VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 3 - Panel 10: Crash epistemico: teorie cospirazioniste tra conflitto e sfiducia
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Crash epistemico: teorie cospirazioniste tra conflitto e sfiducia 1University of Rome Tor Vergata, Italia; 2Scuola Superiore Sant'Anna Pisa; 3Università degli studi di Bergamo; 4Università degli studi d Roma Sapienza; 5Università degli studi di Napoli Federico II Introduzione Le crisi sistemiche che attraversano le società contemporanee – economiche, sanitarie, ambientali, geopolitiche – non producono soltanto fratture materiali, ma generano anche profondi smottamenti simbolici ed epistemici. In questo scenario, il cospirazionismo si configura come una forma di narrazione che emerge e si rafforza nei momenti di “crash”, quando i dispositivi ordinari di produzione di senso risultano incapaci di contenere l’esperienza dell’incertezza, della perdita e della vulnerabilità. La percezione diffusa di pericolo e opacità decisionale, che alimenta forme di sfiducia sistemica (Beck, 1986). favorisce e alimenta le teorie del complotto che operano come cornici interpretative capaci di trasformare i momenti congiunturali come quelli dei momenti crash in corso in racconto, individuando responsabili, intenzioni nascoste e logiche occulte. Il cospirazionismo non va quindi inteso solo come deviazione cognitiva o disfunzione informativa, ma come risposta culturale e narrativa alla crisi dell’autorità epistemica. Ma il vero nodo problematico è quando il potere o qualsivoglia autorità fa proprio il racconto cospirazionista come strumento politico. Dal punto di vista teorico, il panel dialoga con le riflessioni sulla modernità riflessiva (Giddens, 1990), sulla cultura del sospetto, sulla crisi dell’autorità cognitiva, e sulle teorie del capro espiatorio (Girard, 2020). L’obiettivo è comprendere come il cospirazionismo funzioni come dispositivo narrativo e politico capace di riorganizzare il senso del reale nei momenti di crash sistemico. Le teorie del complotto non si limitano a negare versioni ufficiali, ma ridefiniscono i criteri stessi di verità, competenza e affidabilità, come ha sottolineato la letteratura sulla post-verità (Friedman, 2023; McIntyre, 2019). In questo senso, esse producono regimi di verità alternativi che destabilizzano i confini tra sapere esperto, opinione e credenza. Lo sfondo immersivo di questo contesto è segnato dal ruolo delle piattaforme digitali e degli ambienti algoritmici nella circolazione e nella performatività delle narrazioni complottiste. I social media non sono semplici vettori, ma spazi di costruzione identitaria e di mobilitazione emotiva (Papacharissi, 2015), in cui la crisi viene narrata, condivisa e continuamente rielaborata. Come mostrano studi recenti sull’“economia dell’attenzione” (Citton, 2014) e sulla logica delle affordance digitali, la visibilità selettiva e la viralità contribuiscono a rafforzare bolle interpretative e dinamiche di polarizzazione (Bentivegna, Boccia Artieri, 2021). Il panel partendo da questo assunto declina nei vari interventi alcuni nodi problematici, dall'analisi della "paura cattiva" all'indagine sulla dimensione della segretezza, dalla perenne sfida al legame sociale alla politicizzazione della crisi. Lo sfondo comune sono le congiunture storiche segnate dalla marcia verso memorie e democrazie illiberali dentro una sfera pubblica sfigurata e in mutamento profondo della geopolitica. In linea con la call del convegno, il panel propone di leggere le narrazioni complottiste come sintomo e al tempo stesso motore di trasformazioni culturali profonde. Esse mettono in gioco il rapporto tra sapere e potere, tra emozioni e politica, tra crisi e conflitto. ABSTRACT 1 Cospirazionismo come crisi congiunturale e risignificazione nelle crisi sistemiche Claudia Gina Hassan Università degli studi di Tor Vergata Negli ultimi decenni il discorso complottista ha progressivamente abbandonato la marginalità cui era stato relegato nel secondo dopoguerra, tornando a occupare spazi centrali nel dibattito pubblico. Se per lungo tempo la memoria dei totalitarismi aveva contribuito a