Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 4 - Panel 06: Conflitti di genere
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Le culture di celebrazione del femminicida in Italia: uno studio basato sui metodi digitali Sapienza Università di Roma, Italia Lo studio analizza gli immaginari culturali e discorsivi (Caliandro & Gandini, 2024) che si sviluppano sui social media a proposito della figura del femminicida, considerata oggetto di conflitto simbolico tra narrazioni opposte. Da un lato, critiche femministe presentano il perpetratore come prodotto di strutture patriarcali (Taylor & Jasinski, 2011); dall’altro, alcune comunità online ne costruiscono rappresentazioni celebrative. Il contributo si concentra sulla costruzione e celebrazione digitale del femminicida. Gli studi esistenti hanno esaminato la rappresentazione del femminicida nella stampa (Morrone & Capecchi, 2024; Dell’Anno, 2021; Saccà, 2021), che riproduce la relazione con la vittima, il conflitto relazionale, il raptus e lo ritrae come psicologicamente instabile, geloso e mostruoso. Inoltre, gli articoli di giornale enfatizzano la dimensione passionale del delitto e la reputazione del femminicida. Tuttavia, le ricerche esistenti trascurano come le comunità dei social media costruiscano la rappresentazione del femminicida, favorendo processi di celebrificazione (Driessens, 2013) e contribuendo così alla normalizzazione del femminicidio come fatto sociale (Durkheim, 1982). Per colmare questa lacuna, il contributo considera la manosfera (Bainotti & Semenzin, 2021), in particolare gli Incel (Azzolari, 2021), già noti per aver celebrato Elliot Rodger (Ging, 2019), e i dark fandoms, definiti da Broll (2020) come comunità di fan che si identificano con o celebrano individui che hanno commesso atti atroci. Combinando la ricerca femminista sul femminicidio (Taylor & Jasinski, 2011) con studi sulla celebrazione dei killer (Cecil, 2020) nel contesto della piattaformizzazione (Duffy et al., 2019), lo studio risponde alla seguente domanda di ricerca: in che modo le comunità online, alimentate dalla circolazione di notizie di cronaca nera sui social media, contribuiscono alla costruzione dello status di celebrità del femminicida e alla normalizzazione del femminicidio? Il contributo fa parte di un progetto più ampio che combina metodi digitali (Rogers, 2009), inseriti in un framework qualitativo (Caliandro & Gandini, 2017), con la ricerca qualitativa tradizionale (Cardano, 2011), e presenta risultati iniziali sulla celebrazione digitale del femminicida. Focalizzandosi su casi recenti di femminicidi in Italia - Filippo Turetta, Alessandro Impagnatiello, Stefano Argentino e Mark Samson - è stata condotta un’analisi cross-platform su video TikTok e Instagram, articolata in due fasi. Nella prima fase, lo studio esplora come gli account di media tradizionali, gli account di informazione nativi digitali e i creatori di contenuti true crime rappresentino il femminicida attraverso narrazioni e immaginari culturali. Sono stati considerati account con più di 500.000 follower e, tra quelli che hanno trattato questi casi, è stato costruito un dataset composto dai 24 video più apprezzati in termini di like, analizzati tramite un’analisi del contenuto etnografica (Altheide, 1987) e un’analisi critica del discorso (Fairclough, 1997). La seconda fase esamina come la manosfera e i dark fandoms utilizzino queste narrazioni per costruire rappresentazioni celebrative del femminicida. Attraverso un campionamento basato sugli hashtag dei nomi dei perpetratori e delle vittime, sono stati analizzati i 36 video più apprezzati in termini di like, mediante un’analisi del contenuto etnografica, un’analisi visuale del contenuto (Caliandro & Gandini, 2017) e un’analisi critica del discorso; inoltre, è stata condotta un’analisi delle narrazioni nei commenti (Caliandro & Gandini, 2017). I risultati della prima fase confermano le rappresentazioni evidenziate dalla letteratura, caratterizzate da narrazioni sensazionalistiche e drammatizzate, modellate ulteriormente dalle logiche di visibilità e viralità delle