VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
|
Daily Overview |
| Sessione | ||
Sessione 4 - Panel 07: Teorie e pratiche dell'IA
| ||
| Presentazioni | ||
Dire A e Dire CON gli LLM: conflitti sommersi nell’uso dell’IA Generativa da parte degli studenti universitari 1Istituto Universitario Salesiano Venezia (Iusve), Italia; 2Università eCampus L’ingresso dell’Intelligenza Artificiale Generativa nella quotidianità degli studenti universitari solleva una questione che supera la mera dimensione tecnica e intercetta il piano della relazione utente-macchina. Recenti studi nell’ambito accademico italiano documentano la rapida diffusione di strumenti come ChatGPT nelle pratiche di studio e l’emergere di una zona grigia tra utilizzi concreti e aspettative d’uso dell’IA (Ciofalo, Pedroni & Setiffi, 2023), in un contesto nel quale la riflessione critica sulle modalità di interazione con questi sistemi resta largamente assente dai percorsi formativi (Fiorucci & Bevilacqua, 2024; Selwyn, 2024). Il presente contributo riporta i risultati iniziali di una ricerca qualitativa ancora in corso, con un’impostazione di tipo Grounded Theory (Charmaz, 2006), che ha sinora evidenziato interessanti aspetti di conflittualità emergente tra rappresentazione della tecnologia e pratiche d’uso. Gli studenti partecipanti alla ricerca dichiarano, infatti, di concepire l’IA generativa come mero strumento che utilizzano anche nelle loro attività di studio, e tuttavia nell’uso concreto dei chatbot, essi attivano schemi comunicativi propri dell’interazione interpersonale. In prospettiva transdisciplinare, questa riflessione esplora le implicazioni dello scarto, interrogando il ruolo dello script conversazionale inscritto nell’interfaccia e le sue implicazioni epistemiche. Il contributo riporta dei risultati che evidenziano dunque uno scarto tra concezioni e pratiche. Sul piano dichiarativo, gli studenti definiscono l’IA come strumento subordinato all’intenzione umana, rivendicando il controllo del processo e negando alla macchina capacità di comprensione autonoma. Sul piano delle pratiche, tuttavia, trasferiscono sull’IA gli schemi comunicativi propri dell’interazione interpersonale: utilizzano formule di cortesia, attribuiscono al sistema capacità di comprensione, manifestano frustrazione quando l’output non corrisponde alle aspettative e mettono in atto strategie di riparazione. L’analisi identifica nello script conversazionale il meccanismo generativo di questo conflitto: lo stesso design che produce comunicazione plausibile alimenta un’illusione epistemica nella quale l’output statisticamente generato viene assunto come conoscenza, con il rischio di una progressiva disattivazione del pensiero critico (Loru et al., 2025). La ricerca contribuisce al dibattito sulla condizione umana nell’interazione con gli artefatti algoritmici documentando il conflitto tra concezione strumentale e pratica relazionale come fenomeno interno e sommerso, non riducibile a inconsistenza individuale. Il ruolo dell’AI generativa nella gestione dei conflitti relazionali e nella costruzione dell’intimità digitale degli/delle adolescenti in Italia 1Sapienza Università di Roma, Italia; 2Università di Padova Il contributo analizza come le/gli adolescenti italiane/i utilizzano l’Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) per gestire questioni di natura intima, sessuale/romantica e i possibili conflitti che ne derivano. Recenti studi hanno evidenziato come la pervasività della GenAI nella vita quotidiana (Han et al. 2025; per l’Italia, Save the Children, 2025; Eukidsonline, 2026) e il ruolo che essa assume nelle vite degli/delle adolescenti meriti un approfondimento in ragione delle sperimentazioni affettive e della scoperta dell’intimità, della sessualità e dell’identità di genere che caratterizzano questa fase di vita. Finora il dibattito scientifico si è concentrato principalmente sulle forme di pseudo-intimità (Adewale e Muhammad, 2025) o sulle relazioni affettive o sessuali che gli utenti possono sperimentare attraverso