Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 4 - Panel 04: Inciviltà politica, disinformazione e polarizzazione
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Il ruolo dei valori democratici nella percezione dell’incivilità politica: un’analisi comparativa in tre democrazie europee 1Sapienza Università di Roma, Italia; 2Università degli studi di Siena, Italia Da decenni la ricerca sull’incivilità politica muove da un assunto che non è mai stato veramente messo alla prova: che la percezione dei comportamenti incivili sia un fenomeno fortemente dipendente dal contesto, modellato dalle specificità culturali, politico-istituzionali e mediali di ciascun paese. Ciò che scandalizzerebbe in Germania passerebbe inosservato in Italia; ciò che nel Regno Unito sarebbe inaccettabile, altrove verrebbe considerato normale o persino tollerato senza riserve. Per verificare empiricamente questo assunto, il nostro studio ha confrontato la percezione dell’inciviltà politica in tre democrazie liberali europee – Italia, Germania e Regno Unito – su un campione rappresentativo di 3.500 di adulti. I tre paesi incarnano differenze strutturali di rilievo: dall’elevato indice di antipolitica e dalla diffusa sfiducia nelle istituzioni che segnano l’Italia, alla cultura della moderazione e del consenso consolidata in Germania a partire dal secondo dopoguerra, fino alla crisi di rappresentanza esacerbata dalla Brexit nel Regno Unito. Profili così differenti avrebbero dovuto – secondo l’assunto di partenza – tradursi in soglie di sensibilità all’inciviltà significativamente diverse. I risultati contraddicono queste attese. La ricerca ha sottoposto ai rispondenti una batteria di 9 item – episodi concreti di inciviltà da parte di esponenti politici – riconducibili a tre dimensioni: mancanza di rispetto verso gli altri, verso i valori democratici e verso le istituzioni. Le medie nazionali che ne emergono risultano elevate e straordinariamente vicine (Italia: 8,37; Germania: 8,01; Regno Unito: 7,81), ben al di sotto di quanto le profonde differenze istituzionali, mediali e politico-culturali tra i tre paesi avrebbero lasciato immaginare. Ma il risultato più significativo non è la convergenza in sé: è la gerarchia condivisa dei giudizi. In tutti e tre i paesi, è il mancato rispetto dei valori democratici – discriminazione, stereotipizzazione, diffusione deliberata di falsità – a essere percepito come la violazione più grave, prima ancora dell’irriverenza verso le istituzioni e del disprezzo nei confronti degli avversari. Questa gerarchia condivisa rivela l’esistenza di un nucleo comune di sensibilità democratica che resiste alle differenze di sistema politico e mediale, situando l’inciviltà non come una questione di stile o di linguaggio, ma come una violazione dei fondamenti stessi della convivenza democratica. L’analisi dei predittori individuali, condotta attraverso modelli di regressione, precisa con nettezza da dove provenga questa sensibilità. Il fattore decisivo non è la dieta informativa, né il profilo sociodemografico dei rispondenti: è il rapporto che i cittadini intrattengono con la democrazia e i suoi valori fondanti. L’adesione ai valori democratici emerge come il predittore più potente in tutti e tre i paesi, seguito dalla fiducia nella democrazia, mentre gli atteggiamenti antipolitici si associano sistematicamente a una reattività meno spiccata. Genere ed età producono effetti attesi ma secondari – gli uomini e le generazioni più giovani mostrano una sensibilità meno pronunciata – mentre il consumo di informazione e l’uso dei social media si rivelano sorprendentemente irrilevanti, con effetti deboli e contraddittori nei tre contesti. Questi risultati rimandano a una dinamica più profonda: chi nutre sfiducia sistemica e atteggiamenti antipolitici tende a percepire l’inciviltà come una caratteristica ordinaria della politica, coerente con l’immagine di un sistema già delegittimato; chi invece condivide un’idea di democrazia come spazio fondato su valori comuni la riconosce come una violazione e la condanna con maggiore intensità. L’apparente contraddizione tra la condanna formale dell’incivilità e la sua persistenza nel discorso pubblico riflette la coesistenza di due registri interpretativi – uno “normativo”, uno “descrittivo” – che spiegano come i cittadini possano simultaneamente ripudiare l’inciviltà in astratto ma riconoscerla come tratto proprio della politica contemporanea. È proprio in questa tensione – tra l’adesione agli ideali democratici universali e la loro erosione nella competizione quotidiana – che si misura oggi