VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 2 - Panel 08: Identità, affettività e stigma nelle culture di piattaforma
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Identità queer e 'playful disengagement': Il caso di Floptok Università degli Studi di Milano, Italia Questo studio indaga l’espressione della queerness come forma di playful disengagement, prendendo come caso studio Floptok, una sottocultura memetica sviluppatasi su TikTok. Il contributo principale dell’articolo consiste nell’elaborazione della nozione di playful disengagement, che, secondo la nostra interpretazione, indica un insieme di modalità espressive attraverso cui la queerness viene articolata prevalentemente in termini estetici piuttosto che rappresentazionali o esplicitamente politici. In tale cornice, le forme di partecipazione digitale, tra cui in particolare i meme, rendono possibile la costruzione di comunità incentrate sulla dimensione ludica della queerness, prendendo le distanze dalle tensioni e dalle istanze politiche generalmente associate a queste identità. Nella letteratura esistente, i social media sono frequentemente concettualizzati come spazi di empowerment per l’espressione identitaria e la coesione delle minoranze sociali (Duguay, 2019; Jackson & Foucault Welles, 2015; Tran et al., 2025). Tra le diverse piattaforme, TikTok è spesso descritto come un ambiente che consente a gruppi sociali marginalizzati, tra cui le persone queer, di elaborare e diffondere narrazioni identitarie proprie attraverso la partecipazione ai trend e ai formati culturali dominanti (Vizcaíno-Verdú & Aguaded, 2022). In tali prospettive, l’espressione dell’identità queer risulta frequentemente intrecciata alla sua dimensione politica e attivista (Duguay, 2023), mentre gli aspetti più ordinari, ludici o meno esplicitamente impegnati tendono a rimanere sullo sfondo analitico. Il presente studio si muove invece dall’assunto che anche le modalità espressive meno politicizzate e più radicate nella quotidianità rivestano un ruolo cruciale nella comprensione dei processi di costruzione e articolazione delle identità queer negli ambienti digitali (Shollenberger, 2025). In questa prospettiva, la nostra ricerca si propone di analizzare in che modo la logica memetica propria di TikTok contribuisca alla configurazione di spazi queer caratterizzati da forme di disimpegno, nei quali l’espressione della queerness risulta parzialmente disancorata dalla carica politica e dalla dimensione attivista che tradizionalmente le vengono attribuite. Tale configurazione si realizza attraverso il coinvolgimento in dinamiche folkloriche di produzione e circolazione dei meme, che consentono agli utenti queer di costruire una quotidianità fondata su un distanziamento almeno parziale dalle narrazioni eteronormative dominanti. Floptok, comunità memetica emersa intorno al 2020 su TikTok, costituisce un contesto paradigmatico di tali dinamiche, articolando l’identità queer come insieme di forme estetiche condivise e riconoscibili. La nostra indagine empirica combina analisi di dati digitali, etnografia digitale e dieci interviste semi-strutturate condotte con membri attivi della comunità, selezionati sulla base dei risultati dell’analisi preliminare dei contenuti. I risultati indicano che gli utenti di Floptok non si limitano a narrare la queerness, ma la performano e la abitano attraverso forme di legend tripping (Wiggins, 2024), un processo partecipativo mediante il quale mettono in atto e sperimentano collettivamente una leggenda condivisa, entrando simbolicamente nel suo spazio narrativo e contribuendo attivamente alla sua costruzione. I meme vengono impiegati per sviluppare e intrecciare i diversi archi narrativi, che vengono successivamente formalizzati all’interno della Fandom Wiki dedicata, consolidando così il patrimonio simbolico comune. Per quanto concerne le dinamiche di partecipazione, la comunità di Floptok manifesta una porosità analoga a quella delle sottoculture memetiche tradizionali. L’accesso e il riconoscimento non si fondano primariamente sull’appartenenza alla comunità queer in quanto tale, bensì sulla condivisione e sull’adesione a