Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 3 - Panel 08: Discorsi e temporalità della crisi
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Abitare la crisi. Narrazioni e immaginari della sopravvivenza. Università degli studi di Cagliari, Italia Nella contemporaneità la crisi si presenta come una grammatica ricorrente del discorso pubblico, un costrutto simbolico che orienta percezioni, aspettative e possibilità di azione. Parlare di crisi significa interrogare i linguaggi e le narrazioni attraverso cui essa viene resa intelligibile, credibile e performativa. Muovendo dalla sociologia degli immaginari, il contributo assume che ogni crisi implichi una frattura degli orizzonti simbolici condivisi: quando gli immaginari dominanti perdono la loro capacità orientativa, si genera una frammentazione e moltiplicazione di narrazioni concorrenti, che alimentano nuove forme di vulnerabilità. Il conflitto non si configura più solo e principalmente come antagonismo politico tra soggetti o gruppi riconoscibili, ma come scontro simbolico. Come sottolinea N. Elias, i processi di crisi riflettono trasformazioni profonde nei modelli di interdipendenza che legano gli individui alla collettività e investono la trama affettiva e relazionale che struttura la società. Dunque, la crisi può essere letta come un momento di riorganizzazione delle emozioni e dei legami sociali, un osservatorio privilegiato per analizzare i mutamenti delle forme di soggettivazione e delle configurazioni collettive, poiché mette in tensione norme, aspettative e immaginari che normalmente restano impliciti. La sociologia degli immaginari offre il metodo per tradurre questi processi in un’analisi delle narrazioni, dei simboli e delle pratiche culturali attraverso cui viene raccontata e resa socialmente efficace. Le parole e le immagini con cui si descrive ne influenzano l’impatto sociale e le possibili vie d’uscita. Come osserva Bourdieu (1982), il linguaggio non è mai un mezzo neutro di comunicazione, ma uno strumento di potere simbolico che contribuisce a definire ciò che ha valore e ciò che merita riconoscimento. A partire da questa prospettiva, si proprone La parete (1963) come dispositivo sociologico e modello per osservare, in forma radicalizzata, il collasso degli immaginari contemporanei. Scritto dalla viennese Marlen Haushofer, il romanzo è il diario di una donna che rimane isolata dal resto del mondo a causa della comparsa di una barriera invisibile che la separa da ogni altra forma di vita. Rimasta nella compagnia di alcuni animali, che diventano i suoi unici compagni, col passare del tempo, impara a vivere in armonia con la natura, coltivando il proprio cibo e affrontando le difficoltà della solitudine e dell’autosufficienza. La sopravvivenza non dipende dai consueti strumenti di controllo e sfruttamento dell’individuo moderno, ma da una nuova capacità di definire il sé. La parete mostra un oltre concettuale e sottolinea la possibilità di immaginare futuri alternativi una volta che il quadro tecno-capitalistico crolla. Il conflitto si manifesta nel rapporto con il corpo, costretto a confrontarsi con la fatica; nel rapporto con l’ambiente, che non è più sfondo ma condizione materiale di nuove possibilità; nel rapporto con il tempo, che perde ogni scansione sociale; nella solitudine radicale e nella memoria. La protagonista scrive un diario per non dissolversi, una pratica necessaria dell’agire quotidiano: un gesto di cura minimale, un tentativo di ordine. In assenza di informazione, di riconoscimento e di mediazioni simboliche, la narrazione opera come infrastruttura epistemica residua, capace di mantenere una continuità temporale e cognitiva laddove il mondo sociale non offre più orientamento. Diventa così uno spazio ambivalente: da un lato, terreno di esposizione alla vulnerabilità; dall’altro, luogo possibile di rielaborazione e di tenuta del senso. Analizzare la crisi come costrutto simbolico implica quindi una presa di coscienza riflessiva che riguarda anche lo sguardo sociologico che operi una rottura con l’evidenza e con ciò che si impone come naturale e indiscutibile. In questo senso, la crisi diventa un luogo privilegiato di illusio e la riflessività sociologica assume una funzione critica specifica: non indicare cosa fare, ma rendere pensabile ciò che l’ordine simbolico dominante tende a escludere. LA FINE DEL MONDO COME DISPOSITIVO PER LA PRODUZIONE SOCIALE DEL SENSO Federico II, Italia Il presente contributo intende indagare come, nella società contemporanea, l’archetipo della fine si trasformi in narrazione di crisi permanente, configurazione discorsiva in cui la “fine” diviene orizzonte continuo dell’esperienza collettiva. Le narrazioni escatologiche, in quanto forme simboliche e narrative che tematizzano la fine inscrivendola in una struttura di significazione capace di orientare l’immaginario, operano come dispositivi di senso che permettono di rappresentare crisi, conflitti e trasformazioni. Dai miti del diluvio alle trasposizioni della fantascienza novecentesca, la crisi si configura come spazio liminale in cui l’immaginario articola la vulnerabilità e la finitezza dell’umano. Nelle società arcaiche la decadenza è inserita nella dialettica dell’eterno ritorno: la catastrofe rinnova il mondo, rifondandone il ciclo della vita. In questa articolazione archetipica, il dolore è salvifico, la sofferenza rigenerante, lo shock