VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
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Sessione 4 - Panel 02: Governance e narrazioni del rischio ambientale
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L’ultimo miglio della comunicazione: narrazioni istituzionali e conflitti ambientali nel caso Caffaro (Brescia) Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Nella diplomazia ambientale urbana, le narrazioni istituzionali delineano i confini delle crisi ecologiche, modellando rappresentazioni sociali, immaginari collettivi e conflitti tra attori (Cai et al., 2024; Pezzullo & Cox, 2018; Hansen & Cox, 2019; Brand, 2011; Moscovici, 1961, 1981). A scala locale, la comunicazione funge da ponte tra istituzioni e implementazione delle policy ambientali, riconciliando percezioni dissonanti della sostenibilità e mitigando asimmetrie informative tra enti e cittadinanza. La ricerca integra prospettive analitiche provenienti da diversi campi disciplinari (Lammers & Barbour, 2006; Gordon, 2021; Star & Griesemer, 1989; Hansen, 2015; Lundgren & McMakin, 2013), focalizzandosi sull’“ultimo miglio” comunicativo: la fase finale in cui le istituzioni locali trasmettono informazioni ai cittadini, negoziando compromessi tra rappresentazioni sociali e culturali della sostenibilità. Il lavoro si propone, dunque, di indagare la seguente domanda di ricerca: quali elementi abilitano o ostacolano l’efficacia dell’ultimo miglio della comunicazione, configurando dinamiche di conflitto e cooperazione? Il caso studio esamina la gestione della bonifica dell’ex stabilimento chimico Caffaro (Brescia) – situato nel cuore della città – dove decenni di attività hanno causato gravi contaminazioni di suoli e falde acquifere, alimentando tensioni e sollevando preoccupazioni per i potenziali impatti sull’ambiente circostante e sulla salute pubblica. Tale progetto di bonifica mobilita un’ampia costellazione di stakeholder in arene politiche e comunicative, generando conflitti tra residenti, istituzioni ed enti coinvolti nel risanamento e attori responsabili dell’inquinamento. In particolare, l’analisi si focalizza sull’Osservatorio SIN Brescia-Caffaro, istituito nel 2021 dal Comune di Brescia per discutere e informare sulle iniziative di bonifica e, dal 2022, promotore di una strategia comunicativa di “ultimo miglio” per la cittadinanza – emblema delle tensioni tra narrazioni istituzionali, memorie collettive e immaginari del rischio, in un contesto di sfiducia istituzionale. Per rispondere alla domanda di ricerca, si adotta un approccio longitudinale etnografico costruttivista (Charmaz, 2014; Prasetyo, 2022; Bierschenk & Olivier de Sardan, 2019) triangolando tre anni di osservazione partecipante negli uffici comunali e nelle sedute dell’Osservatorio; interviste in profondità e semi-strutturate con testimoni privilegiati funzionari, dirigenti, attivisti e residenti, nonché un’analisi di documenti e contenuti comunicativi (tra cui ordinanze, materiali informativi, report e bollettini). Tale approccio metodologico ricostruisce le pratiche comunicative – dalla glocalizzazione di evidenze scientifiche alla disseminazione pubblica – e negoziazioni interistituzionali che attraversano “l’ultimo miglio”. I risultati dell’analisi individuano quattro dimensioni trasversali che influenzano l’efficacia della comunicazione – digitalizzazione, partecipazione pubblica, localizzazione e mediazione – tra loro integrate dalla comunicazione cross-funzionale, intesa come infrastruttura simbolica unificante. Ne emerge il modello DIPLOMACITY, che concettualizza l’interdipendenza tra utilizzo di (1) digitalizzazione (DI), (2) public engagement (P), (3) localizzazione (LO e CITY), (4) mediazione (M) e (5) reti di attori (A). (1) DI si fonda sul bilanciamento tra le opportunità di democratizzazione dell’informazione e la persistenza dei divari digitali. (2) P promuove pratiche di co-progettazione comunicativa, confrontandosi con la tensione tra inclusività sostanziale e rischio di tokenismo. (3) LO-CITY consente di adattare politiche glocali alle specificità territoriali, integrando memorie collettive e identità locali con vincoli normativi e procedure burocratiche. (4) M esercita una forma di diplomazia ambientale attraverso l’intervento di organismi terzi, negoziando la comunicazione del rischio in contesti segnati da polarizzazioni conflittuali. (5) A, infine, evidenzia la natura reticolare e multilivello della governance ambientale la cui interazione