VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 4 - Panel 05: Dal conflitto alla solidarietà tra generazioni e l’ambivalenza come struttura delle relazioni intergenerazionali
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Dal conflitto alla solidarietà tra generazioni e l’ambivalenza come struttura delle relazioni intergenerazionali 1Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia; 2Università degli studi di Padova, Italia; 3Università degli studi di Perugia, Italia; 4Università degli studi di Cagliari, Italia; 5Politecnico di Milano, Italia Dal conflitto alla solidarietà tra generazioni e l’ambivalenza come struttura delle relazioni intergenerazionali Nel lessico pubblico contemporaneo, generazioni viene spesso mobilitato come frame di contrapposizione (guerra generazionale, responsabilità del debito ecologico, ecc.). Tale semplificazione tende a eludere la costitutiva ambivalenza delle relazioni intergenerazionali, che le vede inscritte in aspettative normative contraddittorie, in asimmetrie di potere e in vincoli istituzionali. Il panel propone di focalizzare le forme sociali dell’ambivalenza nel rapporto tra generazioni e i meccanismi che la rendono generativa (solidarietà, emancipazione) oppure degenerativa (soggezione, atomizzazione). Per generazioni si intenderanno posizioni relazionali e collocazioni storico-coortali: (a) generazioni familiari, (b) coorti che attraversano istituzioni e mercati in tempi diversi, (c) generazioni sociali che condividono condizioni di esperienza e infrastrutture informative, tecnologiche, ecologiche. L’ambivalenza non è intesa come un residuo o un’anomalia, ma come una struttura ricorrente delle relazioni intergenerazionali: prende forma in arene differenti (famiglia, lavoro, movimenti, welfare digitale) e produce esiti diversi a seconda delle risorse disponibili, dei dispositivi istituzionali e dei registri simbolici con cui le generazioni si riconoscono (o si misconoscono). Il contributo di [omesso per peer review] mostra la trasmissione del mestiere come spazio relazionale in cui memorie formative, gerarchie e criteri di valore diventano dispositivi che strutturano il conflitto: il passato (disciplina, durezza, ingresso precoce) è riattivato come parametro normativo e produce frizioni con apprendisti socializzati in un diverso regime culturale e regolativo. Qui l’ambivalenza si materializza nel nesso riproduzione/innovazione e nei meccanismi di blaming/scapegoating che possono spingere verso soggezione o atomizzazione, invece che verso emancipazione. Il contributo di [omesso per peer review] propone di leggere il conflitto climatico in dialogo con la traiettoria teorica di Honneth, Ricoeur e Mead, interpretando la relazione tra generazioni come contesto privilegiato del farsi delle identità: non mero dato demografico, ma processo relazionale attraversato da narrazioni che danno senso (o decostruiscono) memorie, asimmetrie di potere, desideri di continuità e spinte di rottura. Nel caso emblematico della mobilitazione ambientale, l’accusa morale rivolta alle generazioni precedenti riorganizza le appartenenze tra “responsabili” e “irresponsabili”, incidendo sul legame sociale. L’ambivalenza, qui, si manifesta come tensione tra delegittimazione e riconoscimento, tra rottura e possibilità di nuova appartenenza “dinamica”. Nel contributo di [omesso per peer review] la relazione tra generazioni a partire dal più ampio contesto della sostenibilità ecologica, tratta la trasferibilità tra una generazione e l’altra di risorse materiali e immateriali. Tale prospettiva meso-sociale permette di estendere il concetto di ambivalenza oltre la dimensione familiare, osservando come la convergenza intergenerazionale possa configurarsi come responsabilità più-che-umana e attivazione civica, mentre la divergenza può derivare da disuguaglianze informative e materiali che rendono la sostenibilità un “consumo vincolato”, selettivo e diseguale. Il contributo di [omesso per peer review] sposta l’attenzione sulla digitalizzazione del welfare e il supporto digitale intergenerazionale. La transizione digital-by-default trasferisce sui singoli l’onere di orientarsi in ecosistemi amministrativi complessi, rischiando di amplificare disuguaglianze per chi dispone di minori risorse sociali, culturali e digitali. In questo caso, l’ambivalenza emerge nella tensione tra autonomia attesa e dipendenza praticata: figli/e, nipoti e reti di prossimità diventano mediatori tecnici e burocratici, ma anche sostegni emotivi, mentre i servizi di facilitazione digitale ricreano talvolta un setting “familiare” in chiave istituzionale. Due studi di caso qualitativi mostrano come fiducia, continuità e personalizzazione possano abilitare l’autonomia degli anziani, ma anche come il lavoro