vernacoli, codici espressivi e mitologie già sedimentati. In ultima analisi, il nostro lavoro approfondisce in che misura lo svuotamento del significato politico esplicito, insieme alle logiche ludiche, iterative e imitative che caratterizzano tanto i meme quanto l’ecosistema di TikTok, contribuisca alla costituzione di un’estetica condivisa che tende a sovrapporsi, seppur solo parzialmente, all’identità queer. In questo senso, la queerness espressa da Floptok si configura come una delle molteplici estetiche o -core che prosperano sulla piattaforma, inscrivendosi nelle sue dinamiche di visibilità, replicabilità e riconoscibilità culturale. Autorappresentazioni grasse su TikTok Italia: decostruzione dello stigma e capitalizzazione del corpo. Sapienza Università di Roma, Italia La presente ricerca si colloca all’interno del dibattito sulla rappresentazione e autorappresentazione dei corpi nei social media (Bauman, 2008; Cosenza et al., 2016), concentrandosi in particolare sui corpi grassi femminili in TikTok Italia. Il corpo si è storicamente configurato come oggetto di studio profondamente conflittuale (Bourdieu, 2014): prima in ambito sociologico, come sede di negoziazione tra culturale e biologico (Mauss, 2018), poi negli studi di genere, in relazione all’assoggettamento del corpo femminile a partire dalla definizione di genere e sex gender system (Rubin, 1975) e infine nei media studies che si sono occupati di analizzare come il corpo sia stato reso, all’interno del panorama mediale, non solo simulacro (Baudrillard, 2022) ma simulacro integrale identitario (Codeluppi, 2024). Le analisi riguardanti le rappresentazioni del corpo nei media (Bourdeloie & Larochelle, 2024) hanno progressivamente considerato, come oggetto d’indagine, anche corpi difformi dai modelli dominanti (Brizio & Paolino, 2025), tra i quali, corpi disabili, queer, non occidentali e grassi (Basinger et al., 2025). Le ricerche sui corpi grassi si sono focalizzate sulla definizione e sull’individuazione dello stigma grassofobico nelle rappresentazioni mediali (Jiménez-García et al., 2025). L’evidenziazione di tale distorsione culturale ha portato al definirsi di movimenti per l’eliminazione dell’anti-fat bias come la fat acceptance o la fat liberation (Acar et al., 2022; Cooper, 2017). Fino ad ora tuttavia la letteratura si è concentrata prioritariamente su narrazioni medicalizzanti dei corpi grassi (Gailey, 2025; Gaspar et al., 2025) trascurando le dinamiche di autonarrazione soprattutto in contesto italiano. Questo studio si propone di colmare tale lacuna, a partire dalle seguenti domande di ricerca: Quali modalità autorappresentative prevalgono tra i corpi grassi femminili su TikTok Italia negli ultimi tre anni? In che modo queste autorappresentazioni interagiscono con il modello normativo dominante del corpo, tra elementi di contrasto, ibridazione e logiche neoliberali di capitalizzazione? Lo studio è stato svolto a partire da una ricognizione esplorativa sulla piattaforma TikTok. Questa fase preliminare ha permesso la mappatura di oltre 200 contenuti, da cui sono state selezionate cinque creator più rilevanti per il tema d’indagine: 3 influencer attiviste nell’ambito della fat liberation e 2 divulgatrici riguardo al tema della grassofobia, individuate tramite l’uso estensivo dell’hashtag #grassofobia a fini divulgativi. Il campione riflette la distribuzione della ricognizione, focalizzandosi sull'attivismo, mantenendo profondità qualitativa; da esso sono emersi 100 contenuti significativi per l'analisi. È stato adottato un approccio metodologico qualitativo basato su due differenti livelli. Come prima fase è stata svolta un’analisi tematica induttiva/deduttiva ibrida (Braun & Clarke, 2006; Proudfoot, 2022), per arrivare, in una seconda fase ad una critical discourse analysis (Fairclough, 1997). L’analisi tematica ha consentito di individuare le principali ricorrenze narrative nella rappresentazione dei corpi grassi su TikTok; tuttavia, al fine di interrogare tali narrazioni come pratiche discorsive situate all’interno di rapporti di potere e regimi di visibilità, alcuni temi sono stati ulteriormente esplorati attraverso strumenti