VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC 2026
Roma | 17/19 giugno 2026
Programma della conferenza
VIII Convegno SISCC “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti", Università degli Studi Roma Tre, 17-19 giugno 2026
Polo didattico di Scienze della Formazione, via Principe Amedeo 182b, Roma
In un contesto segnato da crisi sistemiche, polarizzazioni e conflitti diffusi, il rapporto tra narrazioni e conflitti si configura come una prospettiva cruciale per comprendere le trasformazioni della società contemporanea. Il convegno SISCC 2026, organizzato dalla Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione, propone una riflessione sulle modalità attraverso cui immagini, racconti e dispositivi simbolici non solo rappresentano le fratture del presente, ma contribuiscono anche a definirne i significati, orientare le appartenenze e rimodulare gli spazi della convivenza.
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Daily Overview |
| Data: Giovedì, 18/06/2026 | |
| 09:00 | Registrazione Luogo, sala: Aula 1 |
| 09:00 - 09:30 | Apertura del convegno Luogo, sala: Aula Magna Saluti istituzionali Massimiliano Fiorucci, Rettore dell'Università degli Studi Roma Tre Paola Peruccchini, Direttrice del Dipartimento di Scienze della Formazione Mauro Giardieĺlo, Coordinatore del corso di laurea in Servizio sociale e sociologia Giovanni Boccia Artieri, Presidente SISCC |
| 09:30 - 11:00 | Keynote 1: Svetlana Hristova - Living on the Volcano of Civilization: 89 Seconds to Midnight Chair di sessione: Anna Lisa Tota Svetlana Hristova è sociologa della cultura e antropologa, co-fondatrice del Dipartimento di Cultural Studies presso la Faculty of Arts della South-West University, Bulgaria. I suoi interessi di ricerca si collocano all’incrocio tra sociologia della cultura, studi urbani e antropologia visuale. Living on the Volcano of Civilization: 89 Seconds to Midnight Abstract Life on the Volcano of Civilization is a metaphor taken from Ulrich Beck’s influential work Risk Society (1992), often cited and recalled, especially in the years of Covid-19, interpreted as the first dress rehearsal of a Global Risk Society. Since then, people’s perceptions of fear, existential uncertainty and lost sense of direction nourished the seamlessly fused notions of risk and crisis which became ubiquitous in public and academic discourses of the time. Not surprisingly, the perception of crisis as a constant aspect of our life, an entanglement of interconnected crises, was defined as confluence of crises, poli-crisis and meta-crisis, and as a crisis of the universality of risk. Most recently, with the tangible effects of global warming, the outburst of several war conflicts throughout the world and the general worsening of the status of democracy, new eschatological concepts appeared, and the interest in old such theories was revived, offering different versions of the idea of apocalypse, but also the often forgotten notion of katechon, that holds us back. The keynote lecture will track the historic development of important philosophical, sociological and socio-psychological concepts of crisis, its changing connotations and proliferations, including the growing sociolect of fear, with a focus on both the changing living conditions and the models of thinking through which crisis is manifested. Ultimately, the crisis is seen not only as a symptom of change, but also as an incentive and opportunity for further societal development. |
| 11:00 - 11:15 | Pausa |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 01: Teorie sociologiche e mediologiche Luogo, sala: Aula 2 Chair di sessione: Guido Gili |
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La doppia elica della cultura. Un modello integrato per l’analisi delle narrazioni conflittuali Università di Ferrara, Italia Il paper propone un nuovo modello di analisi sociologica della cultura, la doppia elica della cultura, pensato per leggere in modo integrato le trasformazioni simboliche, comunicative e regolative che attraversano le società contemporanee segnate da crisi sistemiche e conflitti narrativi. In dialogo con il tema del convegno, il contributo risponde alla seguente domanda: come analizzare simultaneamente le strutture di potere che regolano la produzione culturale e i processi dinamici attraverso cui i significati vengono articolati, contestati e rinegoziati nei contesti di conflitto? La proposta nasce dall’insufficienza analitica dei modelli che privilegiano unilateralmente o la dimensione strutturale (istituzioni, campi, mercati, piattaforme) o quella processuale-discorsiva (rappresentazioni, identità, pratiche di consumo). In un contesto caratterizzato da polarizzazione mediale, post-verità, guerre simboliche e intensificazione delle regolazioni algoritmiche, la cultura si configura come spazio di torsione tra posizioni e processi, tra vincoli e articolazioni. Occorre dunque un dispositivo teorico capace di tenere insieme questi livelli senza ridurli l’uno all’altro. Il cuore della proposta è una metafora biologica resa operativa sul piano concettuale: come nel DNA la forma a doppia elica mostra che la stabilità dell’informazione genetica dipende dall’intreccio di due filamenti, così l’“informazione culturale” (significati, valori, identità, legittimità) si produce e si mantiene tramite l’interazione inseparabile di due dimensioni. La metafora serve a visualizzare che la cultura non è né una struttura che determina dall’alto né un flusso che si inventa dal basso, ma un intreccio costante. Il modello integra due cornici consolidate della sociologia della cultura: il diamante culturale di Wendy Griswold e il circuito della cultura di Paul du Gay e colleghi. Il primo consente di mappare le relazioni strutturali tra creatori, oggetti culturali, pubblici e mondo sociale; il secondo permette di seguire le articolazioni processuali tra produzione, rappresentazione, identità, consumo e regolazione. La doppia elica non si limita a sommarli, ma li intreccia: il filamento strutturale (posizioni, distribuzione di capitale, gerarchie di legittimità) e il filamento processuale (circolazione dei significati, conflitti interpretativi, appropriazioni) si avvolgono reciprocamente, generando effetti moltiplicativi. Elemento chiave del modello è la regolazione, intesa non solo come insieme di norme istituzionali, ma come infrastruttura diffusa di dispositivi mediali, policy di piattaforma, metriche di visibilità e grammatiche di legittimità. La regolazione opera come collante che seleziona quali combinazioni tra posizioni e processi diventano praticabili, monetizzabili o stigmatizzate. La cultura appare così come campo regolato di possibilità differenziali: non un flusso libero né una struttura rigida, ma un intreccio dinamico in cui narrazioni e conflitti ridefiniscono continuamente i confini del dicibile e del legittimo. Dal punto di vista metodologico, il paper propone la doppia elica come matrice operativa per l’analisi empirica, articolando tre possibili traiettorie di ricerca: (1) genealogica, che ricostruisce le condizioni di possibilità di un oggetto culturale dal campo ai significati; (2) egemonica, che segue le lotte di definizione a partire dalle rappresentazioni; (3) infrastrutturale, che indaga il ruolo di piattaforme e algoritmi nella modulazione della circolazione simbolica. Tali traiettorie consentono di connettere micro-pratiche e macro-strutture, evitando sia il determinismo strutturalista sia il soggettivismo interpretativo. Il modello offre così uno strumento per studiare le narrazioni del conflitto come dispositivi che non si limitano a descrivere crisi sistemiche, ma contribuiscono a produrle simbolicamente, stabilizzando identità antagoniste, economie morali e regimi di verità; e, al contempo, aprendo possibilità di ricomposizione simbolica. La doppia elica non propone una soluzione normativa ai conflitti, ma un quadro teorico capace di renderne visibili condizioni di produzione, asimmetrie di potere e margini di trasformazione: una lente per ripensare l’umanità nelle fratture del presente, dove la crisi è grammatica ricorrente e il conflitto metafora organizzatrice. La guerra dei media. McLuhan e la Casa delle Foglie come modello archeologico del conflitto postmediale Università della Tuscia, Italia Il contributo propone una rilettura di Understanding Media (1964) di Marshall McLuhan come teoria del conflitto inteso non come semplice rappresentazione simbolica, ma come fenomeno ambientale e percettivo: i media riorganizzano il sensorio collettivo producendo shock, anestesie e nuove soglie di attenzione. A partire dall’esperienza della Casa delle Foglie di Tirana (oggi Museo della Sorveglianza Segreta), interpretata come medium-ambiente, il paper mostra come infrastrutture di ascolto e visione trasformino la vita quotidiana in informazione, ridefinendo regimi di visibilità e forme di vulnerabilità del legame sociale. La Casa delle Foglie viene assunta come modello archeologico della funzione mediale moderna — intercettare, archiviare, classificare — oggi scalata e normalizzata nell’ecosistema digitale attraverso piattaforme, sensori, intelligenza artificiale e metadati, secondo una continuità di funzioni più che di strumenti. Attraverso le nozioni mcluhaniane di estensione, autoamputazione e “guerra civile dei sensi”, il contributo ricostruisce sinteticamente la genealogia che conduce dalla “guerra delle icone” alla guerra dei dati: l’immagine, divenuta computabile, entra in catene tecniche di classificazione, previsione e decisione, con effetti epistemici sulla relazione tra visibilità e prova. In questa prospettiva, disinformazione e post-verità non appaiono come distorsioni occasionali, ma come sintomi di una crisi infrastrutturale dei regimi di veridizione nell’ecosistema digitale. La Casa delle Foglie emerge infine come dispositivo di rielaborazione simbolica e pedagogia percettiva, capace di rendere esperibile la continuità tra sorveglianza, comunicazione e conflitto nella condizione postmediale contemporanea. Cartografie dell’empatia: confini sociali, dinamiche relazionali e potenzialità trasformative Università degli Studi di Napoli "Federico II", Italia
Negli ultimi decenni, l’empatia è stata ampiamente interpretata come una risorsa morale capace di favorire la coesione sociale e di colmare le divisioni politiche e culturali (Krznaric, 2018). Allo stesso tempo, ricerche recenti ne hanno messo in luce il carattere selettivo (Karaki, 2024) e persino immorale (Bloom, 2016). Tale dualismo si fonde spesso su approcci riduzionistici che trattano l’empatia o come condivisione affettiva (compassione) o come assunzione cognitiva della prospettiva altrui. Piuttosto che considerare l’empatia come una soluzione normativa ai conflitti, il presente contributo mira ad analizzarla come oggetto di indagine sociologica, quale disposizione relazionale la cui attivazione, estensione e sviluppo sono socialmente condizionati e intersoggettivamente riconfigurati. Muovendo dai recenti studi sull’empatia nell’ambito della sociologia delle emozioni, si sostiene che la sensibilità empatica non sia semplicemente una capacità individuale, ma sia modellata da risorse culturali e fattori sociali (Shott 1979; Clark 1995; Pedwell 2014; Hochschild 2013; 2016; Ruiz Junco 2019). I modi in cui gli individui percepiscono l’altro e l’altrui vissuto sono socialmente condizionati. Integrando intuizioni fenomenologiche e prospettive sociologiche, il contributo mette in luce l’empatia come una disposizione socialmente situata ma dinamica, mostrando come le interazioni possano stabilizzare, rimodellare ed estendere gli orientamenti empatici, attivando al contempo nuovi potenziali intrapersonali e interpersonali dell’incontro empatico. Assumendo le intuizioni della fenomenologia classica – secondo cui l’empatia non si riduce né a mera condivisione affettiva né a semplice assunzione cognitiva della prospettiva altrui, ma consiste nella percezione dell’altro come alter ego, radicata nelle strutture pre-reflessive dell’esperienza – il contributo ne offre una rilettura in chiave sociologica, interrogando le condizioni sociali che ne orientano l’attivazione, l’estensione e i confini. A partire da questo quadro teorico, il contributo propone una cartografia dell’empatia (Hochschild 2013): mappandone i confini socialmente strutturati, analizzandone la morfologia e indagando le condizioni alle quali tali “mappe” possono essere rinegoziate all’interno delle interazioni sociali. Si tratta, in primo luogo, di fotografare quali immaginari muovano oggi l’empatia: quali narrazioni pubbliche la promuovano, quali la restringano, quali la orientino selettivamente verso determinati soggetti o gruppi. In secondo luogo, si provvederà a interrogare i confini e la morfologia dell’empatia, mostrando come essa possa riprodurre asimmetrie di potere, dinamiche di inclusione/esclusione e gerarchie morali, ma anche come possa aprire spazi di ri-sensibilizzazione e di rielaborazione delle distanze sociali rendendo visibili possibilità latenti nelle esperienze interpersonali. L’attenzione si concentrerà dunque sulle disposizioni empatiche come fenomeni socialmente situati: da un lato, si tratta di comprenderne i condizionamenti sociali e culturali, le logiche di selettività, le forme di regolazione implicite ed esplicite; dall’altro, di valorizzarne la dimensione dinamica e trasformativa. L’incontro empatico, pur inscritto in strutture sociali determinate, può infatti dischiudere possibilità di trasformazione di sé, di ridefinizione del rapporto con l’altro e di costituzione di forme inedite di “noi”. In questa prospettiva, la cartografia dell’empatia non si limita a descrivere configurazioni esistenti, ma indaga le condizioni attraverso cui tali “mappe” possano essere riconfigurate. L’obiettivo è mostrare come le interazioni possano stabilizzare, rimodellare o estendere gli orientamenti empatici, attivando nuove potenzialità intrapersonali e interpersonali. Il contributo intende offrire strumenti concettuali e metodologici per comprendere come l’empatia si produca, si distribuisca e si trasformi nelle società contemporanee. In tal modo, si propone di contribuire al dibattito sociologico sulla cultura e sulle emozioni, interrogando criticamente l’empatia mettendone in luce tanto i limiti strutturali quanto le risorse per la riconfigurazione delle mappe relazionali che orientano il modo di percepire e rapportarsi all’altro da sé.
