Programma della conferenza
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Sessione 1 - Panel 06: Il futuro delle media literacies nelle società del conflitto: competenze critiche nel paradigma postdigitale
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Il futuro delle media literacies nelle società del conflitto: competenze critiche nel paradigma postdigitale Università di Torino, Italia Le società contemporanee sono attraversate da crisi sistemiche e da conflitti che, oltre a produrre effetti materiali, ridefiniscono le cornici cognitive e simboliche attraverso cui interpretiamo la realtà. I conflitti assumono così dimensioni anche epistemiche che investono soprattutto le dinamiche di potere e la legittimazione dei saperi. La difficoltà di orientarsi tra una molteplicità di narrazioni si traduce in una crisi strutturale dell’autorità, con effetti rilevanti sui processi di educazione e socializzazione, sulla costruzione delle identità individuali e collettive, sulla formazione dell’opinione pubblica. Nel quadro della mediatizzazione profonda (Couldry, Hepp, 2017) e della piattaformizzazione della società (van Dijck, Poell, de Waal 2018), la produzione e la circolazione dei significati risultano sempre più intrecciate con infrastrutture tecnologiche opache e con logiche algoritmiche. La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa accentua tali dinamiche, evidenziando l’esigenza di apprendere e coltivare competenze sempre più articolate e sofisticate per leggere il presente e per esercitare pratiche di cittadinanza critica e consapevole. In questo contesto, il paradigma postdigitale (Jandrić et al, 2018) costituisce un riferimento che consente di leggere queste trasformazioni superando la dicotomia online/offline e riconoscendo l’intreccio strutturale tra dimensioni tecnologiche, sociali e culturali, dove il digitale non è uno spazio separato, ma una condizione diffusa che plasma pratiche educative, relazioni e processi di soggettivazione. Ripensare il futuro delle literacies nel paradigma postdigitale significa, dunque, nella prospettiva di questo panel, sottolineare e indagare il ruolo delle media literacies in un’epoca in cui il conflitto si gioca sempre più sul terreno della produzione di senso e sull’interpretazione delle narrazioni. Diete mediali, narrazioni conflittuali ed errate percezioni: tra dinamiche di polarizzazione e competenze informative Roberta Bracciale (Università di Pisa), Lorenzo Mosca (Università di Parma)
Questo contributo analizza le errate percezioni fattuali come esito di narrazioni conflittuali che attraversano l’ecosistema informativo contemporaneo. In un contesto segnato da crisi sistemiche e da una crescente polarizzazione politico-affettiva, le misperceptions non rappresentano soltanto errori cognitivi individuali, ma si configurano come indicatori di fratture simboliche nella sfera pubblica, in cui la verità fattuale diventa oggetto di competizione tra attori politici, media e piattaforme digitali. Il paper si colloca nel dibattito sociologico su consumi mediali, post-verità e conflitti culturali, interrogandosi su tre questioni principali. In primo luogo, se e in che misura l’ampiezza e la differenziazione delle diete mediali incida sulla probabilità di aderire a credenze fattualmente errate. In secondo luogo, come l’identificazione partitica e la polarizzazione affettiva modulino l’accettazione selettiva di contenuti informativi, specialmente quando questi sono coerenti con le narrazioni promosse dal leader o dal partito di riferimento. In terzo luogo, se e come le competenze informative – intese come (i) combinazione di conoscenza fattuale e (ii) pratiche di verifica – interagiscano con la partigianeria politica nel plasmare le percezioni