Programma della conferenza
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Sessione 5 - Panel 03: Arte e politiche culturali del conflitto
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Fiction / Non-fiction: il teatro come mediazione simbolica nella crisi delle narrazioni del conflitto Università di Bologna, Italia Negli ultimi anni, la crescente delegittimazione dei documenti, delle immagini e delle pratiche informative ha prodotto una frattura profonda tra fatti, registrazioni e interpretazioni. In contesti attraversati da conflitti politici, violenze istituzionali e crisi sistemiche, la testimonianza visiva e testuale non garantisce più di per sé il riconoscimento pubblico né produce automaticamente consenso sulla realtà degli eventi. Al contrario, la proliferazione di narrazioni concorrenti e la centralità delle emozioni nella costruzione dell’opinione pubblica mettono in evidenza come la crisi della verità sia, prima di tutto, una crisi delle forme di mediazione simbolica. A partire da questa constatazione, il paper propone di analizzare alcune tendenze contemporanee del teatro come pratica culturale capace di intervenire nello spazio lasciato scoperto dalla crisi dei regimi informativi, offrendo modalità alternative di narrazione del conflitto. La domanda di ricerca che guida il contributo è la seguente: in che modo il teatro contemporaneo può contribuire a rendere socialmente intelligibili forme di vulnerabilità collettiva laddove la fiducia nelle narrazioni ufficiali risulta profondamente erosa? In questa prospettiva, il conflitto non viene concepito unicamente come evento materiale o politico, ma come un campo narrativo attraversato da processi di visibilizzazione e invisibilizzazione, all’interno dei quali si definiscono le condizioni di accesso al riconoscimento. Sul piano teorico, l’articolo adotta la nozione di fabulazione critica, elaborata da Saidiya Hartman, intesa come una forma di contro-archivio — o oltre-l’archivio — capace di immaginare e compensare ciò che il racconto ufficiale ha cancellato, occultato o espunto. La fabulazione critica si configura così come una chiave interpretativa utile per leggere le pratiche teatrali contemporanee come forme di narrazione che, riconoscendo i limiti del documento e dell’archivio, operano sulla soglia tra testimonianza e immaginazione. In questo senso, il teatro non si colloca in opposizione al registro dei fatti, ma lo attraversa criticamente, rendendo visibili le lacune, le omissioni e le violenze simboliche che strutturano i racconti dominanti. Questa prospettiva consente di interpretare il teatro come uno spazio di contro-archivio, nel quale il conflitto viene rielaborato non attraverso la verifica, ma mediante l’esperienza corporea e la condivisione emotiva. Dal punto di vista metodologico, il paper si basa su un’analisi qualitativa di alcune pratiche di teatro sociale e documentario sviluppate in diversi contesti segnati da crisi migratorie, conflitti istituzionali e fratture della convivenza. Attraverso l’analisi dei dispositivi performativi, delle dinamiche emotive e delle modalità di coinvolgimento del pubblico, il teatro viene osservato come uno spazio di produzione di narrazioni alternative che non si fondano esclusivamente sulla verifica dei fatti, ma sulla costruzione relazionale del senso e sulla gestione collettiva del conflitto. I risultati suggeriscono che il teatro possa essere interpretato come una pratica culturale efficace nella rielaborazione simbolica del conflitto, capace di attivare forme di responsabilità collettiva e di aprire spazi di resistenza. In un’epoca in cui il conflitto tende a essere semplificato, spettacolarizzato o mercificato — e in un mondo sempre più dominato da narrazioni finzionali che pretendono di sostituirsi al reale — il teatro mostra come siano proprio gli spazi dichiaratamente finzionali a poter restituire forme di verità sociale. Attraverso dispositivi narrativi ed emotivi che non si fondano sulla verifica documentaria, ma sulla relazione, sull’esperienza corporea e sulla condivisione affettiva, il teatro consente di attraversare l’incertezza, restituendo complessità alle esperienze di sofferenza e aprendo spazi di immaginazione sociale. In questo senso, il valore dell’opera teatrale risiede nella sua capacità di produrre presente, rendendo intelligibile ciò che altrove resta opaco o negato. La governance del welfare culturale tra narrazioni e ricomposizione