Contro il determinismo tecnologico: per un’epistemologia umanizzata delle culture politiche Università per Stranieri di Perugia, Italia Il paper propone una critica dell’epistemologia mediacentrica che, nel dibattito contemporaneo sulla trasformazione delle culture politiche, tende ad assumere social media e piattaforme come variabili indipendenti e fattori causali privilegiati del mutamento. L’argomento non nega la capacità trasformativa delle tecnologie della comunicazione, ma contesta la tenuta euristica di un paradigma deterministico che legge le opinioni pubbliche e i processi di politicizzazione quasi esclusivamente alla luce della digitalizzazione e della piattaformizzazione, trascurando la multidimensionalità dei processi di costruzione del senso, la storicità delle forme culturali e il carattere situato delle pratiche interpretative. In questa prospettiva, il contributo si colloca criticamente rispetto sia alla riproposizione del primato della tecnica sulla cultura, sia alla tendenza a pensare il mutamento come frattura radicale tra un “nuovo” e un “vecchio”, secondo una temporalità discontinua che marginalizza i nessi di continuità e sovrapposizione già evidenziati, in forme diverse, da Katz e Lazarsfeld, Thompson, Boudon e, più ambivalentemente, Castells. Il contributo sostiene che tale postura teorica trovi una delle sue espressioni più influenti nelle formulazioni forti del paradigma della mediatizzazione, quando questo tende a descrivere in termini totalizzanti processi che sono invece negoziati, conflittuali e non lineari (Hjarvard; Lundby). Anche il lessico del network e del social network finisce spesso per ridurre la nozione sociologica di rete all’estensione tecnico-infrastrutturale della piattaforma (Rainie e Wellman), oscurando il mix di risorse relazionali, cognitive e simboliche attraverso cui gli attori si orientano nei diversi ambienti comunicativi. In questo senso, la riduzione delle relazioni sociali a relazioni tecnologicamente mediate porta a sottovalutare sia la persistenza delle relazioni “corte” e “calde” — comunitarie, subculturali, territoriali — sia il ruolo della biografia, dell’esperienza vissuta e dei repertori interpretativi locali nella rielaborazione dei contenuti mediali (Thompson; Canclini; Sciolla; Montesperelli). Analogamente, la centralità attribuita alle affordances e alle architetture di piattaforma tende a produrre letture semplificate di fenomeni quali polarizzazione, sfiducia istituzionale, populismo e post-verità (Sunstein; Bentivegna e Boccia Artieri; Newman e Conrad). Sul piano teorico, il paper propone quindi una correzione di prospettiva: invece di assumere il pubblico connesso come referente empirico esaustivo del pubblico tout court, suggerisce di analizzare lo spazio pubblico come un assemblaggio socio-tecnico plurale, composto da arene, media, relazioni e pratiche di reintermediazione, nel quale esperienza mediata ed esperienza vissuta si intrecciano continuamente (Appadurai; Couldry e Hepp). Ne deriva una concezione dell’agency che riapre il nesso classico tra struttura e azione e restituisce centralità a forme di agency comunitaria e subculturale (Hall e Jefferson; Gelder), nonché a pratiche di lifestyle politics e di engagement civico prepolitico (Dahlgren), capaci di mobilitare risorse provenienti da ambienti comunicativi differenti. L’elemento distintivo del contributo consiste precisamente in questo spostamento: dalla spiegazione tecnologico-centrica degli esiti politico-culturali a un’analisi ermeneutica e relazionale dei processi di significazione. Tale proposta viene discussa anche alla luce di una ricerca qualitativa in corso basata su interviste in profondità a giovani studenti italiani e spagnoli, avviata nel 2015, sulla formazione del cleavage economia-ambiente (Marini 2018). Le prime evidenze mostrano che orientamenti, appartenenze e forme di partecipazione non emergono come effetto lineare delle piattaforme, ma come esito di combinazioni variabili tra vissuti biografici, risorse locali, ambienti mediali, affinità simbolico-culturali e pratiche di condivisione. L’ipotesi è che, accanto alle dinamiche di frammentazione più spesso enfatizzate dalla letteratura, siano osservabili anche processi di ricomposizione simbolica, di ricerca di comunanze e perfino di ri-ideologizzazione, che invitano a ripensare criticamente il rapporto tra tecnologia, cultura politica e coesione sociale. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 02: Fumetti tra contro-narrazioni e politiche della visibilità Luogo, sala: Aula 3 Chair di sessione: Silvia Leonzi |
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Le storie e i romanzi a fumetti d Zerocalcare tra graphic journalism, approfondimento argomentativo e ironia sull'attivismo. Università del Salento, Italia Michele Rech, in arte Zerocalcare, è il protagonista di una nuova stagione del fumetto (e del cinema di animazione) italiano. Fin dallo scorso decennio l'artista si è caratterizzato come l'autore più letto e commentato del panorama fumettistico nazionale. Le sue storie sono la sintesi di percorsi diversi che giungono a incontrarsi narrativamente e consistono di questi elementi principali: a) la matrice politico-ideologica proveniente dall'esperienza di Rech come frequentatore e attivista dell'ambiente dei centri sociali, in particolare quello romano di Forte Prenestino; b) lo stile grafico pupazzesco e l'uso (seppure non esasperato) del romanesco nei testi, che non solo non paiono limitare gli scenari e la complessità degli eventi narrati, ma diventano anzi la cifra riconoscibile del fumettista; c) il racconto spesso collegato a vicende politiche a sfondo autobiografico, dove Rech illustra come sia venuto in contatto con gli ambienti e con le persone che sono descritte nelle sue storie. La proposta di intervento cerca di approfondire i legami culturali che Zerocalcare evidenzia nei suoi lavori maggiormente caratterizzati come "giornalismo grafico", quelli dove sono trattati casi difficili e drammatici, in particolare quello di Ilaria Salis e di Maya T. (Zerocalcare 2025). Le situazioni descritte da Rech sono spiegate con grande precisione linguistica e insieme con semplicità: le frasi sono brevi e scattanti e raramente si devono rileggere una seconda volta per comprenderle. L’immediatezza di Rech è agevolata anche dalla strategia argomentativa messa in atto, che si serve di riferimenti ed esempi spesso reali e documentati e di una logica stringente che non esita a misurarsi con le argomentazioni opposte, per poi smontarle, aiutata anche dalle opportunità espressive tipiche del medium fumetto. C’è poi da rilevare l’uso costante dell’ironia, che mette al sicuro Zerocalcare dalle accuse di settarismo e che non manca di generare una familiarità dell’autore con il lettore, che sarà spinto dalla lettura a conoscere le fasi evolutive del personaggio a fumetti, e a riconoscerlo negli ambienti e tra le persone che appartengono alla definizione della sua saga personale: infatti Zerocalcare è raccontato nella sua interezza autobiografica di cui i romanzi grafici rappresentano degli approfondimenti sotto forma di case histories. Anche se Rech non si è mai presentato con il piglio del leader attivista, una parte del suo seguito è dovuta all’ampiezza dello spazio che prendono i riferimenti significativi agli eventi trattati, ovvero come l’autore riesce a fare i conti con obiezioni, dubbi e contro-argomentazioni, i quali (nei suoi fumetti) vengono presentati, discussi e superati. In questo modo l’autore è diventato il punto di riferimento di molti consumatori di fumetti che leggono non per evadere dalla realtà sociale ma – al contrario – per restarne fortemente ancorati e per coglierne le sfumature di senso: la particolare miscela di cui sono fatti i romanzi grafici di Zerocalcare ha fatto sì che i suoi followers/fans appartengano a generazioni diverse, e che siano accomunati – oltre che dalla predilezione per il suo stile grafico – dal modo in cui l’autore riesce a sviluppare una narrativa estranea al mainstream (quello giornalistico, quello dei talk, quello della propaganda politica), senza scivolare nel qualunquismo o nell’accecamento ideologico. L’intervento proporrà le questioni qui accennate sinteticamente e proverà a costruire una griglia interpretativa in grado di indicare le relazioni principali tra società, ambienti contro-culturali e personalità artistiche, incrocio sociologico utile a testare il confronto tra narrazione e conflitti. Osservare l’invisibile. Comics Journalism come dispositivo di testimonianza e contro-narrazione nei conflitti contemporanei Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Italia In che modo il linguaggio ibrido del comics journalism riconfigura il concetto di testimonianza visiva nei conflitti contemporanei, mediando tra la necessità documentaristica del reportage e la rielaborazione simbolica propria del fumetto? Lo studio si propone di indagare quali circuiti transnazionali di visione vengano attivati da questa forma di narrazione e come essa riesca a dare visibilità a soggettività e traumi spesso marginalizzati dai regimi di visibilità dei media mainstream. La ricerca mette a confronto le strategie comunicative di Joe Sacco, pioniere del genere, con quelle di Zerocalcare, analizzando come l'uso del segno grafico e dell'empatia critica possa costituire una verità situata capace di sfidare la pretesa di oggettività del giornalismo tradizionale. L’analisi adotta una prospettiva morfologica sul graphic novel di reportage inteso come fenomeno ibrido orientato alla produzione di conoscenza estetica e fattuale. Il quadro teorico si fonda sulla nozione di transnational circuits of seeing per esplorare come queste opere connettano geografie distanti attraverso la circolazione di sguardi non egemonici. Si integra, inoltre, il concetto di situated knowledge per spiegare come il fumetto non ricerchi una neutralità astratta, ma una posizione onesta e parziale che riconosca il posizionamento del testimone. Metodologicamente lo studio procede attraverso un'analisi comparativa testuale e visuale di opere chiave come Palestina e Gaza 1956 di Joe Sacco, e Kobane Calling e No Sleep Till Shengal di Zerocalcare. Attraverso l’approccio della documentary form del fumetto sarà valutata come la scomposizione della pagina in frames permetta di interlacciare temporalità multiple esercitando una pressione critica sulle nozioni convenzionali di causalità e verità storica. La ricerca vuole indagare come la plasticità del fumetto consenta di veicolare narrazioni di non-fiction che integrino la dimensione emotiva e soggettiva con il rigore del metodo giornalistico. Joe Sacco opera uno slow journalism che, saturando la pagina di dettagli grafici e testimonianze dirette, costringe il lettore a un rallentamento conoscitivo in opposizione all'accelerazione informativa delle piattaforme digitali. Parallelamente Zerocalcare utilizza l'ironia e l'auto-riflessività per ridurre la distanza tra il lettore e contesti geopolitici complessi (come la resistenza curda o la situazione degli Ezidi), trasformando l'empatia in un dispositivo di empatia critica. Il comics journalism emerge quindi come un potente dispositivo di contro-narrazione che rimodella l'immaginario collettivo sui conflitti, istituendo nuovi regimi di visibilità per ciò che è imprevisto o meno visibile sui media tradizionali. In conclusione, queste opere non si limitano a documentare il crash dell'umanità, ma agiscono come laboratori di riparazione simbolica, offrendo strumenti per abitare la crisi senza semplificarla. Lo studio vuole infine analizzare come il fumetto possa essere inquadrato come strumento di testimonianza e rielaborazione delle fratture sociali e il linguaggio artistico sia in grado di decostruire le narrazioni fuorvianti e la post-verità attraverso la costruzione di contro-archivi visivi e verbali capaci di restituire dignità a soggettività vulnerabili. Retoriche postfemministe del potere femminile: il caso dell’Immaginario super-eroico Università di Bologna, Italia Il contributo intende riflettere sullo statuto attuale della rappresentazione del potere e dell’agency femminile nella cultura popolare, individuando come osservatorio un immaginario consolidato, transmediale e diffuso che ha un ruolo importante nella produzione dell’esperienza dei pubblici, quale è l’immaginario supereroico. Saranno discussi i risultati di un’analisi culturale delle figure e delle linee narrative che caratterizzano questo immaginario al fine di rispondere alla seguente domanda di ricerca: quali sono gli ambiti di creatività nei territori mainstream della cultura popolare transmediale, quali tensioni si rintracciano tra tendenze di progressione e regressione? L’obiettivo è di comprendere se e come storie e figure dell’immaginario supereroico attuale possano nutrire un’esperienza significativa e una riflessività critica dei pubblici in relazione alla rappresentazione del potere e dell’agency femminile. L’analisi si basa su metodi e letterature che intrecciano studi culturali e studi femministi, e si basa sull’individuazione e l’analisi di una serie di variabili che consentono di definire la cifra del potere femminile nel contesto delle singole linee narrative, abbracciando anche ritorni e revisioni radicali delle storie e dei personaggi. Tra le variabili su cui si fonda l’analisi, sia comparativa tra figure che evolutiva rispetto a ogni singolo personaggio, ne abbiamo individuato e codificato alcune che crediamo rappresentino un carattere innovativo delle nostre analisi, e che emergono anche dall’ampliamento della prospettiva critica includendo più profondamente un’analisi simbolica. Ci riferiamo in particolare alle seguenti variabili: le origini e le genealogie delle eroine, la memoria o l’oblio della loro storia collettiva come risorsa o limitazione, nonché le diverse traduzioni narrative del tema della sorellanza, sia infra- che intergenerazionale. L’analisi intende evidenziare come le retoriche postfemministe e neoliberiste, cifra dello spirito del tempo attuale, anche in tensione con le retoriche del femminismo intersezionale, stiano producendo una ambigua riconfigurazione della rappresentazione del potere femminile. Il corpus di testi di riferimento include film e fumetti dell’universo supereroico mainstream contemporaneo, con protagoniste o personaggi centrali femminili quali degli ultimi 10-15 anni, e include la nuova tendenza di film centrati su supereroine, sia storiche che recenti, quali Wonder Woman, Miss Marvel, Black Widow, Fenice Nera. In questi prodotti della cultura popolare mainstream le tendenze progressive nella rappresentazione si intrecciano con nuovi limiti e nuovi ostacoli all’agentività femminile, dimostrando come l’immaginario è un campo di battaglia intrecciato con le lotte e le disuguaglianze di genere ancora persistenti nella società attuali. Fumetto e fratture sociali. Polisemia, immaginario e contro-narrazione nel Gekiga giapponese Federico II, Italia Attraverso l’analisi della polisemia linguistica del fumetto, il presente contributo si pone l’obiettivo di indagare la capacità del medium di rendere visibili tensioni e conflitti dell’esperienza umana nelle rappresentazioni dell’immaginario, sistemicamente edificate nel quadro della circolazione pubblica della crisi. Il fumetto abita l’ancestrale reciprocità tra immagine e testo, che affonda le proprie radici nelle prime forme di comunicazione umana. Dalle pitture rupestri ai sistemi pittografici e ideografici, prima ancora della scrittura alfabetica, la comunicazione si fondava su un intreccio di figurazione e simbolizzazione, in cui l’immagine performava il contenuto. Con il suo carattere di iconicità immediata, l’immagine è in grado di trasmettere significati che i soli significanti non sono in grado di esaurire, come evidenziato da Bataille rispetto alla funzione testimoniale dell’arte. Il fumetto, dunque, riattiva la struttura ancestrale della comunicazione, dove il senso nasce dall’interazione dinamica tra visibile e dicibile. Il linguaggio fumettistico è una risposta alla necessità di comunicare e (ri)elaborare vissuti