necessario alla sopravvivenza. Nel desiderio ancestrale di assistere all’annullamento di ogni costrutto risiede dunque la produzione di senso della crisi, poiché ogni pensiero sulla finitezza implica necessariamente una riflessione morale sul mondo e dunque sugli individui che lo abitano. Non sono quindi le narrazioni in sé a generare anomalie, ciò che muta non è la presenza dell’archetipo, ma la sua circolazione. Attraverso lo snodo epocale della modernità, in specie nel suo coronamento industriale, le infrastrutture digitali privilegiano un’escatologia polarizzata in cui la “fine” è costantemente inglobata nel discorso pubblico che ne intensifica la reiterazione e la carica emotiva. La logica algoritmica della visibilità, fondata su, polarizzazione e competizione, favorisce contenuti che amplificano la minaccia e l’eccezionalità. Capace di attivare corde profonde dell’esperienza umana, l’urgenza con cui essa è veicolata produce paura e divisioni, instaurando una sensazione di irrisolvibile crisi permanente. Il paper si pone l’obiettivo di evidenziare come la circolazione digitale della crisi trasformi l’eccezione in condizione ordinaria, rendendo la percezione della fine una modalità strutturale di organizzazione del consenso e della visibilità pubblica. Dal disincanto al crash: reincantare l’umano tra sviluppo individuale e storia collettiva Associazione di Promozione Sociale Il valore del femminile, Italia Il contributo propone una lettura del “crash” contemporaneo come crisi sistemica dell’umano, connettendo l’analisi sociologica delle trasformazioni strutturali con l’interpretazione simbolica dei processi culturali. L’ipotesi centrale è che l’attuale fase storica si collochi oltre una semplice instabilità congiunturale: siamo di fronte a una frattura narrativa e istituzionale che investe le forme di legittimazione del sapere, dell’autorità e dell’identità. A partire dal paradigma del disincantamento del mondo elaborato da Max Weber, la modernità viene interpretata come processo di razionalizzazione che ha progressivamente eroso i sistemi simbolici tradizionali, sostituendoli con logiche tecnico-burocratiche e performative. Tale dinamica, lungi dall’essere neutra, ha prodotto nuove gerarchie di valore e nuove forme di capitale simbolico, nel senso delineato da Pierre Bourdieu, contribuendo alla costruzione di un’immagine dominante dell’umano centrata su efficienza, competenza e produttività. In questa prospettiva, il “crash” contemporaneo equivale a una rottura del paradigma performativo: l’indebolimento delle grandi narrazioni, già tematizzato da Jean-François Lyotard, si combina con la fluidità dei legami sociali descritta da Zygmunt Bauman e con la radicalizzazione della riflessività istituzionale di Anthony Giddens, generando un contesto di incertezza strutturale. Le istituzioni non garantiscono più continuità simbolica; i conflitti sono politici, economici e, oggi più che mai, ontologici: riguardano ciò che viene riconosciuto come pienamente umano. Il quadro teorico integra sociologia della modernità, teoria del capitale simbolico e pensiero complesso, nella prospettiva sistemica proposta da Edgar Morin, mettendo in dialogo trasformazioni istituzionali e dinamiche simboliche. Metodologicamente, il contributo adotta un approccio teorico-critico interdisciplinare, fondato sull’analisi comparativa tra modelli di sviluppo individuale e processi storico-sociali, non in chiave deterministica ma come dispositivo euristico. In tale senso, il riferimento al processo di individuazione elaborato da Carl Gustav Jung viene assunto come metafora in cui le polarità in tensione trovano una sintesi. La crisi viene così rappresentata in quanto momento liminale: analogamente alle fasi evolutive individuali, anche i sistemi sociali attraversano rotture che disarticolano equilibri precedenti e rendono visibili conflitti strutturali. Particolare attenzione viene dedicata alla categoria della fragilità che occupa una posizione scomoda rispetto all’ordine performativo dominante. Le soggettività marginalizzate — in quanto non pienamente allineate ai criteri di efficienza e normalità — rendono visibile il carattere selettivo delle definizioni sociali di valore. Ne consegue che il crash si configura altresì come crisi del modello antropologico implicito nella modernità: ciò che eccede la prestazione smaschera i limiti del paradigma. I risultati attesi consistono nella proposta di una cornice interpretativa del crash come soglia trasformativa. La frammentazione delle grandi narrazioni e l’indebolimento delle istituzioni simboliche vengono interpretati come indicatori di una possibile rinegoziazione collettiva del senso. Si sostiene che siamo di fronte a una profonda mutazione antropologica: mutano le forme organizzative della società e, con esse, la definizione stessa di ciò che viene riconosciuto come umano. In tale contesto viene introdotto il concetto di “reincantamento critico”, volto a integrare razionalità, vulnerabilità e dimensione simbolica in una nuova forma di risonanza (Rosa, 2010). Tale prospettiva suggerisce la necessità di una pedagogia della vulnerabilità capace di generare nuove forme di legame sociale, fondate sul riconoscimento dell’interdipendenza piuttosto che sulla mera prestazione. Il crash diventa così il punto in cui l’umano è chiamato a ridefinire se stesso in un ripensamento insieme strutturale e simbolico. | ||