VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
| Data: Venerdì, 19/06/2026 | |
| 09:30 | Registrazione secondo giorno |
| 09:30 - 11:00 | Tavoli di lavoro SISCC 1: Comunicazione pubblica e professioni Luogo, sala: Aula 2 Comunicazione pubblica e professioni |
| 09:30 - 11:00 | Tavoli di lavoro SISCC 2: Intelligenza Artificiale Luogo, sala: Aula 3 Intelligenza Artificiale |
| 09:30 - 11:00 | Tavoli di lavoro SISCC 3: Influence culture Luogo, sala: Aula 4 Influence culture |
| 09:30 - 11:00 | Tavoli di lavoro SISCC 4: Media education, partecipazione civica e diritti digitali Luogo, sala: Aula 5 Media education, partecipazione civica e diritti digitali |
| 09:30 - 11:00 | Tavoli di lavoro SISCC 5: Riforma dell’Università e condizioni del lavoro accademico Luogo, sala: Aula 6 Riforma dell’Università e condizioni del lavoro accademico |
| 09:30 - 11:00 | Tavoli di lavoro SISCC 6: Ricerca a rischio. Protezione, cura e responsabilità istituzionali Luogo, sala: Aula 10 Ricerca a rischio. Protezione, cura e responsabilità istituzionali |
| 11:00 - 11:15 | Pausa 2 |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 01: AI, documentarietà e nuove epistemologie del newsmaking Luogo, sala: Aula 2 Chair di sessione: Francesca Pasquali |
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Hybridizing Hybrid Journalism: The Adoption of AI and Machine Learning for OSINV in Investigative Reporting 1: Università degli Studi di Milano, Italia; 2: University of St.Gallen In contemporary journalistic coverage of conflicts (Ukraine, Gaza, Sudan, etc.), the use of so-called OSINV (Open Source Investigative Journalism) is becoming increasingly widespread. Over the past decade, open-source investigations (OSINV) have emerged as a central genre of contemporary journalism (Dodds et al., 2025). Initially gaining prominence through the coverage of armed conflicts and war scenarios (Kotišová & Van der Velden, 2025), this mode of reporting has since expanded into a wider range of domains, including environmental disasters and issues, human rights violations and corruption cases. Drawing on publicly available digital traces, such as satellite imagery, social media content, geospatial data, and user-generated media, OSINVs reshape how evidence is gathered, verified, and narrated in the public sphere, extending journalistic witnessing beyond human testimony to include data-driven and environmental traces of events: by reconstructing events from distributed digital evidence, investigative reporters increasingly operate as curators of fragmented realities, assembling narratives from algorithmically mediated sources (Richardson, 2024). This shift challenges established understandings of journalistic presence and observation, replacing on-the-ground witnessing with forms of remote, computationally assisted investigation. Rather than constituting a singular practice, OSINV represents a heterogeneous field involving multiple assemblages of actors, technologies epistemic cultures, and institutional arrangements (Author*, 2025). In the space of OSINV, journalists increasingly collaborate with technologists, activists, researchers, and citizen investigators, producing hybrid forms of inquiry that blur traditional boundaries between professional journalism, networked publics and other actors who are not necessarily located in the journalistic field (Reese & Chen, 2022). Additionally, open-source investigations foreground broader discourses about innovation and journalism’s evolving relationship with technologies such as satellites, databases and archives and ultimately, machine learning systems. The growing incorporation of artificial intelligence and machine learning tools, particularly for verification, signals a further stage in this transformation. These technologies promise to accelerate data collection, automate pattern recognition, and scale verification practices, while simultaneously raising questions about transparency, interpretability, and editorial responsibility (Zhaxylykbayeva et al., 2025). Against this backdrop, this article examines how and whether AI and machine learning are being adopted within open-source investigative reporting, and how these technologies contribute to what we term the hybridization of hybrid journalism. By analyzing emerging OSIV practices, we explore how automation intersects with human judgment, how innovation narratives shape professional identities, and how accountability journalism is being reconfigured in an era of data-intensive investigation. In particular, the article attempts to examine the emerging phenomenon of OSIV (OSINV/OSINT) through the theoretical framework of hybrid journalism. OSIV is studied here specifically in the context of the spread and widespread use of artificial intelligence. OSIV, which can already be considered a hybrid journalistic practice in itself, is further hybridised by the introduction of AI. Through semi-structured interviews with journalists and educators who work with and through OSIN, this research seeks to map the subfield of OSIN in terms of the practices used to produce it, its outputs and its organizations’. Senso comune artificiale: gatekeeping epistemico e implicazioni politiche dei Large Language Models 1: Università degli Studi di Bergamo, Italia; 2: Luiss Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli Il presente contributo propone il concetto di senso comune artificiale come chiave interpretativa per analizzare le implicazioni politiche e ideologiche dei Large Language Models (LLM), con particolare attenzione alla loro funzione di gatekeeping epistemico (Miragoli, 2024) nella costruzione dei repertori discorsivi che alimentano l’opinione pubblica. La riflessione teorica è accompagnata dai risultati di una ricerca empirica che adotta un approccio sperimentale (Gillespie, 2024; Volk et al., 2024) adattato all’analisi delle narrazioni prodotte da agenti conversazionali basati su LLM rispetto a temi politicamente controversi e polarizzanti. Sul piano teorico, il concetto di senso comune artificiale si situa all’intersezione di tre tradizioni: la teoria gramsciana del senso comune, la sociologia della conoscenza ordinaria (Garfinkel, 1967; Goffman, 1956), e gli studi critici sulla datificazione (Hoffmann, 2019). Gramsci distingueva tra senso comune (quel sapere frammentario, implicito e sedimentato nelle pratiche quotidiane) e buon senso, ovvero la sua dimensione normativa orientata a ciò che è “giusto” per il bene comune. Questa distinzione si rivela feconda nell’analisi degli LLM: come già nel campo giornalistico (Rupar, 2007) e politico (Hall e O’Shea, 2013), il senso comune funge da dispositivo di legittimazione e naturalizzazione di visioni del mondo che si presentano come neutre proprio perché condivise e non problematizzate. La GenAI eredita e amplifica questa dinamica attraverso i propri meccanismi statistici di produzione testuale, orientati verso quella “varietà stereotipata” (Gillespie, 2024) che garantisce plausibilità e familiarità comunicativa a scapito della pluralità discorsiva. Il senso comune artificiale non risiede semplicemente negli output generati, ma prende forma nello spazio relazionale co-prodotto dall’interazione umano-macchina (Maeda e Quan-Haase, 2024). Da un lato, le logiche statistiche di addestramento delle reti neurali incorporano e replicano, in forme analoghe ma non identiche, una porzione consistente della conoscenza esplicita circolante in digitale. Dall’altro, i processi di fine-tuning orientano gli output verso criteri di desiderabilità sociale, definendo implicitamente i confini del politicamente legittimo. Il risultato è una forma di gatekeeping che non censura direttamente, ma gerarchizza e naturalizza repertori discorsivi, riproducendo l’egemonia culturale attraverso l’apparente genericità delle risposte. In questo senso, la GenAI va compresa come tecnologia epistemica (Alvarado, 2023): un artefatto progettato per operare in ambienti di produzione della conoscenza, con effetti diretti sull’agentività epistemica dei cittadini (Coeckelbergh, 2023) e sulla qualità delle culture civiche (Dahlgren, 2009) che alimentano la sfera pubblica. Sul piano empirico, il caso di studio adottato è il repertorio discorsivo restituito dai LLM in relazione al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati (2025), scelto per la sua capacità di sollecitare un’elevata polarizzazione politica e per il suo collocarsi all’intersezione tra conflitto istituzionale, rappresentazioni mediatiche e immaginari sulla giustizia. Sono stati interrogati quattro modelli (ChatGPT, Claude, DeepSeek e Gemini) attraverso un protocollo di role-playing conversazionale che attiva tre profili ideal-tipici - giornalisti, politici, cittadini - con diversi orientamenti ideologici. Il corpus è analizzato attraverso la prospettiva dei Critical Discourse Studies, con attenzione ai frame interpretativi, alle mappe valoriali e ai meccanismi di costruzione discorsiva dell’alterità politica. I risultati dimostrano come, dietro l’apparente pluralismo delle risposte, il senso comune artificiale operi su due livelli: quello della varietà stereotipata (che offre posizionamenti riconoscibili ma circoscritti) e quello della normativizzazione implicita (che, attraverso strategie retoriche e mappe valoriali, definisce i margini del dicibile politico). Al di là dell'attenzione verso i bias, attualmente dominante in letteratura ma di fatto incompatibile con l’ontologia conflittuale della sfera pubblica (Mouffe, 2005), il contributo proposto muove dalla nozione di “logiche culturali di riduzione e ottimizzazione” (Hoffmann, 2019: 910) indotte dalla datificazione e assume una prospettiva che interroga le condizioni sistemiche di produzione del discorso politico mediato dall’IA, piuttosto che le sue singole distorsioni. Dalla traccia alla ricostruzione: il fotogiornalismo nell’era dell’AI generativa Università di Urbino Carlo Bo, Italia Il dibattito contemporaneo sulle immagini AI-generated nel campo del fotogiornalismo si concentra soprattutto sui rischi di disinformazione, manipolazione e crisi della fiducia (Thomson, Ryan & Matich 2024; Sikorski & Hameleers 2025), inserendosi in una più ampia riflessione critica sullo statuto indessicale della fotografia (Barthes 1980; Fontcuberta 2023). Infatti, sebbene il digitale, inaugurando il post-photografic turn, abbia messo in discussione il legame deterministico tra immagine e referente (Mitchell 1992; Marra 2006), la fotografia ha continuato ad essere culturalmente e professionalmente associata alla documentazione e alla testimonianza (Keith et al. 2006; Carlson 2009; Thomson 2019). Nel fotogiornalismo, questo valore è stato storicamente tutelato tramite codici etici, pratiche di verifica e dispositivi istituzionali (Schwartz 2003). L’AI generativa ha intensificato queste tensioni rimediando il fotorealismo (Bolter & Grusin 1999; Bolter, Engberg & MacIntyre 2021; McQuire 2024) e riproducendo le convenzioni della fotografia documentaria senza un legame materiale con un referente (Lehmuskallio et al., 2019; Farid 2022; Hausken 2024). Tuttavia, da una prospettiva costruttivista, se lo statuto documentario non dipende solo dall’indessicalità, ma dai processi sociali e professionali che qualificano le immagini come testimonianze (Becker 1995; Harper 2023; Luhmann 1995), allora anche una ricostruzione o messa in scena AI-generated potrebbe, in determinate condizioni, accedere a forma legittima di documentazione di un evento. In questa prospettiva, resta poco indagato in che modo i professionisti dell’informazione negozino la documentalità delle immagini AI-generated e a quali condizioni queste possano essere considerate una forma legittima di documentazione. A partire da queste domande è stata condotta un’indagine qualitativa attraverso 15 interviste semi-strutturate (giugno–dicembre 2024) a otto photo-editor e sette fotogiornalisti italiani attivi presso testate nazionali e con responsabilità decisionale nella selezione delle immagini. Il campionamento è avvenuto a palla di neve a partire da membri del GRIN (Gruppo dei Redattori Iconografici Nazionali); la selezione degli intervistati si è fondata su comprovate responsabilità editoriali e su un’esperienza diretta con immagini AI-generated. Le interviste hanno quindi esplorato l’impatto dell’AI sul sistema informativo, la relazione con la fotografia documentaria e le trasformazioni della visual content industry e delle agenzie di stock images. I dati sono stati analizzati tramite analisi del contenuto (Schreier 2012; Williams & Moser 2019). I risultati mostrano che l’uso delle immagini AI nel campo del fotogiornalismo è percepito come parte di una trasformazione più ampia, segnata da pressioni economiche e frammentazione professionale. Emergono tre posizioni principali tra gli intervistati: una prima, di orientamento documentarista ortodosso, rifiuta qualsiasi utilizzo delle immagini AI, laddove prive di presenza fisica e testimonianza diretta; una seconda le accetta solo se chiaramente presentate come interpretazioni, frutto di una ricostruzione artistica; una terza le considera integrabili nei flussi di lavoro, alla stregua delle illustrazioni giudiziarie, laddove è impossibile riuscire a produrre delle fotografie. Sono quindi due le situazioni in cui l’AI può assumere una funzione documentaria: eventi non fotografabili per censura, pericolo o inaccessibilità e casi in cui la tutela dei soggetti richiede forme di messa in scena. Infine, l’affidabilità informativa dipende da tre condizioni: prossimità giornalistica o legame esplicito con l’evento; chiara cornice testuale e contestuale (didascalie, watermark, metadata); attenzione all’estetica: molte immagini AI riproducono stili patinati e stereotipati (AI slop) che rischiano di banalizzare la sofferenza e la specificità dell’evento. Nel complesso, l’AI non è interpretata come minaccia o opportunità assoluta, ma come trasformazione tecnologica che riattiva questioni storiche su prossimità giornalistica, testimonianza ed etica della narrazione visiva. Tuttavia, le immagini AI spostano il baricentro dalla traccia indessicale alla ricostruzione socialmente regolata, configurandosi come pratica documentaria performativa fondata sulla rievocazione situata e verificabile degli eventi, intesa come reenactment (Schneider 2011; Forensic Architecture 2022). Delega algoritmica e newsmaking: Il Foglio AI come laboratorio delle asimmetrie tra produzione antropica e sintetica Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia L’intelligenza artificiale (IA) non è più un semplice strumento, ma l’infrastruttura stessa della produzione editoriale. Come rilevato dal think-tank POLIS (Beckett, 2019; Fubini 2022), la mediazione algoritmica riconfigura le routine di newsgathering, produzione e distribuzione, trasformando le redazioni da catene lineari a hub di informazioni in rete. Sviluppi paradigmatici, quali la task-force dedicata all’IA creata dal New York Times nel 2023 (Guaglione, 2025), confermano la transizione verso una digital newsroom transformation (Sonni et al., 2024). In questo scenario, la spinta verso una deriva data-centrica (Boccia Artieri, 2017) impone una rinegoziazione dei confini tra agency umana e automazione (Diakopoulos, 2019). Adottando il quadro della deep mediatization (Hepp, 2019), le redazioni emergono come laboratori di co-evoluzione socio-tecnica (Murru & Carlo, 2024) dove logiche giornalistiche e machine learning si sovrappongono. Se i modelli di cooperazione ibrida appaiono già delineati (Fieiras Ceide et al., 2025), rimangono inesplorate le implicazioni di una delega algoritmica radicale. La letteratura sembra ancora mancare di analisi comparative sincroniche su dataset estesi capaci di mappare la discrepanza tra agenda umana e sintetica, intrecciando l’output alla narrazione strategica della testata. L’esperimento Il Foglio AI, lanciato a marzo 2025 e presentato come primo quotidiano interamente generato da sistemi sintetici con supervisione umana limitata al prompting, costituisce un prezioso “caso zero” per indagare queste asimmetrie. Pur nell’eccentricità di un progetto che riflette la logica della tecnologia come “attrazione” (Gunning, 1990), il caso si offre come modello esibitivo ideale per testare i limiti della machine delegation tramite tre interrogativi: RQ1: se e come l’agenda setting differisca tra le due modalità produttive a fronte della medesima finestra di eventi; RQ2: come sia stata articolata la narrazione strategica del progetto tra dimensione interna ed esterna alla testata; RQ3: se i bias identitari della testata emergano con maggiore nitidezza nella selezione sintetica o in quella antropica. Lo studio analizzerà l’impatto di questa delega valutando lo scarto tra produzione antropica e sintetica su quattro dimensioni: la selezione (notiziabilità), la gerarchizzazione (agenda), lo stile (tono espositivo) e il frame (editorializzazione). L’intento è verificare come la funzione democratica dell’informazione (Sorrentino, 2025) risponda a criteri di efficienza e potenziamento tecnologico. Attraverso un disegno multi-method, la ricerca integrerà interviste esplorative alla redazione sulla genesi del progetto con l’analisi quanti-qualitativa di un dataset di 1.093 articoli, costituito tramite il mirroring dell’intera produzione de Il Foglio tra il 18 marzo e il 18 aprile 2025. La dimensione quantitativa sfrutterà tecniche di Topic Modeling per mappare la distribuzione dei temi e la gerarchizzazione dell’agenda; l’analisi dei frame e dello stile espositivo poggerà su un coding manuale di un campione ragionato di articoli. Questa fase adotterebbe indicatori critici di news integrity (EBU/BBC, 2025), individuando nell’editorializzazione algoritmica e nella coerenza del sourcing i criteri principali di analisi. Nonostante la testata abbia successivamente disposto la permanenza del progetto nel palinsesto editoriale – oltre la sperimentazione mensile inizialmente annunciata (Il Foglio, 2025) – la ricerca si focalizzerà sul mese d’esordio per isolarne le dinamiche di rottura nella configurazione originaria. Tale impianto consentirà un confronto sincronico tra le due modalità produttive, mettendo in luce eventuali scostamenti tra la curatela automatizzata e il filtro antropico rispetto alla linea editoriale attesa. L’analisi mira infine a ricostruire la stratificazione degli immaginari tecnologici e le retoriche promozionali implementate, decodificando la ricezione del progetto nel dibattito pubblico. La natura sperimentale del caso funge da catalizzatore per far emergere tensioni latenti, abilitando una riflessione sulla rinegoziazione dei confini professionali e sulle logiche di “addomesticamento” dell’innovazione. L’obiettivo finale è decodificare il significato dell’esperimento: una lente analitica capace di riflettere le traiettorie evolutive del newsmaking contemporaneo, indipendentemente dalla sua effettiva natura di modello strutturale o di episodio circoscritto. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 02: Governance e narrazioni del rischio ambientale Luogo, sala: Aula 1 Chair di sessione: Lucia Picarella |
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L’ultimo miglio della comunicazione: narrazioni istituzionali e conflitti ambientali nel caso Caffaro (Brescia) Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Nella diplomazia ambientale urbana, le narrazioni istituzionali delineano i confini delle crisi ecologiche, modellando rappresentazioni sociali, immaginari collettivi e conflitti tra attori (Cai et al., 2024; Pezzullo & Cox, 2018; Hansen & Cox, 2019; Brand, 2011; Moscovici, 1961, 1981). A scala locale, la comunicazione funge da ponte tra istituzioni e implementazione delle policy ambientali, riconciliando percezioni dissonanti della sostenibilità e mitigando asimmetrie informative tra enti e cittadinanza. La ricerca integra prospettive analitiche provenienti da diversi campi disciplinari (Lammers & Barbour, 2006; Gordon, 2021; Star & Griesemer, 1989; Hansen, 2015; Lundgren & McMakin, 2013), focalizzandosi sull’“ultimo miglio” comunicativo: la fase finale in cui le istituzioni locali trasmettono informazioni ai cittadini, negoziando compromessi tra rappresentazioni sociali e culturali della sostenibilità. Il lavoro si propone, dunque, di indagare la seguente domanda di ricerca: quali elementi abilitano o ostacolano l’efficacia dell’ultimo miglio della comunicazione, configurando dinamiche di conflitto e cooperazione? Il caso studio esamina la gestione della bonifica dell’ex stabilimento chimico Caffaro (Brescia) – situato nel cuore della città – dove decenni di attività hanno causato gravi contaminazioni di suoli e falde acquifere, alimentando tensioni e sollevando preoccupazioni per i potenziali impatti sull’ambiente circostante e sulla salute pubblica. Tale progetto di bonifica mobilita un’ampia costellazione di stakeholder in arene politiche e comunicative, generando conflitti tra residenti, istituzioni ed enti coinvolti nel risanamento e attori responsabili dell’inquinamento. In particolare, l’analisi si focalizza sull’Osservatorio SIN Brescia-Caffaro, istituito nel 2021 dal Comune di Brescia per discutere e informare sulle iniziative di bonifica e, dal 2022, promotore di una strategia comunicativa di “ultimo miglio” per la cittadinanza – emblema delle tensioni tra narrazioni istituzionali, memorie collettive e immaginari del rischio, in un contesto di sfiducia istituzionale. Per rispondere alla domanda di ricerca, si adotta un approccio longitudinale etnografico costruttivista (Charmaz, 2014; Prasetyo, 2022; Bierschenk & Olivier de Sardan, 2019) triangolando tre anni di osservazione partecipante negli uffici comunali e nelle sedute dell’Osservatorio; interviste in profondità e semi-strutturate con testimoni privilegiati funzionari, dirigenti, attivisti e residenti, nonché un’analisi di documenti e contenuti comunicativi (tra cui ordinanze, materiali informativi, report e bollettini). Tale approccio metodologico ricostruisce le pratiche comunicative – dalla glocalizzazione di evidenze scientifiche alla disseminazione pubblica – e negoziazioni interistituzionali che attraversano “l’ultimo miglio”. I risultati dell’analisi individuano quattro dimensioni trasversali che influenzano l’efficacia della comunicazione – digitalizzazione, partecipazione pubblica, localizzazione e mediazione – tra loro integrate dalla comunicazione cross-funzionale, intesa come infrastruttura simbolica unificante. Ne emerge il modello DIPLOMACITY, che concettualizza l’interdipendenza tra utilizzo di (1) digitalizzazione (DI), (2) public engagement (P), (3) localizzazione (LO e CITY), (4) mediazione (M) e (5) reti di attori (A). (1) DI si fonda sul bilanciamento tra le opportunità di democratizzazione dell’informazione e la persistenza dei divari digitali. (2) P promuove pratiche di co-progettazione comunicativa, confrontandosi con la tensione tra inclusività sostanziale e rischio di tokenismo. (3) LO-CITY consente di adattare politiche glocali alle specificità territoriali, integrando memorie collettive e identità locali con vincoli normativi e procedure burocratiche. (4) M esercita una forma di diplomazia ambientale attraverso l’intervento di organismi terzi, negoziando la comunicazione del rischio in contesti segnati da polarizzazioni conflittuali. (5) A, infine, evidenzia la natura reticolare e multilivello della governance ambientale la cui interazione contribuisce a co-produrre narrazioni ambientali. Il modello evidenzia tensioni dialettiche intrinseche a ciascuna delle dimensioni, contribuendo a ridefinire costantemente le percezioni sociali del rischio ambientale. Il contributo è duplice: empiricamente, illustra come le pratiche comunicative co-producono conflitti e legami sociali in contesti ambientali controversi; teoricamente, il modello ripensa le narrazioni nella società dell’incertezza, offrendo un framework analitico e multidimensionale per approcciare crisi ecologiche. Figure del nemico e responsabilità climatica: il solarpunk come campo narrativo di conflitto tra media e piattaforme 1: Università Milano-Bicocca, Italia; 2: Università Milano-Bicocca, Italia; 3: Università Milano-Bicocca, Italia Negli ultimi anni il solarpunk si è affermato come costellazione narrativa transmediale dedicata alla transizione ecologica, articolata tra narrativa a stampa, produzioni audiovisive e ambienti digitali partecipativi. La letteratura critica ha letto il solarpunk come contro-immaginario utopico alla distopia climatica (Flynn 2014; Hamilton 2017; Johnson 2020; Więckowska 2022), come laboratorio estetico-affettivo della transizione energetica (Williams 2019; Gillam 2023; Reina-Rozo 2021) e come spazio decoloniale di convivialità plurale (Reina-Rozo 2021; Melendrez-Cruz 2022). Il contributo assume il solarpunk non come progetto normativo unitario, ma come campo empirico di osservazione delle modalità attraverso cui le società contemporanee configurano narrativamente il conflitto climatico e ne ridefiniscono alcune figure centrali: il nemico, la colpa, la responsabilità e le forme legittime di risposta. La ricerca si basa su un corpus qualitativo delimitato composto da romanzi e raccolte di racconti solarpunk pubblicati tra il 2012 e il 2024 (tra cui Ricciardiello 2020; Wagner e Wieland 2017; Ruaud 2020; Palmatier e Bray 2023; Rupprecht et al. 2021), integrato da discussioni selezionate in community online e forum dedicati al tema. I materiali sono stati selezionati secondo criteri di rilevanza tematica e circolazione pubblica. L’analisi combina strumenti di analisi critica del discorso (Fairclough 1992; Wodak 2001; van Dijk 2008) con un’attenzione agli ordini morali impliciti che orientano le attribuzioni di responsabilità e legittimità (Boltanski e Thévenot 1991; Boltanski e Chiapello 1999). In questo quadro, le narrazioni sono trattate come spazi pubblici in cui si rendono visibili e contestabili configurazioni morali del conflitto. Il contributo si articola attorno a due domande di ricerca. In primo luogo: quali figure del “nemico climatico” emergono nelle narrazioni solarpunk e come si distribuiscono colpa e responsabilità? In secondo luogo: come tali figure si trasformano nel passaggio tra media differenti, in particolare nel transito verso piattaforme digitali caratterizzate da dinamiche di polarizzazione e controversia? I risultati mostrano che il solarpunk non elimina il conflitto, ma lo ricodifica. Emergono almeno tre configurazioni ricorrenti del nemico: (1) una figura sistemica, che individua nelle infrastrutture economiche e nei modelli di sviluppo il principale responsabile; (2) una figura diffusa, che distribuisce la responsabilità tra pratiche quotidiane e inerzie culturali; (3) una figura controversa, oggetto di dispute nei contesti digitali. Il conflitto tende a spostarsi dal piano dell’antagonismo politico strutturale a quello della responsabilità morale e della cura, senza tuttavia scomparire. Nel passaggio tra media, le configurazioni del conflitto subiscono slittamenti significativi: mentre nella narrativa letteraria prevalgono rappresentazioni sistemiche e collettive, negli spazi digitali emergono processi di semplificazione e radicalizzazione interpretativa che ridefiniscono i confini del dicibile, del colpevole e del responsabile. In dialogo con il tema della conferenza dedicato ai conflitti e alle loro trasformazioni mediali, il contributo propone di leggere il solarpunk come laboratorio narrativo in cui si rinegoziano pubblicamente criteri di imputazione, legittimità e dissenso nelle società della crisi ecologica. Chi lo dice o come lo dice? Fonti e frame nella comunicazione del rischio naturale: insights da una survey sperimentale Sapienza Università di Roma, Italia La comunicazione del rischio, oggi, si svolge in un ambiente mediale frammentato e conflittuale. Gli attori istituzionali devono veicolare informazioni complesse, mantenendo fiducia e credibilità. Per questo, l’interazione tra la fonte e i contenuti veicolati è particolarmente rilevante. I messaggi devono fornire indicazioni chiare e comprensibili e sollecitare risposte cognitive o emotive nei pubblici. All’interno di questo scenario, contributi quali la prospect theory (Kahneman & Tversky, 1979) aiutano a problematizzare la dimensione del framing nella comunicazione dei rischi naturali e ambientali. I frame di natura gain, che enfatizzano i benefici dell’adozione dei comportamenti raccomandati, e quelli di natura loss, che evidenziano i costi della non adesione, generano risposte diverse rispetto ai rischi da parte dei pubblici (Choi et al., 2023; Dedman & Lee, 2023). Inoltre, la fonte svolge un ruolo fondamentale nell’attribuzione di fiducia e credibilità a quanto comunicato (Renn & Levine, 1991). L’intersezione tra framing e fonte appare particolarmente rilevante nel contesto italiano, caratterizzato dalla compresenza sul territorio di molteplici rischi naturali e ambientali e da una governance della comunicazione del rischio che attribuisce un ruolo centrale sia a figure politiche locali, come i sindaci, sia a organizzazioni di natura civica e tecnico-operativa, come la Protezione Civile. Questo contributo presenta un’analisi integrata di framing e fonte basata su una survey condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana, articolata in un disegno sperimentale 2×2 (frame: gain vs. loss; fonte: sindaco vs. Protezione Civile). Inserita in un questionario più ampio su percezione del rischio, pratiche informative e fiducia nelle fonti, la survey ha utilizzato uno stimolo visivo relativo a comportamenti in caso di rischio idrogeologico variato sia nel framing del claim principale sia nell’attribuzione della fonte, indicata testualmente in apertura del messaggio. La survey, così come il campionamento, sono stati condotti online da un’agenzia specializzata nel mese di dicembre 2025. Il campione finale comprende 1618 rispondenti di età compresa tra i 18 e i 75 anni. I risultati preliminari indicano che la fonte incide in misura maggiore rispetto al frame. Le differenze tra i messaggi attribuiti al sindaco e alla Protezione Civile risultano infatti più nette e ricorrenti rispetto a quelle osservate tra i frame di tipo gain e loss, in particolare per dimensioni centrali quali fiducia e credibilità. Il frame non risulta irrilevante, ma non agisce in modo autonomo: i suoi effetti appaiono piuttosto condizionati dalla fonte che veicola il messaggio. La Protezione Civile raccoglie livelli di fiducia elevati e distribuzioni delle risposte poco ambigue, mentre la figura del sindaco mostra una maggiore variabilità nelle valutazioni e una fiducia più situata. Tuttavia, il campione dei rispondenti non manifesta, nel complesso, un’attitudine proattiva nei confronti della comunicazione del rischio. Ne consegue che la comunicazione ordinaria dei rischi faccia fatica a emergere e che i diversi frame possano risultare meno immediatamente riconoscibili per i cittadini distanti dai rischi mediati. Questi dati preliminari restituiscono una fotografia articolata della comunicazione del rischio, confermando la centralità della fiducia nei processi comunicativi. La fonte non rappresenta un semplice contesto del messaggio, bensì una guida interpretativa (Peters et al., 1997): i frame possono potenziare o depotenziare i messaggi, ma non compensare una fonte percepita come meno credibile. In particolare, la maggiore stabilità delle risposte associate a fonti percepite come tecnico-scientifiche, rispetto a quelle attribuite a fonti di elezione e di prossimità come il sindaco, suggerisce che la fiducia e la credibilità si costruiscano prevalentemente attorno alla competenza. Questo risultato contribuisce a problematizzare approcci che concepiscono il framing come uno strumento autonomo di efficacia comunicativa e rafforza la necessità di adottare un approccio integrato alla comunicazione del rischio, capace di considerare congiuntamente contenuto, fonte e contesto. CRASH!: crisi climatica e rischio alluvionale. Costruire infrastrutture comunicative per la resilienza territoriale 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Bologna, Italia; 3: Università di Ferrara, Italia; 4: Università di Napoli, Italia; 5: Università di Ferrara, Italia; 6: Università di Ferrara, Italia Nel contesto delle crisi climatiche contemporanee, la comunicazione del rischio idrologico non può essere intesa come mera trasmissione di informazioni tecniche, ma come spazio simbolico e pratico in cui si articolano conflitti interpretativi, attribuzioni di responsabilità e dinamiche di fiducia istituzionale. Le alluvioni, sempre più ricorrenti nel panorama europeo, rendono visibile non solo la vulnerabilità materiale dei territori, ma anche quella discorsiva delle comunità, chiamate a orientarsi tra saperi esperti, memorie locali e rappresentazioni mediali. Il progetto [omesso per peer review] assume la comunicazione del rischio come pratica sociale e istituzionale capace di incidere sui processi di riconoscimento reciproco e sulla costruzione di resilienza collettiva. Integrando analisi storico-sociale, studio del framing mediatico, indagine campionaria nazionale (n=2.500) e consultazione pubblica partecipativa, il progetto ha adottato un disegno mixed methods sequenziale, volto a connettere livelli micro (percezioni individuali), meso (reti territoriali) e macro (discorsi pubblici e media). In questo contributo ci si concentra sui risultati della consultazione pubblica – assunta come dispositivo di ricerca-azione. L’analisi dei risultati (oltre 1000 pagine di trascrizioni) si è svolta in due fasi. In primo luogo, attraverso un’analisi tematica qualitativa con NVivo (v.15), articolata in quattro macro-dimensioni: definizione del problema (alluvioni e cambiamento climatico, tra cause, percezioni e vissuti), agency (individuale, collettiva e istituzionale), fonti e canali della comunicazione (con la distinzione tra comunicazione in emergenza e in tempo di pace), dimensione intergenerazionale. L’emersione della categoria dell’agency istituzionale ha evidenziato la centralità delle aspettative rivolte agli attori pubblici nella gestione e comunicazione del rischio. In secondo luogo, il corpus è stato analizzato con T-LAB (v.10). Questa fase ha consentito di individuare le strutture latenti che organizzano il discorso collettivo, mettendo in luce assi interpretativi riconducibili a tensioni tra sapere formale e sapere esperienziale, tra dimensione informativa e dimensione operativa, tra centralizzazione e partecipazione. L’integrazione tra NVivo e T-LAB non ha avuto una funzione meramente triangolativa, ma ha permesso di rafforzare l’interpretazione teorica delle configurazioni simboliche del rischio. I risultati mostrano come il rischio alluvionale venga prevalentemente interpretato attraverso cornici esperienziali e territorialmente situate, ancorate alla memoria locale e ai vissuti personali, mentre il cambiamento climatico tende a essere rappresentato come fenomeno più astratto e mediatizzato. Ciò si riflette nelle aspettative di azione e nei modelli comunicativi ritenuti legittimi. La comunicazione emergenziale è percepita come centralizzata e operativa; quella “in tempo di pace” come formativa, partecipativa e orientata alla costruzione di una cultura diffusa del rischio. Parallelamente, i dati dell’indagine campionaria evidenziano uno scarto significativo tra elevata consapevolezza del cambiamento climatico e limitata competenza operativa rispetto alle misure di prevenzione in caso di alluvione. Tale disallineamento indica che la comunicazione del rischio non può limitarsi alla diffusione di informazioni, ma deve essere progettata come infrastruttura relazionale, organizzativa e simbolica, capace di produrre outcome culturali durevoli. La traduzione delle evidenze empiriche in linee di policy ha condotto alla definizione di cinque direttrici strategiche: distinguere protocolli comunicativi per emergenza e non emergenza; investire nella formazione strutturata delle istituzioni locali; costruire reti multistakeholder territoriali permanenti; calibrare la comunicazione su base generazionale; progettare un’infrastruttura comunicativa territoriale integrata nelle sue dimensioni relazionale, organizzativa e simbolica. In coerenza con la call “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”, il caso [omesso per peer review] mostra come la comunicazione del rischio costituisca un dispositivo di mediazione tra trauma territoriale, memoria storica e ricomposizione simbolica. Ciò significa passare da una società reattiva a una società capace di costruire preventivamente le condizioni discorsive e istituzionali per affrontare l’incertezza. In questa prospettiva, la resilienza territoriale emerge come esito di processi culturali fondati su fiducia, partecipazione e condivisione delle responsabilità, realizzando il passaggio da una società del rischio ad una società nel rischio. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 03: Guerre e conflitti nella mediatizzazione Luogo, sala: Aula Magna Chair di sessione: Stefano Cristante |
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Dalla “Cultura dell’Accoglienza” alla “Compassion Fatigue”: Evoluzione del Framing Giornalistico nella Rappresentazione della Crisi dei Rifugiati Ucraini in Germania e in Italia (2022 – 2025) Sapienza Università di Roma, Italia L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, ha innescato la più ampia crisi di migrazione forzata in Europa dalla Seconda guerra mondiale, sollecitando una risposta istituzionale e sociale senza precedenti. A differenza dei precedenti flussi migratori (Ibáñez Sales, 2023; Prieto-Andrés et al., 2025), l’arrivo dei rifugiati ucraini nei Paesi UE è stato accolto da un’immediata mobilitazione pubblica e istituzionale all’insegna dell’ospitalità. La battaglia delle narrazioni: stampa e social nella guerra russo-ucraina 1: Università Mercatorum, Italia; 2: Università di Catania 1. Domanda di ricerca Il contributo si basa sull’analisi delle strutture e dei contenuti della comunicazione della guerra tra Russia e Ucraina, con riferimento a quattro quotidiani nazionali nella versione online, Corriere della Sera e La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e Libero, e ai commenti degli utenti di X (Twitter) e BlueSky. Il lavoro ha l’obiettivo di ricostruire il linguaggio e le principali cornici delle notizie sulla guerra, distinguendone l’uso in ambito giornalistico e nelle piattaforme social, e comprendere l’opinione degli italiani sulla guerra L’analisi copre il primo anno di conflitto, dal 24 febbraio 2022 al 24 febbraio 2023, e si concentra successivamente sui momenti di picco della copertura mediatica del 2023, 2024, 2025. 2. Quadro metodologico Il lavoro si sviluppa in due fasi: la prima relativa alle notizie sui quotidiani, la seconda riguardante i commenti sui social. L’approccio metodologico è il trade d’union, in quanto attraverso l’analisi automatica dei contenuti è stato possibile confrontare narrazioni e stile comunicativo. Al fine di comprendere le rappresentazioni della guerra sulla stampa, si è scelto di concentrarsi sui titoli delle notizie, oggetto di attenzione di numerose ricerche (tra gli altri Van Dijk 1988, 2008, Reis et al. 2015), in virtù della loro capacità di catturare l’attenzione attraverso il linguaggio, generalmente diretto e chiaro, capace di racchiudere in sintesi il contenuto dell’articolo. La selezione di X per ricostruire le opinioni degli utenti è stata motivata dal suo specifico utilizzo in ambito giornalistico e, più in generale, dal ruolo svolto dalle piattaforme social nella guerra dell’informazione relativa all’invasione dell’Ucraina e all’evoluzione del conflitto (Che, Ferrara 2022). Inoltre, ha consentito di cogliere opinioni e atteggiamenti rispetto alle notizie diffuse dai quotidiani selezionati, in coerenza con la prima analisi. A partire dal 2023, X è stato integrato con l’analisi di BlueSky, a causa dei cambiamenti nelle politiche della piattaforma e della ridefinizione della sua base di utenti dopo l’acquisizione da parte di Musk (con conseguenze anche sull’accesso ai dati). In entrambi i casi, l’ACA ha preso avvio dalla ricostruzione del dizionario prevalente e dalla selezione delle parole chiave su cui sono state effettuate ulteriori elaborazioni, individuando cluster tematici e narrazioni. 3. Risultati e conclusioni Dall’analisi emerge che i quotidiani si sono contraddistinti per una netta presa di posizione rispetto alle responsabilità degli attori coinvolti, denunciando da subito ciò che stava avvenendo, a fronte dell’atteggiamento negazionista e repressivo delle autorità russe (Lami 2022). Il ruolo dell’Europa è chiaramente definito con riguardo al supporto all’Ucraina, alla risoluzione del conflitto e alla questione energetica. Meno forte, ma significativo, il riferimento all’Italia, prevalentemente associato alla dipendenza energetica da altri paesi e alle difficoltà delle famiglie e delle imprese, al tema delle armi in difesa dei territori ucraini e alle diverse posizioni dei partiti. I richiami alla risoluzione del conflitto sono numerosi e legati alle notizie sui cortei nelle piazze italiane ed europee, ai ripetuti appelli di Papa Francesco e al ruolo dell’Onu. I titoli ruotano attorno a quattro gruppi tematici che, in ordine di importanza, sono: “escalation”, “fronte”, “negoziati”, economia”. Per quanto riguarda i social, il dibattito è maggiormente polarizzato su due posizioni: filo ucraina versus filorussa, con un peso maggiore di quest’ultima nei cluster complottisti e negazionisti, assenti sui quotidiani. Si riscontra, inoltre, un parallelo tra stampa e social nell’orientamento alla personalizzazione del conflitto, come testimoniano i continui rimandi a Putin e a Zelensky. In conclusione, rispetto al contesto territoriale, nei quotidiani prevale il riferimento alle aree colpite, mentre sui social è prioritario l’ambito prossimale degli utenti. In entrambi i casi emergono i timori per un conflitto più ampio e/o per i danni economici delle sanzioni governative. Pluralità dei saperi e ruolo dell’Intellighèntsia nelle narrazioni dei conflitti. Una ricerca in due talkshow televisivi Politecnico di Torino, Italia “Nel 2025, il mondo continua a essere segnato da numerosi conflitti armati, molti dei quali silenziosi agli occhi dell’opinione pubblica, ma devastanti per le popolazioni coinvolte” (Oxfam Italia 2025). In questi contesti già densi di complessità, soprattutto per il pubblico non esperto, i media, i talk show, le tecnologie contribuiscono a creare una specifica narrazione e a gestire i conflitti in un modo piuttosto che in un altro nella sfera pubblica. La comunicazione, le parole, i toni utilizzati assumono un ruolo cruciale nel raccontare gli eventi, diventando uno strumento fondamentale per chi viene osservato e per chi osserva. I saperi e le notizie diffuse da diversi mezzi di comunicazione, tra l’altro, contribuiscono a creare una molteplicità di informazioni e narrazioni che ora si intrecciano ora si scontrano, spesso alimentando una confusione già presente nel pubblico meno informato. In questo contesto, l’Intellighèntsia, definita da Mannheim come colei che, grazie alla sua educazione, sarebbe in grado di accompagnare la società ponendosi in una prospettiva aperta e capace di influenzare il mutamento sociale, può rappresentare una guida preziosa durante le “svolte brusche”. Tale ruolo, però, necessita di specifiche competenze comunicative per evitare di generare incomprensioni nella comunicazione pubblica oppure asimmetrie di potere tra intellettuali specialisti/e e pubblico. Ma qual è effettivamente il ruolo ricoperto dagli/dalle intellettuali? Cosa emerge quando contribuiscono al confronto tra analisi della realtà e complessità dei saperi? Queste le domande alle quali si è cercato di rispondere in una ricerca condotta nel 2023. A partire dalla medesima ricerca, e collocandosi all’interno di alcune categorie concettuali della sociologia della conoscenza, il presente contributo si propone di presentare alcuni dei risultati emersi. Ci si è avvalsi di una metodologia qualitativa e si è, dunque, svolta una analisi dei contenuti su due talk show televisivi - DiMartedì e Cartabianca - prendendo in considerazione due periodi di tempo particolarmente rilevanti negli ultimi anni: il primo periodo di lockdown (marzo-giugno 2020) e il primo periodo della guerra Ucraina-Russia (febbraio-maggio 2022). L’obiettivo è stato quello di osservare la presenza o meno di intellettuali nelle trasmissioni, il ruolo che è emerso nel rapporto tra pluralità e conoscenza e la narrazione offerta al pubblico. Volendo dare continuità alla ricerca, si sono analizzati anche alcuni periodi temporali successivi con l’obiettivo di comprendere come i due talk show televisivi hanno portato avanti la narrazione della guerra Ucraina-Russia in alcuni momenti salienti, e hanno contribuito al racconto di nuovi conflitti esplosi nel tempo. Si è, dunque, preso in considerazione anche il conflitto Israele-Hamar, o Guerra di Gaza, scoppiato nell’ottobre del 2023. Anche in questo caso si è analizzato il periodo iniziale (ottobre 2023-febbraio 2024) e altri momenti salienti cercando di rispondere alle stesse domande di ricerca e di comparare le figure degli/delle Intellettuali. Anticipando alcuni risultati della ricerca, nell’analisi dei due talkshow emergono diversi ruoli che gli/le intellettuali assumono nello spazio pubblico, nella divulgazione scientifica e nell’argomentazione critica. In tutti gli eventi e i periodi considerati, tendenzialmente si è osservata la presenza di due categorie di intellettuali “specialisti/e” e “critici/critiche” attenti alla chiarezza del contenuto e aperti al confronto dialogico seppur in maniera differente nei due talk show considerati. Il format utilizzato, dunque, incide sulla modalità con cui gli/le intellettuali presenti svolgono il loro ruolo. In particolare, quelli che abbiamo individuato come intellettuali “critici/critiche” rischiano di cadere nel ruolo di “giullare” diventando un bersaglio su cui gli altri ospiti si concentrano. In altri casi riescono invece a svolgere un ruolo di mediatore, assumono infatti quel ruolo di interprete che può stabilire una comunicazione tra gruppi che utilizzano linguaggi diversi. ISOLE DI GUERRA, La teleologia mediatica del conflitto negli anniversari bellici: il caso Malvinas/Falkland (1982-2022) Sapienza Università di Roma, Italia La costruzione delle cornici di senso (framing) nel discorso giornalistico rappresenta un processo di selezione e messa in rilievo di aspetti specifici della realtà, finalizzato a promuovere una particolare definizione del problema o un'interpretazione causale (Entman, 1993). Nel contesto degli anniversari dei conflitti, tale processo si intensifica: i media operano una "rifrazione" del passato, trasformando la ricorrenza in un dispositivo di significazione che agisce sulla sensibilità collettiva (Goffman, 1974). Secondo la prospettiva di Halbwachs (1950/1997), la memoria non è un mero deposito di fatti, ma una ricostruzione sociale che risponde alle esigenze del presente; in tal senso, il giornalismo di ricorrenza non si limita a commemorare, ma stabilisce una connessione teleologica tra l'evento bellico storico e le tensioni geopolitiche attuali. Gli anniversari diventano così "luoghi di memoria" mediali (Nora, 1984) dove il frame narrativo orienta la percezione del pubblico, oscillando tra la legittimazione dell'identità nazionale e la riflessione etica sul trauma, condizionando profondamente la ricezione del conflitto nel dibattito pubblico contemporaneo. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 04: Inciviltà politica, disinformazione e polarizzazione Luogo, sala: Aula 5 Chair di sessione: Marco Mazzoni |
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Il ruolo dei valori democratici nella percezione dell’incivilità politica: un’analisi comparativa in tre democrazie europee 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: Università degli studi di Siena, Italia Da decenni la ricerca sull’incivilità politica muove da un assunto che non è mai stato veramente messo alla prova: che la percezione dei comportamenti incivili sia un fenomeno fortemente dipendente dal contesto, modellato dalle specificità culturali, politico-istituzionali e mediali di ciascun paese. Ciò che scandalizzerebbe in Germania passerebbe inosservato in Italia; ciò che nel Regno Unito sarebbe inaccettabile, altrove verrebbe considerato normale o persino tollerato senza riserve. Per verificare empiricamente questo assunto, il nostro studio ha confrontato la percezione dell’inciviltà politica in tre democrazie liberali europee – Italia, Germania e Regno Unito – su un campione rappresentativo di 3.500 di adulti. I tre paesi incarnano differenze strutturali di rilievo: dall’elevato indice di antipolitica e dalla diffusa sfiducia nelle istituzioni che segnano l’Italia, alla cultura della moderazione e del consenso consolidata in Germania a partire dal secondo dopoguerra, fino alla crisi di rappresentanza esacerbata dalla Brexit nel Regno Unito. Profili così differenti avrebbero dovuto – secondo l’assunto di partenza – tradursi in soglie di sensibilità all’inciviltà significativamente diverse. I risultati contraddicono queste attese. La ricerca ha sottoposto ai rispondenti una batteria di 9 item – episodi concreti di inciviltà da parte di esponenti politici – riconducibili a tre dimensioni: mancanza di rispetto verso gli altri, verso i valori democratici e verso le istituzioni. Le medie nazionali che ne emergono risultano elevate e straordinariamente vicine (Italia: 8,37; Germania: 8,01; Regno Unito: 7,81), ben al di sotto di quanto le profonde differenze istituzionali, mediali e politico-culturali tra i tre paesi avrebbero lasciato immaginare. Ma il risultato più significativo non è la convergenza in sé: è la gerarchia condivisa dei giudizi. In tutti e tre i paesi, è il mancato rispetto dei valori democratici – discriminazione, stereotipizzazione, diffusione deliberata di falsità – a essere percepito come la violazione più grave, prima ancora dell’irriverenza verso le istituzioni e del disprezzo nei confronti degli avversari. Questa gerarchia condivisa rivela l’esistenza di un nucleo comune di sensibilità democratica che resiste alle differenze di sistema politico e mediale, situando l’inciviltà non come una questione di stile o di linguaggio, ma come una violazione dei fondamenti stessi della convivenza democratica. L’analisi dei predittori individuali, condotta attraverso modelli di regressione, precisa con nettezza da dove provenga questa sensibilità. Il fattore decisivo non è la dieta informativa, né il profilo sociodemografico dei rispondenti: è il rapporto che i cittadini intrattengono con la democrazia e i suoi valori fondanti. L’adesione ai valori democratici emerge come il predittore più potente in tutti e tre i paesi, seguito dalla fiducia nella democrazia, mentre gli atteggiamenti antipolitici si associano sistematicamente a una reattività meno spiccata. Genere ed età producono effetti attesi ma secondari – gli uomini e le generazioni più giovani mostrano una sensibilità meno pronunciata – mentre il consumo di informazione e l’uso dei social media si rivelano sorprendentemente irrilevanti, con effetti deboli e contraddittori nei tre contesti. Questi risultati rimandano a una dinamica più profonda: chi nutre sfiducia sistemica e atteggiamenti antipolitici tende a percepire l’inciviltà come una caratteristica ordinaria della politica, coerente con l’immagine di un sistema già delegittimato; chi invece condivide un’idea di democrazia come spazio fondato su valori comuni la riconosce come una violazione e la condanna con maggiore intensità. L’apparente contraddizione tra la condanna formale dell’incivilità e la sua persistenza nel discorso pubblico riflette la coesistenza di due registri interpretativi – uno “normativo”, uno “descrittivo” – che spiegano come i cittadini possano simultaneamente ripudiare l’inciviltà in astratto ma riconoscerla come tratto proprio della politica contemporanea. È proprio in questa tensione – tra l’adesione agli ideali democratici universali e la loro erosione nella competizione quotidiana – che si misura oggi la qualità del discorso pubblico. Mappare l’inciviltà politica: un’analisi comparativa e longitudinale di cinque campagne elettorali italiane Università degli Studi La Sapienza di Roma, Italia Il fenomeno dell’inciviltà politica rappresenta una sfida crescente e sempre più dibattuta nella letteratura scientifica (Herbst, 2010; Berry & Sobieraj, 2013; Kenski et al., 2020). In un mercato dell’attenzione altamente competitivo (Webster, 2014), l’inciviltà può assumere la funzione di risorsa strategica per aumentare la visibilità degli attori politici, rafforzare identità di gruppo e mobilitare il consenso degli elettori (Bentivegna & Rega, 2022a). All’interno di regimi di visibilità che tendono a premiare contenuti emozionali (Klinger et al., 2023), le forme discorsive incivili si adattano bene a un’offerta di parte e polarizzata, ma incidono sulla qualità del dibattito pubblico, poiché l’esposizione a discorsi incivili può provocare rabbia e portare a una riduzione della soddisfazione del confronto online con altre persone (Gervais, 2015). La letteratura esistente ha analizzato l’inciviltà politica online soprattutto in relazione a singole campagne elettorali (Heseltine & Dorsey, 2022), specifiche piattaforme (Theocharis et al., 2020) o forum online (Santana, 2015), lasciando in larga parte inesplorata una prospettiva comparativa e longitudinale capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno nel tempo e attraverso diversi social media. Questo studio intende colmare tale lacuna analizzando i post pubblicati dagli account ufficiali di leader e partiti politici italiani durante cinque cicli elettorali nell’arco di un decennio. L’analisi considera i post (N=21.535) pubblicati su Facebook e Instagram nel mese precedente tre elezioni europee (2014, 2019, 2024) e due elezioni politiche nazionali (2018, 2022), una fase in cui la comunicazione politica tende a intensificarsi e a farsi maggiormente conflittuale. L’obiettivo è osservare se e come l’utilizzo di inciviltà si sia trasformato nel tempo, all’interno di piattaforme sempre più centrali nella comunicazione degli esponenti politici. L’inciviltà politica è concettualizzata attraverso un approccio multidimensionale teorizzato da Bentivegna & Rega (2022b), che distingue tra impoliteness, delegittimazione individuale e delegittimazione istituzionale. L’analisi si articola in due fasi. In primo luogo, i post sono classificati automaticamente utilizzando tre famiglie di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLMs), in particolare Gemini (America), Mistral (Europa) e DeepSeek (Cina). Lo studio riflette criticamente sulla capacità di questi strumenti di identificare contenuti incivili, considerando i bias tecnici e socio-culturali dei modelli di Intelligenza Artificiale. Solo i contenuti classificati come incivili da tutti i LLMs vengono inclusi nell’analisi successiva. In secondo luogo, viene effettuata un'analisi del contenuto dei post incivili, che consente di esaminare temi, target e funzione dell’inciviltà politica. I risultati mostrano come i post incivili costituiscano una componente quantitativamente minoritaria del corpus analizzato, con circa l’80% classificato come civile dai tre LLMs. Sul piano temporale emerge una dinamica differenziata tra piattaforme. Mentre su Facebook si osserva una diminuzione dell’inciviltà nel tempo, su Instagram si registra un andamento crescente, pur con il picco nel 2019. Infine, su entrambe le piattaforme, l’engagement dei post incivili è in media significativamente superiore rispetto a quello dei contenuti civili. Nel complesso, lo studio mostra come l’inciviltà politica possa inserirsi in un circuito di feedback in cui i regimi di visibilità delle piattaforme tendono a premiarne e amplificarne la circolazione, in quanto essa si rivela associata a livelli più elevati di engagement. La competizione per il consenso, quindi, rischia di orientarsi verso logiche quantitative e conflittuali, nelle quali la massimizzazione dell’interazione prevale sulla qualità del confronto pubblico. Questo processo solleva interrogativi rilevanti sulle implicazioni sull’ecosistema informativo dell’inciviltà, in particolare per la fiducia nelle Istituzioni. A Political Double Tax? Platformed Gendered Delegitimization and the Symbolic Exclusion of Women Candidates in the 2025 Chilean Presidential Election Università degli Studi di Carlo Urbino Bo The 2025 Chilean presidential election offers a critical case for understanding how social media platforms do not merely reflect political conflict but actively structure its terms, amplifying certain forms of attack while normalizing others. This paper investigates platformed gendered delegitimization — the structural reproduction, through digital architectures, of symbolic attacks contesting women politicians' right to lead — across the full electoral cycle (August 17, 2025 – January 15, 2026). The central question is: do delegitimization tactics on social media differ by candidate gender, and how do platform affordances shape these differences? The paper builds on the conceptual continuum of political violence against women (Bjarnegård, 2023), extending from physical threats to subtler forms of psychological and symbolic harm, alongside evidence that gender stereotypes are actively weaponized in electoral campaigns, with trait-based attacks disproportionately targeting women in progressive coalitions (Cassese & Holman, 2018; Botaș, 2025). Platformization accelerates these mechanisms: algorithmic structures produce political exposure far beyond organic diffusion (Guess et al., 2023; Bauer, 2015), transforming isolated attacks into coordinated delegitimizing narratives. The paper also engages the literature on gendered disinformation (Saner, 2026; Gehrke, 2025), approaching the normalization of platformed gender-based violence through its structural effects on targeted populations. The study contributes to the congress theme of narratives and conflicts by showing how platforms operate as reproductive infrastructures that sediment gendered exclusion as new common sense. The study conducts a multiplatform content analysis of political attacks on Facebook and Instagram, monitoring 122 accounts across five actor categories — candidates, coalitions, partisan media, meme and satire accounts, and political influencers — balanced across left- and right-aligned positions. Meta's Content Library API yielded approximately 269,000 posts. After automated filtering and inter-coder validated identification, the corpus was reduced to approximately 26,000 posts; retaining only cross-alignment attacks yielded roughly 8,000. Stratified purposive sampling produced two complementary samples (n=184 and n=180) for manual coding. A purpose-built codebook operationalizes eight general delegitimization tactics and eight gendered tactics — including sexualization, domestication, hystericization, and diminutization — derived from political violence frameworks (Bjarnegård, 2023). Chi-square tests and logistic regression are complemented by multimodal discourse analysis of selected cases. LLM-assisted coding is planned for the full dataset. Results identify a statistically significant pattern of gendered delegitimization (OR=3.53, p<.001). Three dominant tactics converge into what the paper terms a rationality expulsion strategy: hystericization (14.8% vs. 1.6%), diminutization (15.7% vs. 4.7%), and appearance-based framing (10.2% vs. 1.6%) simultaneously frame female candidates as emotionally unstable, linguistically infantilize them, and reduce them to their appearance, producing collective symbolic disqualification from presidential authority. Isolation analyses confirm the pattern holds across political alignment: within both coalitions, female candidates face significantly higher rates of gendered attacks (Nai et al., 2025), with progressive women absorbing a compounded burden fusing gendered and ideological threat. A key contrast sharpens the argument: the most attacked candidate in the dataset won the election, his attacks overwhelmingly ideological and consistent with negative polarization dynamics (López-López et al., 2020). Female candidates faced qualitatively different attacks — not combative aggressions convertible into political capital, but delegitimizing tactics that quietly contest their right to lead before electoral consolidation can be established. The findings reveal not unequal visibility but unequal burden: a double tax on women's democratic participation. Female candidates absorb the same volume of general attacks as male counterparts while simultaneously navigating an additional layer of gendered delegitimization. Social media operates as a structural amplifier of symbolic exclusion — not through individual actors' decisions, but through platform architectures that reward engagement regardless of the violence it encodes, sedimenting gender delegitimization as the new normal of electoral conflict and progressive women as a double tax target. Tra opposizione e dipendenza: l’uso delle risorse mainstream nella Telegramsphere fringe italiana Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Il panorama digitale contemporaneo è caratterizzato da una complessa interazione tra spazi pubblici, semipubblici e privati (Autori, 2021). Più un’unica arena di dibattito pubblico, le piattaforme digitali favoriscono la formazione di molteplici sottosfere comunicative autosufficienti (Autori, 2020; Autore et al., 2025), dove la visibilità dei contenuti è modellata sia da processi algoritmici (Bruns, 2023) sia da dinamiche di omofilia sociale (McPherson, 2001). Questa frammentazione, unita alla crescente sfiducia verso media tradizionali e piattaforme mainstream, ha favorito la proliferazione di spazi mediali definiti “alternativi” (Siapera, 2023) o “fringe” (de Winkel, 2023). In questo contesto, Telegram si è affermata come una piattaforma centrale per la diffusione di narrazioni alternative, grazie alla moderazione limitata e alle caratteristiche di privacy che facilitano la formazione di comunità ideologicamente omogenee (Urman, Katz, 2022; Buehling, Heft, 2023), la circolazione di teorie del complotto (Schulze et al., 2022), disinformazione (Herasimenka, 2022) ed estremismo radicale (Walther, McCoy, 2021). Anche in Italia Telegram è diventata un nodo rilevante per contro-narrazioni e fonti informative e che costruiscono la propria identità in opposizione al “mainstream” (Autore, 2023, Monaci, Persico, 2023). Nonostante la crescente attenzione accademica, resta poco esplorato il rapporto tra piattaforme fringe, media legacy e ambienti digitali mainstream. Questo contributo, sviluppato nell’ambito del progetto *****, affronta tale lacuna investigando il media resourcing, ovvero le modalità in cui contenuti e infrastrutture mainstream entrano nei domini di comunità che si autodefiniscono come oppositive. L’analisi empirica utilizza un dataset di 570 canali Telegram italiani, identificati tramite blacklist di debunker ed espansi attraverso la funzione “similar channels” (Autori 2026). Il disegno della ricerca è articolato attorno a due dimensioni: informational resourcing e visibility resourcing. La prima dimensione è stata indagata raccogliendo domini e link per analizzare le fonti informative più condivisi nella Telegramsphere “anti-mainstream”. A questa analisi quantitativa si affianca una ricerca qualitativa basata su etnografia digitale e visual content analysis condotta per un anno su sette canali, focalizzata sull’uso degli screenshot di notizie. Nella terza fase è stata mappata la presenza cross-platform dei canali, confrontando i follower su diverse piattaforme digitali. I risultati mostrano che le fonti mainstream rappresentano numericamente i contenuti più condivisi nei canali anti-mainstream. Un numero ristretto di domini (agenzie di stampa nazionali, quotidiani generalisti e piattaforme come YouTube e Facebook) struttura gran parte della circolazione informativa. Il discorso anti-mainstream dipende quindi dall’infrastruttura informativa del giornalismo istituzionale, che viene reinterpretata piuttosto che rifiutata. L’analisi qualitativa evidenzia inoltre che gli screenshot funzionano come forme di lavoro epistemico: i contenuti giornalistici vengono decontestualizzati e reinscritti in nuove cornici interpretative. Non esclusivamente criticati in funzione di hate-sharing (Weigel, Gitomel 2025), i contenuti mainstream vengono impiegati. La legittimità delle fonti diventa così situazionale e negoziata discorsivamente, sostenendo identità oppositive attraverso un rapporto ambivalente con il mainstream. Dal punto di vista della visibilità, 414 canali risultano presenti anche su altre piattaforme e la loro esposizione è fortemente orientata verso ambienti mainstream piuttosto che fringe. Sebbene Telegram sia la piattaforma dominante per molti attori, le figure pubbliche mantengono quasi sempre audience maggiori altrove. Telegram appare quindi meno come origine dell’influenza mediale e più come spazio di aggregazione e consolidamento interpretativo, con limitate evidenze di dinamiche di depiatformizzazione nel caso italiano (Rogers 2020). Nel complesso, lo studio mostra che l’alternatività emerge non come separazione dal mainstream ma come posizione relazionale costruita attraverso pratiche di sourcing, reinterpretazione e redistribuzione cross-platform. Nei contesti di mediatizzazione profonda, l’opposizione mediale opera attraverso intrecci infrastrutturali: gli attori contestano il mainstream mentre continuano a dipendere dalle sue risorse informative e dalle sue logiche di visibilità. L’anti-mainstream si configura quindi come un risultato contingente degli ecosistemi mediali ibridi, piuttosto che come una reale alternativa autonoma. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 05: Dal conflitto alla solidarietà tra generazioni e l’ambivalenza come struttura delle relazioni intergenerazionali Luogo, sala: Aula 6 Chair di sessione: Lucia Boccacin |
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Dal conflitto alla solidarietà tra generazioni e l’ambivalenza come struttura delle relazioni intergenerazionali 1: Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia; 2: Università degli studi di Padova, Italia; 3: Università degli studi di Perugia, Italia; 4: Università degli studi di Cagliari, Italia; 5: Politecnico di Milano, Italia Dal conflitto alla solidarietà tra generazioni e l’ambivalenza come struttura delle relazioni intergenerazionali Nel lessico pubblico contemporaneo, generazioni viene spesso mobilitato come frame di contrapposizione (guerra generazionale, responsabilità del debito ecologico, ecc.). Tale semplificazione tende a eludere la costitutiva ambivalenza delle relazioni intergenerazionali, che le vede inscritte in aspettative normative contraddittorie, in asimmetrie di potere e in vincoli istituzionali. Il panel propone di focalizzare le forme sociali dell’ambivalenza nel rapporto tra generazioni e i meccanismi che la rendono generativa (solidarietà, emancipazione) oppure degenerativa (soggezione, atomizzazione). Per generazioni si intenderanno posizioni relazionali e collocazioni storico-coortali: (a) generazioni familiari, (b) coorti che attraversano istituzioni e mercati in tempi diversi, (c) generazioni sociali che condividono condizioni di esperienza e infrastrutture informative, tecnologiche, ecologiche. L’ambivalenza non è intesa come un residuo o un’anomalia, ma come una struttura ricorrente delle relazioni intergenerazionali: prende forma in arene differenti (famiglia, lavoro, movimenti, welfare digitale) e produce esiti diversi a seconda delle risorse disponibili, dei dispositivi istituzionali e dei registri simbolici con cui le generazioni si riconoscono (o si misconoscono). Il contributo di [omesso per peer review] mostra la trasmissione del mestiere come spazio relazionale in cui memorie formative, gerarchie e criteri di valore diventano dispositivi che strutturano il conflitto: il passato (disciplina, durezza, ingresso precoce) è riattivato come parametro normativo e produce frizioni con apprendisti socializzati in un diverso regime culturale e regolativo. Qui l’ambivalenza si materializza nel nesso riproduzione/innovazione e nei meccanismi di blaming/scapegoating che possono spingere verso soggezione o atomizzazione, invece che verso emancipazione. Il contributo di [omesso per peer review] propone di leggere il conflitto climatico in dialogo con la traiettoria teorica di Honneth, Ricoeur e Mead, interpretando la relazione tra generazioni come contesto privilegiato del farsi delle identità: non mero dato demografico, ma processo relazionale attraversato da narrazioni che danno senso (o decostruiscono) memorie, asimmetrie di potere, desideri di continuità e spinte di rottura. Nel caso emblematico della mobilitazione ambientale, l’accusa morale rivolta alle generazioni precedenti riorganizza le appartenenze tra “responsabili” e “irresponsabili”, incidendo sul legame sociale. L’ambivalenza, qui, si manifesta come tensione tra delegittimazione e riconoscimento, tra rottura e possibilità di nuova appartenenza “dinamica”. Nel contributo di [omesso per peer review] la relazione tra generazioni a partire dal più ampio contesto della sostenibilità ecologica, tratta la trasferibilità tra una generazione e l’altra di risorse materiali e immateriali. Tale prospettiva meso-sociale permette di estendere il concetto di ambivalenza oltre la dimensione familiare, osservando come la convergenza intergenerazionale possa configurarsi come responsabilità più-che-umana e attivazione civica, mentre la divergenza può derivare da disuguaglianze informative e materiali che rendono la sostenibilità un “consumo vincolato”, selettivo e diseguale. Il contributo di [omesso per peer review] sposta l’attenzione sulla digitalizzazione del welfare e il supporto digitale intergenerazionale. La transizione digital-by-default trasferisce sui singoli l’onere di orientarsi in ecosistemi amministrativi complessi, rischiando di amplificare disuguaglianze per chi dispone di minori risorse sociali, culturali e digitali. In questo caso, l’ambivalenza emerge nella tensione tra autonomia attesa e dipendenza praticata: figli/e, nipoti e reti di prossimità diventano mediatori tecnici e burocratici, ma anche sostegni emotivi, mentre i servizi di facilitazione digitale ricreano talvolta un setting “familiare” in chiave istituzionale. Due studi di caso qualitativi mostrano come fiducia, continuità e personalizzazione possano abilitare l’autonomia degli anziani, ma anche come il lavoro emotivo resti spesso invisibile e come il supporto possa tradursi in tensioni e sovraccarichi. Complessivamente, i contributi compongono una mappa multilivello dell’ambivalenza intergenerazionale: dal passaggio di saperi e status nel lavoro, alla redistribuzione (materiale e simbolica) delle responsabilità ecologiche, fino alla trasformazione del rapporto tra cittadini e istituzioni nell’accesso digitale ai diritti. Il panel invita a discutere quando e come l’ambivalenza diventa risorsa di solidarietà e di emancipazione e quando, invece, si irrigidisce in conflitto sterile, colpevolizzazione e frammentazione sociale. Apprendistato, potere e conflitto generazionale nella trasmissione dei saperi artigiani Fabio Gasparini, Università degli studi di Padova
Il contributo indaga il processo di trasmissione del know-how artigiano tra maestri artigiani e apprendisti, interrogandosi su come tale passaggio di saperi pratici, simbolici e relazionali sia oggi attraversato da tensioni e conflitti generazionali. La domanda di ricerca principale riguarda la performatività delle rappresentazioni che i maestri artigiani elaborano sia rispetto al proprio apprendistato sia rispetto a quello delle nuove generazioni: in che modo tali rappresentazioni influenzano concretamente le modalità di insegnamento, apprendimento e riproduzione del sapere professionale? A questa si affiancano tre quesiti specifici: come i maestri descrivono la propria esperienza formativa? Come interpretano quella dei loro apprendisti? Quali effetti producono tali narrazioni nei processi di trasmissione del mestiere? Il quadro metodologico si fonda su un approccio qualitativo interpretativo. La ricerca si basa su 20 interviste in profondità, semi-strutturate, condotte con maestri artigiani operanti nel territorio veneto, riconosciuti formalmente dalla normativa regionale. Le interviste, di durata compresa tra 40 minuti e 2 ore, sono state registrate, trascritte integralmente e analizzate tramite analisi del discorso. L’impianto teorico attinge alla sociologia interpretativa e delle pratiche: le interviste vengono considerate “rappresentazioni di rappresentazioni”, non resoconti oggettivi ma costruzioni simboliche situate. Concetti quali conoscenza tacita, apprendimento incorporato e habitus permettono di leggere la trasmissione del sapere come processo corporeo, relazionale e normativo, non riducibile a mera istruzione tecnica. I risultati evidenziano innanzitutto la centralità delle biografie formative dei maestri. Il loro apprendistato si è svolto in contesti caratterizzati da ingresso precoce nel lavoro, forte gerarchia, disciplina rigida e, talvolta, pratiche vessatorie. Tali esperienze non vengono solo ricordate, ma riattivate come risorse simboliche nella formazione degli apprendisti contemporanei: aneddoti, rituali di rispetto e richiami alla durezza del passato fungono da dispositivi pedagogici impliciti. L’habitus professionale interiorizzato orienta così aspettative, giudizi e stili relazionali. È in questo passaggio che emerge con forza la dimensione del conflitto generazionale. I maestri percepiscono gli apprendisti come meno disposti al sacrificio, più attenti alla retribuzione, meno appassionati e meno perseveranti. Le trasformazioni normative (età minima lavorativa, regolazione degli straordinari), culturali e comunicative rendono irriproducibile il modello formativo del passato. Tuttavia, pur riconoscendo tale irriproducibilità, i maestri continuano a usarlo come parametro valutativo, generando frizioni quotidiane nella bottega. Il conflitto si struttura anche sul piano simbolico: i giovani vengono talvolta costruiti come “capro espiatorio” della crisi dell’artigianato e delle difficoltà di trasmissione del mestiere. Attraverso meccanismi di blaming, le responsabilità sistemiche (trasformazioni del mercato del lavoro, declino demografico della professione, mutamenti educativi) vengono individualizzate sugli apprendisti. Ne deriva una separazione morale tra generazioni fondata su differenti criteri di rilevanza: per i maestri contano dedizione e apprendimento tecnico; per i giovani, secondo la loro rappresentazione, sicurezza economica e qualità della vita. Le conclusioni sottolineano come la trasmissione del know-how artigiano non sia soltanto un processo tecnico, ma uno spazio relazionale attraversato da memorie, valori e dispositivi di potere. Il conflitto generazionale diviene così un nodo critico che incide sulla riproduzione stessa del lavoro artigiano. Superare la retorica colpevolista e spostarsi verso una logica della responsabilità condivisa appare fondamentale per rendere sostenibile il passaggio dei saperi in una società che invecchia e in un settore esposto a forte rischio di perdita culturale, economica e professionale.