collettivi e individuali, di esperire le immagini e di investirle di significati capaci di dar forma a tensioni e trasformazioni collettive. Affermatosi nel pieno della Seconda Rivoluzione Industriale, il fumetto è sin dall’origine linguaggio privilegiato della crisi che segna il passaggio tra XIX e XX secolo: snodo figurativo in cui le antiche tecniche di creazione dell’immaginario vengono piegate alla produzione in fabbrica e alla circolazione di massa. In questa prospettiva, non ha senso ricercare un “atto primo” del fumetto come risposta a un trauma specifico: la crisi è inscritta nel linguaggio stesso, poiché ogni forma espressiva prende forma dall’esigenza di rendere comunicabile un’esperienza individuale o storica che chiede di essere simbolicamente elaborata. All’interno di questa tradizione, il Gekiga giapponese emerge nel decennio 1960-70 come esempio paradigmatico di fumetto consapevole del proprio ruolo di dispositivo contro-narrativo, rielaboratore simbolico delle fratture sociali. Rivolto a un pubblico adulto, il Gekiga rompe i codici del manga tradizionale e costruisce una contro-narrazione critica rispetto alla realtà sociale e politica del Giappone del dopoguerra. La crisi provocata dalla sconfitta bellica, dalla conseguente occupazione americana e dalle violente mutazioni operate dalla cultura occidentale nella secolare tradizione giapponese, lascia ferite profonde in tutti gli strati della popolazione. Una resa incondizionata, prima morale che militare, che comporta la perdita di quella componente auratico-trascendentale da sempre parte integrante dell’immaginario nipponico. Il trauma diventa così intergenerazionale, tanto che un autore come Yukio Mishima lavorerà per tutta la sua opera all’elaborazione di questa frattura, interrogando la dissoluzione del mito, dell’onore e della continuità simbolica della tradizione. Attraverso un collage irregolare e talvolta sgangherato di generi, il Gekiga si configura come uno spartiacque storico che mostra come la crisi sia una struttura interna del linguaggio fumettistico stesso, veicolo simbolico capace di intercettare e articolare le lacerazioni dell’esperienza collettiva, trasformandole in rappresentazione condivisa. In sintesi, l’articolo intende dimostrare che il fumetto costituisca un dispositivo simbolico strutturalmente legato alla crisi come categoria del pensiero così come alla sua costruzione ed elaborazione nelle dinamiche sociali. Il Gekiga rende esplicita questa dimensione, mostrando come le fratture storiche possano essere trasformate in spazi di elaborazione condivisa attraverso le pratiche collettive della narrazione. È proprio la sua radice antropologica a render il fumetto un linguaggio capace di attraversare la faglia epocale tra cultura di massa e culture digitali, prestandosi quale nevralgico medium di snodo tra mondi diversi dell’esperienza umana. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 03: Industrie creative e IA: musica e letteratura Luogo, sala: Aula 4 Chair di sessione: Pier Paolo Bellini |
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“Vorrei ma non posso”: pratiche di disconnessione digitale fra i musicisti italiani ai tempi della piattaformizzazione dell’industria musicale Università degli Studi di Siena, Italia La crescente piattaformizzazione delle industrie culturali e creative ha posto sfide significative ai lavoratori del settore, costringendoli a mantenere una visibilità costante e ad una sempre maggiore conformità alle logiche algoritmiche (Duffy, 2020). Tale pressione, difatti, viene percepita come una forma di subordinazione al potere delle piattaforme, una condizione considerata tuttavia “necessaria” sia per la propria autopromozione sia per l’affermazione di una propria presenza professionale all’interno di un ecosistema altamente competitivo. Nonostante la letteratura esistente abbia analizzato esaustivamente le conseguenze della piattaformizzazione del lavoro culturale (Duffy et al., 2019; Poell et al., 2021), le specifiche pratiche di disconnessione attuate dai lavoratori culturali per mitigare la pressione algoritmica e il potere delle piattaforme rimangono largamente inesplorate. Questa ricerca, posizionandosi all’interno dell’ambito dei disconnection studies, si propone di mappare le pratiche messe in atto dai musicisti italiani per ritrovare l'equilibrio tra vita lavorativa e vita privata e riaffermare la propria agency. Il corpus empirico consiste in 26 interviste semi–strutturate condotte da remoto fra luglio 2025 e febbraio 2026 (durata media di 45 minuti) che hanno coinvolto tre categorie di musicisti: artisti solisti, musicisti turnisti e band. Adottando un approccio guidato dai paradigmi teorici della grounded theory (Glaser e Strauss, 1967; Charmaz, 2006; Tarozzi, 2008), lo studio identifica la disconnessione come un processo non–lineare, caratterizzato da pratiche granulari ed eterogenee. Attraverso il concetto di Disconnection Journey, la ricerca delinea il complesso rapporto tra musicisti e contesto digitale, sottolineando, al contempo, la tensione strutturale tra il desiderio ideale di tutela del proprio benessere e la realtà di una presenza online forzata. Le disuguaglianze di natura strutturale vengono alimentate in prima istanza dal capitale reputazionale: i musicisti con una reputazione già stabile e consolidata godono di una maggiore libertà di disconnettersi, mentre per i musicisti emergenti la potenziale assenza dai social rappresenta un rischio critico per la visibilità e la credibilità lavorativa. Le piattaforme sono infatti percepite come mercati digitali del lavoro, dove una non–presenza o un impegno intermittente possono tradursi in una perdita di opportunità di lavoro. Questa tensione spinge alcuni musicisti a negoziare il proprio desiderio di disconnessione, oscillando tra atteggiamenti di fiducia verso le piattaforme e compromessi morali dettati dal bisogno di visibilità. Contestualmente, la disconnessione effettivamente ‘messa in pratica’ può essere tradotta in due principali strategie di rifiuto: l'evasione, attuata tramite micro-pratiche quotidiane di benessere digitale per limitare l'uso dei dispositivi, e l'impegno, una forma di resistenza radicale e politica che giunge fino alla rimozione dei contenuti dalle piattaforme come segno di protesta etica. Tra le diverse strategie di rifiuto emerge inoltre il ricorso a forme mediali alternative, in grado di svincolare i musicisti dalle logiche delle piattaforme social tradizionali: difatti, per sottrarsi alle logiche algoritmiche, sia alcune band che alcuni artisti indipendenti, hanno deciso di ritornare a strumenti di comunicazione considerati più autonomi e "intimi" come blog e newsletter, che permettono di mantenere il contatto con la propria comunità senza la pressione della performance costante. Inoltre, nei casi più radicali, vi è il ricorso a modelli decentralizzati come il Fediverso (La Cava et al., 2021) e la sua piattaforma Mastodon. Attraverso i suoi server, il Fediverso offre ai musicisti un'alternativa alle piattaforme dei social media dove possono distribuire e promuovere la loro musica, mantenendo la proprietà dei propri contenuti. In conclusione, questo studio sostiene come la disconnessione non sia solo una scelta orientata al benessere individuale, ma costituisca un atto politico influenzato dalle dinamiche del potere delle piattaforme e dalla posizione strutturale dei musicisti all'interno di un'industria musicale sempre più modellata dalle governance algoritmiche imposte dalle piattaforme (Bonini, Magaudda 2024). Autorialità sintetica e capitalismo delle piattaforme: controversie e resistenze dei prosumer nell’era della GenAI 1: Università di Catania, Italia; 2: Università di Catania, Italia Nel 2024, il caso Fat Keily di Manjari Sharma ha acceso il dibattito all’interno delle comunità di amanti dei libri sulla presenza di ghostwriter sintetici nell’editoria romance. Collaborando con la piattaforma Inkitt, Sharma ha prestato il proprio nome a sequel ed episodi televisivi scritti dall’IA, spingendo il confronto sull’etica dell’autorialità artificiale. È un caso esemplare, ma non isolato, di come le piattaforme capitalizzino il capitale sociale detenuto da autrici e autori affermati. Mostra inoltre come estraggano valore (a) sfruttando l’affettività, (b) mimando la creatività e (c) recintando i commons creativi, in un processo di accumulazione per espropriazione (Harvey 2003). Nella logica del capitalismo delle piattaforme (Srnicek 2017), che estrae valore dal lavoro delle macchine traendo profitto dal capitale creativo e sociale di autori e lettori, viene quindi ridefinito il conflitto di classe, tra gli intellectual e synthetic workers, dove una quota crescente di lavori intellettuali e impiegatizi alla automazione è esposto a nuove forme di precarizzazione, sorveglianza e discriminazione. Il contributo esplora e propone un modello comparativo per misurare le reazioni dei creativi alla produzione generata dalle GenAi. In modo particolare ci soffermiamo sulle community di w-reader di romance e di OSR - Old School Renaissance presenti in Reddit, per loro natura pro-am e particolarmente esposti all’impatto delle GenAi in termini di occupazione e reputazione. Seguiamo quindi le controversie, ovvero l’emergere dei conflitti all’interno delle community (Autor* 2024), per esaminare come l’autorialità venga ridefinita tramite processi di standardizzazione stilistica (Caliandro et al. 2024), ghostwriting algoritmico e rimodellamento delle economie reputazionali. Le controversie osservate sono interpretabili come dispute situate tra differenti ordini di giustificazione — industriale (efficienza, performance), mercantile (valore di mercato), ispirazionale (autenticità creativa), civico (giustizia e tutela delle minoranze) — che competono nel definire cosa sia “giusto” nella produzione culturale contemporanea (vedi Boltanski e Chiapello 2014). Per indagare il fenomeno, abbiamo condotto un’etnografia digitale multi-situata scaricando tutti i thread e i commenti di quattro principali subreddit dedicati alla scrittura romance, per un totale di 7,9 milioni di documenti (post e commenti inclusi). Abbiamo filtrato e selezionato le discussioni che affrontavano esplicitamente l’IA generativa e le abbiamo analizzate con un approccio misto che combina tecniche di Natural Language Processing (NLP) e Analisi Critica del Discorso. L’obiettivo è esaminare come i/le partecipanti negozino lo status morale della GenAI nel processo creativo, come emergano discorsi e pratiche di resistenza e come gli utenti concettualizzino il capitalismo delle piattaforme nella sua configurazione attuale. Sul piano empirico, richiamandoci alla nozione di interpellazione algoritmica (DuBrin e Gorham 2021), interpretiamo reazioni collettive dei lettori – come i “red flag” anti-plagio, il review bombing e le segnalazioni coordinate – come forme a bassa intensità di resistenza algoritmica. Tali pratiche rappresentano tentativi di riappropriazione dell’agency e del controllo etico sulla produzione culturali in ecosistemi ibridi in cui coesistono attori umani e non umani (Autor* 2025). Dal punto di vista teorico, il contributo offre alcune riflessioni nell’ambito dell’economia politica critica. Si può inferire che, con l’espansione delle piattaforme di GenAI, queste tendano a recintare funzioni socio-biologiche di base – come comunicazione, creatività ed espressione emotiva – trasformandole in fonti di valore estraibile. Il controllo su tali funzioni diventa una strategia chiave per il raggiungimento di una dominanza monopolistica (Bellamy Foster & McChesney, 2014). La dinamica competitiva tra piattaforme si configura dunque come una costante corsa al rilancio, fondata sia sulla rapida espansione sia su una scalabilità adattiva: da un lato, la capacità di scalare rapidamente per assicurarsi effetti di rete; dall’altro, la capacità di scalare verso il basso fino agli strati più elementari dell’attività umana – scrittura, lettura, socialità – incorporandosi sempre più profondamente nella vita quotidiana e accelerando la dipendenza degli utenti. Creatività, razionalità predittiva e bias strutturali nella musica generativa. Evidenze dal campo Università di Milano-Bicocca, Italia L’intervento presenta i risultati di una ricerca empirica sulle pratiche musicali mediate da sistemi di intelligenza artificiale generativa, con un focus sull’app SUNO. La ricerca ambisce a comprendere come l’integrazione di modelli predittivi nei processi compositivi stia ridefinendo le condizioni della creatività nel campo musicale, e quali implicazioni tale trasformazione comporti per la funzione della musica come spazio di articolazione simbolica del conflitto sociale e di produzione di narrazioni alternative rispetto agli assetti dominanti. L’obiettivo della ricerca è esaminare criticamente, a partire dalle pratiche concrete dei musicisti, il mutamento delle strutture di senso entro cui il “nuovo” viene prodotto e riconosciuto come tale. Le evidenze etnografiche raccolte restituiscono un’esperienza profondamente ambivalente. L’IA viene progressivamente incorporata nei processi compositivi come presenza relazionale, apparentemente capace di ampliare il ventaglio delle possibilità formali e di intervenire come interlocutore generativo. Questa prossimità operativa, tuttavia, produce una peculiare intimità algoritmica, nella quale l’autorialità si fa incerta. Gli output risultano familiari e insieme eccedenti rispetto all’intenzione originaria e il controllo si ridefinisce come selezione, modulazione e curatela di inferenze prodotte da un dispositivo che anticipa senza comprendere. In secondo luogo, emerge una strutturale difficoltà di innovazione simbolica. L’analisi ravvicinata degli output generati mostra una marcata convergenza verso forme estetiche occidentali standardizzate. I tentativi di ibridazione culturale o di sperimentazione radicale producono esiti frequentemente percepiti come stereotipati, rivelando bias impliciti nei dati di addestramento e nelle logiche di ottimizzazione. L’IA si dimostra altamente performativa nella ricombinazione di pattern esistenti, ma raramente capace di produrre discontinuità riconoscibili nel campo musicale. Questi elementi rendono visibile la non neutralità dello spazio creativo algoritmico. I sistemi generativi, difatti, operano all’interno di campi culturali storicamente stratificati, ne incorporano le gerarchie e ne rafforzano le convenzioni dominanti. Tale configurazione conferma che la creatività non coincide con un atto individuale autosufficiente, ma prende forma in reti di attori, infrastrutture, convenzioni e istituzioni che ne delimitano le condizioni di possibilità. L’algoritmo interviene in queste reti come condensazione di pattern culturali sedimentati senza sottrarsi alle loro asimmetrie. In terzo luogo, si registra un’inquietudine istituzionale che investe i criteri di legittimazione del valore. Se la musica ha storicamente operato come spazio privilegiato di elaborazione simbolica del conflitto e come terreno di articolazione di contro-narrazioni, l’introduzione di sistemi predittivi fondati sulla probabilità solleva interrogativi sulla capacità del campo di generare discontinuità di senso. Quando la produzione formale è guidata da logiche statistiche che privilegiano la coerenza rispetto alla frattura, la funzione testimoniale della musica rischia di essere riassorbita entro configurazioni estetiche già sedimentate. Le implicazioni teoriche sono rilevanti. I dati suggeriscono che i modelli generativi eccellono in una creatività combinatoria, ma incontrano limiti strutturali nel produrre creatività paradigmatica, ossia la capacità di ridefinire le coordinate simboliche del campo culturale. L’intervento propone pertanto una lettura abduttiva: le dinamiche empiricamente osservate (convergenza estetica, bias incorporati, redistribuzione dell’autorialità) suggeriscono una trasformazione strutturale della nozione di creatività. Il campo della produzione musicale si configura così come luogo analiticamente privilegiato in cui si rendono visibili le tensioni tra razionalità predittiva e capacità