emotivo resti spesso invisibile e come il supporto possa tradursi in tensioni e sovraccarichi. Complessivamente, i contributi compongono una mappa multilivello dell’ambivalenza intergenerazionale: dal passaggio di saperi e status nel lavoro, alla redistribuzione (materiale e simbolica) delle responsabilità ecologiche, fino alla trasformazione del rapporto tra cittadini e istituzioni nell’accesso digitale ai diritti. Il panel invita a discutere quando e come l’ambivalenza diventa risorsa di solidarietà e di emancipazione e quando, invece, si irrigidisce in conflitto sterile, colpevolizzazione e frammentazione sociale. Apprendistato, potere e conflitto generazionale nella trasmissione dei saperi artigiani Fabio Gasparini, Università degli studi di Padova
Il contributo indaga il processo di trasmissione del know-how artigiano tra maestri artigiani e apprendisti, interrogandosi su come tale passaggio di saperi pratici, simbolici e relazionali sia oggi attraversato da tensioni e conflitti generazionali. La domanda di ricerca principale riguarda la performatività delle rappresentazioni che i maestri artigiani elaborano sia rispetto al proprio apprendistato sia rispetto a quello delle nuove generazioni: in che modo tali rappresentazioni influenzano concretamente le modalità di insegnamento, apprendimento e riproduzione del sapere professionale? A questa si affiancano tre quesiti specifici: come i maestri descrivono la propria esperienza formativa? Come interpretano quella dei loro apprendisti? Quali effetti producono tali narrazioni nei processi di trasmissione del mestiere? Il quadro metodologico si fonda su un approccio qualitativo interpretativo. La ricerca si basa su 20 interviste in profondità, semi-strutturate, condotte con maestri artigiani operanti nel territorio veneto, riconosciuti formalmente dalla normativa regionale. Le interviste, di durata compresa tra 40 minuti e 2 ore, sono state registrate, trascritte integralmente e analizzate tramite analisi del discorso. L’impianto teorico attinge alla sociologia interpretativa e delle pratiche: le interviste vengono considerate “rappresentazioni di rappresentazioni”, non resoconti oggettivi ma costruzioni simboliche situate. Concetti quali conoscenza tacita, apprendimento incorporato e habitus permettono di leggere la trasmissione del sapere come processo corporeo, relazionale e normativo, non riducibile a mera istruzione tecnica. I risultati evidenziano innanzitutto la centralità delle biografie formative dei maestri. Il loro apprendistato si è svolto in contesti caratterizzati da ingresso precoce nel lavoro, forte gerarchia, disciplina rigida e, talvolta, pratiche vessatorie. Tali esperienze non vengono solo ricordate, ma riattivate come risorse simboliche nella formazione degli apprendisti contemporanei: aneddoti, rituali di rispetto e richiami alla durezza del passato fungono da dispositivi pedagogici impliciti. L’habitus professionale interiorizzato orienta così aspettative, giudizi e stili relazionali. È in questo passaggio che emerge con forza la dimensione del conflitto generazionale. I maestri percepiscono gli apprendisti come meno disposti al sacrificio, più attenti alla retribuzione, meno appassionati e meno perseveranti. Le trasformazioni normative (età minima lavorativa, regolazione degli straordinari), culturali e comunicative rendono irriproducibile il modello formativo del passato. Tuttavia, pur riconoscendo tale irriproducibilità, i maestri continuano a usarlo come parametro valutativo, generando frizioni quotidiane nella bottega. Il conflitto si struttura anche sul piano simbolico: i giovani vengono talvolta costruiti come “capro espiatorio” della crisi dell’artigianato e delle difficoltà di trasmissione del mestiere. Attraverso meccanismi di blaming, le responsabilità sistemiche (trasformazioni del mercato del lavoro, declino demografico della professione, mutamenti educativi) vengono individualizzate sugli apprendisti. Ne deriva una separazione morale tra generazioni fondata su differenti criteri di rilevanza: per i maestri contano dedizione e apprendimento tecnico; per i giovani, secondo la loro rappresentazione, sicurezza economica e qualità della vita. Le conclusioni sottolineano come la trasmissione del know-how artigiano non sia soltanto un processo tecnico, ma uno spazio relazionale attraversato da memorie, valori e dispositivi di potere. Il conflitto generazionale diviene così un nodo critico che incide sulla riproduzione stessa del lavoro artigiano. Superare la retorica colpevolista e spostarsi verso una logica della responsabilità condivisa appare fondamentale per rendere sostenibile il passaggio dei saperi in una società che invecchia e in un settore esposto a forte rischio di perdita culturale, economica e professionale.