contribuisce a co-produrre narrazioni ambientali. Il modello evidenzia tensioni dialettiche intrinseche a ciascuna delle dimensioni, contribuendo a ridefinire costantemente le percezioni sociali del rischio ambientale. Il contributo è duplice: empiricamente, illustra come le pratiche comunicative co-producono conflitti e legami sociali in contesti ambientali controversi; teoricamente, il modello ripensa le narrazioni nella società dell’incertezza, offrendo un framework analitico e multidimensionale per approcciare crisi ecologiche. Figure del nemico e responsabilità climatica: il solarpunk come campo narrativo di conflitto tra media e piattaforme 1Università Milano-Bicocca, Italia; 2Università Milano-Bicocca, Italia; 3Università Milano-Bicocca, Italia Negli ultimi anni il solarpunk si è affermato come costellazione narrativa transmediale dedicata alla transizione ecologica, articolata tra narrativa a stampa, produzioni audiovisive e ambienti digitali partecipativi. La letteratura critica ha letto il solarpunk come contro-immaginario utopico alla distopia climatica (Flynn 2014; Hamilton 2017; Johnson 2020; Więckowska 2022), come laboratorio estetico-affettivo della transizione energetica (Williams 2019; Gillam 2023; Reina-Rozo 2021) e come spazio decoloniale di convivialità plurale (Reina-Rozo 2021; Melendrez-Cruz 2022). Il contributo assume il solarpunk non come progetto normativo unitario, ma come campo empirico di osservazione delle modalità attraverso cui le società contemporanee configurano narrativamente il conflitto climatico e ne ridefiniscono alcune figure centrali: il nemico, la colpa, la responsabilità e le forme legittime di risposta. La ricerca si basa su un corpus qualitativo delimitato composto da romanzi e raccolte di racconti solarpunk pubblicati tra il 2012 e il 2024 (tra cui Ricciardiello 2020; Wagner e Wieland 2017; Ruaud 2020; Palmatier e Bray 2023; Rupprecht et al. 2021), integrato da discussioni selezionate in community online e forum dedicati al tema. I materiali sono stati selezionati secondo criteri di rilevanza tematica e circolazione pubblica. L’analisi combina strumenti di analisi critica del discorso (Fairclough 1992; Wodak 2001; van Dijk 2008) con un’attenzione agli ordini morali impliciti che orientano le attribuzioni di responsabilità e legittimità (Boltanski e Thévenot 1991; Boltanski e Chiapello 1999). In questo quadro, le narrazioni sono trattate come spazi pubblici in cui si rendono visibili e contestabili configurazioni morali del conflitto. Il contributo si articola attorno a due domande di ricerca. In primo luogo: quali figure del “nemico climatico” emergono nelle narrazioni solarpunk e come si distribuiscono colpa e responsabilità? In secondo luogo: come tali figure si trasformano nel passaggio tra media differenti, in particolare nel transito verso piattaforme digitali caratterizzate da dinamiche di polarizzazione e controversia? I risultati mostrano che il solarpunk non elimina il conflitto, ma lo ricodifica. Emergono almeno tre configurazioni ricorrenti del nemico: (1) una figura sistemica, che individua nelle infrastrutture economiche e nei modelli di sviluppo il principale responsabile; (2) una figura diffusa, che distribuisce la responsabilità tra pratiche quotidiane e inerzie culturali; (3) una figura controversa, oggetto di dispute nei contesti digitali. Il conflitto tende a spostarsi dal piano dell’antagonismo politico strutturale a quello della responsabilità morale e della cura, senza tuttavia scomparire. Nel passaggio tra media, le configurazioni del conflitto subiscono slittamenti significativi: mentre nella narrativa letteraria prevalgono rappresentazioni sistemiche e collettive, negli spazi digitali emergono processi di semplificazione e radicalizzazione interpretativa che ridefiniscono i confini del dicibile, del colpevole e del responsabile. In dialogo con il tema della conferenza dedicato ai conflitti e alle loro trasformazioni mediali, il contributo propone di leggere il solarpunk come laboratorio narrativo in cui si rinegoziano pubblicamente criteri di imputazione, legittimità e dissenso nelle società della crisi ecologica. Chi lo dice o come lo dice? Fonti e frame nella comunicazione del rischio naturale: insights da una survey sperimentale Sapienza Università di Roma, Italia La comunicazione del rischio, oggi, si svolge in un ambiente mediale frammentato e conflittuale. Gli attori istituzionali devono veicolare informazioni complesse, mantenendo fiducia e