Conflitto climatico e riconoscimento intergenerazionale: identità, responsabilità e futuro Isabella Corvino, Università degli Studi di Perugia L’intergenerazionalità è uno dei contesti relazionali privilegiati in cui poter osservare il farsi delle identità e il processo di riconoscimento o misconoscimento. In questo contesto le narrazioni hanno un ruolo importante capace di dar senso o decostruire memorie, asimmetrie di potere, desideri di continuità e spinte di rottura. Questo spazio relazionale non è mai neutro: il processo di individuazione porta a una separazione da modelli percepiti come tradizionali o comunque provenienti da una cultura, se non per intero, almeno in parte superata. Seguendo la traiettoria teorica di Axel Honneth, Paul Ricoeur e George Herbert Mead, l’identità non è mai un dato, bensì un processo e come tale risente degli influssi dell’ambiente di vita che oggi comprende il mondo virtuale e quello analogico, ampliando le reti e i modelli di riferimento. Il conflitto intergenerazionale non rappresenta una deviazione patologica dall’ordine sociale, ma un momento strutturale del divenire identitario. Ogni generazione produce un suo orizzonte di senso strutturato in: valori, linguaggi, narrazioni che rendono possibile l’emergere di sentimenti comprensivi da una certa collettività. La discontinuità che rappresentano da sempre i giovani mette in discussione le forme consolidate avviando un potenziale conflitto. In chiave honnethiana, potremmo dire che il conflitto intergenerazionale è spesso una lotta per il riconoscimento in cui i giovani chiedono di non essere solo destinatari di eredità, ma creatori della loro stessa realtà. Gli adulti, a loro volta, percependo come delegittimante la proposta di nuovi approcci, potrebbe tendere ad imporre la visione che è già sostanziata nelle forme del vivere. Si cercherà di comprendere in che modo il conflitto ambientale contemporaneo si configura come lotta intergenerazionale per il riconoscimento, nella quale le giovani generazioni contestano le scelte del passato rivendicando il diritto al futuro. La ricerca adotta un approccio teorico-critico fondato sui lavori che hanno come tema l’identità come processo relazionale e il paradigma del riconoscimento in dialogo con Axel Honneth e Paul Ricoeur, e l’analisi della letteratura recente sul conflitto climatico intergenerazionale con particolare riguardo all’analisi del movimento ambientale come spazio di ridefinizione simbolica delle responsabilità tra generazioni. Nel conflitto le narrazioni sono a confronto, nel caso emblematico della lotta ambientalista in cui i giovani, oltre a richiedere azioni più decise, accusano le generazioni precedenti di aver scelto un modello di sviluppo che avrebbe compromesso le condizioni di vita delle generazioni future. L’accusa morale incide sul legame sociale tra generazioni divide i gruppi tra responsabili e irresponsabili socialmente. Questo conflitto non è però privo di possibilità di soluzioni positive: da un confronto corretto si può arrivare alla rinegoziazione delle posizioni e un nuovo processo di riconoscimento. L’intergenerazionalità non è semplicemente un dato demografico, è una forma di co-costruzione delle identità che si plasmano vicendevolmente. Il conflitto, dunque, non è distruttivo in sé ma permette di rivalutare e reinterpretare i paradigmi di senso. L’intergenerazionalità tra conflitto e supporto, si configura come uno spazio di “appartenenza dinamica”, non immobilizzata nella riproposizione di schemi da tramandare passivamente ma da reinterpretare alla luce di nuove informazioni e sensibilità che può accadere solo attraverso il confronto e l’incontro. Il conflitto ambientale emerge non solo come denuncia di ingiustizia distributiva, ma come richiesta di riconoscimento morale e politico tra generazioni, mostrando che l’intergenerazionalità, è un processo conflittuale e generativo attraverso cui si ridefiniscono identità collettive e opzioni di futuro condiviso.
Invecchiare nella transizione ecologica: sostenibilità, solidarietà intergenerazionale e impegno civico Simone Carlo - Sara Nanetti, Università Cattolica del Sacro Cuore
Il contributo esamina la relazione tra sostenibilità ambientale e invecchiamento, con particolare attenzione alla solidarietà intergenerazionale e all’impegno civico nelle persone tra i 65 e gli 84 anni. La ricerca parte dalla consapevolezza che nelle società che invecchiano, lo sviluppo sostenibile non può essere affrontato senza considerare il mutamento degli equilibri tra le generazioni. In questa prospettiva, la questione centrale non riguarda soltanto il benessere delle coorti attuali, ma la trasferibilità di risorse materiali e immateriali — patrimonio economico, qualità ambientale, conoscenze, capitale sociale — da una generazione all’altra. La solidarietà intergenerazionale viene così reinterpretata oltre la sfera familiare, ma si estende a una responsabilità più ampia per le condizioni ecologiche e sociali ereditate e trasmesse nel tempo. Lo studio si basa su un’indagine del 2025, condotta su un campione rappresentativo di 6.030 italiani tra i 65 e gli 84 anni (metodologia CATI). Gli orientamenti alla sostenibilità sono misurati attraverso lo strumento SustainABLE-16, che rileva comportamenti pro-ambientali, vincoli economici e credenze/atteggiamenti. L’indice di sostenibilità viene analizzato in relazione alla solidarietà intergenerazionale, indagando in che modo gratitudine e riconoscimento verso le generazioni precedenti, senso di responsabilità verso quelle future e percezione delle difficoltà dei giovani influenzino l’adozione di comportamenti sostenibili da parte degli anziani. L’analisi ha individuato cinque profili esplorando come la consapevolezza ecologica si intrecci con la responsabilità generazionale. I Responsabili (14,7%) mostrano alta consapevolezza della sostenibilità e un forte senso di responsabilità verso i giovani. Riconoscono le difficoltà economiche delle nuove generazioni e interpretano l’impegno ecologico come dovere intergenerazionale. Qui la convergenza tra generazioni si traduce in attivazione civica (sostenuta da capitale culturale e relazionale), superando i confini familiari. Gli Orientati alla Comunità (24,1%) vivono la sostenibilità come ethos relazionale radicato nelle reti locali. La solidarietà intergenerazionale è stabile e fondata sulla reciprocità quotidiana e la convergenza tra generazioni si realizza attraverso vicinanza con la propria comunità più che tramite astratta mobilitazione “ideologica”. I Vulnerabili (16,1%) combinano bassi livelli di sostenibilità e debole orientamento intergenerazionale. Risorse culturali ed economiche limitate riducono consapevolezza e partecipazione. La sostenibilità è guidata in particolare dalla necessità risparmiare. I Tradizionalisti (15,1%) aderiscono ai valori della sostenibilità, ma con scarso impegno civico. Sono sostenibilit perchè si sentono in obbligo verso le leggi e le norme. La solidarietà intergenerazionale è ambivalente: il dovere astratto verso il futuro è riconosciuto, ma raramente si traduce in responsabilità pubblica e impegno. I Pragmatici (29,9%) occupano una posizione intermedia. La loro sostenibilità è moderata e non ideologica, accompagnata da un riconoscimento concreto delle difficoltà dei giovani. Un solido capitale sociale sostiene livelli relativamente elevati di partecipazione civica. Qui solidarietà intergenerazionale e pratiche ecologiche si rafforzano reciprocamente a livello locale. Trasversalmente ai cluster, la solidarietà intergenerazionale emerge come dimensione mediatrice chiave tra consapevolezza ecologica e impegno civico. Tuttavia, non è né automatica né uniformemente distribuita. Dove gli anziani dispongono di reti sociali “ampie e risorse informative, la sostenibilità è più facilmente interpretata come responsabilità condivisa che connette presente e futuro. Dove prevalgono disuguaglianze e ritiro, la sostenibilità rischia di restare confinata a strategie adattive, talvolta motivate anche da esigenze di risparmio economico. Inoltre, il rapporto tra sostenibilità e partecipazione civica risulta non lineare. Gli atteggiamenti pro-ambientali non generano automaticamente mobilitazione: la sostenibilità può rimanere situata nelle routine domestiche o nelle strategie di risparmio. Solo quando la responsabilità intergenerazionale è socialmente radicata e sostenuta da capacità di azione, essa favorisce l’impegno pubblico sui temi ambientali.
Rendere il digitale “familiare”, oltre le competenze: il supporto digitale intergenerazionale tra contesti familiari e istituzionali Giulia Melis, Università degli Studi di Cagliari La ristrutturazione dei servizi di welfare e la digitalizzazione delle pratiche di accesso mirano a rendere la pubblica amministrazione più efficiente e trasparente, trasformando profondamente la relazione tra cittadinanza e istituzioni. Il trasferimento sui singoli della responsabilità di orientarsi in ecosistemi digitali sempre più complessi rischia inoltre di amplificare le disuguaglianze per quei gruppi con meno risorse sociali, culturali e digitali per fronteggiare il cambiamento. Tra queste, le generazioni più anziane risultano mediamente più esposte al divario digitale. La letteratura evidenzia come l’esclusione dipenda non solo dall’accesso alle tecnologie ma anche da motivazione, competenze e pratiche di utilizzo. Tali dimensioni, tuttavia, non possono essere comprese senza considerare la componente sociale dell’apprendimento digitale e le relazioni che mediano le pratiche digitali. In questa prospettiva, la digitalizzazione rappresenta una lente attraverso cui osservare la risignificazione del supporto intergenerazionale. Da un lato, una logica digital-by-default presuppone la capacità della popolazione più anziana di adattarsi autonomamente alla digitalizzazione del welfare; dall’altro, un welfare familistico continua a delegare alla famiglia la gestione dei bisogni di supporto sociale e digitale, rafforzando aspettative di solidarietà intergenerazionale nonostante i cambiamenti demografici e la crisi dei sistemi di cura ne riducano la capacità operativa. La necessità di adeguarsi ai servizi digitali da parte dell’utenza anziana si scontra dunque con reti familiari sotto pressione, in cui figli/e, nipoti e reti di prossimità diventano mediatori essenziali tra utenti anziani/e e istituzioni, assumendo contemporaneamente ruoli di traduzione tecnica, interpretazione burocratica e sostegno emotivo. Questo contributo integra due studi di caso qualitativi condotti in Lombardia. Il primo, basato su interviste narrative longitudinali, esplora pratiche e rappresentazioni di un panel di persone anziane (65-80 anni) rispetto all’esperienza di digitalizzazione nella vita quotidiana, mettendo in luce il ruolo delle reti sociali e familiari che supportano l’accesso ai servizi. Il secondo esamina i servizi di facilitazione digitale attraverso interviste a operatori/-trici e stakeholder, evidenziando il lavoro di cura sotteso alle pratiche di supporto istituzionali. Attraverso la cornice del “warm expert”, l’analisi esplora la componente relazionale ed emotiva della facilitazione digitale tra generazioni, osservando processi di interpretazione dei bisogni, costruzione di fiducia e interazioni simboliche che accompagnano la trasmissione di competenze digitali. I risultati mostrano potenzialità e limiti delle reti di supporto digitale tra generazioni. La fiducia interpersonale, insieme a un supporto integrato, personalizzato e continuativo, emerge come elemento centrale nell’abilitare le persone anziane a un utilizzo più autonomo dei servizi, sia nel contesto familiare sia quando un setting familiare viene ricreato nell’ambito delle attività di facilitazione istituzionale. Allo stesso tempo, il lavoro emotivo svolto dai professionisti della facilitazione risulta poco riconosciuto, mentre nel contesto familiare la richiesta di supporto può tradursi in tensioni legate all’autonomia delle persone anziane e alla ridefinizione dei ruoli tra generazioni. In conclusione, le ambivalenze che caratterizzano le pratiche di supporto digitale evidenziano la necessità di riconoscere la dimensione relazionale e intergenerazionale dell’inclusione digitale, a livello analitico e di policy. Una facilitazione istituzionale personalizzata, che integri efficienza amministrativa e attenzione ai contesti di vita, così come ai contesti di welfare locale, appare invece centrale per sostenere l’accesso ai servizi digitali promuovendo l’autonomia e evitando il sovraccarico delle reti familiari.
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| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 06: Conflitti di genere Luogo, sala: Aula 10 Chair di sessione: Paola Panarese |
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Le culture di celebrazione del femminicida in Italia: uno studio basato sui metodi digitali Sapienza Università di Roma, Italia Lo studio analizza gli immaginari culturali e discorsivi (Caliandro & Gandini, 2024) che si sviluppano sui social media a proposito della figura del femminicida, considerata oggetto di conflitto simbolico tra narrazioni opposte. Da un lato, critiche femministe presentano il perpetratore come prodotto di strutture patriarcali (Taylor & Jasinski, 2011); dall’altro, alcune comunità online ne costruiscono rappresentazioni celebrative. Il contributo si concentra sulla costruzione e celebrazione digitale del femminicida. Gli studi esistenti hanno esaminato la rappresentazione del femminicida nella stampa (Morrone & Capecchi, 2024; Dell’Anno, 2021; Saccà, 2021), che riproduce la relazione con la vittima, il conflitto relazionale, il raptus e lo ritrae come psicologicamente instabile, geloso e mostruoso. Inoltre, gli articoli di giornale enfatizzano la dimensione passionale del delitto e la reputazione del femminicida. Tuttavia, le ricerche esistenti trascurano come le comunità dei social media costruiscano la rappresentazione del femminicida, favorendo processi di celebrificazione (Driessens, 2013) e contribuendo così alla normalizzazione del femminicidio come fatto sociale (Durkheim, 1982). Per colmare questa lacuna, il contributo considera la manosfera (Bainotti & Semenzin, 2021), in particolare gli Incel (Azzolari, 2021), già noti per aver celebrato Elliot Rodger (Ging, 2019), e i dark fandoms, definiti da Broll (2020) come comunità di fan che si identificano con o celebrano individui che hanno commesso atti atroci. Combinando la ricerca femminista sul femminicidio (Taylor & Jasinski, 2011) con studi sulla celebrazione dei killer (Cecil, 2020) nel contesto della piattaformizzazione (Duffy et al., 2019), lo studio risponde alla seguente domanda di ricerca: in che modo le comunità online, alimentate dalla circolazione di notizie di cronaca nera sui social media, contribuiscono alla costruzione dello status di celebrità del femminicida e alla normalizzazione del femminicidio? Il contributo fa parte di un progetto più ampio che combina metodi digitali (Rogers, 2009), inseriti in un framework qualitativo (Caliandro & Gandini, 2017), con la ricerca qualitativa tradizionale (Cardano, 2011), e presenta risultati iniziali sulla celebrazione digitale del femminicida. Focalizzandosi su casi recenti di femminicidi in Italia - Filippo Turetta, Alessandro Impagnatiello, Stefano Argentino e Mark Samson - è stata condotta un’analisi cross-platform su video TikTok e Instagram, articolata in due fasi. Nella prima fase, lo studio esplora come gli account di media tradizionali, gli account di informazione nativi digitali e i creatori di contenuti true crime rappresentino il femminicida attraverso narrazioni e immaginari culturali. Sono stati considerati account con più di 500.000 follower e, tra quelli che hanno trattato questi casi, è stato costruito un dataset composto dai 24 video più apprezzati in termini di like, analizzati tramite un’analisi del contenuto etnografica (Altheide, 1987) e un’analisi critica del discorso (Fairclough, 1997). La seconda fase esamina come la manosfera e i dark fandoms utilizzino queste narrazioni per costruire rappresentazioni celebrative del femminicida. Attraverso un campionamento basato sugli hashtag dei nomi dei perpetratori e delle vittime, sono stati analizzati i 36 video più apprezzati in termini di like, mediante un’analisi del contenuto etnografica, un’analisi visuale del contenuto (Caliandro & Gandini, 2017) e un’analisi critica del discorso; inoltre, è stata condotta un’analisi delle narrazioni nei commenti (Caliandro & Gandini, 2017). I risultati della prima fase confermano le rappresentazioni evidenziate dalla letteratura, caratterizzate da narrazioni sensazionalistiche e drammatizzate, modellate ulteriormente dalle logiche di visibilità e viralità delle piattaforme. Inoltre, il contributo evidenzia contro-narrazioni che presentano il femminicida come un individuo ordinario. La seconda fase mostra come gli Incel e i dark fandoms sfruttino la circolazione di notizie di cronaca nera su TikTok e Instagram per amplificare la celebrazione del femminicida attraverso ironia, dark humor e cultura dei meme. Queste pratiche rafforzano atteggiamenti misogini, alimentano conflitti discorsivi e simbolici e contribuiscono alla normalizzazione del femminicidio come pratica sociale. Il forum r/RedPillWomen e la costruzione narrativa dei ruoli di genere nelle piattaforme digitali 1: Università degli Studi di Enna "Kore", Italia; 2: Università della Calabria Abstract Il contributo propone un’analisi del subreddit r/RedPillWomen come spazio digitale di socializzazione ideologica e di produzione narrativa del conflitto intragenere, collocando il fenomeno all’interno delle trasformazioni comunicative e culturali proprie della società contemporanea. La comunità si sviluppa in stretta continuità con l’universo della manosfera e con le matrici ideologiche dell’alt-right maschile, rielaborandone in chiave femminile il lessico della gerarchia e della complementarità di ruolo (Proctor, 2023). Attraverso un approccio di digital ethnography (Sumiala & Tikka, 2020) e una codifica tematica induttiva ispirata alla grounded theory (Charmaz, 2006), l’articolo esamina il ruolo svolto dal wiki del forum nel plasmare le dinamiche di genere e i processi di socializzazione di norme e valori condivisi, a partire dalla rilettura collettiva di due testi canonici del repertorio tradwife e red pill: Fascinating Womanhood di Helen Andelin (1963) e For Women Only di Shaunti Feldhahn (2004). Il corpus dei contenuti analizzati è stato organizzato e classificato in macro-categorie tematiche emerse dall’analisi induttiva dei commenti e dei materiali del wiki, al fine di individuare le principali cornici discorsive attraverso cui vengono costruiti ruoli, responsabilità e gerarchie di genere. L’ipotesi di fondo è che tali pratiche non si limitino a esprimere un orientamento conservatore, ma contribuiscano a strutturare una vera e propria grammatica simbolica del conflitto contemporaneo. In questa grammatica, la crisi delle relazioni di genere viene narrata come esito della modernità, del femminismo e della progressiva dissoluzione dei ruoli tradizionali. All’interno di questo quadro prende forma un conflitto intragenere, che oppone due figure femminili costruite discorsivamente: da un lato la donna “moderna”, emancipata e professionalizzata; dall’altro la donna “tradizionale”, orientata alla famiglia e alla complementarità gerarchica (Bower, 2025). Tale riorganizzazione simbolica non è neutra: si innesta su una più ampia cornice culturale in cui il richiamo alla “tradizione” interseca retoriche nazionaliste e, in alcuni casi, immaginari identitari riconducibili all’universo suprematista bianco. Pur non configurandosi sempre come esplicita adesione all’estremismo, la comunità rielabora e normalizza categorie e narrazioni circolanti negli ambienti alt-right, contribuendo alla loro diffusione in forma culturalmente più legittimata e affettivamente accettabile. Il contributo dialoga con il dibattito sulle dinamiche di polarizzazione digitale, mostrando come le piattaforme non si limitino a ospitare conflitti simbolici, ma ne amplifichino l’intensità attraverso meccanismi di visibilità algoritmica e di eco ideologica (Bentivegna & Boccia Artieri, 2019). Le narrazioni prodotte in r/RedPillWomen non si configurano come mera reazione difensiva, bensì come contro-narrazione organizzata che interpreta la crisi sistemica delle relazioni di genere come perdita di ordine simbolico e propone il “ritorno alla tradizione” quale soluzione normativa e affettiva. In questa chiave, il caso analizzato consente di riflettere su come i processi culturali contemporanei trasformino il conflitto in principio organizzatore dell’identità e su come le narrazioni digitali contribuiscano a rimodulare gli spazi della convivenza, oscillando tra promessa di cura simbolica e riproduzione delle gerarchie. Abitare il crash. Violenza di genere digitale, piattaforme e pratiche di resistenza Sapienza Università di Roma, Italia La violenza digitale di genere rappresenta un fenomeno di crescente pervasività negli ambienti comunicativi contemporanei (Henry et al. 2020; Hall et al 2022). Essa si manifesta attraverso diverse pratiche – cyberstalking, molestie, hate speech, doxing, deepfake – che colpiscono in modo sproporzionato donne e persone LGBTQIA+ (Powell et al. 2018), riproducendo e amplificando disuguaglianze e squilibri di potere storicamente radicati. Tali processi di “mutual shaping” (MacKenzie e Wajcman 1999) tra disuguaglianze strutturali e logiche algoritmiche influenzano le modalità di partecipazione, visibilità e presenza negli spazi informativi digitali. In questo contesto, il presente contributo analizza le pratiche attraverso cui utenti dei social media sfruttano le affordances di piattaforma (Nagy e Neff 2015) per costruire ambienti digitali personalizzati – spesso descritti come “bolle” – come risposta alla pervasività della violenza digitale genere. Inserendosi nel dibattito sociologico sulle “filter bubbles” e sulle “echo chambers”, tradizionalmente interpretate come dispositivi di polarizzazione e frammentazione dello spazio pubblico (Pariser 2011; Quattrociocchi 2016; Sunstein 2018), il paper propone una lettura alternativa che ne mette in luce la dimensione esperienziale, relazionale e politica come pratica di protezione, cura e resistenza (Bonini e Trerè 2025). Le domande di ricerca che guidano l’analisi sono: in che modo la costruzione di “bolle digitali” da parte di utenti può essere interpretata come una risposta ai conflitti che attraversano gli ambienti informativi contemporanei? Quali sono le implicazioni che questi tentativi di tutela esprimono per le forme di solidarietà e responsabilità collettiva negli spazi connessi? Il lavoro si basa sull’analisi tematica (Braun e Clarke 2012) di 50 interviste semi-strutturate realizzate nell’ambito di [omesso per peer review] sull’esplorazione delle diverse forme di violenza di genere abilitate da tecnologie digitali, e sulle pratiche di resilienza, resistenza e autodeterminazione elaborate dagli/lle utenti. Le interviste hanno coinvolto un insieme diversificato di utenti in termini di identità di genere, orientamento sessuale, fasce anagrafiche, collocazione geografica e titolo di studio. L’analisi adotta un quadro teorico informato dagli Internet Studies e dagli Science and Technology Studies, con particolare attenzione ai processi di negoziazione tra utenti e architetture di piattaforma (Autor* 2024; Parisi e Comunello 2020; Autor* 2025). I risultati mostrano come le bolle digitali non vengano vissute dagli utenti come spazi di chiusura o isolamento, ma piuttosto come ambienti più sicuri e abitabili, all’interno dei quali è possibile condividere esperienze di violenza, costruire relazioni e forme di supporto reciproco. In questo senso, la personalizzazione degli ambienti digitali emerge come una pratica di cura e di auto-tutela che si sviluppa in un contesto di profonda sfiducia nei confronti delle piattaforme e dei loro sistemi di moderazione, percepiti come inadeguati nel contrastare la violenza. Di fronte a questa condizione, le soggettività più esposte al rischio di abuso – quali donne e persone LGBTQIA+ – assumono un ruolo attivo nella gestione della propria esposizione al rischio di abuso online, interagendo strategicamente con le affordance di piattaforma per ridefinire i confini di visibilità e circoscrivere le proprie interazioni in spazi di autotutela spesso definiti come “bolle”. Tuttavia, tali bolle non rimandano a un processo di filtraggio algoritmico opaco e automatico (Pariser 2011), quanto piuttosto ad ambienti costruiti intenzionalmente attraverso un lavoro continuo e consapevole di selezione di contenuti e relazioni, dunque di controllo dell’esposizione. Le “bolle digitali” emergono quindi come tentativi di contrastare le forme di polarizzazione e violenza che attraversano gli ambienti informativi contemporanei. Al tempo stesso, tali pratiche sollevano interrogativi critici nella misura in cui concorrono a riprodurre disuguaglianze meno visibili che si manifestano sotto forma di lavoro di cura e di audience labor necessari e funzionali alla sostenibilità dell’ecosistema di piattaforma. La validazione maschile come dispositivo simbolico e conflittuale: una ricerca esplorativa sulla Male Validation in Italia 1: Università G. Fortunato Benevento; 2: Università Telematica San Raffaele Roma; 3: Università di Urbino Carlo Bo; 4: Università di Salerno Con l’espressione male validation si intende un processo simbolico e relazionale che - in contesti eteronormativi e patriarcali - vincola la legittimazione sociale e identitaria al riconoscimento e all’approvazione da parte di soggetti maschili. In una prospettiva sociologica, tale dinamica si colloca nella più ampia costruzione culturale del genere come pratica performativa e relazionale, in cui l’identità individuale si struttura attraverso processi di riconoscimento e regolazione sociale.La validazione maschile, in questo quadro, non rimane nella sfera dei bisogni psicologici individuali del riconoscimento, ma può esser letta come un dispositivo sociale che riflette diseguaglianze di potere storicamente radicate. La letteratura sui regimi simbolici di genere ha infatti evidenziato come l’approvazione maschile operi quale forma di capitale simbolico, capace di incidere sul valore sociale attribuito ai corpi, ai comportamenti e ai percorsi biografici delle donne, degli stessi uomini e di altre identità. In questa prospettiva la validazione maschile si intreccia con le norme della femminilità enfatizzata e con le strutture della maschilità egemonica contribuendo alla riproduzione di gerarchie relazionali e aspettative normative. La male validation, dunque, può essere letta come un processo di regolazione sociale che orienta pratiche, desideri e forme di autopercezione. Il contributo si inserisce nel tema del convegno “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti” interrogando la male validation come punto di frizione: da un lato circolano infatti narrazioni di autonomia, parità e autodeterminazione, mentre dall’altro persistono gerarchie di genere che definiscono chi merita riconoscimento, desiderabilità, credibilità e status. La domanda di ricerca è la seguente: come viene narrata, ricercata e negoziata la validazione maschile in Italia, e quali forme di conflitto simbolico e gestione emotiva produce quando l’approvazione è concessa, ritirata o contestata? In particolare, l’analisi mette a fuoco la tensione tra agency e condizionamenti culturali, mostrando come la ricerca di approvazione possa funzionare insieme come meccanismo di legittimazione sociale, come strategia di adattamento e come fattore di vulnerabilità simbolica, con ricadute su autopercezione, comportamenti, aspettative, pratiche relazionali e confini identitari nei contesti interpersonali e mediali. La presente indagine esplorativa esamina il fenomeno della male validation attraverso un approccio interdisciplinare che integra studi di genere, sociologia delle emozioni e teoria critica. Il disegno di ricerca è qualitativo ed esplorativo, basato su interviste semi-strutturate a soggetti di genere maschile, con diverso orientamento sessuale. Le interviste ricostruiscono episodi e micro-situazioni di riconoscimento e disconferma, sia in contesti interpersonali sia in ambienti mediali L’analisi, orientata alla ricostruzione dell’universo simbolico e culturale della validazione, produrrà una tipologia di repertori narrativi e di scenari di conflitto in cui il riconoscimento maschile viene messo in gioco: come risorsa di status tra pari, come criterio di desiderabilità e rispettabilità nelle relazioni, come autorizzazione a prendere parola e a definire il reale in spazi pubblici e semi-pubblici. Il paper discute infine le implicazioni sociologiche di questa economia del riconoscimento, mostrando come la male validation contribuisca a riprodurre gerarchie relazionali e aspettative normative, ma anche come possa diventare un terreno di contestazione e rinegoziazione nei conflitti culturali contemporanei. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 07: Teorie e pratiche dell'IA Luogo, sala: Aula 11 Chair di sessione: Giovanni Ciofalo |
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Dire A e Dire CON gli LLM: conflitti sommersi nell’uso dell’IA Generativa da parte degli studenti universitari 1: Istituto Universitario Salesiano Venezia (Iusve), Italia; 2: Università eCampus L’ingresso dell’Intelligenza Artificiale Generativa nella quotidianità degli studenti universitari solleva una questione che supera la mera dimensione tecnica e intercetta il piano della relazione utente-macchina. Recenti studi nell’ambito accademico italiano documentano la rapida diffusione di strumenti come ChatGPT nelle pratiche di studio e l’emergere di una zona grigia tra utilizzi concreti e aspettative d’uso dell’IA (Ciofalo, Pedroni & Setiffi, 2023), in un contesto nel quale la riflessione critica sulle modalità di interazione con questi sistemi resta largamente assente dai percorsi formativi (Fiorucci & Bevilacqua, 2024; Selwyn, 2024). Il presente contributo riporta i risultati iniziali di una ricerca qualitativa ancora in corso, con un’impostazione di tipo Grounded Theory (Charmaz, 2006), che ha sinora evidenziato interessanti aspetti di conflittualità emergente tra rappresentazione della tecnologia e pratiche d’uso. Gli studenti partecipanti alla ricerca dichiarano, infatti, di concepire l’IA generativa come mero strumento che utilizzano anche nelle loro attività di studio, e tuttavia nell’uso concreto dei chatbot, essi attivano schemi comunicativi propri dell’interazione interpersonale. In prospettiva transdisciplinare, questa riflessione esplora le implicazioni dello scarto, interrogando il ruolo dello script conversazionale inscritto nell’interfaccia e le sue implicazioni epistemiche. Il contributo riporta dei risultati che evidenziano dunque uno scarto tra concezioni e pratiche. Sul piano dichiarativo, gli studenti definiscono l’IA come strumento subordinato all’intenzione umana, rivendicando il controllo del processo e negando alla macchina capacità di comprensione autonoma. Sul piano delle pratiche, tuttavia, trasferiscono sull’IA gli schemi comunicativi propri dell’interazione interpersonale: utilizzano formule di cortesia, attribuiscono al sistema capacità di comprensione, manifestano frustrazione quando l’output non corrisponde alle aspettative e mettono in atto strategie di riparazione. L’analisi identifica nello script conversazionale il meccanismo generativo di questo conflitto: lo stesso design che produce comunicazione plausibile alimenta un’illusione epistemica nella quale l’output statisticamente generato viene assunto come conoscenza, con il rischio di una progressiva disattivazione del pensiero critico (Loru et al., 2025). La ricerca contribuisce al dibattito sulla condizione umana nell’interazione con gli artefatti algoritmici documentando il conflitto tra concezione strumentale e pratica relazionale come fenomeno interno e sommerso, non riducibile a inconsistenza individuale. Il ruolo dell’AI generativa nella gestione dei conflitti relazionali e nella costruzione dell’intimità digitale degli/delle adolescenti in Italia 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: Università di Padova Il contributo analizza come le/gli adolescenti italiane/i utilizzano l’Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) per gestire questioni di natura intima, sessuale/romantica e i possibili conflitti che ne derivano. Recenti studi hanno evidenziato come la pervasività della GenAI nella vita quotidiana (Han et al. 2025; per l’Italia, Save the Children, 2025; Eukidsonline, 2026) e il ruolo che essa assume nelle vite degli/delle adolescenti meriti un approfondimento in ragione delle sperimentazioni affettive e della scoperta dell’intimità, della sessualità e dell’identità di genere che caratterizzano questa fase di vita. Finora il dibattito scientifico si è concentrato principalmente sulle forme di pseudo-intimità (Adewale e Muhammad, 2025) o sulle relazioni affettive o sessuali che gli utenti possono sperimentare attraverso la GenAI (Zhou e Guan, 2025), anche grazie alla sua natura antropomorfica (Song et al., 2022; Bennato, 2025). Nello specifico è stato indagato il livello di coinvolgimento che gli utenti creano con questi agenti sociotecnici per replicare interazioni romantiche o renderle più soddisfacenti (Saga et al.,2025), anche grazie alla creazione di contenuti che siano da stimolo sessuale, per se stessi o per il/la partner (Willoughby et al., 2025). Poco esplorato (Sun et al., 2026) è il ruolo attribuito dagli/dalle adolescenti alla GenAI nella costruzione e nella gestione della vita intima. Il presente studio intende colmare questo vuoto conoscitivo, rispondendo ai seguenti interrogativi:
Utilizzando un approccio qualitativo, sono state condotte 49 interviste semi-strutturate ad adolescenti italiani (16-18 anni), analizzate attraverso una qualitative content analysis (Mayring, 2021). La traccia è stata costruita attraverso il metodo partecipativo, che ha coinvolto un gruppo di teenager. I risultati evidenziano che le/gli adolescenti si rivolgono in qualsiasi momento alla GenAi per chiedere consigli sull’intimità o sulla gestione di conflitti interiori derivanti da varie forme di incertezza relazionale. La GenAI amplia lo spettro dei significati attribuiti al comportamento del partner in situazioni specifiche e offre supporto alla gestione delle relazioni in tempo reale, suggerendo come interpretare i comportamenti dell’altro/a o come rispondere ai messaggi in caso di conflitti o rotture. La GenAI risulta particolarmente supportiva per gli adolescenti LGBTQ+, che la usano per esplorare la propria intimità. La portabilità e il grado di confidenza personale restituito dalla GenAI ne fanno uno spazio intimo e protetto per esprimere dubbi, paure e insicurezze legate alla sessualità. In generale, anche se la GenAI compensa lacune sui temi dell’intimità, non è usata principalmente con finalità conoscitive, ma per la risoluzione immediata di problemi relazionali che emergono su altre piattaforme (ad es. WhatsApp). Le/Gli adolescenti esprimono scetticismo sull’affidabilità delle risposte fornite dalla GenAI nelle questioni intime, soprattutto in riferimento al fatto che l’IAG, a differenza dei motori di ricerca come Google, tende a offrire un’unica risposta che lascia poco spazio all’agency. Di fronte al dibattito pubblico e politico conflittuale sull’educazione affettivo-sessuale, l’IAG colma il vuoto lasciato dagli agenti di socializzazione e si rivela più competitiva grazie alle affordances che rendono l’interazione con essa più personale, personalizzabile e continua. Accelerazione, disuguaglianze e narrazioni: diffusione dell’AI e selezione comunicativa 1: Univesità degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale; 2: Università degli Studi di Teramo Il rapporto tra innovazione tecnologica e comunicazione è stato frequentemente interpretato come introduzione di nuovi strumenti o ampliamento delle possibilità espressive. Tuttavia, le recenti controversie legate al 5G e alla circolazione delle informazioni nelle piattaforme digitali mostrano come l’innovazione intervenga nelle condizioni sociali della fiducia, nei processi di legittimazione delle informazioni e nei criteri attraverso cui le narrazioni vengono accettate, contestate o rifiutate. In questo quadro, la presente proposta sostiene che l’intelligenza artificiale contribuisce a ridefinire le condizioni di possibilità della comunicazione. In questa prospettiva, il contributo si interroga su come l’integrazione dell’AI nei processi comunicativi possa trasformare i criteri attraverso cui le narrazioni vengono riconosciute come affidabili. L’ipotesi è che l’AI sposti progressivamente i meccanismi di legittimazione dalla verifica dell’origine alla performatività dei contenuti. Ciò che risulta funzionale alla prosecuzione della comunicazione tende a essere riconosciuto come affidabile, indipendentemente dalla natura, umana o artificiale, della fonte. Per sviluppare questa tesi, il contributo adotta un approccio teorico-interpretativo e riprende in chiave sociologica la teoria della diffusione dell’innovazione di Rogers (2003), assumendo l’innovazione come fatto sociale. L’adozione dell’AI è interpretata come esito di processi relazionali, culturali e comunicativi, nei quali le caratteristiche dell’innovazione - vantaggio relativo, compatibilità, complessità, sperimentabilità e osservabilità - operano come condizioni di probabilità della diffusione. Tra queste dimensioni, la compatibilità emerge come fattore decisivo. I sistemi generativi apprendono e riproducono linguaggi, repertori simbolici e pratiche comunicative già esistenti, inserendosi nelle interazioni quotidiane senza apparente discontinuità. Questa forma di compatibilità mimetica favorisce la naturalizzazione dei contenuti prodotti dall’AI e rende meno visibili i processi di selezione che ne sostengono la plausibilità. La crescente integrazione dell’AI nei circuiti comunicativi produce un effetto ulteriore: l’erosione dei criteri tradizionali attraverso cui distinguere tra intelligenza umana e artificiale. In condizioni di opacità rispetto all’origine dei contenuti, la fiducia tende a riorientarsi verso la performance comunicativa, ovvero verso la capacità di un messaggio di risultare pertinente, comprensibile e utile nel contesto dell’interazione. In questo senso, all’AI viene attribuita una forma di capitale sociale, inteso come riconoscimento di legittimità nelle reti comunicative. Il contributo propone di interpretare l’AI non solo come tecnologia, ma come attore comunicativo cui viene attribuito riconoscimento e legittimità. Riprendendo la distribuzione degli adottatori proposta da Rogers, il contributo evidenzia come l’accesso differenziale a risorse economiche, culturali e relazionali condizioni non solo l’adozione dell’AI, ma anche la capacità di utilizzarla per produrre, interpretare e contestare narrazioni. Si configura così un “artificial divide” che si sovrappone al digital divide, distinguendo tra soggetti in grado di integrare l’AI nei propri processi comunicativi e soggetti che ne subiscono gli effetti. Emergono così nuove forme di disuguaglianza comunicativa, che si articolano nella capacità di orientare i processi di produzione e interpretazione delle narrazioni. Infine, la produzione automatizzata e la rapidità di circolazione dei contenuti rafforzano dinamiche della post-verità, in cui il conflitto sociale emerge da processi di selezione comunicativa che amplificano alcune narrazioni oscurandone altre. In una società caratterizzata da elevata incertezza, l’intelligenza artificiale agisce come dispositivo che riorganizza le condizioni di visibilità, fiducia e plausibilità della comunicazione. In questa prospettiva, l’AI può essere interpretata come un moltiplicatore di probabilità comunicative che, accelerando i tempi di produzione e riconoscimento dei contenuti, comprime gli spazi della riflessività e ridefinisce i criteri di stabilizzazione delle narrazioni. Ciò implica uno spostamento analitico dalle tecnologie come strumenti alle tecnologie come condizioni strutturali della comunicazione. Complessivamente, il contributo mostra come l’AI ridefinisca i criteri di legittimazione delle narrazioni, riorienti i meccanismi di fiducia verso la performance comunicativa e produca nuove linee di differenziazione sociale, inserendosi nel dibattito su innovazione, comunicazione e disuguaglianze nelle società contemporanee. Dalla post-verità alla post-autorialità? Piattaforme, AI generativa e conflitti epistemici 1: Università degli Studi della Tuscia, Italia; 2: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Italia Negli ultimi anni il dibattito sulla post-verità ha progressivamente spostato l’attenzione dalle fake news come contenuti falsi alla trasformazione degli ecosistemi informativi e delle forme di autorità epistemica (Wardle & Derakhshan 2017; Lazer et al. 2018, Levitin 2016). L’emergere dell’AI generativa introduce un ulteriore elemento di discontinuità: non solo filtri e algoritmi di selezione, ma sistemi capaci di produrre testi, immagini e argomentazioni formalmente coerenti, plausibili e contestualmente adattive (Buchanan et al. 2021; Bontcheva 2024). In questo scenario, il contributo propone di interrogare il passaggio dalla “post-verità” a una possibile “post-autorialità”, intesa come ridefinizione strutturale delle pratiche di produzione, mediazione e validazione del sapere nelle piattaforme digitali (Gillespie 2018). Domanda di ricerca. In che modo l’utilizzo dell’AI generativa può contribuire a ristrutturare le forme di autorità epistemica nei contesti di conflitto (politico, culturale, geopolitico) e quali implicazioni produce rispetto alla tradizionale lettura della post-verità come crisi del rapporto tra fatti ed emozioni? L’ipotesi è che l’AI non rappresenti una causa lineare della disinformazione, ma un acceleratore di conflitti epistemici già inscritti nella piattaformizzazione dell’informazione e nella lunga storia della produzione di informazioni e contenuti in diverse epoche storiche (Striphas 2023; Woolley, Howard 2018; Benkler et al. 2018; Hochschild, Einstein 2015). Quadro teorico. Il contributo si colloca all’interno di una prospettiva mediologica ed ecosistemica che supera una concezione meramente strumentale delle tecnologie (Autor* 2017, Weinberger 2011). Riprendendo l’idea che ogni trasformazione dei supporti di esternalizzazione del sapere modifichi le forme della conoscenza stessa, si assume che le piattaforme e i modelli generativi non siano semplici strumenti, ma ambienti che ridefiniscono le condizioni di produzione e circolazione del discorso pubblico, e in ultima analisi gli stessi orizzonti di possibilità di azione (Gillespie 2018). In questa cornice, la nozione di autorità viene analizzata come costrutto storico e relazionale, continuamente negoziato tra attori, infrastrutture tecniche e dispositivi economico-politici (Kozyreva et al. 2020). Approccio metodologico. Il paper adotta un’analisi teorico-critica integrata da osservazioni di casi esemplificativi relativi all’uso dell’AI generativa in contesti conflittuali (campagne elettorali, conflitti armati, polarizzazioni culturali), includendo forme di synthetic media (Chesney, Citron 2019). L’attenzione è rivolta non alla verifica puntuale dei singoli contenuti, ma alle trasformazioni delle pratiche discorsive: produzione automatizzata di sintesi persuasive, simulazione di expertise, ibridazione tra umano e macchina nella scrittura pubblica (Bontcheva 2024). L’obiettivo è individuare pattern ricorrenti di ridefinizione dell’autorialità e della responsabilità. Risultati attesi. L’analisi mostra che un certo utilizzo dell’AI generativa può tendere a produrre un effetto di “iper-plausibilità”: contenuti formalmente coerenti che rendono meno visibili i processi di costruzione del sapere e più opache le catene di responsabilità. Nei contesti di conflitto, ciò non elimina la dimensione emotiva già evidenziata nel dibattito sulla post-verità, ma la integra con una nuova dinamica: la delega cognitiva a sistemi opachi percepiti come neutrali da persone senza adeguate competenze (Kozyreva et al., 2020). Ne deriva una ridefinizione dell’autorialità che non coincide con la scomparsa dell’autore, ma con la sua distribuzione tra utenti, piattaforme e modelli. Pertinenza e conclusioni. In linea con il panel “Informazione, piattaforme e post-verità nei conflitti”, il contributo sostiene che la questione centrale non sia la mera proliferazione di contenuti falsi, bensì la ristrutturazione delle condizioni epistemiche del conflitto (Wardle & Derakhshan 2017; Lazer et al. 2018). In risposta, si propone un ripensamento della media literacy in chiave ecosistemica: non solo fact-checking, ma comprensione critica delle logiche generative, delle architetture di piattaforma e delle responsabilità distribuite (Bruno et al. 2025; UNESCO, 2023). Più che delegare la governance della verità agli algoritmi, si tratta di formare soggetti capaci di abitare consapevolmente l’incertezza, riconoscendo la dimensione culturale e politica delle tecnologie generative. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 08: Letteratura ed elaborazione del conflitto Luogo, sala: Aula 16 Chair di sessione: Sergio Brancato |
