VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Sessione 2 - Panel 06: Gendering the Crash. Conflitti, narrazioni e politiche di uguaglianza nell’università italiana ed europea
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Gendering the Crash. Conflitti, narrazioni e politiche di uguaglianza nell’università italiana ed europea 1Università di Macerata, Italia; 2Università di Torino, Italia; 3Università di Pisa, Italia; 4Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Gendering the Crash. Conflitti, narrazioni e politiche di uguaglianza nell’università Introduzione Il panel si inserisce nel tema del VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti” – assumendo l’università contemporanea come un’arena privilegiata in cui si confrontano narrazioni di neutralità, merito ed eccellenza e persistenti disuguaglianze di genere che ne mettono in tensione i presupposti fondativi. Il panel propone un avanzamento teorico specifico: leggere le politiche di genere non solo come strumenti di riduzione delle disuguaglianze, ma come dispositivi che ridefiniscono le condizioni di legittimità del sapere e della governance accademica, producendo nuove linee di conflitto. Il “crash” non è qui inteso come evento episodico, ma come frattura strutturale tra discorsi istituzionali di inclusione e pratiche organizzative, valutative ed epistemiche che riproducono gerarchie simboliche e materiali. In questa prospettiva, le politiche di gender equality – dai Gender Equality Plans alle strategie di gender mainstreaming fino all’integrazione del genere nei contenuti scientifici – non sono soltanto strumenti tecnici, ma dispositivi culturali che contribuiscono a ridefinire cosa sia qualità, eccellenza, partecipazione e responsabilità istituzionale. I quattro contributi articolano la frattura in quattro livelli: epistemico, disciplinare, narrativo-istituzionale e materiale-organizzativo. Il primo contributo analizza la traiettoria delle politiche europee dalla rappresentanza alla gendered innovation, leggendo l’integrazione del genere nei programmi quadro (dal VII PQ a Horizon Europe) come un possibile “crash epistemico”. Attraverso l’analisi delle cornici regolative e dei Work Programmes, il paper mostra come l’equità venga progressivamente proceduralizzata e trasformata in criterio valutabile di qualità scientifica, ridefinendo silenziosamente i confini epistemici e le gerarchie di legittimità disciplinare. Il secondo contributo si concentra sulla persistente sotto-rappresentazione delle donne nelle discipline STEM, attraverso un’analisi comparativa di quattro contesti nazionali (Francia, Italia, Giappone e Moldova). Integrando interviste a membri della governance e dati disaggregati per genere, lo studio mette in luce il divario tra impegni formali verso l’uguaglianza e pratiche organizzative che assorbono o neutralizzano le politiche di parità, mostrando come narrazioni culturali e gerarchie disciplinari contribuiscano a legittimare la segregazione orizzontale e verticale. Il terzo contributo esplora i Gender Equality Plans come spazi narrativi contesi, interrogando il loro potenziale trasformativo quando vengono attraversati da pratiche partecipative studentesche. A partire da un progetto europeo Erasmus Plus che ha coinvolto sei paesi, l’analisi qualitativa dei processi di co-design evidenzia come la partecipazione possa rendere visibili conflitti normalizzati, rielaborando le narrazioni istituzionali sull’uguaglianza e trasformando il conflitto in risorsa educativa e organizzativa. Il quarto contributo sposta l’attenzione sulla dimensione materiale e organizzativa del lavoro accademico, analizzando l’organizzazione spaziale nei dipartimenti italiani come lente per osservare il crash tra discorsi inclusivi e pratiche situate. Attraverso interviste a direttrici e direttori di dipartimento, lo studio mostra come l’assegnazione e l’uso degli spazi, così come la flessibilità post-pandemica, operino come risorse differenziali che incidono su visibilità, accesso alle reti e possibilità di conciliazione, rendendo tangibili le tensioni tra eccellenza, produttività e cura. Nel loro insieme, i contributi mostrano che il genere non è una variabile aggiuntiva all’interno dell’università, ma una lente attraverso cui osservare la ridefinizione delle condizioni di legittimità del sapere, delle carriere e della partecipazione istituzionale. Il crash si manifesta a livello epistemico, organizzativo, disciplinare e spaziale, rivelando come le narrazioni di inclusione possano al tempo stesso produrre cambiamento e generare nuove linee di conflitto. Attraverso un dialogo tra sociologia della cultura, della conoscenza, dell'educazione e del genere, il panel intende contribuire al dibattito del convegno mostrando come l’università europea contemporanea costituisca un laboratorio in cui le narrazioni sull’uguaglianza vengono continuamente negoziate, regolamentate e contestate, e in cui le politiche di genere rappresentano al contempo strumenti di trasformazione e dispositivi di legittimazione. 