dei cittadini. L’analisi si basa su una survey CAWI somministrata nel maggio 2024 a un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia tra i 18 e i 70 anni (N = 1984), realizzata nell’ambito di un progetto PRIN 2022. Il questionario rileva consumi mediali, pratiche partecipative online e offline, orientamenti populisti, atteggiamenti autoritari, fiducia istituzionale, polarizzazione affettiva verso partiti, leader ed elettorati, oltre a un articolato set di item su conoscenze politiche e credenze fattuali relative a temi ad alta conflittualità simbolica, quali immigrazione, occupazione, clima, welfare e sicurezza. Un elemento qualificante del disegno empirico è l’inclusione di item sperimentali con split-ballot, che attribuiscono alcune affermazioni controverse a specifici leader politici. Ciò ha consentito di testare l’effetto dell’attribuzione della fonte sull’accettazione di un contenuto vero o falso, verificando se la coerenza con il proprio orientamento politico aumenti la probabilità di aderire a informazioni distorte. L’analisi si basa su indici compositi di dieta mediale e competenza informativa e l’utilizzo di modelli di regressione per stimare la probabilità di misperception, includendo interazioni tra esposizione mediale, collocazione ideologica, polarizzazione affettiva e attribuzione della fonte. In linea con la letteratura sulla selettività e sulla frammentazione dei consumi informativi, ipotizziamo che diete mediali più ampie e diversificate siano associate a livelli inferiori di percezioni errate. Tuttavia, in un ecosistema ibrido e polarizzato, l’esposizione a una pluralità di fonti potrebbe non tradursi automaticamente in maggiore accuratezza. Ci attendiamo, infatti, che livelli elevati di partigianeria e di polarizzazione affettiva aumentino la probabilità di accettare affermazioni fattualmente scorrette quando queste risultano coerenti con le narrazioni del proprio campo politico, anche tra individui con livelli relativamente elevati di competenza informativa. L’analisi mostra marcate differenze lungo l’asse politico-ideologico nel livello medio di accuratezza fattuale del campione. La probabilità di aderire a credenze errate aumenta significativamente tra gli intervistati autocollocati a destra, anche controllando per istruzione, età e ampiezza della dieta mediale. L’esperimento split-ballot conferma quindi la natura situata e conflittuale dei processi di validazione dell’informazione. I risultati contribuiscono a ridefinire il nesso tra informazione e conflittualità ideologica nella società contemporanea, mostrando come le misperceptions si inscrivano in dinamiche di appartenenza e di antagonismo che investono la fiducia nelle istituzioni, nei media e nelle élite politiche. In questa prospettiva, l’analisi delle errate percezioni offre una lente privilegiata per comprendere le trasformazioni della cittadinanza in un contesto in cui le crisi sistemiche e le narrazioni concorrenti ridefiniscono i confini della verità pubblica e le condizioni del riconoscimento reciproco.
Dal consenso sessuale al consenso digitale: insegnare competenze critiche per affrontare la violenza di genere facilitata dalle tecnologie digitali Chiara Gius (Università di Bologna), Elena Morrone (Università di Salerno)
