoltatore non solo l'immagine di chi abita le frontiere, ma gli strumenti per leggere le frontiere stesse. Questo richiede un lavoro di posizionamento esplicito e la capacità di progettare spazi di ascolto, quali praxis di giustizia sociale, che non neutralizzino la complessità nella visibilità, ma la rendano un dispositivo di educazione critica alla differenza e all’altro. | ||