piattaforme. Inoltre, il contributo evidenzia contro-narrazioni che presentano il femminicida come un individuo ordinario. La seconda fase mostra come gli Incel e i dark fandoms sfruttino la circolazione di notizie di cronaca nera su TikTok e Instagram per amplificare la celebrazione del femminicida attraverso ironia, dark humor e cultura dei meme. Queste pratiche rafforzano atteggiamenti misogini, alimentano conflitti discorsivi e simbolici e contribuiscono alla normalizzazione del femminicidio come pratica sociale. Il forum r/RedPillWomen e la costruzione narrativa dei ruoli di genere nelle piattaforme digitali 1Università degli Studi di Enna "Kore", Italia; 2Università della Calabria Abstract Il contributo propone un’analisi del subreddit r/RedPillWomen come spazio digitale di socializzazione ideologica e di produzione narrativa del conflitto intragenere, collocando il fenomeno all’interno delle trasformazioni comunicative e culturali proprie della società contemporanea. La comunità si sviluppa in stretta continuità con l’universo della manosfera e con le matrici ideologiche dell’alt-right maschile, rielaborandone in chiave femminile il lessico della gerarchia e della complementarità di ruolo (Proctor, 2023). Attraverso un approccio di digital ethnography (Sumiala & Tikka, 2020) e una codifica tematica induttiva ispirata alla grounded theory (Charmaz, 2006), l’articolo esamina il ruolo svolto dal wiki del forum nel plasmare le dinamiche di genere e i processi di socializzazione di norme e valori condivisi, a partire dalla rilettura collettiva di due testi canonici del repertorio tradwife e red pill: Fascinating Womanhood di Helen Andelin (1963) e For Women Only di Shaunti Feldhahn (2004). Il corpus dei contenuti analizzati è stato organizzato e classificato in macro-categorie tematiche emerse dall’analisi induttiva dei commenti e dei materiali del wiki, al fine di individuare le principali cornici discorsive attraverso cui vengono costruiti ruoli, responsabilità e gerarchie di genere. L’ipotesi di fondo è che tali pratiche non si limitino a esprimere un orientamento conservatore, ma contribuiscano a strutturare una vera e propria grammatica simbolica del conflitto contemporaneo. In questa grammatica, la crisi delle relazioni di genere viene narrata come esito della modernità, del femminismo e della progressiva dissoluzione dei ruoli tradizionali. All’interno di questo quadro prende forma un conflitto intragenere, che oppone due figure femminili costruite discorsivamente: da un lato la donna “moderna”, emancipata e professionalizzata; dall’altro la donna “tradizionale”, orientata alla famiglia e alla complementarità gerarchica (Bower, 2025). Tale riorganizzazione simbolica non è neutra: si innesta su una più ampia cornice culturale in cui il richiamo alla “tradizione” interseca retoriche nazionaliste e, in alcuni casi, immaginari identitari riconducibili all’universo suprematista bianco. Pur non configurandosi sempre come esplicita adesione all’estremismo, la comunità rielabora e normalizza categorie e narrazioni circolanti negli ambienti alt-right, contribuendo alla loro diffusione in forma culturalmente più legittimata e affettivamente accettabile. Il contributo dialoga con il dibattito sulle dinamiche di polarizzazione digitale, mostrando come le piattaforme non si limitino a ospitare conflitti simbolici, ma ne amplifichino l’intensità attraverso meccanismi di visibilità algoritmica e di eco ideologica (Bentivegna & Boccia Artieri, 2019). Le narrazioni prodotte in r/RedPillWomen non si configurano come mera reazione difensiva, bensì come contro-narrazione organizzata che interpreta la crisi sistemica delle relazioni di genere come perdita di ordine simbolico e propone il “ritorno alla tradizione” quale soluzione normativa e affettiva. In questa chiave, il caso analizzato consente di riflettere su come i processi culturali contemporanei trasformino il conflitto in principio organizzatore dell’identità e su come le narrazioni digitali contribuiscano a rimodulare gli spazi della convivenza, oscillando tra promessa di cura simbolica e riproduzione delle