la qualità del discorso pubblico. Mappare l’inciviltà politica: un’analisi comparativa e longitudinale di cinque campagne elettorali italiane Università degli Studi La Sapienza di Roma, Italia Il fenomeno dell’inciviltà politica rappresenta una sfida crescente e sempre più dibattuta nella letteratura scientifica (Herbst, 2010; Berry & Sobieraj, 2013; Kenski et al., 2020). In un mercato dell’attenzione altamente competitivo (Webster, 2014), l’inciviltà può assumere la funzione di risorsa strategica per aumentare la visibilità degli attori politici, rafforzare identità di gruppo e mobilitare il consenso degli elettori (Bentivegna & Rega, 2022a). All’interno di regimi di visibilità che tendono a premiare contenuti emozionali (Klinger et al., 2023), le forme discorsive incivili si adattano bene a un’offerta di parte e polarizzata, ma incidono sulla qualità del dibattito pubblico, poiché l’esposizione a discorsi incivili può provocare rabbia e portare a una riduzione della soddisfazione del confronto online con altre persone (Gervais, 2015). La letteratura esistente ha analizzato l’inciviltà politica online soprattutto in relazione a singole campagne elettorali (Heseltine & Dorsey, 2022), specifiche piattaforme (Theocharis et al., 2020) o forum online (Santana, 2015), lasciando in larga parte inesplorata una prospettiva comparativa e longitudinale capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno nel tempo e attraverso diversi social media. Questo studio intende colmare tale lacuna analizzando i post pubblicati dagli account ufficiali di leader e partiti politici italiani durante cinque cicli elettorali nell’arco di un decennio. L’analisi considera i post (N=21.535) pubblicati su Facebook e Instagram nel mese precedente tre elezioni europee (2014, 2019, 2024) e due elezioni politiche nazionali (2018, 2022), una fase in cui la comunicazione politica tende a intensificarsi e a farsi maggiormente conflittuale. L’obiettivo è osservare se e come l’utilizzo di inciviltà si sia trasformato nel tempo, all’interno di piattaforme sempre più centrali nella comunicazione degli esponenti politici. L’inciviltà politica è concettualizzata attraverso un approccio multidimensionale teorizzato da Bentivegna & Rega (2022b), che distingue tra impoliteness, delegittimazione individuale e delegittimazione istituzionale. L’analisi si articola in due fasi. In primo luogo, i post sono classificati automaticamente utilizzando tre famiglie di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLMs), in particolare Gemini (America), Mistral (Europa) e DeepSeek (Cina). Lo studio riflette criticamente sulla capacità di questi strumenti di identificare contenuti incivili, considerando i bias tecnici e socio-culturali dei modelli di Intelligenza Artificiale. Solo i contenuti classificati come incivili da tutti i LLMs vengono inclusi nell’analisi successiva. In secondo luogo, viene effettuata un'analisi del contenuto dei post incivili, che consente di esaminare temi, target e funzione dell’inciviltà politica. I risultati mostrano come i post incivili costituiscano una componente quantitativamente minoritaria del corpus analizzato, con circa l’80% classificato come civile dai tre LLMs. Sul piano temporale emerge una dinamica differenziata tra piattaforme. Mentre su Facebook si osserva una diminuzione dell’inciviltà nel tempo, su Instagram si registra un andamento crescente, pur con il picco nel 2019. Infine, su entrambe le piattaforme, l’engagement dei post incivili è in media significativamente superiore rispetto a quello dei contenuti civili. Nel complesso, lo studio mostra come l’inciviltà politica possa inserirsi in un circuito di feedback in cui i regimi di visibilità delle piattaforme tendono a premiarne e amplificarne la circolazione, in quanto essa si rivela associata a livelli più elevati di engagement. La competizione per il consenso, quindi, rischia di orientarsi verso logiche quantitative e conflittuali, nelle quali la massimizzazione dell’interazione prevale sulla qualità del confronto pubblico. Questo processo solleva interrogativi rilevanti sulle implicazioni sull’ecosistema informativo dell’inciviltà, in particolare per la fiducia nelle Istituzioni. A Political Double Tax? Platformed Gendered Delegitimization and the Symbolic Exclusion of Women Candidates in the 2025 Chilean Presidential Election Università degli Studi di Carlo Urbino Bo The 2025 Chilean presidential election offers a critical case for understanding how social media platforms do not merely reflect political conflict but actively structure its terms, amplifying certain