Programma della conferenza
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Sessione 1 - Panel 03: Industrie creative e IA: musica e letteratura
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“Vorrei ma non posso”: pratiche di disconnessione digitale fra i musicisti italiani ai tempi della piattaformizzazione dell’industria musicale Università degli Studi di Siena, Italia La crescente piattaformizzazione delle industrie culturali e creative ha posto sfide significative ai lavoratori del settore, costringendoli a mantenere una visibilità costante e ad una sempre maggiore conformità alle logiche algoritmiche (Duffy, 2020). Tale pressione, difatti, viene percepita come una forma di subordinazione al potere delle piattaforme, una condizione considerata tuttavia “necessaria” sia per la propria autopromozione sia per l’affermazione di una propria presenza professionale all’interno di un ecosistema altamente competitivo. Nonostante la letteratura esistente abbia analizzato esaustivamente le conseguenze della piattaformizzazione del lavoro culturale (Duffy et al., 2019; Poell et al., 2021), le specifiche pratiche di disconnessione attuate dai lavoratori culturali per mitigare la pressione algoritmica e il potere delle piattaforme rimangono largamente inesplorate. Questa ricerca, posizionandosi all’interno dell’ambito dei disconnection studies, si propone di mappare le pratiche messe in atto dai musicisti italiani per ritrovare l'equilibrio tra vita lavorativa e vita privata e riaffermare la propria agency. Il corpus empirico consiste in 26 interviste semi–strutturate condotte da remoto fra luglio 2025 e febbraio 2026 (durata media di 45 minuti) che hanno coinvolto tre categorie di musicisti: artisti solisti, musicisti turnisti e band. Adottando un approccio guidato dai paradigmi teorici della grounded theory (Glaser e Strauss, 1967; Charmaz, 2006; Tarozzi, 2008), lo studio identifica la disconnessione come un processo non–lineare, caratterizzato da pratiche granulari ed eterogenee. Attraverso il concetto di Disconnection Journey, la ricerca delinea il complesso rapporto tra musicisti e contesto digitale, sottolineando, al contempo, la tensione strutturale tra il desiderio ideale di tutela del proprio benessere e la realtà di una presenza online forzata. Le disuguaglianze di natura strutturale vengono alimentate in prima istanza dal capitale reputazionale: i musicisti con una reputazione già stabile e consolidata godono di una maggiore libertà di disconnettersi, mentre per i musicisti emergenti la potenziale assenza dai social rappresenta un rischio critico per la visibilità e la credibilità lavorativa. Le piattaforme sono infatti percepite come mercati digitali del lavoro, dove una non–presenza o un impegno intermittente possono tradursi in una perdita di opportunità di lavoro. Questa tensione spinge alcuni musicisti a negoziare il proprio desiderio di disconnessione, oscillando tra atteggiamenti di fiducia verso le piattaforme e compromessi morali dettati dal bisogno di visibilità. Contestualmente, la disconnessione effettivamente ‘messa in pratica’ può essere tradotta in due principali strategie di rifiuto: l'evasione, attuata tramite micro-pratiche quotidiane di benessere digitale per limitare l'uso dei dispositivi, e l'impegno, una forma di resistenza radicale e politica che giunge fino alla rimozione dei contenuti dalle piattaforme come segno di protesta etica. Tra le diverse strategie di rifiuto emerge inoltre il ricorso a forme mediali alternative, in grado di svincolare i musicisti dalle logiche delle piattaforme social tradizionali: difatti, per sottrarsi alle logiche algoritmiche, sia alcune band che alcuni artisti indipendenti, hanno deciso di ritornare a strumenti di comunicazione considerati più autonomi e "intimi" come blog e newsletter, che permettono di mantenere il contatto con la propria comunità senza la pressione della performance costante. Inoltre, nei casi più radicali, vi è il ricorso a modelli decentralizzati come il Fediverso (La Cava et al., 2021) e la sua piattaforma Mastodon. Attraverso i suoi server, il Fediverso offre ai musicisti un'alternativa alle piattaforme dei social media dove possono distribuire e promuovere la loro musica, mantenendo la proprietà dei propri contenuti. In conclusione, questo studio sostiene come la disconnessione non sia solo una scelta orientata al benessere individuale, ma costituisca un atto politico influenzato dalle dinamiche