gerarchie. Abitare il crash. Violenza di genere digitale, piattaforme e pratiche di resistenza Sapienza Università di Roma, Italia La violenza digitale di genere rappresenta un fenomeno di crescente pervasività negli ambienti comunicativi contemporanei (Henry et al. 2020; Hall et al 2022). Essa si manifesta attraverso diverse pratiche – cyberstalking, molestie, hate speech, doxing, deepfake – che colpiscono in modo sproporzionato donne e persone LGBTQIA+ (Powell et al. 2018), riproducendo e amplificando disuguaglianze e squilibri di potere storicamente radicati. Tali processi di “mutual shaping” (MacKenzie e Wajcman 1999) tra disuguaglianze strutturali e logiche algoritmiche influenzano le modalità di partecipazione, visibilità e presenza negli spazi informativi digitali. In questo contesto, il presente contributo analizza le pratiche attraverso cui utenti dei social media sfruttano le affordances di piattaforma (Nagy e Neff 2015) per costruire ambienti digitali personalizzati – spesso descritti come “bolle” – come risposta alla pervasività della violenza digitale genere. Inserendosi nel dibattito sociologico sulle “filter bubbles” e sulle “echo chambers”, tradizionalmente interpretate come dispositivi di polarizzazione e frammentazione dello spazio pubblico (Pariser 2011; Quattrociocchi 2016; Sunstein 2018), il paper propone una lettura alternativa che ne mette in luce la dimensione esperienziale, relazionale e politica come pratica di protezione, cura e resistenza (Bonini e Trerè 2025). Le domande di ricerca che guidano l’analisi sono: in che modo la costruzione di “bolle digitali” da parte di utenti può essere interpretata come una risposta ai conflitti che attraversano gli ambienti informativi contemporanei? Quali sono le implicazioni che questi tentativi di tutela esprimono per le forme di solidarietà e responsabilità collettiva negli spazi connessi? Il lavoro si basa sull’analisi tematica (Braun e Clarke 2012) di 50 interviste semi-strutturate realizzate nell’ambito di [omesso per peer review] sull’esplorazione delle diverse forme di violenza di genere abilitate da tecnologie digitali, e sulle pratiche di resilienza, resistenza e autodeterminazione elaborate dagli/lle utenti. Le interviste hanno coinvolto un insieme diversificato di utenti in termini di identità di genere, orientamento sessuale, fasce anagrafiche, collocazione geografica e titolo di studio. L’analisi adotta un quadro teorico informato dagli Internet Studies e dagli Science and Technology Studies, con particolare attenzione ai processi di negoziazione tra utenti e architetture di piattaforma (Autor* 2024; Parisi e Comunello 2020; Autor* 2025). I risultati mostrano come le bolle digitali non vengano vissute dagli utenti come spazi di chiusura o isolamento, ma piuttosto come ambienti più sicuri e abitabili, all’interno dei quali è possibile condividere esperienze di violenza, costruire relazioni e forme di supporto reciproco. In questo senso, la personalizzazione degli ambienti digitali emerge come una pratica di cura e di auto-tutela che si sviluppa in un contesto di profonda sfiducia nei confronti delle piattaforme e dei loro sistemi di moderazione, percepiti come inadeguati nel contrastare la violenza. Di fronte a questa condizione, le soggettività più esposte al rischio di abuso – quali donne e persone LGBTQIA+ – assumono un ruolo attivo nella gestione della propria esposizione al rischio di abuso online, interagendo strategicamente con le affordance di piattaforma per ridefinire i confini di visibilità e circoscrivere le proprie interazioni in spazi di autotutela spesso definiti come “bolle”. Tuttavia, tali bolle non rimandano a un processo di filtraggio algoritmico opaco e automatico (Pariser 2011), quanto piuttosto ad ambienti costruiti intenzionalmente attraverso un lavoro continuo e consapevole di selezione di contenuti e relazioni, dunque di controllo dell’esposizione. Le “bolle digitali” emergono quindi come tentativi di contrastare le forme di polarizzazione e violenza che attraversano gli ambienti informativi contemporanei. Al tempo stesso, tali pratiche sollevano interrogativi