forms of attack while normalizing others. This paper investigates platformed gendered delegitimization — the structural reproduction, through digital architectures, of symbolic attacks contesting women politicians' right to lead — across the full electoral cycle (August 17, 2025 – January 15, 2026). The central question is: do delegitimization tactics on social media differ by candidate gender, and how do platform affordances shape these differences? The paper builds on the conceptual continuum of political violence against women (Bjarnegård, 2023), extending from physical threats to subtler forms of psychological and symbolic harm, alongside evidence that gender stereotypes are actively weaponized in electoral campaigns, with trait-based attacks disproportionately targeting women in progressive coalitions (Cassese & Holman, 2018; Botaș, 2025). Platformization accelerates these mechanisms: algorithmic structures produce political exposure far beyond organic diffusion (Guess et al., 2023; Bauer, 2015), transforming isolated attacks into coordinated delegitimizing narratives. The paper also engages the literature on gendered disinformation (Saner, 2026; Gehrke, 2025), approaching the normalization of platformed gender-based violence through its structural effects on targeted populations. The study contributes to the congress theme of narratives and conflicts by showing how platforms operate as reproductive infrastructures that sediment gendered exclusion as new common sense. The study conducts a multiplatform content analysis of political attacks on Facebook and Instagram, monitoring 122 accounts across five actor categories — candidates, coalitions, partisan media, meme and satire accounts, and political influencers — balanced across left- and right-aligned positions. Meta's Content Library API yielded approximately 269,000 posts. After automated filtering and inter-coder validated identification, the corpus was reduced to approximately 26,000 posts; retaining only cross-alignment attacks yielded roughly 8,000. Stratified purposive sampling produced two complementary samples (n=184 and n=180) for manual coding. A purpose-built codebook operationalizes eight general delegitimization tactics and eight gendered tactics — including sexualization, domestication, hystericization, and diminutization — derived from political violence frameworks (Bjarnegård, 2023). Chi-square tests and logistic regression are complemented by multimodal discourse analysis of selected cases. LLM-assisted coding is planned for the full dataset. Results identify a statistically significant pattern of gendered delegitimization (OR=3.53, p<.001). Three dominant tactics converge into what the paper terms a rationality expulsion strategy: hystericization (14.8% vs. 1.6%), diminutization (15.7% vs. 4.7%), and appearance-based framing (10.2% vs. 1.6%) simultaneously frame female candidates as emotionally unstable, linguistically infantilize them, and reduce them to their appearance, producing collective symbolic disqualification from presidential authority. Isolation analyses confirm the pattern holds across political alignment: within both coalitions, female candidates face significantly higher rates of gendered attacks (Nai et al., 2025), with progressive women absorbing a compounded burden fusing gendered and ideological threat. A key contrast sharpens the argument: the most attacked candidate in the dataset won the election, his attacks overwhelmingly ideological and consistent with negative polarization dynamics (López-López et al., 2020). Female candidates faced qualitatively different attacks — not combative aggressions convertible into political capital, but delegitimizing tactics that quietly contest their right to lead before electoral consolidation can be established. The findings reveal not unequal visibility but unequal burden: a double tax on women's democratic participation. Female candidates absorb the same volume of general attacks as male counterparts while simultaneously navigating an additional layer of gendered delegitimization. Social media operates as a structural amplifier of symbolic exclusion — not through individual actors' decisions, but through platform architectures that reward engagement regardless of the violence it encodes, sedimenting gender delegitimization as the new normal of electoral conflict and progressive women as a double tax target. Tra opposizione e dipendenza: l’uso delle risorse mainstream nella Telegramsphere fringe italiana Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Il panorama digitale contemporaneo