VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
|
Daily Overview |
| Sessione | ||
Sessione 3 - Panel 02: Cambiamento climatico e attivismo
| ||
| Presentazioni | ||
Dalle retoriche green alla guerra: la svolta securitaria dell’immaginario della transizione energetica e il suo inconscio coloniale 1Sant'Anna Institute, Sorrento; 2Università di Napoli L'Orientale La transizione energetica è stata promossa nei paesi occidentali come orizzonte per la mitigazione climatica e lo sviluppo sostenibile. Essa si è articolata attorno a un immaginario sociotecnico (Jasanoff 2015) green, informato da ideologie tecno-deterministe, tecno-utopistiche (Williams 1981; Autor* 2025a) che presentano l’innovazione tecnologica come soluzione universale e neutrale alla crisi ecologica. In questa configurazione, le tecnologie rinnovabili e digitali appaiono come strumenti di emancipazione, mentre la dimensione materiale della loro produzione – l’estrazione di minerali critici, l’aumento della domanda energetica, la violenza estrattiva – resta sullo sfondo, implementando forme di green extractivism (Dunlap, Jakobsen 2021; Verweijen, Dunlap 2020) Il paper sostiene che questo immaginario green si fondi su un rimosso strutturale: il minerale come inconscio coloniale della transizione (Autor* 2025b). L’approvvigionamento di risorse strategiche riproduce una logica coloniale, in cui i territori estrattivi – prevalentemente nel Sud globale – sopportano i costi ambientali, sociali e militari dell’accumulazione, mentre i benefici, materiali quanto simbolici, della “transizione" si concentrano nei centri occidentali. L’apparente universalismo della transizione nasconde così una continuità con regimi storici di violenza estrattiva: una forma di colonialismo ricorsivo (CCB 2021; 2025). Negli ultimi anni, tuttavia, l’immaginario green ha mostrato segni di crisi. Con la guerra in Ucraina, l’intensificarsi della competizione geopolitica, la retorica della sostenibilità è progressivamente sostituita da quella della sicurezza energetica, della resilienza strategica e dell’autonomia nazionale. I “critical minerals” vengono sempre più inscritti in discorsi di difesa, riarmo e militarizzazione (Johnston, Marín 2026). Il paper interpreta questa svolta non come una rottura ma come continuità: il passaggio dal lessico verde a quello securitario rende esplicita la natura storicamente militare e coloniale dell’approvvigionamento di risorse. La definizione stessa di minerali “critici” emerge in contesti bellici, e l’industria della difesa ha storicamente costituito un motore decisivo della competizione per le materie prime (Leonelli 2025; Johnston, Marín 2026). La militarizzazione dei contesti estrattivi e i conflitti legati al loro controllo non rappresentano un’anomalia ma la continuità strutturale di un modello di accumulazione fondato sulla violenza. Il paper propone quindi un’analisi della trasformazione del discorso pubblico e istituzionale in Europa e negli Stati Uniti di Trump. Attraverso l’esame di documenti strategici sui critical minerals, dichiarazioni politiche e narrazioni mediatiche, si indagherà come l’immaginario della transizione si sia progressivamente riconfigurato in chiave securitaria, ridefinendo le risorse come oggetti di competizione geopolitica e di difesa nazionale. Questa trasformazione sarà poi letta come sintomatica di una crisi più ampia di legittimità economica e morale dell’Occidente. La progressiva sostituzione dell’immaginario universalista della sostenibilità con quello polarizzante della sicurezza segnala l’indebolimento della capacità egemonica occidentale di presentare i propri interessi come bene comune globale. La protezione dell’imperial mode of living occidentale (Brand, Wissen 2021) si riorganizza così attorno a dispositivi materiali e narrativi di tipo militare che riaffermano gerarchie e zone di sacrificio. In un contesto in cui l’orizzonte narrativo e immaginifico dominante appare appiattito su logiche securitarie e belliche, il paper propone infine di spostare lo sguardo verso i contesti estrattivi stessi. Attraverso l’analisi di alcune pratiche artistiche e culturali radicate in territori segnati dall’estrazione di minerali critici, si