Conflitto climatico e riconoscimento intergenerazionale: identità, responsabilità e futuro Isabella Corvino, Università degli Studi di Perugia L’intergenerazionalità è uno dei contesti relazionali privilegiati in cui poter osservare il farsi delle identità e il processo di riconoscimento o misconoscimento. In questo contesto le narrazioni hanno un ruolo importante capace di dar senso o decostruire memorie, asimmetrie di potere, desideri di continuità e spinte di rottura. Questo spazio relazionale non è mai neutro: il processo di individuazione porta a una separazione da modelli percepiti come tradizionali o comunque provenienti da una cultura, se non per intero, almeno in parte superata. Seguendo la traiettoria teorica di Axel Honneth, Paul Ricoeur e George Herbert Mead, l’identità non è mai un dato, bensì un processo e come tale risente degli influssi dell’ambiente di vita che oggi comprende il mondo virtuale e quello analogico, ampliando le reti e i modelli di riferimento. Il conflitto intergenerazionale non rappresenta una deviazione patologica dall’ordine sociale, ma un momento strutturale del divenire identitario. Ogni generazione produce un suo orizzonte di senso strutturato in: valori, linguaggi, narrazioni che rendono possibile l’emergere di sentimenti comprensivi da una certa collettività. La discontinuità che rappresentano da sempre i giovani mette in discussione le forme consolidate avviando un potenziale conflitto. In chiave honnethiana, potremmo dire che il conflitto intergenerazionale è spesso una lotta per il riconoscimento in cui i giovani chiedono di non essere solo destinatari di eredità, ma creatori della loro stessa realtà. Gli adulti, a loro volta, percependo come delegittimante la proposta di nuovi approcci, potrebbe tendere ad imporre la visione che è già sostanziata nelle forme del vivere. Si cercherà di comprendere in che modo il conflitto ambientale contemporaneo si configura come lotta intergenerazionale per il riconoscimento, nella quale le giovani generazioni contestano le scelte del passato rivendicando il diritto al futuro. La ricerca adotta un approccio teorico-critico fondato sui lavori che hanno come tema l’identità come processo relazionale e il paradigma del riconoscimento in dialogo con Axel Honneth e Paul Ricoeur, e l’analisi della letteratura recente sul conflitto climatico intergenerazionale con particolare riguardo all’analisi del movimento ambientale come spazio di ridefinizione simbolica delle responsabilità tra generazioni. Nel conflitto le narrazioni sono a confronto, nel caso emblematico della lotta ambientalista in cui i giovani, oltre a richiedere azioni più decise, accusano le generazioni precedenti di aver scelto un modello di sviluppo che avrebbe compromesso le condizioni di vita delle generazioni future. L’accusa morale incide sul legame sociale tra generazioni divide i gruppi tra responsabili e irresponsabili socialmente. Questo conflitto non è però privo di possibilità di soluzioni positive: da un confronto corretto si può arrivare alla rinegoziazione delle posizioni e un nuovo processo di riconoscimento. L’intergenerazionalità non è semplicemente un dato demografico, è una forma di co-costruzione delle identità che si plasmano vicendevolmente. Il conflitto, dunque, non è distruttivo in sé ma permette di rivalutare e reinterpretare i paradigmi di senso. L’intergenerazionalità tra conflitto e supporto, si configura come uno spazio di “appartenenza dinamica”, non immobilizzata nella riproposizione di schemi da tramandare passivamente ma da reinterpretare alla luce di nuove informazioni e sensibilità che può accadere solo attraverso il confronto e l’incontro. Il conflitto ambientale emerge non solo come denuncia di ingiustizia distributiva, ma come richiesta di riconoscimento morale e politico tra generazioni, mostrando che l’intergenerazionalità, è un processo conflittuale e generativo attraverso cui si ridefiniscono identità collettive e opzioni di futuro condiviso.