la GenAI (Zhou e Guan, 2025), anche grazie alla sua natura antropomorfica (Song et al., 2022; Bennato, 2025). Nello specifico è stato indagato il livello di coinvolgimento che gli utenti creano con questi agenti sociotecnici per replicare interazioni romantiche o renderle più soddisfacenti (Saga et al.,2025), anche grazie alla creazione di contenuti che siano da stimolo sessuale, per se stessi o per il/la partner (Willoughby et al., 2025). Poco esplorato (Sun et al., 2026) è il ruolo attribuito dagli/dalle adolescenti alla GenAI nella costruzione e nella gestione della vita intima. Il presente studio intende colmare questo vuoto conoscitivo, rispondendo ai seguenti interrogativi:
Utilizzando un approccio qualitativo, sono state condotte 49 interviste semi-strutturate ad adolescenti italiani (16-18 anni), analizzate attraverso una qualitative content analysis (Mayring, 2021). La traccia è stata costruita attraverso il metodo partecipativo, che ha coinvolto un gruppo di teenager. I risultati evidenziano che le/gli adolescenti si rivolgono in qualsiasi momento alla GenAi per chiedere consigli sull’intimità o sulla gestione di conflitti interiori derivanti da varie forme di incertezza relazionale. La GenAI amplia lo spettro dei significati attribuiti al comportamento del partner in situazioni specifiche e offre supporto alla gestione delle relazioni in tempo reale, suggerendo come interpretare i comportamenti dell’altro/a o come rispondere ai messaggi in caso di conflitti o rotture. La GenAI risulta particolarmente supportiva per gli adolescenti LGBTQ+, che la usano per esplorare la propria intimità. La portabilità e il grado di confidenza personale restituito dalla GenAI ne fanno uno spazio intimo e protetto per esprimere dubbi, paure e insicurezze legate alla sessualità. In generale, anche se la GenAI compensa lacune sui temi dell’intimità, non è usata principalmente con finalità conoscitive, ma per la risoluzione immediata di problemi relazionali che emergono su altre piattaforme (ad es. WhatsApp). Le/Gli adolescenti esprimono scetticismo sull’affidabilità delle risposte fornite dalla GenAI nelle questioni intime, soprattutto in riferimento al fatto che l’IAG, a differenza dei motori di ricerca come Google, tende a offrire un’unica risposta che lascia poco spazio all’agency. Di fronte al dibattito pubblico e politico conflittuale sull’educazione affettivo-sessuale, l’IAG colma il vuoto lasciato dagli agenti di socializzazione e si rivela più competitiva grazie alle affordances che rendono l’interazione con essa più personale, personalizzabile e continua. Accelerazione, disuguaglianze e narrazioni: diffusione dell’AI e selezione comunicativa 1Univesità degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale; 2Università degli Studi di Teramo Il rapporto tra innovazione tecnologica e comunicazione è stato frequentemente interpretato come introduzione di nuovi strumenti o ampliamento delle possibilità espressive. Tuttavia, le recenti controversie legate al 5G e alla circolazione delle informazioni nelle piattaforme digitali mostrano come l’innovazione intervenga nelle condizioni sociali della fiducia, nei processi di legittimazione delle informazioni e nei criteri attraverso cui le narrazioni vengono accettate, contestate o rifiutate. In questo quadro, la presente proposta sostiene che l’intelligenza artificiale contribuisce a ridefinire le condizioni di possibilità della comunicazione. In questa prospettiva, il contributo si interroga su come l’integrazione dell’AI nei processi comunicativi possa trasformare i criteri attraverso cui le narrazioni vengono riconosciute come affidabili. L’ipotesi è che l’AI sposti progressivamente i meccanismi di legittimazione dalla verifica dell’origine alla performatività dei contenuti. Ciò che risulta funzionale alla prosecuzione della comunicazione tende a essere riconosciuto come affidabile, indipendentemente dalla natura, umana o artificiale, della fonte. Per sviluppare questa tesi, il contributo adotta un approccio teorico-interpretativo e riprende