umana di produrre discontinuità simboliche. Rotture e riassemblaggi nella musica nell’era dell’intelligenza artificiale Università di Padova, Italia Il contributo propone una lettura empiricamente fondata delle trasformazioni nel campo musicale a seguito della diffusione dell’intelligenza artificiale tra il 2023 e il 2026, adottando una prospettiva teorica radicata negli Science and Technology Studies e, in particolare, nell’Actor-Network Theory (Latour, 2005). A partire dalla nozione di assemblaggio e dai concetti ANT (Callon, 1986; Law, 1987), la musica viene concepita non come un oggetto stabile o un ‘semplice’ prodotto culturale, bensì come una configurazione contingente di relazioni tra elementi eterogenei — artisti, tecnologie, piattaforme, dispositivi regolativi, industrie culturali, pubblici, valori estetici — mantenuta attraverso continui processi di negoziazione e riallineamento. In questa cornice teorica, l’irruzione dell’IA generativa viene interpretata come una rottura sociotecnica che rende visibili tensioni latenti nell’assemblaggio musicale contemporaneo. L’IA è qui intesa come infrastruttura materiale e politica inscritta in rapporti di potere, estrazione di dati e governance algoritmica (Crawford, 2021), i cui effetti emergono dentro configurazioni istituzionali e industriali già profondamente platformizzate (Arditi, 2020; Autor*, 2023). Le controversie pubbliche sui primi usi dell’IA in musica costituiscono eventi rivelatori che mettono in crisi categorie consolidate quali creatività, autenticità e autorialità, rendendo osservabili i processi di riassemblaggio distribuiti lungo diversi nodi dell’ecosistema musicale. La presentazione si concentra su quattro dimensioni principali. (1) Pratiche creative: l’IA entra nelle fasi di composizione, generazione sonora, imitazione vocale e mastering, ridefinendo le catene di interazione tra attori umani e non umani. La diffusione di piattaforme come Suno mostra uno spostamento della creatività verso pratiche di prompting, selezione e curatela, mentre competenze e ruoli vengono riarticolati entro nuove infrastrutture digitali (dataset, interfacce, regimi di diritti), i cui fornitori acquisiscono centralità nell’assemblaggio produttivo. (2) Autenticità: l’IA intensifica la disarticolazione dei legami tra musica e identità, allentando le connessioni tra voce, corpo e biografia. La proliferazione di voci artificiali e di progetti dichiaratamente AI-based destabilizza i criteri attraverso cui viene prodotto e riconosciuto il valore culturale. (3) Piattaforme: i principali intermediari digitali reagiscono integrando l’IA nei servizi di raccomandazione e personalizzazione e introducendo dispositivi di moderazione, etichettatura e rimozione. Le piattaforme emergono così come siti privilegiati di definizione dei confini di legittimità musicale. (4) Copyright: l’IA generativa sottopone a pressione i regimi giuridici esistenti, sollevando questioni relative all’uso di opere protette come dati di training, alla titolarità delle opere generate e allo status delle voci artificiali, producendo conflitti ma anche nuovi riallineamenti tra attori industriali e sviluppatori di IA. Dal punto di vista metodologico, il contributo si basa sulla costruzione di un caso di studio sull’emergere della musica basata sull’IA tra il 2023 e il 2026. La ricerca integra: (a) analisi documentale di policy, atti legali e comunicati industriali; (b) un lavoro di etnografia digitale multisituata (Marcus, 1995) condotta in ambienti online e piattaforme di distribuzione musicale (Hine, 2015); (c) un’analisi del discorso pubblico su media specializzati e social network. Questo disegno consente di seguire empiricamente i processi di traduzione attraverso cui l’assemblaggio musicale viene rinegoziato. In conclusione, la prospettiva dell’assemblaggio adottata nella presentazione permette di sviluppare una terza via interpretativa dell’IA rispetto alle letture polarizzate (tra l’hype tecnologico che la celebra come forza inevitabile e visioni negative e deterministe che la descrivono come minaccia alla creatività e alle industrie culturali). Considerando l’IA come elemento inserito in reti di relazioni eterogenee, l’analisi mostra come i suoi effetti non siano predeterminati, ma emergano da processi situati di negoziazione, conflitto e riallineamento. Il futuro della musica — e più in generale delle industrie culturali — dipenderà dunque dalle configurazioni sociotecniche che collettivamente verranno costruite, più che dalle sole capacità tecniche di algoritmi, piattaforme e LLM. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 04: Piattaforme e regimi di visibilità della politica Luogo, sala: Aula 5 Chair di sessione: Sara Bentivegna |
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Conflitto politico in rete e pubblici digitali come attori simbolici Università degli Studi di Salerno, Italia Negli ultimi decenni, l’avvento dei media digitali ha ridefinito profondamente le dinamiche di comunicazione, influenzando non solo il modo in cui le informazioni vengono diffuse, ma anche le modalità attraverso cui individui e comunità costruiscono significati condivisi. Le piattaforme digitali, da strumenti di interazione sociale a spazi di produzione culturale, hanno assunto un ruolo centrale nel mediare il rapporto tra pubblici e potere simbolico, diventando luoghi in cui opinioni, narrazioni e conflitti si manifestano e si amplificano in tempo reale (Boccia Artieri, 2012). In questo contesto, comprendere le trasformazioni in atto significa interrogarsi sul modo in cui gli ambienti online contribuiscono a plasmare la percezione dei conflitti contemporanei e a rimodellare le gerarchie di influenza culturale e politica. Il presente contributo intende esplorare le transizioni in atto nel rapporto tra piattaforme, pubblici e potere simbolico, interrogandosi sul ruolo dei media digitali nella costruzione, rappresentazione e intensificazione dei conflitti contemporanei. L’analisi si concentra su contesti segnati da crisi, instabilità e polarizzazione sociale, in cui le architetture algoritmiche delle piattaforme contribuiscono a ridefinire la produzione del consenso, la circolazione delle emozioni collettive e la gestione simbolica del conflitto (Beer, 2019). In questa prospettiva, il pubblico viene ripensato non come semplice destinatario dei messaggi mediali, ma come attore coinvolto attivamente nella co-costruzione di immaginari antagonisti, narrazioni di crisi e regimi di visibilità (Couldry & Mejias 2019). Attraverso l’analisi empirica dei dati di interazione online, lo studio esamina la comunicazione di Donald Trump come caso emblematico di leadership reticolare in un ecosistema informativo caratterizzato da post-verità, disinformazione e competizione narrativa. L’attenzione è rivolta ai processi di polarizzazione affettiva, alle pratiche di identificazione e contrapposizione dei pubblici digitali e alle forme di coinvolgimento emotivo e simbolico che alimentano dinamiche di conflitto, paura e inciviltà, contribuendo all’edificazione di cornici interpretative semplificate e antagonistiche della realtà (Bentivegna & Rega, 2022). I risultati mostrano come l’autorità del leader non sia più riconducibile esclusivamente a risorse organizzative o istituzionali, ma dipenda dalla capacità di governare flussi comunicativi frammentati e di attivare il pubblico come risorsa emotiva e cognitiva. Tali dinamiche si inscrivono in dispositivi algoritmici che regolano visibilità, metriche e processi di amplificazione, incidendo sui modi in cui il conflitto viene reso percepibile, narrabile e socialmente condiviso all’interno delle piattaforme digitali (Gillespie, 2014). In questo quadro, l’audience viene interpretata come un dispositivo di potere mediale in cui si intrecciano populismo digitale, mediazione algoritmica e forme di governo comunicativo tipiche delle situazioni di crisi e conflitto (Gerbaudo, 2018). In conclusione, lo studio propone una riflessione critica sulle diverse implicazioni delle nuove ecologie del consenso, mettendo in luce come i regimi di visibilità algoritmica e le pratiche di engagement affettivo contribuiscano a modellare la percezione pubblica delle crisi, a orientare i processi di identificazione collettiva e a ridefinire le condizioni della partecipazione democratica. A dance party with Beyoncé: personalized citizenship on TikTok 1: Università di Pisa, Italia; 2: Università di Torino, Italia The rise of ‘personalized citizenship’ marks a fundamental shift in political engagement, prioritizing individual agency and identity through episodic, multi-directional forms of participation in which citizens voice concerns when their personal spheres of interest are implicated (Bouko, 2024). Rooted in the privatization of civic engagement (Papacharissi, 2015), this mode of participation embeds political expression within everyday life, transforming it into visual storytelling and affective self-projection within networked publics. On social media, the ‘feeling of being counted’ is achieved less through institutional channels than through the public display of personal identity. TikTok renders these dynamics particularly visible. Its algorithmic recommendation systems and ‘scrolling politics’ reward brief, emotionally resonant content, encouraging the rise of ‘politainment,’ where political discourse is reframed in personalized and entertainment-oriented formats (Cervi et al., 2021; Salazar, 2023). At the same time, TikTok’s memetic logic (Mazzoleni & Bracciale, 2019) privileges imitation and replication, fostering the emergence of ‘imitation publics’ that coalesce around shared audio-visual templates to perform connective identities (Bonifazi et al., 2024; Zulli & Zulli, 2022). Within these environments, political meaning is articulated through embodied performances in which creators’ moving bodies, domestic spaces, and affective cues generate credibility via relatability (Gerbaudo & Moreno, 2023; Guinaudeau et al., 2022). In such contexts, political engagement often operates through the strategic appropriation of platform vernaculars. By embedding political messages within trending or seemingly non-political formats, users align personal storytelling with algorithmic visibility logics (Boccia Artieri et al., 2022). These playful and affective repertoires (Cervi & Divon, 2023) further blur the boundary between politics and spectacle, re-semiotizing political symbols and recasting participation as a form of fan-like, emotionally charged engagement (Macnaughtan & Trott, 2024). Against this background, this paper examines the TikTok trend ‘Dance Party with Beyoncé,’ a viral audio meme originating from a remix of a Donald Trump rally excerpt (‘Kamala is at a dance party with Beyoncé’) that circulated widely during the 2024 U.S. electoral cycle. The study addresses two research questions: RQ1: How is personalized citizenship performed by imitation publics through the appropriation and reinterpretation of a political audio meme, and to what extent do competing narratives and conflict frames emerge in this process? RQ2: Which performances and narrative strategies most strongly affect visibility and engagement? Methodology The phrase ‘Dance Party with Beyoncé’ was queried on the TikTok search interface, yielding 327 videos associated with 40 unique music IDs related to remixes of statements made by Trump. These music IDs were used as seeds to collect data through the TikTok Research API, resulting in a dataset of 25,498 videos published between 25 October and 11 November 2024. From this corpus, the top 5% most-viewed videos (n = 1,274) were selected; this subset accounts for 94.3% of the total cumulative views. We applied quantitative content analysis to identify performances, intertextual references, context, and memetic elements that have been summarised through the application of factorial and cluster analysis. To assess which communicative elements had the greatest impact on user engagement, a series of negative binomial regression models were estimated for different interaction metrics (views, likes, and comments). Preliminary results Preliminary findings indicate that the audio functions as a contested narrative template appropriated by competing political audiences. While many creators mobilize irony and dance to frame the remix as critique of Trump and support for Harris, others reappropriate the same sound to reinforce pro-Trump identity and partisan signaling. Visibility appears driven less by deliberative argumentation than by emotionally sharp, legible, and repeatable narrative cues. Political conflict on TikTok thus unfolds as memetic competition over interpretive dominance within a shared audio template. Announced but Unaccountable: Meta's Political Content Reduction and Its Asymmetric Effects on Italian Parliamentary Communication (2021–2025) Università di Urbino Carlo Bo Social media platforms shape political communication not only through content removal but through algorithmic curation that opaquely governs visibility. This form of infrastructural power operates below the threshold of public perception, redefining the conditions of access to political discourse without the transparency and accountability constraints that characterize explicit content intervention. In an era marked by systemic crises and the proliferation of conflicting narratives, understanding how platforms modulate the visibility of political content becomes a central epistemological and democratic concern — one that interrogates contemporary visibility regimes and the informational asymmetries they produce. Narrazioni del conflitto e appartenenze digitali: il “ponte” italiano tra hub russi e pubblici Telegram Politecnico di Torino, Italia Questo contributo analizza Telegram come infrastruttura socio-tecnica di amplificazione e sedimentazione di ecosistemi comunicativi polarizzanti, in un contesto in cui le narrazioni del conflitto non si limitano a descrivere crisi e fratture, ma contribuiscono a definirne contorni simbolici, appartenenze e confini morali. In linea con la call “Informazione, piattaforme e post-verità nei conflitti”, lo studio indaga come specifici repertori narrativi e infrastrutture di credibilità si stabilizzino in ambienti digitali caratterizzati da persistenza, segmentazione dei pubblici e ricircolo di contenuti. Per leggere questo ruolo, assumiamo la prospettiva dei networked publics (boyd, 2010) e la letteratura sui contro-pubblici digitali e sugli ecosistemi informativi interconnessi che emergono grazie alle affordance di piattaforma (Buehling & Heft, 2023), entro reti in cui circolano narrazioni antagonistiche e teorie cospirative transnazionali (Willaert et al., 2022). In tale quadro, polarizzazione e post-verità sono trattate come proprietà di un ecosistema socio-tecnico, in cui propaganda e disinformazione possono operare come “lavoro” collaborativo distribuito (Starbird et al., 2019) e contribuire alla frammentazione della sfera pubblica (Benkler et al., 2018). |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 05: Famiglie tra cura e genitorialità Luogo, sala: Aula 6 Chair di sessione: Elisabetta Carrà |