Invecchiare nella transizione ecologica: sostenibilità, solidarietà intergenerazionale e impegno civico Simone Carlo - Sara Nanetti, Università Cattolica del Sacro Cuore
Il contributo esamina la relazione tra sostenibilità ambientale e invecchiamento, con particolare attenzione alla solidarietà intergenerazionale e all’impegno civico nelle persone tra i 65 e gli 84 anni. La ricerca parte dalla consapevolezza che nelle società che invecchiano, lo sviluppo sostenibile non può essere affrontato senza considerare il mutamento degli equilibri tra le generazioni. In questa prospettiva, la questione centrale non riguarda soltanto il benessere delle coorti attuali, ma la trasferibilità di risorse materiali e immateriali — patrimonio economico, qualità ambientale, conoscenze, capitale sociale — da una generazione all’altra. La solidarietà intergenerazionale viene così reinterpretata oltre la sfera familiare, ma si estende a una responsabilità più ampia per le condizioni ecologiche e sociali ereditate e trasmesse nel tempo. Lo studio si basa su un’indagine del 2025, condotta su un campione rappresentativo di 6.030 italiani tra i 65 e gli 84 anni (metodologia CATI). Gli orientamenti alla sostenibilità sono misurati attraverso lo strumento SustainABLE-16, che rileva comportamenti pro-ambientali, vincoli economici e credenze/atteggiamenti. L’indice di sostenibilità viene analizzato in relazione alla solidarietà intergenerazionale, indagando in che modo gratitudine e riconoscimento verso le generazioni precedenti, senso di responsabilità verso quelle future e percezione delle difficoltà dei giovani influenzino l’adozione di comportamenti sostenibili da parte degli anziani. L’analisi ha individuato cinque profili esplorando come la consapevolezza ecologica si intrecci con la responsabilità generazionale. I Responsabili (14,7%) mostrano alta consapevolezza della sostenibilità e un forte senso di responsabilità verso i giovani. Riconoscono le difficoltà economiche delle nuove generazioni e interpretano l’impegno ecologico come dovere intergenerazionale. Qui la convergenza tra generazioni si traduce in attivazione civica (sostenuta da capitale culturale e relazionale), superando i confini familiari. Gli Orientati alla Comunità (24,1%) vivono la sostenibilità come ethos relazionale radicato nelle reti locali. La solidarietà intergenerazionale è stabile e fondata sulla reciprocità quotidiana e la convergenza tra generazioni si realizza attraverso vicinanza con la propria comunità più che tramite astratta mobilitazione “ideologica”. I Vulnerabili (16,1%) combinano bassi livelli di sostenibilità e debole orientamento intergenerazionale. Risorse culturali ed economiche limitate riducono consapevolezza e partecipazione. La sostenibilità è guidata in particolare dalla necessità risparmiare. I Tradizionalisti (15,1%) aderiscono ai valori della sostenibilità, ma con scarso impegno civico. Sono sostenibilit perchè si sentono in obbligo verso le leggi e le norme. La solidarietà intergenerazionale è ambivalente: il dovere astratto verso il futuro è riconosciuto, ma raramente si traduce in responsabilità pubblica e impegno. I Pragmatici (29,9%) occupano una posizione intermedia. La loro sostenibilità è moderata e non ideologica, accompagnata da un riconoscimento concreto delle difficoltà dei giovani. Un solido capitale sociale sostiene livelli relativamente elevati di partecipazione civica. Qui solidarietà intergenerazionale e pratiche ecologiche si rafforzano reciprocamente a livello locale. Trasversalmente ai cluster, la solidarietà intergenerazionale emerge come dimensione mediatrice chiave tra consapevolezza ecologica e impegno civico. Tuttavia, non è né automatica né uniformemente distribuita. Dove gli anziani dispongono di reti sociali “ampie e risorse informative, la sostenibilità è più facilmente interpretata come responsabilità condivisa che connette presente e futuro. Dove prevalgono disuguaglianze e ritiro, la sostenibilità rischia di restare confinata a strategie adattive, talvolta motivate anche da esigenze di risparmio economico. Inoltre, il rapporto tra sostenibilità e partecipazione civica risulta non lineare. Gli atteggiamenti pro-ambientali non generano automaticamente mobilitazione: la sostenibilità può rimanere situata nelle routine domestiche o nelle strategie di risparmio. Solo quando la responsabilità intergenerazionale è socialmente radicata e sostenuta da capacità di azione, essa favorisce l’impegno pubblico sui temi ambientali.