critici nella misura in cui concorrono a riprodurre disuguaglianze meno visibili che si manifestano sotto forma di lavoro di cura e di audience labor necessari e funzionali alla sostenibilità dell’ecosistema di piattaforma. La validazione maschile come dispositivo simbolico e conflittuale: una ricerca esplorativa sulla Male Validation in Italia 1Università G. Fortunato Benevento; 2Università Telematica San Raffaele Roma; 3Università di Urbino Carlo Bo; 4Università di Salerno Con l’espressione male validation si intende un processo simbolico e relazionale che - in contesti eteronormativi e patriarcali - vincola la legittimazione sociale e identitaria al riconoscimento e all’approvazione da parte di soggetti maschili. In una prospettiva sociologica, tale dinamica si colloca nella più ampia costruzione culturale del genere come pratica performativa e relazionale, in cui l’identità individuale si struttura attraverso processi di riconoscimento e regolazione sociale.La validazione maschile, in questo quadro, non rimane nella sfera dei bisogni psicologici individuali del riconoscimento, ma può esser letta come un dispositivo sociale che riflette diseguaglianze di potere storicamente radicate. La letteratura sui regimi simbolici di genere ha infatti evidenziato come l’approvazione maschile operi quale forma di capitale simbolico, capace di incidere sul valore sociale attribuito ai corpi, ai comportamenti e ai percorsi biografici delle donne, degli stessi uomini e di altre identità. In questa prospettiva la validazione maschile si intreccia con le norme della femminilità enfatizzata e con le strutture della maschilità egemonica contribuendo alla riproduzione di gerarchie relazionali e aspettative normative. La male validation, dunque, può essere letta come un processo di regolazione sociale che orienta pratiche, desideri e forme di autopercezione. Il contributo si inserisce nel tema del convegno “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti” interrogando la male validation come punto di frizione: da un lato circolano infatti narrazioni di autonomia, parità e autodeterminazione, mentre dall’altro persistono gerarchie di genere che definiscono chi merita riconoscimento, desiderabilità, credibilità e status. La domanda di ricerca è la seguente: come viene narrata, ricercata e negoziata la validazione maschile in Italia, e quali forme di conflitto simbolico e gestione emotiva produce quando l’approvazione è concessa, ritirata o contestata? In particolare, l’analisi mette a fuoco la tensione tra agency e condizionamenti culturali, mostrando come la ricerca di approvazione possa funzionare insieme come meccanismo di legittimazione sociale, come strategia di adattamento e come fattore di vulnerabilità simbolica, con ricadute su autopercezione, comportamenti, aspettative, pratiche relazionali e confini identitari nei contesti interpersonali e mediali. La presente indagine esplorativa esamina il fenomeno della male validation attraverso un approccio interdisciplinare che integra studi di genere, sociologia delle emozioni e teoria critica. Il disegno di ricerca è qualitativo ed esplorativo, basato su interviste semi-strutturate a soggetti di genere maschile, con diverso orientamento sessuale. Le interviste ricostruiscono episodi e micro-situazioni di riconoscimento e disconferma, sia in contesti interpersonali sia in ambienti mediali L’analisi, orientata alla ricostruzione dell’universo simbolico e culturale della validazione, produrrà una tipologia di repertori narrativi e di scenari di conflitto in cui il riconoscimento maschile viene messo in gioco: come risorsa di status tra pari, come criterio di desiderabilità e rispettabilità nelle relazioni, come autorizzazione a prendere parola e a definire il reale in spazi pubblici e semi-pubblici. Il paper discute infine le implicazioni sociologiche di questa economia del riconoscimento, mostrando come la male validation contribuisca a riprodurre gerarchie relazionali e aspettative normative, ma anche come possa diventare un terreno di contestazione e rinegoziazione nei conflitti culturali contemporanei. | ||