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Festival letterari indipendenti come spazi di contro-narrazione e soggettivazione politica: il caso GKN Università degli Studi di Milano-Bicocca, Italia Negli ultimi decenni, la produzione culturale e creativa ha assunto un ruolo profondamente ambivalente nelle trasformazioni urbane contemporanee, collocandosi al crocevia tra logiche estrattive, dispositivi di valorizzazione economica e possibilità di contestazione simbolica e politica. Se, da un lato, le politiche urbane neoliberali hanno mobilitato cultura e creatività come risorse per il branding territoriale e la competizione interurbana, dall’altro pratiche culturali dal basso hanno agito come spazi di contro-narrazione, dando forma a immaginari alternativi e rendendo visibili conflitti sociali spesso rimossi o depoliticizzati. Il contributo analizza i festival letterari indipendenti e oppositivi come luoghi in cui la creatività contemporanea si configura come dispositivo di testimonianza, elaborazione simbolica e presa di parola collettiva in contesti segnati da crisi sistemiche e conflitti prolungati. In particolare, i festival vengono letti come spazi di produzione di narrazioni capaci di intrecciare esperienza estetica, memoria del conflitto e immaginazione politica, contribuendo alla costruzione di contro-pubblici subalterni e a processi di soggettivazione politica. Collocandosi nel dibattito critico sugli studi urbani e sui festival culturali, la ricerca si distanzia dalle interpretazioni che riducono tali eventi a strumenti di rigenerazione urbana o consumo culturale, per concentrarsi invece sul loro potenziale come laboratori simbolici e politici in cui il conflitto non è neutralizzato, ma reso narrabile, condivisibile e attraversabile. Il quadro teorico integra la teoria dei contro-pubblici subalterni, una concezione della politica come riconfigurazione del sensibile e una prospettiva relazionale dello spazio, mettendo questi approcci in dialogo attraverso il concetto di alleanza intersezionale. Quest’ultima è intesa come pratica situata di solidarietà tra soggettività eterogenee, fondata su obiettivi comuni piuttosto che su identità fisse, e proposta come chiave analitica per comprendere la capacità dei festival di estendere la propria portata oltre i confini spazio-temporali dell’evento. Empiricamente, l’intervento presenta i primi risultati di una ricerca qualitativa in corso sul Festival della Letteratura Working Class, organizzato presso l’ex fabbrica GKN di Campi Bisenzio. Attraverso osservazione partecipante e interviste preliminari, il contributo esplora come il festival riconfiguri uno spazio post-industriale come luogo di produzione culturale, conflitto del lavoro e rielaborazione simbolica, mettendo in luce tanto il potenziale trasformativo quanto le tensioni e le ambivalenze che attraversano le pratiche creative dal basso nel contesto urbano neoliberale. L’evoluzione del paradigma narrativo della Battle Royale dalla Parigi di Balzac alla “foresta oscura” cosmica de "Il problema dei 3 corpi" di Liu Cixin Università di Cagliari, Italia Attraverso un’analisi delle narrazioni ottocentesche, in particolare quelle riconducibili all’opera di Honoré de Balzac, il contributo si propone di mostrare come lo storytelling capitalista fondato sulla scarsità delle opportunità, sulla costruzione della reputazione individuale e, soprattutto, sulla competizione sia rimasto strutturalmente invariato, pur adattandosi ai mutamenti tecnologici, mediali e produttivi. Il frame narrativo dominante che ha legittimato storicamente la competizione come principio organizzatore della vita sociale, economica e simbolica delle società occidentali e poi del mondo intero ha avuto come contronarrazione non tanto una basata sulla collaborazione ma soprattutto sul ritiro sociale o l’autoisolamento. Quest’ultimo è rintracciabile già nella letteratura tra XIX e XX secolo (Musil, Kafka, Mann, Svevo, Huysmans, Flaubert, Canetti, etc.), attraverso l’invenzione di personaggi che si rifiutano di scendere nello spazio pubblico e affrontare la competizione, preferendo isolarsi in ambienti chiusi, osservando il mondo da una distanza protetta, preferibilmente da una finestra (prefigurazione dei futuri schermi cinematografici, televisivi e oggi digitali), e anticipando le forme contemporanee di ritiro sociale fino ai fenomeni estremi degli hikikomori. Il contributo analizza poi le narrazioni contemporanee, evidenziando la forte continuità del paradigma della competizione nel contesto del capitalismo neoliberale e informazionale attuale. In particolare, si concentrerà sul modello narrativo della “Battle Royale” che, popolarizzato nel 1999 grazie all’omonimo romanzo dello scrittore giapponese Koushun Takami, negli ultimi 25 anni ha ispirato numerosi racconti di successo, a livello mondiale soprattutto tra gli adolescenti e gli young adult, e in tutti i media: Hunger Games, Squid Game, Fortnite, Alice in Borderland, Player One, etc. Qui la competizione è portata all’estremo ed è inserita, molto più che in passato, in un frame fortemente gamificato: spazi chiusi o arene, fisici o digitali, in cui individui o gruppi si affrontano in una lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza, l’aumento di reputazione o un premio finale. Queste narrazioni funzionano come metafore di un sistema neocapitalista sempre più informazionale che non sembra avere più nemici o limiti (socialismo e welfare) e che, mettendo in produzione ogni emozione ed esperienza, è riuscito ad anticipare e intensificare la competizione fin dalle prime fasi formative dell’individuo. Ad una radicalizzazione del racconto della competizione si contrappone oggi una eguale radicalizzazione di contronarrazioni basate su ritiro sociale e autoisolamento soprattutto nei teen drama: Euphoria, Skam e Mare fuori ne sono esempi emblematici Un ulteriore livello di estremizzazione del paradigma competitivo è rintracciabile nella fantascienza contemporanea, attraverso la metafora della “foresta oscura”, resa popolare dalla saga Il problema dei tre corpi di Liu Cixin che estende la logica della competizione o dell’autoisolamento all’intero universo cosmico. In questo scenario, l’altro (l’alieno) è sempre potenzialmente una minaccia e la collaborazione appare troppo rischiosa, lasciando come uniche alternative l’attacco preventivo o l’invisibilità. Tale immaginario risulta sorprendentemente coerente anche con dinamiche geopolitiche attuali, fondate su logiche di sfiducia, deterrenza e guerra preventiva. A fronte di questo quadro, il contributo si interroga sulla possibilità di costruire narrazioni della collaborazione capaci di sottrarsi al frame competitivo o dell’autoisolamento. Sebbene l’industria culturale abbia prodotto storie di collaborazione di successo, queste risultano quasi sempre attivate in presenza di un nemico, di un’emergenza o di una minaccia esterna. La sfida, soprattutto per chi oggi si occupa di comunicazione pubblica, politica e sociale, è dunque quella di sviluppare un immaginario e uno storytelling della collaborazione “per” qualcosa e non “contro” qualcuno, capace di rendere narrativamente affascinanti anche pratiche collaborative ordinarie e preventive e non solo emergenziali o belliche. Laboratori di realtà. Philip K. Dick e la genealogia narrativa del conflitto epistemico contemporaneo Link Campus University, Italia Qual è la natura del conflitto quando ciò che viene messo in discussione non è solo il contenuto delle narrazioni, ma la struttura stessa della realtà condivisa? Questa proposta intende interrogare l’opera di Philip K. Dick come laboratorio anticipatore del conflitto epistemico contemporaneo, inteso come tensione strutturale intorno alla produzione, legittimazione e stabilizzazione del reale. La domanda di ricerca è la seguente: in che modo le narrazioni dickiane prefigurano le attuali dinamiche di crisi epistemica, caratterizzate da regimi di visibilità instabili, disordine informativo, sfiducia e competizione tra realtà alternative? L’ipotesi è che i dispositivi narrativi messi in scena dallo scrittore statunitense – dalla scatola empatica di Do Androids Dream of Electric Sheep? alla semi-vita di Ubik, fino al sistema informativo di Valis – non siano (solo) semplici espedienti fantascientifici, ma modelli anticipatori della condizione mediale contemporanea. Il quadro teorico di riferimento integra la sociologia della cultura e della comunicazione, la critica del capitalismo informazionale, e le teorie sull’infosfera e sull’intelligenza collettiva. Metodologicamente, l’intervento adotta un approccio mediologico e un’analisi testuale intesa non come esegesi letteraria, ma come ricostruzione di configurazioni simboliche capaci di illuminare trasformazioni storiche. Nei romanzi degli anni Sessanta, Dick mette in scena universi alternativi generati da droghe, dispositivi tecnologici o entità semi-divine. Tuttavia, il punto centrale non è la fuga dalla realtà, bensì la moltiplicazione dei livelli di realtà e l’instabilità dei criteri di verificabilità. In The Three Stigmata of Palmer Eldritch, l’esperienza indotta dal Chew-Z è irreversibile: una volta entrati nel mondo alternativo, non è più possibile distinguere il reale dal simulato. In Do Androids Dream of Electric Sheep?, la religione merceriana si rivela artificiale ma finisce col non perdere la sua efficacia simbolica. In Ubik, la regressione temporale segnala l’instabilità del reale e la fragilità dell’orizzonte condiviso. Questi dispositivi narrativi anticipano una condizione oggi diffusa: la competizione tra cornici interpretative che non si limitano a descrivere il mondo, ma lo producono performativamente. La post-verità non appare allora come semplice distorsione, ma come crisi strutturale della fiducia nei meccanismi di validazione. Dick mostra come le realtà artificiali (religiose, mediali, consumistiche) siano ambienti abitabili, dotati di coerenza interna, capaci di assorbire l’identità dei soggetti. La fase tarda dell’opera radicalizza questo quadro. In Flow My Tears, the Policeman Said, tuttavia, viene messo in scena un universo in cui identità e biografie possono essere cancellate o riscritte da un ordine mediale pervasivo, mentre la “rete” telefonica descritta anticipa una forma di connessione elettronica intensificata, capace di produrre dipendenza e comunione mistica, dissolvendo i confini tra esperienza reale e realtà mediata. In A Scanner Darkly, si denuncia esplicitamente la produzione sistematica di “pseudorealtà” da parte di media, corporation e istituzioni politiche. In Valis, l’informazione stessa diventa entità autonoma, anticipando la centralità dell’infosfera e la trasformazione dell’ambiente mediale in sistema auto-organizzante. La realtà, insomma, è sempre più il risultato di processi di mediazione tecnologica. Il risultato dell’analisi suggerisce che il conflitto centrale messo in scena da Dick non sia politico in senso stretto, ma ontologico ed epistemico: una lotta per la definizione di ciò che conta come reale. In questo senso, la sua opera offre una genealogia simbolica della società dell’incertezza, nella quale crisi climatiche, sanitarie ed economiche si intrecciano con una crisi della fiducia e della verificabilità. La pertinenza rispetto al tema del convegno risiede nel considerare la narrazione non tanto come rappresentazione del conflitto, ma come dispositivo che lo genera. Le narrazioni dickiane mostrano come le crisi sistemiche siano inseparabili da conflitti intorno al senso e alla realtà. Ripensare l’umanità oggi significa allora interrogare la vulnerabilità epistemica dei soggetti immersi in ambienti mediali che moltiplicano e destabilizzano il reale. Letteratura “tragica” e conflitto culturale e mediale: il caso israeliano Università di Roma "La Sapienza", Italia Quale tipo di nesso esiste tra produzione artistica-letteraria e conflitto? Ed esiste un campo di azione specifico, per così dire, che appare proprio dell’arte e della letteratura? In effetti, la prima attua una pratica di sintesi del significato, metaforizzandolo in modo iconico; la seconda sviluppa, al contrario, una pratica di “spiegamento” lento e riflessivo delle questioni. In senso letterale: appiana le pieghe, le rende visibili. Ma quale letteratura? Umberto Eco ne Il superuomo di massa (1976) offriva delle coordinate ancora oggi utili. Secondo lui esiste una letteratura “tragica” e una consolatoria. L’Edipo re suscita problemi e non li risolve, Stagecoach di John Ford invece li scioglie. La prima è problematica e catartica, perché chiude la vicenda ma non elimina i fantasmi che ha suscitato. L’altra invece è rassicurante e consolatoria perché risolve entrambi i problemi. Si può aggiungere che la letteratura tragica raggiunge il suo culmine nel momento del massimo conflitto, sia esso sociale, economico, politico, culturale e mediale, allorché cioè tali nodi vengono al pettine e diviene ineludibile misurarsi con essi in modo spietato e senza speranza di consolazione. Da questa angolatura, la presente proposta rientra nel contesto di una delle tematiche suggerite dal convegno: “creatività contemporanea e condizione dell’umano: arti e linguaggi (letteratura, musica, danza, teatro, comics) come dispositivi di testimonianza, contro-narrazione e rielaborazione simbolica delle fratture sociali”. Il rapporto tra letteratura “tragica” e conflitto viene qui osservato attraverso un filtro teorico e metodologico che rimanda alla sociologia degli immaginari e alla mediologia, dunque alla interpretazione dell’assetto metaforico testuale. Se gli immaginari rappresentano un grande sistema comunicativo che costruisce identità attraverso narrazioni di carattere metaforico allora c’è da chiedersi che cosa avvenga quando tali immaginari entrano in crisi o si scontrano con le trasformazioni storiche e con le proprie variabili e contraddizioni interne, e come la letteratura filtri e gestisca tutto ciò. D’altro canto, tali immaginari si modificano anche in relazione ai cambi dei sistemi mediali, dunque in relazione ad un conflitto profondo di ambienti che a loro volta costruiscono senso. Tale nodo viene scandagliato attraverso il caso di studio della letteratura israeliana, e di due fasi della sua storia. La prima riguarda gli scrittori nati in Israele tra gli anni ’30 e gli anni ’50, con una analisi de Il signor Mani (1990) di Abraham B. Yehoshua, Una storia d’amore e di tenebra (2002) di Amos Oz e A un cerbiatto somiglia il mio amore (2009) di David Grossmann. La seconda prende in considerazione autori più recenti, e in particolare: Eshkol Nevo (1971-): Nostalgia (2004) e Tre piani (2017) e Roy Chen (1980-): Il grande frastuono (2025). Si osserva da subito come la risposta al conflitto nella prima generazione sia totale: produce romanzi ma anche saggi critici e interpretativi (per mano degli stessi scrittori) e pone le vicende individuali come metafora di una dimensione generale e storica più ampia. Nella seconda generazione le situazioni individuali divengono centrali e il mondo intorno regredisce a quadro di riferimento. Il terribile conflitto in atto da ormai settanta anni incrocia negli ultimi due decenni un ulteriore scontro di carattere mediale che finisce per ridimensionare il ruolo guida della letteratura (e della intellettualità) nella riflessione tragica del conflitto, affidando l’osservazione ad un medium più attuale e veloce, meno lento e immersivo, rappresentato dalle serie tv, e lasciando all’opera letteraria un margine che pare limitato all’analisi psicologica individuale. Forse anche in questo si può riscontrare la profonda trasformazione della società israeliana, che appare sempre meno capace di riflettere su sé stessa e sulla complessità del mondo in cui si trova. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 09: Narrazioni e vissuti delle migrazioni Luogo, sala: Aula 13 Chair di sessione: Paola Rebughini |
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Il gioco dell’ombra. Storytelling mobile e partecipazione digitale nei minori migranti non accompagnati. University of Modena and Reggio Emilia, Italia Il contributo propone una riflessione metodologica e teorica sul participatory transmedia storytelling (PTS) come dispositivo di ricerca-azione nei contesti migratori contemporanei, assumendo come caso di studio il progetto transmediale Shadow Game (www.shadowgame.eu), realizzato con minori migranti non accompagnati (Unaccompained Mgrant Children – UMC) lungo la rotta balcanica e nei Paesi di arrivo europei. L’obiettivo è interrogare il PTS non soltanto come tecnica di documentazione audiovisiva, ma come pratica di facilitazione comunicativa capace di incidere sulle condizioni di produzione di senso, visibilità e riconoscimento degli UMC. Il quadro teorico si colloca all’incrocio tra nuova sociologia dell’infanzia, mediazione dialogica e sociologia della comunicazione. In tale prospettiva, la partecipazione non è intesa come elemento accessorio o retorico, ma come condizione strutturale dell’agency e dell’autorità epistemica dei bambini. Il PTS viene quindi concepito come metodologia che redistribuisce, almeno parzialmente, il potere narrativo e riorganizza le asimmetrie generazionali e istituzionali attraverso processi di negoziazione, co-costruzione dell’agenda e condivisione delle scelte rappresentative. Il focus dell’analisi è duplice. Da un lato, si indaga la forma culturale del “Game” – espressione con cui i ragazzi definiscono l’attraversamento delle frontiere lungo la rotta balcanica – come paradigma narrativo e cognitivo. Il viaggio viene strutturato come una sequenza di livelli, prove, ostacoli e strategie, in una logica che ibrida storytelling e gaming. Tale metafora non è meramente retorica, ma organizza l’esperienza vissuta, orienta le pratiche di coordinamento e produce una grammatica condivisa di senso tra pari. Dall’altro lato, si analizzano le pratiche di mobile filmmaking in prima persona, evidenziando come lo smartphone funzioni simultaneamente da strumento di sopravvivenza, dispositivo relazionale e mezzo di autorappresentazione. L’analisi dei lungometraggi Shadow Game e Mind Game, insieme ai materiali digitali prodotti dagli stessi protagonisti, consente di mettere in luce il carattere processuale e relazionale della partecipazione. Il lavoro non si limita a “dare voce” ai minori, ma costruisce un contesto in cui la voce può essere esercitata in modo situato e strategico. Le scelte su cosa filmare, cosa omettere e come autorappresentarsi diventano momenti centrali di esercizio dell’agency, in un equilibrio costante tra documentazione delle violazioni subite e gestione della propria immagine pubblica. La facilitazione non elimina le asimmetrie, ma le rende oggetto di riflessività e negoziazione. Il PTS emerge così come metodologia articolata su tre livelli: epistemico, in quanto riconosce i minori come produttori di conoscenza situata sulle pratiche migratorie; interazionale, perché ridefinisce le condizioni della comunicazione tra adulti e minori; trasformativo, poiché connette il processo filmico a spazi di advocacy e rivendicazione dei diritti, come dimostrato dalla realizzazione partecipata di una petizione sul riconoscimento dei diritti degli UMC. In tal senso, il progetto non si esaurisce nel prodotto narrativo transmediale, ma si configura come infrastruttura comunicativa che intreccia documentario, gaming, piattaforme digitali e attivazione pubblica. Il PTS costituisce una pratica sociologicamente rilevante per analizzare e al tempo stesso intervenire nelle dinamiche di rappresentazione dei minori migranti, tra subordinazione, trauma e conflitto sociale. Esso permette di superare la dicotomia tra migrante-vittima e migrante-minaccia, evidenziando invece la dimensione culturale e relazionale dell’agency dei bambini. In un contesto segnato da regimi istituzionali di attesa e controllo, la facilitazione della comunicazione diventa uno spazio in cui si negoziano identità, diritti e forme di cittadinanza simbolica. Il caso analizzato mostra come le culture digitali contemporanee possano funzionare non solo come ambienti tecnologici delle migrazioni, ma come campi di sperimentazione metodologica per una sociologia della comunicazione attenta ai processi di co-produzione del reale e alle condizioni di esercizio dei diritti dei soggetti minorenni. Fratture narrative. Migrazioni e genere tra appartenenza, identità e trasformazioni sociali Università di Macerata, Italia Nel dibattito sociologico contemporaneo, le narrazioni non costituiscono soltanto modalità di rappresentazione dell’esperienza, ma vere e proprie infrastrutture di legittimazione: dispositivi simbolici attraverso cui si definiscono appartenenze, si stabiliscono gerarchie e si rendono accettabili determinati assetti sociali. Nei contesti di trasformazione e crisi, tali infrastrutture vengono messe alla prova, producendo fratture tra racconti istituzionali e vissuti individuali. In questa prospettiva, il contributo propone di leggere le narrazioni come luoghi in cui si costruisce e si contesta l’ordine sociale, assumendo come casi empirici i processi migratori italiani e le dinamiche di genere tra sfera privata e politiche pubbliche. Il primo contributo analizza le narrazioni legate all’emigrazione italiana, con particolare attenzione al passaggio dalla prima alla seconda generazione. La prima generazione ha spesso costruito il proprio racconto attorno ai temi del sacrificio, della resilienza e della speranza, contribuendo a legittimare una visione moralmente positiva dell’esperienza migratoria e a consolidare forme di appartenenza comunitaria transnazionale (Canovi, 2011; Salsi, 2013; Frisina, 2016; Martiniello, 2017). Le seconde generazioni, invece, mettono in discussione queste narrazioni unitarie, evidenziando tensioni identitarie, ambivalenze e conflitti tra eredità familiare e appartenenza al paese di crescita (Levitt, 2009). Attraverso due ricerche empiriche incentrate sull’emigrazione italiana in Belgio, la prima, fondata su 14 video interviste realizzate all’interno delle comunità italiane () e la seconda, basata su 32 interviste biografiche (Bichi & Maestripieri, 2012) rivolte ai discendenti di migranti italiani arrivati nel paese tra il 1946 e il 1976, il contributo mostra come il “crash” emerga quando le narrazioni consolidate non riescono più a contenere la pluralità delle esperienze e delle identità contemporanee, producendo nuove forme di negoziazione simbolica. Il secondo contributo si concentra sulle narrazioni di genere, esplorando il loro ruolo sia nella costruzione biografica delle identità sia nella definizione delle politiche pubbliche. A livello individuale, le narrazioni consentono di articolare vissuti che possono confermare o contestare le norme di genere dominanti (Cagnolati & Covato, 2016; Mazeikiene, 2015). In un primo caso l’analisi di 21 interviste semi-strutturate a uomini e donne che gestiscono aziende familiari in Italia e Spagna evidenzia come i racconti funzionino da dispositivi di legittimazione di ruoli tradizionali o, al contrario, da strumenti di ridefinizione delle aspettative (Ulivieri & Biemmi, 2011). In un secondo caso, sul piano istituzionale, l’analisi di 19 interviste a testimoni privilegiati coinvolti nella redazione dei Gender Equality Plan in diversi Paesi europei mostra come le narrazioni ufficiali sull’uguaglianza producano specifiche rappresentazioni del problema di genere, orientando priorità, soluzioni e modelli di intervento (Leca & Barin Cruz, 2021; Zilber, 2024). Anche in questo caso, il conflitto emerge nello scarto tra retoriche inclusive e pratiche organizzative, tra dichiarazioni di principio e trasformazioni effettive. Nel loro insieme, i due contributi di ricerca mostrano che le narrazioni operano come infrastrutture attraverso cui si legittimano identità migranti, ruoli di genere e modelli istituzionali. Il “crash” si manifesta quando tali infrastrutture entrano in tensione con la complessità dei vissuti contemporanei, aprendo spazi di ridefinizione simbolica e politica. In tal senso, l’analisi delle narrazioni consente di comprendere come migrazione e genere rappresentino campi privilegiati per osservare le fratture tra memoria, appartenenza, potere e trasformazione sociale. Migrazione e disabilità. Una riflessione sulla doppia invisibilità e la giustizia sociale attraverso il podcast “Il doppio confine Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Italia Le migrazioni sono un tema caldo nel dibattito pubblico e mediale, non solo nazionale ma internazionale (de Haas et al., 2019). Nella conformazione dell’alterità come nemica inizia ad emergere nella comunità scientifica il disvelamento dell’intersezione tra background migratorio e disabilità, quale lente di ingrandimento per il primato di non-persone (Dal Lago, 1999, Yeo, 2024; Bogdanoski, 2026; Burch e Wilkin, 2025; Bacakova et al., 2026; Melbøe e Soldatìc, 2025). Il contributo partendo dalla analisi di un clima di difficile integrazione (Vox Diritti, 2025, Autor* 2024, Autor* 2025) sviluppa una riflessione sulla condizione di doppia marginalità vissuta dalle persone con disabilità e background migratorio, assumendo come quadro analitico la matrice dell'oppressione (Adams et al., 2016) e di odio. L'intersezionalità tra migrazione e disabilità non viene trattata come semplice sovrapposizione di svantaggio, ma come effetto di un sistema di oppressione reticolare che opera simultaneamente sul piano conscio e inconscio, attraversando e intrecciando le dimensioni individuale, sociale e culturale. È in questa struttura profonda che si radica la doppia invisibilità simbolica e materiale che raramente trova spazio nei discorsi pubblici e nei media mainstream. Guardando alla giustizia sociale quale obiettivo e processo, il contributo adotta un approccio qualitativo e critico articolato su due livelli. Il primo è teorico-interpretativo: attraverso le lenti congiunte dei disability studies e dei media studies, si esplora come la matrice dell'oppressione strutturi le narrazioni disponibili sull'esperienza intersezionale, producendo forme di annullamento simbolico che i media possono riprodurre o, in alcune condizioni, cominciare a incrinare. Il secondo livello è applicativo ed esplorativo: il podcast Il doppio confine, prodotto da LEDHA nell'ambito del progetto europeo Ci Siamo in collaborazione con Fondazione ISMU, viene analizzato come dispositivo mediale situato e come pratica di autonarrazione capace di far emergere biografie che rivelano i piani e le tensioni dell'oppressione nella loro concretezza vissuta. Le storie di Aziz (Marocco), Zahra (Iran) e Tamru (Etiopia) sono lette come testi culturali situati, attraverso cui interrogare se e come il formato podcast possa sfidare la logica dell'invisibilità intersezionale e contribuire a una coesione sociale autenticamente democratica (Fuchs, 2021). L'analisi si avvale di interviste semi-strutturate con i protagonisti degli episodi e con i professionisti delle associazioni coinvolte, al fine di raccogliere prospettive situate tanto sull'esperienza incarnata quanto sulle scelte narrative adottate. I risultati mostrano come il podcast produca una rottura significativa rispetto ai frame dominanti della commiserazione e dell'assenza. Tuttavia, le interviste rivelano tensioni irrisolte tra l'esperienza vissuta e le possibilità espressive offerte dal formato, mentre le scelte narrative degli sviluppatori riflettono una consapevolezza solo parziale della complessità strutturale dell'oppressione. In questa prospettiva, il contributo avanza l'ipotesi di una riflessività mediale come pratica possibile e necessaria: una modalità di produzione di contenuti che non si limiti a rappresentare le vulnerabilità, ma che orienti attivamente lo sguardo collettivo verso la comprensione delle loro cause strutturali (Dalvit, 2025, Varma, 2025). Ciò implica scelte narrative consapevoli — nella selezione delle voci, nella costruzione del contesto, nel ritmo stesso dell'ascolto — capaci di allenare l'ascoltatore a riconoscere la natura sistemica delle disuguaglianze, piuttosto che ridurle a storie individuali di resilienza o di sofferenza. Un media riflessivo non si rivolge alla compassione, ma alla cognizione critica: sollecita domande sulle condizioni che rendono possibile l'esclusione, attiva connessioni tra esperienze apparentemente distanti, e restituisce all'ascoltatore non solo l'immagine di chi abita le frontiere, ma gli strumenti per leggere le frontiere stesse. Questo richiede un lavoro di posizionamento esplicito e la capacità di progettare spazi di ascolto, quali praxis di giustizia sociale, che non neutralizzino la complessità nella visibilità, ma la rendano un dispositivo di educazione critica alla differenza e all’altro. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 10: “Maranza” tra panico morale, controculture e conflitti simbolici: media, scuola e culture musicali nella costruzione di una figura liminale Luogo, sala: Aula 17 Chair di sessione: Oscar Ricci |
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“Maranza” tra panico morale, controculture e conflitti simbolici: media, scuola e culture musicali nella costruzione di una figura liminale 1: Università Milano-Bicocca, Italia; 2: Università di Bologna; 3: Università di Genova; 4: Collegio Carlo Alberto Negli ultimi anni, la categoria di “maranza” è emersa con forza nello spazio pubblico italiano, trasformandosi rapidamente da etichetta gergale e sottoculturale a dispositivo interpretativo onnipresente nei media, nel dibattito politico e nelle istituzioni educative. Il termine, inizialmente legato a specifici codici estetici e musicali, è diventato progressivamente una figura-sintomo capace di condensare ansie collettive, conflitti generazionali, tensioni di classe e processi di razzializzazione. Le narrazioni giornalistiche sui “Maranza”: dal paternalismo alla razzializzazione tramite il dispositivo del panico morale Federico Pilati, Università di Bologna Il presente contributo analizza l’evoluzione della fi gura del "maranza" nel discorso giornalistico italiano, indagando come una categoria estetica si sia trasformata in un dispositivo di panico morale e in un catalizzatore di istanze securitarie.
Maranza insostenibili: Conflitti simbolici nella scuola e contro-narrazioni incorporate dalle giovani generazioni Lorenzo Pedrini, Università degli Studi di Milano Bicocca Abstract
Basta! Free tutti i maranza. Il gioco di specchi tra artisti e audience nella trap italiana. Il paper guarda alla scena trap italiana in quanto contesto nel quale artisti e pubblico collaborano alla costruzione del profilo dei maranza, tra processi di inversione dello stigma ed etichettamento. In questo quadro, la figura del maranza – storicamente stigmatizzata e oggi rivendicata – emerge come modello estetico e posizionamento “politico” condiviso da una generazione che nel costruire senso di appartenenza trasgredisce il perimetro della classe e rinegozia i regimi di distinzione culturale. Se da un lato la scena nasce in contesti di marginalità urbana e svantaggio ed è incarnata soprattutto da artisti di seconda generazione, dall’altro è oggi un fattore di fascinazione interclasse, diventando influente anche per l’audience bianca e borghese. Questa dinamica mette in discussione prassi consolidate di relazione tra centro e periferia, così come tra mainstream e underground nella produzione culturale, e innesca forme di conflitto intergenerazionale. Attingendo a [omesso per peer review] (Autor* 2024) l’intervento si concentra su due dimensioni principali. La prima riguarda le interazioni tra artisti e pubblico mediata dalle piattaforme. Instagram, YouTube e TikTok costituiscono in questo senso gli ambienti di co-costruzione identitaria in cui snippet, stories, reel e commenti costruiscono una relazione diretta e circolare tra trapper e audience, in un gioco di specchi in cui il pubblico prosumer amplifica la narrazione biografica degli artisti e genera forme comunitarie che arricchiscono il capitale simbolico dei trapper. La seconda dimensione esplora gli immaginari generazionali e il valore assunto dalla cultura trap in quanto musica “dei giovani per i giovani”, spazio di parresia e prospettiva privilegiata dalla quale osservare come i giovani assimilino e rielaborino diverse contraddizioni prodotte dalla cultura neoliberale, con particolare riferimento alle retoriche del merito, il desiderio di consumo e la rivendicazione di autenticità. Il pubblico maranza si riconosce infatti una narrazione che celebra il successo individuale senza esprimere istanze di cambiamento ma, anzi, mostrando desiderio di partecipazione. L’emancipazione dalle condizioni di svantaggio viene in questo quadro fatta coincidere con la capacità di diventare protagonisti della produzione culturale e del mercato pur mancando “di credenziali” – titoli educativi, profili professionali tradizionali, anzianità di presenza nella scena musicale – legittimate dal mondo adulto. In questo gioco di specchi, l’artista diventa modello aspirazionale e insieme prodotto della stessa condizione che racconta; l’audience, a sua volta, performa l’identità maranza attraverso estetiche, pratiche digitali e rituali, contribuendo a consolidare il senso di appartenenza alla scena. L’idea che attraversa il paper è che la trap riconfiguri il rapporto tra cultura giovanile e cultura egemone: non si tratta di antagonismo subculturale, ma di forme ibride di ibridazione tra denuncia della condizione di marginalità, critica implicita, adesione al mercato e riarticolazione simbolica delle gerarchie di gusto. “Per risultare scomodi siamo sembrati omofobi e misogini”: Maschilità e misoginia nella trap italiana contemporanea Laura Della Schiava, Collegio Carlo Alberto A partire dal 2016, la trap si è imposta come uno dei principali linguaggi espressivi della GenZ in Italia, assumendo una posizione centrale tanto nelle culture giovanili quanto nell’industria musicale mainstream. La trap viene spesso interpretata come spazio di auto-rappresentazione generazionale, autenticità e rottura rispetto ai codici culturali dominanti, suggerendo una dimensione emancipatoria e contro-egemonica. Il presente contributo propone invece una lettura più problematizzante, interrogando criticamente la presenza di misoginia nella produzione trap italiana, con particolare attenzione agli artisti emersi negli ultimi anni e maggiormente identificabili con l’universo simbolico della GenZ. L’obiettivo è analizzare la costruzione della maschilità nell’immaginario della musica trap, considerando misoginia e omofobia come dispositivi strutturali per la definizione e la reificazione della maschilità, nonché strumenti di accumulazione di capitale simbolico, in continuità con gli studi sulla maschilità egemonica e sulla performatività di genere. Si ipotizza che nei testi tali pratiche discorsive non siano semplici eccessi retorici o provocazioni stilistiche, ma strumenti centrali nella costruzione di una maschilità competitiva, eteronormativa e omosociale: l’oggettivazione della femminilità, la rappresentazione di una sessualità dominatrice e la denigrazione dell’omosessualità contribuiscono a delineare modelli di maschilità egemonica fondati su potere e dominio simbolico. L’analisi empirica della misoginia nella musica trap si fonda su un corpus di oltre tredicimila testi rap e trap italiani, raccolti tramite tecniche di web scraping e sottoposti a un’analisi quantitativa con strumenti di Natural Language Processing (NLP); questo approccio consente di identificare e quantificare schemi ricorrenti di linguaggio e rappresentazioni discorsive legate alla denigrazione delle donne, alla sessualizzazione, alla violenza di genere e all’omofobia. I risultati indicano che circa un terzo dei testi analizzati contiene almeno un riferimento misogino, prevalentemente manifestato attraverso l’oggettivazione e la degradazione delle donne, mentre solo una minoranza include |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 4 - Panel 11: Ripensare l’educazione nella crisi. L’arte come narrazione e pedagogia per la giustizia ecologica e sociale Luogo, sala: Aula 15 Chair di sessione: Valentina Cappi Chair di sessione: Melissa Moralli Chair di sessione: Pierluigi Musarò |
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Ripensare l’educazione nella crisi. L’arte come narrazione e pedagogia per la giustizia ecologica e sociale 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Cagliari, Italia; 3: Università di Milano-Bicocca, Italia; 4: Università di Torino, Italia; 5: Save The Children & Politecnico di Torino, Italia Negli ultimi tre decenni le scienze sociali hanno esplorato in maniera crescente non solo il potenziale delle arti e delle pratiche artistiche nel costituire un’alternativa alle narrazioni dominanti di fenomeni e temi polarizzanti, ma anche nel creare spazi di ri-costruzione e negoziazione di saperi, pratiche e immaginari contro-egemonici. Le arti e le pratiche artistiche sono state progressivamente indagate come dispositivi di soggettivazione, resistenza, cura e partecipazione, capaci di plasmare l’esperienza sociale, oltre a promuovere processi individuali e collettivi di costruzione di senso e significato (Mouffe, 2007; Badham, 2013; Mazzara, 2019; Oso, Ribas-Mateos, Moralli, 2025). È in quest’ultima accezione, e solo molto di recente, che la sociologia ha iniziato ad esplorare anche il ruolo delle narrazioni e dei linguaggi artistici nel supportare pedagogie volte all’acquisizione o al rafforzamento di competenze, abilità e consapevolezze utili ad interpretare e attraversare le crisi e le conflittualità contemporanee, in contesti educativi formali e informali (Tota & De Feo, 2022). Negli ultimi decenni, infatti, la cosiddetta educazione basata sulle arti si è affermata come un approccio pedagogico multiforme per affrontare le disuguaglianze educative e sociali, promuovere l'inclusione e sostenere un apprendimento critico, agentivo, riflessivo e potenzialmente trasformativo in termini sociali, interculturali ed ecologici (Schneider & Rohmann, 2021; Mansfield et al., 2024). Parallelamente, il crescente ricorso a metodologie creative e partecipative nella ricerca sociale - in particolare negli studi sulle disuguaglianze e sulle marginalità - ha evidenziato il potenziale trasformativo dei metodi arts-based nella produzione di conoscenza, ampliando la “comunità di interpretazione” e mettendo in discussione paradigmi metodologici e gerarchie epistemiche, nonché asimmetrie tra ricercatori e partecipanti (Jones & Leavy, 2014; Hui, 2023). Muovendo da questo scenario, che restituisce l’idea di un campo di ricerca e di pratica in rapida trasformazione, questo panel intende mettere in dialogo contributi teorici e ricerche empiriche che esplorino il ruolo delle arti e delle pratiche artistiche come spazi educativi e pedagogici formali e informali capaci di rappresentare, raccontare, promuovere (o ostacolare) trasformazioni materiali, sociali, emotive e culturali di fronte alle disuguaglianze e ai conflitti della contemporaneità. In particolare, il panel vuole aprire una discussione sul potenziale delle arti nel contrastare fenomeni quali l'esclusione, le discriminazioni, i sentimenti di impotenza e di ansia nei confronti del futuro e nel supportare pratiche di resistenza, riparazione simbolica e reimmaginazione di contesti, territori e comunità.
PAPER 1 Art attack! L’arte come pratica d’appartenenza e riconoscimento nei giovani con background migratorio Ilenya Camozzi (Università di Milano-Bicocca) e Barbara Pizzetti (Università di Milano-Bicocca)
Negli ultimi anni, gli effetti delle crisi sistemiche sulla convivenza sociale hanno alimentato un vivace dibattito sulle forme contemporanee dell’appartenenza (Yuval Davis 2006; Antonsich 2010). I diversi livelli di posizionamento dei soggetti nella struttura sociale, le identificazioni soggettive che ne derivano e i sistemi di valori etico-politici di una società improntano l’appartenenza contemporanea (Yuval Davis 2006). In questa articolazione, lo spazio-tempo del quotidiano è dimensione fondativa (Antonsich 2010). L'appartenenza può essere intesa, infatti, come sensazione intima di sentirsi “a casa” e come risorsa discorsiva che “rivendica, giustifica o resiste a forme di inclusione/esclusione socio-spaziale” (ibidem, 645). La riflessione sull’appartenenza ha così superato la prospettiva stato-centrica dell’inclusione-esclusione formale dei cittadini ed esplora oggi il sense of belonging di molteplici attori sociali, spesso marginalizzati. Negli youth studies, in particolare, numerosi contributi hanno indagato le configurazioni dell’appartenenza dei giovani alla luce della rete complessa di relazioni affettive e famigliari, dei processi di riconoscimento e dei luoghi/territori che intersecano le loro biografie (Cuervo e Wyn 2014; Cuervo e Wyn 2017; Harris et al 2021; Autor* 2024). L’obiettivo del paper è contribuire alla riflessione analizzando il ruolo che l’arte può svolgere nei processi di identificazione e riconoscimento dei giovani. Sebbene lo studio sul ruolo dell’arte nell’attivare e rafforzare dinamiche di appartenenza – spesso in modo situato (negli spazi urbani) e politico (in termini di cittadinanza) – sia consolidato (Acord e DeNora 2008; Badham 2013; Oso, Ribas-Mateos, Moralli, 2025), questo processo appare meno indagato nell’esperienza giovanile. Il contributo esamina il ruolo dell’arte, quando al centro dei processi educativi non formali, nel promuovere forme di appartenenza tra adolescenti con background migratorio e nel contrastare le disuguaglianze educative e sociali, favorendo apprendimenti critici ed emancipatori. L’analisi si basa su un progetto di ricerca sull’arts-based education che ha visto la realizzazione di quattro casi-studio in contesti educativi formali e non formali nella città di Milano. Nello specifico, si presentano le riflessioni emerse dall’analisi di un caso studio non formale situato in un quartiere multiculturale della periferia nord della città, spesso oggetto di discorsi politici e mediatici improntati alle implicazioni violente della convivenza. Qui, da diversi anni, sono proposti laboratori artistici gratuiti (danza, musica, teatro) per ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 16 anni, in maggioranza con background migratorio. Costruito attraverso interviste semi-strutturate ai responsabili delle attività, focus group (con cartografia emozionale) con i partecipanti e osservazioni etnografiche durante i laboratori, lo studio di caso ha consentito di esplorare i diversi livelli di appartenenza che l’arte alimenta in modo diretto e indiretto. L’appartenenza si configura in termini territoriali, ma anche relazionali e comunitari – lo spazio dei laboratori crea incontro e amicizie, finanche si eleva a ‘famiglia elettiva’, soprattutto per chi vive la famiglia d’origine in modo conflittuale – e interculturali. Centrale resta tuttavia la dimensione artistica dell’appartenenza. L’arte emerge come spazio del sé e della relazione con gli altri, insieme “via di fuga” e “àncora”, e quando condivisa pubblicamente diventa pratica di riconoscimento, intrecciandosi con una dimensione politico-performativa dell’appartenenza: suonare insieme e condividere un palco di fronte a un pubblico è appartenere. L’analisi esplora anche i risvolti sugli adulti: sulle famiglie e gli educatori. I laboratori contribuiscono a ridefinire appartenenze, ruoli educativi e circuiti di cura rappresentando per i genitori con background migratorio luoghi di socialità e accesso a risorse territoriali e sociali altrimenti difficilmente raggiungibili, nonché un dispositivo per un coinvolgimento attivo nei processi di parental involvement/engagement e di facilitazione della comunicazione/relazione fra scuola e famiglie migranti. L’arte assurge così a pratica generativa di una 'comunità nella e per la comunità', favorendo processi di riconoscimento, appartenenza e inclusione sociale per i giovani e le famiglie con background migratorio.
PAPER 2 Pratiche artistiche partecipative per immaginare futuri possibili: giustizia climatica e inclusione sociale nei territori colpiti dalle alluvioni Lorenza Villani (Università di Bologna), Melissa Moralli (Università di Bologna), Valentina Cappi (Università di Bologna)
Il contributo presenta i risultati di una pilot action realizzata nell'ambito di un progetto europeo, che esplora il ruolo delle pratiche artistiche partecipative nel favorire processi di inclusione sociale, consapevolezza critica e giustizia climatica tra adolescenti (11-14 anni) in tre scuole secondarie di primo grado dell'Emilia-Romagna, colpite dagli eventi alluvionali del maggio 2023. In questo contesto, le alluvioni sono state interpretate non come eventi traumatici isolati, ma come manifestazioni visibili di crisi sistemiche più ampie – climatiche, sociali, economiche – che richiedono un ripensamento radicale dei paradigmi educativi e culturali. Nello specifico, la ricerca indaga in che modo interventi educativi artistico-partecipativi possano supportare gli adolescenti nell'elaborazione critica di crisi ambientali restituendo al contempo centralità alle loro voci ed esperienze. I giovani, infatti, subiscono una duplice ingiustizia: da un lato, sono tra i soggetti più esposti agli impatti della crisi climatica; dall'altro, vengono costantemente infantilizzati/e e esautorati dagli spazi negoziali internazionali (Thew et al., 2020), in cui sono "visti, fotografati, ma non autorizzati a decidere nulla" (Singh et al., 2025, p. 540), vittime di pratiche di tokenismo che celebrano la loro presenza ma ne ignorano le richieste. Questa ricerca assume i giovani come categoria intersezionalmente vulnerabile – non solo per l'esposizione differenziata ai rischi climatici in base a classe, genere e provenienza geografica (Cripps, 2022; Sultana, 2022), ma anche per gli aspetti di ingiustizia epistemica e ingiustizia intergenerazionale sopra menzionati. Il quadro teorico integra tre prospettive: gli studi su arte e trasformazione sociale riconoscono alle pratiche artistiche la capacità di tradurre dati astratti in esperienze embodied; la letteratura sulla giustizia cognitiva che rivendica la dignità di forme di conoscenza extra-accademiche e situate (De Sousa Santos, 2016); la pedagogia critica che vede nell'educazione una pratica di libertà (hooks, 2020) e nel docente un co-apprendista (Mbembe, 2016), riconoscendo ai giovani agency e competenza. La pilot action ha coinvolto circa 80 studenti in tre contesti territoriali differenziati: un quartiere urbano di Bologna colpito da esondazioni, un'area appenninica segnata da frane e isolamento infrastrutturale e la pianura emiliano-romagnola caratterizzata da allagamenti estesi. Attraverso call pubblica, sono stati individuati tre progetti artistici per lavorare in questi contesti. Il primo, un laboratorio performativo e politico, ha guidato gli studenti in un processo di ascolto corporeo, collage visivo e scrittura creativa, culminato in una marcia pubblica come forma di riappropriazione simbolica del territorio. Il secondo, un percorso fotografico incentrato sulla manipolazione di immagini alluvionali attraverso strappi, ricomposizioni e materiali naturali raccolti durante escursioni, ha costruito una memoria visiva collettiva e stratificata. Il terzo, un laboratorio di fumetto collettivo, ha visto gli studenti trasformare riflessioni personali in narrazioni grafiche condivise, dando vita a un'antologia che restituisce la complessità dell'esperienza alluvionale attraverso lo sguardo adolescente. Metodologicamente, la ricerca ha adottato un approccio mixed-methods, combinando questionari nelle scuole, osservazioni partecipanti, focus group con studenti e la co-produzione di materiali artistici come forme di conoscenza incarnata (Leavy, 2015). I risultati preliminari evidenziano tre dimensioni rilevanti. In primo luogo, lo sviluppo di competenze critiche e relazionali attraverso processi di creazione collettiva in cui gli studenti hanno costruito narrazioni condivise, sperimentando forme di collaborazione orizzontale che contrastano la logica adulto-centrica dominante. In secondo luogo, la capacità delle arti di connettere memoria personale e riflessione sistemica ancorando la discussione sulla giustizia climatica a esperienze vissute e trasformando il trauma in leva per una consapevolezza più profonda delle disuguaglianze socio-ambientali. Infine, la costruzione di nuove alleanze tra scuole, artisti e territori come presidi di cura e trasformazione culturale, in opposizione alla logica estrattiva che caratterizza molte iniziative di "partecipazione giovanile" meramente simbolica (Singh et al., 2025).
PAPER 3 Emanuela Spanò (Università di Cagliari)
In un'epoca segnata da crisi sistemiche, disuguaglianze strutturali e polarizzazioni crescenti, questo contributo propone una riflessione teorica sul potenziale pedagogico e trasformativo delle pratiche artistiche nello spazio pubblico (Autor*, 2025). La domanda di ricerca che orienta il contributo è: in che modo le pratiche estetiche nello spazio pubblico possono configurarsi come dispositivi pedagogici capaci di sostenere processi di soggettivazione critica, resistenza e reimmaginazione collettiva di fronte alle disuguaglianze contemporanee?