credibilità. Per questo, l’interazione tra la fonte e i contenuti veicolati è particolarmente rilevante. I messaggi devono fornire indicazioni chiare e comprensibili e sollecitare risposte cognitive o emotive nei pubblici. All’interno di questo scenario, contributi quali la prospect theory (Kahneman & Tversky, 1979) aiutano a problematizzare la dimensione del framing nella comunicazione dei rischi naturali e ambientali. I frame di natura gain, che enfatizzano i benefici dell’adozione dei comportamenti raccomandati, e quelli di natura loss, che evidenziano i costi della non adesione, generano risposte diverse rispetto ai rischi da parte dei pubblici (Choi et al., 2023; Dedman & Lee, 2023). Inoltre, la fonte svolge un ruolo fondamentale nell’attribuzione di fiducia e credibilità a quanto comunicato (Renn & Levine, 1991). L’intersezione tra framing e fonte appare particolarmente rilevante nel contesto italiano, caratterizzato dalla compresenza sul territorio di molteplici rischi naturali e ambientali e da una governance della comunicazione del rischio che attribuisce un ruolo centrale sia a figure politiche locali, come i sindaci, sia a organizzazioni di natura civica e tecnico-operativa, come la Protezione Civile. Questo contributo presenta un’analisi integrata di framing e fonte basata su una survey condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana, articolata in un disegno sperimentale 2×2 (frame: gain vs. loss; fonte: sindaco vs. Protezione Civile). Inserita in un questionario più ampio su percezione del rischio, pratiche informative e fiducia nelle fonti, la survey ha utilizzato uno stimolo visivo relativo a comportamenti in caso di rischio idrogeologico variato sia nel framing del claim principale sia nell’attribuzione della fonte, indicata testualmente in apertura del messaggio. La survey, così come il campionamento, sono stati condotti online da un’agenzia specializzata nel mese di dicembre 2025. Il campione finale comprende 1618 rispondenti di età compresa tra i 18 e i 75 anni. I risultati preliminari indicano che la fonte incide in misura maggiore rispetto al frame. Le differenze tra i messaggi attribuiti al sindaco e alla Protezione Civile risultano infatti più nette e ricorrenti rispetto a quelle osservate tra i frame di tipo gain e loss, in particolare per dimensioni centrali quali fiducia e credibilità. Il frame non risulta irrilevante, ma non agisce in modo autonomo: i suoi effetti appaiono piuttosto condizionati dalla fonte che veicola il messaggio. La Protezione Civile raccoglie livelli di fiducia elevati e distribuzioni delle risposte poco ambigue, mentre la figura del sindaco mostra una maggiore variabilità nelle valutazioni e una fiducia più situata. Tuttavia, il campione dei rispondenti non manifesta, nel complesso, un’attitudine proattiva nei confronti della comunicazione del rischio. Ne consegue che la comunicazione ordinaria dei rischi faccia fatica a emergere e che i diversi frame possano risultare meno immediatamente riconoscibili per i cittadini distanti dai rischi mediati. Questi dati preliminari restituiscono una fotografia articolata della comunicazione del rischio, confermando la centralità della fiducia nei processi comunicativi. La fonte non rappresenta un semplice contesto del messaggio, bensì una guida interpretativa (Peters et al., 1997): i frame possono potenziare o depotenziare i messaggi, ma non compensare una fonte percepita come meno credibile. In particolare, la maggiore stabilità delle risposte associate a fonti percepite come tecnico-scientifiche, rispetto a quelle attribuite a fonti di elezione e di prossimità come il sindaco, suggerisce che la fiducia e la credibilità si costruiscano prevalentemente attorno alla competenza. Questo risultato contribuisce a problematizzare approcci che concepiscono il framing come uno strumento autonomo di efficacia comunicativa e rafforza la necessità di adottare un approccio integrato alla comunicazione del rischio, capace di considerare congiuntamente contenuto, fonte e contesto. CRASH!: crisi climatica e rischio alluvionale. Costruire infrastrutture comunicative per la resilienza territoriale 1Università di Bologna, Italia; 2Università di Bologna, Italia; 3Università di Ferrara, Italia; 4Università di Napoli, Italia; 5Università di Ferrara, Italia; 6Università di Ferrara, Italia Nel contesto delle crisi climatiche contemporanee, la comunicazione del rischio idrologico non può essere intesa come mera trasmissione di informazioni tecniche, ma