del potere delle piattaforme e dalla posizione strutturale dei musicisti all'interno di un'industria musicale sempre più modellata dalle governance algoritmiche imposte dalle piattaforme (Bonini, Magaudda 2024). Autorialità sintetica e capitalismo delle piattaforme: controversie e resistenze dei prosumer nell’era della GenAI 1Università di Catania, Italia; 2Università di Catania, Italia Nel 2024, il caso Fat Keily di Manjari Sharma ha acceso il dibattito all’interno delle comunità di amanti dei libri sulla presenza di ghostwriter sintetici nell’editoria romance. Collaborando con la piattaforma Inkitt, Sharma ha prestato il proprio nome a sequel ed episodi televisivi scritti dall’IA, spingendo il confronto sull’etica dell’autorialità artificiale. È un caso esemplare, ma non isolato, di come le piattaforme capitalizzino il capitale sociale detenuto da autrici e autori affermati. Mostra inoltre come estraggano valore (a) sfruttando l’affettività, (b) mimando la creatività e (c) recintando i commons creativi, in un processo di accumulazione per espropriazione (Harvey 2003). Nella logica del capitalismo delle piattaforme (Srnicek 2017), che estrae valore dal lavoro delle macchine traendo profitto dal capitale creativo e sociale di autori e lettori, viene quindi ridefinito il conflitto di classe, tra gli intellectual e synthetic workers, dove una quota crescente di lavori intellettuali e impiegatizi alla automazione è esposto a nuove forme di precarizzazione, sorveglianza e discriminazione. Il contributo esplora e propone un modello comparativo per misurare le reazioni dei creativi alla produzione generata dalle GenAi. In modo particolare ci soffermiamo sulle community di w-reader di romance e di OSR - Old School Renaissance presenti in Reddit, per loro natura pro-am e particolarmente esposti all’impatto delle GenAi in termini di occupazione e reputazione. Seguiamo quindi le controversie, ovvero l’emergere dei conflitti all’interno delle community (Autor* 2024), per esaminare come l’autorialità venga ridefinita tramite processi di standardizzazione stilistica (Caliandro et al. 2024), ghostwriting algoritmico e rimodellamento delle economie reputazionali. Le controversie osservate sono interpretabili come dispute situate tra differenti ordini di giustificazione — industriale (efficienza, performance), mercantile (valore di mercato), ispirazionale (autenticità creativa), civico (giustizia e tutela delle minoranze) — che competono nel definire cosa sia “giusto” nella produzione culturale contemporanea (vedi Boltanski e Chiapello 2014). Per indagare il fenomeno, abbiamo condotto un’etnografia digitale multi-situata scaricando tutti i thread e i commenti di quattro principali subreddit dedicati alla scrittura romance, per un totale di 7,9 milioni di documenti (post e commenti inclusi). Abbiamo filtrato e selezionato le discussioni che affrontavano esplicitamente l’IA generativa e le abbiamo analizzate con un approccio misto che combina tecniche di Natural Language Processing (NLP) e Analisi Critica del Discorso. L’obiettivo è esaminare come i/le partecipanti negozino lo status morale della GenAI nel processo creativo, come emergano discorsi e pratiche di resistenza e come gli utenti concettualizzino il capitalismo delle piattaforme nella sua configurazione attuale. Sul piano empirico, richiamandoci alla nozione di interpellazione algoritmica (DuBrin e Gorham 2021), interpretiamo reazioni collettive dei lettori – come i “red flag” anti-plagio, il review bombing e le segnalazioni coordinate – come forme a bassa intensità di resistenza algoritmica. Tali pratiche rappresentano tentativi di riappropriazione dell’agency e del controllo etico sulla produzione culturali in ecosistemi ibridi in cui coesistono attori umani e non umani (Autor* 2025). Dal punto di vista teorico, il contributo offre alcune riflessioni nell’ambito dell’economia politica critica. Si può inferire che, con l’espansione delle piattaforme di GenAI, queste tendano a recintare funzioni socio-biologiche di base – come comunicazione, creatività ed espressione emotiva – trasformandole in fonti di valore estraibile. Il controllo su tali funzioni diventa una strategia chiave per il raggiungimento di una dominanza monopolistica (Bellamy Foster & McChesney, 2014). La dinamica competitiva tra piattaforme si configura dunque come una costante corsa al rilancio, fondata sia sulla rapida espansione sia su una scalabilità adattiva: da un lato, la