PAPER 4 Co-progettare nell’art-based education: lezioni dal campo Roberta Ricucci (Università di Torino), Giulia Mezzetti (Università di Torino), Giulia Marroccoli (Save the Children & Politecnico di Milano)
Nell’ambito del progetto [omesso per peer review], il presente lavoro intende illustrare le diverse declinazioni di “art-based education” come strumento di contrasto alla povertà educativa e di inclusione di target svantaggiati o marginalizzati. In primo luogo, si presenterà il “Living Lab” attivato con una serie di stakeholders torino-piemontesi – musei, servizi educativi e culturali del comune di Torino, scuole. Il Living Lab sta lavorando al tema dell’educazione al patrimonio come forma di educazione alla cittadinanza, che debba quindi saper mettere al centro la partecipazione e il coinvolgimento attivo, in particolare dei giovani maggiormente a rischio di povertà educativa. La presentazione dunque affronterà, da un lato, le pratiche più efficaci di co-progettazione e co-design come chiave di volta del successo di progetti di educazione al patrimonio; dall’altro lato, la formazione degli insegnanti affinché siano essi stessi soggetti attivi di proposte educative che intendano l’educazione al patrimonio artistico non come un “orpello”, dunque come qualcosa di facoltativo, bensì come un vettore capace di generare un senso di appartenenza e inclusione, in grado di raggiungere le fasce di studenti più vulnerabili. In secondo luogo, si presenteranno i risultati preliminari di una serie di workshop sull’uso delle arti e dei linguaggi espressivi (teatro, laboratorio musicale, arte terapia) avviati con minori non accompagnati – un target a serio rischio di esclusione sociale – nelle città di Roma, Torino e Milano. I workshop si basano precisamente su un approccio partecipativo, che vede la co-creazione dei temi e delle pratiche artistiche insieme ai minori stessi, con lo scopo di valutare il potenziale trasformativo dell’espressione artistica sul senso di benessere e di appartenenza dei giovani coinvolti. Anche in questo caso, la presentazione si soffermerà sulla gestione del processo di co-creazione, valutandone i fattori di successo. La disamina delle due azioni di progetto sopra sintetizzate si collocherà entro il quadro più ampio delle teorie riguardanti la Youth Participatory Action Research (YPAR) (Cummings 2025; Dickerson et al. 2024; Malorni et al. 2022). |
| 13:00 - 14:00 | Pranzo 2 Luogo, sala: Ballatoio esterno |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 01: AI generativa nelle culture giornalistiche Luogo, sala: Aula 2 Chair di sessione: Carlo Sorrentino |
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Autorità giornalistica e Intelligenza Artificiale Generativa: la riorganizzazione sociotecnica del giornalismo italiano per l'egemonia epistemica 1: Università di Pisa, Italia; 2: Università dell'Aquila, Italia L’autorità giornalistica, intesa come combinazione di legittimità sociale ed egemonia epistemica nel processo di narrazione pubblica (Vos and Thomas, 2018; Carlson 2017) è oggi attraversata da trasformazioni profonde legate alla platformization e all’automazione (Doods et al. 2025). L’ingresso dell’Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) nel campo del giornalismo riapre interrogativi su come si costruisce, si legittima e si difende l’autorità in ecosistemi informativi sempre più platform-dipendenti. GenAI incide sulle caratteristiche costitutive del giornalismo, sollevando questioni relative a originalità e qualità dei contenuti, fiducia del pubblico, accountability e controllo editoriale (e.g. Beckett and Yaseen 2023; Cools et al., 2024; Nanz, Binder and Matthes, 2025; Simon, 2025). Il contributo presenta risultati preliminari di una ricerca qualitativa sulle pratiche d’uso della GenAI da parte di giornalisti italiani, analizzando se e come tale tecnologia interferisca con l’esercizio dell’autorità professionale e quali tensioni emergano nella relazione con questa nuova configurazione socio-tecnica. La ricerca si fonda sull’Actor–Network Theory (Latour, 1988; 2005), applicata agli studi sul giornalismo per analizzare le configurazioni sociotecniche che legano attori umani e non umani nella produzione delle notizie (Lewis and Westlund, 2015; Thäsler-Kordonouri and Koliska, 2025). L’autorità (Carlson, 2017; Amigo and Polezza 2025) è concettualizzata sia in termini simbolico-discorsivi, come repertorio culturale attraverso cui il giornalismo giustifica il proprio ruolo pubblico (Deuze, 2005; Nielsen and Ganter, 2022), sia in termini materiali e strutturali, connessi alle condizioni di lavoro e agli assetti di potere nell’ecosistema informativo (Olsen, 2025; Sjovaag et al., 2025). Lo studio si basa su 14 interviste semi-strutturate (13 individuali e una collettiva, 17 partecipanti) realizzate tra l’inverno 2024–25 con giornalisti di testate nazionali e digital-native, un’agenzia di stampa e rappresentanti di FNSI, Stampa Romana e Ordine dei Giornalisti. Le interviste sono state analizzate attraverso thematic analysis (Braun & Clarke, 2012). I risultati preliminari mostrano che GenAI non è percepita come semplice strumento ausiliario, ma come dispositivo socio-tecnico capace di incidere su qualità, visibilità, circolazione e valore dell’informazione nell’ecosistema mediale, incidendo tanto nella produzione quanto nella distribuzione e accesso dell’informazione. Questa configurazione produce un’ambivalenza tra potenziamento delle competenze professionali - GenAI può sostenere l’efficienza e rafforzare pratiche di verifica e inchiesta - e minaccia alla centralità del lavoro umano, attraverso immaginari di sostituzione, compressione occupazionale e ridefinizione dei ruoli (Cools et al., 2024; Moller et al., 2024). La qualità informativa non viene attribuita alla tecnologia in sé ma alle pratiche professionali che ne disciplinano l’output - verifica, trasparenza, controllo editoriale e accountability pubblica - in linea con una concezione relazionale e performativa dell’autorità giornalistica (Carlson, 2017; Vos and Thomas, 2018). La crisi dell’autorità non emerge come effetto deterministico della tecnologia, bensì come lotta nel campo dell’informazione attorno al potere decisionale su produzione, distribuzione, visibilità e riaffermazione dell’egemonia epistemica in un ecosistema platform-driven (Simon, 2024; 2025). L’introduzione della GenAI si inserisce in dinamiche già segnate dalla platformization e dalla ridefinizione dei rapporti di forza tra professionisti e infrastrutture digitali (Nielsen and Ganter, 2022), contribuendo ad accelerare la marginalizzazione del giornalismo nel sistema democratico (Boccia Artieri et al., 2025). Ciò implica ripensare le relazioni tra pratiche professionali, infrastrutture tecnologiche e attori non umani nel processo di produzione di senso pubblico, evidenziando nuove traiettorie di conflitto e governance. In definitiva, la GenAI è percepita come dispositivo che ristruttura le reti sociotecniche dell’informazione, redistribuendo potere e controllo e mettendo in tensione l’autorità epistemica del giornalismo. La questione centrale non riguarda l’uso della tecnologia in sé, ma la governance delle infrastrutture e dei rapporti di potere che ne regolano l’adozione: l’autorità può essere riaffermata solo attraverso pratiche professionali disciplinanti e strategie collettive capaci di riequilibrare l’asimmetria con le piattaforme. Dinamiche di conflitto e trasformazione nel giornalismo locale umbro: una proposta bourdieusiana per gli studi sull’impatto dell’IA 1: UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PERUGIA, Italia; 2: UNIVERSITA' PER STRANIERI DI PERUGIA, Italia Il campo giornalistico attraversa una fase di profonda trasformazione, veicolata dall'intelligenza artificiale generativa, che si presenta come panacea di molti dei mali del giornalismo, offrendo soluzioni rapide e a basso costo per produrre e diffondere contenuti, facilitando la sopravvivenza delle testate locali. Un processo non privo di rischi, che può incidere significativamente sulla qualità del giornalismo locale, sulla funzione che esso svolge nella società, sulla sua autonomia. Adottando gli strumenti teorico-empirici della Teoria dei campi, questo paper intende indagare l’impatto dell’IA sul giornalismo locale umbro. L’impianto concettuale bourdieusiano, infatti, contenente anche riflessioni sulle opposizioni binarie e sull’interconnessione tra i differenti campi sociali, mette a disposizione del ricercatore una cassetta degli attrezzi utile a un’analisi stratificata e integrata del campo giornalistico. Per Bourdieu, il più ampio campo sociale è costituito da campi sociali più piccoli differenziati e interrelati tra loro, oltre che internamente strutturati secondo poli opposti: ‘economico - culturale’, ‘eteronomo -autonomo’, ‘dei dominanti - dei dominati’. Nel campo giornalistico, queste opposizioni generano forte dinamismo e innescando conflitti tra gli agenti più o meno vicini all’uno o all’altro polo, che si sfidano per affermare la visione legittima di ciò che debba essere ritenuto ‘buon giornalismo’. La ricompensa simbolica delle lotte consiste nell’accumulo di capitale specifico-giornalistico, ovvero di un insieme di risorse cognitive e pratiche disegualmente distribuite all’interno del campo (Bourdieu, 1986), che fungono da elemento di differenziazione di un campo rispetto agli altri campi. Di conseguenza, sul capitale specifico si fonda il principio di autonomia relativa, ovvero la capacità relativa del campo stesso di autogovernarsi secondo le proprie leggi o principi (Autor*, 2025), al netto delle pressioni esterne, oggi principalmente di natura politica, economica e tecnologica. Il capitale può mutare nel tempo, attraverso meccanismi di conversione di un tipo di capitale in un altro (Bourdieu 1982). Poiché a maggior capitale (legittimo) detenuto dagli agenti corrisponde maggior potere, in un campo giornalistico che legittimi la tecnologia, i giornalisti che deterranno maggior potere saranno quelli con un significativo capitale culturale-tecnologico, poiché esso potrà essere facilmente convertito in capitale economico e simbolico. Quali sono, tuttavia, le possibili conseguenze sull’autonomia relativa del campo giornalistico? Se da un lato l’IA diventa un nuovo fattore in grado di ridefinire la distribuzione e la legittimazione del capitale nel campo giornalistico, poiché la valorizzazione collettiva della tecnologia può implicare modifiche nella costituzione del capitale specifico del campo (Lindblom, Lindell, Gidlund 2024), dall’altro può spingere il campo verso il polo economico- eteronomo, mettendone in discussione l’autonomia e minando il capitale simbolico dei giornalisti e il suo misconoscimento dentro al campo stesso e nella società. A queste riflessioni, si somma la sollecitazione sulle mutazioni morfologiche del campo offerta da Benson e Champagne (1999; 2000), che teorizzano un’ulteriore forma di opposizione binaria nel campo giornalistico: quella tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’, ritenuta di grande rilevanza per questa ricerca, che da un punto di vista metodologico si fonda su approccio analitico-interpretativo basato su dodici interviste qualitative semi-strutturate a sei giornalisti umbri con elevata anzianità e stabilità professionale e a sei giornalisti più giovani o entrati recentemente nella professione, i cui risultati saranno presentati durante la conferenza‘ Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti’. L’obiettivo dell’indagine, che appare pertinente con i temi ampi della conferenza Siscc, è cogliere gli effetti delle tensioni generazionali sulle trasformazioni che l’IA compie a livello di capitale, habitus, doxa e illusio di agenti socializzati in differenti fasi storiche e portatori di disposizioni professionali eterogenee, mettendo in evidenza come tali processi possano dare vita a scostamenti lungo l’asse autonomo-eteronomo del campo giornalistico e alimentare dinamiche di conflitto tra agenti propensi alla conservazione e altri alla trasformazione del campo stesso. Giornalismo è politica. Come la GenAI ridefinisce i confini epistemico-professionali nel contesto italiano Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia In un contesto mediale in cui la mediatizzazione (Hepp, 2020) ingloba fenomeni tecnologici più ampi come la platformization e l'avvento di dispositivi di intelligenza artificiale generativa (GenAI) nell'industria informativa (Lewis, Guzman, Schmidt, & Lin, 2025), questa ricerca si pone l'obiettivo di analizzare, adottando una prospettiva practice-based (Reckwitz, 2002), le conseguenze sociali di questi "nuovi" mutamenti all'interno del campo giornalistico italiano. In particolare, l'obiettivo consiste (1) nell'esaminare attraverso quali modalità i giornalisti italiani interagiscono con gli strumenti di GenAI nelle loro pratiche quotidiane; (2) nel ricostruire come la GenAI ridefinisce i confini professionali e l'autorità epistemica del giornalista come gatekeeper dell'informazione. Lo studio rivela come gli sviluppi globali dell'IA vengano filtrati attraverso i singoli contesti professionali locali (Arora & Natale, 2025). Di qui la necessità di considerare gli ambienti mediali nazionali (Hallin & Mancini, 2004) in cui le tecnologie si estrinsecano, sedimentando nuove configurazioni e tensioni. La domanda di ricerca è così articolata: in che modo i giornalisti italiani - considerando nella definizione anche i freelance, i content creator e i manager che operano entro le industrie dell'informazione - "addomesticano" l'intelligenza artificiale generativa difendendo e ridefinendo processualmente i propri confini epistemico-professionali? Lo studio, che trova fondamento teorico nel paradigma della domestication (Hirsch & Silverstone,1993), concettualizza l'interazione tra giornalisti e tecnologie di GenAI, intese come infrastrutture sociotecniche, come co-costruita e reciprocamente dipendente (Pinch & Oudshoorn, 2005). Questa quadro consente di esaminare come i giornalisti negozino riflessivamente e distribuiscano la loro agency sociale (Hepp & Görland, 2024), esercitando una forma di “controlled change” verso questi dispositivi (Dodds, Ngai Yeung, Mellado, & De Lima-Santos, 2026), andando a sfatare un mito di senso comune che vorrebbe l'agency del giornalista completamente annullata. Questa adozione non è un atto diretto, ma un processo di negoziazione, con molteplici livelli di risposta (incorporazione, bilanciamento e resistenza). Il disegno empirico ha previsto 30 interviste semi-strutturate che spaziano tra coorti generazionali, percorsi di ingresso nel giornalismo, ruoli organizzativi e tipologie di testate. Questa strategia di campionamento ragionato ha consentito l'analisi di come l'integrazione di queste tecnologie emerga sulla scia di uno specifico posizionamento editoriale e sulla base delle esperienze professionali. I risultati attestano "faglie" e configurazioni di diverso tipo, che riflettono una professione in cerca di un baricentro identitario e che porta con sé il retaggio di un giornalismo letterario e non dall'impronta commerciale. Ciò spiega in parte il discrimine con gli altri Paesi europei, specialmente quelli riconducibili al modello atlantico-liberale (Hallin & Mancini, 2004). Tale scetticismo è stato parzialmente confermato dalla fase di reclutamento degli intervistati, poco propensi a parlare apertamente di un tema percepito come stigmatizzante. Emergono, difatti, differenze di stampo generazionale, organizzativo ed editoriale, rispetto a tecnologie la cui pratica difetta di una regolamentazione universale e formalizzata e che molto spesso vengono lasciate all'uso del singolo giornalista. I giornalisti più giovani, in competizione con il cosiddetto giornalismo "tradizionale" e con un modello di business più in linea con le logiche delle piattaforme, adottano senza remore una postura pragmatica, posizionandosi come "pionieri emergenti" (Hepp & Loosen, 2019), mentre i professionisti da più tempo nel campo e con una socializzazione pre-digitale alle spalle, non senza resistenze, tendono a difendere la pratica giornalistica tradizionale, riformulando la "crisi epistemica" come "opportunità epistemica" (Perreault, Lewis, & Ely, 2025) per ribadire i valori costitutivi del giornalismo. Gli attori critici, pur impegnandosi, taluni, in usi sperimentali, denunciano la progressiva erosione dell'autorità epistemica, collegando il tema a una critica strutturale dei modelli economici che governano l'industria dell'informazione. In generale, si delinea il quadro di una professione frammentata in cui la questione tecnologica diventa una questione politica che rivela contraddizioni latenti nel campo. Human reactions to Non-Human actors. Pratiche di disconnessione strategica delle testate giornalistiche alla prova dell’intelligenza artificiale Sapienza Università di Roma, Italia Questo contributo indaga le modalità attraverso cui le organizzazioni giornalistiche europee stanno definendo regole, limiti e condizioni d’uso dell’Intelligenza Artificiale (IA), concentrandosi sulle linee guida e policy interne adottate dalle redazioni. Diversi studi hanno indagato l’impiego dell’IA nel giornalismo sia in riferimento a modalità, potenzialità e limiti (Beckett, Yaseen, 2023, Carlo, Murru, 2024; Hartley et al. 2023; Odg, 2025; Simon, 2023; Schapals, Porlezza, C. 2026), sia concentrandosi sulle policy e linee guida (Becker et al., 2025; de-Lima-Santos et al. 2025). L’obiettivo di questo contributo è comprendere come tali documenti formalizzino strategie di gestione dell’innovazione tecnologica in un contesto segnato dalla crescente platformization dell’informazione e da nuove forme di dipendenza infrastrutturale, individuando le tensioni tra apertura all’innovazione e salvaguardia dell’autonomia editoriale, all'interno di pratiche di “disconnessione strategica” (Claesson, 2024). Il contributo si colloca all’interno di un progetto più ampio articolato in tre direttrici: (1) analisi tematica delle policy europee sull’IA; (2) interviste a giornalisti italiani; (3) studio di casi di resistenza o negoziazione rispetto all’adozione di strumenti algoritmici. In questa sede vengono presentati i risultati della prima fase, basata su un corpus di 39 documenti pubblici relativi all’uso dell’IA in organizzazioni giornalistiche di 13 paesi europei. I testi sono stati raccolti tramite ricognizione bibliografica, snowball sampling e consultazione con esperti, includendo esclusivamente documenti con implicazioni operative per il lavoro redazionale ed escludendo contributi di carattere puramente discorsivo o regolativo generale. Il corpus è stato mantenuto nelle lingue originali. Dal punto di vista metodologico, l’analisi adotta un approccio di content analysis assistita da LLM (Mayring, 2025; Morgan, 2023). È stato sviluppato un codebook composto da 38 variabili, organizzate in macro-aree quali: valori e obiettivi giornalistici; applicazioni consentite e proibite dell’IA; principi etici; formazione e competenze; trasparenza; gestione dei dati e relazioni con le piattaforme tecnologiche. Le variabili sono state tradotte in prompt strutturati per consentire una codifica sistematica dei documenti. L’affidabilità dell’analisi è stata rafforzata attraverso parametri conservativi (bassa temperatura, ripetizione delle interrogazioni, criteri di soglia per la validazione delle risposte) e mediante un confronto su un sottoinsieme di testi codificati anche manualmente, al fine di verificare coerenza e stabilità dell’output (Kwon H. et al., 2025). I risultati mostrano che le policy analizzate non configurano né un’adesione incondizionata né un rifiuto generalizzato dell’IA, ma delineano un continuum di posizionamenti organizzativi. A un estremo si collocano orientamenti improntati alla protezione dell’autonomia, che limitano l’automazione dei processi editoriali, vietano l’uso di strumenti per la generazione automatica di contenuti senza supervisione e pongono restrizioni all’addestramento su contenuti proprietari. All’altro estremo emergono forme di apertura qualificata, che ammettono l’uso di strumenti esterni purché subordinati a controllo umano, responsabilità editoriale e trasparenza verso il pubblico. Tra questi poli si collocano configurazioni ibride, in cui l’adozione è accompagnata da delimitazioni puntuali su specifiche fasi del workflow (produzione, editing, distribuzione). Un elemento ricorrente riguarda la riaffermazione di principi professionali – accuratezza, responsabilità, indipendenza, centralità del giudizio umano – come cornice normativa entro cui integrare l’IA. Le policy funzionano quindi non solo come strumenti tecnici di regolazione, ma come dispositivi organizzativi di definizione dei confini, attraverso cui le redazioni negoziano il proprio posizionamento rispetto alle infrastrutture tecnologiche e ai fornitori di sistemi algoritmici. Nel complesso, l’analisi suggerisce che le linee guida sull’IA rappresentano un terreno privilegiato per osservare le trasformazioni in atto nel giornalismo contemporaneo: esse rendono visibili processi di adattamento strategico, pratiche di disconnessione selettiva e tentativi di mantenere margini di autonomia in un ecosistema informativo sempre più interdipendente. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 02: Sostenibilità in tensione. Narrazioni, pratiche e conflitti tra consumo, scuola e piattaforme digitali Luogo, sala: Aula 1 Chair di sessione: Roberta Paltrinieri Chair di sessione: Gianmarco Navarini |
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Sostenibilità in tensione. Narrazioni, pratiche e conflitti tra consumo, scuola e piattaforme digitali 1: Università Milano - Bicocca, Italia; 2: Università di Bologna, Italia; 3: Università di Bologna, Italia; 4: Università di Bologna, Italia; 5: Sapienza Università di Roma, Italia; 6: Università Milano - Bicocca, Italia; 7: Università Milano - Bicocca, Italia; 8: Università Milano - Bicocca, Italia; 9: Università di Padova I quattro contributi qui riuniti si collocano in una cornice teorica che assume la sostenibilità non come categoria normativa data, ma come campo sociale in cui si intrecciano narrazioni della crisi, dispositivi di regolazione morale e pratiche quotidiane situate. In linea con il tema generale del Convegno, Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti, e in particolare con il versante “Conflitti, consumi e immaginari sociali”, la sostenibilità viene interrogata come uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui le società contemporanee tentano di governare l’incertezza climatica, economica e politica, producendo al contempo nuove linee di frattura. Sul piano teorico, il panel si colloca all’intersezione tra sociologia dei consumi, teorie delle pratiche e studi sulla politicizzazione della quotidianità. Il consumo è inteso come pratica socialmente situata, incorporata in routine e vincoli materiali, ma anche come spazio di riconoscimento e distinzione, in cui valori e identità si rendono visibili. Allo stesso tempo, il riferimento al political consumerism e alle lifestyle politics consente di leggere le scelte alimentari, di moda o di stile di vita come forme di partecipazione politica decentrata, in cui il mercato diventa arena di conflitto simbolico e morale. In questa prospettiva, un obiettivo del panel è discutere la sostenibilità come un dispositivo culturale ambivalente. Da un lato, promette responsabilizzazione, empowerment e agency; dall’altro, rischia di tradurre contraddizioni strutturali – diseguaglianze sociali, asimmetrie di potere nelle filiere produttive, governance globale della crisi climatica – in aspettative di comportamento individuale virtuoso. È proprio questa tensione tra strutture e agency, tra narrazioni istituzionali e pratiche quotidiane, a costituire il filo rosso che attraversa i quattro contributi. I problemi di ricerca che emergono sono molteplici, e il panel mira a discuterne almeno tre. Un primo nodo riguarda il rapporto tra valori dichiarati e pratiche effettive. Sia nell’analisi del consumo alimentare della Generazione Z, sia nello studio delle dinamiche di acquisto nel fast fashion digitale, emerge una tensione ricorrente tra consapevolezza ambientale e comportamenti concreti. I giovani intervistati esprimono sensibilità verso la crisi climatica e riconoscono l’impatto delle proprie scelte, ma si confrontano con vincoli economici, culturali e infrastrutturali che rendono la coerenza etica un obiettivo difficile da sostenere nel quotidiano. Il cosiddetto “gap” tra atteggiamenti e pratiche non appare dunque come deficit morale individuale, bensì come effetto di condizioni strutturali e di ambienti di scelta modellati da piattaforme e logiche di mercato. Un secondo problema riguarda la dimensione pedagogica e morale della sostenibilità. La ricerca nel campo educativo mostra come la scuola contribuisca a istituzionalizzare una grammatica della responsabilità ambientale che tende a depoliticizzare la crisi, trasformando conflitti sistemici in comportamenti individuali da correggere o incentivare. Qui il tema centrale diventa quello dell’ordine morale del consumo: chi può permettersi di essere “sostenibile”? Quali gerarchie di gusto e di cittadinanza vengono implicitamente prodotte? I focus group con studenti rivelano processi di rielaborazione e resistenza che riportano in primo piano classe, genere e appartenenze culturali, riaprendo il conflitto che le narrazioni pedagogiche cercano di neutralizzare. Un terzo nodo concerne il ruolo delle piattaforme digitali nella costruzione di desideri, legittimazioni e campi semantici. L’analisi delle/gli influencer su Instagram e lo studio della piattaforma Shein mostrano come la sostenibilità sia mediata da algoritmi, strategie di engagement e forme differenziate di autorevolezza. Le piattaforme non si limitano a ospitare discorsi: contribuiscono a strutturare ambienti normativi e affettivi in cui le scelte individuali acquistano valore politico o vengono, al contrario, ricondotte a logiche di consumo accelerato. Si apre qui un interrogativo cruciale: in che misura la politicizzazione del lifestyle rappresenta una reale espansione dello spazio democratico, e in che misura rischia di essere riassorbita dalle logiche del mercato digitale? Infine, dalla discussione congiunta dei quattro contributi si aprono almeno tre prospettive di ricerca che il panel intende approfondire. In primo luogo, emerge l’esigenza di superare letture moralizzanti e di senso comune delle giovani generazioni, siano esse rappresentate come incoerenti o “ipocrite”, o come “naturalmente sensibili alla sostenibilità”. Le evidenze empiriche suggeriscono invece di indagare le condizioni materiali, simboliche e infrastrutturali che rendono alcune pratiche possibili e altre impraticabili. In secondo luogo, il panel invita a ripensare la sostenibilità come campo di conflitto, piuttosto che come terreno di consenso. Tra scuola, mercato e social media, la crisi climatica viene narrata, semplificata, contestata e ri-politicizzata. Analizzare queste dinamiche consente di cogliere come si ridefiniscono oggi le forme della partecipazione e dell’attivismo. Infine, si apre una prospettiva comparativa e interdisciplinare: mettere in dialogo ricerca quantitativa e qualitativa, etnografia della scuola e analisi delle piattaforme, studi sui consumi e media studies, per comprendere come le narrazioni della sostenibilità circolino tra diversi campi sociali e si traducano – o meno – in pratiche trasformative. In questo senso, il panel intende offrire non solo un’analisi delle ambivalenze contemporanee, ma anche uno spazio di confronto teorico e metodologico per interrogare criticamente il modo in cui, “dopo il crash”, la sostenibilità diventa uno dei principali laboratori in cui si ripensa l’umanità e il suo futuro. O forse lo ridiventerà, tenuto conto della recente cornice politica atlantica per la quale sembra sempre più dominare un rigetto della cultura della sostenibilità. 1. La Gen Z alla prova delle pratiche di consumo sostenibile. Tra autonarrazioni mediatizzate e forme di consumerismo politico Teresa Carlone, Università di Bologna
Le pratiche di consumo sostenibile sono strettamente interrelate con la costruzione delle identità collettive e individuali (Bartoletti, 2022): valori personali, visioni etiche ed estetiche plasmano le scelte di acquisto, caricandole di significati simbolici, sociali e culturali lontani da una dimensione di mera utilità. In questa prospettiva, il consumo sostenibile diventa il luogo in negoziare valori, appartenenze e forme di autorappresentazione anche a livello generazionale. La cosiddetta Gen Z, persone nate tra il 1997 e il 2012 (Dimock, 2019), cresciuta in un contesto segnato da crisi economica, emergenza climatica e digitalizzazione pervasiva (Twenge, 2023), si pone, rispetto al tema della sostenibilità, in una posizione ambivalente tra iperconnessione mediale e forte consapevolezza critica, in una costante ricerca di autenticità nell’incertezza dell’agire quotidiano. In questo ambito, i social rappresentano piattaforme utili per la costruzione di auto-narrazioni di identità singolarizzate (Reckwitz 2017), in cui anche il cibo diviene mezzo per produrre significati identitari e utili per il riconoscimento sociale (Paltrinieri e Parmiggiani 2018; Setiffi, 2013). Il cambiamento climatico e le sfide ad esso connesse diventano una questione personale e collettiva, rendendo i soggetti di questa generazione più propensi, rispetto alle precedenti, ad adottare diete flessibili, riducendo il consumo di carne e aumentando l’interesse verso scelte alimentari sostenibili (Kymäläinen, 2021). A partire da questo quadro di contesto, il contributo si propone di indagare il rapporto tra valori e pratiche di consumo alimentare sostenibile per la Generazione Z, tramite un’indagine quantitativa che ha permesso di raccogliere risposte da giovani universitari dell’Emilia-Romagna. I risultati offrono indicazioni rilevanti su percezione e forme di partecipazione dei giovani rispetto all’acquisto e al consumo del cibo in un paradigma di sostenibilità. L’analisi si concentra sul contesto bolognese, caratterizzato da un non sempre pacifico rapporto tra città e cibo, in particolare per quanto riguarda le forme di coinvolgimento della cittadinanza come strumento per promuovere attivamente azioni legate alla sostenibilità – mense accessibili, reti di cibo alternative (Chinaglia 2024), promozione del circuito equo-solidale – che mancano totalmente di rivolgersi e coinvolgere giovani e giovanissimi. I dati restituiscono livelli trasversalmente diffusi di sensibilità ambientale e attenzione allo spreco alimentare, una propensione verso scelte sostenibili e una valutazione critica delle filiere produttive. Al contempo, le evidenze lasciano trasparire la presenza di barriere strutturali quali il costo dei prodotti sostenibili, il tempo disponibile per l’acquisto e per la preparazione, oltre che la ridotta autonomia sia delle scelte che dei luoghi di consumo, confermando come le forme di consumo critico siano fortemente condizionate da risorse materiali e sociali (nel caso specifico importanza attribuita al contesto famigliare e al budget a disposizione per le spese alimentari), lasciando di fatto uno spazio residuale ad espressioni di consumerismo politico (Bordignon et al. 2024). In questo quadro, importante diviene la dimensione del genere nell’analisi delle pratiche, che rivela una maggior propensione a materializzare un sistema di valori attenti alla sostenibilità attraverso delle scelte di consumo concrete, tra chi si identifica nel genere femminile (Degli Esposti et al. 2021), corroborando il dibattito sull’esistenza di un “eco gender gap” (Normandin, 2020; Swim et al., 2019). Sulla base di queste evidenze, il contributo prova a rileggere le forme di consumo nel contesto della società dell’incertezza in cui si sviluppano. Ciò permette di svestire la Gen Z di responsabilità e aspettative costruite da chi l’ha preceduta, andando invece ad analizzare come possibilità strutturali ed agency individuali divengano elementi determinanti nel plasmare gli immaginari, le dimensioni conflittuali e le narrazioni intorno al cibo sostenibile.
2. Tra valori, pratiche e contraddizioni: giovani consumatori e sostenibilità nel fast fashion digitale Geraldina Roberti, Sapienza Università di Roma
In uno scenario globale sempre più complesso e articolato, le pratiche di consumo adottate dai soggetti si caricano di valenze distintive, orientando appartenenze, valori e paradigmi di senso. Le attività di fruizione si inseriscono, infatti, in contesti animati da tensioni e conflitti, finendo per rappresentare una delle arene pubbliche nelle quali mettere in scena identità, sistemi di significato e di riconoscimento sociale. Le generazioni più giovani si trovano al centro di simili dinamiche, ricorrendo anche alle scelte di consumo per esprimere il proprio orientamento valoriale e la volontà di intervenire sulle questioni di interesse collettivo. In tal senso, le scelte di consumo possono configurarsi come forme di political consumerism (Micheletti, 2003; Stolle, Micheletti, 2013) attraverso cui i soggetti mirano a incidere sulla realtà economica e sociale utilizzando le proprie preferenze di mercato come leve strategiche. Di fatto, le pratiche di fruizione finiscono per assumere una dimensione performativa e culturale, configurandosi come spazio di agency individuale e collettiva, ma anche come terreno attraversato da ambivalenze e contraddizioni. In linea con la riflessione sociologica sui consumi (Warde, 2005; Bardhi, Eckhardt, 2017), le pratiche di fruizione possono essere lette come attività socialmente situate, incorporate in routine entro le quali orientamenti valoriali e comportamenti concreti non sempre coincidono, dando luogo a forme di negoziazione e tensione tra intenzioni etiche e possibilità d’azione. È in tale prospettiva che va letta la crescente attenzione degli attori sociali per la sostenibilità delle diverse pratiche di consumo, nel tentativo di rimodellare scelte e abitudini che incidono in modo rilevante sull’equilibrio complessivo del pianeta e sulla tutela dei diritti dei lavoratori lungo le filiere produttive. La moda, e in particolare il settore del fast fashion, si è rivelata, in questo senso, un ambito ad alto impatto ambientale (Bick et al., 2018), a partire dalle ingenti emissioni di CO₂, dal notevole consumo di acqua e dalla produzione di grandi quantità di rifiuti tessili. Sono i giganti del fast fashion, come la piattaforma cinese Shein, ad alimentare questo sistema attraverso un modello produttivo ultrarapido e fortemente digitalizzato, basato su cicli di produzione accelerati, micro-collezioni continue, prezzi estremamente bassi e una comunicazione algoritmicamente personalizzata che incentiva acquisti ripetuti e rende strutturalmente marginale la dimensione della durabilità (Niinimäki et al., 2020). Il contributo proposto presenta alcuni dei risultati di un progetto di ricerca, di impianto qualitativo, volto a comprendere le dinamiche di acquisto che caratterizzano un campione di studenti dell’Università [omesso per peer review] utilizzatori della piattaforma Shein. Attraverso un’analisi delle modalità di navigazione incentivate dall’azienda per rafforzare l’engagement dei consumatori – gamification, sistemi di sconto a tempo e strategie di social proof (ovvero quei meccanismi che valorizzano la popolarità e le recensioni degli altri utenti per legittimare le scelte di acquisto dei soggetti) – e una serie di interviste semi-strutturate, sono state indagate le motivazioni di acquisto dei giovani del campione, i loro comportamenti concreti e l’atteggiamento rispetto al tema della sostenibilità del settore del fast fashion. I risultati mostrano come gli intervistati siano attratti principalmente dalla varietà del catalogo della piattaforma, dalla rapidità di aggiornamento dell’offerta e dai prezzi decisamente competitivi, tutti elementi che rendono il brand compatibile con la loro disponibilità economica e con le logiche promozionali mediate dai social network. Al contempo, un numero rilevante di studenti ha espresso consapevolezza e timore rispetto ai danni ambientali e sociali di un simile modello di business, evidenziando una tensione tra orientamenti valoriali dichiarati e pratiche effettive di consumo. Il contributo intende dunque riflettere sul carattere ambivalente del rapporto tra giovani e sostenibilità, indagando le rappresentazioni che essi elaborano rispetto a tali dinamiche e gli elementi che limitano la traduzione delle istanze etiche in pratiche di consumo coerenti, mettendo in luce il ruolo delle piattaforme digitali nell’influenzare desideri, opportunità e pratiche dell’agire quotidiano (Van Dijck et al., 2019).
3. Fare e disfare la sostenibilità: Narrazioni pedagogiche, ordine morale del consumo e resistenze giovanili in una ricerca nel campo educativo Lorenzo Domaneschi, Università di Milano – Bicocca
A partire dal 2019 – con l’introduzione dell’educazione civica tra le materie curriculari della scuola primaria e secondaria – la sostenibilità è divenuta uno degli assi strutturanti del campo educativo. Nelle narrazioni contemporanee della crisi climatica, attraverso l’istruzione formale, essa assume la fisionomia di un linguaggio pedagogico condiviso che promette di governare il conflitto attraverso la responsabilizzazione. Ma la sostenibilità non è solamente un contenuto curriculare: costituisce una razionalità pedagogica che organizza una visione precisa dell’ordine sociale (Foucault, 1978), traducendo la crisi ecologica e le tensioni sistemiche in una grammatica morale dai contorni rassicuranti (Boström & Micheletti, 2023). Ben lungi dal limitarsi a trasmettere conoscenze sull’ambiente, la scuola si configura come uno spazio in cui si producono soggettività, si definiscono gerarchie del gusto, vengono tracciati i confini della “buona” cittadinanza (Foucault, 1975; Romito, 2016). Partendo da questi presupposti, tra il 2021 e il 2025 è stata condotta una ricerca negli istituti secondari di Milano. La ricerca ha combinato l’etnografia di progetti educativi incentrati sulla sostenibilità (alimentare, in particolare) e focus group con studenti e studentesse (tra i 15 e i 19 anni). Sul campo, è stato osservato il lavoro pedagogico organizzato in laboratori, incontri frontali con “esperti”, partnership con ONG e aziende: contesti in cui la sostenibilità si materializza attraverso format didattici, metriche di valutazione e pratiche di attivazione del corpo studentesco. I focus group – circa 200 adolescenti coinvolti – sono stati condotti per approfondire come i ragazzi e le ragazze si appropriano, ricodificano e/o contestano le cornici proposte. I risultati dello studio mostrano che le pratiche e le narrazioni dei progetti educativi operano una sistematica depoliticizzazione della crisi: le diseguaglianze ambientali e produttive vengono trasformate in aspettative relative al comportamento individuale virtuoso, producendo un ordine morale del consumo che dà per scontate risorse economiche e culturali tutt’altro che universali (Bourdieu, 1979; Johnston & Baumann, 2014). La responsabilità ambientale finisce così per sovrapporsi a una moralizzazione silenziosa delle differenze sociali che scarica sul singolo le conseguenze di ciò che è strutturale (Back, 1992). Nei focus group, invece, emerge più chiaramente la dimensione conflittuale. I ragazzi e le ragazze non si limitano ad aderire o a resistere: selezionano, decostruiscono, rielaborano. In particolare, la sostenibilità viene interrogata alla luce dei costi reali, delle economie familiari, delle tensioni tra gusto, identità collettive e ciò che effettivamente ci si può permettere. Per esempio, le conversazioni su vegetarianismo, fast food e insetti commestibili rivelano quanto la questione ambientale si intrecci con frizioni di classe, di genere e di appartenenza culturale – suggerendo forme situate di contro-politicizzazione in cui la responsabilità individuale viene ricondotta dentro vincoli e asimmetrie di potere nell’accesso a risorse materiali e simboliche. Al contempo, le discussioni sui movimenti per la giustizia climatica rivelano una netta presa di distanza dalle avanguardie organizzate. La disapprovazione dei metodi della disobbedienza civile, così come delle visioni catastrofiste propugnate da gruppi come “Extinction Rebellion” e “Ultima Generazione”, si pone in controtendenza rispetto a quanto afferma gran parte della letteratura di ricerca, secondo cui le giovani generazioni sarebbero compatte nel legittimare il conflitto sociale per resistere al cambiamento climatico (Matejova & Spáč, 2025). La sostenibilità appare allora non tanto come un terreno di costruzione del consenso (inter)generazionale, quanto come un campo di tensioni in cui i confini tra responsabilità e possibilità, tra narrazione della crisi e vita quotidiana, vengono continuamente negoziati. La scuola si rivela un osservatorio privilegiato di questi processi: il luogo in cui osservare, da vicino, come le giovani generazioni imparano a fare e disfare la sostenibilità; e dove diventano visibili le ambivalenze di un dispositivo pedagogico che, nel tentativo di affrontare il conflitto per governarlo, rischia di silenziarlo.
4. Cibo, salute e sostenibilità secondo le/gli influencer. Uno studio esplorativo di narrazioni e campi di forza contrapposti Francesca Setiffi, Università di Padova
La ricerca interpreta le narrazioni e i campi di forza semantici, talvolta contrapposti, che emergono dall’analisi qualitativa della produzione mediale di un campione di 20 influencer attivi/e sulla piattaforma Instagram e impegnati/e nella discussione del rapporto tra cibo, salute e sostenibilità. In alcuni casi l’enfasi è posta prevalentemente sul legame tra alimentazione e sostenibilità; in altri, l’attenzione si concentra soprattutto sull’impatto ambientale delle scelte alimentari o sulla promozione di stili di vita salutari. Analizzare le narrazioni delle/gli influencer su questo intreccio significa ricostruire le retoriche comunicative che animano la rete e il dibattito pubblico, contribuendo alla costruzione di spazi di significato talvolta dissonanti e non sempre fondati su evidenze scientifiche. Tali retoriche si inseriscono nel filone della letteratura accademica definito lifestyle politics, concetto che indica l’insieme delle formazioni culturali in cui le scelte quotidiane vengono assunte come luogo legittimo di espressione politica (Portwood-Stacer, 2013). Il discorso sulle lifestyle politics non riguarda esclusivamente movimenti radicali, ma costituisce una dimensione sempre più rilevante della politica della quotidianità. Le pratiche di consumo e di stile di vita orientate politicamente mettono in discussione la tradizionale separazione tra “personale” e “politico”, suggerendo la necessità di ripensare il significato stesso dell’attivismo quando le azioni individuali – e non soltanto le narrazioni mediate dalle piattaforme – assumono un valore politico. Quando l’impegno si esprime prevalentemente attraverso scelte e pratiche di vita quotidiana, si parla di lifestyle activism. Precedenti ricerche sullo stile di vita politicizzato raccontato dalle/dagli influencer (Murru, Pedroni, Tosoni, 2024; Baratin, Autor*, 2024) hanno evidenziato come l’attenzione alle scelte individuali, alla sostenibilità e al consumo responsabile non possa essere considerata una semplice “moda accademica”. Tale prospettiva si colloca in continuità con le riflessioni di Ulrich Beck sulla cosiddetta società del rischio (1992), che sottolineano l’incapacità degli Stati moderni e delle istituzioni internazionali di affrontare questioni complesse intreccianti sostenibilità ambientale e giustizia sociale (come nel caso emblematico della “mucca pazza”), contribuendo a una ripoliticizzazione del mercato. In questo quadro, il rapporto tra cibo, salute e sostenibilità, così come narrato dalle/dagli influencer, tende spesso a configurarsi come una semplificazione della relazione tra scelte di consumo individuale – promosse e legittimate attraverso le piattaforme – e le loro conseguenze sulla salute e sull’ambiente. La selezione del campione si basa su ricerche precedenti dedicate alle narrative proposte dagli influencer, interpretate come casi di studio (Pedroni, 2022), e ha previsto l’identificazione e l’analisi approfondita di specifici topic legati al cibo: influencer vegani e vegetariani; influencer che promuovono i novel food; meat influencer, ecc. Gli spazi semantici contraddittori che caratterizzano il rapporto tra cibo e sostenibilità trovano riscontro anche in recenti ricerche sul consumo alimentare. Come osservano Bartoletti, Paltrinieri e Parmiggiani (2022, p. 33), “il collegamento tra scelte di consumo e ambiente emerge spesso solo in seguito a una sollecitazione esplicita (sottoposta a intervistati/e), a conferma del fatto che anche pratiche sostenibili – quali l’acquisto di prodotti locali o biologici – non sono motivate primariamente da preoccupazioni ambientali, ma da altre valorizzazioni. Nei racconti raccolti prevale infatti una visione settoriale e semplificata del rapporto tra consumi e ambiente, che ne riduce la complessità e la pervasività”. La scelta di includere figure volutamente contrapposte nella costruzione di narrative differenti risponde all’esigenza di elaborare casi di studio polarizzati, capaci di far emergere consonanze e dissonanze della comunicazione contemporanea. Tali dinamiche risultano mediate da forme differenziate di legittimazione sociale che variano in base al grado di autorevolezza riconosciuto a chi svolge il ruolo di influencer.
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| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 03: Arte e politiche culturali del conflitto Luogo, sala: Aula Magna Chair di sessione: Laura Gemini |
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Fiction / Non-fiction: il teatro come mediazione simbolica nella crisi delle narrazioni del conflitto Università di Bologna, Italia Negli ultimi anni, la crescente delegittimazione dei documenti, delle immagini e delle pratiche informative ha prodotto una frattura profonda tra fatti, registrazioni e interpretazioni. In contesti attraversati da conflitti politici, violenze istituzionali e crisi sistemiche, la testimonianza visiva e testuale non garantisce più di per sé il riconoscimento pubblico né produce automaticamente consenso sulla realtà degli eventi. Al contrario, la proliferazione di narrazioni concorrenti e la centralità delle emozioni nella costruzione dell’opinione pubblica mettono in evidenza come la crisi della verità sia, prima di tutto, una crisi delle forme di mediazione simbolica. A partire da questa constatazione, il paper propone di analizzare alcune tendenze contemporanee del teatro come pratica culturale capace di intervenire nello spazio lasciato scoperto dalla crisi dei regimi informativi, offrendo modalità alternative di narrazione del conflitto. La domanda di ricerca che guida il contributo è la seguente: in che modo il teatro contemporaneo può contribuire a rendere socialmente intelligibili forme di vulnerabilità collettiva laddove la fiducia nelle narrazioni ufficiali risulta profondamente erosa? In questa prospettiva, il conflitto non viene concepito unicamente come evento materiale o politico, ma come un campo narrativo attraversato da processi di visibilizzazione e invisibilizzazione, all’interno dei quali si definiscono le condizioni di accesso al riconoscimento. Sul piano teorico, l’articolo adotta la nozione di fabulazione critica, elaborata da Saidiya Hartman, intesa come una forma di contro-archivio — o oltre-l’archivio — capace di immaginare e compensare ciò che il racconto ufficiale ha cancellato, occultato o espunto. La fabulazione critica si configura così come una chiave interpretativa utile per leggere le pratiche teatrali contemporanee come forme di narrazione che, riconoscendo i limiti del documento e dell’archivio, operano sulla soglia tra testimonianza e immaginazione. In questo senso, il teatro non si colloca in opposizione al registro dei fatti, ma lo attraversa criticamente, rendendo visibili le lacune, le omissioni e le violenze simboliche che strutturano i racconti dominanti. Questa prospettiva consente di interpretare il teatro come uno spazio di contro-archivio, nel quale il conflitto viene rielaborato non attraverso la verifica, ma mediante l’esperienza corporea e la condivisione emotiva. Dal punto di vista metodologico, il paper si basa su un’analisi qualitativa di alcune pratiche di teatro sociale e documentario sviluppate in diversi contesti segnati da crisi migratorie, conflitti istituzionali e fratture della convivenza. Attraverso l’analisi dei dispositivi performativi, delle dinamiche emotive e delle modalità di coinvolgimento del pubblico, il teatro viene osservato come uno spazio di produzione di narrazioni alternative che non si fondano esclusivamente sulla verifica dei fatti, ma sulla costruzione relazionale del senso e sulla gestione collettiva del conflitto. I risultati suggeriscono che il teatro possa essere interpretato come una pratica culturale efficace nella rielaborazione simbolica del conflitto, capace di attivare forme di responsabilità collettiva e di aprire spazi di resistenza. In un’epoca in cui il conflitto tende a essere semplificato, spettacolarizzato o mercificato — e in un mondo sempre più dominato da narrazioni finzionali che pretendono di sostituirsi al reale — il teatro mostra come siano proprio gli spazi dichiaratamente finzionali a poter restituire forme di verità sociale. Attraverso dispositivi narrativi ed emotivi che non si fondano sulla verifica documentaria, ma sulla relazione, sull’esperienza corporea e sulla condivisione affettiva, il teatro consente di attraversare l’incertezza, restituendo complessità alle esperienze di sofferenza e aprendo spazi di immaginazione sociale. In questo senso, il valore dell’opera teatrale risiede nella sua capacità di produrre presente, rendendo intelligibile ciò che altrove resta opaco o negato. La governance del welfare culturale tra narrazioni e ricomposizione dei conflitti sociali Università degli Studi di Sassari, Italia Nelle società contemporanee, attraversate da accelerazioni sistemiche, polarizzazioni e crisi multiple, il rapporto tra narrazioni e conflitti assume un rilievo sociologico centrale (Rosa 2015): le rappresentazioni non si limitano a descrivere le fratture, ma contribuiscono a definirne i contorni, a distribuire visibilità e a orientare le possibilità di riconoscimento reciproco. In questa cornice, il welfare culturale può essere letto non come contenitore neutro di iniziative, ma come infrastruttura pubblica e relazionale capace di incidere sulle condizioni di accesso al benessere, sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza e sulla partecipazione alle arene decisionali (Manzoli, Paltrinieri 2021). La domanda di ricerca che guida il contributo è la seguente: in che modo i dispositivi di welfare culturale, quando sono progettati entro assetti di governance multilivello e partecipativi, riconfigurano la visibilità, la negoziabilità e la gestione pubblica e partecipata dei conflitti sociali? L’ipotesi è che le pratiche culturali non “risolvano” il conflitto, ma ne trasformino le condizioni di enunciazione, traducibilità e trattamento istituzionale, intervenendo sui regimi simbolici che alimentano esclusione, sfiducia e polarizzazione. In questa prospettiva, arti e linguaggi possono operare come dispositivi di testimonianza, contro-narrazione e rielaborazione simbolica delle fratture sociali (Seia 2021). Il quadro critico integra tre assi teorici. Il primo è la sociologia dell’accelerazione e della risonanza (Rosa 2013 e 2019), impiegata per spostare l’attenzione dagli output performativi (prestazioni, target, metriche) alla qualità delle relazioni, dei tempi e delle architetture istituzionali che rendono possibile una risposta trasformativa ai conflitti. Il secondo è il capability approach (Sen 1999; Nussbaum 2012; Robeyns 2017), che consente di leggere il welfare culturale come ampliamento di capacità sostanziali e di accesso effettivo ai processi di cittadinanza. Il terzo è la prospettiva della governance multilivello, utile a osservare le mediazioni tra istituzioni pubbliche, professionisti della cultura, servizi sociali e sanitari, scuole/università, terzo settore e fondazioni (Autor* 2025). L’argomentazione è sviluppata a partire da una ricerca empirica qualitativa sulle arene decisionali del welfare culturale, focalizzata sui processi partecipativi di co-progettazione e sulle interazioni tra stakeholder appartenenti a domini differenti (culturale, sociale, sanitario, educativo e politico) (Benz 2021; Patrinieri 2022). L’analisi di materiali documentali e discorsivi prodotti nelle fasi di programmazione e implementazione ricostruisce come vengono definiti i problemi pubblici, quali lessici di legittimazione prevalgono e in che modo i conflitti tra attori vengono resi governabili, rinviati o riformulati. I risultati preliminari mostrano tre elementi: i) i conflitti osservati riguardano meno la sola scarsità di risorse e più la competizione tra cornici interpretative: chi nomina il bisogno, con quale linguaggio e con quale autorità; ii) i dispositivi di welfare culturale funzionano come infrastrutture di traduzione intersettoriale solo quando sono sostenuti da capacità discorsive (analisi, mediazione, traduzione) e da responsabilità condivise; in assenza di tali condizioni, tendono a riprodurre frammentazione istituzionale e partecipazione debole; iii) la tensione principale emerge tra temporalità della cura (emergenza e contingenza), dinamiche della deliberazione (escludenti, iterative, incerte) e processi di rendicontazione pubblica (codificati, standardizzati e orientati al risultato), con effetti diretti sulla tenuta e la durabilità dei processi partecipativi. Il contributo propone una governance del welfare culturale sensibile alla risonanza sia come dispositivo di accesso al benessere culturale, ma anche come contesto istituzionale di emersione e ricomposizione parziale dei conflitti, soprattutto nei contesti marginali o debolmente rappresentati. In questa prospettiva, le contro-narrazioni prodotte dalle pratiche culturali non operano come compensazione simbolica, ma come risorsa pubblica per ridefinire i confini della cittadinanza sostanziale, le espressioni della partecipazione pubblica e le forme della responsabilità collettiva. Laboratori di conflitto. Arti dialogiche e responsabilità discorsiva nelle crisi epistemiche contemporanee Università di Bologna, Italia Le crisi sistemiche contemporanee non solo intensificano i processi di polarizzazione simbolica e mettono in discussione i regimi di verità, ma si configurano più radicalmente come crisi dell’architettura fiduciaria del discorso pubblico (Boccia Artieri, 2025), assumendo i tratti di una crisi epistemica. In questo scenario, il contributo, di natura teorica, ma anche volto a tratteggiare linee di ricerca, si interroga sul ruolo delle pratiche artistiche dialogiche (Bourriaud 1998; Kester 2024) chiedendosi in che modo esse possano costituire dispositivi di produzione di responsabilità discorsiva e quali ambivalenze attraversino tali processi. Le arti dialogiche vengono in questa sede osservate solo come spazi di contro-narrazione, ma come micro-sfere pubbliche situate, in cui il conflitto non è semplicemente rappresentato, ma co-costruito attraverso interazioni orientate pubblicamente (Mouffe 2008). La dimensione narrativa e discorsiva viene assunta come snodo tra estetica, etica e politica: ciò che è in gioco non è solo la produzione di significati alternativi, ma la configurazione delle condizioni di parola, ascolto e contestazione. Il concetto di responsabilità discorsiva può essere definito come processo emergente dalle interazioni pubblicamente orientate e sottoposte a potenziale scrutinio: ogni presa di parola espone a contestazione, richiede giustificazione e redistribuisce visibilità e voce (Appadurai 2004; Boltanski & Thévenot 2006; Bourdieu 1979; Foucault 1976; Goffman 1959; Rancière 2004; Taylor 1992). In dialogo con le riflessioni di bell di hooks (1994) e Freire (2002), parlare e ascoltare sono intesi come pratiche eticamente dense, attraversate da dinamiche di potere, cura e attenzione reciproca. La responsabilità discorsiva non è qui concepita come ideale normativo o principio regolativo del discorso, bensì come categoria analitica che consente di osservare come, in situazioni concrete, si distribuiscano obblighi di giustificazione, possibilità di replica e condizioni di visibilità. Non è un attributo morale individuale, ma un effetto relazionale e situato della partecipazione dialogica e della gestione delle asimmetrie. Entro il quadro concettuale delineato, le pratiche di arte dialogica si configurano come terreno privilegiato per osservare tali dinamiche, in continuità con precedenti ricerche empiriche che ne hanno esplorato le configurazioni relazionali. Nel Teatro dell’Oppresso (Boal 1974), ad esempio, si ridefinisce in senso collettivo l’autorità narrativa e si istituisce una scena pubblica in cui la narrazione è strutturalmente esposta a rinegoziazione. Analogamente, il teatro documentario costruisce dispositivi estetici che intrecciano testimonianza, riscrittura del reale (Guccini 2011) e forme di racconto che diventano diari pubblici, anche di messa in scena del conflitto. In tali contesti, la responsabilità discorsiva emerge come effetto pratico di regole situate di partecipazione, esposizione e ascolto e si fonda sul riconoscimento del “luogo” scenico come luogo di produzione di sapere (Taylor, 2003). Particolare attenzione è dedicata alla dimensione embodied di queste pratiche: il corpo, come sede di conoscenza incarnata e relazione (Ghigi, Sassatelli 2018), diventa mezzo attraverso cui i partecipanti co-narrano e negoziano i confini identitari (Taylor 1992; Miller 2021), attivando forme di solidarietà situata e di vulnerabilità condivisa (Butler 1999; 2015; 2017). La responsabilità discorsiva si traduce in pratica politica che si radica nelle realtà materiali ed affettive delle relazioni umane (Haminghton 2004). La scena dialogica è campo di esperienza estetica-sensibile (Dewey 1934) di riconoscimento reciproco, un dispositivo relazionale che coinvolge posture, affetti e presenze materiali, rendendo visibili le asimmetrie e, al contempo, aprendo possibilità di temporanea rinegoziazione. Tale configurazione resta tuttavia attraversata da una tensione strutturale: le arti dialogiche possono funzionare come laboratori in cui il conflitto viene riformulato e la responsabilità condivisa esercitata, ma possono anche riprodurre logiche paternalistiche, dinamiche estrattive o processi di neutralizzazione del dissenso. È proprio questa ambivalenza a renderle osservatori privilegiati dei processi contemporanei di redistribuzione della voce, mutuo riconoscimento e produzione di coesione simbolica nelle crisi epistemiche. Performing arts e Cultural Welfare: tra riconoscimento istituzionale e autonomia 1: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 2: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 3: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia In un contesto segnato da crisi sistemiche – climatiche, sanitarie, economiche – e da una crescente diffusione di narrazioni che fanno della rottura una chiave interpretativa del presente, la cultura sembra sempre più investita di una funzione riparativa e compensativa. Le arti performative hanno da sempre rappresentato dispositivi di testimonianza, contro-narrazione e rielaborazione simbolica delle fratture sociali tramite la loro funzione riflessiva (Autore 2013), come nel cosiddetto teatro di realtà (Martin 2013; Autori 2019), dove tali tematiche emergono come materia di ricerca scenica e drammaturgica. Ora però che la dialettica tra arte e benessere appare pervasa da una retorica della necessità, il presente contributo propone uno spostamento di prospettiva: in che modo il riconoscimento istituzionale del teatro è influenzato da aspettative di gestione delle fratture sociali? In questa prospettiva, il paradigma del welfare culturale (Manzoli, Paltrinieri 2021; Autori 2025) rappresenta un osservatorio privilegiato per analizzare le mutazioni contemporanee del rapporto tra arte, istituzioni e società, rendendo visibili nuove forme di tensione strutturale nel campo delle performing arts. In Italia questo processo assume una fisionomia specifica: a partire dal 2020 il welfare culturale si afferma come cornice semantica formalizzata nella Legge di Bilancio 2026 con l’istituzione del Fondo cultura terapeutica e cura sociale. Più che descrivere pratiche culturali esistenti, il paradigma contribuisce a ridefinire le grammatiche di legittimazione delle arti nel quadro delle politiche pubbliche, introducendo nel sistema dello spettacolo dal vivo criteri di riconoscimento fondati sull’impatto sociale, sulla misurabilità e sulla capacità di produrre benessere. Questa ridefinizione alimenta il dibattito sul rapporto tra finalità sociali e autonomia artistica. Le analisi sulla strumentalizzazione dell’arte (Belfiore, Bennett 2008) evidenziano il rischio che la funzione sociale diventi parametro dominante di valore, mentre il confronto tra istanze etiche delle arti socialmente ingaggiate e prerogative estetiche (Bishop 2012, 2025; Autori 2024) mette in discussione la polarità tra autonomia creativa e progettualità relazionale orientata alla produzione di effetti sociali. Il contributo interpreta tale processo come un crash nel campo artistico (Bourdieu 1992): non un conflitto tematizzato nelle opere, ma una ridefinizione delle condizioni di riconoscibilità istituzionale delle finalità artistiche. Assumendo una prospettiva sistemica (Luhmann 1990), il welfare culturale viene letto come forma di accoppiamento tra sistema artistico, sistema politico e sistema del welfare. In questo accoppiamento si produce una tensione strutturale che orienta la domanda di ricerca: il paradigma ha ampliato la capacità delle istituzioni di riconoscere nel prodotto artistico valori coerenti con le proprie finalità – benessere, integrazione, sviluppo – oppure ha ridefinito retroattivamente le condizioni di legittimazione, generando una pressione adattiva sulla produzione artistica affinché tali finalità siano integrate preventivamente nella progettazione? L’analisi si basa sui risultati di una ricerca nazionale **** che integra l’analisi di 116 bandi pubblici e privati pubblicati tra il 2020 e il 2025, con 15 interviste qualitative a operatori/trici, policy maker e artiste/i. I dati mostrano come l’impatto sociale sia divenuto criterio strutturale di accesso alle risorse e come il welfare culturale operi il più delle volte come dispositivo selettivo che orienta preventivamente la progettazione artistica verso la formalizzazione degli effetti sociali attesi. Il conflitto emerge così sul piano della riconoscibilità: la rilevanza sociale tende a trasformarsi da esito possibile della pratica artistica a requisito preliminare di accesso alle risorse. Il contributo propone di leggere questo processo non come semplice strumentalizzazione, ma come conflitto strutturale nella produzione artistica contemporanea. È nello scontro tra autonomia artistica e riconoscimento istituzionale che si ridefiniscono oggi le condizioni di legittimazione dell’arte. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 04: Famiglie resilienti e supporto sociale Luogo, sala: Aula 5 Chair di sessione: Donatella Bramanti |
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Famiglie resilienti e supporto sociale 1: Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano, Italia; 2: Università del Molise - Campobasso, Italia; 3: Università degli Studi - Bergamo, Italia; 4: Università degli Studi - Verona, Italia Una delle caratteristiche distintive delle relazioni familiari è la dimensione della cura, che in senso ampio significa farsi carico gli uni degli altri. Questa caratteristica distintiva delle relazioni familiari può assumere forme diverse ed essere anche esposta al rischio del burn out (crash) o del sovraffaticamento. Nondimeno è possibile evidenziare anche, a partire da un’attenta riflessione teorica e da molti lavori di ricerca condotti e che le situazioni di crisi possono produrre forme nuove di generatività sociale, nella forma della resilienza, che producono relazioni rafforzate e, in grado di esprimere una maggior riflessività. In questa luce, la resilienza non è una qualità innata e fissa, ma un percorso dinamico che può essere attivamente coltivato e supportato nel tempo, anche attraverso la presenza di reti sociali funzionali e significative per i soggetti. La resilienza (Walsh, 2008), presente nei contesti familiari a fronte della necessità di sostenere le diverse forme di fragilità, è una evidenza del protagonismo familiare e della sua capacità di fronteggiare la complessità delle sfide e contemporaneamente di rendere evidente una qualità dell’umano. La capacità, per le reti familiari, di agire relazioni di supporto a fronte delle differenti forme di fragilità è resa più probabile da una buona dotazione di capitale sociale, inteso, secondo la prospettiva relazionale, come un costrutto polisemico che determina la qualità propria delle relazioni. Affrontare il tema della resilienza familiare e della funzione di supporto significa, in sostanza, porsi delle domande chiave: Come questa famiglia gestisce le difficoltà della cura? Quali sono le sue modalità comunicative? Come si riorganizza di fronte ai cambiamenti? Chi e come viene assunto il ruolo di caregiving? Il presente panel propone 4 contributi che, da prospettive differenti, offrono elementi di riflessione rigorosi e analisi di dati empirici, particolarmente recenti, sul tema del supporto sociale e delle ricadute sulle reti familiari. Il primo contributo, Processi di cura e reti di relazioni: riflessività, ambivalenze e criticità, di carattere teorico propone un cambio di prospettiva nella riflessione sociologica sui processi di cura, collocando il caregiving all’interno del più ampio sistema di supporto sociale, che coinvolge attori pubblici, privati, del terzo settore e reti informali. Tra il supporto sociale generale e il caregiving in senso stretto emerge un’area intermedia fondamentale: i network di supporto informale che sostengono i caregiver. Questa “zona di decompressione”, spesso poco visibile, è cruciale per prevenire il burnout e garantire, indirettamente, il benessere di chi riceve la cura. Il caregiving viene così interpretato non come un’azione isolata o puramente tecnica, ma come un processo relazionale, mentale e pratico, che si sviluppa nel tempo e coinvolge più soggetti. Il caregiving, infatti, è un processo dinamico che può rafforzare o indebolire i legami sociali nel tempo. Il secondo contributo, Tra caregiving e progetto di vita: reti di supporto, capitale sociale e resilienza nelle famiglie con persone in condizione di disabilità, rilegge le pratiche di cura delle persone con disabilità, con particolare attenzione al caregiving e al progetto di vita. A partire da una ricerca quali-quantitativa che integra interviste diadiche e Personal Network Analysis, il caregiving viene interpretato come un’infrastruttura relazionale complessa, superando una visione individualizzata e privatizzata della cura. I risultati mostrano reti di supporto prevalentemente familiari, caratterizzate da un forte capitale sociale bonding che, pur compensando le carenze dei servizi, può generare chiusura relazionale e sovraccarico. Il capitale sociale bridging, legato a reti associative e istituzionali, appare invece più fragile e poco strutturato. La resilienza emerge così come esito relazionale, dipendente dalla qualità e ampiezza delle reti. Il terzo contributo, Conflitti tra ruoli di cura familiare e resilienza dei network di appartenenza, analizza l’impatto dei profondi cambiamenti demografici e culturali – invecchiamento della popolazione, calo della natalità, riduzione dei nuclei familiari, emigrazione giovanile e crescente individualismo – sugli equilibri della convivenza quotidiana, con particolare attenzione al tema della cura e dell’assistenza. L’obiettivo è duplice: da un lato evidenziare le difficoltà legate ai ruoli di cura verso anziani e persone con patologie croniche; dall’altro mostrare la capacità di resilienza delle reti sociali nel fronteggiare i conflitti familiari (“crash”) generati da tali responsabilità. La ricerca integra dati quantitativi (survey nazionale 2024 su campione rappresentativo) e qualitativi, raccolti tramite strumenti di social network analysis e interviste diadiche a 20 caregiver e ai loro principali sostenitori. L’analisi delle reti evidenzia come specifiche configurazioni del network (maggiore densità, presenza di nodi di supporto, ruolo di intermediazione) favoriscano la gestione delle difficoltà e il rafforzamento delle relazioni. L’ultimo contributo, L’empowerment delle pratiche di cura nel caregiving familiare: dall’analisi all’intervento di rete, considerando la rete come categoria analitica centrale, il contributo propone l’uso della Social Network Analysis per comprendere come diverse configurazioni relazionali influenzino l’uso dei servizi e la soddisfazione dei bisogni. Attraverso i dati [omesso per peer review] sul caregiving in Italia, lo studio indaga come le reti possano generare conflitto o cooperazione e come l’analisi reticolare possa orientare interventi capaci di rafforzare la resilienza familiare e la sostenibilità delle pratiche di cura, attribuendo all’assistente sociale una funzione di regia nella valorizzazione della rete.