indagherà come emergano contro-immaginari che disarticolano tanto la retorica del progresso verde quanto quella della sicurezza strategica. Tali narrazioni alternative, prodotte nei centri estrattivi, rendono visibile il rimosso materiale della transizione e aprono la possibilità di futuri post-estrattivi, ecologici e non militarizzati. Il contributo intende così mostrare come la svolta dal green alla sicurezza non sia un semplice mutamento retorico ma riveli la struttura coloniale e violenta degli immaginari della transizione e, al contempo, come proprio nei luoghi di sfruttamento possano emergere immaginari speculativi alternativi alla guerra e alla violenza ecologica e coloniale. Il lavoro di ricerca è distaccato o militante? Percorsi di ricerca a confronto con le crisi socio-ecologiche contemporanee CNR-IRCrES (Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile), Italia Tra le crisi più pressanti che l’umanità deve affrontare in questo momento storico si situa la crisi ambientale, dal cambiamento climatico, al consumo di suolo, alla perdita di biodiversità, all’inquinamento, e i conflitti sociali, economici e culturali che ne derivano. Le crisi socio‑ecologiche contemporanee mettono alla prova sia le strutture sociali che le modalità di produzione della conoscenza. Esse richiedono quadri epistemici interdisciplinari capaci di integrare le dinamiche ecologiche e quelle sociali, ma anche una riflessione più ampia sulle relazioni tra scienza e società e sul ruolo sociale del ricercatore che includa i più ampi processi socio-politici, gli immaginari culturali, le relazioni di potere, le dimensioni dell’etica e dell’integrità nella ricerca. La figura dei ricercatori e delle ricercatrici è interpellata sempre più frequentemente a confrontarsi con richieste di posizionamento pubblico, epistemico o politico, mentre permangono all’interno dell’accademia modelli diversificati di autorappresentazione, alcuni legati al paradigma mertoniano della scienza (Ziman, 2000) o della “torre d’avorio”. Tuttavia, i campi di ricerca esposti alle crisi socio-ecologiche e ai loro riflessi socio-politici ed economici sfidano tale rappresentazione, sfumando i confini tra alveo scientifico e sociale, e sollecitando gli scienziati con richieste che li pongono in “affanno” (L’Astorina & Mangia, 2022) o li spingono a mobilitarsi per prendere parte attiva nel dibattito pubblico. L’accelerazione della crisi ambientale, l’aumento delle disuguaglianze e la proliferazione di fronti bellici interrogano anche il mondo della ricerca, la sua autorappresentazione, la definizione del suo ruolo come soggetto epistemico (specie con riferimento ai temi della disinformazione, come fattore polarizzante del dibattito pubblico, ma anche come intenzionale arma di guerra) e limiti e opportunità del suo intervento nell’arena pubblica (Benessia et al., 2016). In questo contributo intendiamo presentare alcuni risultati preliminari su come l’auto-rappresentazione di ricercatrici e ricercatori impegnati su temi socio-ecologici complessi si intrecci con il loro ruolo sociale, in particolare riguardo ai diversi poli di conflitto che riguardano da vicino i loro temi di ricerca. Ispirandoci al metodo narrativo dell’autobiografia della domanda di ricerca, indaghiamo i percorsi, le motivazioni e i valori che hanno condotto ricercatrici e ricercatori a scegliere temi di studio al centro delle crisi socio-ecologiche e li guidano nelle scelte di ricerca. Esploriamo inoltre le rappresentazioni paradigmatiche relative a co-produzione di scienza e società, contratto sociale della scienza e rapporto scienza-governance (es. Cerroni, 2012; Davies, 2021, 2025; Godin, 2006; Norström et al., 2020), per delineare una mappa riflessiva di posizioni, attitudini e pratiche presenti nella comunità di ricerca sui temi socio-ecologici complessi nel contesto italiano, facendo emergere potenzialità e ostacoli a percorsi di rielaborazione e responsabilità collettiva. Sopravvivere alla catastrofe, abitare il conflitto. Giustizia climatica e infrastrutture di cura in Ultima Generazione università di Bologna, Italia La crisi climatica, cifra distintiva dell'Antropocene (Crutzen e Stoermer, 2000), si configura come sfida politica