Questo contributo, basato su una ricerca sulla violenza di genere facilitata dalle tecnologie digitali (TFGVB) condotto con 105 giovani tra i 13 e i 22 anni, mette in dialogo la riflessione femminista sul consenso sessuale (Boyle, 2019; Gavey 2005; Kelly, 1987; MacKinnon 1989, 2005) e la digital literacy (Buckingham, 2007), al fine di elaborare una prospettiva che integri l’educazione al consenso nelle pratiche di contrasto alla violenza di genere online. Pur emergendo da uno spazio di tensioni anche apertamente conflittuali, negli ultimi anni il concetto di consenso, inteso come dispositivo entro cui leggere e interpretare i confini nelle relazioni intime, ha assunto un ruolo centrale nell’educazione (Beres 2014; Whittington & Thomson, 2018), nell’attivismo (Sikka, 2020) e nel dibattito legislativo in materia di contrasto alla violenza di genere (Borrello, 2023; Millefiorini, 2024). Tuttavia, nonostante un generale accordo nel ritenere la TFGVB come parte del continuum della violenza (cfr. Autor*, 2026; Hall, Hearn & Lewis, 2024; Henry & Powell, 2015), persiste una netta separazione tra la riflessione sul consenso offline e quello online. Se, nell’ambito offline, il consenso è sempre più inteso come elemento cardine di un approccio trasformativo fondato sull’educazione alla sessualità e all’affettività (Bovini, Demozzi & Ghigi, 2025), negli spazi digitali prevalgono orientamenti securitari, che disegnano risposte emergenziali ed individualizzanti radicate in narrazioni di panico morale che rappresentano il digitale come intrinsecamente pericoloso (cfr. Hampton & Wellman, 2018). In questo quadro, la riflessione femminista sul consenso sessuale offre almeno tre elementi utili ad orientare iniziative di digital literacy volte al contrasto della TFGVB. In primo luogo, in letteratura, il consenso è stato via via ridefinito da atto individuale a processo negoziale situato entro specifici rapporti di potere (Beres, 2014; O’Connor et al., 2024; Whittington, 2021). Così inteso, il consenso dato in un contesto non si estende automaticamente all’intera relazione e resta sempre revocabile (Muehlenhard et al., 2017). Negli ambienti digitali, questa prospettiva evidenzia le tensioni tra l’ideale di reversibilità e la persistenza tecnica dei contenuti online. Promuovere competenze digitali critiche significa dunque sviluppare consapevolezza delle condizioni materiali e comunicative che rendono possibile, o impediscono, un consenso effettivamente libero e negoziato. In secondo luogo, le piattaforme social, le app di dating, gli ambienti immersivi e i meccanismi di apprendimento dell’AI incorporano ed erodano il consenso attraverso le loro architetture e interfacce. Le critiche femministe al cosiddetto consenso digitale evidenziano come caselle di spunta e regimi di opt-inlegittimino il capitalismo della sorveglianza (Zuboff, 2019), spostino responsabilità e carico cognitivo su chi ne fa uso e oscurino le disuguaglianze strutturali, in particolare per le donne e i gruppi marginalizzati (cfr. Carmi, 2021; Varon & Peña, 2021). In questa prospettiva, la digital literacy implica la capacità di leggere criticamente il design delle piattaforme, la loro economia politica e i meccanismi di disuguaglianza che riproducono. Infine, gli studi sulla TFGVB (cfr. Autor*, 2022; 2026; Hall, Hearn & Lewis, 2024; Henry & Powell 2015), evidenziano il ruolo giocato dalle aspettative di genere, ricalcando una normalizzazione della violenza come espressione di problemi di gestione individuale del rischio e di “cattive decisioni” (Autor*, 2022; Meehan, 2021; Marcotte & Hille, 2021). Nel contesto della digital literacy diventa dunque fondamentale integrare competenze sulle norme di genere e le aspettative sociali che strutturano la negoziazione del consenso online. Collegando i dibattiti sul consenso sessuale e digitale attraverso i dati di ricerca, il contributo mostra come il consenso costituisca un terreno cruciale per affrontare le sfide poste dalla TFGVB. Tale integrazione può rafforzare l’educazione digitale, orientare le risposte politiche alla TFGVB e spingere verso la progettazione di ambienti sociotecnici più coerenti con prospettive femministe di autonomia, sicurezza e giustizia sociale.
