VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 3 - Panel 09: Migrazioni e rappresentazioni
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Prospettive creative sulla rappresentazione delle (im)mobilità legate al clima: il ruolo dell’arte nel ripensare la migrazione climatica Università di Bologna, Italia Sia i media che l’arte svolgono un ruolo cruciale nella costruzione degli immaginari collettivi attraverso cui le società interpretano le crisi contemporanee. Essi non si limitano a riflettere la realtà, ma la modellano attivamente, selezionando cornici narrative, regimi di visibilità ed economie dell’emozione che influenzano ciò che viene percepito come urgente, minaccioso o degno di cura (Bentivegna, Boccia Artieri, 2019; Chouliaraki, 2006). Nel contesto del cambiamento climatico e della migrazione, questo potere simbolico diventa particolarmente rilevante: le rappresentazioni mediatiche contribuiscono a definire chi è riconosciuto come soggetto politico, chi è ridotto a vittima e chi è invece criminalizzato come minaccia (Autor*, 2022). Al contempo, se da un lato i media rischiano di diventare megafono della politica, veicolando stereotipi e frames funzionali a determinate ideologie o interessi elettorali; dall’altro, l’arte agisce come spazio critico capace di sfidare i linguaggi dominanti e svelare relazioni ecologiche, storiche e affettive che sfuggono ai discorsi tecnocratici e securitari (Rancière, 2009; Demos, 2016;Tota, 1999; Gemini, Brilli, 2023 ). Con l’intensificarsi della crisi climatica, la figura del cosiddetto “rifugiato climatico” è divenuta centrale nell’immaginario politico globale, spesso inscritta in una narrazione di minaccia che privilegia l’insicurezza e il controllo dei confini rispetto all’analisi delle disuguaglianze storiche, delle vulnerabilità differenziate e delle responsabilità sistemiche (Ransan-Cooper et al., 2015; Autor*, 2023; Boas et al., 2024). Queste cornici distorte alimentano ansie collettive, legittimano pratiche discriminatorie e rafforzano regimi di frontiera sempre più militarizzati, soprattutto nel Nord globale (Rumford, 2014; Autor*, 2022). A partire da queste premesse, il contributo esamina le narrazioni intrecciate di cambiamento climatico e migrazione, concentrandosi su come le narrazioni mediatiche da un lato, e le pratiche artistiche dall’altro plasmino la percezione pubblica delle (im)mobilità indotte dal clima (Autor* 2025). L’intervento propone di ampliare la comprensione dei discorsi sulle (im)mobilità climatica esplorando come diverse forme artistiche (performance, installazioni, pratiche partecipative e multisensoriali) siano capaci di riformulare tali narrazioni. Attraverso l’analisi di alcuni progetti e opere di artisti contemporanei (Andreco, Angela Tiatia, Giulia Piermartiri e Edoardo Delille, Yinka Shonibare e altri), il contributo indaga in che modo le rappresentazioni dei migranti climatici possano tanto riprodurre e rafforzare quanto decostruire e sfidare i luoghi comuni dominanti. Si tratta infatti di pratiche artistiche che hanno il potenziale di favorire un coinvolgimento emotivo e incarnato, producendo forme di rottura epistemica e spazi di immaginazione politica oltre i limiti del discorso istituzionale (Autor*, 2021; Autor*, 2020). L’arte contemporanea emerge così non come mera rappresentazione, ma come intervento critico che reclama l’agency, la resilienza e la relazionalità dei soggetti in movimento (Ross, 2022), problematizzando al contempo sia la politica della vittimizzazione sia le narrazioni securitarie (Papastergiadis, 2023; Chouliaraki, 2024). In una congiuntura storica caratterizzata da una profonda disillusione, modellata da discorsi che negano la devastazione ambientale, naturalizzano la disuguaglianza e fortificano i confini, le pratiche artistiche analizzate appaiono strumenti importanti per reimmaginare le (im)mobilità climatiche. In questo senso, oltre i media e la politica, l’arte si configura come uno spazio capace di rimodellare il discorso pubblico, generare nuove solidarietà transnazionali e ispirare risposte orientate alla giustizia climatica e migratoria, aprendo a futuri planetari più inclusivi. News, piattaforme social e pratiche mediali dei migranti: forme digitali di appartenenza tra ipervisibilità mediatica ed esclusione discorsiva Universitas Mercatorum, Italia Inquadramento teorico La migrazione rappresenta da decenni un oggetto ricorrente