1 contributo Sulla gendered innovation come crash epistemico. Narrazioni di equità e riconfigurazione della qualità scientifica nelle politiche europee Silvia Cervia, Università di Pisa
La gendered innovation è presentata come esito maturo delle politiche europee di equità nella ricerca dall’attenzione alla rappresentanza (fix the women), alla trasformazione organizzativa (fix the institutions), fino all’integrazione della dimensione di genere nei contenuti scientifici (fix the knowledge). Una traiettoria descritta come successione di “stagioni politiche” e interpretata in termini progressivi ed evolutivi. Il contributo intende proporre un’analisi critica di questa narrazione, evidenziando come questo processo non sia neutrale. Attraverso dispositivi discorsivi e valutativi che definiscono cosa debba essere inteso per equità, le politiche europee delimitano i confini simbolici della qualità scientifica e collegano l’aderenza alle cornici regolative a meccanismi di premialità e riconoscimento. È proprio all’interno di queste cornici regolative che è possibile leggere la gendered innovation come un crash epistemico che emerge nel momento in cui l’equità viene progressivamente proceduralizzata entro le logiche performative dei finanziamenti competitivi europei. Collocandosi nell’ambito della sociologia della conoscenza, il contributo propone un’analisi delle modalità attraverso le quali le politiche europee costruiscono il genere non solo come questione di giustizia organizzativa, ma come criterio di qualità e innovazione del sapere. La sua trasformazione in indicatore valutabile e parametro di performance diventa così una lente per osservare la ridefinizione silenziosa delle cornici universalistiche della qualità scientifica e gli effetti che tale ridefinizione produce sui confini epistemici e sulle gerarchie di legittimità disciplinare. Il contributo si basa su un’analisi qualitativa di contenuto, supportata dall’utilizzo di NVivo, delle cornici regolative poste dai programmi quadro europei (VIIPQ, Horizon 2020 e Horizon Europe) e dei Work Programmes di riferimento (per un totale di n. 49 WP), considerati come dispositivi discorsivi che costruiscono il genere come oggetto legittimo di intervento pubblico. I risultati mostrano un processo di rafforzamento reciproco tra politiche di equità e gendered innovation. Le prime stabilizzano il genere come categoria legittima nel campo accademico; la seconda consolida l’idea che l’eccellenza scientifica debba essere inclusiva, perché attenta agli impatti differenziati. Tuttavia, nel regime dei finanziamenti competitivi, l’integrazione del genere si traduce prevalentemente in ampliamento metodologico e rendicontazione degli impatti. L’equità viene così incorporata come requisito procedurale: la parità nella composizione dei gruppi e l’integrazione della dimensione di genere (anche in chiave intersezionale) nell’analisi dell’impatto diventano criteri valutabili e misurabili. In questo quadro, la trasformazione del genere in parametro valutabile produce un effetto più profondo sui confini epistemici delineando una gerarchia implicita dei saperi che favorisce gli approcci capaci di tradurre il genere in variabile operazionalizzabile e in impatto misurabile, compatibile con le metriche di eccellenza esistenti. Ciò che tende a essere oscurato è dunque la dimensione propriamente epistemica della rottura: il fatto che le differenze non siano semplicemente elementi da includere, ma configurazioni di potere attraverso cui si producono diseguaglianze strutturali e gerarchie di validità scientifica. Il crash epistemico si manifesta nel paradosso per cui la massima legittimazione istituzionale del genere coincide con la sua massima regolazione. La gendered innovation rappresenta al tempo stesso il successo della critica femminista e la sua ridefinizione entro confini compatibili con i dispositivi di governance della ricerca. Il genere diventa così criterio di qualità senza trasformare le cornici universalistiche che regolano la definizione stessa di eccellenza e la gendered innovation, letta come esito strutturale della loro integrazione nel regime competitivo della ricerca, permette di far emergere un nuovo crash epistemico, non più fondato sull’esclusione del genere, ma sulla regolazione delle condizioni di legittimità della sua trasformatività epistemica. 2_ contributo Disuguaglianze di genere nel mondo accademico. Rappresentazioni e politiche nelle STEM: un’analisi di 4 casi nazionali Manuela Naldini, Maddalena Cannito, Rosy Musumeci e Paola Maria Torrioni, Università di Torino