in chiave sociologica la teoria della diffusione dell’innovazione di Rogers (2003), assumendo l’innovazione come fatto sociale. L’adozione dell’AI è interpretata come esito di processi relazionali, culturali e comunicativi, nei quali le caratteristiche dell’innovazione - vantaggio relativo, compatibilità, complessità, sperimentabilità e osservabilità - operano come condizioni di probabilità della diffusione. Tra queste dimensioni, la compatibilità emerge come fattore decisivo. I sistemi generativi apprendono e riproducono linguaggi, repertori simbolici e pratiche comunicative già esistenti, inserendosi nelle interazioni quotidiane senza apparente discontinuità. Questa forma di compatibilità mimetica favorisce la naturalizzazione dei contenuti prodotti dall’AI e rende meno visibili i processi di selezione che ne sostengono la plausibilità. La crescente integrazione dell’AI nei circuiti comunicativi produce un effetto ulteriore: l’erosione dei criteri tradizionali attraverso cui distinguere tra intelligenza umana e artificiale. In condizioni di opacità rispetto all’origine dei contenuti, la fiducia tende a riorientarsi verso la performance comunicativa, ovvero verso la capacità di un messaggio di risultare pertinente, comprensibile e utile nel contesto dell’interazione. In questo senso, all’AI viene attribuita una forma di capitale sociale, inteso come riconoscimento di legittimità nelle reti comunicative. Il contributo propone di interpretare l’AI non solo come tecnologia, ma come attore comunicativo cui viene attribuito riconoscimento e legittimità. Riprendendo la distribuzione degli adottatori proposta da Rogers, il contributo evidenzia come l’accesso differenziale a risorse economiche, culturali e relazionali condizioni non solo l’adozione dell’AI, ma anche la capacità di utilizzarla per produrre, interpretare e contestare narrazioni. Si configura così un “artificial divide” che si sovrappone al digital divide, distinguendo tra soggetti in grado di integrare l’AI nei propri processi comunicativi e soggetti che ne subiscono gli effetti. Emergono così nuove forme di disuguaglianza comunicativa, che si articolano nella capacità di orientare i processi di produzione e interpretazione delle narrazioni. Infine, la produzione automatizzata e la rapidità di circolazione dei contenuti rafforzano dinamiche della post-verità, in cui il conflitto sociale emerge da processi di selezione comunicativa che amplificano alcune narrazioni oscurandone altre. In una società caratterizzata da elevata incertezza, l’intelligenza artificiale agisce come dispositivo che riorganizza le condizioni di visibilità, fiducia e plausibilità della comunicazione. In questa prospettiva, l’AI può essere interpretata come un moltiplicatore di probabilità comunicative che, accelerando i tempi di produzione e riconoscimento dei contenuti, comprime gli spazi della riflessività e ridefinisce i criteri di stabilizzazione delle narrazioni. Ciò implica uno spostamento analitico dalle tecnologie come strumenti alle tecnologie come condizioni strutturali della comunicazione. Complessivamente, il contributo mostra come l’AI ridefinisca i criteri di legittimazione delle narrazioni, riorienti i meccanismi di fiducia verso la performance comunicativa e produca nuove linee di differenziazione sociale, inserendosi nel dibattito su innovazione, comunicazione e disuguaglianze nelle società contemporanee. Dalla post-verità alla post-autorialità? Piattaforme, AI generativa e conflitti epistemici 1Università degli Studi della Tuscia, Italia; 2Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Italia Negli ultimi anni il dibattito sulla post-verità ha progressivamente spostato l’attenzione dalle fake news come contenuti falsi alla trasformazione degli ecosistemi informativi e delle forme di autorità epistemica (Wardle & Derakhshan 2017; Lazer et al. 2018, Levitin 2016). L’emergere dell’AI generativa introduce un ulteriore elemento di discontinuità: non solo filtri e algoritmi di selezione, ma sistemi capaci di produrre testi, immagini