Processi di cura e reti di relazioni: riflessività, ambivalenze e criticità Lucia Boccacin Il paper prende l’avvio dalla seguente domanda di ricerca: come introdurre un cambio di prospettiva nella riflessione sociologica sui processi di cura? Su cosa può fondarsi tale cambio di prospettiva? Per rispondere a tale interrogativo si ritiene opportuno contestualizzare il processo di cura o caregiving nell’ambito più ampio del supporto sociale offerto in vario modo da attori sociali differenti - pubblici, privati, di terzo settore o afferenti alle reti informali. Ma, tra l’area del supporto sociale latamente inteso e il processo di caregiving vero e proprio, emerge un’area intermedia, che è rappresentata dai network di supporto informale, i quali aiutano i caregiver. Quest’area, di cui molto spesso si ha scarsa consapevolezza a livello sociale, è in realtà fondamentale per il benessere del caregiver e, in via indiretta, anche per il benessere di chi riceve la cura. Si tratta di un ambito relativo alla o alle persone di riferimento e/o di sostegno dei caregiver e rappresenta un contesto di supporto fondamentale per coloro che si trovano a reggere le tensioni e le criticità del processo di caregiving. Coloro che agiscono in tale area intermedia, di decompressione, svolgono indirettamente una funzione di sostegno al caregiver che spesso risulta dirimente nell’evitare che quest’ ultimo vada in burn out. Prestare cura è dunque un processo al contempo interpersonale e sociale, che include sia fattori di attaccamento, come l’instaurarsi del legame e dell’empatia, l’assunzione di responsabilità personale, sia fattori inclusivi come l’opportunità di diversificare le relazioni includendo coloro che sono diversi da noi, di fare rete, di accompagnare l’altro. Il caregiving, non è circoscritto quindi a una azione puntuale, specialistica, ma è un processo relazionale, mentale, e pratico che dura nel tempo e lo attraversa, richiede il concorso di più soggetti, ed è in grado di generare esiti a livello micro (della persona) a livello meso (nell’ambito dei gruppi come ad esempio le reti parentali o le équipe di professionisti) a livello macro (nei contesti sociali). Occorre considerare contestualmente più fattori che sono dirimenti nell’ambito dei processi di cura, di non continuare a riflettere su un solo soggetto, sia esso il destinatario della cura o chi la offre, oppure su una singola azione o attività, ma di introdurre una prospettiva processuale e multidimensionale in grado di considerare simultaneamente la complessità dei processi di cura e soprattutto la presenza di più attori sociali e le loro relazioni, non assumendo tale complessità come un vincolo o un ostacolo, ma come una opportunità. Infatti, sono le reti di relazioni a costituire il perimetro delle azioni che generano l’aiuto e il supporto alla base del caregiving. Alcune ricerche evidenziano come il trascorrere del tempo metta alla prova le relazioni di cura, indebolendole o consolidandole. Il caregiving emerge quindi come un processo mutevole, in grado di rinforzare la relazioni oppure di sfilacciarle, di consumarle, di erodere la socialità, e di produrre isolamento.
Tra caregiving e progetto di vita: reti di supporto, capitale sociale e resilienza nelle famiglie con persone in condizione di disabilità Fabio Ferrucci
Il contributo propone una rilettura delle pratiche di cura delle persone in condizione di disabilità alla luce della riconfigurazione delle politiche per la disabilità in Italia con particolare riferimento al caregiving e al progetto di vita. Muovendo dai risultati di una ricerca quali-quantitativa condotta sulle famiglie che si prendono cura di un familiare in condizione di disabilità, il contributo propone di concepire il caregiving come una infrastruttura relazionale e sistema complesso di interdipendenze, superando una visione individualizzante e privatizzata del lavoro di cura. Attraverso l’integrazione tra intervista diadica e Personal Network Analysis, la ricerca analizza la morfologia delle reti di supporto, il benessere/malessere dei caregiver e le forme di capitale sociale mobilitate nei reticoli di relazione. I risultati evidenziano la prevalenza di reti di tipo familiare e parentale, caratterizzate da un intenso capitale sociale bonding, che supplisce spesso l’inadeguatezza dei servizi ma rischia di produrre chiusura relazionale con conseguente sovraccarico del lavoro cura. Il capitale sociale bridging – associativo e istituzionale – emerge nei contesti più aperti e partecipativi, ma appare ancora fragile, poco sistemico e fortemente dipendente dall’iniziativa individuale e dalla fiducia interpersonale. La resilienza familiare si configura così non come dote individuale, ma come esito relazionale, prodotto dalla qualità e dall’ampiezza delle reti. In una prospettiva sociologica relazionale, la morfologia delle reti non rappresenta dunque uno sfondo neutro, ma una variabile strutturante che condiziona la distribuzione del carico di cura, le traiettorie biografiche e l’accesso ai diritti. Se la proposta normativa sul caregiver familiare rappresenta un avanzamento sul piano del riconoscimento giuridico, delle tutele lavorative e delle misure di sollievo, la ricerca evidenzia il rischio di una focalizzazione eccessivamente centrata sul soggetto caregiver, senza un parallelo investimento sulle reti territoriali e sui servizi capaci di trasformare il capitale sociale bonding in bridging. Il riconoscimento individuale, infatti, non è sufficiente a prevenire processi di isolamento relazionale e di “genitorialità perpetua” che caratterizzano molte traiettorie biografiche osservate. Allo stesso tempo, la normativa sul progetto di vita personalizzato e partecipato – nell’ambito della riforma della disabilità – apre uno spazio potenzialmente innovativo: sposta il baricentro dalla prestazione alla co-progettazione, valorizza la dimensione relazionale e richiama l’integrazione tra interventi sanitari, sociali, educativi e lavorativi. Tuttavia, le evidenze empiriche suggeriscono che l’effettiva implementazione del progetto di vita dipenderà dalla capacità dei territori di attivare reti multi-attore stabili e affidabili, capaci di generare fiducia e continuità nel tempo. Senza un rafforzamento strutturale del capitale sociale bridging, il progetto di vita rischia di rimanere un dispositivo formale, gravando ancora una volta sulla capacità organizzativa delle famiglie. Le politiche dovrebbero quindi integrare la tutela giuridica del caregiver e il sostegno economico con interventi orientati alla costruzione e manutenzione delle reti di cura – servizi territoriali competenti, associazionismo, professionisti di riferimento, spazi di partecipazione – affinché la resilienza familiare non sia l’esito di una resistenza solitaria, ma di una infrastruttura sociale capace di distribuire equamente il carico di cura e di rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari.
Conflitti tra ruoli di cura familiare e resilienza dei network di appartenenza Marco Carradore
La costante crescita della popolazione anziana destinata inevitabilmente a produrre un aumento della domanda di assistenza e cura; le trasformazioni famigliari che stanno già generando una riduzione della dimensione media dei nuclei familiari; il crollo della natalità che avanza; l’emigrazione all’estero di giovani cittadini/e italiani e le trasformazioni culturali in atto, a favore di un agire quotidiano basato su valori individualistici, sono tutti fenomeni che concorrono ad incidere sugli “spazi” della convivenza quotidiana, mettendo alla dura prova i nuclei familiari e arrivando, in alcuni casi, a generare dei veri e propri “crash” tra i componenti della famiglia “lacerando” i legami relazionali costitutivi dei loro network. L’obiettivo del contributo proposto si focalizza, nello specifico, sul fenomeno della cura e dell’assistenza e ha una duplice finalità. In primo luogo, intende mettere in luce le difficoltà che emergono dai ruoli di cura di persone anziane e di persone con patologie croniche; mentre, in secondo luogo, mira a mostrare la resilienza del reticolo sociale nell’assorbire il “crash” generato dai conflitti sui ruoli familiari di cura. I dati impiegati per la prima finalità derivano da una survey costituita da un campione rappresentativo della popolazione nazionale sulla base del genere, dell’età, della dimensione del comune di residenza e della macroarea geografica di appartenenza e sono stati rilevati nel corso dell’anno 2024 tramite un questionario standardizzato. I dati relativi il secondo obiettivo provengono, invece, dalla rilevazione tramite gli strumenti specifici della social network analysis, ovvero il “name generator”, il “name interpreter” e il “name inter-relator”, atti a raccogliere la struttura e le caratteristiche del network di chi presta cura e dalla narrazione dell’esperienza, rilevata attraverso lo strumento dell’intervista diadica. La rilevazione dei dati di network è stata somministrata solamente a chi svolge il ruolo di caregiver, mentre, l’intervista diadica e stata sottoposta contemporaneamente al caregiver e ad una persona da questi considerata come suo sostegno. La rilevazione ha incluso quindi venti caregiver e altrettante diadi per un totale di quaranta diverse prospettive di narrazioni disponibili per l’analisi. L’elaborazione del materiale empirico quantitativo raccolto ha permesso di comprendere che il ruolo di cura, oltre ad essere uno sforzo fisico è soprattutto una condizione impegnativa tipica dei legami familiari, e questo aspetto è stato confermato anche dalle evidenze empiriche qualitative, le quali hanno fatto emergere anche come specifici modi di agire rispetto alla cura e all’assistenza siano un fenomeno che non solo rende più fragile il legame familiare, ma che genera un vero e proprio conflitto relazionale in ambito domestico. L’approfondimento della morfologia del network delle persone intervistate, invece, ha messo in risalto come differenti forme e caratteristiche del reticolo – reti più o meno dense, network dove il caregiver ha un maggiore o minore ruolo di intermediazione – contribuiscano ad affrontare e a superare i periodi di difficoltà, oltre che a rafforzare le relazioni tra gli esseri umani che costituiscono la rete. Riconoscere pertanto il ruolo della rete, le funzioni che hanno i singoli nodi e permettere ai chi fornisce assistenza ad altri di “coltivare” i propri rapporti sociali, nonostante il carico di cura, consentirebbe di sostenere il miglioramento del benessere di tutte le persone coinvolte nel network alimentando, allo stesso tempo, quella solidarietà generativa che “lega” il tessuto sociale.
L’empowerment delle pratiche di cura nel caregiving familiare: dall’analisi all’intervento di rete Giuseppe Grasso L’invecchiamento della popolazione (World Health Organization, 2025) e l’aumento delle condizioni di non autosufficienza (Wang et al., 2024; Souza et al., 2021), si collocano in uno scenario globale segnato da crisi sistemiche e dalla fragilizzazione dei legami sociali (Beck, 2000; Bauman, 2000). In tale contesto, i processi di deistituzionalizzazione avviati nei paesi europei, orientati alla tutela dei diritti delle persone non autosufficienti e alla sostenibilità dei sistemi assistenziale (Ilinca et al., 2015), non sono stati accompagnati dalla costruzione di una effettiva community care. Quest’ultima, intesa come superamento della dicotomia tra formale e informale (Folgheraiter, 2006), presuppone pratiche di cura cooperative tra servizi e reti familiari e si fonda sull’idea di empowerment quale processo collaborativo tra utenti, caregiver e operatori (Bortoli & Folgheraiter, 2001). Tale impostazione supera la dicotomia micro/macro e l’opposizione soggetto/sistema, ricomponendole nella relazione come unità analitica dell’intervento sociale (Campana, 2004). Tuttavia, all’interno del modello di welfare lib/lab, caratterizzato dalla compresenza di una logica di mercato fondata sulla responsabilizzazione individuale e di una logica statuale di erogazione di prestazioni pubbliche (Donati 2020), il caregiver è concepito alternativamente come soggetto privato che agisce entro la sfera familiare o come utente destinatario di servizi e trasferimenti pubblici. Ne consegue che l’interazione tra caregiver informali e servizi di supporto formali, anziché sviluppare una rete dotata di una sua soggettività, può produrre conflitti: la resilienza delle famiglie può essere considerata un vincolo e un ostacolo piuttosto che una risorsa e gli operatori sociali possono essere percepiti come competitori sul piano dei legami umani (Donati, 2021). Diversamente, un approccio in cui il servizio utilizza i propri mezzi per sostenere le pratiche di cura attraverso cooperazione e valorizzazione della relazione non solo supera una concezione paternalistica o delegante dell’intervento, ma promuove una cultura relazionale di rete. Considerando la rete come concetto operativo per spiegare, empiricamente, fenomeni non totalmente riconducibili alle tradizionali chiavi interpretative delle scienze sociali (Di Nicola, 1998) e tenuto conto che diverse configurazioni delle reti di supporto sono associate a modalità eterogenee di utilizzo dei servizi e a livelli differenti di bisogni non soddisfatti (Wenger, 1991), sono necessari strumenti di analisi, quali la Social Network Analysis, che possano fornire informazioni sulla struttura reticolare in cui i soggetti si trovano inseriti (Tronca, 2013). Il presente contributo si interroga su come le configurazioni relazionali del caregiving in Italia, dove il ruolo di caregiver informale riguarda circa 8 milioni di persone di almeno 15 anni che forniscono assistenza come minimo una volta a settimana (Istat, 2022), producano conflitti o cooperazione tra famiglie e servizi, e su come l’analisi di rete possa orientare interventi capaci di trasformare tali tensioni. A tal fine, utilizza i dati empirici raccolti nell’ambito del progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale PRIN 2022 “Social capital as resource of care practice in Italy: Caregiving and social support in pandemic time”. L’analisi reticolare, non limitandosi a essere oggetto di osservazione, diventa dispositivo di esplicitazione e condivisione degli obiettivi assistenziali fra i diversi attori coinvolti (Campana, 2004), rendendo più resilienti le reti familiari e più sostenibili le pratiche di cura. In tale processo, l’assistente sociale può assumere una funzione di regia, valorizzando la capacità generativa della rete stessa (Sanicola, 2009).
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| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 05: Generazioni e conflitti simbolici Luogo, sala: Aula 6 Chair di sessione: Maurizio Merico |
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L’età fuori posto? Gli older adult influencer e la ridefinizione delle narrazioni sull’invecchiamento su TikTok 1: Università LUMSA; 2: Sapienza Università di Roma Nel contesto della platformizzazione (Van Dijck et al., 2018), la costruzione e negoziazione dell’identità online risultano profondamente trasformate (Nieborg et al., 2022). Le piattaforme si configurano, infatti, come ambienti socio-tecnici in cui emergono nuove narrazioni del sé (Gündüz, 2017; Choi et al., 2020). In tale cornice, gruppi marginalizzati o sottorappresentati, tra cui le persone anziane, ricorrono agli spazi digitali per problematizzare le narrazioni egemoniche. L’ascesa degli “older adult influencer1” può configurarsi come uno spazio di sperimentazione di nuove modalità di rappresentazione dell’invecchiamento. Attraverso pratiche di autorappresentazione, mettono in discussione l’immagine stereotipata delle persone anziane come fragili, tecnofobiche e isolate (Picazo-Sánchez & García-Marín, 2021), proponendo un’idea di invecchiamento in cui le persone più adulte si affermano come soggetti attivi e legittimati nello spazio digitale (Farinosi & Fortunati, 2020; Miranda et al., 2021). Tuttavia, tali pratiche si inseriscono in un sistema dell’età gerarchico (Macnicol, 2015) in cui le rappresentazioni mediali occidentali hanno contribuito a normalizzare l’ageismo come forma di esclusione sociale e culturale (Palmore, 1999; Loos & Ivan, 2018). Tali rappresentazioni incidono sulle percezioni collettive e producono effetti di interiorizzazione che limitano la partecipazione sociale ed economica delle persone anziane (Sánchez et al., 2022). Secondo la logica dell’ecologia comunicativa, la rappresentazione dell’'invecchiamento emerge dall’interazione tra discorsi mediali e pratiche comunicative individuali (Gasiorek et al., 2016); ne deriva che i social media svolgono un ruolo cruciale nella formazione delle percezioni legate all’età (Wangler & Jansky, 2023). TikTok, pur intensificando molte pratiche che caratterizzano il capitalismo delle piattaforme (Studeny & Mohammed, 2023), è rilevante poiché sostiene un vivace movimento di invecchiamento positivo tra gli utenti più adulti (Ng & Indran, 2023; Cooper, 2024), trasformando la visibilità dell’età in risorsa simbolica, identitaria ed economica. La ricerca si propone di analizzare in che modo queste narrazioni, che si discostano dalle cornici egemoniche stereotipate, vengano interpretate e negoziate dalle audiences. In questa prospettiva, l’invecchiamento è inteso come uno spazio di conflitto simbolico in cui narrazioni e contro-narrazioni competono per la legittimazione del significato sociale dell’età, entro rapporti di potere che strutturano visibilità e riconoscimento. Pertanto, lo studio si articola attorno alle seguenti domande: RQ1: In che modo le narrazioni degli older adult influencer modellano il discorso culturale sull’invecchiamento tra gli utenti di TikTok? RQ2: In che modo queste narrazioni contribuiscono a ridefinire la rappresentazione delle persone anziane nella società contemporanea? Nella prima fase è stata realizzata un’analisi tematica di 1.359 commenti pubblicati sotto i video di cinque older adult influencer, selezionati secondo criteri delineati in studi precedenti (Cooper, 2024). I risultati sono stati successivamente approfonditi mediante tre focus group, composti da partecipanti equamente distribuiti tra persone di età inferiore e superiore ai 65 anni. Dall’analisi sembra che TikTok consenta agli individui di costruire forme di vicinanza relazionale attraverso interazioni parasociali. Condividendo esperienze ed emozioni, essi contribuiscono a un discorso collettivo sull’invecchiamento che conduce al riconoscimento di identità plurali dell’età adulta, permettendo di rimodellare attivamente le proprie narrazioni. Nei focus group è emerso che i partecipanti passano da un iniziale scetticismo a un riconoscimento parziale del valore di questi influencer, negoziando la tensione tra autenticità e logiche di mercato. Pur stimolando una riflessione critica sugli stereotipi dell’invecchiamento, le loro contro-narrazioni appaiono esposte al rischio di essere assorbite e monetizzate dalle logiche di visibilità della piattaforma. In sintesi, gli older adult influencer rimettono in discussione gli stereotipi sull’invecchiamento, tuttavia, le loro narrazioni restano condizionate dai vincoli strutturali della piattaforma che ne limitano il potenziale trasformativo. 1Tra le diverse opzioni terminologiche considerate, è stata adottata questa definizione, ritenuta la più adeguata, seppur con alcune riserve; la scelta è stata validata nell’ambito della conferenza ECREA TWG “Aging and Communication Studies”. Meme wars: la costruzione simbolica dello scontro “Boomers vs. Millennials” Università degli Studi di Messina, Italia Il nostro contributo si propone di indagare il conflitto “Boomers vs. Millennials” in quanto forma simbolica prodotta e riprodotta attraverso pratiche memetiche. L’ipotesi di partenza è che i meme, in quanto artefatti della cultura digitale partecipativa (Wiggins & Bowers, 2015; Picard, 2025) non si limitino a rappresentare uno scontro generazionale, ma contribuiscano attivamente alla sua costruzione, ritualizzazione e riproduzione negli ambienti digitali. Negli ultimi anni, l’opposizione “Boomers vs. Millennials” si è consolidata come frame ricorrente nella sfera pubblica digitale (Bentivegna & Boccia Artieri, 2019; Hassan, 2023), soprattutto a partire dalla viralità che l’espressione “Ok boomer” ha acquisito nel 2019 (Lim & Lemaski, 2020; Anderson, 2022). Da allora, il meme è stato in grado di adattarsi ed evolversi all’interno del contesto socioculturale, mantenendo un alto livello di contagiosità (Aglioti Colombini, 2025) e incarnando, in questi anni, una sintesi di tensioni economiche, culturali e morali già presenti nel dibattito pubblico, trasformandole in uno scontro generazionale facilmente riconoscibile e riproducibile dagli utenti. Le interazioni online promuovono la costruzione di un’identità culturale condivisa che rafforza il senso di appartenenza generazionale degli utenti (Napoli, 2014). Sulle piattaforme digitali, questo processo si amplifica a causa dei modelli algoritmici che regolano le dinamiche comunicative di pubblici connessi e identità mediatizzate (Hepp, 2020). Le etichette “Boomers” e “Millennials” descrivono figure stereotipate più che riflettere caratteristiche effettive delle persone reali. Non indicano semplicemente un’età cronologica, ma un insieme di valori, dinamiche e processi legati al rapporto con la tecnologia, alla sensibilità politica, allo stile comunicativo. La cultura memetica contemporanea, caratterizzata da iterabilità, sintesi visiva e appropriazione collettiva, traduce questioni complesse – precarizzazione del lavoro, crisi ambientale, mutamenti del welfare e dei consumi culturali – in contenuti facilmente comprensibili, fungendo da veicolo per la trasmissione della cultura tra generazioni (Aroldi, 2011; Arrobo-Agila, Gonzáles-Córdova & Barrazueta Molina, 2025). Attraverso un’analisi qualitativa di un corpus di meme virali pubblicati su Instagram e contrassegnati dagli hashtag “#okboomer”, “#boomer” e “#millennials”, il nostro lavoro si propone di esplorare i temi ricorrenti, le modalità di framing e il registro discorsivo prevalente (ironico o orientato alla denuncia). L’indagine sembra evidenziare come tali produzioni partecipino alla costruzione di un discorso generazionale strutturato secondo una dinamica polarizzante, in cui prendono forma due figure simboliche contrapposte: da un lato i “Boomers”, definiti privi di competenze digitali essenziali e protagonisti di pratiche comunicative obsolete; dall’altro i “Millennials”, caratterizzati da una dipendenza dalla tecnologia e da una mancanza di valori morali (Giorgi, 2026). In questa prospettiva, l’ironia appare configurarsi quale dispositivo di costruzione identitaria, capace di rielaborare risentimento e disagio condivisi in forme di riconoscimento e appartenenza collettiva. In tale quadro, il conflitto generazionale online appare come una forma simbolica più legata alla cultura che all’età. Non rappresenta una semplice distanza tra coorti: l’antagonismo viene prodotto, e ri-prodotto, dalle forme memetiche, che non si limitano a rappresentarlo, ma ne costituiscono la condizione di possibilità nella sfera pubblica digitale contemporanea, in cui la logica delle piattaforme rende il conflitto generazionale sempre più polarizzato. Algoritmi di personalizzazione, meccanismi di viralità e logiche di engagement, selezionano e amplificano contenuti che rafforzano stereotipi e differenze tra coorti, riducendo gli spazi di confronto e mediazione (Loru et al., 2025; Di Martino et al., 2025). Il consumo "giusto". Platform literacy e sicurezza simbolica tra polarizzazione e mercificazione del conflitto Università LUMSA, Italia Il contributo analizza come i conflitti contemporanei (geopolitici, culturali, valoriali) vengano tradotti in pratiche di consumo e in immaginari etico-identitari dentro ambienti digitali, dove boicottaggi, “consumi responsabili” e campagne di sostegno si intrecciano con dinamiche di polarizzazione, reputazione e monetizzazione (Shelley Boulianne, 2022; Vassilis Dalakas et al., 2023; Boulianne et al., 2024). In continuità con la prospettiva della società del rischio di Ulrich Beck (1992) e con le analisi sulla riflessività del sé nella modernità avanzata di Anthony Giddens (1991), l’ipotesi di fondo è che una parte crescente delle vulnerabilità esperite dalle giovani generazioni assuma una natura simbolico-identitaria: il “fare la cosa giusta” sul piano dei consumi diventa anche un lavoro di presentazione del sé, soggetto a giudizio pubblico, sanzioni morali e pressione performativa. Le piattaforme digitali sono concettualizzate come ambienti socio-tecnici dotati di logiche specifiche che orientano visibilità, riconoscimento e pratiche di consumo (José van Dijck, 2013; Nick Couldry & Andreas Hepp, 2017). In tali ambienti, il consumo “politico” (boicottaggio, buycott, sostenibilità, attenzione alle filiere) funziona come marcatore identitario e come risorsa di appartenenza: si consolidano repertori di azione (liste di brand da evitare, call to action, pratiche di “voto col portafoglio”) che possono amplificare conflitti e disuguaglianze, fino a configurare forme di mercificazione del conflitto. Questo passaggio può essere letto anche come trasformazione di mercati “moralizzati” e dei loro confini (Philip Balsiger, 2021; Kristin Bentsen & Per Egil Pedersen, 2024), in cui le affordances piattaformiche contribuiscono a stabilire (e a contendere) criteri di legittimità morale. Il contributo propone di leggere questi processi attraverso il concetto di capitale digitale (in continuità con Pierre Bourdieu, 1986) e, in particolare, di platform literacy (Sonia Livingstone et al., 2026): competenze critiche relative a logiche algoritmiche, metriche di engagement, modelli economici e governance dei contenuti. L’argomento centrale è che livelli differenti di platform literacy incidano sulla capacità di (a) valutare attendibilità e “autenticità” delle campagne di consumo responsabile; (b) gestire esposizione e rischio reputazionale; (c) riconoscere le forme di monetizzazione e spettacolarizzazione del conflitto; (d) sostenere pratiche coerenti senza trasformarle in pura performance. Ne deriva che i conflitti tradotti in scelte di consumo possono produrre nuove disuguaglianze: non solo economiche (chi può permettersi alternative “etiche”), ma anche comunicative e simboliche (chi possiede risorse per orientarsi tra info ambigue, pressure sociali e sanzioni morali) (Sara Karimzadeh & Magnus Boström, 2023). Dal punto di vista empirico, la ricerca adotta un disegno qualitativo netnografico multi-situato (Robert V. Kozinets, 2019), integrato da interviste in profondità. La selezione delle piattaforme ha il fine di osservare come il consumo “morale” diventi pratica identitaria e come le logiche socio-tecniche amplifichino visibilità, conflitto e mercificazione del dissenso. Per questo la selezione è costruita in modo comparativo, coprendo tre contesti digitali complementari: il frontstage pubblico della performance e della reputazione (Instagram e TikTok ), l’arena discorsiva della polarizzazione e delle sanzioni morali (X), e il backstage in cui circolano liste, istruzioni e norme di coordinamento (Telegram). L’analisi combina: (1) osservazione e analisi qualitativa di contenuti relativi a boicottaggi/consumi responsabili; (2) ricostruzione di traiettorie cross-platform di claim e call to action; (3) interviste a giovani utenti su criteri di scelta, rischio reputazionale e strategie di gestione dei conflitti valoriali. In termini di risultati attesi, l’analisi mira a mostrare: (i) come le logiche di piattaforma differenzino repertori e significati del consumo politico; (ii) come la platform literacy operi da risorsa di sicurezza simbolica nella gestione di boicottaggi e posizionamenti morali; (iii) come la mercificazione del conflitto ristrutturi gli immaginari del "consumo giusto", generando tensioni tra coerenza, visibilità e appartenenza. I giovani in Italia: narrazioni della policrisi e conflitti generazionali Università di Torino, Italia Negli ultimi anni, in Italia, i giovani sono tornati visibili nella sfera pubblica. Dopo una lunga fase in cui erano stati descritti come “invisibili”, per ragioni demografiche e per la scarsa riconoscibilità come soggetto collettivo, oggi riacquistano capacità di azione e di presa di parola. Se vent’anni fa Diamanti parlava di generazione invisibile (1999), giovani meno numerosi e poco riconoscibili come soggetto collettivo, oggi il quadro appare mutato. Pur con differenze legate al territorio, al genere e alla condizione socioeconomica, le nuove coorti si distinguono nettamente da quelle precedenti nei percorsi lavorativi, nei consumi, nell’uso dei social media, nelle forme familiari, nelle identità di genere, nella sensibilità ambientale e negli orientamenti politici. Questa riemersione, tuttavia, non coincide con un pieno riconoscimento, ma si colloca in una configurazione conflittuale, segnata da narrazioni contrastanti, tensioni intergenerazionali e persistenti asimmetrie di valore tra sfera privata e pubblica.In questa prospettiva proponiamo di leggere i giovani come una generazione left-behind. L’espressione, resa popolare da Rodríguez-Pose (2017), indicava originariamente una mobilitazione territoriale delle aree periferiche e in declino che si percepiscono escluse dallo sviluppo e reagiscono sostenendo opzioni populiste o anti-establishment. Qui la utilizziamo in senso generazionale: i giovani come coloro che “non contano”, pur avendo ancora il futuro davanti a sé. È proprio questa frattura tra orizzonte biografico e riconoscimento istituzionale a generare nuove forme di protagonismo, alimentate da una crescente sfiducia verso le istituzioni. Tuttavia, la mobilitazione pubblica è trainata soprattutto da chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali, mentre molti giovani con minori capitali tendono a ritirarsi dalla sfera pubblica, praticando una sorta di secessione silenziosa.Gli under 35 che stanno entrando nell’età adulta costituiscono una configurazione generazionale specifica, segnata dall’esperienza della policrisi_Cresciuti nella rivoluzione digitale, hanno acquisito nuovi strumenti di informazione e interazione.Tuttavia, il loro futuro appare segnato dalla “policrisi”, termine coniato da Edgar Morin e Anne Brigitte Kern (1993) e ripreso da Adam Tooze (2021, 2022) per indicare la coesistenza di crisi multiple che si amplificano reciprocamente.Tutti hanno raggiunto la maggiore età dopo la Grande Recessione del 2008, sperimentando precarizzazione del lavoro e stagnazione economica; hanno vissuto la pandemia, il ritorno della guerra in Europa e l’accelerazione della crisi climatica. La policrisi non produce soltanto effetti materiali, ma ridefinisce aspettative, orizzonti simbolici e grammatiche dell’incertezza. Le trasformazioni nei valori (lavoro, benessere, famiglia, politica, identità di genere) possono essere lette come forme di rielaborazione simbolica di una vulnerabilità strutturale. Il recupero dell’agency giovanile si osserva sul piano delle pratiche e su quello teorico. Sul primo emergono forme di azione non convenzionale, sincretiche e intermittenti, dove la diffidenza verso la politica istituzionale convive con repertori di mobilitazione collettiva. In questo quadro assume rilievo la lifestyle politics (de Moor 2017): attraverso scelte quotidiane nei consumi, nei trasporti o nell’alimentazione, i giovani cercano di contribuire al cambiamento sociale, senza escludere momenti di partecipazione pubblica. Sul piano teorico, ciò richiede di considerare i giovani non come destinatari passivi della socializzazione politica, ma come attori consapevoli. Il contributo recupera il concetto di generazione nell’accezione di Karl Mannheim: non semplice coorte anagrafica, ma legame costruito attraverso l’esperienza condivisa di processi di destabilizzazione entro specifici contesti storico-sociali_Il contributo si basa su una survey in due waves, condotta su campioni probabilistici della popolazione maggiorenne a livello nazionale e regionale, per oltre 3.000 questionari, con sovracampionamento dei 18–34enni, e su 13 focus group con giovani torinesi under 35. I risultati mostrano una configurazione generazionale attraversata da una tensione tra valorizzazione affettiva nella sfera privata e svalorizzazione sistemica nella dimensione pubblica. Il conflitto generazionale, quindi, non riguarda solo la redistribuzione delle risorse, ma anche il riconoscimento, le rappresentazioni e la legittimità simbolica. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 06: Narrazioni del genere femminile Luogo, sala: Aula 10 Chair di sessione: Isabella Crespi |
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Crash in Love: Female Dating Strategy e la costruzione delle rappresentazioni di genere nelle piattaforme digitali 1: Università della Calabria, Italia; 2: Università degli studi di Messina Questo studio analizza la comunità Female Dating Strategy (FDS), presente su Reddit, come spazio ideologico femminile online, interrogandosi su come tali ambienti digitali trasformino vissuti di vulnerabilità relazionale in narrazioni normative e conflittuali. La ricerca si basa su un’etnografia digitale (Sumiala & Tikka, 2020) del forum e su un’analisi dell’Handbook - un corpus di circa 500 pagine raccolte nel wiki della comunità. L’analisi è stata realizzata mediante codifica tematica assistita da NVivo, finalizzata a individuare pattern ricorrenti, categorie normative e rappresentazioni stereotipiche relative a genere, potere e violenza. L’Handbook di FDS si configura come un dispositivo normativo informale che codifica script comportamentali, standard estetici e strategie relazionali orientate alla costruzione normativa della figura della “High Value Woman” (Kay, 2024). In tale processo, la promessa di empowerment si intreccia con la costruzione di modelli regolativi ed escludenti di femminilità, fondati su presupposti cis-eteronormativi, codici di rispettabilità classista, impliciti standard di bellezza spesso irraggiungibili e logiche neoliberali di auto-ottimizzazione (Gill, 2007). FDS non si limita a offrire uno spazio di confronto tra pari, ma contribuisce a ristrutturare simbolicamente il conflitto di genere, trasformandolo in cornice interpretativa dominante delle relazioni intime contemporanee. L’elaborazione collettiva di rabbia, frustrazione e disillusione affettiva viene così tradotta in un sistema coerente di norme e classificazioni che offre stabilità interpretativa in un contesto percepito come incerto e rischioso (Illouz, 2007). Il contributo mostra inoltre come FDS produca contro-narrazioni sulle relazioni eterosessuali attraverso l’uso selettivo di riferimenti alla psicologia evoluzionista, generalizzazioni statistiche e rappresentazioni moralizzate del maschile come categoria strutturalmente predatoria (Balci et al., 2023). Tali pratiche discorsive contribuiscono alla costruzione di veri e propri regimi di verità alternativi, nei quali il conflitto viene naturalizzato come principio organizzatore delle relazioni intime. Collocando FDS nel più ampio scenario delle subculture digitali, lo studio sostiene che queste comunità funzionino simultaneamente come spazi di protezione simbolica e come arene di definizione e rinegoziazione delle norme di genere. L’analisi consente di interrogare le implicazioni sociali e culturali di tali dispositivi informali nella costruzione di immaginari conflittuali, mostrando come, in un contesto di incertezza relazionale e precarietà affettiva, la crisi venga trasformata in grammatica identitaria e infrastruttura del sé (Foucault, 1992). Crash demografico! Narrazioni del materno e riconfigurazioni di responsabilità sociale Università di Bologna, Italia “Emergenza natalità”, “crisi demografica”, “collasso generazionale”: la denatalità italiana viene sempre più frequentemente inscritta in una grammatica dell’urgenza che la trasforma da fenomeno strutturale di lungo periodo in evento critico che interroga il futuro della collettività nazionale. In questa cornice, la crisi non è solo oggetto di descrizione statistica, ma dispositivo narrativo che produce effetti simbolici e materiali: ridefinisce priorità politiche, orienta appartenenze, riorganizza le responsabilità tra Stato, mercato e famiglie. La natalità diventa così terreno privilegiato di conflitto culturale e di rinegoziazione dei confini tra sfera pubblica e privata. Il contributo analizza il Codice per le Imprese a Sostegno della Maternità, varato nel 2023 dal dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, come dispositivo normativo e comunicativo che mira a riconfigura la governance della riproduzione sociale. Nel Codice, la “procreazione” viene qualificata come bene pubblico primario che le politiche statali possono solo sostenere parzialmente, attribuendo al settore privato un ruolo strategico nella gestione della crisi demografica. L’adesione volontaria delle imprese, articolata in interventi volti alla continuità professionale delle madri, alla tutela della salute e alla flessibilità organizzativa, segnala uno spostamento del baricentro della responsabilità sociale verso forme di governance ibrida, fondate su partenariati e impegni etici più che su diritti esigibili. La ricerca si interroga su come la narrazione della natalità come emergenza contribuisca a riconfigurare la distribuzione delle responsabilità e delle disuguaglianze, e su quali semantiche vengano mobilitate per rappresentare maternità, lavoro e conciliazione. In linea con il tema della call, si assume che le crisi sistemiche operino come metafore organizzatrici capaci di ridefinire i paradigmi culturali ed educativi attraverso cui interpretiamo simboli e pratiche del vivere quotidiano. In questo caso, la crisi demografica attiva un processo di problematizzazione della maternità che oscilla tra valorizzazione simbolica e riproduzione di ruoli normativi. L’analisi si colloca all’intersezione tra sociologia della famiglia, studi sulla cura e teoria della governance. Da un lato, viene ricostruita la genealogia della “doppia presenza” come dispositivo culturale che ha storicamente normato la conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro di cura; dall’altro, si interrogano le richieste di pari opportunità avanzate dai movimenti femministi contemporanei, mettendo in luce le tensioni tra emancipazione, valorizzazione della maternità e redistribuzione della cura. Metodologicamente, lo studio combina un’analisi discorsiva dei documenti istituzionali con i dati relativi alle imprese aderenti al Codice e a madri lavoratrici. L’interfaccia tra lavoro e vita familiare viene indagata come spazio di negoziazione dell’agency, ma anche come luogo in cui si manifesta una vulnerabilità strutturale e socialmente costruita. La prima vulnerabilità riguarda la posizione lavorativa: il maternal wall e la motherhood penalty che evidenziano la persistenza di una distribuzione asimmetrica dei costi della riproduzione, a fronte di un frequente child premium paterno. La seconda vulnerabilità concerne i “conflitti di cooperazione” all’interno della coppia genitoriale, laddove l’accesso differenziale alle risorse economiche può ridurre i margini di autonomia decisionale delle madri, esponendole a dinamiche di dipendenza materiale. Alla luce di questi elementi, la crisi demografica emerge non solo come questione quantitativa, ma come arena simbolica in cui si ridefiniscono valori, ruoli e legami. La narrazione dell’“emergenza natalità” contribuisce a trasformare la maternità in luogo di condensazione di ansie collettive e aspettative normative, producendo nuove configurazioni di responsabilità tra Stato, imprese e famiglie. Il contributo mostra come tale processo non sia neutro, ma attraversato da conflitti relativi alla definizione del bene comune, alla distribuzione dei rischi e al riconoscimento dell’agency femminile, offrendo così una prospettiva critica sulla riconfigurazione contemporanea della governance della riproduzione sociale. Leadership femminile e narrazioni della crisi nella serialità contemporanea. Un’analisi comparata di Borgen - Power & Glory e The Diplomat 1: Link Campus University, Italia; 2: Aarhus University, Denmark Nel corso degli ultimi anni, la serialità televisiva si è progressivamente consolidata come uno dei principali dispositivi culturali attraverso cui la società contemporanea interpreta e rielabora l’esperienza della crisi. In una fase storica descritta in termini di permanent crisis (Reitter & Wellmon, 2021) o di cascade crises (UNRISD, 2022), segnata dalla sovrapposizione di crisi economiche, ambientali, geopolitiche e istituzionali, il racconto seriale si configura come uno spazio privilegiato di rappresentazione delle incertezze collettive. Gli studi sulle narrazioni delle crisi ambientali, e in particolare le cli-fi narratives, hanno evidenziato come l’industria audiovisiva globale contribuisca a rendere visibili questioni politiche e sociali complesse (Saunders, 2021; Kääpä & Vaughan, 2022; Autor*, 2024), favorendo un coinvolgimento dei pubblici rispetto a dinamiche di governance della crisi spesso astratte, o poco accessibili. Le narrazioni seriali non si limitano dunque a rispecchiare vulnerabilità e tensioni, ma partecipano alla costruzione sociale della realtà (Berger & Luckmann, 1966), contribuendo a definire come le crisi vengano culturalmente immaginate, nonché interiorizzate ed elaborate sul piano emotivo. Le crisi degli ultimi decenni hanno reso particolarmente visibile l’intersezione tra gestione dell’emergenza e costruzione sociale delle differenze di genere, mostrando come la leadership in contesti critici sia attraversata da aspettative di ruolo e criteri di valutazione che incidono sui processi di attribuzione di competenza, autorevolezza e legittimità (O’Brien & Piscopo, 2023). Tali dinamiche dialogano con la letteratura sul glass cliff (Ryan et al., 2016), che evidenzia la maggiore probabilità per le donne di accedere a posizioni apicali in situazioni ad alto rischio, e con gli studi che interpretano la crisi come banco di prova politico capace di rivelare vincoli strutturali ma anche di aprire spazi di ridefinizione dell’autorità (Klenke, 2004). Nella serialità contemporanea, questi processi si traducono in configurazioni narrative che mettono alla prova la leadership femminile in contesti di elevata esposizione istituzionale e mediatica, facendo della crisi un dispositivo attraverso cui l’autorità femminile viene costruita, contestata o legittimata (Gjelsvik & Schubart, 2016; Pinedo, 2021; McCabe, 2026). Sulla base di tali premesse, questo studio propone un’analisi comparata di due serie contemporanee incentrate su temi di crisi, Borgen - Power & Glory (Netflix-DR, 2022) e The Diplomat (Netflix, 2023-), interrogando il modo in cui il political drama rappresenta la crisi come esperienza di governo segnata da vulnerabilità e attraversata da dinamiche di genere. In entrambe le serie, le protagoniste si collocano all’intersezione tra emergenze globali e instabilità personali, in contesti in cui capacità decisionale, gestione dell’emotività e tenuta reputazionale sono costantemente rimesse in discussione. Lo studio si articola attorno a due domande di ricerca: 1) in che modo Borgen e The Diplomat costruiscono narrativamente diverse configurazioni della crisi e come viene rappresentata la leadership femminile in tali contesti?; 2) in che modo queste rappresentazioni contribuiscono a ridefinire le cornici culturali dell’autorità femminile, della vulnerabilità e della resilienza nell’attuale scenario di crisi permanente? Dal punto di vista metodologico, lo studio adotta un approccio qualitativo mixed methods (Creswell e Plano Clark, 2018) che combina: media content e paratextual analysis, focalizzata su materiali promozionali e narrazioni giornalistiche, finalizzata a ricostruire i frame attraverso cui crisi e leadership vengono rese pubblicamente significative; narrative analysis, informata dalla crisis communication theory (Coombs & Holladay, 2010), volta a individuare pattern discorsivi ricorrenti relativi alla visibilità della crisi, alle attribuzioni di responsabilità e alla costruzione della legittimità. Dallo studio emerge come le due serie non solo riflettano le tensioni legate alla gestione dell’emergenza, ai processi decisionali e alle dinamiche di legittimazione pubblica, ma contribuiscano a ridefinire le modalità attraverso cui la leadership femminile viene narrativamente costruita, valutata e resa credibile nelle crisi contemporanee. Tutte contro tutte: maternità, affetti e piattaforme nella crisi della cura Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Questo contributo indaga il ruolo dei social media nella riproduzione delle dinamiche conflittuali tra madri, interrogando il modo in cui le logiche di piattaforma contribuiscono ad articolare, amplificare e sostenere affettivamente le cosiddette mommy wars. Attraverso l’analisi del caso studio del profilo Instagram italiano Mamma Eversiva, la ricerca esamina come le follower percepiscono la conflittualità genitoriale e quali investimenti affettivi orientano la loro partecipazione. L’ipotesi è che, nonostante l’obiettivo esplicito dell’account di superare le contrapposizioni tra modelli di maternità, le dinamiche affettive mobilitate dall’interazione con la piattaforma finiscano per reinscrivere anche le contro-narrazioni nelle stesse logiche oppositive, funzionali a un regime neoliberale fondato sulla gestione individuale della cura. Coniato dai media negli anni Novanta per descrivere la contrapposizione tra madri casalinghe e lavoratrici (Darnton, 1990; Douglas & Michaels, 2004), il termine mommy wars è stato progressivamente esteso fino a includere un’ampia pluralità di tensioni intorno a diversi modelli e pratiche genitoriali (Abetz & Moore, 2016, 2018; Milkie, Pepin, & Denny, 2016). Secondo Abetz e Moore (2018), le mommy wars non sono solo un conflitto mediatico, ma un’ideologia materna – la “maternità combattiva” – che spinge le madri a competere in una logica a somma zero per essere la “mamma migliore”. Questa competizione alimenta pratiche di autoregolazione e automiglioramento che, concentrando l’attenzione sulle scelte individuali, oscurano le carenze strutturali dei servizi e indeboliscono la solidarietà e l’azione collettiva (McRobbie, 2015). In questo scenario, i social media svolgono un ruolo attivo nell’amplificare e riprodurre il conflitto. Da un lato, alimentano la competizione attraverso la circolazione di modelli materni normativi (Petersen, 2023) e logiche di piattaforma che incentivano comparazione e sorveglianza reciproca (Marwick, 2012). Dall’altro, pur offrendo opportunità di autorappresentazione plurali e contro-narrative (Pedersen, 2016), tendono a disperderne il potenziale emancipatorio: gli affetti che tali narrazioni mobilitano, anziché costituire la base per forme di mobilitazione collettiva, vengono trasformati in performance regolate da specifiche “regole del sentire” (Kanai, 2019; Ehrstein, Gill, & Littler, 2020). In questo processo, emozioni come rabbia, frustrazione o senso di inadeguatezza vengono incanalate in economie affettive oppositive, fondate su allineamenti “noi/loro” (Ahmed, 2004), e in forme di riconoscimento identitario che riproducono strutture di privilegio (Jensen, 2013), configurandosi, infine, più come pratiche di self-resilience che come forme di contestazione strutturale (Van Cleaf, 2015). In questa prospettiva, la conflittualità genitoriale online può essere letta non solo come polarizzazione discorsiva, ma come una forma di regolazione affettiva che contribuisce a stabilizzare le contraddizioni della riproduzione sociale nel contesto della crisi contemporanea della cura (Fraser, 2016; Abetz & Moore, 2018). All’interno di questo quadro teorico, la ricerca analizza l’account Mamma Eversiva, che nella mamasfera italiana intende contrastare le “guerre delle mamme” pur operando entro le stesse logiche che le alimentano. Lo studio adotta un approccio qualitativo basato su venti interviste semi-strutturate alle utenti più attive del profilo, selezionate sulla base del numero complessivo di commenti pubblicati nell’ultimo anno. Le interviste mirano a indagare: (1) come le utenti percepiscono e interpretano la conflittualità genitoriale e in che modo la partecipazione al profilo ne ridefinisce il significato; (2) quali motivazioni e investimenti affettivi orientano la partecipazione; (3) come gli affetti mobilitati nella piattaforma producano forme di identificazione e pratiche collettive che riproducono o mettono in tensione le dinamiche delle mommy wars. I materiali saranno successivamente sottoposti a un’analisi tematica (Braun & Clarke, 2021), focalizzata sulla dimensione affettiva e discorsiva delle narrazioni (Lehto, 2022). Ci si attende che l’interazione con Mamma Eversiva generi forme di identificazione ambivalenti che, da un lato, promuovono solidarietà materna e il superamento della conflittualità; dall’altro, tendono a essere riassorbite in logiche di responsabilizzazione individuale, contribuendo a riprodurre le condizioni strutturali che intendono criticare. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 07: Memoria della migrazione e dei conflitti Luogo, sala: Aula 11 Chair di sessione: Paola Parmiggiani |
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La violenza ereditata. L'interiorizzazione del conflitto sui social dei giovani russi: un "Manifesto" filmico Università del Salento, Italia Il contributo analizza il documentario russo Manifesto (2022), realizzato dal collettivo anonimo Angie Vinchito, come caso di studio delle modalità attraverso cui la violenza politica può essere interiorizzata e riprodotta nelle pratiche comunicative online delle giovani generazioni. Costruito attraverso found footage – video pubblicati sui social media da adolescenti russi – il film restituisce una quotidianità familiare e scolastica segnata da una educazione coercitiva e repressiva, specchio della comunicazione politica del paese. La guerra non appare come evento bellico diretto, ma condizione simbolica pervasiva, ambiente narrativo che struttura linguaggi, posture e forme di autorappresentazione. In continuità con altre rielaborazioni audiovisive del trauma storico russo – come TraumaZone (Curtis, 2022), che mostra la sedimentazione della crisi post-sovietica nel vissuto collettivo – Manifesto consente di osservare non tanto la memoria del trauma, quanto la sua trasformazione in grammatica quotidiana delle interazioni giovanili. Il caso russo è assunto come contesto analitico in cui interrogare le forme attraverso cui il conflitto, mediatizzato e normalizzato nello spazio pubblico, viene incorporato nelle pratiche comunicative giovanili. La domanda di ricerca che guida il paper è la seguente: in che modo la normalizzazione mediatica del conflitto e la crescente retorica securitaria favoriscono l’interiorizzazione del dispositivo simbolico della guerra nelle pratiche di autonarrazione giovanile sui social media? Più specificamente, il contributo si interroga su come i giovani finiscano per incorporare e riprodurre le narrazioni del potere, trasformando il conflitto in orizzonte implicito della soggettivazione. Il quadro teorico si colloca all’incrocio tra sociologia dei processi culturali, sociologia dei media e young media studies. La guerra è intesa come dispositivo culturale mediatizzato che organizza l’immaginario collettivo e le forme di visibilità del conflitto. Il riferimento alle teorie di Jeffrey C. Alexander - sulla costruzione del male e sul trauma culturale - –consente di comprendere come la trasformazione del conflitto in dualismo morale possa incidere sui processi di soggettivazione, senza tradursi necessariamente in opposizione diretta al potere politico. Metodologicamente, il paper adotta un’analisi qualitativa del testo filmico e delle pratiche di autorappresentazione giovanile in esso contenute, concentrandosi sui meccanismi di performatività mediale. I social media sono interpretati come infrastrutture comunicative che rendono disponibili codici simbolici già strutturati nel discorso pubblico, favorendone l’appropriazione nelle dinamiche interpersonali. I risultati mostrano che l’interiorizzazione del conflitto, così come emerge in Manifesto, assume prevalentemente la forma di una dislocazione del conflitto: anziché orientarsi verticalmente verso un sistema politico che reprime sempre più ogni forma di dissenso, la tensione sociale viene riorientata orizzontalmente nello spazio delle relazioni tra pari o interiorizzata sul piano del sé. Si configura così una internalizzazione relazionale del conflitto, in cui la guerra come ambiente simbolico non genera mobilitazione politica esplicita, ma struttura interazioni quotidiane segnate da aggressività performativa, competizione, umiliazione reciproca o forme di auto-esposizione violenta. Il conflitto cambia direzione: da scontro politico verticale a dinamica relazionale diffusa. Il contributo propone dunque una riflessione sulla mediatizzazione del conflitto come processo di socializzazione culturale e sulla sua traslazione dal piano politico-istituzionale a quello relazionale nelle pratiche comunicative giovanili. Chi ha il diritto di insegnare il passato coloniale? Memorie contese nell'era delle piattaforme digitali. Università di Bologna, Italia Il contributo analizza le modalità attraverso cui la storia coloniale italiana viene oggi narrata, contestata e riattivata attraverso pratiche comunicative di short-form video su TikTok, interrogando l’intersezione tra educazione informale, memoria collettiva e ambienti comunicativi platformizzati (van Dijck 2013; Hoskins 2017; Bartoletti 2022). La ricerca assume le piattaforme come infrastrutture socio-discorsive e sociotecniche entro cui conoscenza storica, autorità pedagogica e rappresentazioni dell’identità nazionale vengono continuamente prodotte e rinegoziate attraverso pratiche vernacolari e algoritmicamente mediate (Boccia Artieri 2025; Boccia Artieri & Bartoletti 2023). L’indagine si articola intorno a due domande di ricerca: (1) in che modo la storia coloniale italiana viene articolata nei contenuti TikTok che mobilitano riferimenti educativi; (2) come le pratiche vernacolari della piattaforma contribuiscano a ridefinire i regimi di legittimazione dell’interpretazione storica all’interno di pubblici digitali transnazionali (Schellewald 2021; Zurovac 2023). Il corpus comprende 40 video e 178 commenti, raccolti tramite esplorazione keyword-based della piattaforma. Le trascrizioni dei contenuti verbali e delle interazioni sono state sottoposte a codifica induttiva al fine di individuare configurazioni discorsive ricorrenti e dinamiche di interpretazione. I risultati mostrano che la memoria collettiva del colonialismo italiano non si presenta come narrazione stabilizzata, ma come campo discorsivo e memoriale frammentato e conteso (Halbwachs 1950; Assmann 2011; Jedlowski 2011; Migliorati 2023), strutturato attorno ad almeno tre registri: spiegazione educativa, rivendicazione decoloniale e performance satirica. In tali formati, i riferimenti alla scuola e all’insegnamento ricorrono con frequenza significativa, in continuità con la letteratura sulla marginalizzazione del colonialismo nei dispositivi curriculari italiani (Taddia 2005): i “creator” assumono posizioni di docenza situata (educatori alternativi, revisori critici dei manuali), mentre gli utenti mobilitano esperienze scolastiche personali per confermare o contestare le cornici interpretative proposte. Un caso empirico rilevante riguarda la riattivazione del mito degli “italiani brava gente” (Del Boca 2005; Labanca 2002) attraverso performance satiriche musicali che trasformano il confronto storico in formato condivisibile e affettivamente coinvolgente (Papacharissi 2015). In tali pratiche, la memoria non è trasmessa mediante spiegazioni lineari, ma performata attraverso ripetizione, ironia e citazionalità, attivando nei commenti controversie su responsabilità storica, negazione e identità nazionale. Il significato storico emerge come processo co-costruito orizzontalmente, in un contesto in cui critica, difesa identitaria e partecipazione emotiva si intrecciano. Una seconda traiettoria empirica evidenzia l’espansione del discorso coloniale oltre il riferimento all’impero d’oltremare, in connessione con dibattiti su colonialismo interno, cittadinanza e identità culturale. Nei contesti multilingue, in particolare in lingua inglese, la discussione tende a spostarsi dalla ricostruzione storica a conflitti sull’appartenenza, la razzializzazione e la legittimità dell’italianità, mostrando come la memoria coloniale venga mobilitata per ridefinire confini simbolici contemporanei e criteri di inclusione (Pesarini & Panico 2021; Wurzer 2023). In questa prospettiva, le pratiche mnemoniche platformizzate non si limitano a riflettere tensioni sociali preesistenti, ma contribuiscono alla loro riorganizzazione narrativa. Il formato breve e la mediazione algoritmica amplificano dinamiche di polarizzazione e configurano spazi pedagogici informali in cui emergono crisi di autorità, conoscenza e legittimazione (Bartoletti 2022; Boccia Artieri 2025). Il contributo propone pertanto di leggere TikTok come dispositivo di pedagogia platformizzata, nel quale l’autorità educativa tende a dislocarsi dalla certificazione istituzionale verso forme di legittimità performativa fondate su partecipazione, riconoscimento affettivo e circolazione algoritmica. Le pratiche di piattaforma non si limitano a “riprodurre” l’educazione formale, piuttosto la rimettono in scena e la riconfigurano, facendo di TikTok un luogo privilegiato di memoria contesa in cui la storia coloniale viene continuamente riattualizzata e negoziata. Yugoblox: mediatizzazione della memoria e immaginario del conflitto nelle piattaforme ludiche partecipative. 1: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 2: Università Cattolica del Sacro Cuore Negli ecosistemi digitali contemporanei, la memoria collettiva non è più soltanto trasmessa attraverso istituzioni culturali o media tradizionali, ma viene sempre più prodotta, negoziata e vissuta attraverso ambienti partecipativi piattaformizzati (Bartoletti 2011; Autore 2023). In contesti che fronteggiano il trauma della guerra, i videogiochi storici rappresentano potenti dispositivi di mediazione (Chapman 2016), capaci di offrire accesso a passati difficili (Kansteiner 2017) e di riattivare eredità culturali controverse. Se la letteratura ha già esplorato il rapporto tra videogiochi, heritage e pratiche commemorative nell'Europa centro-orientale post-comunista (Mochocki et al. 2024; Rizvić et al. 2024; Gonzales Zarandona et al. 2018), la ricerca sulle piattaforme di user generated games (UGG) rimane ancora largamente inesplorata. Questo contributo si propone di colmare tale lacuna, interrogandosi su come ambienti ludici creati dagli utenti mediatizzino la memoria in contesti post-conflittuali. Per farlo, viene analizzato come gli UGG in Roblox attualizzino il passato jugoslavo la cui peculiarità è quella di aver subito un “processo di confisca” (Ugrešić 1996): un trauma culturale a opera delle forze nazionaliste degli anni Novanta, intenzionate a cancellare i valori comuni e il patrimonio simbolico jugoslavo. L’articolo, quindi, si colloca all’intersezione tra digital memory studies (Hoskins 2011; Garde-Hansen, Hoskins e Reading 2009) e cultural trauma theory (Alexander 2004; Eyerman 2004), adottando la prospettiva della mediatizzazione della memoria per comprendere come contenuti ludici non professionali costituiscano pratiche di riattualizzazione del passato. Empiricamente, la ricerca adotta un approccio multi-method, che comprende: 1) walkthrough etnografico (Ritter 2022) e osservazione non partecipante con raccolta sistematica di screenshot, della durata di un anno, su quindici giochi accessibili tramite il motore di ricerca interno di Roblox mediante parole chiave legate alla storia jugoslava; 2) analisi tematica induttiva dei log di chat Roblox e Discord associati ai giochi. L’analisi degli screenshot ha consentito di ricostruire gli immaginari incorporati nelle esperienze ludiche progettate dagli utenti; mentre l’analisi delle conversazioni le traiettorie con cui i giovani giocatori si confrontano con la memoria jugoslava. Tali traiettorie rivelano modalità profondamente divergenti di elaborazione all’interno di Yugoblox – l’insieme dei giochi Roblox che tematizzano il passato jugoslavo (Autori 2025): una piccola parte (N=4) persegue una vocazione educativa, incorporando elementi simbolici dell'identità sovranazionale jugoslava (es. bandiere SFRJ, auto Yugo), mentre gli altri adottano cornici militariste con riferimenti espliciti al conflitto, alla propaganda di guerra degli anni Novanta e alle divisioni etnoreligiose. Il discorso dei giocatori amplifica questa frammentazione: accanto a utenti che esprimono curiosità o commentano le meccaniche e la qualità di gioco, altri veicolano retorica nazionalista e stereotipi etnici; visibili in commenti polarizzati come "Kosovo is Serbia" o "Kosovo is Albania". I server Discord funzionano inoltre come comunità militari gerarchiche, in cui i giocatori interiorizzano linguaggi, toni e strutture organizzative reminiscenti delle forze armate, tramite marcatori identitari e accuratezza storica circa personaggi e fazioni. I sistemi di monetizzazione e personalizzazione della piattaforma, inoltre, entrano nelle conversazioni incentivando contenuti militarizzati e nazionalisti, alle volte anche a discapito dell’accuratezza. I risultati indicano che questi giochi funzionano come simulazioni di una frattura perpetua, rinforzando narrative polarizzate e dinamiche in-group/out-group, mancando in larga misura di elaborazione discorsiva critica. Il contributo propone dunque di interpretare questi UGG come dispositivi di mediatizzazione della memoria, in cui il conflitto stesso diventa lieux de memorie (Nora 1989). Le infrastrutture di piattaforma e le pratiche degli utenti co-producono immaginari del conflitto in un contesto di instabilità geopolitica persistente, sollevando la questione di quali futuri sia possibile immaginare quando il gioco rimane ancorato alla ripetizione ritualizzata dello scontro. Genere e vulnerabilità nelle migrazioni forzate tra invisibilità e resistenza civile Università Roma Tre, Italia Nel contesto delle crisi sistemiche contemporanee, le migrazioni forzate sono attraversate da gravissime e sistematiche violazioni dei diritti umani, che si manifestano lungo le rotte migratorie, nei luoghi di trattenimento e di gestione amministrativa della mobilità, nonché nelle pratiche di controllo delle frontiere. Tuttavia, esse rappresentano anche un’arena simbolica in cui si confrontano narrazioni antagoniste, ridefinizioni delle vulnerabilità e processi di costruzione pubblica del trauma. Il genere, in questo quadro, non rappresenta una variabile marginale, ma una dimensione fondamentale dei processi migratori e dei regimi di visibilità che li accompagnano, attraverso cui si articolano in maniera diseguale l’esposizione al rischio, l’accesso alla protezione e le forme di riconoscimento pubblico. Il contributo presenta alcuni risultati di un progetto di ricerca [*****], che ha esplorato la relazione tra arte, eventi traumatici e resilienza, indagando le condizioni in cui le pratiche artistiche possono contribuire alla costruzione delle memorie individuali, collettive e pubbliche dei migranti in viaggio verso l’Europa. Il disegno di ricerca, di tipo qualitativo, ha previsto interviste in profondità, rivolte a migranti e sopravvissuti/e alla violenza di frontiera, attivisti/e, membri di ONG e organizzazioni internazionali, artisti/e, operatori/trici culturali e referenti di progetti territoriali, nonché attori politici e istituzionali a livello locale e nazionale, testimoni privilegiati e stakeholders. Questo contributo focalizza l’attenzione sulle migrazioni forzate lungo il Mediterraneo e la rotta balcanica, con un’attenzione specifica all’intreccio tra vulnerabilità e genere, considerato in una prospettiva intersezionale (Crenshaw, 1991). In particolare, alcune delle questioni che affrontiamo sono le seguenti: in che modo la vulnerabilità si produce nell’intersezione tra genere e migrazione? E quando resta mera esposizione al rischio o, al contrario, si trasforma in opportunità di resistenza civile? In questa prospettiva, il contributo offre una riflessione sulle narrazioni dei conflitti migratori come spazio simbolico nel quale si negoziano gerarchie di valori, forme di riconoscimento e responsabilità collettive. Le donne migranti, in particolare, sperimentano forme di esposizione differenziale al rischio che contribuiscono a produrre situazioni di invisibilità nello spazio pubblico. I dati internazionali documentano come le donne rappresentino quasi la metà della popolazione migrante globale. A metà 2024, infatti, le donne costituivano il 48% della popolazione migrante globale (circa 146 milioni di persone), con una presenza maggioritaria in Europa (52%) e minoritaria in Asia (42%). Tuttavia, la loro quota scende al 38,7% tra i lavoratori migranti formalmente riconosciuti, a fronte del 61,3% degli uomini (UN DESA, 2024), evidenziando un divario che rimanda a processi di marginalizzazione legati al lavoro informale e a diseguaglianze nell’accesso alle tutele e ai diritti. Il contributo intende analizzare la vulnerabilità anche come dimensione simbolica, considerando le condizioni attraverso cui essa prende forma nelle traiettorie migratorie, nella prospettiva che intervenire sul piano narrativo e sui criteri di visibilità possa contribuire a incidere sulle pratiche concrete di violenza e marginalizzazione. In altri termini, intendiamo esplorare le modalità attraverso cui il conflitto migratorio viene pubblicamente narrato e inscritto come “trauma culturale” (Alexander et al., 2004), evidenziando come l’intersezione tra genere e migrazione possa rappresentare un nodo cruciale per comprendere le trasformazioni dei paradigmi culturali e delle forme attraverso cui le vite dei migranti vengono riconosciute o marginalizzate nel discorso pubblico, nonché le condizioni entro cui esse possono emergere come soggettività capaci di presa di parola e di rivendicazione pubblica. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 08: Pratiche quotidiane nelle culture digitali Luogo, sala: Aula 16 Chair di sessione: Giovanni Boccia Artieri |