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La narrazione mediatica del bambino-vittima nella vicenda della “famiglia nel bosco” Università di Urbino Carlo Bo, Italia Il bambino-vittima, al pari del bambino-sovrano, sono rappresentazioni ricorrenti che i media contribuiscono a creare, alimentando una più generale immagine del bambino-problema. La condizione del bambino veicolata dalle rappresentazioni mediatiche mette in discussione e scuote “con violenza il nostro modo di rappresentare e di interpretare le attuali forme di socializzazione” e lo statuto del bambino “tanto nel rapporto di filiazione quanto in quello tra le generazioni” (Sirota 2010, 55-56). Più in generale, la rappresentazione del bambino-vittima mette in discussione la costruzione dei legami sociali, a partire da quelli famigliari e genitoriali come mostra, nello specifico, la vicenda della famiglia Trevallion, la cosiddetta “famiglia nel bosco”. Anche qui infatti, la rappresentazione del bambino-vittima è stata utilizzata nel discorso mediatico come potente espediente narrativo (Mazzoni et al. 2021) a seguito del provvedimento di allontanamento emesso dal Tribunale per i Minorenni de L’Aquila. L’allontanamento dei bambini dal nucleo famigliare d’origine costituisce un nodo intricato della giustizia minorile fin dalla legge n.184/83 e le più recenti disposizioni, quali la legge n. 173/2015, non sembrano aver risolto il conflitto tra tutela e controllo, tra cura e tutela (Favretto, Bernardini 2010; Scivoletto 2013; Long, Luzzato 2024). Di particolare complessità appare l’intreccio tra l’approccio relazionale alla tutela dei bambini promosso dalla legge n.173 e la responsabilità genitoriale, stante la difficile interpretazione normativa di quest’ultima. La genitorialità è infatti considerata una dimensione in cui si sovrappongono contenuti normativi provenienti da fonti diverse e, al contempo, una dimensione stratificata. Per comprendere la densità normativa intorno alla genitorialità basterà ricordare i messaggi talvolta disciplinanti e spesso contraddittori provenienti dai saperi esperti. Oltre a ciò, all’interno del campo giuridico la responsabilità genitoriale è considerata tanto un principio che regola i rapporti famigliari (Maggioni, Ronfani 2020), quanto la norma che dovrebbe guidare l’azione dei genitori (…). In questo contributo mi propongo di analizzare il processo mediatico ossia la ricostruzione mediatica della vicenda giudiziaria della “famiglia nel bosco” e, nello specifico, in che misura si sia fatto ricorso all’espediente del bambino-vittima per qualificare la genitorialità. Allo scopo analizzo gli articoli pubblicati nel periodo tra il 20 novembre 2025[1] e il 19 febbraio 2026 da tre quotidiani italiani on-line: LaStampa, Corriere della Sera, Avvenire. L’analisi è supportata dal programma MAXQDA. Fin dai primi articoli pubblicati sui quotidiani, si è delineata la netta polarizzazione del dibattito intorno al provvedimento di allontanamento: da un lato la rappresentazione dei bambini-vittime di carenze genitoriali, per i quali il Tribunale è opportunamente intervenuto, dall’altro lato la rappresentazione dei bambini-vittime di un sistema giuridiziario che, viceversa, li sta privando del loro ambiente famigliare. Si tratta di una polarizzazione che riprende argomentazioni consolidate nel dibattito scientifico sulla giustizia minorile quali il trauma dell’allontanamento, la gestione della ‘giusta distanza’, l’opportunità di una nuova normalità famigliare ma che, nel merito, introduce elementi di novità rilevanti. Più di altre vicende simili, quella della “famiglia nel bosco” mostra come il costrutto di genitorialità e il relativo principio di responsabilità genitoriale abbiano spostato l’attenzione dalle carenze dei genitori alla definizione di adeguatezza genitoriale. Non a caso, tra gli argomenti più dibattuti figurano le pratiche di cura e di educazione, come l’homeschooling, con il conseguente spostamento della narrazione mediatica sui genitori-vittime, semmai ‘aspecifiche’ (Bouchard 2025), nella vicenda. Il contributo tiene conto del dibattito sul rapporto tra giustizia e media; un rapporto dalle “profonde connessioni e reciproci condizionamenti … una relazione osmotica” (Giostra 2020, 121) tra il diritto di cronaca giudiziaria da un lato e i diritti che fanno capo a chi lo subisce (vita privata, riservatezza, presunzione di innocenza) dall’altro lato (Manes 2022). [1] Il primo articolo compare tuttavia il 13 novembre 2025 sul Corriere della Sera Il “crash” tra famiglia e cura: reti, capitale sociale e trasformazioni del caregiving Università Cattolica di Milano, Italia Il contributo proposto assume l’esperienza di caregiving familiare come osservatorio privilegiato delle fratture e delle ricomposizioni che attraversano oggi l’esperienza umana. Il “crash” che analizziamo è quello che si produce nell’incontro/scontro tra le reti familiari e le esigenze cura, tra aspettative normative e biografie reali, tra capitale sociale disponibile e carichi di lavoro invisibili, tra reti di prossimità e sistemi formali di welfare. La riflessione presenta i risultati di uno studio qualitativo, parte di un più ampio progetto [omesso per peer review], che ha indagato le reti entro cui si inseriscono i caregiver informali, assumendo il caregiver non come un soggetto individuale e isolato ma come nodo di una rete, supportiva oppure no (Boccacin 2025, Li e Song 2021). L’unità di analisi privilegiata è la diade (Bennett e McAvity 1992 ), costituita dal caregiver e da una persona indicata come “supporter”. Attraverso la personal network analysis e interviste diadiche in co-presenza lo studio ha consentito di osservare non solo i contenuti dello scambio di cura, ma la qualità delle relazioni e le configurazioni reticolari entro cui la cura prende forma, si distribuisce, si intensifica o si isola. Sono stati incluse nello studio 30 diadi, di cui 20 costituite da un caregiver over 50 anni e 10 da un caregiver tra 18 e 37 anni. La interviste diadiche mostrano come la cura irrompe nelle biografie come evento critico, generando un “crash” tra tempi di vita, ruoli professionali e responsabilità familiari. L’analisi delle reti evidenzia diverse morfologie del caregiving. Le reti ampie e a bassa densità includono, oltre ai familiari, amici, vicini e colleghi: in questi casi il caregiver assume una funzione di mediatore, e la cura si configura come pratica condivisa dentro e fuori la famiglia. Le reti ampie e più dense, spesso sostenute da esperienze associative, mostrano una maggiore coesione ma possono incidere sugli equilibri di coppia, talvolta oscurati dalla centralità della cura. Le reti contenute e a bassa densità, prevalentemente familiari, garantiscono una buona divisione dei compiti ma concentrano un carico significativo sul caregiver principale, aumentando il rischio di burnout. Particolarmente critico è il rapporto con i servizi formali. I caregiver descrivono iter burocratici complessi, standardizzazioni che non riconoscono la specificità dei bisogni familiari e un carico amministrativo aggiuntivo che si somma alla fatica quotidiana. Si delineano profili differenti: i “fedeli” del servizio pubblico, gli “sfiduciati”, i “realisti/ricompositivi”, ciascuno portatore di strategie di fronteggiamento diverse. Tuttavia, quando le reti affettive non sono mobilitabili, emerge una solitudine emotiva che i servizi non riescono a colmare. Il tempo della cura appare come esperienza trasformativa e critica. Le interviste restituiscono narrazioni di sospensione, rinuncia e ridefinizione dei ruoli, ma anche di crescita e rielaborazione identitaria. La fatica può diventare valore retrospettivo, inscrivendosi nella biografia come prova attraversata e significativa. Tuttavia, non mancano conflitti: fratture generazionali, partner distanti, figli poco coinvolti, madri caregiver impossibilitate a conciliare lavoro e cura. In questi casi, il reticolo familiare si assottiglia e la vulnerabilità aumenta. Il contributo propone dunque di leggere il caregiving informale non più come questione privata, ma come nodo pubblico e politico. Il “crash” tra famiglia e cura interroga l’idea stessa di umanità: chi si fa carico della fragilità? Con quali risorse? A quali costi biografici e relazionali? Ripensare l’umanità significa allora riconoscere la cura come pratica generativa, anche se conflittuale, capace di produrre legami e al tempo stesso di metterli alla prova. Sostenere l’agency, il benessere e la qualità di vita dei caregiver diventa una priorità strutturale di policy, per non disperdere quel patrimonio di solidarietà generativa che, pur nella fatica, continua a tenere insieme le nostre società. Crash: Mind the Gap! Politiche di conciliazione, vulnerabilità e conflitti di genere nell’Italia post-pandemica 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Macerata, Italia La pandemia di COVID-19 non è stata soltanto una crisi sanitaria globale, ma un evento epistemico capace di ridefinire le categorie attraverso cui le società contemporanee interpretano il rapporto tra lavoro, famiglia e responsabilità collettiva. In quanto crash dell’ordine simbolico e istituzionale, essa ha reso visibili vulnerabilità strutturali e conflitti di genere a lungo naturalizzati nell’organizzazione della produzione e della cura. In questo scenario, le politiche di conciliazione tra vita lavorativa e vita privata emergono non come ambito tecnico di regolazione, bensì come campo privilegiato di tensione in cui si intrecciano dimensioni materiali, istituzionali e narrative del conflitto. L’espressione “mind the gap” assume qui una valenza analitica e critica. Da un lato, richiama il persistente scarto tra definizione normativa e implementazione delle politiche di work-life balance; dall’altro, rimanda a un divario più profondo, di natura culturale, tra retoriche istituzionali dell’uguaglianza e pratiche quotidiane ancora segnate da asimmetrie nella distribuzione del lavoro di cura. Se l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Obiettivo 5) e la Direttiva europea 2019/1158, inscrivono la conciliazione entro una cornice orientata alla parità sostanziale e alla sostenibilità sociale, il caso italiano evidenzia la difficoltà di tradurre tali principi in pratiche, a causa della frammentazione della governance, della disomogeneità territoriale e della persistenza di un impianto familistico del welfare. Il contributo, avvalendosi di una metodologia quali-quantitativa, interpreta la pandemia come dispositivo rivelatore e come “stress test” capace di mettere in crisi narrazioni che hanno a lungo occultato la dimensione relazionale della vita sociale. Le misure emergenziali – lavoro agile generalizzato, chiusura prolungata di scuole e servizi educativi, riduzione dell’assistenza formale – hanno dissolto la separazione simbolica tra sfera produttiva e riproduttiva, trasformando lo spazio domestico in un’arena in cui si sono sovrapposti tempi, ruoli e aspettative. L’aumento del carico di cura non retribuito sulle donne non costituisce, in questa prospettiva, un effetto contingente della crisi, ma l’emersione di una disuguaglianza strutturale radicata nei modelli culturali e organizzativi. Attraverso un’analisi delle politiche nazionali e di alcune esperienze selezionate, il paper indaga le modalità con cui l’implementazione delle misure di conciliazione ha interagito con tali assetti preesistenti. L’attenzione si concentra sulla fruizione differenziata dei congedi parentali, sull’uso del lavoro agile e sui modelli emergenti di governance collaborativa tra istituzioni pubbliche, imprese e terzo settore. L’ipotesi è che strumenti formalmente neutri producano effetti socialmente situati quando si innestano in contesti caratterizzati da asimmetrie consolidate, contribuendo talvolta alla loro riproduzione anziché alla loro trasformazione. In dialogo con la call “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”, il contributo propone di leggere le politiche di conciliazione come una metafora organizzatrice delle tensioni contemporanee tra adattamento e cambiamento. La pandemia ha infatti attivato narrazioni ambivalenti: la famiglia come presidio di resilienza e ammortizzatore sociale, ma anche come spazio di sovraccarico, vulnerabilità e conflitto. In tale oscillazione si misura la fragilità del legame sociale e la necessità di ripensare i paradigmi interpretativi attraverso cui vengono definiti ruoli familiari, pratiche di cura e responsabilità collettiva. Assumere la vulnerabilità non come deviazione ma come dimensione costitutiva della condizione umana consente di sottrarre le politiche di conciliazione a una lettura meramente strumentale e di collocarle nel più ampio processo di riconfigurazione simbolica dei regimi di welfare contemporanei. Mind the gap, dunque, non è solo un monito operativo, ma un invito a interrogare le fratture tra norme e pratiche, tra narrazioni e vissuti, tra promesse di uguaglianza e persistenti conflitti di genere nell’Italia post-pandemica (e non solo). Riflessività e scelte riproduttive: genitorialità tra individualizzazione e responsabilità relazionale Università degli studi di Padova, Italia Negli ultimi due decenni il declino della natalità si è affermato come tendenza globale (OECD, 2024; Bhattacharjee et al., 2024), assumendo in Italia un’intensità particolarmente marcata e persistente (ISTAT, 2025). La letteratura individua tre principali gruppi di fattori esplicativi. In primo luogo, quelli demografici e strutturali: il numero di donne in età feconda si è progressivamente ridotto, riflettendo la minore consistenza delle coorti nate durante il “baby bust” degli anni Ottanta e Novanta (Feoli et al., 2022). In secondo luogo, i fattori economici e occupazionali: l’insicurezza lavorativa, i bassi salari e la difficoltà di accesso a un’abitazione sostenibile ostacolano la pianificazione di progetti familiari di lungo periodo (Novelli et al. 2021). In terzo luogo, i fattori istituzionali e culturali: l’inadeguatezza dei servizi per l’infanzia, le disuguaglianze territoriali nel sostegno alla genitorialità e la persistenza di norme di genere tradizionali continuano a limitare la realizzazione dei progetti riproduttivi (Billingsley & Ferrarini, 2014; Juni & Vitali, 2025). Il calo delle nascite, il rinvio della genitorialità e la trasformazione delle strutture familiari segnalano non solo mutamenti demografici, ma una più ampia ridefinizione dei sistemi di valore, delle appartenenze e delle pratiche di cura. In questa prospettiva, la de-natalità non può essere interpretata esclusivamente come risposta a vincoli strutturali, ma come fenomeno culturalmente situato che investe le forme di vita, i modelli di responsabilità intergenerazionale e le rappresentazioni della continuità sociale. Restano poco esplorate le modalità con cui i giovani adulti interpretano il desiderio di avere figli, negoziano ostacoli economici, abitativi e lavorativi e definiscono le condizioni ritenute necessarie per intraprendere un progetto familiare. Considerare queste dimensioni consente di cogliere la genitorialità come scelta situata che emerge dall’interazione tra condizioni materiali, significati sociali e orizzonti biografici. In questo quadro, la genitorialità appare sempre meno come destino normativo e sempre più come progetto riflessivo. L’agency giovanile si esercita entro orizzonti relazionali che includono aspettative familiari, obbligazioni intergenerazionali e modelli di cura, rendendo la decisione riproduttiva uno spazio di tensione tra autonomia e responsabilità. La generatività può così essere reinterpretata come oggetto di rinegoziazione simbolica nei processi di costruzione del sé: non semplicemente ridotta dalle condizioni materiali, ma ridefinita nei significati attribuiti alla continuità, alla cura e al futuro. In una prospettiva ispirata alla teoria della riflessività (Archer, 2012), le priorità di vita relative alla genitorialità si formano attraverso esperienze di socializzazione, relazioni familiari e discorsi culturali che contribuiscono a consolidare specifici modi di vita. Le scelte riproduttive diventano atti situati attraverso cui gli individui definiscono il rapporto tra autorealizzazione, continuità affettiva e responsabilità verso le generazioni future. Il presente contributo, attraverso un disegno di ricerca mixed-method che vede la partecipazione di 515 studenti universitari in Italia, indaga atteggiamenti, desideri e timori dei giovani adulti verso la genitorialità, con un’enfasi sui fattori simbolici attribuiti alla maternità e paternità e sulle narrazioni che costruiscono l’idea di genitorialità nei loro progetti di vita. La componente quantitativa esamina l’associazione tra valori familiari, responsabilità intergenerazionale e intenzioni riproduttive mediante modelli multivariati. Parallelamente, la componente qualitativa esplora i significati attribuiti alla genitorialità e le modalità con cui i giovani negoziano le aspettative familiari in contesti di incertezza. I risultati indicano che l’intenzione di avere figli è strettamente connessa alla percezione di poter garantire stabilità relazionale e qualità educativa. La genitorialità emerge come progetto impegnativo, subordinato alla possibilità di costruire contesti di sostegno reciproco e continuità simbolica. La de-natalità appare così come esito di una trasformazione del rapporto tra individualizzazione, appartenenza e responsabilità, offrendo un osservatorio privilegiato per comprendere come i giovani adulti ridefiniscono legami, ruoli di cura ed aspettative intergenerazionali nelle società contemporanee. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 06: Il futuro delle media literacies nelle società del conflitto: competenze critiche nel paradigma postdigitale Luogo, sala: Aula 10 Chair di sessione: Simona Tirocchi |