Rendere il digitale “familiare”, oltre le competenze: il supporto digitale intergenerazionale tra contesti familiari e istituzionali Giulia Melis, Università degli Studi di Cagliari La ristrutturazione dei servizi di welfare e la digitalizzazione delle pratiche di accesso mirano a rendere la pubblica amministrazione più efficiente e trasparente, trasformando profondamente la relazione tra cittadinanza e istituzioni. Il trasferimento sui singoli della responsabilità di orientarsi in ecosistemi digitali sempre più complessi rischia inoltre di amplificare le disuguaglianze per quei gruppi con meno risorse sociali, culturali e digitali per fronteggiare il cambiamento. Tra queste, le generazioni più anziane risultano mediamente più esposte al divario digitale. La letteratura evidenzia come l’esclusione dipenda non solo dall’accesso alle tecnologie ma anche da motivazione, competenze e pratiche di utilizzo. Tali dimensioni, tuttavia, non possono essere comprese senza considerare la componente sociale dell’apprendimento digitale e le relazioni che mediano le pratiche digitali. In questa prospettiva, la digitalizzazione rappresenta una lente attraverso cui osservare la risignificazione del supporto intergenerazionale. Da un lato, una logica digital-by-default presuppone la capacità della popolazione più anziana di adattarsi autonomamente alla digitalizzazione del welfare; dall’altro, un welfare familistico continua a delegare alla famiglia la gestione dei bisogni di supporto sociale e digitale, rafforzando aspettative di solidarietà intergenerazionale nonostante i cambiamenti demografici e la crisi dei sistemi di cura ne riducano la capacità operativa. La necessità di adeguarsi ai servizi digitali da parte dell’utenza anziana si scontra dunque con reti familiari sotto pressione, in cui figli/e, nipoti e reti di prossimità diventano mediatori essenziali tra utenti anziani/e e istituzioni, assumendo contemporaneamente ruoli di traduzione tecnica, interpretazione burocratica e sostegno emotivo. Questo contributo integra due studi di caso qualitativi condotti in Lombardia. Il primo, basato su interviste narrative longitudinali, esplora pratiche e rappresentazioni di un panel di persone anziane (65-80 anni) rispetto all’esperienza di digitalizzazione nella vita quotidiana, mettendo in luce il ruolo delle reti sociali e familiari che supportano l’accesso ai servizi. Il secondo esamina i servizi di facilitazione digitale attraverso interviste a operatori/-trici e stakeholder, evidenziando il lavoro di cura sotteso alle pratiche di supporto istituzionali. Attraverso la cornice del “warm expert”, l’analisi esplora la componente relazionale ed emotiva della facilitazione digitale tra generazioni, osservando processi di interpretazione dei bisogni, costruzione di fiducia e interazioni simboliche che accompagnano la trasmissione di competenze digitali. I risultati mostrano potenzialità e limiti delle reti di supporto digitale tra generazioni. La fiducia interpersonale, insieme a un supporto integrato, personalizzato e continuativo, emerge come elemento centrale nell’abilitare le persone anziane a un utilizzo più autonomo dei servizi, sia nel contesto familiare sia quando un setting familiare viene ricreato nell’ambito delle attività di facilitazione istituzionale. Allo stesso tempo, il lavoro emotivo svolto dai professionisti della facilitazione risulta poco riconosciuto, mentre nel contesto familiare la richiesta di supporto può tradursi in tensioni legate all’autonomia delle persone anziane e alla ridefinizione dei ruoli tra generazioni. In conclusione, le ambivalenze che caratterizzano le pratiche di supporto digitale evidenziano la necessità di riconoscere la dimensione relazionale e intergenerazionale dell’inclusione digitale, a livello analitico e di policy. Una facilitazione istituzionale personalizzata, che integri efficienza amministrativa e attenzione ai contesti di vita, così come ai contesti di welfare locale, appare invece centrale per sostenere l’accesso ai servizi digitali promuovendo l’autonomia e evitando il sovraccarico delle reti familiari.
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