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Piattaforme in conflitto: i marketplace digitali nel contesto regolativo del Digital Services Act Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Le pratiche di consumo hanno subito trasformazioni profonde negli ultimi anni, accelerate dalla crisi pandemica da Covid-19, che ha rafforzato il ruolo delle piattaforme digitali come infrastrutture centrali per la gestione delle routine di consumo dei cittadini (Bartoletti et al., 2022). In questo scenario, i marketplace online non rappresentano soltanto luoghi di consumo, ma ambienti decisionali che orientano i comportamenti e possono configurarsi come spazi di vulnerabilità, in particolare per soggetti esposti come i minori. Alla luce di questo quadro, il contributo si concentra sulle principali piattaforme di marketplace online operanti in Italia, con particolare riferimento alle categorie rivolte ai minori, nel contesto regolamentare introdotto dal Digital Services Act (DSA) (European Commission, 2025). Il DSA impone alle Very Large Online Platforms (VLOPs) obblighi di identificazione, valutazione e mitigazione dei “rischi sistemici”, tra cui la diffusione di contenuti illegali e quelli che minacciano il benessere psicofisico e i diritti dei minori. Il DSA prevede inoltre che le piattaforme mettano a disposizione dei ricercatori tutti i dati pubblicamente accessibili che possano contribuire alla ricerca volta a mitigare tali rischi sistemici. Questi obblighi creano uno spazio di conflitto strutturale tra piattaforme globali, regolazione europea e ricercatori che si manifesta anche attraverso le molteplici investigazioni che la Commissione Europea conduce su queste piattaforme (si veda, ad esempio, European Commission, 2026), anche con riferimento alle violazioni dei diritti all’accesso ai dati da parte dei ricercatori. Attraverso il DSA, l’Unione Europea interviene quindi per ridefinire i confini della governance digitale, imponendo obblighi di trasparenza e accesso ai dati. La tensione investe modelli di governo del mercato contrapposti: da una parte piattaforme transnazionali orientate alla massimizzazione dell’engagement, dei consumi e della scalabilità; dall’altra istituzioni pubbliche che rivendicano la tutela dei cittadini e l’integrità del mercato unico digitale come beni collettivi. Empiricamente, la ricerca, condotta in collaborazione con il Joint Research Centre della Commissione Europea, esamina cinque piattaforme di marketplace, Amazon, Facebook Marketplace, Temu, SHEIN e AliExpress, con particolare attenzione a categorie di prodotti ad alto rischio (sigarette elettroniche, giocattoli, cosmetici, abbigliamento per bambini) e a pratiche di manipolazione degli algoritmi volte a influire sull’indicizzazione dei prodotti attraverso le recensioni. La letteratura recente documenta come prodotti privi di adeguate certificazioni di sicurezza, quali giocattoli sprovvisti di marcatura CE (Eurofins, 2024), presentino rischi concreti per i minori. Analogamente, le sigarette elettroniche rappresentano un ambito emergente di vulnerabilità: nonostante i divieti di vendita ai minori nell’UE, sistemi deboli di verifica dell’età e strategie di presentazione del prodotto ingannevoli ne aumentano l’attrattività (Modesto-Lowe & Alvarado, 2017; Rahman-Jones, 2023). Inoltre, pratiche di astroturfing e recensioni coordinate distorcono i sistemi di indicizzazione dei prodotti, replicando dinamiche di inautenticità già osservate nei social media e sollevando interrogativi circa l’effettiva conformità agli obblighi di mitigazione dei rischi sistemici (Fan et al., 2025). Questo contributo deriva dall’esperienza di uno studio più ampio, ancora in corso, che per la prima volta pone le piattaforme di marketplace davanti agli obblighi di accesso ai dati derivanti dal DSA. La presentazione documenta l’esperienza di accesso ai dati delle cinque piattaforme, mostrando la tensione regolativa sopra descritta, descrivendo le pratiche di accesso ai dati, quali dati effettivamente sono resi disponibili dalle piattaforme e con quali differenze tra le varie piattaforme, i formati e la qualità dei dati forniti. La documentazione dei processi di accesso ai dati fornisce informazioni utili sull’effettività dell’enforcement del DSA e sulla possibilità per i ricercatori di produrre conoscenza indipendente a partire da questi dati. Evidenziando sia le opportunità che gli ostacoli incontrati in questi processi, si vuole offrire indicazioni metodologiche per future indagini normative e promuovere la comprensione dei rischi sistemici nel commercio digitale contemporaneo. Algorithmic Pragmatic Rationality: Street-Level Entrepreneurship in the Bazaar Economy on TikTok Università degli studi di Napoli Federico II, Italia Introduction The expansion of second-generation social media platforms such as TikTok has significantly reshaped economic participation within what has been defined as the “digital economy at the margins” (Graham, 2019; Arora, 2019). In contexts historically characterized by informal and bazaar-based economic forms (Geertz, 1978; Deka, 2023), platforms do not simply function as communication tools but as infrastructural environments for survival-oriented entrepreneurship. Naples represents a paradigmatic case, where longstanding traditions of economic improvisation intersect with digital appropriation (Pine, 2016; Sohn-Rethel, 1990). This paper investigates how street-level entrepreneurs operating within the Neapolitan bazaar economy interpret and engage with TikTok’s algorithmic system to sustain their livelihoods. Specifically, it addresses two research questions: How do street-level entrepreneurs conceive of and interact with TikTok’s algorithm to support their economic practices? How is this engagement shaped by the pragmatic rationality characteristic of the bazaar economy? Drawing on critical algorithm studies (Gillespie & Seaver, 2016; Bucher, 2018) and scholarship on algorithm awareness (Gran et al., 2021; Siles et al., 2022), the paper introduces the concept of algorithmic pragmatic rationality: a situated, experiential mode of interacting with algorithmic infrastructures, oriented toward economic survival rather than technical mastery or ideological resistance. Methodological Framework The study adopts a qualitative, user-centric approach (Swart, 2021). Sixteen semi-structured interviews were conducted between April and December 2024 with Neapolitan street-level entrepreneurs active on TikTok in four sectors (food, clothing, luxury goods, technology). Participants were selected among highly viewed creators in each sector. The interviews explored professional trajectories, platform use, perceptions of content visibility mechanisms, and strategies adopted to increase reach and revenue. Transcripts were thematically analyzed following Braun and Clarke’s (2012) approach. Coding focused on three analytical dimensions: (1) representations of virality, (2) tactical engagements with recommendation and moderation systems, and (3) emotional impacts. Findings Three main results emerge. First, entrepreneurs articulate heterogeneous “algorithmic imaginaries” (Bucher, 2019). Some attribute visibility to external events (holidays, tourism, local celebrations). Others emphasize content quality, regular posting, and communicative skills. A minority anthropomorphizes the algorithm, perceiving it as a “despotic” decision-maker governing virality. These imaginaries guide practical experimentation rather than formal knowledge of algorithmic infrastructures. Second, participants develop a repertoire of “algorithmic tricks of the trade.” These include strategic timing of uploads, adaptation to platform affordances (e.g., performative, entertaining formats), gradual modification of content to avoid disrupting perceived algorithmic patterns, and tactics to circumvent moderation systems (e.g., visual workarounds to display contact information). Such practices resonate with the bricoleur logic described by Lévi-Strauss (1966) and with Gago’s (2017) notion of “baroque economies,” characterized by hybrid assemblages bridging formal/informal and digital/face-to-face regimes. Algorithmic engagement is thus neither purely resistant nor submissive but tactically adaptive (Bonini & Treré, 2024). Third, algorithmic engagement generates visible and hidden emotional impacts. Visible effects include frustration when virality fails to translate into sales, and exhaustion due to the need for continuous content production (Liang, 2022; Swart, 2021). Hidden effects concern the management of the “algorithmic self” (Bhandari & Bimo, 2022): entrepreneurs feel compelled to perform their online persona offline, extending algorithmically shaped self-representation into everyday interactions. These emotional investments reflect what Ticona (2022) identifies as coping strategies within insecure digital labor conditions. Discussion and Conclusion The findings suggest that algorithm awareness among street-level entrepreneurs is embedded within a broader pragmatic rationality typical of bazaar economies (Geertz, 1978; Deka, 2023).. We define algorithmic pragmatic rationality as a form of tactical algorithmic agency aligned with platform logics (Bonini & Treré, 2024). Entrepreneurs do not aim to resist TikTok’s power; rather, they seek to optimize visibility and income through situated experimentation. This rationality integrates cognitive assumptions, strategic repertoires, and affective investments into survival-oriented digital participation. ZOOMWORK: content creators e Gen Z a confronto sugli immaginari del lavoro nelle culture delle piattaforme Università degli Studi di Milano, Italia Negli ultimi anni, piattaforme come TikTok e Instagram sono diventate ambienti in cui la Generazione Z produce e rinegozia norme sul lavoro, aspirazioni professionali e attitudini lavorative (Stahl & Literat, 2022). A fronte di un mondo lavorativo sempre più precario, le piattaforme diventano mediatrici di risorse simboliche e nuove opportunità (Duffy, 2017). Sebbene la ricerca abbia esaminato estensivamente il lavoro sulle piattaforme e le culture degli influencer, minore attenzione è stata posta al ruolo dei social media nella costruzione collettiva di culture lavorative generazionali, intese come immaginari condivisi attraverso discorsi e partecipazione sulle piattaforme (Bucher, 2017). Narrating Uncertainty: Online Tarot and Conflicts over Truth in Platformed Public Spheres 1: Università di Genova, Italia; 2: Università degli Studi di Milano, La Statale Il contributo si propone di esaminare le pratiche di lettura dei tarocchi online come tecnologie narrative che operano all’interno dei conflitti contemporanei sulla verità, la visibilità e l’autorità simbolica. Piuttosto che considerare i tarocchi principalmente come un fenomeno spirituale, lo studio li rilegge come una pratica mediata di produzione di senso situata in ambienti informativi frammentati, caratterizzati da sfiducia nelle competenze istituzionali, rivendicazioni epistemiche concorrenti e dinamiche di post-verità. Muovendo dalle riflessioni di Foucault sulle tecnologie del sé e sui regimi di veridizione, in dialogo con la sociologia della cultura e i platform studies, il paper concettualizza i tarocchi digitali come un micro-regime interpretativo inserito in ecologie mediali conflittuali. In contesti segnati da crisi, incertezza e destabilizzazione dei quadri di riferimento condivisi, le letture di tarocchi traducono un’ansia diffusa in coerenza narrativa e stabilizzazione affettiva, offrendo forme situate di ordine interpretativo. Il contributo si basa su una ricerca qualitativa in corso condotta in Italia, che, allo stato attuale, comprende venti interviste in profondità a professioniste della lettura dei tarocchi attive su YouTube e materiali netnografici raccolti e analizzati su canali YouTube dedicati ai tarocchi nell’arco di 3 anni (2022-2025). Le interviste mettono in luce temi ricorrenti di sospensione temporale, “eterno presente”, paura del futuro e riconfigurazione di identità, relazionalità e pratiche di cura in condizioni di precarietà prolungata. Le narrazioni dei tarocchi rispondono a tali condizioni producendo schemi interpretativi attraverso cui l’incertezza diventa intelligibile e negoziabile collettivamente. Un’attenzione particolare è rivolta alle affordances di YouTube come infrastruttura di visibilità. I sistemi di raccomandazione algoritmica, le logiche di monetizzazione, i ritmi seriali di produzione e l’interazione basata sui commenti modellano il modo in cui le narrazioni dei tarocchi vengono inquadrate, fatte circolare e legittimate. In questo ambiente, le letture si configurano come performance mediate che negoziano autenticità, autorità e intimità, adattandosi al contempo alle economie di piattaforma e ai vincoli della visibilità. I canali di tarocchi operano così entro regimi di visibilità che al tempo stesso abilitano e disciplinano la produzione narrativa. Piuttosto che porsi in esplicita opposizione al sapere istituzionale, queste pratiche sviluppano spazi epistemici paralleli fondati sull’autorità esperienziale, sull’affettività e sulla prossimità relazionale. Esse articolano immaginari solidaristici e forme mediate di cura, navigando tensioni tra commercializzazione e credibilità, personalizzazione e risonanza collettiva, adattamento e resilienza. In tal modo, partecipano a conflitti più ampi sulla legittimità, sull’inquadramento narrativo e sulla modulazione del consenso nelle sfere pubbliche digitalmente mediate. Collocando i tarocchi online nel dibattito sui regimi informativi, sulle affordances delle piattaforme e sulla costruzione narrativa nelle crisi contemporanee, il paper propone i tarocchi come un osservatorio empirico per analizzare come le comunità riconfigurino senso, autorità e visibilità nei conflitti del presente. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 09: Conflitti urbani e pratiche dell’abitare Luogo, sala: Aula 13 Chair di sessione: Andrea Casavecchia |
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Governamentalità urbana e tattiche giovanili. Strategie di ordine e appropriazioni quotidiane. Evidenze empiriche da una ricerca a metodi misti nella città di Bergamo Università degli studi di Bergamo, Italia Negli ultimi anni il conflitto urbano attribuito alle presenze giovanili è diventato un oggetto pubblico ricorrente: non solo come fatto di cronaca, ma come questione ordinaria di convivenza, gestione dello spazio e sicurezza. Tuttavia, ciò che viene narrato come “conflitto” non coincide necessariamente con l’evento eclatante; più spesso assume la forma di una frizione diffusa e tacita, che si concentra sulle soglie minime del vivere urbano: stazionare o attraversare, essere visibili o defilarsi, addensarsi o disperdersi nel flusso urbano. Per mettere a fuoco questa frizione, il paper colloca la domanda nel dibattito su governo dello spazio e regimi di visibilità nelle pratiche di governance urbana (Elden 2007; Valverde 2011). In questa prospettiva, la città appare come un dispositivo di governamentalità (Foucault 2005; Cremonesini 2012; Kitchin et al. 2020) che richiede leggibilità e prevedibilità delle presenze, articolandosi in regimi di visibilità, decoro e controllo (Foucault 1975; Catucci 2007). Le pratiche giovanili rispondono con tattiche di uso e appropriazione (de Certeau 1990; Andres et al. 2020) capaci di eludere, negoziare e risignificare lo spazio senza ingaggiare uno scontro frontale. Il paper propone di leggere questo intreccio come un conflitto tra strategie istituzionali di produzione dell’ordine e tattiche quotidiane di appropriazione, in cui la “normalità” dello spazio pubblico viene continuamente ridefinita. Da questo sorge la domanda di ricerca: come si articola il conflitto tra strategie istituzionali di governo dello spazio e tattiche giovanili di appropriazione, e quale forma assume quando non esplode in scontro frontale ma si gioca soprattutto in frizioni e negoziazioni tacite a bassa intensità? Il contributo si fonda su un progetto di ricerca a metodi misti condotto da un gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Bergamo e finanziato da enti pubblici del territorio bergamasco, volto a comprendere i fenomeni di violenza urbana in una città in trasformazione e, più in generale, a indagare la condizione giovanile a partire dalle modalità con cui adolescenti e preadolescenti vivono, percepiscono e attraversano spazi urbani fisici e digitali. Bergamo è assunta come laboratorio urbano particolarmente adatto alla domanda di ricerca perché combina trasformazioni recenti degli spazi e forte densità di discorsi e interventi pubblici sulla sicurezza e sulla convivenza. Il pool di dati integra un questionario strutturato (6.203 compilazioni complessive, 5.376 complete), 20 uscite di etnografia urbana, un’etnografia digitale e 36 interviste qualitative (24 con giovani 14-18 anni; 12 con interlocutori privilegiati del territorio). L’analisi triangola survey, etnografie e interviste per ricostruire conflitti urbani a bassa intensità. Analizza micro-situazioni ricorrenti in cui le presenze giovanili diventano oggetto di regolazione, ricostruendo sia gli interventi di ordine (presidio, decoro, controllo) sia le risposte tattiche (intermittenza, mobilità, riusi). L’argomentazione è sostenuta da estratti qualitativi tratti da diari etnografici e interviste, che mostrano il conflitto come effetto relazionale tra strategie istituzionali e pratiche quotidiane. Nel complesso, il paper sostiene che la posta in gioco del conflitto non sia la semplice “presenza” giovanile, ma la definizione pratica di ciò che, nello spazio pubblico, viene riconosciuto come normale, legittimo e tollerabile. Letto in questi termini, il conflitto emerge come collisione tra una razionalità di ordine che tende a stabilizzare usi, tempi e comportamenti e un insieme di pratiche tattiche che, senza opposizione frontale, spostano confini, significati e possibilità d’uso. Il contributo propone quindi una concettualizzazione del conflitto urbano come negoziazione situata della normalità, utile a ripensare la convivenza oltre le categorie emergenziali e oltre la moralizzazione dei soggetti coinvolti. L'opinione pubblica nel Dibattito pubblico Università di Roma Tor Vergata, Italia Tra i contesti critici contemporanei in cui la conflittualità si è strutturata come spazio narrativo, frequentemente articolato nella retorica dello sviluppo, vi è quello dei megaprogetti infrastrutturali, al centro delle controversie sull’impatto ambientale. I megaprogetti rivestono importanza strategica dal punto di vista logistico, economico, ma anche di rilevanza sociale, in quanto lungo le loro direttrici e al loro interno, che siano strade, autostrade, ferrovie e di altra tipologia, si snodano comunicazioni, relazioni e opportunità. Tuttavia, volgendo lo sguardo all’Europa e all’Italia, nel corso del Novecento, e tuttora, queste grandi opere, rientranti in colossali investimenti, non solo non sempre hanno risposto ad un’esigenza di effettiva utilità e funzionalità, quando completate, visto che molte sono quelle rimaste incompiute, ma in alcuni casi hanno rappresentato soltanto un problema di mancato rispetto della salvaguardia ambientale, soprattutto laddove gli equilibri erano già molto degradati (Torrisi, Schinaia, 2010). Ora, la questione ecologica è risalente, e, allo stato attuale, quando vi sono proposte di nuovi megaprogetti, spesso le reazioni degli interessati, a qualunque titolo, non si fanno attendere, talvolta polarizzandosi in modo incandescente, come nel noto caso della TAV. Da queste considerazioni discende la domanda di ricerca del presente contributo: come può incidere l’istituzionalizzazione di procedure partecipative di raccolta e confronto delle istanze dell’opinione pubblica, in fase preliminare rispetto all’approvazione di un megaprogetto, sulla qualità del processo decisionale e sulla gestione del conflitto ambientale e sociale? A tal proposito, ci si rifarà al quadro teorico che si colloca tra studi sociologici sulla sfera pubblica e sulla democrazia deliberativa, considerando l’opinione pubblica non come un dato preesistente, ma come il risultato di processi comunicativi, e intendendo il conflitto non solo come contrapposizione di interessi, ma come spazio narrativo. Successivamente, si propone un’analisi qualitativa di tipo documentale (fonti secondarie) sulla pratica dell’esercizio democratico partecipativo rinvenibile in Francia, che per prima, dopo i conflitti violenti riguardanti il progetto del TGV Mediterranée da Valenza a Marsiglia, nel 1995 emanò la legge Barnier, introducendo il debát public come strumento istituzionalizzato di democrazia partecipativa e deliberativa, istituendo, tra l’altro, l’organo indipendente deputato a gestire la procedura, la Commission nationale du debát public (Molaschi, 2018). Il debát coinvolge cittadini, associazioni, esperti e altri attori interessati nella discussione di progetti dall’elevato impatto su un territorio, l’ambiente, o la società; mira a migliorare la qualità delle decisioni, imponendo l’acquisizione di informazioni e opinioni scaturenti da una vasta platea di soggetti dialoganti con modalità di consenso e/o dissenso. Il Dibattito pubblico come istituto alternativo di comunicazione, dialogo e interazione, è stato mutuato dall’Italia, sulla scorta di esperienze internazionali e regionali, a livello nazionale per la prima volta nel 2016, all’interno di una legge non specifica, ma nel Codice dei contratti pubblici (Romano, Pillon, 2018), successivamente modificato e aggiornato con importanti revisioni, a distanza di un decennio. Molte critiche hanno accompagnato lo svolgimento dei primi esperimenti italiani del Dibattito “sociale”, come arena comunicativa, legate al fatto che la cittadinanza – o una sua parte – si è sentita coinvolta più per adempimento istituzionale che per l’effettiva possibilità di incidere sulle questioni politiche davvero rilevanti (“abbiamo bisogno di una nuova autostrada?”, “La costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità è una priorità?”) e relegata al ruolo subalterno di chi viene consultato ex post, per legittimare scelte assunte in altri tavoli. Tuttavia, lo scopo ultimo qui è dimostrare che il dibattito pubblico può costituire uno strumento di apertura e potenzialmente rilevante sulle decisioni dei soggetti istituzionali, trasformando il conflitto in ricomposizione dialogica e sociale (Pazé, 2013). Narrare le ambivalenze: abitare la conflittualità Università di Bologna Dalla crisi finanziaria del 2008, la crisi abitativa si è progressivamente “globalizzata”, aggravata dalla finanziarizzazione del settore immobiliare, dall'aumento vertiginoso degli affitti e dal calo degli investimenti nell'edilizia pubblica. Queste tendenze hanno accentuato le disuguaglianze sociali, spingendo i gruppi più vulnerabili verso condizioni di vita precarie. Soprattutto nel contesto della crisi immobiliare europea, i contesti urbani illustrano vividamente queste tensioni. Le grandi città, che devono affrontare la carenza di alloggi e l'aumento delle disuguaglianze, sono diventate teatri chiave di contestazione sociale, dove i governi locali, i cittadini e i gruppi organizzati si scontrano e collaborano per l'accesso alle risorse urbane (Martínez 2020). Questa ricerca indaga le intersezioni a livello locale tra le trasformazioni del welfare e le forme di mobilitazione dal basso in materia abitativa, interpretando il welfare non come un dominio istituzionale statico, ma come un prodotto dinamico delle interazioni tra diversi attori (Oosterlynck et al. 2013). Il progetto fa da ponte tra letterature che raramente hanno dialogato tra loro - quelle sulla localizzazione del welfare e quelle sulla protesta e l'azione collettiva - mettendo in primo piano le dimensioni conflittuali e generative dell'innovazione dal basso e dei cambiamenti istituzionali dall'alto. Il progetto reinterpreta i sistemi di welfare locali come arene in cui coesistono contesa, negoziazione e cooperazione, concentrandosi sull'azione degli attori collettivi che, attraverso le pratiche quotidiane, sostengono e rimodellano gli accordi di welfare sia formali che informali. È adottato un approccio organizzativo che esalta la capacità di azione degli attori nella co-costruzione del welfare locale attraverso relazioni conflittuali (Fligstein e McAdam 2011), investigando il cambiamento istituzionale a partire però dallo studio dei sistemi di welfare locali intesi come arene dinamiche di confronto. Il contributo intende porre l’attenzione sulle narrazioni elaborate da soggetti che, a livello locale, combinano pratiche di contestazione politica con attività di erogazione di servizi di welfare auto- organizzati in ambito abitativo. Tali soggetti, infatti, vivono le ambivalenze – soprattutto in termini identitari e di auto-rappresentazione e narrazione – che comporta una connotazione fortemente politica attribuita a interventi di welfare di comunità dal basso più o meno informali. In questa esperienza, gli attori ingaggiati in pratiche abitative auto-organizzate e di mobilitazione collettiva danno senso alla loro esperienza quotidiana attraverso narrazioni retrospettive ma anche prospettiche. Attribuiscono, cioè, significato non solo a eventi passati ma anche all’azione futura che intendono realizzare per raggiungere i propri obiettivi (Weick 1995). Il focus sulle narrazioni consente di capire qual è il senso che le organizzazioni e gli attori attribuiscono alle loro azioni e agli eventi che esperiscono, e soprattutto in che modo traducono le condizioni ambientali rispetto ai propri fini strategici e al proprio profilo identitario. Porre attenzione sul nesso tra narrazioni e conflitti (Verloo 2018), in aggiunta, può consentire di osservare come anche il tema dell’innovazione sociale sia contenuto e forma di attività comunicative strategiche: pratiche abitative più o meno formali, più o meno istituzionalizzate, infatti, possono essere narrate come innovazione o come alterità a seconda non solo di come sono comunicate ma anche dei rapporti di potere e di forza tra fonti di quella stessa comunicazione. La stessa pratica potrebbe essere descritta come contestativa in un ambito e come innovativa in un altro, a seconda del soggetto che la agisce. Oppure a essere oggetto di contestazione potrebbero essere le stesse definizioni di innovazioni, siano esse dal basso o istituzionali. Il contributo intende riflettere sulle narrazioni prodotte dai diversi soggetti individuati nel campo organizzativo del sistema di welfare abitativo locale, specificatamente rispetto a esperienze e prassi di innovazione sociale dal basso e innovazione istituzionale. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 5 - Panel 10: Educazione e innovazione sociale Luogo, sala: Aula 17 Chair di sessione: Marco Pitzalis |
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Le Learning Lives come chiave interpretativa delle crisi contemporanee dell’educazione. Riflessioni a partire dalla sociologia di Lynne Chisholm University of Salerno, Italia Nella società contemporanea, la crescente esposizione a condizioni di incertezza e discontinuità ha contribuito a ridefinire profondamente il rapporto tra costruzione delle biografie individuali e processi educativi. Le crisi che attraversano la società incidono sulle condizioni entro cui gli individui interpretano e rielaborano traiettorie biografiche sempre più aperte, discontinue e non lineari. In questo scenario, l’apprendimento tende a configurarsi sempre meno come un processo circoscritto agli spazi formali dell’educazione e sempre più come una dimensione diffusa dell’esperienza sociale, strettamente intrecciata alle condizioni materiali e simboliche entro cui gli individui vivono e agiscono (Merico e Scardigno, 2022). È all’interno di questa cornice che il concetto di learning lives, elaborato da Lynne Chisholm (2024), assume una particolare rilevanza teorica. Secondo la sociologa, la possibilità stessa di vivere una “vita che apprende” dipende da specifiche configurazioni sociali, culturali e territoriali che abilitano o, al contrario, limitano la possibilità di trasformare la propria esperienza in risorsa riflessiva e in possibilità di orientamento. Le riflessioni di Chisholm si collocano all’interno della cornice teorica della seconda modernità, delineata da autori quali Anthony Giddens (1990), Ulrich Beck (1987) e Zygmunt Bauman (1999), che hanno evidenziato come la progressiva erosione delle strutture normative tradizionali abbia determinato un processo di individualizzazione delle traiettorie biografiche. Le loro riflessioni anticipano la centralità che le crisi e l’incertezza avrebbero assunto nella modernità avanzata, evidenziando come la crescente individualizzazione delle traiettorie biografiche si accompagni a una strutturale esposizione al rischio. In questo scenario, gli individui sono sempre più chiamati a costruire attivamente la propria biografia, in assenza di riferimenti stabili e prevedibili, assumendosi il rischio e la responsabilità di interpretare e rielaborare percorsi segnati da frammentazione, discontinuità e incertezza. Tuttavia, tale responsabilizzazione del soggetto si sviluppa all’interno di strutture di opportunità profondamente diseguali, che incidono in modo differenziale sulla possibilità stessa di esercitare agency e di sviluppare forme di riflessività biografica (Archer, 2009). In un’epoca segnata dalla proliferazione delle crisi e dalla crescente instabilità dei quadri istituzionali e simbolici, l’apprendimento assume un ruolo centrale nei processi di costruzione del sé, ma si configura al tempo stesso come risorsa disegualmente distribuita, il cui accesso riflette e riproduce le linee di frattura che attraversano la società contemporanea. È proprio attraverso il concetto di learning lives che emerge la portata critica del contributo teorico di Chisholm. Piuttosto che assumere l’apprendimento come una capacità universalmente disponibile o come una responsabilità individuale, Chisholm mostra come esso costituisca una possibilità che dipende dalle condizioni strutturali entro cui le biografie prendono forma (Chisholm, 2012). Non tutte le vite sono messe nelle condizioni di apprendere, né tutte le esperienze possono essere trasformate in risorse riflessive (Alheit e Dausien, 2002). Rileggere oggi il contributo di Chisholm consente, pertanto, di interrogare criticamente le retoriche dell’apprendimento permanente e le loro implicazioni normative. Tale operazione risulta particolarmente significativa se si considera che la stessa Chisholm ha contribuito, in ambito europeo, all’elaborazione di programmi e politiche orientate al lifelong learning. Proprio questa posizione interna al dibattito consente di cogliere in modo più netto le tensioni tra la promozione dell’apprendimento come competenza individuale e il rischio di una progressiva riduzione dell’educazione a dimensione esclusivamente performativa. La centralità dell’apprendimento, infatti, tende talvolta a oscurare la dimensione relazionale e collettiva dell’educazione, spostando l’attenzione dalla responsabilità sociale delle strutture educative alla responsabilizzazione del singolo soggetto (Autor*, 2022). In questa prospettiva, la possibilità di vivere una “vita che apprende” non costituisce una condizione universalmente accessibile, ma una possibilità socialmente e storicamente collocata, profondamente intrecciata alle condizioni materiali, culturali e istituzionali che strutturano le traiettorie biografiche. Interpretazione delle disuguaglianze educative tra studenti di origine immigrata nel quadro delle narrazioni dell’integrazione Università degli Studi di Milano, Italia La narrazione dell’integrazione permea il sistema educativo italiano. L’educazione interculturale, formalmente adottata da oltre tre decenni, continua a configurare la diversità come una risorsa e la scuola come uno spazio orientato all’integrazione. Tuttavia, l’integrazione opera spesso come discorso e pratica simbolica più che come processo pienamente trasformativo (Santagati & Bertozzi, 2023). Il contributo esamina come tale narrazione influenzi l’interpretazione delle disuguaglianze educative tra studenti di origine immigrata, talvolta contribuendo in modo paradossale al rafforzamento di svantaggi strutturali. L’analisi deriva da un più ampio progetto di ricerca volto a esplorare come le disuguaglianze sociali si traducano in traiettorie educative ed è basata su 71 interviste in profondità condotte con docenti e personale amministrativo, studenti di diversa origine e i loro genitori. L’integrazione risulta visibile sia nel discorso istituzionale sia nelle pratiche quotidiane. Accanto alle soluzioni istituzionalizzate prevalentemente rivolte agli studenti neoarrivati, il supporto offerto dagli insegnanti opera largamente secondo una logica di disponibilità: gli insegnanti si mostrano disposti ad aiutare, ma ci si aspetta che siano gli studenti stessi a chiedere sostegno. Pur caratterizzate da impegno e intenzioni di cura, tali pratiche mostrano limiti riconducibili a una carenza di responsività, nel senso proposto da Tronto (1993), strettamente connessa a disallineamento dell’habitus (Bourdieu & Passeron, 1990) e a una limitata riflessività. Nella percezione degli studenti, tuttavia, la sola presenza di narrazioni e pratiche di integrazione tende a segnalare che l’integrazione sia già stata realizzata. Paradossalmente, ciò può favorire processi di interiorizzazione delle disuguaglianze strutturali, interpretate come carenze individuali. Questa dinamica appare particolarmente evidente tra gli studenti di seconda generazione, molti dei quali si identificano fortemente come italiani o aspirano a essere riconosciuti come tali. L’origine culturale può infatti costituire una fonte di stigmatizzazione (Goffman, 1963), rendendo centrale il riconoscimento come pienamente italiani. Richiamando la nozione di performatività (Butler, 1990) e la teoria del riconoscimento (Honneth, 1995), il contributo sostiene che la performance dell’“italianità” possa scoraggiare il ricorso alle misure di integrazione, le quali implicano una marcatura della differenza. La richiesta di supporto linguistico o educativo può così apparire incoerente con la rivendicazione di piena appartenenza. Tale dinamica risulta ulteriormente rafforzata da una narrazione “color-blind” diffusa tra gli insegnanti, in particolare nei confronti degli studenti nati in Italia, fondata sull’idea che trattare tutti allo stesso modo garantisca equità, ma che rischia di trascurare bisogni differenziati e vincoli strutturali. Il contributo sostiene che le narrazioni e le pratiche istituzionali dell’integrazione, pur fondate su un impegno genuino, possano contribuire alla perpetuazione delle disuguaglianze educative attraverso processi di interiorizzazione dello svantaggio strutturale. La limitata responsività delle misure di integrazione – ossia il momento critico in cui l’intenzione istituzionale si discosta dall’esperienza vissuta – resta in gran parte non problematizzata, circostanza comprensibile data la giovane età dei soggetti coinvolti. Il materiale empirico evidenzia inoltre una difficoltà nel concepire immaginari alternativi di scuola in termini di giustizia sociale. Il contributo conclude sottolineando come il potenziale trasformativo dell’integrazione dipenda da assetti istituzionali capaci di promuovere la riflessività degli insegnanti e di sostenere pratiche effettivamente responsive. What is innovation in education for? Il conflitto tra generale e particolare nel caso dei Progetti Educativi Zonali (PEZ) in Toscana università di Pisa, Italia Le società contemporanee sono attraversate da trasformazioni profonde, spesso generate dalla tensione tra inerzie istituzionali e richieste di cambiamento. In questo quadro, l’innovazione sociale viene frequentemente invocata come condizione e orizzonte del mutamento. Non solo come produzione di “nuovi modi” di perseguire obiettivi, organizzare attività e regolare la vita collettiva, ma come insieme di soluzioni ritenute migliorative e dunque potenzialmente istituzionalizzabili (Zapf, 1989). In una prospettiva più processuale, Howaldt e Schwarz (2010) definiscono l’innovazione sociale come riconfigurazione intenzionale delle pratiche sociali da parte di specifici attori, orientata a rispondere a problemi o bisogni in modo più efficace rispetto alle pratiche consolidate. Tale dinamica può essere inscritta nel “social regime of novelty” (Reckwitz 2017), che richiede a istituzioni e organizzazioni pubbliche la capacità di distinguersi, rinnovare le proprie pratiche e dimostrare adattabilità. Nel campo delle politiche educative, il regime della novità si traduce in una crescente enfasi su progettualità, sperimentazione e singolarizzazione del locale. Le politiche educative non sono più legittimate soltanto dalla loro funzione universalistica di garanzia dei diritti e degli standard formativi, ma anche dalla capacità di produrre innovazione. L’innovazione educativa diviene così non solo risposta a bisogni emergenti, ma criterio di riconoscimento e rilevanza pubblica delle istituzioni e dei dispositivi di governance. In questo quadro, la crescente enfasi sull’innovazione rischia di tradurre l’educazione in mera performance e apprendimento misurabile. L’innovazione, tuttavia, non si esaurisce nell’adozione di nuove pratiche, ma indica una riconfigurazione più ampia delle logiche sociali che articolano individuo e collettività. Essa ridefinisce i dispositivi di legittimazione pubblica e le forme di appartenenza, riorganizzando la tensione tra universalismo normativo e singolarizzazione delle esperienze. L’innovazione educativa nella modernità avanzata si radica nel conflitto strutturale tra logica del generale e logica del singolare, una tensione che Reckwitz (2023) individua nei tre meccanismi fondamentali della società contemporanea: la dialettica tra apertura e chiusura della contingenza sociale, il contrasto tra razionalizzazione formale e culturalizzazione valutativo-affettiva, e il regime temporale della novità e dell’ibridazione. Attraverso queste cornici interpretative, il contributo analizza i Progetti Educativi Zonali (PEZ) della Regione Toscana come dispositivi di governance multilivello che definiscono criteri, metodi e strumenti legittimi di intervento, intrecciando indirizzi regionali standardizzati e coprogettazione territoriale. La tensione tra standardizzazione e adattamento al singolare diventa così evidente nelle pratiche poiché da un lato sono osservabili criteri comuni e obiettivi regionali; dall’altro interventi calibrati sulle specificità locali attraverso reti tra scuole, enti locali e terzo settore. La ricerca, attualmente in corso, combina un’analisi qualitativa dei documenti programmatici e normativi dei PEZ con una mappatura delle pratiche attivate nelle diverse zone toscane, al fine di indagare come l’innovazione venga narrata, istituzionalizzata e resa operativa nei processi di governance territoriale. Le prime evidenze suggeriscono che i PEZ vanno oltre la funzione di mero strumento amministrativo, configurandosi come spazi di rinegoziazione del conflitto tra generale e particolare. L’impulso regionale si ibrida con le interpretazioni locali dei bisogni educativi, producendo configurazioni in cui formalizzazione e pratiche di cura territoriale coesistono. L’innovazione educativa emerge così non come superamento del conflitto, ma come modalità istituzionale di sua organizzazione nel campo delle politiche educative territoriali. I PEZ mostrano come politiche territoriali elaborano cornici dove generale e singolare coabitano tensioni produttive. Narrazione e sostegno nei contesti digitali: una prospettiva conversazionale sul peer support online Università degli Studi Roma Tre, Italia Il presente contributo si colloca nel dibattito contemporaneo sulle nuove forme di narrazione nell’ecosistema digitale e propone l’Analisi della Conversazione (Conversation Analysis, CA) come quadro metodologico per indagare le pratiche narrative che emergono nelle interazioni mediate da piattaforme. In particolare, lo studio esamina conversazioni tra adolescenti all’interno di una web app italiana anonima di peer support, progettata per individuare e prevenire situazioni di disagio giovanile. Rivolta a giovani tra i 14 e i 25 anni, la piattaforma funziona come uno spazio partecipativo in cui l’auto-narrazione prende forma dialogicamente attraverso la scrittura sincrona. Il servizio è gestito da peer supporter formati, supervisionati da professionisti (psicologi, assistenti sociali ed educatori), in un ambiente comunicativo modellato sugli stili espressivi giovanili. Gli adolescenti condividono preoccupazioni personali (relazioni, scuola, famiglia, bullismo, depressione, isolamento sociale, accettazione di sé) così come situazioni più critiche (autolesionismo, ideazione suicidaria, violenza), producendo micro-narrazioni digitali che si sviluppano sequenzialmente nell’interazione. Lo studio mostra come queste chat diventino ambienti narrativi complessi, nei quali la narrazione è intesa come un processo emergente che scaturisce dall’organizzazione stessa dell’interazione. Attraverso l’Analisi della Conversazione, il contributo esamina i turni scritti e le pratiche interazionali che strutturano la relazione tra peer supporter e adolescenti, mettendo in luce i meccanismi micro-sequenziali attraverso cui i partecipanti producono, riconoscono e negoziano le proprie esperienze e vissuti. Il corpus è composto da otto conversazioni, ciascuna della durata di circa due ore. Sono stati selezionati estratti nei quali l’adolescente formula una richiesta di aiuto e il peer costruisce una risposta di supporto. L’analisi si concentra su: (1) la gestione della cooperazione e della negoziazione attraverso la scrittura digitale; (2) l’uso di emoticon e risorse paralinguistiche come dispositivi per esprimere empatia e affiliazione; (3) l’organizzazione dei turni di parola e della temporalità negli ambienti sincroni; (4) le tipologie di supporto fornite (emotivo, informativo e di rete); e (5) le pratiche di riformulazione attraverso cui i peer rielaborano e co-costruiscono la narrazione del problema. Le chat vengono così considerate come perspicuous settings (Garfinkel e Wieder 1992), nei quali le risorse verbali e sequenziali diventano osservabili in modo chiaro e manifesto. Al tempo stesso, le piattaforme digitali non costituiscono contenitori neutrali: esse configurano specifiche condizioni di possibilità per la narrazione, rimodellando i confini tra esperienza vissuta e racconto condiviso. In tal senso, contribuiscono alla formazione di ecosistemi narrativi digitali nei quali la scrittura, l'interazione e il supporto risultano profondamente intrecciati tra loro. Il contributo propone pertanto l’integrazione dell’Analisi della Conversazione nei dibattiti sulle narrazioni digitali contemporanee, mostrando come le pratiche micro-interazionali offrano un punto di osservazione privilegiato per comprendere le trasformazioni dell’autorialità, dell’agentività e della costruzione narrativa nell’era delle piattaforme, con particolare attenzione ai processi di partecipazione e inclusione culturale. |
| 15:45 - 16:00 | Coffee break secondo giorno Luogo, sala: Ballatoio esterno |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 01: Confini del giornalismo piattaformizzato Luogo, sala: Aula 2 Chair di sessione: Alberto Marinelli |
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Nuove frontiere del giornalismo cittadino e comunitario: il caso di Scomodo e la copertura della Global Sumud Flotilla 1: Università di Torino; 2: La Sapienza, Università di Roma, Italia Negli ultimi due decenni, il dibattito sul citizen journalism ha evidenziato una ridefinizione dei confini tra professionisti e cittadini nella produzione dell’informazione, mettendo in luce sia il potenziale democratico della partecipazione sia le persistenti asimmetrie di potere e legittimità (Couldry e Curran, 2003; Gillmor, 2004; Wall, 2012). Tali dinamiche si accentuano nei contesti di conflitto e di accesso limitato ai media, dove il citizen journalism assume funzioni di testimonianza, documentazione e contestazione del potere simbolico dei media dominanti (Allan, 2007; Allan e Thorsen, 2009). Se in luoghi come la Palestina esso si è configurato come pratica di testimonianza digitale e contro-narrazione in condizioni di occupazione (Hamdy, 2010; Alakklouk e Gülnar, 2023; Majeed et al., 2025), meno indagate restano le forme di giornalismo comunitario e partecipativo che si sviluppano al di fuori delle situazioni emergenziali e delle logiche mainstream. Quando l’informazione sportiva va in crash. Credibilità giornalistica, sport e piattaforme nel caso Milano-Cortina 2026 Università degli Studi LINK, Italia Tra i diversi pattern narrativi che hanno scandito il dibattito attorno ai recenti Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, uno dei più significativi ha riguardato il tema della credibilità giornalistica. Le tante polemiche legate alla telecronaca della cerimonia di apertura da parte del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca – e le conseguenti agitazioni in seno alla testata giornalistica, culminate con le dimissioni di Petrecca – hanno infatti riacceso i riflettori su un tema sovente poco esplorato nel nostro Paese, ma al contempo fortemente evocato allorquando si tratta di trovare un ombrello sotto cui ricondurre tutti i mali dell’informazione italiana (Autor* 2011; Sorrentino & Splendore 2022). Al contrario, in ambito anglosassone gli studi sulla credibilità giornalistica vantano una lunga tradizione, che affonda le proprie radici negli anni Cinquanta del Novecento. Già gli studi di Hovland e Weiss (1951) sulla source credibility avevano individuato nella competenza e nell’affidabilità le radici della credibilità. Ricerche successive (Gaziano & McGrath 1986; Meyer 1988) hanno contribuito a elaborare scale e indicatori utili a misurare il livello di credibilità dell’informazione, e al contempo a metterne in luce la natura multidimensionale, distinguendo per esempio tra fiducia nella selezione dei temi, nella correttezza fattuale, nella valutazione e nella completezza dell’informazione (Kohring & Matthes 2007). Parallelamente, la letteratura ha anche guardato alle modalità attraverso cui l’autorità giornalistica viene costruita, difesa e negoziata in contesti storici e tecnologici differenti. Zelizer (2004), in particolare, evidenzia come il giornalismo sia un’istituzione simbolica, che produce legittimazione attraverso pratiche professionali, rituali e forme di riconoscimento pubblico, laddove Carlson (2017) evidenzia la natura dinamica dell’autorità giornalistica, costantemente esposta a contestazioni e riconfigurazioni. In generale, queste ricerche hanno confermato come la credibilità giornalistica – al pari della credibilità tout court (Gili 2005) – non sia un attributo dell’emittente, quanto piuttosto l’esito dell’interazione tra norme professionali, aspettative dei pubblici e ambienti mediali. Spostando l’attenzione sul microcosmo dello sport, anche qui non mancano ricerche che hanno evidenziato, da una parte, la natura relazionale della credibilità, dall’altra le molte peculiarità che caratterizzano la credibilità dell’informazione sportiva. Sia Rowe (2004) che Boyle (2006), in particolare, hanno a più riprese sottolineato come il giornalismo sportivo operi in un’area liminale tra informazione e intrattenimento, richiedendo un equilibrio specifico tra competenza tecnica e coinvolgimento emotivo. A conclusioni pressoché simili sono addivenuti anche Autor* (2016) nel loro lavoro di ricerca empirica sul giornalismo sportivo italiano. Alla luce di queste premesse, il presente contributo indaga i processi di costruzione e riconoscimento della credibilità attraverso l’analisi dei post e dei commenti ai profili social di alcuni giornalisti sportivi che, su HBOMax/Discovery/Eurosport, hanno raccontato i recenti Giochi Olimpici. Lo studio combina analisi del contenuto e approccio netnografico, concentrandosi sulle modalità attraverso cui gli utenti attribuiscono, negoziano o negano credibilità ai professionisti coinvolti. Dalla ricerca emergono due significative evidenze. Da una parte, l’analisi conferma l’imprescindibilità della competenza e della capacità di emozionare che, se possibile, diventano ancor più centrali nell’era del data journalism (Anderson 2018) e degli affective publics (Papacharissi 2016). Dall’altra parte, si evidenzia il valore strategico di una reputazione che sa costruirsi nella quotidianità di un racconto che va oltre il grande evento. Nell’ecosistema delle piattaforme (van Dick et al. 2018; Gillespie 2018), la credibilità assume infatti una natura eminentemente “cumulativa”: dunque, non una qualità attribuita in virtù della posizione istituzionale o della singola prestazione professionale, bensì il risultato di una legittimazione progressiva costruita nella quotidianità dell’interazione e riconosciuta dalla comunità interpretativa di riferimento. It Takes Two to Trust: Multi-Modal Experimental Evidence of Newsmakers’ Influence on Trust-Based Choices 1: Erasmus University Rotterdam; 2: Università di Bologna, Italia Declining trust in news represents one of the most pressing challenges for contemporary democracies. While extensive scholarship has examined attitudinal trust in journalism, less is known about how trust translates into behavior—specifically, the decision to rely on newsmakers when making important life choices. Moving beyond a purely cognitive understanding of trust, this study adopts a relational perspective and conceptualizes trust as a vulnerability-exposing behavior: the willingness to base consequential decisions (e.g., financial, health, or safety-related) on information provided by a newsmaker. Building on recent theoretical developments in relational journalism and parasocial dynamics, we investigate how newsmakers’ characteristics shape trust-based choices. We focus on three dimensions: (1) sociodemographic traits (gender and age), (2) sources of legitimacy (popularity and professional labeling), and (3) professional practices associated with what we conceptualize as External News Efficacy (ENE)—that is, audiences’ perceptions that journalists are attentive, accessible, transparent, and responsive. To test our expectations, we conducted two preregistered conjoint experiments in Italy (N₁=883; N₂=846). The first is a textual conjoint experiment presenting consolidated, long-standing professional practices. The second is an innovative visual conjoint experiment that replicates a first-impression encounter with a newsmaker on Instagram, using realistic profile screenshots. Both experiments include eight attributes and a forced-choice outcome: which of two newsmakers respondents would trust when making an important decision on a topic about which they know little. In the visual experiment—simulating a social media “snap-judgment” scenario—sociodemographic traits and legitimacy cues strongly shape trust-based decisions. Female newsmakers are significantly more likely to be trusted than male counterparts across both experimental settings. Popularity, operationalized as number of followers, exerts a strong bandwagon effect in the Instagram environment: highly followed profiles are substantially more likely to be selected. The professional label “journalist” also increases trust in the visual setting, although more modestly. By contrast, in the textual experiment—where practices are presented as consistent, longitudinal behaviors—professional practices overwhelmingly structure trust-based choices. Newsmakers who routinely disclose their editorial processes, are easily accessible (e.g., via email), and show attentiveness to audience comments are significantly more likely to be trusted. Disclosiveness and attentiveness, in particular, yield substantial increases in selection probability. Interestingly, responsiveness—defined as deciding content based on audience suggestions—produces a negative effect. Audiences appear to value attentiveness and openness, but not editorial subordination to audience preferences, suggesting a nuanced boundary between relational engagement and perceived loss of journalistic independence. Crucially, the professional practices that strongly predict trust-based behavior in the textual setting show no significant effects in the visual experiment. A single observable instance of transparency or attentiveness in a social media post does not meaningfully alter trust decisions. This suggests that ENE-related practices require temporal consistency and reputational consolidation to influence behavioral trust. In first-impression contexts, instead, audiences rely on heuristic cues such as gender and popularity. These findings contribute to ongoing debates about declining news trust in three ways. First, we reconceptualize trust as behavioral choice rather than mere attitudinal endorsement. Second, we introduce External News Efficacy as a framework for understanding how relational practices structure vulnerability-based trust. Third, methodologically, we demonstrate the value of combining textual and visual conjoint designs to capture different evaluative environments—long-term reputational assessment versus platform-driven snap judgments. Our results suggest that rebuilding trust requires sustained relational practices rather than isolated transparency cues. However, in platformized environments where attention metrics dominate, visible legitimacy signals may outweigh substantive professional conduct. Ultimately, “it takes two to trust”: trust in journalism emerges from the relational and contextual interplay between newsmakers’ identities, reputational signals, and consistent audience-oriented practices. Tra confini e conflitti: pubblici, piattaforme e riconfigurazioni del giornalismo nel caso de La Zanzara Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Il contributo analizza La Zanzara, storico programma radiofonico di Radio 24, assunto come caso strategico per comprendere come narrazioni giornalistiche e forme di conflitto siano riconfigurate all’interno di un ambiente mediatico piattaformizzato. Nel febbraio 2025 La Zanzara ha ricevuto lo Spotify Milestone Creator Award come primo podcast italiano a superare i 50 milioni di ascolti, segnando simbolicamente il passaggio da programma radiofonico di successo a ecosistema narrativo (pop)olare cross-piattaforma. A partire da una prospettiva che inquadra il giornalismo come campo (Bourdieu, 1997) attraversato da pressioni economiche, culturali, politiche e tecnologiche (Sorrentino 2006; Splendore 2023), il contributo interpreta la presenza del programma sulle piattaforme digitali come un’infrastruttura comunicativa che accompagna e riformula i contenuti giornalistici (Boccia Artieri, Marinelli 2018; Sullivan 2023), ridefinendo regimi di visibilità, credibilità e forme di autorevolezza (Carlson, 2017; Kaplan, 2006). La Zanzara appare così come un fenomeno ibrido che combina routine giornalistiche da legacy media e logiche dell’intrattenimento, con prospettive marginalizzate nell’agenda mediale mainstream (Boccia Artieri 2025). L’elemento conflittuale, performato più che reale, lo rende uno spazio simbolico in cui linguaggi quotidiani, provocazione e polarizzazione, cultura popolare e politica si intrecciano nel discorso pubblico, incorporando strategie relazionali ed affettive (Abidin, 2018; Lewis 2020) tipiche dell’informazione platformizzata e di fenomeni quali i newsfluencer (Hurcombe, 2024). |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 02: Racconto mediale dei disastri e della sostenibilità Luogo, sala: Aula 1 Chair di sessione: Francesca Comunello |