dei conflitti sociali Università degli Studi di Sassari, Italia Nelle società contemporanee, attraversate da accelerazioni sistemiche, polarizzazioni e crisi multiple, il rapporto tra narrazioni e conflitti assume un rilievo sociologico centrale (Rosa 2015): le rappresentazioni non si limitano a descrivere le fratture, ma contribuiscono a definirne i contorni, a distribuire visibilità e a orientare le possibilità di riconoscimento reciproco. In questa cornice, il welfare culturale può essere letto non come contenitore neutro di iniziative, ma come infrastruttura pubblica e relazionale capace di incidere sulle condizioni di accesso al benessere, sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza e sulla partecipazione alle arene decisionali (Manzoli, Paltrinieri 2021). La domanda di ricerca che guida il contributo è la seguente: in che modo i dispositivi di welfare culturale, quando sono progettati entro assetti di governance multilivello e partecipativi, riconfigurano la visibilità, la negoziabilità e la gestione pubblica e partecipata dei conflitti sociali? L’ipotesi è che le pratiche culturali non “risolvano” il conflitto, ma ne trasformino le condizioni di enunciazione, traducibilità e trattamento istituzionale, intervenendo sui regimi simbolici che alimentano esclusione, sfiducia e polarizzazione. In questa prospettiva, arti e linguaggi possono operare come dispositivi di testimonianza, contro-narrazione e rielaborazione simbolica delle fratture sociali (Seia 2021). Il quadro critico integra tre assi teorici. Il primo è la sociologia dell’accelerazione e della risonanza (Rosa 2013 e 2019), impiegata per spostare l’attenzione dagli output performativi (prestazioni, target, metriche) alla qualità delle relazioni, dei tempi e delle architetture istituzionali che rendono possibile una risposta trasformativa ai conflitti. Il secondo è il capability approach (Sen 1999; Nussbaum 2012; Robeyns 2017), che consente di leggere il welfare culturale come ampliamento di capacità sostanziali e di accesso effettivo ai processi di cittadinanza. Il terzo è la prospettiva della governance multilivello, utile a osservare le mediazioni tra istituzioni pubbliche, professionisti della cultura, servizi sociali e sanitari, scuole/università, terzo settore e fondazioni (Autor* 2025). L’argomentazione è sviluppata a partire da una ricerca empirica qualitativa sulle arene decisionali del welfare culturale, focalizzata sui processi partecipativi di co-progettazione e sulle interazioni tra stakeholder appartenenti a domini differenti (culturale, sociale, sanitario, educativo e politico) (Benz 2021; Patrinieri 2022). L’analisi di materiali documentali e discorsivi prodotti nelle fasi di programmazione e implementazione ricostruisce come vengono definiti i problemi pubblici, quali lessici di legittimazione prevalgono e in che modo i conflitti tra attori vengono resi governabili, rinviati o riformulati. I risultati preliminari mostrano tre elementi: i) i conflitti osservati riguardano meno la sola scarsità di risorse e più la competizione tra cornici interpretative: chi nomina il bisogno, con quale linguaggio e con quale autorità; ii) i dispositivi di welfare culturale funzionano come infrastrutture di traduzione intersettoriale solo quando sono sostenuti da capacità discorsive (analisi, mediazione, traduzione) e da responsabilità condivise; in assenza di tali condizioni, tendono a riprodurre frammentazione istituzionale e partecipazione debole; iii) la tensione principale emerge tra temporalità della cura (emergenza e contingenza), dinamiche della deliberazione (escludenti, iterative, incerte) e processi di rendicontazione pubblica (codificati, standardizzati e orientati al risultato), con effetti diretti sulla tenuta e la durabilità dei processi partecipativi. Il contributo propone una governance del welfare culturale sensibile alla risonanza sia come dispositivo di accesso al benessere culturale, ma anche come contesto istituzionale di emersione e ricomposizione parziale dei conflitti, soprattutto nei contesti marginali o debolmente rappresentati. In questa prospettiva, le contro-narrazioni prodotte dalle pratiche culturali non operano come compensazione simbolica, ma come risorsa pubblica per ridefinire i confini della cittadinanza sostanziale, le espressioni della partecipazione pubblica e le forme della responsabilità collettiva. Laboratori di conflitto. Arti dialogiche e responsabilità discorsiva