La disuguaglianza di genere negli ambienti accademici e di ricerca rimane un problema globale persistente, sebbene le sue cause e conseguenze varino a seconda dei contesti. Nonostante gli sforzi significativi e l’introduzione e implementazione di politiche specifiche in Europa — come i GEP (Gender Equality Plans) — le disparità di genere continuano a rimanere ampie. La persistente sotto‑rappresentazione delle donne nel mondo accademico riflette un ricorrente “crash” tra l’orizzonte normativo della parità di genere e delle pari opportunità e le pratiche reali che regolano l’accesso, la permanenza e la progressione di carriera. Ciò è evidente sia nella segregazione orizzontale sia in quella verticale. Il contributo indaga tale scarto concentrandosi sulla persistente sottorappresentazione delle donne nelle discipline STEM, attraverso uno studio comparativo che coinvolge Francia, Italia, Giappone e Moldova. L’analisi esplora come le asimmetrie di genere siano comprese e affrontate in diversi contesti e come le rappresentazioni e le politiche istituzionali si intreccino con culture disciplinari e gerarchie organizzative che possono assorbire, deviare o neutralizzare gli interventi per realizzare la parità. L’approccio comparativo consente di esaminare come culture nazionali, assetti istituzionali, politiche per l’uguaglianza di genere e gerarchie disciplinari contribuiscano a modellare le disuguaglianze di genere nei contesti accademici, nonché le narrazioni che le legittimano. Richiamando il framework di Risman (2004), che interpreta il genere come “struttura sociale”, il paper legge le asimmetrie di genere nell’accademia come l’esito di processi interconnessi che operano a più livelli: il livello micro (socializzazione, auto-selezione, stereotipi e senso di appartenenza); il livello meso (norma dell’“ideal worker”, cultura dell’overwork, reti informali e bias valutativi); e il livello macro (regimi di welfare, politiche di conciliazione lavoro-famiglia e strumenti di policy per l’uguaglianza). Nel loro insieme, questi processi contribuiscono a spiegare la persistenza della segregazione orizzontale nelle STEM nonostante gli impegni formali verso l’uguaglianza e fanno luce sull’intreccio tra dinamiche individuali, organizzative e istituzionali nella riproduzione delle disuguaglianze di genere nell’istruzione superiore. Dal punto di vista metodologico, lo studio adotta un disegno di studio di caso comparativo che consente un’analisi approfondita delle disuguaglianze di genere e delle politiche per la parità di genere in differenti contesti socio-culturali. Sono stati selezionati quattro Paesi—Francia, Italia, Giappone e Moldova—e in ciascuno sono stati analizzati una grande università multidisciplinare e una scuola di ingegneria. La ricerca si basa su 41 interviste semi-strutturate a membri della governance e del corpo docente, integrate da dati secondari disaggregati per genere provenienti da fonti internazionali, nazionali e istituzionali. I dati sono stati raccolti nell’ambito del progetto “XXXXXXXXXXXXXXXXX”, finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Horizon Europe, Marie Skłodowska-Curie Actions (MSCA) – Staff Exchanges (2023–2026). I risultati preliminari mostrano che, da un lato, emergono conflitti simbolici — con le STEM rappresentate come un ambito “naturalmente” maschile, razionale e competitivo — che legittimano la segregazione orizzontale come esito di “scelte” o preferenze individuali o semplicemente come conseguenza di uno squilibrio numerico che inizia già nelle prime fasi del percorso di istruzione che conduce poi all’ università. Dall’altro lato, emergono conflitti organizzativi, nei quali procedure formalmente neutrali si traducono in asimmetrie concrete nel mentoring, nell’accesso alle risorse, nella progressione di carriera e nei ruoli di leadership. Il confronto tra quattro casi differenti, in contesti nazionali e profili istituzionali diversi, consente infatti di mostrare come le narrazioni ufficiali sulla parità di genere portino spesso a un’implementazione selettiva o largamente simbolica, e come la sotto‑rappresentazione delle donne nelle STEM sia sostenuta da un processo di retroazione auto‑rinforzante: aspettative e stereotipi limitano aspirazioni e persistenza, mentre la condizione di minoranza numerica e simbolica continua a rafforzare l’immaginario maschile associato a queste discipline. 3_ contributo Genere e pratiche partecipative nell’università italiana ed europea nella prospettiva di studenti e studentesse Marta Scocco e Melanie Sara Palermo, Università di Macerata