nella stampa online italiana: una “messa in scena” (Cuttitta, 2012) in cui i migranti sono rappresentati più che ascoltati. Diamanti (2016) parla di “invasione mediale di migranti senza volto”, onnipresenti come figure tipologiche (minaccia, vittima, problema) più che come soggetti di esperienza. Il paper interviene su questa frattura tra visibilità e riconoscimento. Riprende la prospettiva di “crisis of voice” (Couldry, 2010) per cogliere le condizioni sociali e simboliche che rendono alcune narrazioni pubblicamente legittime ed altre marginali, e quella di Jenkins (2006) nel considerare il panorama mediale come sistema “convergente” in cui giornalismo mainstream e media partecipativi interagiscono in un circuito di retroazione, estendendo gerarchie di legittimità (Chouliaraki & Georgiou, 2019) e configurando “affective publics” (Papacharissi, 2016). Il paper colma due gap: 1) analizza in modo integrato disuguaglianze di visibilità/voce tra stampa online e commenti social; 2) e mette in relazione tali disuguaglianze con le pratiche digitali quotidiane con cui i migranti negoziano un senso di appartenenza e “casa psicologica” (Sigmon et al., 2002; Leurs, 2015; Georgiou, 2019) in un contesto di esclusione discorsiva. In tale quadro, le domande di ricerca sono: RQ1. Quali registri strutturano le narrazioni sulla migrazione nella stampa online italiana? RQ2. In che modo tali registri vengono ripresi dagli utenti nei commenti sui social? RQ3. In che misura le pratiche digitali dei migranti funzionano come risorse di riconoscimento e continuità biografica, a fronte di condizioni di esclusione narrativa dal discorso pubblico? Metodologia Lo studio adotta un disegno triangolato a metodi misti su tre filoni interconnessi. 1) content analysis (T-LAB) di ~3.500 articoli dalle edizioni online di Repubblica, Corriere della Sera, Fatto Quotidiano, Il Giornale e Libero (intero spettro ideologico della stampa nazionale) con focus su casi ad alta visibilità degli ultimi tre anni—strage di Cutro (2023), accordo Italia–Albania (2024), conclusione del processo Open Arms–Salvini (2025)— analizzando le associazioni lessicali e i clusters semantici per mappare i pattern narrativi. 2) Sentiment & emotion analysis (Python, NRC Lexicon) di ~25.000 commenti da video TikTok e YouTube sugli stessi eventi, combinata con discursive clustering, per osservare come gli utenti riproducono, distorcono o contestano emotivamente i frame giornalistici; 3) thematic analysis (Braun & Clarke, 2006) di 30 interviste semi-strutturate con migranti (20 uomini, 10 donne; 21–50 anni) di recente insediamento e provenienti dai principali contesti di origine—Europa orientale, America Latina, Nord Africa e Africa subsahariana—con focus su pratiche digitali quotidiane. Risultati preliminari Nella stampa online, la migrazione si stabilizza in tre registri: politico–istituzionale (decreti/governo come performance di autorità), securitario (contenimento, trattenimento, rimpatrio, centri) e umanitario–giudiziario (trauma, compassione, valutazione morale e domanda di responsabilità). Nei commenti social ricorre una traiettoria: picco iniziale di compassione seguito da biasimo e attribuzione di colpa (governo, ONG, “sistema”) e da richieste punitive/legalistiche (sanzioni, espulsioni, carcerazione, “processi”, richiami a norme/Costituzione), con prevalenza di emozioni negative (rabbia, disgusto, ironia). Le interviste mostrano risposte pragmatiche da parte dei migranti: riduzione dell’esposizione su temi controversi, cura di legami (WhatsApp, Instagram), auto-rappresentazioni ordinarie (lavoro, famiglia, humour) e micro-pratiche di selettiva visibilità; più che contro-narrazioni esplicite, tali pratiche operano come riparazione simbolica ordinaria, sostenendo continuità biografica e “casa psicologica” (Sigmon et al., 2002) in ecologie comunicative polarizzate. Discussione preliminare Stampa online e piattaforme social co-producono narrazioni sui migranti che organizzano conflittualità in forme morali ed emotive, contribuendo alla politicizzazione/polarizzazione del discorso pubblico e restringendo le condizioni di riconoscimento della loro voce. In parallelo, le pratiche digitali quotidiane dei migranti possono sostenere forme di appartenenza e un senso di casa psicologica (digitale) come risposta situata e “silenziosa” a questa “crisis of voice” (Couldry, 2010). Narrazioni, conflitti e comunità immaginate: media events e polarizzazione nel dibattito pubblico sulle migrazioni 1Università del Piemonte Orientale, Italia; 2Università di Milano Bicocca, Italia Nelle democrazie contemporanee segnate da crisi sistemiche ricorrenti, il conflitto tende a organizzarsi attraverso narrazioni che non si limitano a rappresentare fratture sociali, ma contribuiscono a produrle e stabilizzarle simbolicamente. A partire da questa premessa, il contributo si interroga su una domanda di ricerca: in che modo le narrazioni che si strutturano attorno a media events contribuiscono a produrre e riprodurre comunità contrapposte in contesti di forte polarizzazione? E, più in particolare, quali infrastrutture simboliche – codici semiotici profondi, script di lungo periodo, repertori narrativi – prefigurano ciò che può essere detto, chi può parlare legittimamente e quali emozioni diventano pubblicamente appropriate? L’analisi si colloca nel quadro della sociologia culturale e integra e rielabora tre riferimenti teorici principali: la nozione di “comunità interpretative” (Fish 1980), quella di “comunità immaginate” (Anderson, 1983; Katz & Dayan, 2012) e la teoria dei media events e dei rituali mediatizzati (Dayan e Katz, 1992; Cottle, 2006; Alexander & Jacobs, 1998). L’ipotesi è che, nel sistema mediale ibrido, gli eventi ad alta risonanza non producano soltanto aggregazioni temporanee di attenzione, ma riattivino strutture simboliche sedimentate che orientano la costruzione dei significati e delle appartenenze. Le comunità interpretative, fondate su codici e script condivisi, forniscono la grammatica attraverso cui l’evento diventa intelligibile; le comunità immaginate, invece, vengono discorsivamente messe in scena attraverso personaggi, proiezioni metonimiche e opposizioni binarie (noi/loro, vittime/minacce, diritti/doveri). Empiricamente, il contributo analizza due casi italiani ad alta risonanza mediatica e politica: l’attentato suprematista di Macerata (2018) e il blocco dello sbarco della nave Sea-Watch 3 (2019). Il disegno di ricerca combina analisi del contenuto di 233 articoli e servizi televisivi, analisi dei 200 tweet più ritwittati nei periodi di picco di attenzione e 10 interviste semi-strutturate a giornalisti e attori politico-civili. L’approccio integra strumenti quantitativi e qualitativi per ricostruire frame, narrazioni, personaggi, distribuzione della voce e dinamiche di visibilità. I risultati mostrano che i due casi si organizzano attorno a due master frame antagonisti – nativista-securitario e umanitario-solidaristico – che non esauriscono soltanto le interpretazioni disponibili, ma delimitano lo spazio stesso del dicibile. Attraverso proiezioni metonimiche, figure emblematiche (il “vendicatore” di Macerata, la “capitana” della Sea-Watch) vengono elevate a condensazioni simboliche di collettività più ampie, rendendo le comunità immaginate più tangibili e moralmente polarizzate. In questo processo, le persone migranti – pur essendo al centro degli eventi – risultano sistematicamente private di voce e agency, ridotte a sfondo narrativo o a oggetti di contesa simbolica. L’analisi suggerisce che, in contesti di polarizzazione avanzata, le crisi mediatizzate tendono a non funzionare come occasioni di ridefinizione dei codici culturali, ma come rituali conflittuali ricorsivi che riattivano script consolidati. In tal senso, la “crisi” si configura meno come occasione di ridefinizione dei codici semiotici profondi e della loro gerarchia e più come grammatica ordinaria del conflitto, contribuendo alla riproduzione di confini simbolici e alla stabilizzazione di appartenenze antagoniste. L’assenza di un centro definitorio (Waisbord, 2018), di un consenso ideologico liberale o socialdemocratico del quale i media mainstream costituivano il perno, mina alla base la possibilità di convergere sulla natura stessa della crisi. Il contributo dialoga con i temi del convegno mostrando come narrazioni e rappresentazioni non siano semplici riflessi delle crisi sistemiche – nel caso analizzato, quella migratoria – ma dispositivi culturali che orientano vulnerabilità, riconoscimento e legittimità. Studiare l’intreccio tra media events, comunità interpretative e comunità immaginate consente così di comprendere come, nella società dell’incertezza, il conflitto diventi una forma ritualizzata di produzione di senso e di ridefinizione – o irrigidimento – degli spazi della convivenza. | ||