Oltre il mito dell'accessibilità: diseguaglianze nell’AI literacies di bambini e adolescenti italiani Giovanna Mascheroni, Piermarco Aroldi, Marco Rosichini, Università Cattolica del Sacro Cuore
Il contributo si propone di sfidare empiricamente e teoricamente le narrazioni di senso comune intorno a due temi: l’IA generativa come strumento accessibile a tutti, senza bisogno di competenze specifiche; e il mito delle nuove generazioni come nativi digitali. Questi miti saranno decostruiti a partire dai risultati dell’ultima indagine di EU Kids Online, che ha coinvolto 2170 bambine/i e adolescenti di 9-16 anni sul territorio nazionale, a cui si affiancano 15 interviste in profondità a adolescenti di 13-17 anni sugli usi e la comprensione dell’IA generativa (autori, 2026). Dal punto di vista teorico, il contributo sfida i due miti proponendo una definizione di AI literacy che vada oltre l’apprendimento di competenze specifiche come la scrittura dei prompt. La definizione di AI literacy muove dalla concettualizzazione della literacy digitale intesa come insieme di conoscenze e competenze articolate in quattro aree (tecnico-operative; navigazione e trattamento dell’informazione; comunicative; creazione e produzione di contenuti), ciascuna comprendente dimensioni funzionali e critiche (Smahel et al., 2024). In linea con questa concettualizzazione, possiamo riprendere la definizione di alfabetizzazione digitale proposta dall’ITU (2018) e intendere l’AI Literacy come «la capacità di utilizzare strumenti di IA in modi che aiutino gli individui a ottenere benefici e risultati tangibili nella vita quotidiana, per sé e per gli altri, e a ridurre i potenziali danni associati agli aspetti più problematici dell’IA». Una definizione di questo tipo sottolinea l’importanza di una comprensione critica e di conoscenze relative alle tecnologie di IA che includano la capacità di riconoscere quando vengono impiegati sistemi automatizzati basati su IA e data-driven, la comprensione di come tali sistemi funzionino, la capacità di esercitare una supervisione umana e la valutazione di quando e «come “lavorare con” o “aggirare” questi sistemi» (Selwyn, 2022, p. 257). Inoltre, la AI literacy si concentra sulla comprensione di questioni strutturali ed etiche connesse alla progettazione, al finanziamento, allo sviluppo e alle applicazioni istituzionali dell’IA, nonché sugli impatti sociali e ambientali, attuali e futuri, di tali tecnologie (Crawford, 2021; Hao, 2025). Muovendo dalla concettualizzazione di Pangrazio (2016) di “critical digital design”, qui applicata più ampiamente alle tecnologie digitali, mettiamo in evidenza l’importanza di comprendere la «architettura generale» delle tecnologie di IA come componente chiave di tale literacy, nonché il modo in cui tale architettura «manifesta e mantiene sistemi di potere e privilegio» (p. 170). Sulla base della distinzione tra IA generativa e IA predittiva (ad es. sistemi di raccomandazione e media algoritmici; Narayanan & Kapoor, 2024), possiamo infatti distinguere almeno due modalità d’uso degli strumenti di IA: la prima si verifica quando tali strumenti vengono impiegati intenzionalmente dagli/dalle utenti per conseguire obiettivi specifici; la seconda quando i meccanismi di IA sono incorporati nei contenuti digitali o operano “dietro le quinte”, anche in assenza di un coinvolgimento intenzionale da parte dell’utente. I dati della survey e delle interviste qualitative condotte in Italia mostra come bambini e adolescenti considerino l’IA generativa come immediata e facile da usare, ma riconoscano che le competenze relative alla corretta formulazione dei prompt sono state acquisite e affinate nel tempo, attraverso un processo di learning by doing o socializzazione fra pari (anche sulle piattaforme di social media). Gli/le intervistati/e adottano inoltre un’ampia gamma di strategie per valutare gli output dell’IA e i rischi connessi (deep fakes, allucinazioni, ecc.), con differenze di età, genere e alfabetizzazione digitale . Al contrario, la comprensione di aspetti più complessi dell’IA (quali la logica di funzionamento, i modelli di business, i bias ideologici e le questioni etiche) risulta spesso limitata o superficiale. Sulla base di questi risultati, evidenziamo le barriere di accesso a tecnologie apparentemente accessibili e ne discutiamo le implicazioni educative e politiche.