e culturale totalizzante, agendo da moltiplicatore di esposizione e rischio (Beck, 2017) che ridisegna vulnerabilità e disuguaglianze globali (Sultana, 2022). I movimenti sociali emergono come attori conflittuali che non denunciano solo ingiustizie sistemiche, ma sperimentano forme alternative di organizzazione sociale (Escobar, 2018). Il contributo interroga come, nelle pratiche quotidiane dell’attivismo climatico, si costruiscano le basi materiali, relazionali e simboliche di una nuova soggettività politica (della Porta e Diani, 2020) in un’epoca segnata da “crash” ecologici. La domanda di ricerca è la seguente: in che modo le pratiche di cura attivate all’interno dei movimenti per il clima contribuiscono a ridefinire le forme di agency e le modalità di soggettivazione politica in un’epoca di crisi permanente? La ricerca affronta questo interrogativo attraverso il framework della giustizia climatica (Schlosberg e Collins, 2014) e quello dell'etica della cura (Fisher e Tronto, 1990). Se la letteratura sulla giustizia climatica denuncia le asimmetrie strutturali – distributive, procedurali, di riconoscimento e intergenerazionali – essa necessita di essere integrata da un'analisi delle pratiche attraverso cui tali ingiustizie vengono rese visibili contrastate e riparate nella vita quotidiana dei movimenti. A tal fine, il concetto di "infrastrutture di cura" (Alam e Houston, 2020) si rivela cruciale. Esso designa le reti materiali e relazionali di mutuo supporto, solidarietà e sostentamento che permettono alle comunità di resistere, organizzarsi e sopravvivere in contesti di crisi e violenza sistemica. Le infrastrutture di cura non sono un mero supporto all'azione, ma ne costituiscono il fondamento etico e operativo, trasformando la vulnerabilità da condizione passiva a base per una nuova agency politica. Lo studio si basa su quattordici mesi di ricerca etnografica (luglio 2023-agosto 2024) condotta all’interno del movimento per il clima Ultima Generazione (UG) nell’ambito di un dottorato di ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale. La ricerca ha incluso osservazione partecipante, interviste semi-strutturate e la sperimentazione del metodo dei “Diari Terrestri” uno strumento diaristico ispirato al diary-interview method (Zimmerman e Wieder, 1977) volto a cogliere l'incorporazione della crisi climatica nelle biografie individuali e nelle pratiche quotidiane. I risultati mostrano come UG incarni un modello di cura articolato su tre dimensioni interconnesse. La cura planetaria si esprime nelle azioni dirette nonviolente (blocchi stradali, azioni simboliche), vissute come un dovere morale di riparazione del mondo e come pratica di giustizia climatica che riflette criticamente sui privilegi posizionali. La cura di comunità emerge nelle strutture organizzative di mutuo aiuto, nei momenti di facilitazione e debriefing emotivo, e in gruppi dedicati al benessere collettivo (es. Governance e Cultura). La cura di sé si configura infine come un terreno complesso di negoziazione. Se da un lato è praticata come atto politico di auto-conservazione necessario per sostenere la militanza (Lorde, 1988), dall’altro è costantemente in tensione con una “cultura del martirio” che riproduce logiche neoliberali di sacrificio e auto-sfruttamento. Queste pratiche di cura, lungi dall'essere meri strumenti organizzativi, agiscono come laboratori di trasformazione sociale, costruendo una "comunità di lotta" i cui legami sono forgiati dalla condivisione del rischio e del supporto reciproco. Il conflitto generato dall'azione diretta diventa così l’incarnazione di un "noi" alternativo al sistema estrattivista ed egemonico. Il caso di UG mostra come i movimenti climatici, operando in una condizione “post-apocalittica” (Cassegård e Thörn, 2018) di catastrofe permanente, non si limitano a protestare, attraverso le loro infrastrutture di cura, ma agiscono come laboratori di trasformazione sociale e come "architetti" di nuovi immaginari politici, segnando il passaggio da un attivismo incentrato sulla denuncia a uno incentrato sulla costruzione di resilienza relazionale esperimentando qui e ora modalità di convivenza e organizzazione sociale oltre la catastrofe. | ||