L’università può essere osservata come uno spazio istituzionale attraversato da conflitti simbolici e materiali che investono l’idea stessa di comunità accademica. Tra questi, le diseguaglianze di genere rappresentano una linea di frattura strutturale che interseca ruoli, posizioni, carriere e forme di riconoscimento, producendo narrazioni divergenti sull’uguaglianza, sul merito e sulla responsabilità istituzionale. Tali diseguaglianze non si manifestano soltanto come deficit di rappresentanza o di opportunità, ma come veri e propri conflitti interni, spesso normalizzati o resi invisibili attraverso linguaggi tecnici e dispositivi amministrativi (Naldini e Poggio, 2023). In questo quadro, i Gender Equality Plans (GEP) si sono affermati come strumenti centrali delle politiche universitarie per la promozione dell’uguaglianza di genere. Tuttavia, una lettura sociologica critica evidenzia come questi dispositivi possano funzionare anche come narrazioni istituzionali che tendono a neutralizzare il conflitto, presentando l’uguaglianza come obiettivo già incanalato in procedure standardizzate (Cannito, Poggio e Tuselli, 2023). In particolare, quando i GEP adottano un’impostazione prevalentemente top-down, essi rischiano di privilegiare soggetti già inclusi nei processi decisionali e di riprodurre asimmetrie di potere tra le varie componenti della comunità accademica, contribuendo a una rappresentazione rassicurante e depoliticizzata delle diseguaglianze di genere. Muovendo da un progetto europeo Erasmus Plus XXXX XX che ha coinvolto attivamente studenti e studentesse di 6 paesi europei (Italia, Grecia, Lituania, Germani e Polonia) nella co-progettazione di azioni di gender mainstreaming, questo contributo intende esplorare il potenziale delle pratiche partecipative nel rimettere in discussione le narrazioni dominanti sull’uguaglianza e nel dare voce a soggettività spesso marginalizzate nei processi di governance universitaria (Collins and Potter, 2011; Pastori e Pagani, 2025; Prantl, Freund and Kals, 2022). I GEP sono interpretati come spazi narrativi contesi, in cui il conflitto può essere occultato oppure, al contrario, reso visibile e trasformato in risorsa culturale ed educativa. Con questa prospettiva, lo studio si concentra su tre principali domande di ricerca: In che modo i GEP producono o occultano la tensione tra uguaglianza dichiarata e pratiche universitarie? Quale ruolo possono assumere le pratiche partecipative studentesche nel rendere visibili i conflitti di genere? In che misura i processi di co-design contribuiscono a trasformare tali conflitti in risorse educative e organizzative? Attraverso un’analisi qualitativa-comparativa dei progetti sviluppati dagli studenti e dei dati raccolti nel corso delle attività svolte all’interno delle università europee partner di progetto, il contributo mostra come i laboratori di co-design abbiano funzionato come dispositivi comunicativi e formativi capaci di rielaborare il conflitto di genere sul piano simbolico e relazionale. Il coinvolgimento della comunità studentesca ha favorito processi di apprendimento collettivo, rendendo visibili le dimensioni emotive, identitarie e narrative delle diseguaglianze e contribuendo a una riconfigurazione dei paradigmi educativi e informativi con cui l’istituzione affronta tali tensioni. In questa prospettiva, i GEP emergono non solo come strumenti di policy, ma come luoghi di produzione di senso, in cui il conflitto legato alle diseguaglianze di genere può essere riconosciuto, discusso e trasformato. Questo studio si inserisce così nel dibattito sociologico su narrazioni e conflitti, mostrando come, anche all’interno dell’università, il crash tra narrazioni istituzionali di uguaglianza e conflitti di genere non rappresenti solo una disfunzione, ma un potenziale spazio generativo in cui favorire attraverso pratiche partecipative forme alternative di convivenza istituzionale e di responsabilità collettiva.