Alfabetizzazione digitale e questioni di genere nel paradigma postdigitale: un framework critico e applicativo Simona Tirocchi, Università di Torino
Nelle ecologie mediali postdigitali (Jandrić et al., 2018; Selwyn, 2022), il genere non costituisce soltanto un oggetto di rappresentazione, ma una dimensione strutturale attraverso cui si negoziano visibilità, legittimità e potere simbolico. La violenza digitale, le narrazioni mediali sul femminicidio e le forme di misoginia online circolano in ambienti piattaformizzati e algoritmicamente mediati, nei quali le logiche della visibilità e dell’engagement incidono sui processi di costruzione del senso (Van Dijck, Poell & De Waal, 2018). In tali contesti, i pubblici si configurano come affective publics (Papacharissi, 2014), aggregazioni fluide mobilitate più dall’intensità emotiva che dalla coerenza informativa. In questo scenario, occorre una riconcettualizzazione critica e situata della digital literacy (Kellner & Share, 2007; Buckingham, 2003), capace di integrare analisi dei frame discorsivi, consapevolezza delle infrastrutture algoritmiche e comprensione delle economie affettive che strutturano la comunicazione digitale. La disinformazione, infatti, non opera esclusivamente attraverso contenuti falsi (Aguaded, Jaramillo-Dent & Delgado-Ponce), ma anche come pratica simbolica ed emotiva che si manifesta mediante strategie di minimizzazione, false equivalenze, colpevolizzazione della vittima e depoliticizzazione della violenza. In questa prospettiva, il concetto di violenza simbolica (Bourdieu, 1998) risulta particolarmente utile per comprendere come determinati frame contribuiscano a naturalizzare disuguaglianze di genere, rendendole culturalmente accettabili. La crescente visibilità mediatica dei femminicidi si colloca inoltre in una cultura popolare caratterizzata da una forte componente mediatica e partecipativa (Banet-Weiser, 2018), nella quale true crime, serialità e contenuti social contribuiscono alla costruzione di immaginari che influenzano la percezione pubblica della vittima e dell’aggressore. Le ricerche sul framing linguistico dei femminicidi (Schnepf & Christmann, 2023) mostrano come etichette attenuanti o romantizzanti possano incidere sulla risposta emotiva e sulla valutazione morale del fenomeno. Dal punto di vista empirico, lo studio adotta un disegno qualitativo esplorativo volto a indagare come giovani adulti interpretino tali narrazioni e quali competenze attivino - o fatichino ad attivare - nel riconoscere forme implicite di disinformazione simbolica. I dati sono stati raccolti attraverso 25 interviste qualitative asincrone somministrate tramite Google Forms all’interno della piattaforma Moodle dell’Università di Torino, coinvolgendo studenti e studentesse (18-24 anni) iscritti al corso di laurea in Scienze dell’Educazione. Lo strumento comprendeva domande aperte relative a:
L’analisi è stata condotta attraverso una reflexive thematic analysis (Braun & Clarke, 2006), combinando categorie teoriche preliminari (violenza simbolica, framing, depoliticizzazione, mobilitazione affettiva, cultura algoritmica) con temi emergenti dal corpus. Il processo ha previsto codifica iterativa, confronto interpretativo e attenzione alla posizione narrativa attribuita a vittima, aggressore e contesto strutturale. I risultati evidenziano una duplice dinamica. Da un lato, emerge una maggiore consapevolezza della dimensione strutturale della violenza di genere; dall’altro, risultano più difficili da individuare le forme sottili di disinformazione simbolica, specialmente quando si presentano sotto forma di ironia, omissione contestuale o narrazione individualizzante. I commenti sui social media vengono frequentemente percepiti come parte integrante dell’informazione, confermando la centralità della dimensione affettiva nella costruzione del giudizio. Alla luce di tali evidenze, il contributo propone, inoltre, un laboratorio educativo trasferibile nei contesti della scuola secondaria, dell’università e dell’educazione non formale, volto a integrare digital literacy e studi di genere. Il laboratorio si articola in tre moduli:
Il framework proposto concepisce l’alfabetizzazione digitale come pratica di giustizia simbolica: un processo educativo orientato a rendere visibili le asimmetrie di potere incorporate nei discorsi digitali e a promuovere una cittadinanza critica e trasformativa. Educare alla verità, nelle società postdigitali, significa dunque sviluppare la capacità di interrogare simultaneamente contenuti, emozioni e infrastrutture tecnologiche, riconoscendo come la violenza di genere si riproduca anche attraverso narrazioni quotidiane apparentemente ordinarie.
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