delegittimare le grammatiche della cospirazione, oggi tali narrazioni riemergono non solo in circuiti periferici, ma anche all’interno di attori politici strutturati e istituzionalizzati. La loro rinnovata visibilità segnala non un semplice ritorno ciclico, bensì una trasformazione qualitativa: quando le retoriche complottiste vengono integrate in strategie politiche organizzate, il rapporto tra credenza e azione collettiva assume una portata sistemica. Il cospirazionismo si configura così come un osservatorio privilegiato per leggere le metamorfosi contemporanee dell'eco sistema informativo dentro una sfera pubblica frammentata e polarizzata. Le teorie cospirative dischiudono un universo semantico e concettuale amplissimo, che risponde a bisogni e funzioni epistemiche, cognitive, emotive, individuali, culturali e politiche assai diverse. Tali narrazioni fioriscono in situazioni di crisi sistemiche o comunque di grande impatto, quali crisi finanziarie o falcidianti epidemie, ma anche di fronte a singoli eventi imprevisti quali la morte di personaggi pubblici amati. Come tanta letteratura ha evidenziato le teorie del complotto per un verso, offrono una via che permette di riacquisire un certo controllo su eventi percepiti come altamente disturbanti e dissonanti, e di sedare l’angoscia correlata, dall'altro però lavorando sullo schema di gruppi, élite e lobby strapotenti o onnipotenti che tramano nell’ombra, finiscono per determinare un senso di impotenza in chi le adotta che può condurre all’astensione, e in altri casi può degenerare in atti estremi e violenti. Queste conseguenze politiche cambiano radicalmente quando le narrazioni cospirative vengono adottate nel quadro di movimenti e partiti politici, che le reinterpretano e traducono nel quadro delle loro agende e programmi. In questi casi le teorie solitamente concernono processi di medio e lungo corso e perlopiù abituali (come i flussi migratori) e non conducono ad apatia e estremismo individualistico, ma sono utilizzate per ampliare il consenso e coinvolgere l’elettorato. In tale quadro la demonizzazione dei fantasmatici cospiratori e delle loro presunte pedine conduce a una trasmutazione di paure e angosce diffuse in forme persecutorie di odio e risentimento che possono diventare gravemente discriminatorie rispetto a determinati gruppi o etnie, come nel caso storico paradigmatico dell’antisemitismo cospirazionista nel nazionalsocialismo. Al contempo, l’adozione di tali narrazioni nel quadro di movimenti istituzionalizzati lede le precondizioni epistemiche del dibattito pubblico e della dialettica democratica. Risulta qui cruciale la forma sigillata e impermeabilizzata di tali costrutti narrativi, tali da trasformare e rovesciare controprove e contro- argomenti in pseudo-prove e argomenti fallaci delle tesi assunte a monte. La relazione intende analizzare come, nel contesto post-globale segnato dall’erosione della memoria cosmopolita, dall’ascesa di forze populiste e da profondi mutamenti geopolitici, il cospirazionismo politico diventi uno strumento di costruzione del consenso capace di alterare le condizioni epistemiche del confronto democratico e di ridefinire in senso conflittuale l’ecosistema della sfera pubblica contemporanea. ABSTRACT 2 Cospirazionismo e capro espiatorio: risentimento e crisi del legame sociale Stefano Tomelleri Università degli studi di Bergamo
Il contributo analizza il cospirazionismo contemporaneo come una forma post-sacrificale del meccanismo arcaico del capro espiatorio. In contesti segnati da crisi sistemiche e dalla disgregazione del legame sociale, il cospirazionismo emerge come una grammatica interpretativa attraverso la quale la paura e il risentimento vengono canalizzati verso figure individuali o collettive, simbolicamente costruite come responsabili del male sociale. In situazioni quali la pandemia, le crisi economiche e la perdita di tutele sociali, la ricerca di élite occulte, di scienziati corrotti, di minoranze o di leader ostili funziona come risposta all’esperienza diffusa di impotenza e di perdita di senso. Riprendendo la nozione di crisi mimetica di René Girard e la figura del “capro espiatorio senza