e argomentazioni formalmente coerenti, plausibili e contestualmente adattive (Buchanan et al. 2021; Bontcheva 2024). In questo scenario, il contributo propone di interrogare il passaggio dalla “post-verità” a una possibile “post-autorialità”, intesa come ridefinizione strutturale delle pratiche di produzione, mediazione e validazione del sapere nelle piattaforme digitali (Gillespie 2018). Domanda di ricerca. In che modo l’utilizzo dell’AI generativa può contribuire a ristrutturare le forme di autorità epistemica nei contesti di conflitto (politico, culturale, geopolitico) e quali implicazioni produce rispetto alla tradizionale lettura della post-verità come crisi del rapporto tra fatti ed emozioni? L’ipotesi è che l’AI non rappresenti una causa lineare della disinformazione, ma un acceleratore di conflitti epistemici già inscritti nella piattaformizzazione dell’informazione e nella lunga storia della produzione di informazioni e contenuti in diverse epoche storiche (Striphas 2023; Woolley, Howard 2018; Benkler et al. 2018; Hochschild, Einstein 2015). Quadro teorico. Il contributo si colloca all’interno di una prospettiva mediologica ed ecosistemica che supera una concezione meramente strumentale delle tecnologie (Autor* 2017, Weinberger 2011). Riprendendo l’idea che ogni trasformazione dei supporti di esternalizzazione del sapere modifichi le forme della conoscenza stessa, si assume che le piattaforme e i modelli generativi non siano semplici strumenti, ma ambienti che ridefiniscono le condizioni di produzione e circolazione del discorso pubblico, e in ultima analisi gli stessi orizzonti di possibilità di azione (Gillespie 2018). In questa cornice, la nozione di autorità viene analizzata come costrutto storico e relazionale, continuamente negoziato tra attori, infrastrutture tecniche e dispositivi economico-politici (Kozyreva et al. 2020). Approccio metodologico. Il paper adotta un’analisi teorico-critica integrata da osservazioni di casi esemplificativi relativi all’uso dell’AI generativa in contesti conflittuali (campagne elettorali, conflitti armati, polarizzazioni culturali), includendo forme di synthetic media (Chesney, Citron 2019). L’attenzione è rivolta non alla verifica puntuale dei singoli contenuti, ma alle trasformazioni delle pratiche discorsive: produzione automatizzata di sintesi persuasive, simulazione di expertise, ibridazione tra umano e macchina nella scrittura pubblica (Bontcheva 2024). L’obiettivo è individuare pattern ricorrenti di ridefinizione dell’autorialità e della responsabilità. Risultati attesi. L’analisi mostra che un certo utilizzo dell’AI generativa può tendere a produrre un effetto di “iper-plausibilità”: contenuti formalmente coerenti che rendono meno visibili i processi di costruzione del sapere e più opache le catene di responsabilità. Nei contesti di conflitto, ciò non elimina la dimensione emotiva già evidenziata nel dibattito sulla post-verità, ma la integra con una nuova dinamica: la delega cognitiva a sistemi opachi percepiti come neutrali da persone senza adeguate competenze (Kozyreva et al., 2020). Ne deriva una ridefinizione dell’autorialità che non coincide con la scomparsa dell’autore, ma con la sua distribuzione tra utenti, piattaforme e modelli. Pertinenza e conclusioni. In linea con il panel “Informazione, piattaforme e post-verità nei conflitti”, il contributo sostiene che la questione centrale non sia la mera proliferazione di contenuti falsi, bensì la ristrutturazione delle condizioni epistemiche del conflitto (Wardle & Derakhshan 2017; Lazer et al. 2018). In risposta, si propone un ripensamento della media literacy in chiave ecosistemica: non solo fact-checking, ma comprensione critica delle logiche generative, delle architetture di piattaforma e delle responsabilità distribuite (Bruno et al. 2025; UNESCO, 2023). Più che delegare la governance della verità agli algoritmi, si tratta di formare soggetti capaci di abitare consapevolmente l’incertezza, riconoscendo la dimensione culturale e politica delle tecnologie generative. | ||