capacità di scalare rapidamente per assicurarsi effetti di rete; dall’altro, la capacità di scalare verso il basso fino agli strati più elementari dell’attività umana – scrittura, lettura, socialità – incorporandosi sempre più profondamente nella vita quotidiana e accelerando la dipendenza degli utenti. Creatività, razionalità predittiva e bias strutturali nella musica generativa. Evidenze dal campo Università di Milano-Bicocca, Italia L’intervento presenta i risultati di una ricerca empirica sulle pratiche musicali mediate da sistemi di intelligenza artificiale generativa, con un focus sull’app SUNO. La ricerca ambisce a comprendere come l’integrazione di modelli predittivi nei processi compositivi stia ridefinendo le condizioni della creatività nel campo musicale, e quali implicazioni tale trasformazione comporti per la funzione della musica come spazio di articolazione simbolica del conflitto sociale e di produzione di narrazioni alternative rispetto agli assetti dominanti. L’obiettivo della ricerca è esaminare criticamente, a partire dalle pratiche concrete dei musicisti, il mutamento delle strutture di senso entro cui il “nuovo” viene prodotto e riconosciuto come tale. Le evidenze etnografiche raccolte restituiscono un’esperienza profondamente ambivalente. L’IA viene progressivamente incorporata nei processi compositivi come presenza relazionale, apparentemente capace di ampliare il ventaglio delle possibilità formali e di intervenire come interlocutore generativo. Questa prossimità operativa, tuttavia, produce una peculiare intimità algoritmica, nella quale l’autorialità si fa incerta. Gli output risultano familiari e insieme eccedenti rispetto all’intenzione originaria e il controllo si ridefinisce come selezione, modulazione e curatela di inferenze prodotte da un dispositivo che anticipa senza comprendere. In secondo luogo, emerge una strutturale difficoltà di innovazione simbolica. L’analisi ravvicinata degli output generati mostra una marcata convergenza verso forme estetiche occidentali standardizzate. I tentativi di ibridazione culturale o di sperimentazione radicale producono esiti frequentemente percepiti come stereotipati, rivelando bias impliciti nei dati di addestramento e nelle logiche di ottimizzazione. L’IA si dimostra altamente performativa nella ricombinazione di pattern esistenti, ma raramente capace di produrre discontinuità riconoscibili nel campo musicale. Questi elementi rendono visibile la non neutralità dello spazio creativo algoritmico. I sistemi generativi, difatti, operano all’interno di campi culturali storicamente stratificati, ne incorporano le gerarchie e ne rafforzano le convenzioni dominanti. Tale configurazione conferma che la creatività non coincide con un atto individuale autosufficiente, ma prende forma in reti di attori, infrastrutture, convenzioni e istituzioni che ne delimitano le condizioni di possibilità. L’algoritmo interviene in queste reti come condensazione di pattern culturali sedimentati senza sottrarsi alle loro asimmetrie. In terzo luogo, si registra un’inquietudine istituzionale che investe i criteri di legittimazione del valore. Se la musica ha storicamente operato come spazio privilegiato di elaborazione simbolica del conflitto e come terreno di articolazione di contro-narrazioni, l’introduzione di sistemi predittivi fondati sulla probabilità solleva interrogativi sulla capacità del campo di generare discontinuità di senso. Quando la produzione formale è guidata da logiche statistiche che privilegiano la coerenza rispetto alla frattura, la funzione testimoniale della musica rischia di essere riassorbita entro configurazioni estetiche già sedimentate. Le implicazioni teoriche sono rilevanti. I dati suggeriscono che i modelli generativi eccellono in una creatività combinatoria, ma incontrano limiti strutturali nel produrre creatività paradigmatica, ossia la capacità di ridefinire le coordinate simboliche del campo culturale. L’intervento propone pertanto una lettura abduttiva: le dinamiche empiricamente osservate (convergenza estetica, bias incorporati, redistribuzione dell’autorialità) suggeriscono una trasformazione strutturale della nozione di creatività. Il campo della produzione musicale si configura così come luogo analiticamente privilegiato in cui si rendono visibili le tensioni tra razionalità predittiva e capacità umana di produrre discontinuità simboliche. Rotture e riassemblaggi nella musica nell’era dell’intelligenza