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Il futuro delle media literacies nelle società del conflitto: competenze critiche nel paradigma postdigitale Università di Torino, Italia Le società contemporanee sono attraversate da crisi sistemiche e da conflitti che, oltre a produrre effetti materiali, ridefiniscono le cornici cognitive e simboliche attraverso cui interpretiamo la realtà. I conflitti assumono così dimensioni anche epistemiche che investono soprattutto le dinamiche di potere e la legittimazione dei saperi. La difficoltà di orientarsi tra una molteplicità di narrazioni si traduce in una crisi strutturale dell’autorità, con effetti rilevanti sui processi di educazione e socializzazione, sulla costruzione delle identità individuali e collettive, sulla formazione dell’opinione pubblica. Nel quadro della mediatizzazione profonda (Couldry, Hepp, 2017) e della piattaformizzazione della società (van Dijck, Poell, de Waal 2018), la produzione e la circolazione dei significati risultano sempre più intrecciate con infrastrutture tecnologiche opache e con logiche algoritmiche. La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa accentua tali dinamiche, evidenziando l’esigenza di apprendere e coltivare competenze sempre più articolate e sofisticate per leggere il presente e per esercitare pratiche di cittadinanza critica e consapevole. In questo contesto, il paradigma postdigitale (Jandrić et al, 2018) costituisce un riferimento che consente di leggere queste trasformazioni superando la dicotomia online/offline e riconoscendo l’intreccio strutturale tra dimensioni tecnologiche, sociali e culturali, dove il digitale non è uno spazio separato, ma una condizione diffusa che plasma pratiche educative, relazioni e processi di soggettivazione. Ripensare il futuro delle literacies nel paradigma postdigitale significa, dunque, nella prospettiva di questo panel, sottolineare e indagare il ruolo delle media literacies in un’epoca in cui il conflitto si gioca sempre più sul terreno della produzione di senso e sull’interpretazione delle narrazioni. Diete mediali, narrazioni conflittuali ed errate percezioni: tra dinamiche di polarizzazione e competenze informative Roberta Bracciale (Università di Pisa), Lorenzo Mosca (Università di Parma)
Questo contributo analizza le errate percezioni fattuali come esito di narrazioni conflittuali che attraversano l’ecosistema informativo contemporaneo. In un contesto segnato da crisi sistemiche e da una crescente polarizzazione politico-affettiva, le misperceptions non rappresentano soltanto errori cognitivi individuali, ma si configurano come indicatori di fratture simboliche nella sfera pubblica, in cui la verità fattuale diventa oggetto di competizione tra attori politici, media e piattaforme digitali. Il paper si colloca nel dibattito sociologico su consumi mediali, post-verità e conflitti culturali, interrogandosi su tre questioni principali. In primo luogo, se e in che misura l’ampiezza e la differenziazione delle diete mediali incida sulla probabilità di aderire a credenze fattualmente errate. In secondo luogo, come l’identificazione partitica e la polarizzazione affettiva modulino l’accettazione selettiva di contenuti informativi, specialmente quando questi sono coerenti con le narrazioni promosse dal leader o dal partito di riferimento. In terzo luogo, se e come le competenze informative – intese come (i) combinazione di conoscenza fattuale e (ii) pratiche di verifica – interagiscano con la partigianeria politica nel plasmare le percezioni dei cittadini. L’analisi si basa su una survey CAWI somministrata nel maggio 2024 a un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia tra i 18 e i 70 anni (N = 1984), realizzata nell’ambito di un progetto PRIN 2022. Il questionario rileva consumi mediali, pratiche partecipative online e offline, orientamenti populisti, atteggiamenti autoritari, fiducia istituzionale, polarizzazione affettiva verso partiti, leader ed elettorati, oltre a un articolato set di item su conoscenze politiche e credenze fattuali relative a temi ad alta conflittualità simbolica, quali immigrazione, occupazione, clima, welfare e sicurezza. Un elemento qualificante del disegno empirico è l’inclusione di item sperimentali con split-ballot, che attribuiscono alcune affermazioni controverse a specifici leader politici. Ciò ha consentito di testare l’effetto dell’attribuzione della fonte sull’accettazione di un contenuto vero o falso, verificando se la coerenza con il proprio orientamento politico aumenti la probabilità di aderire a informazioni distorte. L’analisi si basa su indici compositi di dieta mediale e competenza informativa e l’utilizzo di modelli di regressione per stimare la probabilità di misperception, includendo interazioni tra esposizione mediale, collocazione ideologica, polarizzazione affettiva e attribuzione della fonte. In linea con la letteratura sulla selettività e sulla frammentazione dei consumi informativi, ipotizziamo che diete mediali più ampie e diversificate siano associate a livelli inferiori di percezioni errate. Tuttavia, in un ecosistema ibrido e polarizzato, l’esposizione a una pluralità di fonti potrebbe non tradursi automaticamente in maggiore accuratezza. Ci attendiamo, infatti, che livelli elevati di partigianeria e di polarizzazione affettiva aumentino la probabilità di accettare affermazioni fattualmente scorrette quando queste risultano coerenti con le narrazioni del proprio campo politico, anche tra individui con livelli relativamente elevati di competenza informativa. L’analisi mostra marcate differenze lungo l’asse politico-ideologico nel livello medio di accuratezza fattuale del campione. La probabilità di aderire a credenze errate aumenta significativamente tra gli intervistati autocollocati a destra, anche controllando per istruzione, età e ampiezza della dieta mediale. L’esperimento split-ballot conferma quindi la natura situata e conflittuale dei processi di validazione dell’informazione. I risultati contribuiscono a ridefinire il nesso tra informazione e conflittualità ideologica nella società contemporanea, mostrando come le misperceptions si inscrivano in dinamiche di appartenenza e di antagonismo che investono la fiducia nelle istituzioni, nei media e nelle élite politiche. In questa prospettiva, l’analisi delle errate percezioni offre una lente privilegiata per comprendere le trasformazioni della cittadinanza in un contesto in cui le crisi sistemiche e le narrazioni concorrenti ridefiniscono i confini della verità pubblica e le condizioni del riconoscimento reciproco.
Dal consenso sessuale al consenso digitale: insegnare competenze critiche per affrontare la violenza di genere facilitata dalle tecnologie digitali Chiara Gius (Università di Bologna), Elena Morrone (Università di Salerno)
Questo contributo, basato su una ricerca sulla violenza di genere facilitata dalle tecnologie digitali (TFGVB) condotto con 105 giovani tra i 13 e i 22 anni, mette in dialogo la riflessione femminista sul consenso sessuale (Boyle, 2019; Gavey 2005; Kelly, 1987; MacKinnon 1989, 2005) e la digital literacy (Buckingham, 2007), al fine di elaborare una prospettiva che integri l’educazione al consenso nelle pratiche di contrasto alla violenza di genere online. Pur emergendo da uno spazio di tensioni anche apertamente conflittuali, negli ultimi anni il concetto di consenso, inteso come dispositivo entro cui leggere e interpretare i confini nelle relazioni intime, ha assunto un ruolo centrale nell’educazione (Beres 2014; Whittington & Thomson, 2018), nell’attivismo (Sikka, 2020) e nel dibattito legislativo in materia di contrasto alla violenza di genere (Borrello, 2023; Millefiorini, 2024). Tuttavia, nonostante un generale accordo nel ritenere la TFGVB come parte del continuum della violenza (cfr. Autor*, 2026; Hall, Hearn & Lewis, 2024; Henry & Powell, 2015), persiste una netta separazione tra la riflessione sul consenso offline e quello online. Se, nell’ambito offline, il consenso è sempre più inteso come elemento cardine di un approccio trasformativo fondato sull’educazione alla sessualità e all’affettività (Bovini, Demozzi & Ghigi, 2025), negli spazi digitali prevalgono orientamenti securitari, che disegnano risposte emergenziali ed individualizzanti radicate in narrazioni di panico morale che rappresentano il digitale come intrinsecamente pericoloso (cfr. Hampton & Wellman, 2018). In questo quadro, la riflessione femminista sul consenso sessuale offre almeno tre elementi utili ad orientare iniziative di digital literacy volte al contrasto della TFGVB. In primo luogo, in letteratura, il consenso è stato via via ridefinito da atto individuale a processo negoziale situato entro specifici rapporti di potere (Beres, 2014; O’Connor et al., 2024; Whittington, 2021). Così inteso, il consenso dato in un contesto non si estende automaticamente all’intera relazione e resta sempre revocabile (Muehlenhard et al., 2017). Negli ambienti digitali, questa prospettiva evidenzia le tensioni tra l’ideale di reversibilità e la persistenza tecnica dei contenuti online. Promuovere competenze digitali critiche significa dunque sviluppare consapevolezza delle condizioni materiali e comunicative che rendono possibile, o impediscono, un consenso effettivamente libero e negoziato. In secondo luogo, le piattaforme social, le app di dating, gli ambienti immersivi e i meccanismi di apprendimento dell’AI incorporano ed erodano il consenso attraverso le loro architetture e interfacce. Le critiche femministe al cosiddetto consenso digitale evidenziano come caselle di spunta e regimi di opt-inlegittimino il capitalismo della sorveglianza (Zuboff, 2019), spostino responsabilità e carico cognitivo su chi ne fa uso e oscurino le disuguaglianze strutturali, in particolare per le donne e i gruppi marginalizzati (cfr. Carmi, 2021; Varon & Peña, 2021). In questa prospettiva, la digital literacy implica la capacità di leggere criticamente il design delle piattaforme, la loro economia politica e i meccanismi di disuguaglianza che riproducono. Infine, gli studi sulla TFGVB (cfr. Autor*, 2022; 2026; Hall, Hearn & Lewis, 2024; Henry & Powell 2015), evidenziano il ruolo giocato dalle aspettative di genere, ricalcando una normalizzazione della violenza come espressione di problemi di gestione individuale del rischio e di “cattive decisioni” (Autor*, 2022; Meehan, 2021; Marcotte & Hille, 2021). Nel contesto della digital literacy diventa dunque fondamentale integrare competenze sulle norme di genere e le aspettative sociali che strutturano la negoziazione del consenso online. Collegando i dibattiti sul consenso sessuale e digitale attraverso i dati di ricerca, il contributo mostra come il consenso costituisca un terreno cruciale per affrontare le sfide poste dalla TFGVB. Tale integrazione può rafforzare l’educazione digitale, orientare le risposte politiche alla TFGVB e spingere verso la progettazione di ambienti sociotecnici più coerenti con prospettive femministe di autonomia, sicurezza e giustizia sociale.
Oltre il mito dell'accessibilità: diseguaglianze nell’AI literacies di bambini e adolescenti italiani Giovanna Mascheroni, Piermarco Aroldi, Marco Rosichini, Università Cattolica del Sacro Cuore
Il contributo si propone di sfidare empiricamente e teoricamente le narrazioni di senso comune intorno a due temi: l’IA generativa come strumento accessibile a tutti, senza bisogno di competenze specifiche; e il mito delle nuove generazioni come nativi digitali. Questi miti saranno decostruiti a partire dai risultati dell’ultima indagine di EU Kids Online, che ha coinvolto 2170 bambine/i e adolescenti di 9-16 anni sul territorio nazionale, a cui si affiancano 15 interviste in profondità a adolescenti di 13-17 anni sugli usi e la comprensione dell’IA generativa (autori, 2026). Dal punto di vista teorico, il contributo sfida i due miti proponendo una definizione di AI literacy che vada oltre l’apprendimento di competenze specifiche come la scrittura dei prompt. La definizione di AI literacy muove dalla concettualizzazione della literacy digitale intesa come insieme di conoscenze e competenze articolate in quattro aree (tecnico-operative; navigazione e trattamento dell’informazione; comunicative; creazione e produzione di contenuti), ciascuna comprendente dimensioni funzionali e critiche (Smahel et al., 2024). In linea con questa concettualizzazione, possiamo riprendere la definizione di alfabetizzazione digitale proposta dall’ITU (2018) e intendere l’AI Literacy come «la capacità di utilizzare strumenti di IA in modi che aiutino gli individui a ottenere benefici e risultati tangibili nella vita quotidiana, per sé e per gli altri, e a ridurre i potenziali danni associati agli aspetti più problematici dell’IA». Una definizione di questo tipo sottolinea l’importanza di una comprensione critica e di conoscenze relative alle tecnologie di IA che includano la capacità di riconoscere quando vengono impiegati sistemi automatizzati basati su IA e data-driven, la comprensione di come tali sistemi funzionino, la capacità di esercitare una supervisione umana e la valutazione di quando e «come “lavorare con” o “aggirare” questi sistemi» (Selwyn, 2022, p. 257). Inoltre, la AI literacy si concentra sulla comprensione di questioni strutturali ed etiche connesse alla progettazione, al finanziamento, allo sviluppo e alle applicazioni istituzionali dell’IA, nonché sugli impatti sociali e ambientali, attuali e futuri, di tali tecnologie (Crawford, 2021; Hao, 2025). Muovendo dalla concettualizzazione di Pangrazio (2016) di “critical digital design”, qui applicata più ampiamente alle tecnologie digitali, mettiamo in evidenza l’importanza di comprendere la «architettura generale» delle tecnologie di IA come componente chiave di tale literacy, nonché il modo in cui tale architettura «manifesta e mantiene sistemi di potere e privilegio» (p. 170). Sulla base della distinzione tra IA generativa e IA predittiva (ad es. sistemi di raccomandazione e media algoritmici; Narayanan & Kapoor, 2024), possiamo infatti distinguere almeno due modalità d’uso degli strumenti di IA: la prima si verifica quando tali strumenti vengono impiegati intenzionalmente dagli/dalle utenti per conseguire obiettivi specifici; la seconda quando i meccanismi di IA sono incorporati nei contenuti digitali o operano “dietro le quinte”, anche in assenza di un coinvolgimento intenzionale da parte dell’utente. I dati della survey e delle interviste qualitative condotte in Italia mostra come bambini e adolescenti considerino l’IA generativa come immediata e facile da usare, ma riconoscano che le competenze relative alla corretta formulazione dei prompt sono state acquisite e affinate nel tempo, attraverso un processo di learning by doing o socializzazione fra pari (anche sulle piattaforme di social media). Gli/le intervistati/e adottano inoltre un’ampia gamma di strategie per valutare gli output dell’IA e i rischi connessi (deep fakes, allucinazioni, ecc.), con differenze di età, genere e alfabetizzazione digitale . Al contrario, la comprensione di aspetti più complessi dell’IA (quali la logica di funzionamento, i modelli di business, i bias ideologici e le questioni etiche) risulta spesso limitata o superficiale. Sulla base di questi risultati, evidenziamo le barriere di accesso a tecnologie apparentemente accessibili e ne discutiamo le implicazioni educative e politiche.