come spazio simbolico e pratico in cui si articolano conflitti interpretativi, attribuzioni di responsabilità e dinamiche di fiducia istituzionale. Le alluvioni, sempre più ricorrenti nel panorama europeo, rendono visibile non solo la vulnerabilità materiale dei territori, ma anche quella discorsiva delle comunità, chiamate a orientarsi tra saperi esperti, memorie locali e rappresentazioni mediali. Il progetto [omesso per peer review] assume la comunicazione del rischio come pratica sociale e istituzionale capace di incidere sui processi di riconoscimento reciproco e sulla costruzione di resilienza collettiva. Integrando analisi storico-sociale, studio del framing mediatico, indagine campionaria nazionale (n=2.500) e consultazione pubblica partecipativa, il progetto ha adottato un disegno mixed methods sequenziale, volto a connettere livelli micro (percezioni individuali), meso (reti territoriali) e macro (discorsi pubblici e media). In questo contributo ci si concentra sui risultati della consultazione pubblica – assunta come dispositivo di ricerca-azione. L’analisi dei risultati (oltre 1000 pagine di trascrizioni) si è svolta in due fasi. In primo luogo, attraverso un’analisi tematica qualitativa con NVivo (v.15), articolata in quattro macro-dimensioni: definizione del problema (alluvioni e cambiamento climatico, tra cause, percezioni e vissuti), agency (individuale, collettiva e istituzionale), fonti e canali della comunicazione (con la distinzione tra comunicazione in emergenza e in tempo di pace), dimensione intergenerazionale. L’emersione della categoria dell’agency istituzionale ha evidenziato la centralità delle aspettative rivolte agli attori pubblici nella gestione e comunicazione del rischio. In secondo luogo, il corpus è stato analizzato con T-LAB (v.10). Questa fase ha consentito di individuare le strutture latenti che organizzano il discorso collettivo, mettendo in luce assi interpretativi riconducibili a tensioni tra sapere formale e sapere esperienziale, tra dimensione informativa e dimensione operativa, tra centralizzazione e partecipazione. L’integrazione tra NVivo e T-LAB non ha avuto una funzione meramente triangolativa, ma ha permesso di rafforzare l’interpretazione teorica delle configurazioni simboliche del rischio. I risultati mostrano come il rischio alluvionale venga prevalentemente interpretato attraverso cornici esperienziali e territorialmente situate, ancorate alla memoria locale e ai vissuti personali, mentre il cambiamento climatico tende a essere rappresentato come fenomeno più astratto e mediatizzato. Ciò si riflette nelle aspettative di azione e nei modelli comunicativi ritenuti legittimi. La comunicazione emergenziale è percepita come centralizzata e operativa; quella “in tempo di pace” come formativa, partecipativa e orientata alla costruzione di una cultura diffusa del rischio. Parallelamente, i dati dell’indagine campionaria evidenziano uno scarto significativo tra elevata consapevolezza del cambiamento climatico e limitata competenza operativa rispetto alle misure di prevenzione in caso di alluvione. Tale disallineamento indica che la comunicazione del rischio non può limitarsi alla diffusione di informazioni, ma deve essere progettata come infrastruttura relazionale, organizzativa e simbolica, capace di produrre outcome culturali durevoli. La traduzione delle evidenze empiriche in linee di policy ha condotto alla definizione di cinque direttrici strategiche: distinguere protocolli comunicativi per emergenza e non emergenza; investire nella formazione strutturata delle istituzioni locali; costruire reti multistakeholder territoriali permanenti; calibrare la comunicazione su base generazionale; progettare un’infrastruttura comunicativa territoriale integrata nelle sue dimensioni relazionale, organizzativa e simbolica. In coerenza con la call “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”, il caso [omesso per peer review] mostra come la comunicazione del rischio costituisca un dispositivo di mediazione tra trauma territoriale, memoria storica e ricomposizione simbolica. Ciò significa passare da una società reattiva a una società capace di costruire preventivamente le condizioni discorsive e istituzionali per affrontare l’incertezza. In questa prospettiva, la resilienza territoriale emerge come esito di processi culturali fondati su fiducia, partecipazione e condivisione delle responsabilità, realizzando il passaggio da una società del rischio ad una società nel rischio. | ||