artificiale Università di Padova, Italia Il contributo propone una lettura empiricamente fondata delle trasformazioni nel campo musicale a seguito della diffusione dell’intelligenza artificiale tra il 2023 e il 2026, adottando una prospettiva teorica radicata negli Science and Technology Studies e, in particolare, nell’Actor-Network Theory (Latour, 2005). A partire dalla nozione di assemblaggio e dai concetti ANT (Callon, 1986; Law, 1987), la musica viene concepita non come un oggetto stabile o un ‘semplice’ prodotto culturale, bensì come una configurazione contingente di relazioni tra elementi eterogenei — artisti, tecnologie, piattaforme, dispositivi regolativi, industrie culturali, pubblici, valori estetici — mantenuta attraverso continui processi di negoziazione e riallineamento. In questa cornice teorica, l’irruzione dell’IA generativa viene interpretata come una rottura sociotecnica che rende visibili tensioni latenti nell’assemblaggio musicale contemporaneo. L’IA è qui intesa come infrastruttura materiale e politica inscritta in rapporti di potere, estrazione di dati e governance algoritmica (Crawford, 2021), i cui effetti emergono dentro configurazioni istituzionali e industriali già profondamente platformizzate (Arditi, 2020; Autor*, 2023). Le controversie pubbliche sui primi usi dell’IA in musica costituiscono eventi rivelatori che mettono in crisi categorie consolidate quali creatività, autenticità e autorialità, rendendo osservabili i processi di riassemblaggio distribuiti lungo diversi nodi dell’ecosistema musicale. La presentazione si concentra su quattro dimensioni principali. (1) Pratiche creative: l’IA entra nelle fasi di composizione, generazione sonora, imitazione vocale e mastering, ridefinendo le catene di interazione tra attori umani e non umani. La diffusione di piattaforme come Suno mostra uno spostamento della creatività verso pratiche di prompting, selezione e curatela, mentre competenze e ruoli vengono riarticolati entro nuove infrastrutture digitali (dataset, interfacce, regimi di diritti), i cui fornitori acquisiscono centralità nell’assemblaggio produttivo. (2) Autenticità: l’IA intensifica la disarticolazione dei legami tra musica e identità, allentando le connessioni tra voce, corpo e biografia. La proliferazione di voci artificiali e di progetti dichiaratamente AI-based destabilizza i criteri attraverso cui viene prodotto e riconosciuto il valore culturale. (3) Piattaforme: i principali intermediari digitali reagiscono integrando l’IA nei servizi di raccomandazione e personalizzazione e introducendo dispositivi di moderazione, etichettatura e rimozione. Le piattaforme emergono così come siti privilegiati di definizione dei confini di legittimità musicale. (4) Copyright: l’IA generativa sottopone a pressione i regimi giuridici esistenti, sollevando questioni relative all’uso di opere protette come dati di training, alla titolarità delle opere generate e allo status delle voci artificiali, producendo conflitti ma anche nuovi riallineamenti tra attori industriali e sviluppatori di IA. Dal punto di vista metodologico, il contributo si basa sulla costruzione di un caso di studio sull’emergere della musica basata sull’IA tra il 2023 e il 2026. La ricerca integra: (a) analisi documentale di policy, atti legali e comunicati industriali; (b) un lavoro di etnografia digitale multisituata (Marcus, 1995) condotta in ambienti online e piattaforme di distribuzione musicale (Hine, 2015); (c) un’analisi del discorso pubblico su media specializzati e social network. Questo disegno consente di seguire empiricamente i processi di traduzione attraverso cui l’assemblaggio musicale viene rinegoziato. In conclusione, la prospettiva dell’assemblaggio adottata nella presentazione permette di sviluppare una terza via interpretativa dell’IA rispetto alle letture polarizzate (tra l’hype tecnologico che la celebra come forza inevitabile e visioni negative e deterministe che la descrivono come minaccia alla creatività e alle industrie culturali). Considerando l’IA come elemento inserito in reti di relazioni eterogenee, l’analisi mostra come i suoi effetti non siano predeterminati, ma emergano da processi situati di negoziazione, conflitto e riallineamento. Il futuro della musica — e più in generale delle industrie culturali — dipenderà dunque dalle configurazioni sociotecniche che collettivamente verranno costruite, più che dalle sole capacità tecniche di algoritmi, piattaforme e LLM. | ||