nelle crisi epistemiche contemporanee Università di Bologna, Italia Le crisi sistemiche contemporanee non solo intensificano i processi di polarizzazione simbolica e mettono in discussione i regimi di verità, ma si configurano più radicalmente come crisi dell’architettura fiduciaria del discorso pubblico (Boccia Artieri, 2025), assumendo i tratti di una crisi epistemica. In questo scenario, il contributo, di natura teorica, ma anche volto a tratteggiare linee di ricerca, si interroga sul ruolo delle pratiche artistiche dialogiche (Bourriaud 1998; Kester 2024) chiedendosi in che modo esse possano costituire dispositivi di produzione di responsabilità discorsiva e quali ambivalenze attraversino tali processi. Le arti dialogiche vengono in questa sede osservate solo come spazi di contro-narrazione, ma come micro-sfere pubbliche situate, in cui il conflitto non è semplicemente rappresentato, ma co-costruito attraverso interazioni orientate pubblicamente (Mouffe 2008). La dimensione narrativa e discorsiva viene assunta come snodo tra estetica, etica e politica: ciò che è in gioco non è solo la produzione di significati alternativi, ma la configurazione delle condizioni di parola, ascolto e contestazione. Il concetto di responsabilità discorsiva può essere definito come processo emergente dalle interazioni pubblicamente orientate e sottoposte a potenziale scrutinio: ogni presa di parola espone a contestazione, richiede giustificazione e redistribuisce visibilità e voce (Appadurai 2004; Boltanski & Thévenot 2006; Bourdieu 1979; Foucault 1976; Goffman 1959; Rancière 2004; Taylor 1992). In dialogo con le riflessioni di bell di hooks (1994) e Freire (2002), parlare e ascoltare sono intesi come pratiche eticamente dense, attraversate da dinamiche di potere, cura e attenzione reciproca. La responsabilità discorsiva non è qui concepita come ideale normativo o principio regolativo del discorso, bensì come categoria analitica che consente di osservare come, in situazioni concrete, si distribuiscano obblighi di giustificazione, possibilità di replica e condizioni di visibilità. Non è un attributo morale individuale, ma un effetto relazionale e situato della partecipazione dialogica e della gestione delle asimmetrie. Entro il quadro concettuale delineato, le pratiche di arte dialogica si configurano come terreno privilegiato per osservare tali dinamiche, in continuità con precedenti ricerche empiriche che ne hanno esplorato le configurazioni relazionali. Nel Teatro dell’Oppresso (Boal 1974), ad esempio, si ridefinisce in senso collettivo l’autorità narrativa e si istituisce una scena pubblica in cui la narrazione è strutturalmente esposta a rinegoziazione. Analogamente, il teatro documentario costruisce dispositivi estetici che intrecciano testimonianza, riscrittura del reale (Guccini 2011) e forme di racconto che diventano diari pubblici, anche di messa in scena del conflitto. In tali contesti, la responsabilità discorsiva emerge come effetto pratico di regole situate di partecipazione, esposizione e ascolto e si fonda sul riconoscimento del “luogo” scenico come luogo di produzione di sapere (Taylor, 2003). Particolare attenzione è dedicata alla dimensione embodied di queste pratiche: il corpo, come sede di conoscenza incarnata e relazione (Ghigi, Sassatelli 2018), diventa mezzo attraverso cui i partecipanti co-narrano e negoziano i confini identitari (Taylor 1992; Miller 2021), attivando forme di solidarietà situata e di vulnerabilità condivisa (Butler 1999; 2015; 2017). La responsabilità discorsiva si traduce in pratica politica che si radica nelle realtà materiali ed affettive delle relazioni umane (Haminghton 2004). La scena dialogica è campo di esperienza estetica-sensibile (Dewey 1934) di riconoscimento reciproco, un dispositivo relazionale che coinvolge posture, affetti e presenze materiali, rendendo visibili le asimmetrie e, al contempo, aprendo possibilità di temporanea rinegoziazione. Tale configurazione resta tuttavia attraversata da una tensione strutturale: le arti dialogiche possono funzionare come laboratori in cui il conflitto viene riformulato e la responsabilità condivisa esercitata, ma possono anche riprodurre logiche paternalistiche, dinamiche estrattive o processi di neutralizzazione del dissenso. È proprio questa ambivalenza a renderle osservatori privilegiati dei processi contemporanei di redistribuzione della voce, mutuo riconoscimento e produzione di coesione simbolica