espiazione”, il cospirazionismo viene interpretato come un processo che non produce riconciliazione collettiva, ma alimenta la moltiplicazione di nemici e l’escalation di violenza simbolica e vittimismo. Lontano dall’essere ridotto a patologia cognitiva o a mera irrazionalità individuale, il cospirazionismo è qui inteso come un dispositivo sociale che promette ordine, spiegazione e riconoscimento, al prezzo della sospensione del principio di realtà e della radicalizzazione dell’alterità. In conclusione, il contributo propone di leggere il cospirazionismo come un sintomo delle difficoltà contemporanee di elaborare il cambiamento e di ricostruire forme non persecutorie di legame sociale. ABSTRACT 3
Enzo Campelli Università degli studi di Roma Sapienza
In tempi ormai lontani Karl Popper ha parlato di una «teoria cospiratoria della società», riassumibile nella convinzione che «la spiegazione di un fenomeno sociale consiste nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (…) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo». Più convincentemente, forse, si tratta di intendere il complottismo attuale non come teoria – cioè come struttura falsificabile - bensì come mito, richiamando la nozione di “macchina mitologica”, e l’interpretazione del complotto come luogo simbolico: “idea senza parole” . Intento del paper è dunque quello di approfondire l’analisi del complottismo sulla scorta di riflessioni precedenti ma in particolare in rapporto al modello della «paura cattiva» . La paura del tempo presente è stata a lungo interpretata insistentemente come una abitudine adattativa, carica certo di implicazioni negative, ma sostanzialmente compatibile con un equilibrio accettabile, una sorta di rassegnata resa alle richieste della modernità Il modello della «paura cattiva» è precisamente il contrario di questa immagine, negativa ma rassegnata. La paura del momento presente non rinvia agli stati d’animo individuali né alla variabilità provvisoria delle emozioni. Piuttosto ha acquisito la capacità e le caratteristiche di una forza sociale autonoma, in grado di determinare effetti propri e di imporsi come protagonista nella gestione dello spazio pubblico. È una paura passata all’azione, una formazione sociale vendicativa e reattiva, continuamente in cerca di colpevoli e di rivalse, e che questa per promuovendo ovunque movimenti e comportamenti collettivi carichi di antagonismo, nella logica binaria dell’amico/nemico. Si tratterrà dunque di articolare i modi in cui la «paura cattiva» cattura e utilizza il mito del complotto e le sue strutture. ABSTRACT 4 Diritto alla domanda, diritto al segreto? Massimo Cerulo Università degli studi di Napoli
Accanto alla capacità di parlare, quella di saper tacere ha uguale importanza nella storia delle società umane: come chiarito da Georg Simmel, il "segreto" crea e distrugge gruppi, generando inevitabilmente inclusione ed esclusione e plasmando comportamenti e relazioni. Spie, organizzazioni criminali, amanti, ma anche persone comuni costruiscono la loro esistenza attorno al segreto e alla sua narrazione, ma al tempo stesso nella consapevolezza che esso porta sempre con sé il rischio di essere tradito. Alla luce di tale discorso, la domanda di ricerca del presente intervento considera il concetto di “segreto” centrale nella teoria cospirazionista perché funge da prova implicita di un potere nascosto. Il segreto suggerisce l’esistenza di informazioni deliberatamente sottratte al pubblico. La cospirazione nasce quando il segreto non è visto come contingente, ma come strutturale e intenzionale, come una forma di potere che rafforza un senso di esclusione tra “chi sa” e “chi non sa”, generando una narrazione che, spesso, tende a essere conflittuale ed emozionalmente dannosa per il mantenimento del legame sociale. Le teorie cospirazioniste, interpretando il segreto come strumento di controllo, tendono a gestire il conflitto attraverso l'occultamento. Il segreto perde così neutralità e assume una valenza morale negativa. La complessità della realtà viene semplificata in una narrazione occulta e il segreto diviene il motore narrativo che rende la cospirazione plausibile. . | ||