dell’analisi critica del discorso (ibidem), analizzando temi chiave e commenti pubblici associati (Caliandro & Gandini, 2017), intesi come dati partecipativi, per indagare dinamiche di potere ed eventuale backlash grassofobico (Oswald et al., 2025). La fase preliminare dell’indagine, fino ad ora svolta, permette di ipotizzare risultati che si muovono nella direzione di un riassorbimento delle narrazioni grassofobiche all’interno di dinamiche stigmatizzanti, soprattutto in relazione ai commenti prodotti dai pubblici della piattaforma. Da un lato infatti emergono numerosi contributi prodotti da influencer, utili, informativi e consapevoli, dall’altro si sviluppa nei commenti un dialogo stigmatizzante e denigratorio, volto a riportare le narrazioni che contrastano il pensiero dominante all’interno di logiche normative proprie del pensiero stesso (Foucault, 1992). Vulnerabili e virali. Design del disagio, inspiration porn e self-help culture sui social media Università di Torino, Italia Il contributo indaga le modalità attraverso cui i social media hanno trasformato la narrazione del disagio psicologico in un fenomeno culturale strutturato, analizzando l'intersezione tra tre dinamiche convergenti: la spettacolarizzazione della vulnerabilità, la logica dell'inspiration porn e l'ascesa della self-help culture digitale. Si esamina come le architetture culturali dei social ridefiniscano i codici narrativi attraverso cui gli individui, e in particolare le generazioni più giovani, elaborano e comunicano il malessere interiore. Il concetto di inspiration porn (Stella Young, 2012), trova nel dominio della salute mentale digitale una specifica declinazione: il disagio altrui viene consumato come stimolo motivazionale, trasformando il soggetto sofferente in oggetto di proiezione empatica e, paradossalmente, di intrattenimento. Sui social non vince necessariamente ciò che è bello o vero, ma ciò che circola, in questo quadro si inserisce il fenomeno dell'estetizzazione del fallimento (Autor*, 2024): la sofferenza viene tradotta in contenuto narrativamente coerente ed emotivamente accessibile, divenendo merce relazionale nell'economia dell'attenzione. Le storie di crisi, burnout o disturbi d'ansia vengono condivise secondo formati riconducibili alle logiche dell'identità mediata, nel gioco dialettico fra unicità e adeguamento ai modelli virali. La self-help culture digitale rappresenta il correlato pratico di questa dinamica (Rimke, 2000; Davies, 2016; Levi & Genc 2026): essa traduce strutturalmente problemi sociali in responsabilità individuale, depoliticizzando il disagio. Sui social questo processo assume la forma di una wellness syndrome (Cederström e Spicer, 2015): un imperativo normativo che sanziona chi non riesce a "guarire" performativamente. Maturo (2024), nella sua analisi della medicalizzazione contemporanea, mostra come la tristezza sia diventata una condizione clinicamente gestibile e come il benessere sia penetrato in aree della vita quotidiana un tempo estranee alla scienza medica. I social amplificano questa tendenza producendo ciò che l'autore definisce salute cronica: un'idea di salute fondata non sull'integrità fisica, ma sulla capacità di partecipare a relazioni sociali significative: un ideale che le piattaforme colonizzano e reificano sotto forma di contenuto divulgativo. Sul piano empirico, il report Salute mentale: social media analysis (Vitale & Pelosi, 2024), basato su oltre 481.000 post e 9 milioni di commenti su Facebook, Instagram e TikTok, registra un'impennata delle conversazioni legate alla salute mentale nel 2021 e conferma che su TikTok i commenti hanno superato i 4 milioni nel solo 2023, con la fiducia come emozione prevalente: dato coerente con la retorica risolutiva tipica della self-help culture. Il contesto italiano offre casi paradigmatici che incarnano le tensioni teoriche descritte. Giorgia Soleri - influencer e attivista - è il caso più emblematico: la sua narrazione di patologie croniche invisibili (vulvodinia, endometriosi, fibromialgia) oscilla costantemente fra destigmatizzazione e spettacolarizzazione del corpo malato, rivelando la struttura doppiamente vincolante