nelle crisi epistemiche. Performing arts e Cultural Welfare: tra riconoscimento istituzionale e autonomia 1Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 2Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 3Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia In un contesto segnato da crisi sistemiche – climatiche, sanitarie, economiche – e da una crescente diffusione di narrazioni che fanno della rottura una chiave interpretativa del presente, la cultura sembra sempre più investita di una funzione riparativa e compensativa. Le arti performative hanno da sempre rappresentato dispositivi di testimonianza, contro-narrazione e rielaborazione simbolica delle fratture sociali tramite la loro funzione riflessiva (Autore 2013), come nel cosiddetto teatro di realtà (Martin 2013; Autori 2019), dove tali tematiche emergono come materia di ricerca scenica e drammaturgica. Ora però che la dialettica tra arte e benessere appare pervasa da una retorica della necessità, il presente contributo propone uno spostamento di prospettiva: in che modo il riconoscimento istituzionale del teatro è influenzato da aspettative di gestione delle fratture sociali? In questa prospettiva, il paradigma del welfare culturale (Manzoli, Paltrinieri 2021; Autori 2025) rappresenta un osservatorio privilegiato per analizzare le mutazioni contemporanee del rapporto tra arte, istituzioni e società, rendendo visibili nuove forme di tensione strutturale nel campo delle performing arts. In Italia questo processo assume una fisionomia specifica: a partire dal 2020 il welfare culturale si afferma come cornice semantica formalizzata nella Legge di Bilancio 2026 con l’istituzione del Fondo cultura terapeutica e cura sociale. Più che descrivere pratiche culturali esistenti, il paradigma contribuisce a ridefinire le grammatiche di legittimazione delle arti nel quadro delle politiche pubbliche, introducendo nel sistema dello spettacolo dal vivo criteri di riconoscimento fondati sull’impatto sociale, sulla misurabilità e sulla capacità di produrre benessere. Questa ridefinizione alimenta il dibattito sul rapporto tra finalità sociali e autonomia artistica. Le analisi sulla strumentalizzazione dell’arte (Belfiore, Bennett 2008) evidenziano il rischio che la funzione sociale diventi parametro dominante di valore, mentre il confronto tra istanze etiche delle arti socialmente ingaggiate e prerogative estetiche (Bishop 2012, 2025; Autori 2024) mette in discussione la polarità tra autonomia creativa e progettualità relazionale orientata alla produzione di effetti sociali. Il contributo interpreta tale processo come un crash nel campo artistico (Bourdieu 1992): non un conflitto tematizzato nelle opere, ma una ridefinizione delle condizioni di riconoscibilità istituzionale delle finalità artistiche. Assumendo una prospettiva sistemica (Luhmann 1990), il welfare culturale viene letto come forma di accoppiamento tra sistema artistico, sistema politico e sistema del welfare. In questo accoppiamento si produce una tensione strutturale che orienta la domanda di ricerca: il paradigma ha ampliato la capacità delle istituzioni di riconoscere nel prodotto artistico valori coerenti con le proprie finalità – benessere, integrazione, sviluppo – oppure ha ridefinito retroattivamente le condizioni di legittimazione, generando una pressione adattiva sulla produzione artistica affinché tali finalità siano integrate preventivamente nella progettazione? L’analisi si basa sui risultati di una ricerca nazionale **** che integra l’analisi di 116 bandi pubblici e privati pubblicati tra il 2020 e il 2025, con 15 interviste qualitative a operatori/trici, policy maker e artiste/i. I dati mostrano come l’impatto sociale sia divenuto criterio strutturale di accesso alle risorse e come il welfare culturale operi il più delle volte come dispositivo selettivo che orienta preventivamente la progettazione artistica verso la formalizzazione degli effetti sociali attesi. Il conflitto emerge così sul piano della riconoscibilità: la rilevanza sociale tende a trasformarsi da esito possibile della pratica artistica a requisito preliminare di accesso alle risorse. Il contributo propone di leggere questo processo non come semplice strumentalizzazione, ma come conflitto strutturale nella produzione artistica contemporanea. È nello scontro tra autonomia artistica e riconoscimento istituzionale che si ridefiniscono oggi le condizioni di legittimazione dell’arte. | ||