Alfabetizzazione digitale e questioni di genere nel paradigma postdigitale: un framework critico e applicativo Simona Tirocchi, Università di Torino
Nelle ecologie mediali postdigitali (Jandrić et al., 2018; Selwyn, 2022), il genere non costituisce soltanto un oggetto di rappresentazione, ma una dimensione strutturale attraverso cui si negoziano visibilità, legittimità e potere simbolico. La violenza digitale, le narrazioni mediali sul femminicidio e le forme di misoginia online circolano in ambienti piattaformizzati e algoritmicamente mediati, nei quali le logiche della visibilità e dell’engagement incidono sui processi di costruzione del senso (Van Dijck, Poell & De Waal, 2018). In tali contesti, i pubblici si configurano come affective publics (Papacharissi, 2014), aggregazioni fluide mobilitate più dall’intensità emotiva che dalla coerenza informativa. In questo scenario, occorre una riconcettualizzazione critica e situata della digital literacy (Kellner & Share, 2007; Buckingham, 2003), capace di integrare analisi dei frame discorsivi, consapevolezza delle infrastrutture algoritmiche e comprensione delle economie affettive che strutturano la comunicazione digitale. La disinformazione, infatti, non opera esclusivamente attraverso contenuti falsi (Aguaded, Jaramillo-Dent & Delgado-Ponce), ma anche come pratica simbolica ed emotiva che si manifesta mediante strategie di minimizzazione, false equivalenze, colpevolizzazione della vittima e depoliticizzazione della violenza. In questa prospettiva, il concetto di violenza simbolica (Bourdieu, 1998) risulta particolarmente utile per comprendere come determinati frame contribuiscano a naturalizzare disuguaglianze di genere, rendendole culturalmente accettabili. La crescente visibilità mediatica dei femminicidi si colloca inoltre in una cultura popolare caratterizzata da una forte componente mediatica e partecipativa (Banet-Weiser, 2018), nella quale true crime, serialità e contenuti social contribuiscono alla costruzione di immaginari che influenzano la percezione pubblica della vittima e dell’aggressore. Le ricerche sul framing linguistico dei femminicidi (Schnepf & Christmann, 2023) mostrano come etichette attenuanti o romantizzanti possano incidere sulla risposta emotiva e sulla valutazione morale del fenomeno. Dal punto di vista empirico, lo studio adotta un disegno qualitativo esplorativo volto a indagare come giovani adulti interpretino tali narrazioni e quali competenze attivino - o fatichino ad attivare - nel riconoscere forme implicite di disinformazione simbolica. I dati sono stati raccolti attraverso 25 interviste qualitative asincrone somministrate tramite Google Forms all’interno della piattaforma Moodle dell’Università di Torino, coinvolgendo studenti e studentesse (18-24 anni) iscritti al corso di laurea in Scienze dell’Educazione. Lo strumento comprendeva domande aperte relative a:
L’analisi è stata condotta attraverso una reflexive thematic analysis (Braun & Clarke, 2006), combinando categorie teoriche preliminari (violenza simbolica, framing, depoliticizzazione, mobilitazione affettiva, cultura algoritmica) con temi emergenti dal corpus. Il processo ha previsto codifica iterativa, confronto interpretativo e attenzione alla posizione narrativa attribuita a vittima, aggressore e contesto strutturale. I risultati evidenziano una duplice dinamica. Da un lato, emerge una maggiore consapevolezza della dimensione strutturale della violenza di genere; dall’altro, risultano più difficili da individuare le forme sottili di disinformazione simbolica, specialmente quando si presentano sotto forma di ironia, omissione contestuale o narrazione individualizzante. I commenti sui social media vengono frequentemente percepiti come parte integrante dell’informazione, confermando la centralità della dimensione affettiva nella costruzione del giudizio. Alla luce di tali evidenze, il contributo propone, inoltre, un laboratorio educativo trasferibile nei contesti della scuola secondaria, dell’università e dell’educazione non formale, volto a integrare digital literacy e studi di genere. Il laboratorio si articola in tre moduli:
Il framework proposto concepisce l’alfabetizzazione digitale come pratica di giustizia simbolica: un processo educativo orientato a rendere visibili le asimmetrie di potere incorporate nei discorsi digitali e a promuovere una cittadinanza critica e trasformativa. Educare alla verità, nelle società postdigitali, significa dunque sviluppare la capacità di interrogare simultaneamente contenuti, emozioni e infrastrutture tecnologiche, riconoscendo come la violenza di genere si riproduca anche attraverso narrazioni quotidiane apparentemente ordinarie.
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| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 07: Crash istituzionali: le vulnerabilità della comunicazione pubblica fra polarizzazione e conflitti Luogo, sala: Aula 11 Chair di sessione: Gea Ducci |
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Crash istituzionali: le vulnerabilità della comunicazione pubblica fra polarizzazione e conflitti. 1: Università di Urbino Carlo Bo, Italia; 2: Sapienza Università di Roma, Italia; 3: Università della Tuscia, Italia; 4: Università di Cagliari; 5: Università di Udine; 6: Università di Firenze; 7: ReteSviluppo Come evidenziato in letteratura, numerosi fenomeni rendono la comunicazione pubblica particolarmente vulnerabile nell’attuale transizione digitale, fra cui: la platformizzazione, le crisi ricorrenti, la polarizzazione e l’inciviltà comunicativa e politica. Ne emergono non poche “frizioni” (o crash) nella cura della comunicazione da parte delle istituzioni e, in particolare, dei professionisti che nelle pubbliche amministrazioni hanno assunto tale funzione. Difficoltà e possibili attriti interessano infatti sempre di più diversi ambiti di intervento dell’agire comunicativo delle istituzioni, fra cui sostenibilità, inclusione, crisi ed emergenze, ecc. In particolare, le vulnerabilità si possono ricondurre alla probabilità che la comunicazione pubblica perda qualcosa di considerato importante nel prossimo futuro (ad esempio l'impossibilità di fornire informazioni affidabili, o di fornire pluralismo e diversità) e al fatto che possa non essere attrezzata (o addirittura indifesa) contro eventi o rischi (non) prevedibili nell’attuale ecosistema comunicativo. In questo contesto, occorre chiedersi se e come la comunicazione pubblica abbia la capacità di riaffermare o ridefinire il proprio ruolo, ricostruendo con cittadini, altre istituzioni e stakeholder narrazioni credibili e condivisibili, e svolgendo una vera e propria agency nel sociale. Può essere ancora considerata uno strumento di governo a supporto della democrazia (OCSE 2021), continuando a perseguire e consentire l’attuazione dei principi di trasparenza, partecipazione, condivisione/relazionalità fra cittadini e istituzioni, e accrescendo la fiducia? Quali strategie e strumenti vengono oggi messi in campo per gestire le vulnerabilità suindicate? Con l’intento di rispondere a questi sfidanti interrogativi, i diversi contributi del panel offrono uno spaccato significativo di studi riguardanti ambiti cruciali in cui oggi la comunicazione pubblica istituzionale è sollecitata a mettersi in gioco. Sullo sfondo, le ricerche hanno in comune il panorama della transizione digitale della PA, a livello europeo e nazionale, e le ambivalenti trasformazioni in corso, legate all’uso dell’Intelligenza Artificiale. Il primo contributo analizza il ruolo della comunicazione istituzionale europea nelle politiche di diversity, equity e inclusion (DE&I), in un contesto segnato da vulnerabilità sociali e crash comunicativi che indeboliscono il rapporto tra istituzioni e cittadini. Attraverso un approccio mixed methods, lo studio indaga sia le percezioni dei professionisti della comunicazione sia i contenuti diffusi sui canali social delle istituzioni dell’UE, esaminando come linguaggi, storytelling e processi di framing possono contribuire a generare conflitti simbolici sulla rappresentazione dei valori comuni. Il secondo contributo propone una riflessione critica sulla comunicazione pubblica del rischio nell'ecosistema digitale contemporaneo, evidenziando come le istituzioni siano sempre più vulnerabili a pratiche comunicative tossiche. Viene introdotta la figura di un cittadino digitale antagonista, che decostruisce e sabota la comunicazione istituzionale con contronarrazioni, disinformazione e deepfake. Il paper mette in luce pratiche di dark strategic communication, communication hijacking e inciviltà digitale, che erodono la fiducia nelle istituzioni. Il terzo contributo affronta il tema della comunicazione della scienza e, in particolare, evidenzia il ruolo delle istituzioni di ricerca come “knowledge broker” per favorire la co-produzione della conoscenza scientifica e superare la diffidenza. Mediante il focus sul racconto del cambiamento climatico da parte di un’agenzia di stampa, da un lato si rilevano i tentativi di avvicinamento delle narrazioni alla vita dei cittadini, dall’altro perdurano evidenti vulnerabilità. Il quarto contributo si focalizza sulla comunicazione pubblica della sostenibilità, intesa nella sua accezione più ampia (e con riferimento all’Agenda 2030) esaminando le pratiche degli otto comuni italiani più digitalizzati, sulle pagine social istituzionali. La ricerca, condotta con approccio misto, evidenzia non poche vulnerabilità, rivelando narrazioni istituzionali frammentate e ancora troppo legate alla sola dimensione ambientale, la mancanza di strategie di comunicazione integrate e difficoltà di agency da parte dei comunicatori pubblici. 1 - Crash comunicativi e vulnerabilità sociali. Le politiche DE&I nelle narrazioni istituzionali dell’Unione europea Lucia D’Ambrosi (Sapienza Università di Roma), Gabriella Radano (Sapienza Università di Roma), Valentina Taverna (Università della Tuscia), Bianca Terracciano (Sapienza Università di Roma) La comunicazione pubblica è riconosciuta a livello europeo come uno strumento strategico per favorire una società inclusiva, accrescere la fiducia nelle istituzioni e garantire che i cittadini possano partecipare alla vita pubblica (Rocha Menocal, 2021; OECD 2022). All’interno di una società caratterizzata da turbolenze, crisi ed emergenze ricorrenti nonché da crash comunicativi che incrinano la relazione tra istituzioni e cittadini (Oliveira, Gonçalves, 2024), la comunicazione istituzionale è considerata uno strumento indispensabile per il settore pubblico, in grado di orientare i processi in corso piuttosto che subirli passivamente, salvaguardando e rafforzando al contempo i principi democratici (Autor* 2024; Ducci 2025). Questa attenzione alla comunicazione nelle politiche pubbliche è stata ulteriormente rafforzata dalla necessità di governare le sfide poste dalle tecnologie digitali per garantire un ambiente online più sicuro e ridurre i rischi emersi con maggiore evidenza durante la pandemia (ad esempio, inciviltà, discriminazione di genere, esclusione), che hanno reso più visibili nuove forme di vulnerabilità sociale (van Dijck 2020; Farci, Scarcelli 2022; Boccia Artieri 2025). In tale scenario, diverse direttrici strategiche sono state perseguite dalle istituzioni europee e nazionali in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, per rafforzare la comunicazione all’interno delle organizzazioni, con un approccio olistico e intersezionale, ossia orientato a considerare i diversi fattori di discriminazione che possono interagire tra loro. Un tema importante ha riguardato i diritti e le libertà fondamentali su vari fronti (donne, comunità LGBTQI+, persone con disabilità, migranti) rispetto ai quali le istituzioni europee hanno cercato di adottare uno sguardo inclusivo e attento a valorizzare le differenze nei diversi flussi comunicativi istituzionali, pur con risultati disomogenei e spesso più dichiarativi che strutturalmente trasformativi. Le istituzioni hanno modificato e innovato le proprie strategie e i propri linguaggi comunicativi (ad esempio nella comunicazione visiva), progettando siti web e applicazioni digitali più accessibili (Solito et al. 2020; Lovari, Ducci 2022); allo stesso tempo, sono emerse nuove sfide rispetto allo sviluppo delle competenze e delle capacità dei professionisti e al miglioramento delle pratiche di inclusività nella comunicazione pubblica. Il contributo si propone di riflettere sui principi di diversity, equity e inclusion nella comunicazione istituzionale, sia dal punto di vista organizzativo (struttura degli uffici, competenze ecc) sia in termini di linguaggi e contenuti prodotti. L’obiettivo è comprendere come sono applicate le politiche DE&I a livello europeo e quali criticità emergono nei processi di rappresentazione dei diversi pubblici, mettendo in luce eventuali tensioni e ambivalenze nelle politiche e pratiche di comunicazione. Lo studio si basa su un metodo misto (Marradi 2007), attraverso due diversi livelli di analisi: da un lato, la percezione dei professionisti coinvolti nella produzione dei contenuti di comunicazione istituzionale per capire come interpretano e come applicano le politiche DE&I nella loro attività quotidiana; dall’altro, i contenuti stessi della comunicazione istituzionale, comprese campagne di sensibilizzazione e singoli messaggi/post, diffusi dalle istituzioni europee attraverso i canali social. Questa analisi considera i codici comunicativi verbali e visivi, le tecniche di storytelling e i processi di framing, per valutare come vengono costruite rappresentazioni inclusive dei pubblici e dei temi (parità di genere, diversità, disabilità, ecc.) e dove si manifestano visioni stereotipate. Il paper intende evidenziare come le narrazioni istituzionali possano contribuire a generare conflitti simbolici, ma anche come possano talvolta produrre rappresentazioni parziali, incidendo sui processi di riconoscimento dei gruppi più vulnerabili.