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"Disastro tecnologico a lenta risoluzione". Blackout, media e conflitti socio-tecnici nelle società iperconnesse. Università di Macerata, Italia Nelle società contemporanee, il collasso delle reti elettriche e della connettività non si esaurisce nella mera sospensione di servizi funzionali; esso genera un vuoto, materiale e simbolico, che scardina le pratiche quotidiane, le relazioni sociali e i regimi di senso condivisi (Matthewman, Byrd, 2012; Eriksen, 2017; Shewly, 2025; Miner, 2025; Autor*, 2026). Il presente contributo analizza il blackout come fenomeno comunicativo e culturale, prima ancora che tecnico-infrastrutturale. Attraverso lo studio del vasto blackout che ha colpito la Penisola Iberica a partire dal 28 aprile 2025, la ricerca esplora le modalità con cui media, istituzioni e cittadinanza hanno interpretato, narrato e governato l’interruzione, mettendo alla prova la resilienza simbolica delle democrazie iper-digitalizzate. L’evento, originato da un’instabilità nella rete spagnola che ha causato la disconnessione dell’intera area dal sistema elettrico europeo (ENTSO-E, 2025), offre un’opportunità analitica privilegiata per osservare le fragilità sistemiche della modernità: quando l’energia viene meno, non si interrompe solo un flusso tecnico, ma si produce una frattura profonda nel tessuto dell’esistenza sociale (Shewly, 2025; Miner, 2025). Sotto il profilo metodologico, la ricerca adotta un disegno qualitativo-comparativo (Gupta et al., 2024) articolato in due fasi. Una prima fase esplorativa, condotta tramite la piattaforma MediaCloud, ha permesso di mappare la copertura del fenomeno negli ecosistemi informativi di Spagna e Portogallo, ricostruendo la cronologia delle notizie e la rilevanza delle testate. Nella seconda fase, un corpus di 80 articoli è stato sottoposto ad analisi qualitativa del contenuto (Krippendorff, 2018) mediante il software MAXQDA, focalizzandosi su quattro dimensioni: attribuzione delle responsabilità, rappresentazione della cittadinanza, ruolo delle istituzioni e linguaggi dell’emergenza. L’analisi evidenzia la divergenza tra due modelli comunicativi distinti, dimostrando come la percezione sociale del blackout non scaturisca dall’evento tecnico in sé, quanto dalla sua costruzione narrativa. In questa prospettiva, l’interruzione si configura come un evento capace di ridefinire i parametri della sicurezza e della dipendenza energetica, trasformandosi in una ferita sociale "culturalmente traumatica". Richiamando la prospettiva di Alexander (2012), il trauma culturale emerge qui come l'esito di una "spirale di significazione", in cui diversi carrier groups competono per imporre una rappresentazione dell’accaduto funzionale a ridefinire l’identità collettiva. Mentre il caso spagnolo rivela una narrazione orientata alla razionalizzazione tecnica — in cui il blackout viene incorniciato come evento governabile, preservando la legittimità istituzionale e la rassicurazione sociale — il contesto portoghese enfatizza il vissuto drammatico della popolazione. In Portogallo, le lacune informative e le criticità gestionali hanno trasformato il blackout in una crisi d'identità disorientante. In definitiva, l'evento del 2025 emerge come un "disastro tecnologico a lenta risoluzione" (Kroll-Smith, Couch, 1991; Autor*, 2026), metabolizzato in Spagna come "crisi governata" e in Portogallo come vero e proprio "disastro esistenziale". Il copywriting come grammatica della responsabilità: linguaggio, conflitto e prevenzione nella comunicazione del rischio sismico IUSVE Istituto Universitario Salesiano Venezia, Italia Il 31 marzo 2009, mentre uno sciame sismico inquietava L'Aquila, la Commissione Grandi Rischi si riuniva per valutare la situazione. Poche ore prima della riunione, un funzionario della Protezione Civile rilasciava dichiarazioni rassicuranti: la sequenza era "favorevole", rappresentava "uno scarico di energia continuo" (De Bernardinis, citato in Corte d'Appello dell'Aquila, 2014). Gli scienziati non smentirono pubblicamente queste affermazioni. Sei giorni dopo, il terremoto del 6 aprile causava 309 vittime. Il processo che ne seguì rappresentò l'emersione drammatica di conflitti narrativi latenti nella comunicazione del rischio sismico, conflitti generati dalle scelte linguistiche che avevano preceduto e accompagnato gli eventi. Questa ricerca interroga il ruolo del copywriting nella comunicazione preventiva del rischio sismico, ripensandolo come dispositivo di moderazione dei conflitti narrativi. La domanda centrale è: come può il copywriting funzionare da "grammatica della responsabilità", disciplinando il linguaggio senza censura ma attraverso una consapevolezza epistemologica che prevenga fratture sociali evitabili? Il caso L'Aquila costituisce il terreno empirico dell'indagine per comprendere i meccanismi attraverso cui le parole generano o moderano conflitti nelle comunità esposte a rischi naturali. Il quadro teorico integra framing theory (Flusberg et al., 2024), critical discourse analysis (Chiluwa, 2024) e studi sulla comunicazione del rischio. Yu et al. (2022) mostrano come strategie discorsive mirate riducano l'intensità conflittuale; Brown (2024) e Oxman et al. (2022) sollevano questioni etiche sul confine tra persuasione e informazione. La metodologia combina analisi testuale dei documenti processuali con framework sulla gestione dell'incertezza scientifica (Demichelis & Ongaro, 2024). L'analisi del caso L'Aquila rivela quattro livelli di conflitto narrativo. Primo, scienza vs. politica: il messaggio scientifico sull'impossibilità di prevedere terremoti viene tradotto in messaggio rassicurante senza chiarire la persistenza del rischio. Secondo, probabilità vs. certezza: il linguaggio probabilistico degli esperti si scontra con la percezione binaria del pubblico. Terzo, expertise vs. citizenship: gli scienziati delegano la comunicazione a funzionari che distorcono il messaggio (Pardini, 2012). Quarto, narrativa internazionale vs. locale: mentre il dibattito globale invoca Galileo, la comunità aquilana denuncia il tradimento della fiducia. La voce locale, marginalizzata (Pietrucci, 2014), chiedeva informazioni chiare per decisioni autonome. La proposta del copywriting come "grammatica della responsabilità" si articola in quattro principi. Primo, disciplina non censura: riconoscere esplicitamente limiti e incertezze ("non possiamo prevedere quando, ma un terremoto maggiore resta possibile"). Secondo, frame bridging (Snow et al., 1986): costruire ponti tra frame scientifici e popolari. Terzo, moderation language: spostare il focus dalla previsione alla preparazione. Quarto, responsabilizzazione non colpevolizzazione: riconoscere disuguaglianze nell'accesso alle risorse di mitigazione. L'analisi dimostra che i conflitti post-terremoto vengono amplificati o moderati dalle scelte linguistiche nella fase preventiva. Il copywriting può essere ripensato come pratica di cura linguistica orientata alla responsabilità pubblica: trasparenza non manipolazione, accessibilità che rispetta la complessità non semplificazione distorsiva. In un paese ad alto rischio sismico dove progetti come EDURISK, KnowRISK e SICURO+ dimostrano l'importanza crescente dell'educazione al rischio (Musacchio et al., 2023, 2025), questa riflessione ha implicazioni immediate per le politiche comunicative della Protezione Civile e dell'INGV. In un'epoca di "policrisi" dove le narrazioni fuorvianti proliferano su piattaforme digitali, il copywriting disciplinato può costituire un antidoto alla disinformazione senza cadere nella propaganda, riconoscendo che la fiducia istituzionale si costruisce non nascondendo l'incertezza ma comunicandola con responsabilità epistemologica e sensibilità sociale. Un intero giorno di buio. Narrazioni seriali del complotto e contro-autorità epistemiche durante il blackout iberico del 2025 1: Università Pegaso, Italia; 2: Università di Torino, Italia Guerre, attacchi terroristici, pandemie, emergenze ambientali ed energetiche sono eventi critici che hanno un impatto profondo sull’esperienza ordinaria e comportano una riarticolazione delle identità e delle strutture sociali e istituzionali (Sewell 2005; Wagner-Pacifici 2017). Situazioni drammatiche come queste sollecitano l’emergere e la rapida diffusione del complottismo. Le teorie del complotto consentono di fronteggiare lo stato di incertezza sperimentato in situazioni di trasformazione collettiva e di dare senso alle vicende storiche (van Prooijen and Douglas 2017), attribuendo a un’élite di potere l’intento di orchestrare piani segreti con finalità malevoli ai danni della società (Douglas et al. 2019; Uscinski 2018). L’immaginario complottista trova uno dei canali privilegiati di popolarizzazione nelle piattaforme digitali (Mahl et al. 2022). Lungi dal costituire un mezzo neutrale per la trasmissione di contenuti informativi, questi canali influenzano le modalità di costruzione delle teorie del complotto (Theocharis et al. 2023), prodotte all’interno di comunità online più o meno estese che contribuiscono in modi differenziati al successo di alcune narrazioni complottiste rispetto ad altre (Introne et al. 2020). Il presente intervento si propone di approfondire un caso esemplare di evento critico che ha fomentato molteplici teorie del complotto nei social media, il blackout che il 28 aprile 2025 ha colpito Spagna, Portogallo e alcune aree della Francia, causando gravi interruzioni nel sistema dei trasporti e dei servizi. Questo episodio ha diffuso in modo virale ipotesi alternative circa possibili cause di tipo politico e strategico – un cyber-attacco perpetrato dalla Russia o dalla Cina, l’impiego di armi segrete, un test sulla rete elettrica da parte del governo spagnolo per il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili – e spiegazioni di tipo religioso ed esoterico – un segno dell’imminente apocalisse, la realizzazione di una profezia annunciata nella serie televisiva The Simpsons. A partire dall’analisi tematica e argomentativa di corpora di post e video online, pubblicati nei giorni immediatamente seguenti al blackout nel forum di Reddit e nei canali di controinformazione su YouTube, emerge come le comunità digitali abbiano elaborato uno storytelling collettivo dell’evento e come questo si sia sviluppato interattivamente in una narrazione complottista attraverso un processo di “reinterpretazioni continue” (Fenster 2008). Il caso considerato suggerisce che le teorie del complotto possano essere concettualizzate come “narrazioni seriali”, ovvero storie che, da un lato, reiterano nel tempo schemi mitici e topoi ricorrenti (per esempio: il conflitto bene/male; il nemico; il controllo) e che, dall’altro, mostrano una trama aperta, suscettibile di costanti ampliamenti e aggiornamenti, evolvendosi in risposta alla cronaca degli eventi di attualità, anziché essere modelli interpretativi chiusi e coerenti. All’interno delle comunità online considerate, le teorie del complotto configurano una “contro-autorità epistemica” che contesta la plausibilità delle spiegazioni ufficiali fornite dalle agenzie istituzionali. Il caso del complottismo sul blackout nella penisola iberica si lega al più ampio problema della disinformazione energetica e dei false alarm e alle rilevanti ricadute che questo può comportare sul piano politico e su quello della sicurezza pubblica. Tuttavia, le teorie del complotto non sono valutabili esclusivamente in termini di verità o falsità delle notizie circolanti nelle piattaforme digitali (Danblon e de Donceel 2024; Koper 2023). Come effetto della rapidità di comunicazione nei social media, la narrazione complottista non si limita infatti a raccontare a posteriori un evento già accaduto, ma spesso segue il suo sviluppo in tempo reale, strutturando la percezione collettiva dei suoi possibili significati e modellando l’immaginario contemporaneo del rischio e della crisi. Oltre la “nuvola”: data center tra sostenibilità e conflitto nel discorso giornalistico italiano Sapienza University of Rome, Italia Dietro all’apparente immaterialità evocata dalla metafora della “nuvola” ("cloud"; Mosco, 2014), il processo di digitalizzazione si fonda su infrastrutture materiali (Starosielski & Parks, 2015; Hepp, 2020) che richiedono ingenti quantità di energia e risorse naturali (Siddik et al., 2021; UNCTAD, 2024). In questo contesto, la crescente diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale ha un ruolo centrale nell’aumento della domanda di nuovi data center (Crawford, 2021; Lehuédé, 2024) determinando anche una forte crescita degli investimenti economici: il mercato dell’IA in Italia ha raggiunto un valore di 760Mln€ nel 2023, con un incremento del 52% rispetto al 2022 e del 262% negli ultimi cinque anni (Ministero delle Imprese e del Made in Italy, 2025). I data center emergono quindi come infrastrutture controverse, situate all’intersezione tra rischio climatico, transizione digitale e sviluppo economico (Edwards et al., 2024; Biancalana, 2025), rappresentando un oggetto di studio ideale per osservare come molteplici crisi contemporanee (Seger & Sellnow, 2016) - climatica, geopolitica, tecnologica - vengono narrate, interpretate e negoziate. L’Italia, da questo punto di vista, costituisce un caso particolarmente rilevante: negli ultimi anni il paese è diventato un hub strategico per l’espansione dei data center nel Sud Europa, tanto che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (2025) ha varato un piano strategico per l’attrazione di investimenti industriali esteri, mentre il discorso mediatico nazionale riguardo a queste infrastrutture rimane ancora poco esplorato dal punto di vista sociologico. Adottando la prospettiva della teoria dell’amplificazione sociale del rischio (Kasperson et al., 1988), questo studio concepisce il discorso giornalistico come un’arena in cui il rischio climatico viene socialmente costruito, evidenziando le tensioni tra sviluppo tecnologico, sostenibilità ambientale e valori politico-ideologici. L’obiettivo della ricerca è di analizzare il modo in cui i media italiani rappresentano i data center e come queste rappresentazioni si connettano a dimensioni politiche, ambientali, etiche e sociali, oscillando tra due poli interpretativi principali: da un lato infrastrutture "green" e "smart" a supporto della transizione ecologica e dell’innovazione nazionale; dall’altro potenziali fonti di rischio ambientale, consumo energetico e concentrazione di potere nelle grandi piattaforme tecnologiche, richiamando anche il tema della sovranità digitale (Rone, 2024). Dal punto di vista metodologico, l’analisi combina tecniche di textual network analysis (Segev, 2020) e di frame analysis qualitativa (Entman, 1993). Il corpus è costituito da articoli pubblicati tra gennaio 2024 e dicembre 2025 nelle versioni online dei principali quotidiani italiani appartenenti a differenti aree politico-editoriali, in linea con gli studi sulle culture ideologiche nel discorso mediatico (Carvalho, 2007). Titoli e meta-descriptions degli articoli online sono analizzati per individuare co-occorrenze e cluster tematici interpretati come frame discorsivi. Sulla base delle analisi preliminari, una particolare attenzione è rivolta ai temi dell’innovazione economica nazionale, delle risorse energetiche legate al tema della sostenibilità, del ruolo delle Big Tech e delle dinamiche geopolitiche. Il contributo dello studio consiste nel mostrare come le narrazioni mediatiche sulla green cloud partecipino alla naturalizzazione - o problematizzazione - degli impatti materiali della digitalizzazione, rivelando i processi attraverso cui conflitti socio-ambientali emergenti vengono resi visibili ed interpretati. In tal senso, la ricerca intende contribuire al dibattito sociologico sui conflitti mediati, sugli immaginari tecnologici e sulla costruzione culturale del rischio nella società digitale contemporanea. |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 03: Disuguaglianze tra piattaforme, media e istituzioni Luogo, sala: Aula Magna Chair di sessione: Francesca Ieracitano |
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«Perché gli albanesi hanno la testa quadrata?». Il ruolo delle interazioni utente–algoritmo su Google nella stigmatizzazione delle comunità immigrate in Italia 1: Universitas Mercatorum, Italia; 2: Sapienza Università di Roma, Italia Inquadramento teorico Nelle società ad alta mediazione digitale, le piattaforme non si limitano a “riflettere” la realtà sociale: attraverso infrastrutture algoritmiche, definiscono criteri di rilevanza e visibilità che incidono su come temi e gruppi sociali vengono resi conoscibili e discutibili (Gillespie, 2014; Beer, 2016). In questo quadro, la ricerca online diventa un luogo ordinario—ma socialmente rilevante—di produzione di narrazioni e confini simbolici tra gruppi (Graham, 2023). Assumendo la prospettiva del mutual shaping tra tecnologia e società (MacKenzie & Wajcman, 1985; Boczkowski, 2004), il paper interpreta le pratiche di ricerca online come una zona di co-produzione in cui bias sociali e risposte algoritmiche si influenzano reciprocamente; in particolare, dialoga con studi sull’interazione tra bias umani e risultati algoritmici in sessioni di ricerca su temi controversi (Wang & Liu, 2024). L’argomento si inserisce nella call “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”, mostrando come micro-interazioni informazionali (le ricerche degli utenti su Google intorno agli stranieri in Italia) possano alimentare forme diffuse di conflittualità culturale: non necessariamente conflitto aperto, ma tensione discorsiva e morale che struttura l’immaginario pubblico e le condizioni di riconoscimento. Domande di ricerca RQ1. Quali ricerche avviate dagli utenti su Google riguardo alle principali comunità immigrate in Italia mostrano tratti stereotipici e stigmatizzanti? RQ2. Quale ruolo svolgono gli utenti nel processo socio-tecnico attraverso cui un motore di ricerca come Google può produrre output stigmatizzanti? RQ3. Su quali aspetti specifici della presenza e della vita dei migranti in Italia si concentra l’attenzione degli utenti attraverso le loro ricerche? Metodologia Lo studio utilizza Answer Socrates, che approssima pattern ricorrenti di quesiti di ricerca effettuati dagli utenti su Google combinando segnali da Google Autocomplete, People Also Ask e Google Trends. Sono stati raccolti 290 quesiti complessivi associati ai due etnonimi numericamente più rilevanti in Italia, “rumeni” e “albanesi” (ISTAT, 2025). I quesiti con frame stereotipanti o stigmatizzanti sono stati selezionati e analizzati tramite content analysis qualitativa (Mayring, 2021), accompagnata da una quantificazione delle occorrenze per categoria. L’analisi identifica cinque categorie interpretative: stereotipo, stigma, discriminazione, disordine informativo, curiosità. Risultati preliminari Circa il 10% dei quesiti (N=29 su 290) contiene elementi di stereotipizzazione, stigmatizzazione o discriminazione. I casi ricadono soprattutto nelle categorie stereotipo (13/29) e stigma (7/29), seguite da curiosità (6/29) e, più marginalmente, disordine informativo (2/29) e discriminazione (1/29). Sul piano dei contenuti, gli stereotipi riguardano principalmente l’attribuzione generalizzata di tratti fisici (5/13) e tratti di personalità (7/13), mentre lo stigma si concentra su cornici di devianza e illegalità (7/7). I quesiti suggeriscono inoltre che i bisogni informativi non sono neutri: spesso incorporano presupposti valutativi e si orientano verso la verifica o la conferma di rappresentazioni pre-esistenti. Poiché l’interazione con il motore di ricerca restituisce risultati organizzati per rilevanza e popolarità, tali presupposti tendono a trovare risposte confermative: al quesito “Perché gli albanesi hanno la testa quadrata”, ad esempio, Google propone risultati umoristici o parodici che normalizzano l’associazione, più che problematizzarla. La ricerca diventa così un’arena discorsiva in cui curiosità cognitiva e pregiudizio sociale si intrecciano e rinforzano mutualmente in un feedback loop tra utenti e algoritmi. Discussione preliminare Sul piano socio-tecnico emerge un corto circuito cognitivo: i bias sociali informano le formulazioni dei quesiti degli utenti e le logiche di ranking/visibilità dei motori di ricerca tendono a restituire contenuti che spesso non correggono, ma normalizzano tali associazioni, rafforzandone la salienza pubblica. A livello sociale, Google opera così come mediatore simbolico tra popolazione nativa e gruppi migranti, soprattutto quando l’interazione diretta è scarsa: le rappresentazioni dell’“altro” si sedimentano in pratiche informazionali ordinarie, contribuendo a irrigidire confini “noi/loro” e a sostenere forme diffuse di conflitto culturale, con effetti su appartenenze, convivenza e riconoscimento. Digital Social Work in Europe: competenze digitali, differenze generazionali e pratiche professionali nei servizi per le povertà estreme Lumsa Università, Roma, Italia Attualmente, le grandi città sono interessate da fenomeni di povertà estrema, tra cui persone senza dimora (Bruni et al., 2024; FEANTSA, 2025). In proposito, un ruolo cruciale è ricoperto dai servizi sociali, pubblici e non, che nel corso degli anni sono coinvolti in un processo di digitalizzazione, che ha condotto all’integrazione di algoritmi e intelligenza artificiale nel lavoro sociale (Pazer, 2025), con risultati spesso eterogeni tra paesi europei (Brockhaus et al., 2022). In conseguenza del welfare digitalizzato, assumono particolare rilevanza le competenze digitali degli operatori (López Peláez et al., 2020), al fine di garantire l’adeguata comprensione e implementazione delle pratiche digitali ed evitare l’ulteriore marginalizzazione degli homeless. Tali pratiche, tuttavia, sono situate socialmente per cui sono influenzate anche dai contesti organizzativi, normativi e valoriali in cui s’inseriscono, nonché dalle condizioni di supporto istituzionali (Rogers, 2003). Studiare le pratiche digitali – e come esse vengano influenzate sia da fattori individuali, che contestuali e organizzativi – dei professionisti dell’aiuto sarà dirimente poiché, non di rado, i canali digitali sono gli unici che permettono di agganciare persone senza dimora a causa delle condizioni abitative instabili (Rice et al., 2011). Alcune ricerche, infatti, hanno rilevato l’accesso alle piattaforme digitali attraverso dispositivi mobili da parte di giovani e adulti homeless (McInnes et al., 2014), pur rimanendo socialmente esclusi (Buré, 2005). L’uso di piattaforme digitali e algoritmi è fondamentale per intercettare e monitorate le persone senza dimora e affrontare la complessità di questa vulnerabilità sociale altamente dinamica e multidimensionale (Bruni et al., 2024), migliorando la qualità e l’efficacia dei servizi a esse destinati. Pertanto, gli interrogativi generali che orientano la ricerca pluriennale sono: (RQ1) qual è la relazione tra competenze digitali e i quadri istituzionali in cui i servizi per homeless sono inseriti tra le diverse capitali europee? (RQ2) In che misura le competenze digitali influenzano le pratiche (atteggiamenti e comportamenti) degli assistenti sociali nell’uso delle recenti tecnologie digitali in questo specifico ambito di policy, considerando l’impatto dei fattori istituzionali e organizzativi? (RQ3) Esistono differenze generazionali tra gli operatori negli atteggiamenti e comportamenti verso le applicazioni digitali? Nel presente contributo gli autori danno conto delle fasi iniziali ed esplorative necessarie a rispondere ai suddetti interrogativi. Obiettivo di questo paper è quindi comprendere le caratteristiche e la numerosità dei servizi sociali per gli homeless, realizzando una “mappatura europea”, che consenta di ricostruire la rete di queste realtà nelle 27 capitali comunitarie. Ricostruito il quadro inedito dei servizi europei dedicati, viene somministrata una scheda di analisi del contesto rivolta ai responsabili dei servizi per poter rilevare le variabili istituzionali (normative, livelli di spesa sociale, dotazione di infrastrutture digitali) e organizzative (modelli gestionali, personale e piattaforme impiegate). I risultati di questa fase preliminare saranno utili per impostare il lavoro di ricerca pluriennale che si avvarrà dell’Approccio Multilivello e Integrato alla Survey, poiché le informazioni contestuali rilevate saranno integrate a una web-survey rivolta agli operatori impiegati nei servizi interessati, che consentirà di rilevare, invece, le proprietà individuali (competenze digitali, anzianità di servizio, gli atteggiamenti, frequenza e modalità d’uso di piattaforme e algoritmi), che contribuiscono a spiegare le pratiche digitali degli assistenti sociali. Tuttavia, queste attività vanno oltre gli obiettivi del presente lavoro. Gender Equality Plans nelle università italiane: tra compliance, metriche e trasformazione Luiss, Italia Negli ultimi anni la diffusione dei Gender Equality Plans (GEP) nelle università europee si è consolidata come pratica di policy e come requisito di accesso/legittimazione in diversi programmi e contesti istituzionali. Questa dinamica si intreccia con un quadro politico-culturale attraversato da retoriche “anti-gender”, nazionalismi e tendenze neo-autoritarie, in cui il genere è oggetto di conflitto pubblico e di regolazione. In tale cornice, l’uguaglianza di genere tende spesso a essere tradotta in forme di intervento “governabili” tramite indicatori, procedure, monitoraggi e rendicontazioni: dispositivi che non solo orientano l’azione, ma contribuiscono anche a stabilire quali disuguaglianze diventano visibili e come vengono rese dicibili e trattabili. Questa grammatica è coerente con alcune letture del femminismo neoliberale (enfasi su empowerment individuale, leadership come obiettivo e responsabilizzazione manageriale di soggetti e organizzazioni). Il contributo propone di leggere i GEP non come checklist tecniche, ma come dispositivi di governance che rendono osservabili: (a) le priorità istituzionali; (b) le modalità con cui le disuguaglianze vengono problematizzate; (c) la selezione degli strumenti ritenuti legittimi per intervenire. La domanda di ricerca è: come i GEP definiscono problemi e soluzioni dell’uguaglianza e con quali effetti sulla trasformazione organizzativa, rispetto a un orientamento prevalentemente formale/di adempimento? In particolare, si osserva come tali dispositivi possano assorbire, neutralizzare o riarticolare i conflitti organizzativi che attraversano reclutamento, valutazione e distribuzione del potere. L’analisi è comparata e riguarda i GEP di otto atenei italiani selezionati tra quelli con maggiore reputazione pubblica in materia di inclusione. L’approccio è processuale: invece di limitarsi a indicatori di presenza o a misure descrittive, ricostruisce come i piani sono progettati per incidere su reclutamento, carriere e distribuzione del potere decisionale. La comparazione distingue i piani in base a quattro dimensioni: ancoraggio alla governance, attribuzione di responsabilità, qualità e uso del monitoraggio, continuità temporale delle azioni. I risultati mostrano un continuum tra piani orientati all’adempimento formale e piani più integrati nei processi decisionali. In particolare, la centralità dei dati oscilla tra una funzione di rendicontazione (dati come prova di conformità) e una funzione di apprendimento organizzativo (dati come base per rivedere procedure e criteri). Questa oscillazione è utile per comprendere quando l’uguaglianza è governata prevalentemente come audit e quando è trattata come obiettivo di trasformazione, cioè come revisione di routine e criteri che regolano accesso, riconoscimento e autorità. Infine, la leadership femminile è considerata come indicatore non solo quantitativo, ma come punto di osservazione dei meccanismi ordinari di merito, selezione e riconoscimento, e delle modalità con cui tali meccanismi vengono messi in discussione o, al contrario, stabilizzati dal dispositivo del piano. La grammatica dello sguardo: narrazione, conflitti e regimi di visibilità delle minoranze nella televisione locale pugliese 1: Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Italia; 2: Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Italia Il paper presenta i risultati di una ricerca che analizza la rappresentazione delle minoranze nei talk show e nei programmi di intrattenimento delle principali emittenti televisive locali pugliesi. L’indagine si fonda sulla torsione della metodologia del Global Media Monitoring Project 2025 (GMMP), relativa algenere (M/F), ad altre minoranze, nello scenario regionale, attraverso la codifica di 942 segmenti trasmessi tra gennaio e marzo 2025 sulle sei principali emittenti. La cornice teorica della ricerca assume la nozione di “regimi di visibilità” per indagare come genere, disabilità, giovani, identità culturali, religiose ed etniche diverse siano distribuite nello spazio pubblico locale, con particolare attenzione ai frame narrativi, ai ruoli simbolici attribuiti e ai livelli di agency concessi ai soggetti rappresentati. In linea con una prospettiva costruttivista, le notizie e i talk show vengono interpretati come dispositivi di selezione e gerarchizzazione della realtà (Hall, 1980; Schudson, 2003), capaci di consolidare o ridefinire assetti di potere simbolico. L’adozione e l’adattamento della metodologia del GMMP deriva dalla sua rilevanza epistemologica nel mappare, in modo comparabile nel tempo e nello spazio, la trama delle relazioni di potere che modellano il discorso pubblico (Byerly, 2011). La codifica permette di coglie quanto nello scenario nazionale la rappresentazione delle donne sia caratterizzata da una persistente asimmetria strutturale, alimentata da routine professionali e criteri di notiziabilità che filtrano la realtà in modo sistematicamente discriminatorio in base al genere (Azzalini & Giomi, 2019; Azzalini, 2023). A livello internazionale tali dinamiche sono inscritte in un più ampio quadro di governance comunicativa che produce un deficit strutturale di giustizia mediale e limita l’accesso alla parola pubblica da parte di gruppi marginalizzati (Padovani, 2014, 2020; Padovani & Pavan, 2021). Sul versante della rappresentazione di genere, i dati mostrano che la quota media di storie con protagoniste donne si attesta intorno al 13%, con forti differenze tra emittenti. Se confrontato con il dato globale del GMMP 2025 (26%) e con quello italiano (21% complessivo; 18% nei media legacy), il contesto pugliese presenta una variabilità interna significativa. Riguardo alla rappresentazione della disabilità, l’analisi evidenzia una netta prevalenza di frame vittimizzanti (45–50%) e medicalizzanti (30–35%) e una quasi totale assenza del frame orientato ai diritti. L’agency risulta fortemente compressa: le persone con disabilità non dispongono di voce diretta, mentre parlano per loro familiari, esperti o istituzioni. Anche la rappresentazione dei giovani è affidata alla voce degli adulti e inscritta nella cornice del “disagio”. Questa ambiguità conferma come le generazioni siano costruite mediaticamente come oggetti di preoccupazione o di investimento simbolico, più che come soggetti politici autonomi(Pitti & Tuorto, 2021). Analogamente, le identità culturali ed etniche emergono in modo intermittente, spesso legate a eventi eccezionali o a narrazioni di alterità. Nel complesso, la ricerca mostra come le televisioni locali pugliesi costituiscano terreno di riproduzione di gerarchie simboliche consolidate (Autor* 2019), ma anche laboratorio di possibili innovazioni, soprattutto laddove si registrano pratiche redazionali più attente alla pluralità delle fonti e alla decostruzione degli stereotipi. Il contributo evidenzia come i conflitti contemporanei si inscrivano nei processi di visibilità e invisibilità che attraversano la sfera mediatica locale: la crisi diventa grammatica narrativa ricorrente; il conflitto, metafora organizzatrice; la vulnerabilità, categoria ambivalente che può produrre stigmatizzazione o riconoscimento. In questo scenario, il ruolo dei media locali non è marginale, ma strutturale: contribuiscono a definire chi ha diritto di parola, quali sofferenze diventano pubbliche e quali rimangono periferiche, quali differenze vengono tematizzate come problema e quali come risorsa. Il paper propone dunque una lettura integrata tra teoria dei media, sociologia del conflitto e analisi empirica comparativa, mostrando come la trasformazione dei paradigmi informativi rappresenti una condizione necessaria per attraversare le conflittualità contemporanee in modo democratico, inclusivo e responsabile. |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 04: Gen AI visiva e politica Luogo, sala: Aula 5 Chair di sessione: Edoardo Novelli |
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Crash visivi. IA generativa e narrazioni del conflitto nella comunicazione delle destre populiste europee 1: Università degli studi Roma Tre, Italia; 2: Università degli studi Roma Tre, Italia Con la crescente mediatizzazione dei conflitti sociali e geopolitici, le narrazioni visuali diffuse attraverso i SNs assumono un ruolo cruciale nella costruzione simbolica della crisi, nella rappresentazione dell’altro e del "noi vs. loro", nella mobilitazione emotiva nello spazio pubblico digitale e nell’orientamento del dibattito politico-istituzionale. L’utilizzo dell'IA generativa, soprattutto da parte di attori politici, rappresenta un punto di svolta nella produzione di immaginari del conflitto e dello scontro, poiché consente la creazione rapida e scalabile di contenuti visivi “sintetici” orientati alla mobilitazione emotiva e all’acquisizione del consenso. Questo contributo presenta i risultati di uno studio esplorativo sull’impiego di immagini generate artificialmente nella comunicazione politica online dei partiti afferenti al eurogruppo Identity and Democracy, quali FPÖ (Austria), Vlaams Belang (Belgium), Dansk Folkeparti (Denmark), EKR (Estonia), Perussuomalaiset (Finland), Rassemblement National (France), AfD (Germany), Lega (Italy), SPD (Czech Republic). L’analisi interessa i contenuti visuali pubblicati su Instagram e X, in un periodo di tre mesi nel corso del 2025, dagli account verificati di partiti e leader. Le piattaforme sono state scelte in virtù della disponibilità di contenuti pubblicamente accessibili e di ambienti di accesso ai dati a fini di ricerca (come Meta Library API), che consentono la raccolta sistematica di materiali provenienti da account pubblici. L’obiettivo della ricerca è individuare ricorrenze tematiche e stilistico-estetiche nei contenuti visuali pubblicati e analizzare le modalità di integrazione di tecnologie generative nei processi di produzione e rappresentazione impiegati da attori populisti e nazionalisti a livello europeo. A partire da una ricognizione teroica su frame e temi ricorrenti nel discorso delle forze populiste - il contrasto popolo-élite, la sovranità popolare, la riappropriazione e la difesa dei confini e delle frontiere (immigrazione/sicurezza), la riabilitazione dei valori conservatori (famiglia/tradizione/religione), il mito dell’identità nazionale e l’ostilità verso l'Europa (Canovan 1981; Stanley 2008; Prospero 2019; Novelli 2020) - che ben si allineano alle cinque parole chiave con cui l’eurogruppo sintetizza la sua azione e natura politica: democrazia, identità, sovranità, bilancio, frontiere - la ricerca intende indagare se e in che modo tali temi vengano rielaborati attraverso immagini generate artificialmente, atte a enfatizzare scenari di crisi, minaccia, scontro, decadenza sociale. L’ipotesi è che l’uso dell’IA amplifichi un’estetizzazione del conflitto in grado di attivare risposte affettive immediate, grazie alla costruzione di narrazioni semplificate e polarizzanti che agiscono sul piano cognitivo ed emotivo (Nightingale&Farid 2022). Le immagini raccolte saranno analizzate mediante una pipeline multi-step finalizzata a distinguere contenuti nativamente sintetici da immagini fotografiche manipolate in post-produzione. In una prima fase, verrà effettuato uno screening visuale per l’identificazione di artefatti compatibili con processi diffusion-based. Successivamente, ove disponibili, i file saranno sottoposti a verifica di provenienza tramite standard C2PA , che permettono di rilevare metadati associati alla generazione algoritmica o ai processi di editing successivi alla generazione. In assenza di credenziali di contenuto, le immagini saranno analizzate mediante strumenti gratuiti di rilevazione automatica basati su machine learning (AI Photo Check), impiegati come classificatori probabilistici. La classificazione come immagini probabilmente generate tramite IA sarà effettuata esclusivamente in caso di convergenza tra verifica di provenienza e indicatori tecnici compatibili con processi generativi, in linea con la letteratura che ne raccomanda l’impiego ai soli fini inferenziali (Corvi et al., 2023; Mahara&Rishe, 2026). In coerenza con i filoni tematici del convegno, il contributo intende, da un lato, osservare in che modo le “immagini sintetiche” siano coinvolte in inedite rappresentazioni visuali del conflitto sociale, politico e civile sul piano estetico, tematico, emotivo; e, dall’altro, analizzare criticamente il ruolo dell’IA nella ridefinizione dei regimi di verità e visibilità, esaminando sia l’uso di immagini sintetiche rispetto alle modalità di rappresentazione del conflitto sia i processi di formazione del consenso nello spazio pubblico digitale. La post-sfera pubblica sintetica: immagini computazionali e costruzione del consenso attorno al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 1: Università Telematica Pegaso, Italia; 2: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Italia Negli ecosistemi comunicativi contemporanei, i social media sono divenuti delle infrastrutture centrali per la formazione dell’opinione pubblica politica, ridefinendo tempi, modalità e attori della mediazione simbolica (Mazzoleni, 2003; Mazzoleni Bracciale, 2017; Borge et al. 2022). La disintermediazione del rapporto tra i cittadini e la leadership politica (Bentivegna e Boccia Artieri, 2021), resa possibile dalle piattaforme digitali, produce una post-sfera pubblica di transizione (Morlino e Sorice, 2021) e una sfera pubblica ibrida in cui l’autorità discorsiva si costruisce attraverso logiche algoritmiche, performative e visuali (Chadwick, 2020; De Blasio, Viviani, 2020), reinventando numerosi aspetti di fondo del campaigning elettorale (Novelli, 2022). In tale contesto, le immagini non agiscono più soltanto come dispositivi rappresentativi della realtà, ma come veri e propri simulacri semioticamente autonomi (Baudrillard, 1981), capaci di costruire immaginari sociali collettivi e di orientare interpretazioni politiche indipendentemente dalla loro referenzialità fattuale (Mitchell, 2005; Manovich, 2017). Un contesto iconografico-simbolico che incrementa la potenzialità dei conflitti e il disordine informativo e comunicativo, terreno fertile e brodo di coltura della disinformazione e della postverità divenuta paesaggio epistemologico strutturale della “società esposta” (Boccia Artieri, 2025) dell’attuale fase storica. Muovendo da queste premesse teoriche, il contributo presenta i risultati di una ricerca volta a indagare il ruolo delle immagini nella costruzione dell’opinione pubblica durante campagne referendarie – situazioni idealtipiche di conflitto politico – con particolare attenzione all’uso crescente di visual generati tramite intelligenza artificiale. E aspira a inserirsi nel filone del Convegno dedicato al tema “Informazione, piattaforme e post-verità nei conflitti”. La domanda di ricerca di partenza è stata: esiste una specificità della propaganda digitale visual rispetto al campaigning referendario che ha una natura eminentemente binaria e polarizzante? (Morrone, 2022; Natale, Fasano e Biorcio, 2025); e, se è così, quale tipo di “estetica politica” genera per effetto dell’AI? Tale quesito di ricerca è stato indagato con riferimento al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 (indicato sui giornali e nel discorso pubblico come “referendum sulla giustizia” o “referendum sulla separazione delle carriere”). L’analisi ha riguardato un corpus di contenuti visuali pubblicati tra il 23 febbraio e il 21 marzo sulle pagine social ufficiali di sei partiti politici (Fratelli d‘Italia; Partito democratico; Movimento 5 Stelle; Lega; Forza Italia; Azione) al fine di ricostruire gli immaginari semantici mobilitati a sostegno delle posizioni favorevoli e contrarie al quesito referendario. Parallelamente, è stata somministrata una survey esplorativa non rappresentativa finalizzata a rilevare percezioni, livelli di fiducia e interpretazioni dei cittadini rispetto alle immagini politiche computazionali e alla loro efficacia persuasiva. Il questionario ha indagato dimensioni quali la credibilità percepita, l’affidabilità, l’accuratezza, l’efficacia comunicativa e la fiducia nelle immagini diffuse da partiti e leader politici, nonché la valutazione etica e cognitiva dell’utilizzo di immagini generate da IA. L’integrazione tra analisi visuale dei contenuti e dati survey consente di mettere in relazione strategie comunicative e processi interpretativi, evidenziando come la visualità sintetica contribuisca alla costruzione di cornici simboliche che influenzano orientamenti politici, percezioni di realtà e fiducia informativa. I risultati preliminari suggeriscono che le immagini computazionali operano come dispositivi retorici ad alta densità semantica, capaci di condensare narrazioni politiche e attivare risposte emotivo-cognitive che incidono sui processi decisionali degli elettori. Intelligenza artificiale e comunicazione politica nel referendum giustizia 2026: un'indagine esplorativa Sapienza Università di Roma, Italia Negli ultimi anni, la letteratura accademica e i rapporti istituzionali hanno iniziato a esplorare in profondità l'impatto dell'intelligenza artificiale (IA) sulla comunicazione politica italiana, segnando un passaggio cruciale dalle sperimentazioni iniziali a un uso stabile e istituzionale di immagini e video generati artificialmente (Bentivegna et al, 2024). GenAI e femonazionalismo nella comunicazione visiva della destra radicale populista su instagram 1: Università di Cagliari, Italia; 2: Loughborough University L’ascesa dei partiti populisti della destra radicale in Europa e negli Stati Uniti è stata interpretata come espressione di una cultural backlash rispetto ai cambiamenti valoriali delle società occidentali (Norris & Inglehart, 2019). In questo contesto, tali partiti contestano la democrazia sessuale, ma ricorrono al linguaggio dei diritti delle donne quando funzionale a sostenere posizioni nativiste e securitarie. Questo dispositivo è stato definito “femonazionalismo” (Farris, 2017): una strumentalizzazione del tema della violenza di genere per costruire l’Altro culturale come minaccia di sicurezza, “invisibilizzando” il patriarcato interno e rafforzando la politica della paura (Wodak, 2015). La letteratura sulla comunicazione politica digitale mostra che, anche nei social media, le questioni di genere sono marginali per le destre radicali e, quando emergono, vengono spesso inquadrate all’interno del frame femonazionalista. Tali studi si concentrano però quasi esclusivamente sulla dimensione testuale, trascurando il ruolo dei contenuti visivi nella costruzione di questo frame. Eppure, le immagini non illustrano semplicemente un discorso, ma contribuiscono attivamente alla costruzione dei frame (Veneti et al., 2019). Nel caso del femonazionalismo, le immagini possono rendere immediatamente riconoscibile la minaccia, drammatizzare il conflitto con l’Altro culturale e attivare emozioni di paura e rabbia. Con la diffusione della GenAI questa dinamica può subire importanti trasformazioni. La destra radicale può usarla per ottimizzare l’iconografia femonazionalista, per ricostruire visivamente violenze realmente accadute ma non documentabili, per avere il pieno controllo dell’intensità emotiva di queste immagini, in un contesto di “post-verità”, dove la distinzione tra vero e falso perde centralità nella formazione dell’opinione pubblica a favore della forza emotiva delle narrazioni. La letteratura sull’AI in politica si è concentrata finora su deepfake e disinformazione fattuale (Dan et al., 2021; Vaccari & Chadwick, 2020; Wack & Parry, 2025), mentre l’intersezione tra GenAI e femonazionalismo resta inesplorata. Lo studio affronta questo gap chiedendosi (RQ1) se e in che modo le immagini GenAI siano utilizzate nella comunicazione femonazionalista su Instagram; (RQ2) come i pubblici online reagiscano a tali rappresentazioni. L’analisi riguarda tutti i post con immagini statiche pubblicati tra febbraio 2025 e febbraio 2026 nei feed Instagram di FdI, Lega, Meloni e Salvini. Instagram è stata scelta per la sua centralità nel contesto italiano e la sua natura visuale. Il 2025 rappresenta una fase di maturazione dell’uso della GenAI, successiva alla sperimentazione elettorale (Novelli et al., 2025). I dati sono stati raccolti tramite Zeeschuimer. Il protocollo prevede l’identificazione delle immagini AI-generated combinando evidenze dichiarative, visive e contestuali. Successivamente vengono individuati i post che tematizzano questioni di genere e, tra questi, quelli che presentano la struttura del frame femonazionalista, operazionalizzata attraverso tre criteri: tematizzazione della violenza contro le donne; attribuzione culturale della minaccia; richiami a politiche anti-immigrazione. L’analisi visuale (Rose, 2001) confronta i post femonazionalisti con e senza GenAI rispetto a funzioni epistemologiche, livello di drammatizzazione ed engagement quanti-qualitativo. Il disegno è stato testato in uno studio pilota sul profilo Instagram di Salvini. I risultati mostrano una forte associazione tra GenAI e frame femonazionalista: se il 16,3% dei post complessivi contiene immagini artificiali, la percentuale sale al 60,9% nei post su questioni di genere e al 75% nei post femonazionalisti. La GenAI non è quindi usata da Salvini in modo casuale bensì strategicamente, per potenziare la diffusione del frame. I post femonazionalisti GenAI di Salvini drammatizzano la narrazione di casi realmente accaduti, ma non documentabili, di violenza contro donne e bambine da parte di immigrati. E il potere di questa mobilitazione emotiva emerge dagli ottimi risultati ottenuti termini di engagement. Nei prossimi mesi questo studio pilota verrà esteso agli altri attori politici e analizzerà, per tutti, anche il contenuto dei commenti generati da questi post, per valutarne meglio l’efficacia. |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 05: Educazione alla lettura e confronti/conflitti intergenerazionali Luogo, sala: Aula 6 Chair di sessione: Maddalena Colombo Chair di sessione: Barbara Pizzetti |
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EDUCAZIONE ALLA LETTURA E CONFRONTI/CONFLITTI INTERGENERAZIONALI 1: Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia; 2: Università di Roma 3; 3: Università della Calabria; 4: Inapp Istituto Nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche In un’epoca segnata dalla proliferazione di immagini, racconti e contenuti, questo panel intende focalizzarsi su un profondo cambiamento in atto, quello relativo alle pratiche di lettura e alla risposta dell’educazione alla pervasività dei nuovi formati che modificano gusti, preferenze, tempi e spazi da dedicare a un atto sociale e performativo di grande rilevanza, proprio perché capace di connettere in modo profondo (non superficiale) soggettività e strutture sociali attraverso l’appropriazione dei linguaggi e dei modelli culturali di ogni tempo. Come si combinano tradizione e innovazione nel campo della lettura? Qual è il futuro della carta rispetto ai supporti digitali? Qual è la risposta dei bambini, dei giovani e degli adulti alla dematerializzazione ? Gli adulti di oggi (boomers) sono ancora importanti per la socializzazione al leggere dei nativi digitali? E quale sarà il futuro della lettura? Quesiti che investono il quotidiano nella sua accezione più ampia (famiglia, scuola, lavoro, luoghi del consumo, ecc.) e riguardano le pratiche educative, che sembrano aver già modificato l’uso dei libri, integrati dai supporti didattici disponibili in rete, in cui le immagini rivestono un peso semantico sempre più centrale. La diffusione delle pratiche conversazionali introdotte dai social network, dai videogiochi, dalla telefonia mobile, non sembra tuttavia minare la fedeltà al testo inteso nella sua dimensione più tradizionale, come nel caso di romanzi, gialli, fantasy, fumetti, che si consumano prevalentemente su supporto cartaceo (Cepell, 2021; 2023). Un tema da approfondire è il confronto tra lettore digitale e lettore cartaceo; se il primo è costantemente sollecitato, il lettore cartaceo sembra custodire un’attitudine alla lettura che oltrepassa il concetto tradizionale di medium e investe la dimensione intima dell’interazione tra autore e lettore. L’eccezione è rappresentata dai giornali cartacei, ormai soppiantati dai formati digitali. La limitata diffusione dell’ebook tra i giovanissimi fmostra la portabilità e l’estensione dei contenuti: il supporto cartaceo rimane efficace per schivare la tentazione della lettura “a salti”, che caratterizzare la lettura sul digitale. In un mutamento tanto silenzioso quanto radicale e profondo, la sociologia dei processi culturali deve analizzare le pratiche di lettura dalla prospettiva dei possibili conflitti/confronti rispetto a fasce d’età (boomers vs. digital natives), supporti utilizzati; classi sociali (cultura popolare/colta) e aree territoriali, dove avviene la promozione alla lettura (biblioteche, librerie, festival, campagne promozionali, marketing ecc.). Il panel si propone di discutere micro e macro-processi sociali, evidenziando: - polarizzazione rispetto alle variabili sopra evidenziate; - tensioni mediali e intergenerazionali; - responsabilità delle agenzie di socializzazione; - consumo dei contenuti rispetto alle finalità individuali; - pratiche di apprendimento/studio basate sulla lettura; Partendo dall’assunto che la lettura è un processo cooperativo e mai unilaterale, si vuole verificare se la digitalizzazione della lettura abbia già portato ad una preminenza della lettura “di servizio”o “touch”, soppiantando gli altri formati della lettura “per svago e intrattenimento”, associati al genere narrativo, biografico o saggistico. Inoltre, si vorrebbe ragionare se/come siano mutati la pratica del leggere e il consumo della lettura durante la pandemia. Consapevoli che vale per tutti la pratica del “patchwork mediale”, si vorrebbero rintracciare segnali di discontinuità in diverse esperienze generazionali. I paper provengono da una ricerca svolta in collaborazione tra [omesso per peer review]. Il progetto ha rilevato le pratiche di lettura in un campione di 53 soggetti “lettori forti”, appartenenti a tre generazioni: 15 bambini (8-14 anni); 19 giovani / studenti universitari (19-30 anni) e 19 adulti / genitori e docenti (over 40-65), individuati mediante snowball. Il campione è equivalente per ogni area (nord, centro, sud) e genere. Si è utilizzata una traccia di intervista non strutturata, adattata al gruppo d’età. I testi delle interviste sono stati sottoposti ad analisi del contenuto mediante software NVivo. Le presentazioni proposte costituiscono il primo dibattito pubblico sui risultati di questa indagine. PAPER N. 1 Giocare di ruolo. Considerazioni sul senso ludico della pratica di leggere Daniele Garritano, Giuseppe Mercuri, Luisa Ramogida (Università della Calabria) Leggiamo perché abbiamo bisogno di narrazioni. Ci servono per addomesticare il nostro rapporto con la realtà naturale e sociale, ma anche per aggiornare gli schemi di conoscenze con cui riconosciamo le trasformazioni che incidono sul nostro orizzonte di vita. In quanto specie narrante, tendiamo a entrare in contatto con i mondi finzionali, paralleli rispetto a quello della realtà empirica e necessariamente intrecciati con esso, per alimentare processi creativi e trasformativi nelle nostre biografie, cioè per sperimentare altri modi di essere. L’importanza delle forme di contatto ludico con i mondi narrati viene valorizzata nella prospettiva dei processi di apprendimento, tanto nell’ottica dello sviluppo emotivo, quanto della sicurezza cognitiva (Winnicott 2016; Batini, Giusti 2013; Jedlowski 2022). In questo senso, possiamo osservare la lettura come pratica di ricezione creativa che influenza gli equilibri identitari del sé, offrendo possibilità di rielaborare a livello simbolico le relazioni tra legami sociali, fratture e transizioni biografiche. Studiare come gli attori sociali leggono opere narrative (perché lo fa, dove lo fa, con chi lo fa, come si comporta, quali risorse vi trova, che uso ne fa), a partire dall’infanzia e nelle transizioni del corso di vita, sottende un approfondimento su temi tradizionalmente sociologici come le agenzie di socializzazione, i consumi culturali, gli usi dei media, le generazioni, le memorie e le speranze. In aggiunta, un approccio orientato a indagare le pratiche di lettura nella cornice dei processi culturali e comunicativi della vita quotidiana non può sorvolare le implicazioni che legano la lettura alle dinamiche socio-culturali di costruzione della realtà (Berger, Luckmann 1997; Bourdieu, Chartier 1985; De Certeau 2010). Intesa in questi termini, l’interrogazione sociologica sugli usi della lettura impone un confronto con la questione del rapporto tra gioco ed esperienza creativa, che a sua volta richiama alcuni dei compiti interminabili dell’esistenza soggettiva: l’addomesticamento della realtà, il riconoscimento dell’altro, la costruzione di sé (Turnaturi 2003; Macé 2016; Cometa 2017). Possiamo riassumere tale nodo di questioni in una domanda di ricerca: possiamo considerare l’esperienza di lettura come un’esperienza di gioco, di vita creativa, di orientamento, di cura e di emancipazione? Alla luce di tali premesse, presenteremo alcuni risultati della ricerca [omesso per peer review] che include 53 interviste biografiche semi-strutturate a tre diversi cluster generazionali di lettori e lettrici forti: “boomer” (over 45), “young” (19-24 anni), “kids” (8-14 anni). La ricerca ha preso in esame le attuali esperienze e pratiche di lettura, nonché quelle custodite nella memoria, confrontando come i diversi soggetti hanno immagazzinato la trasmissione dei valori, dei sentimenti, dei modelli e delle esperienze di lettura, in diversi ambiti di socializzazione. L’analisi e l’interpretazione del materiale raccolto saranno orientati all’esplorazione del nesso tra lettura e pratiche relazionali nelle tre categorie coinvolte nella ricerca, con un focus dettagliato sui significati ludici e intersoggettivi che lettori e lettrici di età diversa attribuiscono alla lettura di opere narrative.
PAPER N. 2 Agenzie di socializzazione e pratiche di lettura nell’ecosistema mediale contemporaneo: continuità e conflitti tra generazioni e generi Maddalena Colombo, Università Cattolica del Sacro Cuore A fronte della trasformazione avvenuta negli ecosistemi della lettura nell’età digitale, e del dibattito internazionale sul futuro della lettura – dalle riflessioni sul “morte” del libro e sulla presunta obsolescenza del cartaceo (Ballatore, Natale 2016; Eco, Carrière, 2018), alle ricerche neuro‑cognitive sull’“haptic dissonance” (Gerlach, Buxmann 2011) come premessa all’accettazione dei dispositivi digitali, o sulle implicazioni cognitive della lettura a schermo (Wolf, 2018; Nardi 2022) – le indagini empiriche più recenti dimostrano che e‑book e lettura digitale tendono a integrare, anziché sostituire, il libro a stampa e la lettura unidimensionale, diversificando situazioni e contesti d’uso e favorendo repertori di consumo che combinano romanzi, saggistica, informazione online e contenuti social e multimediali, anche in relazione ai giovani e giovanissimi. Non soltanto la lettura tradizionale si colloca tra le preferenze di giovani e meno giovani, ma continua a rappresentare l’acquisizione cognitiva necessaria e imprescindibile per estendere la capacità di lettura stessa all’ambiente digitale; il libro continua a costituire un oggetto di valore, che permette un’esperienza tattile e sensoriale irrinunciabile (Cappello 2023). In questo quadro, i conflitti e confronti intergenerazionali non possono essere letti solo come contrapposizione tra nativi e immigrati digitali (Prensky 2001), ma come esito di diverse socializzazioni alla lettura – in ambito familiare, scolastico, professionale – e di differenti modi di attribuire alla lettura rappresentazioni e significati cognitivi, affettivi e identitari. Il contributo trae origine dall’indagine qualitativa svolta presso Unicatt in collaborazione con altre 2 università; con interviste semi-strutturate in tre macroaree geografiche (regioni Lombardia/Veneto, Abruzzo/Lazio e Calabria) tesa a rilevare le esperienze, le abitudini e le pratiche di lettura in epoca digitale di tre coorti target di lettori: Kids (8-14 anni), young (18-35 anni) e boomers (45-70 anni). Nello specifico, verranno presentati i primi dati emersi in riferimento alle fasce d’età young e boomers, con l’intento di verificare: 1) quale sia il ruolo assunto oggi dalle agenzie di socializzazione tradizionali – scuola e famiglia – e quale quello svolto da infrastrutture quali biblioteche civiche e librerie, nell’educazione alla lettura; 2) come le differenze generazionali e di genere incidano sulle preferenze e modalità di fruizione della lettura nei formati digitale o cartaceo. Sul piano generazionale, il contributo mira a evidenziare in primo luogo una differenza non solo relativa alle modalità di lettura (frammentata, funzionale nei giovani, immersiva e continuativa negli adulti) ma soprattutto rispetto al valore simbolico attribuito alla lettura e al libro, che, se in un ecosistema comunicativo plurale perdono centralità esclusiva per i giovani, per gli adulti rimangono oggetto di investimento culturale e affettivo. In termini di genere, i dati riportati evidenziano invece che mentre gli uomini mantengono con la lettura un rapporto più strumentale e selettivo, spesso orientato all’utilità (studio, lavoro, informazione), le donne la associano a dimensioni emotive, relazionali e identitarie, oltre che cognitive. Il contributo raccoglie infine alcune riflessioni riguardo alle agenzie di socializzazione alla lettura. Considerate congiuntamente, famiglia e scuola si confermano come complementari: la famiglia svolge un ruolo decisivo nella costruzione precoce dell’abitudine alla lettura, fortemente influenzata dal capitale culturale domestico, mentre la scuola rappresenta uno spazio cruciale ma ambivalente, capace tanto di consolidare l’interesse quanto di trasformare la lettura in un’esperienza obbligata e valutativa. Infine, biblioteche e librerie appaiono come luoghi importanti di accesso e mediazione culturale e di socialità, la cui frequentazione tuttavia risulta fortemente dipendente dall’esperienza individuale e dalla socializzazione precedente.