del paziente perfetto che i social esigono. Aurora Ramazzotti (3 milioni di follower) costruisce la propria identità intorno a una fragilità emotiva confessata con ironia - ansia, autostima, rapporto con il corpo - trasformando il disagio in un format di autenticità certificata che, pur rifuggendo il pietismo, produce un consumo empatico della vulnerabilità: un caso emblematico di come l'estetizzazione del fallimento possa avvenire attraverso la semplice registrazione dell'imperfezione ordinaria. Massimo Giusti (@La Psicologia Positiva) rappresenta il versante professionalizzato del fenomeno: la psicologia positiva tradotta in contenuto breve e replicabile produce quella che Maturo chiamerebbe una salute performativa, dove il benessere diventa obiettivo individuale perseguibile con le giuste tecniche e kit, sganciato da qualsiasi determinante strutturale. Il lavoro affiancherà alla riflessione teorica un'analisi del contenuto sistematica di questi profili, volta a rilevare le strategie narrative adottate, la presenza di frame terapeutici semplificati, il ricorso a formule ispirazionali e la costruzione dell'ethos del creator come soggetto “in perenne cammino verso la guarigione”. ‘FOLLOW THE HABIT’: REASSEMBLING USERS’ DATA BIOGRAPHIES ACROSS TIKTOK AND YOUTUBE 1Università degli Studi di Milano Statale; 2Sapienza Università di Roma Habits are “black holes” (Delacroix, 2022: 1) detectable only through traces of repeated action. Although surveys, diaries, and interviews partially capture platform habits, in algorithmically mediated environments their routinary, often absent-minded character makes them difficult to recall (Ytre-Arne, 2023; Lupinacci, 2021; Chun, 2016). Even digital methods relying on platform data seem inadequate to study what single users ordinarily do (Autor*, 2025). This paper proposes follow the habit, a novel approach to platform data donation that traces users’ digital practices over time and at a small scale, accounting for rhythms and consumption trajectories. Rather than conventional qualitative approaches, it employs mixed, “non-binary” methods (Venturini, 2024) and systematically analyzes data records generated through repeated sociotechnical interactions. Unlike “follow the medium” (Rogers, 2013), it recenters platform studies on users’ demographics and off-screen “sociological biographies” (Lahire, 2019). We highlight the epistemological and methodological implications by applying our approach to donated TikTok and YouTube data, showing how it allows researchers to “reassemble” (Latour, 2005) users’ scattered “data biographies” co-authored by sociotechnical systems that host them. From ‘follow the medium’ to ‘follow the habit’ Digital methods rest on “following the medium,” leveraging platforms’ native data infrastructures to study how they organize communication and sociotechnical interaction (Rogers, 2013). However, in the post-API era (Bruns, 2021), with restricted access to platform data, users can become methodological resources. Hence, drawing on user-centered and ethnographic approaches, we develop follow the habit as a framework for following users within platform environments (Caliandro, 2025). Reassembling data biographies? A cross-platform study We illustrate follow the habit through an empirical study of 101 TikTok and YouTube users aged 18-40 based in Italy. Recruited within an ethically approved project on algorithmic personalization, participants donated their platform histories under GDPR procedures (van Driel et al., 2022). The dataset comprises interactions with 265,599 unique YouTube videos and 193,177 TikTok videos between June 2023 and June 2024. After computational preprocessing, we qualitatively traced a subsample of users’ habitual activities examining daily engagement patterns, content preferences, and longitudinal variations. Our analysis distinguishes intermittent “micro-dips” from more immersive, binge-like sessions, revealing heterogeneous temporal rhythms and varying degrees of cross-category stability. Tracing user-level trajectories, we observed participants moving fluidly across categories, and others adopting stable routine patterns. | ||