è caratterizzato da una complessa interazione tra spazi pubblici, semipubblici e privati (Autori, 2021). Più un’unica arena di dibattito pubblico, le piattaforme digitali favoriscono la formazione di molteplici sottosfere comunicative autosufficienti (Autori, 2020; Autore et al., 2025), dove la visibilità dei contenuti è modellata sia da processi algoritmici (Bruns, 2023) sia da dinamiche di omofilia sociale (McPherson, 2001). Questa frammentazione, unita alla crescente sfiducia verso media tradizionali e piattaforme mainstream, ha favorito la proliferazione di spazi mediali definiti “alternativi” (Siapera, 2023) o “fringe” (de Winkel, 2023). In questo contesto, Telegram si è affermata come una piattaforma centrale per la diffusione di narrazioni alternative, grazie alla moderazione limitata e alle caratteristiche di privacy che facilitano la formazione di comunità ideologicamente omogenee (Urman, Katz, 2022; Buehling, Heft, 2023), la circolazione di teorie del complotto (Schulze et al., 2022), disinformazione (Herasimenka, 2022) ed estremismo radicale (Walther, McCoy, 2021). Anche in Italia Telegram è diventata un nodo rilevante per contro-narrazioni e fonti informative e che costruiscono la propria identità in opposizione al “mainstream” (Autore, 2023, Monaci, Persico, 2023). Nonostante la crescente attenzione accademica, resta poco esplorato il rapporto tra piattaforme fringe, media legacy e ambienti digitali mainstream. Questo contributo, sviluppato nell’ambito del progetto *****, affronta tale lacuna investigando il media resourcing, ovvero le modalità in cui contenuti e infrastrutture mainstream entrano nei domini di comunità che si autodefiniscono come oppositive. L’analisi empirica utilizza un dataset di 570 canali Telegram italiani, identificati tramite blacklist di debunker ed espansi attraverso la funzione “similar channels” (Autori 2026). Il disegno della ricerca è articolato attorno a due dimensioni: informational resourcing e visibility resourcing. La prima dimensione è stata indagata raccogliendo domini e link per analizzare le fonti informative più condivisi nella Telegramsphere “anti-mainstream”. A questa analisi quantitativa si affianca una ricerca qualitativa basata su etnografia digitale e visual content analysis condotta per un anno su sette canali, focalizzata sull’uso degli screenshot di notizie. Nella terza fase è stata mappata la presenza cross-platform dei canali, confrontando i follower su diverse piattaforme digitali. I risultati mostrano che le fonti mainstream rappresentano numericamente i contenuti più condivisi nei canali anti-mainstream. Un numero ristretto di domini (agenzie di stampa nazionali, quotidiani generalisti e piattaforme come YouTube e Facebook) struttura gran parte della circolazione informativa. Il discorso anti-mainstream dipende quindi dall’infrastruttura informativa del giornalismo istituzionale, che viene reinterpretata piuttosto che rifiutata. L’analisi qualitativa evidenzia inoltre che gli screenshot funzionano come forme di lavoro epistemico: i contenuti giornalistici vengono decontestualizzati e reinscritti in nuove cornici interpretative. Non esclusivamente criticati in funzione di hate-sharing (Weigel, Gitomel 2025), i contenuti mainstream vengono impiegati. La legittimità delle fonti diventa così situazionale e negoziata discorsivamente, sostenendo identità oppositive attraverso un rapporto ambivalente con il mainstream. Dal punto di vista della visibilità, 414 canali risultano presenti anche su altre piattaforme e la loro esposizione è fortemente orientata verso ambienti mainstream piuttosto che fringe. Sebbene Telegram sia la piattaforma dominante per molti attori, le figure pubbliche mantengono quasi sempre audience maggiori altrove. Telegram appare quindi meno come origine dell’influenza mediale e più come spazio di aggregazione e consolidamento interpretativo, con limitate evidenze di dinamiche di depiatformizzazione nel caso italiano (Rogers 2020). Nel complesso, lo studio mostra che l’alternatività emerge non come separazione dal mainstream ma come posizione relazionale costruita attraverso pratiche di sourcing, reinterpretazione e redistribuzione cross-platform. Nei contesti di mediatizzazione profonda, l’opposizione mediale opera attraverso intrecci infrastrutturali: gli attori contestano il mainstream mentre continuano a dipendere dalle sue risorse informative e dalle sue logiche di visibilità. L’anti-mainstream si configura quindi come un risultato contingente degli ecosistemi mediali ibridi, piuttosto che come una reale alternativa autonoma. | ||