4 contributo Spazi accademici, genere e organizzazione del lavoro: il “crash” tra narrazioni di inclusione e pratiche situate nelle università italiane Sara Mazzucchelli e Maria Letizia Bosoni – Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano
Nel contesto europeo contemporaneo, l’università è attraversata da politiche di gender equality – dai Gender Equality Plans alle misure di conciliazione famiglia-lavoro – inscritte in una narrazione centrata su neutralità, meritocrazia ed eccellenza. Tali dispositivi operano però in un contesto segnato da persistenti disuguaglianze di genere nelle carriere e nell’accesso alle posizioni apicali (Cannito et al., 2023; Carreri et al., 2024). Il contributo legge l’accademia italiana come spazio paradigmatico di crash: frattura tra narrazioni ufficiali di uguaglianza e pratiche organizzative che riproducono gerarchie simboliche e materiali. Il crash è inteso come tensione strutturale tra discorsi inclusivi e logiche quotidiane. Le politiche di genere non sono meri strumenti tecnici, ma dispositivi culturali che ridefiniscono eccellenza, produttività e dedizione, divenendo arene di conflitto simbolico e organizzativo. L’analisi si concentra su una dimensione poco esplorata: l’organizzazione spaziale del lavoro accademico e il suo impatto sulle pratiche di conciliazione. Gli spazi – uffici individuali o condivisi, aree comuni, configurazioni ibride tra casa e università – sono risorse distribuite gerarchicamente e attraversate da dinamiche di genere e generazionali (Deem & Morley, 2021; Migliore et al., 2022). Le domande di ricerca sono: In che modo assegnazione e uso degli spazi riflettono o mettono in tensione le narrazioni di neutralità e merito? Quali differenze di genere emergono nelle pratiche spaziali e nelle strategie di conciliazione tra lavoro e cura? In che misura la ridefinizione post-pandemica dei confini tra spazio domestico e professionale ha intensificato il crash tra discorsi ufficiali e pratiche Lo studio qualitativo (2024–2025), parte di un progetto nazionale, si basa su 18 interviste in profondità a direttrici e direttori di dipartimento in 11 università italiane, nei settori sociali, umanistici, giuridici e tecnico-scientifici. Assumendo il dipartimento come unità organizzativa, si esplorano criteri formali e informali di assegnazione degli spazi, pratiche di utilizzo e rappresentazioni associate a presenza fisica, produttività e disponibilità continua. I risultati mostrano che lo spazio accademico opera come risorsa differenziale che struttura opportunità di visibilità, partecipazione e accesso alle reti professionali. Il crash emerge nel divario tra la narrazione post-pandemica della flessibilità – presentata come neutrale – e le pratiche effettive. Le donne con responsabilità di cura ricorrono più al lavoro da remoto o ibrido, ottenendo flessibilità ma pagando un costo in termini di visibilità informale e integrazione dipartimentale. La flessibilità appare così dispositivo ambivalente: strumento di conciliazione ma anche meccanismo che talvolta rafforza disuguaglianze preesistenti. Uomini e accademici senza carichi di cura mantengono più facilmente una presenza continuativa e multisede, con accesso stabile agli spazi istituzionali e alle reti di potere. Emerge anche una dimensione generazionale: il personale junior sperimenta precarietà spaziale intrecciata all’insicurezza contrattuale, mentre il personale senior conserva accesso privilegiato agli uffici individuali, consolidando gerarchie simboliche e materiali. Il contributo illumina il crash tra narrazioni di inclusione e conflitti organizzativi mostrando come gli spazi di lavoro costituiscano una lente per analizzare le trasformazioni dell’università contemporanea. Le politiche di gender equality e le misure di conciliazione, pur ridefinendo le narrazioni istituzionali, si inseriscono in assetti che valorizzano modelli di dedizione totale e disponibilità permanente. Gli spazi accademici diventano luoghi in cui si materializza la tensione tra eccellenza, produttività, cura ed equità. Attraverso l’analisi dell’organizzazione spaziale, il contributo dialoga con la cornice del panel mostrando come i Gender Equality Plans e le politiche di conciliazione agiscano non solo come strumenti di governance, ma come dispositivi discorsivi che producono cambiamento e nuove linee di conflitto. Il genere emerge come lente privilegiata per comprendere le contraddizioni e le trasformazioni dell’università europea contemporanea. | ||