PAPER N. 3 La lettura nel contesto delle transizioni demografica e digitale: narrazioni, competenze, politiche promozionali Stefania Belmonte, Inapp – Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche
Il mondo è attraversato da profondi e rapidi processi di transizione e da crisi/shock di diversa natura che richiedono capacità di resilienza e di adattamento continuo. Tra queste, le transazioni demografica e digitale sono quelle di più immediato impatto e percezione nella vita quotidiana e generano rischi ed opportunità che devono essere affrontate per favorire una convivenza armoniosa e benessere per la popolazione. I rischi, per citarne alcuni, sono connessi all’invecchiamento della popolazione, alla necessità di mantenere capacità e competenze adeguate rispetto a quanto richiesto dalla vita economica e sociale, alle possibili distanze e tensioni tra le generazioni, ad una partecipazione pienamente attiva da parte dei cittadini. Le istituzioni ai diversi livelli, internazionali (ONU, EU) e nazionali, anche con il concorso della ricerca, mettono a disposizione conoscenze e quadri di azione che evidenziano gli ambiti da affrontare per sostenere queste transizioni, mobilitando, principalmente, le politiche educative, del lavoro, della salute e sociali. Sempre più evidenze mostrano come la cultura rappresenti un fertile ambito di azione anche a sostegno di obiettivi apparentemente distanti da quelli suoi, tradizionali, della tutela del patrimonio o della produzione e partecipazione culturale. È il caso soprattutto della lettura, allo stesso tempo competenza chiave tra quelle individuate per vivere e lavorare nella società attuale (Indagini OCSE Pisa ed OCSE Piacc), ma anche attività di apprendimento informale e pratica culturale quando essa sia frequentazione letteraria, in grado di agire positivamente a sostegno dei processi di conoscenza e di apprendimento, di comprensione della complessità da parte delle persone, ma anche a sostegno della vita relazionale, nella personale, di salute e benessere fisico e spirituale. Il contributo utilizza alcuni risultati della ricerca [omesso per peer review] in cui sono state realizzate 53 interviste biografiche semi-strutturate a tre diversi cluster generazionali di lettori e lettrici forti: “boomer” (over 45), “young” (19-24 anni), “kids” (8-14 anni). La ricerca consente di esplorare in profondità l’esperienza della lettura nei soggetti coinvolti secondo una ampia gamma di informazioni evidenziando come l’atto del leggere sia un atto rilevante rispetto ad ambiti essenziali della vita della persona e come la competenza di lettura attenga ad una vasta area di capacità e competenze oggi ritenute fondamentali e ‘coltivabili’, come ricorda la Raccomandazione europea sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2018), in una varietà di ambiti di vita, apprendimento e lavoro. In particolare si intendono analizzare gli aspetti relativi al profilo dei grandi lettori con particolare riferimento ai boomers, i benefici percepiti della lettura nella vita personale ma anche relativamente al lavoro, le pratiche di lettura comprese quelle connesse al digitale, le relazioni intergenerazionali per gli aspetti che possono essere rilevanti in ottica di transizione demografica e facilitazione dei contatti tra le generazioni. Dall’apparato semantico e lessicale che le risposte degli intervistati mettono a disposizione saranno effettuati anche collegamenti con le definizioni di competenza di lettura, life-skills e competenze digitali attualmente condivise a livello internazionale. In sede conclusiva, si effettueranno richiami alle linee di intervento delle politiche pubbliche di promozione della lettura attualmente definite nella legge ‘Disposizioni per la promozione e il sostengo della lettura’ e raccordi con le politiche a sostegno della transizione demografica al fine di offrire utili riflessioni.
PAPER N. 4 Leggere per informarsi: per una convergenza tra supporti cartacei e digitali Andrea Lombardinilo, Università degli Studi Roma Tre Come si informano i lettori e le lettrici adulti al tempo della cultura digitale? Il digitale è utilizzato come fonte informativa attendibile da parte dei lettori forti? Questi i quesiti principali cui si vuol rispondere questa proposta di ricerca, inserita nell’ambito del progetto[omesso per peer review]. Dal punto di vista del focus di indagine qui proposto, sono state svolte 19 interviste a lettori e lettrici adulti (over 40-65), residenti nelle tre aree geografiche selezionate (nord, centro, sud). Dalle prime e provvisorie evidenze ricavabili dall’analisi testuale delle interviste svolta mediante software Nvivo, si evidenzia che gli adulti dedicano una buona porzione di tempo settimanale all’informazione (che oscilla tra il 70% e 30%), praticata insieme alla lettura svolta per studio/lavoro, per svago e per istanze di empowerment. L’intersecazione dei supporti è un altro elemento di costante sviluppo, anche alla luce della tendenza all’utilizzo di testate e siti di informazione online insieme ai supporti cartacei più tradizionali, come nel caso dei giornali locali e delle riviste. Si evidenzia così una maggiore attenzione degli adulti al mondo dell’informazione rispetto ai soggetti più giovani, il cui interesse per la dimensione ludica e di intrattenimento si rivela più marcata rispetto alle attitudini informative. Queste prime evidenze si inseriscono nella cornice teorica della sociologia dei media digitali, che hanno mutato non solo i tempi e i luoghi della socializzazione, ma anche le modalità di ascolto e di lettura, anche grazie alla rapidità con cui i linguaggi che si adattano alle necessità comunicative della rete, soprattutto quelli dell’informazione (Gleick, 2012). I fenomeni della disinformazione e delle fake news, indagate da una personalità del calibro di Lee McIntyre (2024), pongono una riflessione sempre più urgente sull’affidabilità e sulla lettura delle fonti, sul vaglio dei contenuti, sulla chiarezza dei processi informativi e, di conseguenza, sui conflitti funzionali e interpretativi che da tale tendenza possono derivare. Il deficit di concentrazione è soltanto uno degli effetti di questa tendenza, che riguarda anche il grado di distrazione indagato da Andrea Nardi ne Il lettore distratto (2022), dedicato ai cambiamenti in atto nella pratica della lettura al tempo del digitale. Viene pertanto da chiedersi non solo quanto si legga al tempo della riproducibilità digitale di contenuti, testi, immagini, ma anche quale posto rivestano il libro cartaceo e l’ebook in un’era scandita dalle relazioni connesse, soprattutto in termini di consumi informativi. Questi interrogativi acquistano rilevanza sociologica se riferiti ai mesi del lockdown, come messo in evidenza da alcune indagini realizzate dal Centro per il libro e la lettura (Cepell, 2022). Si pensi anche alla tendenza alla sfiducia indagata recentemente da Giovanni Boccia Artieri (2025) in riferimento all’evoluzione dell’ecosfera mediale digitale, in cui lo stesso ruolo del giornalismo è fortemente messo in discussione dalla produzione di contenuti e immagini attraverso l’intelligenza artificiale. La metafora del patchwork mediale (Mazzoli, 2017) sembra bene sintetizzare le modalità di consumo dell’informazione attraverso l’uso dinamico dei supporti, vantaggioso sul piano della rapidità di fruizione, meno su quello del vaglio delle fonti e dei tempi di riflessione/interpretazione. Se da un lato la multimedialità spinge a leggere di più, dall’altro essa incide sulla dimensione reticolare delle notizie e degli articoli, talvolta fruiti in modalità audio. Si conferma così la tendenza a incrociare device di varia natura, non solo per informarsi, ma anche per leggere, inteso come processo estensivo di adeguamento funzionale e interpretativo del quotidiano (Steiner, 2020), nel segno di potenziali conflitti/confronti intergenerazionali tra l’uso dei device digitali e la ricerca di un’informazione di qualità.
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| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 06: Soggettività queer e femministe nelle culture digitali Luogo, sala: Aula 10 Chair di sessione: Laura Gemini |
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LGBTQIA+ parent-influencers: negotiating agency and authenticity on digital platforms Sapienza Università di Roma, Italia The contribution explores how Italian LGBTQIA+ parent-influencers negotiate with social media and embody an activist role as ambassadors of queer issues. It dialogues with the recent surge of contributions on activist-influencers and influencers’ growing political involvement (see Murru et al. 2024) and builds on contributions from influencer studies and digital parenthood, employing a theoretical lens that takes into account activist-influencers’ negotiations with digital platforms and the underlying social media logics (see Poell & van Dijck 2015; Scharff 2024). When it comes to parent-influencers, literature has scarcely focused on their potential for activism but has underlined the pervasiveness of parental digital sharing practices (i.e. “sharenting,” Brosch 2016; Qian & Hu 2024). Contributions on family influencers have focused specifically on heterosexual couples and mothers (Abidin 2017; Beuckels & de Wolf 2025), highlighting the social construction of parenthood through the mediatization and digitalization of everyday family life (Krüger-Kirn & Wolf 2018), often as a way of searching for communities, validation, and identity (Petersen 2023). Despite these contributions, little has been said on the intertwining between digital parenthood and LGBTQIA+ subjectivities, with the few existing contributions focusing on normalization and social acceptance of general users (Liliequist 2023), without taking into account public profiles such as LGBTQIA+ parent-influencers. This research contributes to filling this gap. Through a qualitative methodology, comprising digital ethnography, qualitative content analysis, and semi-structured interviews to LGBTQIA+ parent-influencers, it provides strives to identify and investigate negotiations, idioms of practice and media ideologies, activism strategies, and communication styles of Italian LGBTQIA+ parent-influencers. It addresses how these subjectivities contend with social expectations and integration and negotiate with affordances and the underlying social media logics. In doing so, it will provide valuable insights to improve scholars’ understanding of activist-influencers and of the understudied presence of LGBTQIA+ parent-influencers. The research is especially significant in Italy, where LGBTQIA+ rights fall below Western European standards (ILGA 2024) and media’s ambivalence in updating conservative notions of family and kinship contributes to fostering narratives that sustain exclusion (Benozzo 2013; Franchi 2015). In this context, LGBTQIA+ parents might turn to digital platforms not only to share their daily lives as standard influencers, but also to reclaim their own narratives and offer alternative models of gender, sexuality, and family. As activist-influencers, these subjectivities content with the neoliberal visual economy (Mahoney 2022) that characterizes platforms like Instagram and TikTok, which favor self-presentations and communications oriented toward individuality, requiring users (including activists) to self-brand and monitor engagement to obtain visibility, thus performatively producing neoliberal subjects (Scharff 2024).This might contrast with activists’ ethics and goals, as mainstream platforms’ political economy is often at odds with LGBTQIA+ and feminist social movements’ values. The project aims to explore these tensions by shifting its attention to the influencers’ agency and negotiations with digital platforms. This is consistent with the strand of studies in digital activism that focuses on individualized forms of activism (Bennett & Segerberg 2013; Dean 2023). Preliminary results highlight how LGBTQIA+ parent-influencers contend with social expectations and integration. They appear torn between a desire to portray their lifestyle as desirable— by adhering to normative portrayals of family— and to mitigate identity-based stigma and bias— by providing education and granting Italians access to alternative models of gender and sexuality. It is also interesting to note that audiences seem to perceive even everyday social media usage by LGBTQIA+ parent-influencers as advocacy work. This suggests interesting implications for these subjectivities, who might feel especially compelled to advocate for civil rights and portray themselves as activists. Identità Algoritmiche: Consumo Digitale e Bisessualità Maschile in Italia Sapienza Università di Roma, Italia Questo studio esplora l'intersezione tra consumo di media digitali e identità bisessuale tra uomini bisessuali italiani. Esso, infatti, affronta la seguente domanda di ricerca: Come gli uomini bisessuali italiani vivono e interpretano il consumo di contenuti a tema bisessuale in relazione alla propria identità? Fondandosi sulla riflessione dell’identità e dell'identità sociale (Ramos, 2023; Gowland & Thompson, 2013; Thompson, 2001; Mead, 1934) e sul concetto di mutual shaping (Ben Allouch et al., 2020; Wajcman, 2007; Barkardjieva, 2005; van Zoonen, 2002), la ricerca si propone di esaminare se algoritmi e rappresentazione digitale contribuiscano a modellare un senso di appartenenza più articolato oppure una condizione di distanza identitaria tra gli uomini bisessuali in Italia. Adottando una metodologia qualitativa, questo work in progress presenta i risultati preliminari di un'analisi tematica condotta su interviste semi-strutturate con 10 uomini bisessuali italiani (raccolta dati in corso, obiettivo 20 partecipanti). Anziché stati discreti di appartenenza o solitudine, i risultati rivelano pattern complessi, sfumati e frammentati di identificazione, mediati da logiche algoritmiche e da forme variegate di rappresentazione digitale. I risultati evidenziano un'architettura gerarchica dell'identificazione, in cui la visibilità funziona come condizione fondante ma non deterministica per l'appartenenza identificatoria. Anche la rappresentazione stereotipata riveste significato, indicando che la visibilità costituisce una precondizione necessaria all'identificazione. Tuttavia, un senso di appartenenza autentico emerge principalmente attraverso i contenuti condivisi dalle associazioni italiane bi+, e solo tra coloro che già conoscono tali organizzazioni. I partecipanti ignari di queste associazioni non sperimentano né appartenenza né distanza identitaria, neppure di fronte a contenuti LGBTIQ+ più ampi. L'identificazione attraverso rappresentazioni stereotipate (meme, reels umoristici) si manifesta raramente e in modo superficiale. In modo particolarmente rilevante, l'identificazione si manifesta prevalentemente attraverso ciò che possiamo definire “contenuti maschili sessualmente oggettivati”, un pattern che esemplifica il concetto di algorithmized self proposto da Bhandari e Bimo (2022). Questa prospettiva illumina il modo in cui le logiche delle piattaforme, in particolare gli algoritmi che privilegiano il coinvolgimento attraverso la stimolazione visiva, influenzano attivamente la percezione sessualizzata di sé, rendendo determinate rappresentazioni della bisessualità maschile più visibili e accettabili attraverso la mascolinità incarnata (Connell, 2005). In questo processo emerge una dinamica che potremmo definire di mercificazione del “hypermasculinized” queer male body (Nascimento & Lima, 2022; Sharma & Samanta, 2020): le piattaforme non si limitano a rispecchiare immaginari preesistenti, ma li selezionano e amplificano secondo logiche commerciali di engagement, trasformando la maschilità queer (Cao, 2023) in un prodotto culturale ottimizzato per la visibilità e il consumo. Di conseguenza, i processi di identificazione dei partecipanti sembrano non essere semplicemente facilitati, ma strutturalmente condizionati dalle affordance delle piattaforme, che attraverso le proprie logiche algoritmiche mettono in primo piano i contenuti di uomini sessualizzati come principale vettore di riconoscimento bisessuale. In controtendenza rispetto ai pattern prevalenti, un partecipante ha riferito di provare un senso di identificazione quando la bisessualità viene inserita in un discorso sui diritti civili e umani, rivelando una logica identificatoria alternativa in cui la rappresentazione politicizzata offre percorsi di auto-riconoscimento più risonanti rispetto ai contenuti sessualizzati privilegiati dagli algoritmi. È interessante notare come molti partecipanti percepiscano gli spazi offline come più favorevoli ad un’apparenza identitaria, attribuendo ciò a un impression management più autentico (Goffman, 1959). Tuttavia, questa percezione potrebbe essere essa stessa modellata dai vincoli sociali propri degli ambienti digitali, che favoriscono concezioni di sé influenzate da distorsioni e aspettative di gruppo (Bissaca et al., 2020). Al contempo, gli spazi offline per i partecipati sembrerebbero anche presentare affordance peculiari e indipendenti, tra cui la frequentazione di spazi queer fisici, che operano come distinti vettori di identificazione e appartenenza. Un meme alla volta: femminismi, ironia e pratiche digitali Università degli Studi di Bergamo, Italia Questo articolo si concentra sulle pratiche digitali femministe che utilizzano la grammatica discorsiva dell'ironia per risignificare gli insulti che si muovono sulla base di genere e l'incitamento all'odio. Questo sguardo specifico offre un prisma analitico attraverso il quale esplorare le dinamiche contemporanee del rapporto tra genere e media, nonché i limiti e le possibilità della cultura memetica digitale, intesa come terreno conflittuale di trasformazione sociale (e.g. Mazzoleni & Bracciale, 2019; Mortensen & Neumayer, 2021). La ricerca si colloca nel quadro dell’analisi femminista del potenziale trasformativo dell’ironia e dei meme (Rentschler & Thrift, 2015), considerando al contempo le analisi che ne mettono in luce l’ambivalenza, nella misura in cui l’ironia memetica può attenuare la radicalità della critica, incoraggiare un distacco giocoso e, più in generale, essere compiacente con le logiche algoritmiche (e.g. Grimwood, 2021; Baumbach, 2024; Lowenstein-Barkai et al., 2025). In questo quadro, Il paper analizza i discorsi e le pratiche memetiche che utilizzano grammatiche ironiche queer e femministe per hackerare i sistemi di significato e le dimensioni affettive sostenute dalle piattaforme digitali, alla luce della seguente domanda di ricerca: come i meme femministi navigano un contesto ambivalente caratterizzato dall’emersione di pratiche digitali femministe che sfidano i confini del dicibile in un ambiente marcato da logiche di datificazione neoliberiste da un lato, e da un sempre maggiore controllo sui corpi e le voci delle soggettività femminilizzate dall’altro? La ricerca muove da un'etnografia digitale esplorativa condotta su Instagram e TikTok. Sono analizzati i primi 50 meme su Instagram e i primi 20 su TikTok raccolti tra il 5 e il 15 marzo 2026 da due account creati ad hoc (senza allenare l’algoritmo). Questo arco temporale è stato scelto perché legato a una data chiave per le esperienze e le forme di protesta femministe, ovvero l'8 marzo, che in alcuni paesi, tra cui l’Italia, è caratterizzato dall’essere una giornata di lotta e di sciopero. In particolare, viene esplorata la cultura dei meme attraverso la raccolta e l’analisi di post associati ad hashtag quali #feministmeme, #queermeme e #transfeministmeme, con l’obiettivo di svelare la relazione tra ironia memetica femminista, potere e possibilità di resistenza e sovversione. Il paper analizza i modi in cui questi post sfidano attivamente le culture sessiste, transfobiche e misogine mediate dai media digitali ed esplora il rapporto tra azione individuale e collettiva, ridefinendo, così, le narrazioni che dominano l'atmosfera affettiva dei social media. In tal modo, l'articolo vuole contribuire alla discussione in corso sulle logiche delle piattaforme algoritmiche in una società datificata e le possibilità per le soggettività genderizzate di aprire spazi di agency. Frammentare, intensificare, risuonare: forme di (dis)embodiment queer nel sexting Università degli Studi di Padova, Italia Le pratiche di intimità digitale costituiscono spazi privilegiati di produzione narrativa del sé, in cui il corpo viene selezionato, inquadrato, frammentato e risignificato. Il sexting queer emerge come terreno di tensioni simboliche in cui la corporeità non è semplicemente rappresentata, ma attivamente (ri)costruita attraverso processi di (dis)embodiment. Questo contributo analizza le configurazioni corporee che prendono forma nel sexting tra soggettività che si autoidentificano come queer, interrogandole come dispositivi narrativi capaci di mettere in scena e rielaborare conflitti legati a riconoscimento, desiderabilità, autenticità e normatività. Questo contributo vuole mostrare in che modo il sexting queer produce configurazioni corporee digitali che mettono in scena tensioni tra normatività e dissidenza, tra vulnerabilità e agency. Il sexting è qui inteso non solo come scambio di contenuti sessualmente espliciti (Van Ouytsel et al., 2018), ma come pratica mediale produttiva (Hasinoff, 2013) in cui il corpo digitale diventa campo di negoziazione identitaria e affettiva. Il quadro teorico intreccia la concettualizzazione del queer come “everyday queer world-making”, ovvero pratica situata di world-making (Duong, 2012), intesa come atto politico e creativo di visioni normative alternative, con l’idea di differenza come risorsa strategica nelle interazioni quotidiane (Colombo, 2006). La nozione di “queer use” (Ahmed, 2019) consente di leggere il sexting come riorientamento di dispositivi digitali pensati entro logiche normative, mentre digital intimacies studies (Attwood et al., 2017; Paasonen, 2018) permettono di comprendere il corpo mediatizzato come infrastruttura affettiva e relazionale. In questa prospettiva, il (dis)embodiment non è perdita del corpo, ma sua riconfigurazione attraverso processi di selezione, temporizzazione e intensificazione sensoriale. La ricerca adotta un paradigma trasformativo (Mertens, 2017) e una postura di “Research Brave Space”, combinando focus group esplorativi, workshop di zine-making e interviste con body mapping. L’analisi integra un approccio multimodale socio-semiotico (Kress, 2010) ai materiali visuali e un’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2022) ai dati discorsivi. I risultati evidenziano almeno tre configurazioni ricorrenti di (dis)embodiment. Una prima forma riguarda la frammentazione selettiva del corpo: nei materiali prodotti (zine e body mapping) il corpo appare spesso parziale, ritagliato, concentrato su dettagli (pelle, mani, zone erogene) o su elementi cromatici e simbolici che sospendono la leggibilità normativa del genere. Questa frammentazione non segnala assenza, ma intensificazione: sottraendo il corpo allo sguardo totalizzante, i/le partecipanti ridefiniscono desiderabilità e controllo, negoziando conflitti legati a visibilità e autenticità. Una seconda configurazione concerne la temporizzazione dell’intimità. Le narrazioni emerse mostrano come il sexting sia vissuto come processo fatto di attesa, anticipazione, sospensione e risonanza differita. L’asincronia digitale permette di modulare esposizione e vulnerabilità: il corpo si estende nel tempo, diventando evento più che oggetto. In questo spazio temporale si articolano conflitti tra spontaneità e performatività, tra “essere sé” e aderire a script visuali dominanti. Una terza forma riguarda la risonanza carnale mediatizzata (Paasonen, 2011). Il sexting emerge come esperienza corporea piena, attraversata da eccitazione, ansia, giocosità e timore. Il corpo digitale non è percepito come disincarnato, ma come superficie sensibile che attiva sensazioni fisiche. Questa dimensione è come un intreccio tra piacere e rischio, in cui il conflitto non è solo minaccia ma anche generatore di intensità e consapevolezza. Attraverso queste configurazioni, il sexting si rivela uno spazio ambivalente: riproduce talvolta gerarchie di valore (legate a genere, estetica, leggibilità), ma al contempo permette micro-politiche corporee di riappropriazione. Le pratiche di selezione, inquadratura, riorientamento e gioco producono narrazioni alternative dell’intimità, in cui il corpo non è dato una volta per tutte, ma continuamente rinegoziato. Il contributo mostra come le narrazioni multimodali del (dis)embodiment queer nel sexting costituiscano luoghi di conflitto simbolico e di elaborazione, in cui la corporeità digitale diventa spazio epistemologico per ridefinire le grammatiche contemporanee del riconoscimento e dell’intimità. |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 07: Significati in mutazione del lavoro Luogo, sala: Aula 11 Chair di sessione: Roberta Bartoletti |
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Il lavoro gentrificato: conflitti e immaginari del lavoro nel post-pandemia Università degli Studi di Milano, Italia La questione del significato del lavoro è diventata centrale nello sviluppo società occidentali del XXI secolo (Laaser e Karlsson, 2022) ed è al centro di un’intensa produzione di narrazioni e conflitti attorno agli immaginari culturali del lavoro. In questo contesto, la nozione marxiana di alienazione ha riacquisito centralità, in primis a seguito della teoria dei ‘bullshit jobs’ proposta da David Graeber (2018). L’idea che alcuni lavori della conoscenza, tipicamente svolti da lavoratori di classe media e connotati da stabilità economica, siano diventati ‘senza senso’, ha ricevuto numerose critiche, soprattutto rispetto alla sua validità empirica (Soffia et al., 2021). Tuttavia, la popolarità del lavoro di Graeber segnala una tensione diffusa tra significato del lavoro e condizioni materiali dello stesso, che risuona con l’esperienza soggettiva di molti lavoratori (Walo, 2023). Questa tensione si è poi manifestata più chiaramente nei fenomeni di ‘disconnessione dal lavoro’ emersi dopo la pandemia da Covid-19, come la Great Resignation (Coin, 2023) o il #quietquitting (Scheyett, 2023), che hanno riacceso il conflitto attorno al valore e alla legittimità del lavoro contemporaneo. Sebbene la valenza empirica di questi fenomeni resti tuttora oggetto di dibattito, diverse ricerche mostrano come molti knowledge workers abbiano approfittato della pandemia per ripensare il proprio rapporto con il lavoro (Autor*, 2023), talvolta arrivando ad abbandonare il proprio lavoro corporate a favore di attività ‘neo-artigianale’ alla ricerca di maggiore senso e autenticità (Gerosa, 2024). Il presente contributo si basa su una ricerca qualitativa multi-metodologica volta a indagare l’emergere delle nuove forme di lavoro ‘neo-artigianale’ nell’Unione Europea, fondata su 77 interviste semi-strutturate, l’analisi etnografica di 346 profili digitali di imprese artigianali e attività etnografica sul campo in diversi settori e Paesi. A partire da questa base empirica, il paper propone l’idea secondo cui i conflitti post-pandemici sugli immaginari del lavoro siano espressione di una trasformazione del concetto di ‘emotional labour’ (Hochschild, 1983), che da categoria legata alle interazioni di servizio assume oggi una dimensione 'esistenziale'. La ricerca mostra che i percorsi che portano molti lavoratori della conoscenza a intraprendere attività di lavoro neo-artigianale - non sempre ugualmente remunerativa ma comunque ritenuta maggiormente connotata di significato rispetto al lavoro d'ufficio - sono infatti tipicamente caratterizzati da una risposta reattiva all’alienazione percepita dagli stessi rispetto alla richiesta generalizzata di sostenere impegno, identificazione e credenza nel proprio lavoro in condizioni che rendono tale convinzione sempre più difficile da sostenere. È in questo scarto tra immaginario e esperienza vissuta, dove la necessità di svolgere lavoro emotivo diviene condizione esistenziale del suo stesso svolgimento, che il lavoro neo-artigianale emerge come tentativo di ricomporre la frattura tra un investimento emotivo continuativo nel lavoro e la crescente fragilità delle basi materiali e simboliche che lo giustificano. A seguito di questa riflessione, il contributo introduce quindi la nozione di 'lavoro gentrificato' per descrivere i meccanismi che portano alcune occupazioni manuali e materiali, storicamente associate alla working-class, a diventare attrattive per soggetti di classe media in uscita dal lavoro corporate. Attraverso un processo che combina risignificazione e piattaformizzazione del lavoro manuale, il contributo mostra come questo venga così estetizzato e riorganizzato secondo nuove logiche di visibilità e valorizzazione che alterano le condizioni di accesso e le pratiche di tali occupazioni, producendo nuove dinamiche di esclusione. Il concetto di lavoro gentrificato consente quindi di leggere queste forme di 'disconnessione dal lavoro' come parte di un processo più ampio di rinegoziazione del significato culturale del lavoro nelle società occidentali, che triangola il peggioramento delle condizioni materiali del lavoro della conoscenza con le concezioni culturali di classe, e mostra il disallineamento tra forme di lavoro tradizionale e l'emergere di nuove forme di lavoro considerate autentiche o ‘cool’. Tra emancipazione e normalizzazione: l’imprenditorialità inclusiva come dispositivo culturale nelle politiche italiane Unibo, Italia Negli ultimi anni, nel contesto delle politiche europee per l’inclusione economica, l’imprenditorialità è stata progressivamente costruita come risposta privilegiata alle fratture sociali prodotte dalle trasformazioni economiche contemporanee. Nei documenti programmatici e nei dispositivi comunicativi istituzionali, essa viene narrata come strumento di integrazione e di emancipazione per gruppi storicamente marginalizzati – donne, giovani, migranti e over 50 – contribuendo a ridefinire simbolicamente le modalità di accesso alla cittadinanza economica. Il report The Missing Entrepreneurs dell’OCSE (2023) sostiene che una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità potrebbe generare circa 7,5 milioni di imprenditori in più nell’Unione europea, rafforzando la rappresentazione dell’imprenditorialità come leva universale di mobilità sociale e autorealizzazione. Questa narrazione si inserisce in un più ampio processo culturale che promuove intraprendenza, autonomia e autosufficienza come valori normativi e come tratti costitutivi di una soggettività “attiva”, potenzialmente accessibile a chiunque. Come evidenziato dalla letteratura critica, l’imprenditorialità non costituisce un discorso neutrale: essa può operare come dispositivo culturale ed egemonico che, mentre promette inclusione, tende a individualizzare problemi strutturali e a normalizzare modelli dominanti di soggettività imprenditoriale. La figura implicita dell’imprenditore – spesso maschile, bianca, orientata al rischio e alla razionalità economica – continua a orientare le soglie di legittimazione e riconoscimento. Quando l’imprenditorialità viene proposta come soluzione ai “crash” sociali ed economici, si attivano dinamiche di riconoscimento e redistribuzione che dipendono dal modo in cui le istituzioni definiscono i destinatari delle politiche, costruiscono categorie di bisogno e modellano specifici immaginari dell’inclusione. Le policy pubbliche non intervengono soltanto sulla dimensione materiale, ma agiscono come pratiche discorsive che producono rappresentazioni, aspettative e cornici interpretative capaci di orientare i processi di identificazione dei soggetti. A partire da queste premesse, il paper analizza la categoria di “imprenditorialità inclusiva” come campo di tensione narrativa e conflitto simbolico, interrogando il ruolo delle Pubbliche Amministrazioni italiane nella promozione dei fondi e misure per l’avvio d’impresa rivolti a soggetti a rischio di esclusione sociale. La domanda di ricerca è duplice: quale ruolo svolgono le istituzioni nella costruzione comunicativa dell’imprenditore “inclusivo”? In che modo le strategie discorsive adottate contribuiscono a definire i confini dell’accesso, le soglie di riconoscimento e le forme legittime di agency? L’analisi adotta un approccio qualitativo critico-discorsivo e si fonda su una triangolazione metodologica. Il corpus empirico comprende quattro iniziative attivate negli ultimi cinque anni e promosse da Regione Marche, Regione Toscana, Unioncamere e Invitalia, rivolte in particolare a giovani, migranti e donne, spesso definiti come unconventional entrepreneurs. La ricerca si articola su tre livelli. In primo luogo, vengono analizzati i bandi pubblici come testi normativi e narrativi, con attenzione alla costruzione delle categorie di beneficiari, ai criteri di eleggibilità e agli indicatori di successo. In secondo luogo, si esaminano i materiali comunicativi – siti istituzionali, campagne digitali, materiali promozionali – per ricostruire le narrazioni, i frame e le metafore attraverso cui l’imprenditorialità inclusiva viene resa visibile e desiderabile. In terzo luogo, tre focus group con promotori istituzionali consentono di esplorare le logiche interpretative e le tensioni emergenti tra intenzionalità inclusiva e vincoli strutturali di implementazione. Il contributo propone una lettura dell’imprenditorialità inclusiva come dispositivo culturale che, nel tentativo di ricomporre conflitti sociali e disuguaglianze, contribuisce a ridefinire simbolicamente le forme dell’inclusione e le aspettative di soggettivazione economica. Emergono così le tensioni tra retorica emancipativa e processi di normalizzazione, mostrando come le narrazioni istituzionali possano simultaneamente ampliare le possibilità di agency e riorganizzare le disuguaglianze in chiave individualizzante. In linea con il tema del convegno, il paper invita a interrogare le politiche per l’imprenditorialità inclusiva come pratiche comunicative attraverso cui si negoziano, si rappresentano e si ridefiniscono i confini dell’umano nel capitalismo contemporaneo. 'Scarso'. Disuguaglianze e stigma nella comunicazione pro-circolare IULM, Italia Negli ultimi anni, l’economia circolare si è progressivamente affermata come paradigma centrale nelle politiche e nelle strategie dedicate alla sostenibilità, configurandosi non solo come modello economico alternativo, ma come dispositivo discorsivo e normativo attraverso cui si producono gerarchie di valore, si organizzano regimi di visibilità e si definiscono le condizioni di accesso alla transizione sostenibile. Lungi dall’essere un processo neutro, la circolarità opera come cornice simbolica entro la quale si costruiscono priorità istituzionali, criteri di legittimità e confini di partecipazione (Purushothaman et al., 2025). Tuttavia, sebbene la letteratura abbia ampiamente esplorato le dimensioni economiche e tecnologiche del fenomeno, la dimensione simbolica e sociale della transizione – intesa come spazio di conflitto legato alla crisi delle risorse e segnato dalle disuguaglianze – è rimasta relativamente marginale (Shevchenko et al., 2023). Ancora più limitata è l’attenzione rivolta al ruolo della comunicazione strategica nella costruzione pubblica della circolarità, soprattutto in considerazione delle asimmetrie strutturali che attraversano le filiere globali, la collocazione periferica delle infrastrutture di recupero e il ricorso a lavoro informale o vulnerabile (Therborn, 2013; Carmo, 2021; Piketty, 2020; Pansera et al., 2024; Deutz, 2025). Muovendo da tale lacuna, il contributo indaga le strategie comunicative pro-circolari come pratiche discorsive attraverso cui la circolarità è simbolicamente ordinata. Lo studio si interroga, dunque, su come tali narrazioni contribuiscano alla strutturazione di regimi di visibilità e gerarchie di valore e in che modo esse partecipino alla produzione e alla stabilizzazione di forme di stigmatizzazione e disuguaglianza simbolica. Coerentemente con tale impostazione, lo studio adotta un disegno qualitativo per osservare i processi di costruzione discorsiva e strategica della circolarità. L’analisi si concentra sulle strategie narrative dedicate al fenomeno, attraverso una metodologia che integra un’analisi qualitativa dei contenuti e delle strategie comunicative, finalizzata all’individuazione di frame interpretativi, attribuzioni di agency e configurazioni di visibilità, con approfondimenti volti a ricostruire le razionalità sociali e le logiche di classificazione sottese alle scelte discorsive. I risultati preliminari evidenziano una ricorrente associazione tra pratiche circolari e marginalità sociale. Le strategie narrative indagate collegano l’attività circolare a soggetti vulnerabili, comunità periferiche o territori del Sud globale, presentandoli come esempi virtuosi di inclusione. Tuttavia, tale configurazione narrativa produce effetti ambivalenti. Alla luce della teoria dello stigma (Goffman, 1986) e degli studi sulla disuguaglianza simbolica, infatti, si evidenzia come l’accostamento tra “scarto” materiale e soggetti marginalizzati generi una sovrapposizione semantica che colloca questi ultimi prevalentemente nella sfera del recupero e della rigenerazione. L’inclusione viene così narrata come riscatto, ma al contempo può operare come dispositivo di classificazione che riconosce e insieme stabilizza differenze gerarchiche. Parallelamente, l’analisi mostra come le narrazioni circolari producano una gerarchia interna di visibilità, in cui innovazione, tecnologia, design e segmenti ad alto valore simbolico occupano il centro della rappresentazione pubblica della transizione, mentre i soggetti vulnerabili restano relegati a posizioni periferiche o vengono rappresentati attraverso registri paternalistici. Considerate congiuntamente, queste dinamiche suggeriscono che le strategie narrative della circolarità operino come spazi di riorganizzazione delle disuguaglianze, entro cui le differenze sociali vengono ridefinite e talvolta rafforzate. Il contributo propone, infine, un framework analitico per interpretare le pratiche comunicative nelle transizioni pro-circolari come dispositivi di classificazione e ordinamento simbolico. Secondo questa prospettiva, le narrazioni della circolarità non si limitano a rappresentare la trasformazione sostenibile, ma partecipano alla strutturazione di regimi di visibilità e gerarchie, contribuendo alla riorganizzazione delle disuguaglianze e aprendo uno spazio di riflessione critica sulle implicazioni sociali della transizione. |
| 16:00 - 17:45 | Sessione 6 - Panel 08: Influence culture e influ-attivismo nella platform society: architetture transmediali, economie morali e regolazione Luogo, sala: Aula 16 Chair di sessione: Marco Pedroni |
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Influence culture e influ-attivismo nella platform society: architetture transmediali, economie morali e regolazione 1: Università di Ferrara, Italia; 2: Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; 3: Università di Bergamo; 4: Università Roma Tre / AGCOM; 5: Università di Milano / Università di Pavia Influence culture e influ-attivismo nella platform society: architetture transmediali, economie morali e regolazione La influence culture non è un semplice genere della comunicazione digitale, ma una componente strutturante dell’ecosistema delle piattaforme: produce modelli di visibilità, forme di autorità comunicativa, economie morali dell’autenticità e nuove catene del valore del lavoro culturale (Abidin, 2018; Banet-Weiser, 2012; Duffy, 2017). In questa prospettiva, il panel propone di leggere influencer e content creator come mediatori culturali e sociali che operano tra piattaforme, pubblici, mercati e istituzioni, contribuendo a organizzare la rilevanza pubblica di temi, cause e identità nella platform society (van Dijck et al., 2018; Poell et al., 2022). Il fuoco specifico del panel riguarda l’influ-attivismo, inteso come spazio ibrido in cui pratiche dell’attivismo digitale e logiche dell’influencing convergono, ridefinendo i modi con cui le cause ottengono visibilità, costruiscono pubblici e provano a tradurre attenzione in mobilitazione (Murru et al., 2024a; Murru et al., 2024b). Questa convergenza apre opportunità — ampliamento dei repertori di partecipazione, accesso a pubblici non già politicizzati, intensificazione dell’engagement — ma produce anche tensioni strutturali: dipendenza dagli algoritmi, volatilità dell’attenzione, personalizzazione delle cause e rischio di ricondurre il politico entro forme di consumo e micro-celebritizzazione (Papacharissi, 2015; Bennett & Segerberg, 2012). Il panel adotta quindi un’ottica ecosistemica, orientata non solo ai contenuti, ma anche alle infrastrutture, alle mediazioni e ai dispositivi di regolazione che rendono l’influenza un meccanismo di produzione del politico, del morale e del legittimo. I quattro contributi sono pensati come complementari. Il primo apre sul piano regolatorio, ricostruendo il ruolo del gatekeeping istituzionale e il processo attraverso cui l’influencing viene ridefinito come attività pubblicamente rilevante, sottoposta a standard di trasparenza, responsabilità e tutela. Il secondo analizza le architetture transmediali dell’influ-attivismo, mostrando come creator e influencer distribuiscano funzioni diverse tra piattaforme—ingaggio, discovery, monetizzazione, legittimazione—e come il “politico” prenda forma anche come configurazione infrastrutturale. Il terzo si concentra sull’advocacy legata alle malattie contestate nell’era degli health influencer, interrogando le tensioni tra riconoscimento, expertise esperienziale, branding individuale e mercificazione della sofferenza. Il quarto propone infine un modello multidimensionale per classificare la politicizzazione degli influencer, superando le dicotomie tra profili “politici” e “commerciali” e mettendo a fuoco densità, ampiezza tematica e variazione nel tempo della loro attività comunicativa. Nel complesso, il panel intende offrire un contributo teorico-metodologico alla sociologia della comunicazione: una prospettiva comparativa centrata su infrastrutture, regolazione e pratiche di legittimazione, utile a comprendere come l’influenza venga oggi prodotta, governata e mobilitata in contesti di elevata esposizione pubblica. Abstract 1 ELISA GIOMI, Università Roma Tre / AGCOM
Il contributo analizza le principali criticità associate al fenomeno influencer e valuta i punti di forza e di debolezza delle Linee guida e Codice di condotta varati da Agcom nel luglio 2025, prima iniziativa in tema a livello europeo. Questa nasceva con l’obiettivo di disciplinare l’attività di influencing in modo da consentirne la messa a valore per aziende e utenti, assicurando al contempo tutele per questi ultimi e level playing field rispetto ad altri settori dell’industria mediale, che invece sono fortemente normati, in primis quello audiovisivo. All’epoca in cui è iniziata la gestazione del provvedimento, l’affollamento del mercato e la conseguente difficoltà ad individuare nuove nicchie avevano già spostato la competizione tra influencer sulla ricerca della autenticità (Hund 2023), creando così una forte tensione con l’opposta necessità di camuffare la finalità persuasiva dei contenuti promozionali, per definizione eufemistici e artefatti. La difficoltà del pubblico a discernere lo statuto verdittivo della comunicazione degli influencer risulta anche oggi aumentata dai “contenuti organici” e dal loro crescente incastonamento in video ASMR, capaci di generare esperienze immersive descritte come “interazione para-tattile” (Klausen 2019) e abbassare la soglia dell’attenzione. Sotto questo profilo, si è rivelata adeguata la scelta di estendere all’influencer marketing la disciplina del TUSMA, la legge per il settore audiovisivo, con i relativi obblighi di trasparenza per la comunicazione commerciale e divieti di forme occulte e tecniche subliminali.Significative lacune riguardano invece l’esclusione dal provvedimento di patologie come il fake engagement e di alcune delle forme di maggiore interesse nella influencer culture, come la comunicazione attivista. Il fake engagement, che consiste nella possibilità di comperare account e interazioni fittizie, fabbricando così interi capitali reputazionali e amplificando la propria autorevolezza produce un enorme gap rispetto al mondo audiovisivo, lineare e non, dove nessun operatore potrebbe “gonfiare” il proprio pubblico senza controlli. Tollerare che i contenuti siano drogati da metriche di engagement false e offerte in modo opaco, alimentando in modo surrettizio consenso e visibilità arreca gravi danni per tutti i soggetti coinvolti nella catena del valore: gli investitori pubblicitari, indotti dalla fallace percezione del seguito massivo di alcuni influencer a dirottare su di loro e relative piattaforme le proprie inserzioni pubblicitarie; i media tradizionali, come stampa, radio e tv, che si vedono sottrarre risorse; i creator onesti, che non utilizzano il fake engagement e che finiscono così per essere sottorappresentati sulle piattaforme. Ne risente infine l’integrità cognitiva degli utenti, soprattutto le categorie più vulnerabili, tipo i minori, e in riferimento ai processi più sensibili, quali quelli elettorali, come ormai ampiamente documentato (Nizzoli et al. 2021).Infine, la definizione di influencer come autori di contenuti “che informano, intrattengono o istruiscono”, dal sapore fortemente analogico, lascia scoperta, ad esempio, l’amplissima galassia degli influ-attivisti e dei contenuti di comunicazione sociale. Difficile ricondurla a mera “informazione”, perché è caratterizzata da parzialità, finalità persuasive e meccanismi di monetizzazione analoghi a quelli degli influencer che promuovono beni e prodotti – a cominciare dalla conversione della reputazione in capitale economico fino alla vera e propria “mercificazione del dissenso” (Pedroni 2025) – e che pertanto sarebbero tenuti ad osservare i medesimi obblighi di trasparenza e correttezza verso l’utenza. Abstract 2 Architetture transmediali dell’influ-attivismo: funzioni di piattaforma, autenticità e traduzione di capitali MARIA FRANCESCA MURRU, Università di Bergamo
Questo contributo analizza le architetture transmediali attraverso cui influencer e content creator (inclusi profili che incrociano influencing e advocacy) costruiscono visibilità, credibilità e mobilitazione distribuendo ruoli comunicativi su più ambienti. L’ipotesi di fondo è che, nell’ecosistema della influence culture, il “politico” non sia riducibile a contenuti e posizionamenti, ma prenda forma anche come design infrastrutturale: una grammatica di spazi, tempi, formati e metriche che orienta ciò che può essere detto, creduto e fatto nella platform society (van Dijck et al., 2018; Poell et al., 2022). In questa prospettiva, l’influ-attivismo rappresenta un caso-limite particolarmente rivelatore, perché espone con chiarezza la tensione tra logiche di mercato, regimi algoritmici della visibilità e finalità di mobilitazione (Autor* 2024a; Autor* 2024b). Metodologicamente, il paper propone un’analisi desk comparativa di tre aree tipologiche, selezionate per mostrare sia ricorrenze strutturali sia specificità culturali: (1) creator/influencer religiosi (con enfasi su autorità, community e moral entrepreneurship); (2) influencer della mindfulness e del benessere (al confine tra cura di sé, psicologizzazione e micro-attivismi “lifestyle”); (3) creator femministe su Instagram (dove disclosure, autenticità e conflitti intra-campo rendono particolarmente visibile la dimensione agonistica della legittimazione) (Campbell, 2013; Hjarvard, 2011; Mendes et al., 2019). Per ciascun ambito vengono mappati: i territori mediali attivati; le funzioni assegnate alle piattaforme (ingaggio, discovery, monetizzazione, legittimazione, gestione delle crisi); i dispositivi di autenticità e disclosure; le modalità di costruzione del pubblico e le chiamate all’azione. Il quadro teorico integra studi sulla influence culture e sul lavoro culturale digitale con la letteratura su influ-attivismo inteso come spazio ibrido che combina estetiche dell’influencer, personal branding e repertori di partecipazione (Abidin, 2018; Duffy, 2017; Autor* 2024b). Particolare attenzione è dedicata a due meccanismi. Il primo è la traduzione di capitali tra ambienti: convertire engagement in reputazione, reputazione in opportunità economiche e, più raramente, in capacità di mobilitazione e accesso a interlocuzioni istituzionali. Il secondo è la gerarchia di legittimazione tra piattaforme e arene: ciò che “vale” su TikTok non coincide con ciò che “vale” in un podcast o in un libro, e i creator orchestrano tali gerarchie per stabilizzare fiducia e autorevolezza (Banet-Weiser, 2012; Hearn, 2008). Il contributo propone tre risultati. Primo, identifica pattern infrastrutturali ricorrenti (ad esempio: l’assemblaggio di spazi finalizzati a dar vita al ciclo breve di viralità e spazi finalizzati al ciclo lungo di approfondimento e fidelizzazione) che attraversano casi diversi e suggeriscono ideal-tipi di architettura transmediale. Secondo, mostra come i dispositivi di autenticità siano situati e differenziali: la stessa self-disclosure produce effetti diversi a seconda della piattaforma e del campo tematico, diventando un vincolo organizzativo oltre che una risorsa simbolica (Banet-Weiser, 2012; Hearn, 2008). Terzo, discute implicazioni di governance e gatekeeping: studiare influ-attivismo richiede guardare non solo ai contenuti, ma alle configurazioni di canali, metriche e regole (esplicite e implicite) che rendono praticabile, o fragile, la trasformazione dell’attenzione in mobilitazione (Gillespie, 2018; Papacharissi, 2015). Abstract 3 Advocacy tra algoritmi e autenticità: la politica del riconoscimento delle malattie contestate nell’era degli health influencer MIRIAM FERRARO, Università di Ferrara
La transizione dall’attivismo collettivo dei pazienti alla cultura degli influencer sta trasformando la politica del riconoscimento, dell’expertise e della legittimità per le persone che vivono con malattie non ancora riconosciute, ridefinendo i modi in cui la conoscenza esperienziale può accedere allo spazio pubblico e alla legittimazione istituzionale. Le malattie contestate come fibromialgia, ME/CFS sono condizioni prive di consenso biomedico e soggette a persistente scetticismo istituzionale. Chi ne fa esperienza e ne sostiene il riconoscimento deve continuamente negoziare la fragilità del proprio status epistemico e l’emergere della cultura degli health influencer introduce un terreno nuovo e ambivalente per questa negoziazione. L’analisi esamina come la visibilità che queste condizioni stanno assumendo sui social media, attraverso il personal branding, le logiche delle piattaforme e le partnership commerciali, possa funzionare come risorsa o come forma di mercificazione della sofferenza. Attingendo all’ormai radicato framework dell’influ-attivismo, cioè quella figura ibrida che combina le pratiche dell’influence marketing con i repertori dell’attivismo; il lavoro si avvale di framework epistemologici femministi e della sociologia dei movimenti sociali per la salute, con particolare attenzione a come le logiche della piattaforma si intreccino con la cura e l’advocacy. La ricerca si basa su un disegno qualitativo che combina etnografia digitale di influ-attiviste italiane attive su Instagram e altre piattaforme e interviste narrative ad attiviste operanti sia in contesti digitali sia territoriali. Questo disegno comparativo consente di analizzare continuità e rotture tra forme collettive e individuali di attivismo, e tra modalità digitali e incarnate di produzione della conoscenza e del riconoscimento. L’analisi restituisce un panorama di profonde tensioni. A differenza dell’attivismo tradizionale dei pazienti, fondato sulla solidarietà collettiva e su repertori conflittuali, l’advocacy basata sull’influencer si organizza necessariamente attorno al branding individuale e alle partnership commerciali. Le influ-attiviste devono così costruire simultaneamente credibilità, visibilità algoritmica e sostenibilità economica: esigenze che, pur radicandosi in pratiche di peer support e apomediazione, producono strategie narrative distintive e tensioni nella self-presentation, soprattutto su temi che coinvolgono la vulnerabilità della malattia. Nel caso delle malattie contestate, in cui la voce dei pazienti è stata storicamente silenziata, la visibilità digitale può amplificare esperienze marginalizzate e democratizzare la conoscenza, ma rischia al tempo stesso di privilegiare soluzioni individuali a discapito di quelle strutturali. Le interviste narrative mostrano come le attiviste stesse percepiscano questa trasformazione: alcune considerano le piattaforme digitali un’estensione strategica dei loro repertori, capace di ampliare la portata dell’azione in assenza di supporto istituzionale; altre esprimono preoccupazione per l’erosione della solidarietà collettiva, la platformizzazione della cura e i modi in cui le partnership commerciali compromettono autonomia e accountability. Questi risultati interrogano le trasformazioni in corso nell’expertise sanitaria e nella produzione di conoscenza sulle malattie contestate. Quando il riconoscimento passa attraverso la visibilità degli influencer piuttosto che attraverso la mobilitazione collettiva, cambiano le condizioni di accesso alla voce pubblica e le forme di solidarietà che possono sostenerla: la portata si amplia, ma si indeboliscono i legami collettivi e l’autonomia rispetto alle logiche di mercato. Sul piano delle implicazioni di policy, la ricerca evidenzia la necessità di regolamentare la trasparenza delle partnership commerciali nel campo della salute digitale, di integrare la conoscenza esperienziale nei percorsi di riconoscimento istituzionale delle malattie contestate e di sviluppare infrastrutture di accountability che tutelino tanto l’autonomia delle voci attiviste quanto la qualità dell’informazione sanitaria accessibile attraverso le piattaforme. Abstract 4 La politicizzazione degli influencer nella platform society: un modello di classificazione multidimensionale ARIANNA COLOMBO, Università di Milano e Università di Pavia
Il contributo, basato su un [omesso per peer review],propone un modello multidimensionale per analizzare la politicizzazione degli influencer a partire dalla densità e dall’ampiezza tematica del contenuto politico che producono, mettendo in discussione le etichette dicotomiche che li riducono alle categorie di “politici” e “commerciali” (Goodwin et al., 2023; Duckwitz, 2019). Ciò assume particolare rilevanza nell’ecosistema contemporaneo della platform society, dove la politicizzazione dei nuovi attori digitali (Casero-Ripollés, 2020) non si configura come attributo stabile di un profilo, ma come variabile dinamica della sua attività comunicativa, capace di assumere intensità differente nel tempo. In questo scenario, gli influencer operano come mediatori in grado di incidere, in misura variabile, sia sui processi di strutturazione degli orientamenti politici, sia sulle dinamiche di mobilitazione politica, attraverso relazioni parasociali che orientano valori, cornici interpretative e repertori di partecipazione (Raun, 2018; Dibble et al., 2016; Rojek, 2015). Riprendendo la nozione di agenzia di socializzazione (Parsons, 1951; Berger & Luckmann, 1966) e il dibattito sui media come contesti di apprendimento politico, inquadriamo gli influencer come attori in grado di contribuire all’ingaggio politico degli utenti anche in assenza di sistemi valoriali pienamente coerenti: la loro efficacia può dipendere tanto dalla ripetizione e dall’intensità dell’esposizione quanto da interventi simbolici ad alta visibilità, capaci di rendere più salienti specifici temi e di attivare risposte cognitive e partecipative a bassa soglia (Gerbner et al., 2002; Hermann et al., 2023). Il framework che proponiamo si costruisce intorno a due dimensioni continue. La prima è la densità di contenuto politico, ovvero la proporzione di contenuti politici rispetto all’output complessivo dell’influencer; la seconda è l’ampiezza tematica, intesa come varietà dei temi politici affrontati. L’incrocio tra densità e ampiezza tematica genera quattro idealtipi di influencer: (1) Specialisti Politici Intensivi, che producono contenuto politico in modo routinario e concentrato su un dominio circoscritto; (2) Generalisti Politici Intensivi, che trattano la politica con continuità su una pluralità di temi; (3) Specialisti Politici Sporadici, per i quali la politicizzazione è episodica ma coerentemente legata a uno specifico tema; e (4) Generalisti Politici Sporadici, che intervengono saltuariamente su temi eterogenei, spesso seguendo contingenze o picchi di attenzione pubblica. Tali configurazioni trovano riscontro in casi emblematici già analizzati in letteratura, che il framework ricolloca entro uno spazio multidimensionale coerente. Due dimensioni complementari - coerenza posizionale (nel tempo e tra diversi domini tematici) e divisività della comunicazione rispetto a frame valenziali (Stokes, 1963) - permettono di affinare ulteriormente l’analisi. Metodologicamente, lo schema è concepito per un’operazionalizzazione scalabile tramite analisi quantitativa dei contenuti e per un monitoraggio dinamico nel tempo: gli influencer possono “muoversi” tra quadranti in occasione di elezioni, crisi o picchi di attenzione pubblica, rendendo la dimensione temporale un elemento strutturante del framework e della sua capacità interpretativa. Sul piano sostantivo, la tipologia permette di formulare aspettative sul ruolo politico dei diversi attori: i Generalisti Politici Intensivi tendono a garantire un’esposizione politica regolare e tematicamente ampia (funzione di socializzazione), mentre gli Specialisti Politici Intensivi appaiono più legati alla mobilitazione su singoli temi; i profili Sporadici, pur meno strutturati, possono produrre effetti rilevanti in termini di salienza e partecipazione, veicolando contenuti politici in ambienti comunicativi normalmente distanti da tali questioni. Nel complesso, il contributo offre uno strumento per analisi comparative tra contesti nazionali e per interrogare in chiave ecosistemica come la politicizzazione sia distribuita tra attori digitali, nonché le sue potenziali implicazioni per i processi di socializzazione e mobilitazione politica degli utenti. |
| 17:45 - 18:15 | Chiusura convegno Luogo, sala: Aula Magna |
| Credits Comitato organizzativo SISCC: Giovanni Boccia Artieri (Presidente, Università di Urbino Carlo Bo), Francesca Pasquali (Vicepresidente, Università di Bergamo), Marco Mazzoni (Segretario, Università di Perugia), Piergiorgio Degli Esposti (Responsabile area comunicazione, Università di Bologna), Stefano Brilli (Responsabile area segreteria, Università di Urbino Carlo Bo). Coordinatore del comitato organizzativo locale: Andrea Lombardinilo. Comitato organizzativo locale: Andrea Lombardinilo, Marco Burgalassi, Andrea Casavecchia, Edoardo Novelli, Anna Lisa Tota. Supporto logistico e operativo: Camilla Caporali, Matteo Castaneda Franck, Laura Cecchini, Margherita Di Stefano, Emanuela Diodati, Riccardo Felli, Alessandra Maiorano, Marta Marcantognini, Alice Marra, Veronica Micucci, Giovanni Mozzetti, Francesca Olivieri, Alessandro Portaro, Benedetta Rocchetti, Giorgia Sabatini, Rachele Sini, Flavia Spirito, Valentina Vigna. Comitato scientifico: Piermarco Aroldi (Università Cattolica del Sacro Cuore Milano), Sara Bentivegna (Sapienza Università di Roma), Roberta Bartoletti (Università di Bologna), Giovanni Boccia Artieri (Università di Urbino Carlo Bo), Marco Burgalassi (Università Roma Tre), Andrea Casavecchia (Università Roma Tre), Stefano Cristante (Università del Salento), Vanni Codeluppi (Università di Modena e Reggio Emilia), Isabella Crespi (Università di Macerata), Emiliano Ilardi (Università di Cagliari), Andrea Lombardinilo (Università Roma Tre), Andrea Maccarini (Università di Padova), Emiliana Mangone (Università di Salerno), Marco Mazzoni (Università di Perugia), Edoardo Novelli (Università Roma Tre), Francesca Pasquali (Università di Bergamo), Roberta Paltrinieri (Università di Bologna), Riccardo Prandini (Università di Bologna), Paola Rebughini (Università degli Studi di Milano), Michele Sorice (Sapienza Università di Roma), Carlo Sorrentino (Università di Firenze), Anna Lisa Tota (Università Roma Tre). | |