2 - l dark side della comunicazione pubblica del rischio. Contronarrazioni, conflitti e pratiche comunicative tossiche nell'ecosistema digitale Alessandro Lovari (Università di Cagliari), Manuela Farinosi (Università di Udine), Alessio Piscedda (Università di Cagliari) La comunicazione pubblica del rischio e dell'emergenza rappresenta oggi uno dei terreni più critici e controversi dell’agire istituzionale (Autor*, 2022; Coman et al., 2025; Coombs, 2020; Sellnow & Sellnow, 2024). Se per lungo tempo questa funzione è stata studiata prevalentemente come leva strategica per la prevenzione e la sicurezza dei cittadini, per limitare il panico e la paura, e per favorire forme di partecipazione collaborativa nei territori, il presente contributo propone invece una prospettiva inedita e più problematica: quella della comunicazione del rischio come terreno di conflitto politico, sociale, mediatico, che si estende sempre più per la dimensione mega e interconnessa che questi eventi assumono nella contemporaneità (Sellnow-Richmond & Lukacovic, 2025). Muovendo dall’analisi dell’attuale ecosistema informativo, caratterizzato dal proliferare di digital media arenas (Badham et al., 2024), sempre più polarizzate e interconnesse, all’interno delle quali si sviluppano e discorsivizzano le issue di interesse generale, la proposta intende esplorare le vulnerabilità strutturali della comunicazione pubblica del rischio, con particolare attenzione alle dinamiche di destabilizzazione che attualmente la attraversano. L’argomento centrale è che le istituzioni pubbliche si trovano oggi ad agire in contesti comunicativi nei quali la fiducia è sistematicamente erosa da pratiche comunicative tossiche e da logiche di conflitto che rendono inefficaci o, in alcuni casi, controproducenti le strategie tradizionali. Il contributo propone una riflessione teorica sulla figura di un cittadino digitale antagonista: non più il volontario digitale (Smith et al., 2021; Starbird & Palen, 2011) che supporta le istituzioni nella gestione delle emergenze e nella risoluzione di problemi, che partecipa attivamente nelle policy e nell’assistenza, o che crea e diffonde messaggi di pubblica utilità (Comunello, 2014) nell'ottica di una comunicazione del rischio partecipata e bottom-up (Autor*, 2014). Bensì un attore sociale che, in forma singola o anche associata (collettivi, movimenti, reti di attivismo, ecc.), critica, contrasta e decostruisce pubblicamente la comunicazione istituzionale, alimentando contronarrazioni, diffondendo disinformazione e deepfake - anche generati dalle AI - che vanno a influenzare o hackerare la comunicazione dell'istituzione stessa, per diverse finalità e obiettivi, come quello della diminuzione della fiducia e della perdita di legittimità istituzionale (Boccia Artieri, 2025). In questo quadro, partendo anche dai risultati di [omesso per peer review], il contributo intende sviluppare le traiettorie della comunicazione pubblica del rischio oggi, contaminandola con alcune teorie emergenti della strategic communication (Falkheimer & Heide, 2022) e alcune pratiche comunicative tossiche caratteristiche dell'attuale società contemporanea (Bentivegna & Boccia Artieri, 2021). In particolare si farà riferimento alle ibridazioni con la Dark Strategic Communication, ovvero forme di comunicazione strategica deliberatamente orientate a manipolare, disinformare o delegittimare le fonti istituzionali (Hautala et al., 2025; Macnamara, 2022); alle pratiche di hijacking communication, attraverso le quali attori esterni, individuali o collettivi, si appropriano e distorcono i messaggi istituzionali per finalità proprie (Hautala et al., 2026); e alle forme di incivility digitale, che trasformano gli spazi di dibattito pubblico in arene di conflitto, amplificando tensioni sociali e riducendo la legittimità percepita delle istituzioni (Masullo Chen, 2017; Bentivegna et al., 2024). Il tutto all’interno di una riflessione che pone al centro l’evoluzione della funzione organizzativa nelle istituzioni e il ruolo del comunicatore nelle contemporanee ecologie comunicative. 3 - Comunicare la scienza e il cambiamento climatico: il ruolo delle istituzioni e degli esperti come climate knowledge broker Laura Solito, Letizia Materassi, Ester Macrì (Università di Firenze) La comunicazione della scienza riveste oggi un ruolo rilevante nelle narrazioni mediali ed è portata avanti da un numero sempre più ampio di attori, organizzativi e individuali (Osservatorio di Pavia 2024; Binotto&Terrana 2025). Nel flusso informativo crescente, intensificato a seguito della pandemia, il superamento di un modello basato sul “deficit” di conoscenza tra esperti e profani a favore di un modello partecipativo e dialogico (Bucchi 2008; Claessens 2009) chiama in causa una triangolazione particolarmente complessa, tra istituzioni, scienziati e sistema dei media. Lo scopo dell’interazione reciproca non è solo quello di fornire un racconto accessibile della conoscenza scientifica che ne legittimi e incrementi l’attendibilità agli occhi di un pubblico generalista, ma anche di alimentare forme collaborative di produzione, diffusione e applicazione della conoscenza stessa (González-Piñero et al. 2021; Scamuzzi&Tipaldo 2015). Un ruolo di mediazione, che vede nella figura del “knowledge broker” un attore capace di promuovere l’interazione tra scienza e pubblico (Meyer 2010): abitando quei luoghi liminali, “zone di scambio” (Eyal 2013) o “nodi di accesso” (Giddens 1990), l’azione di brokeraggio consente al lavoro dell’esperto di uscire dai confini specialistici per allargarsi all’orizzontalità e alla cooperazione. D’altronde, come i recenti dati di ricerca sembrano confermare, se alla figura dello scienziato si continua ad accordare elevati livelli di fiducia (Edelman Trust Barometer 2026), minore apprezzamento riscuotono i suoi comportamenti comunicativi (Pew Research Center 2024; Bucchi et al. 2025), che presentano fattori di asimmetria, autocelebrazione, politicizzazione e, quindi, di potenziale diffidenza (Bucchi et al. 2024). A questi si aggiunge la difficoltà per i pubblici di orientarsi tra fonti più o meno attendibili, tra dati e opinioni, tra linguaggi specialistici oppure sensazionalistici, tra frame narrativi emergenziali che fanno appello al rischio e all’emotività, ma che non attivano o responsabilizzano i cittadini, né consentono di comprendere l’effettivo impatto dei risultati della ricerca sulla loro vita (Van Eck et al. 2020; Mittermeier 2025). Entro un ampio programma di ricerca che considera tre macro-ambiti della comunicazione scientifica – salute, scienza&tecnologia, ambiente –, il contributo affronta la narrazione del cambiamento climatico, secondo l’attenzione rivolta dall’agenzia di stampa ANSA alla ricerca scientifica, dal 2019 al 2025. In un campione di 1245 lanci pubblicati da ANSA, si è proceduto all’analisi quali-quantitativa del contenuto dei 233 articoli sul tema “ambiente”, di cui 64 riferiti al cambiamento climatico. Questa azione di focalizzazione, non pianificata aprioristicamente, è giustificata, sia dall’evidente vulnerabilità nella trattazione della crisi climatica che emerge dalla letteratura, sia da recenti dati di monitoraggio che illustrano la difficoltà di ingresso del tema specifico nell’agenda dei media, nonostante le percezioni e le preoccupazioni dei cittadini (Special Eurobarometer 2025; Osservatorio di Pavia 2023). Inoltre, comparativamente agli altri ambiti investigati (Autor* 2025), la comunicazione del cambiamento climatico sembra assumere nello studio condotto tratti peculiari. Sono oggetto di esplorazione: l’andamento dell’attenzione prestata da ANSA nel periodo considerato e delle sub-issue trattate – quanto se ne parla e quali gli oggetti di studio delle ricerche notiziate? -, l’inquadramento del tema in frame ricorrenti – come se ne parla? -, il ruolo degli esperti e, soprattutto, delle istituzioni di ricerca e degli enti pubblici – chi interviene e per conto di chi se ne parla? -, l’individuazione di forme di legittimazione del contenuto scientifico – quali strategie vengono impiegate per validare il tema trattato? -. Ne risulterà una narrazione che tende parzialmente a confermare alcune delle vulnerabilità note, ma che al contempo rintraccia, nell’andamento diacronico, tendenze proprie del climate knowledge broker (Scodanibbio et al. 2023), quali il tentativo di avvicinamento del tema alla sfera di vita dei cittadini, l’ampliamento degli attori e delle discipline convocate, l’individuazione di forme di co-produzione dei contenuti e di interrelazione dei contesti indagati.
4 - Ambivalenze e vulnerabilità della comunicazione pubblica della sostenibilità: le pratiche comunicative social dei comuni italiani Martina Ragosta e Gea Ducci (Università di Urbino Carlo Bo) Nei processi di transizioni verso la sostenibilità (Sassen, 2014; Kohler et al., 2019), le pubbliche amministrazioni svolgono un ruolo fondamentale nel guidare il cambiamento sociale, e la comunicazione pubblica rappresenta una leva per costruire narrazioni trasformative, promuovere nei territori di riferimento una cultura della sostenibilità, rafforzando la collaborazione con cittadine/i e stakeholder (Franceschetti e Moini, 2023), in linea con l’Agenda ONU 2030 e i report OCSE (2021, 2024). In un ecosistema mediale ibrido (Jenkins, 2013) e in una sfera pubblica frammentata e densa (Bentivegna e Boccia Artieri, 2021; Solito et al. 2020), le amministrazioni possono fare leva sugli strumenti digitali per la comunicazione della sostenibilità al fine di aumentare prossimità ed engagement (Canel e Luoma-aho, 2019; Faccioli et al., 2020), affrontando però questioni che possono renderla vulnerabile: disordine informativo (Wardle, 2017), platformizzazione (van Dijck, 2020), inciviltà comunicativa (Bentivegna, Boccia Artieri, Mascheroni 2026), dilemmi etici legati all’IA (D’Ambrosi et al., 2024; Lovari e De Rosa, 2025). A partire da una tipologia di comunicazione pubblica della sostenibilità che ne sottolinea la natura strategica e complessa (Autor*, 2025; Autor*, 2022), la ricerca esplora le pratiche digitali di otto comuni italiani altamente digitalizzati (iCityRank 2024). L’obiettivo generale è comprendere le scelte di comunicazione riguardanti la sostenibilità, gli approcci culturali e le narrazioni prevalenti, costruite o co-costruite istituzionalmente, anche attraverso l’impiego dell’Intelligenza Artificiale. Inoltre, si intende esplorare il ruolo dei professionisti della comunicazione, con particolare attenzione alla loro capacità di agency (Giddens, 1984; Grunig, 2009). Le principali domande di ricerca sono le seguenti: - D1: Quali temi legati alla sostenibilità vengono trattati nelle pagine social istituzionali dei comuni in Italia (Facebook e Instagram)? - D2: Come vengono curati i contenuti (criteri narrativi, stili comunicativi e tono di voce) e in che modo tali scelte favorirebbero l’engagement dei cittadini? - D3: Quale ruolo svolgono i comunicatori pubblici e quali sono le principali strategie di comunicazione della sostenibilità adottate dai comuni? L’approccio metodologico è di tipo misto (Creswell, 2015; Krippendorff, 2018) e la ricerca si articola in due fasi. La prima fase (maggio-luglio 2025) consiste nella raccolta e analisi dei contenuti digitali provenienti dai siti web comunali e dai social media istituzionali (Facebook/Instagram), rispondendo alle prime due domande di ricerca. I post rilevati vengono classificati sulla base di criteri validati di accordo tra ricercatori che includono: tipologie e sottotipi di comunicazione della sostenibilità (Autor*, 2025); allineamento agli SDGs dell’Agenda ONU 2030; tipo di linguaggio e tono di voce. La seconda fase (primo semestre 2026) corrisponde alla terza domanda di ricerca e consiste nella conduzione di interviste semi-strutturate a comunicatrici/ori pubblici dei comuni selezionati. I risultati della prima fase mettono in luce una percentuale significativa di post sui social media dedicati alla sostenibilità; tuttavia, la sovrapproduzione spesso potrebbe ostacolare il raggiungimento degli obiettivi di comunicazione istituzionali. Dalle pratiche digitali emerge in generale una visione e una narrazione “tradizionale” della sostenibilità, incentrata prevalentemente sull’ambiente, a scapito della sua multidimensionalità. Si può ipotizzare che la frammentarietà dei contenuti e la mancanza di una pianificazione integrata e condivisa possano rischiare di alimentare il disordine informativo. Sembra emergere una difficoltà nel trovare un giusto equilibrio fra esigenza di mantenere una postura istituzionale e, al contempo, impiegare modalità comunicative coinvolgenti, non sfruttando appieno il potenziale di interazione con cittadine/i. I risultati della seconda fase completeranno l’analisi, rilevando le principali vulnerabilità della comunicazione pubblica della sostenibilità dal punto di vista dei professionisti e offriranno spunti sulla possibilità di agency delle istituzioni nelle transizioni verso la sostenibilità. Sebbene il lavoro di ricerca si riferisca ad un limitato numero di comuni, i risultati offrono una base critica per future ricerche.
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| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 08: Immaginari del tecnopotere Luogo, sala: Aula 12 Chair di sessione: Giovanni Ciofalo |
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Infrastrutture videoludiche, narrazioni e potere: verso un modello critico interdisciplinare Scuola Normale Superiore, Italia Nel 2024, Galen Lamphere-Englund ha sottolineato come una persona su quattro nel mondo giochi ai videogiochi, settore che ha ormai superato musica, cinema e televisione per fatturato, raggiungendo 196,8 miliardi di dollari nel solo 2022. Nello stesso anno, Daniel Punday ha proposto una teoria generale delle infrastrutture nei narrative studies, criticando la tendenza dei game studies a considerare i videogiochi come mondi chiusi e autotelici. Punday si concentra su come le infrastrutture, sia materiali che ideologiche, influenzano non solo la progettazione dei giochi e l’esperienza dei giocatori, ma anche la rappresentazione del futuro nei mondi ludici. Se Punday si concentra sulla dimensione più formale dell’analisi, questo articolo vuole creare un modello concettuale per l’analisi critica dei videogiochi e della complessità dei rapporti tra imprese, stati e sistemi sociotecnici, interrogando l’infrastruttura dei videogiochi nella costruzione di narrazioni fuorvianti, propaganda e modulazione del consenso. Slopaganda, Overton, Clicktatorship: la neolingua della propaganda computazionale Università di Catania, Italia La società delle piattaforme ha ridefinito l’ambiente entro cui si producono e circolano le narrazioni politiche (van Dijck, Poell, de Waal 2018). In un contesto in cui algoritmi, dati e infrastrutture digitali agiscono come attori socio-tecnici, la propaganda assume forme computazionali sempre più pervasive. Questo paper si propone di introdurre tre concetti – slopaganda, Overton in chiave socio-tecnica, clicktatorship – per comprendere l’uso politico di immagini generate con intelligenza artificiale. Domanda di ricerca: in che modo tali dispositivi ridefiniscono i confini del dicibile e del consenso? Il modello verrà testato sulla comunicazione di Donald Trump su Gaza Il punto di partenza teorico di questo lavoro è la propaganda computazionale, intesa come forma organizzata di intervento comunicativo che integra infrastrutture digitali, algoritmi, automazione e analisi dei dati per influenzare credenze, atteggiamenti e comportamenti politici nello spazio pubblico (Howard et al., 2023; Woolley & Howard, 2019; Mustafa et al., 2025). A differenza della propaganda tradizionale, essa opera secondo una logica scalabile, personalizzabile e adattiva, resa possibile da bot, micro-targeting e amplificazione algoritmica coordinata. Alla base permane un intento strategico definito da attori statali e non statali che progettano nel tempo architetture persuasive orientate alla modulazione del consenso. Per comprendere la trasformazione contemporanea della propaganda computazionale occorre collocarla nel più ampio ecosistema comunicativo della società digitale. In tale contesto emerge l’AI slop: contenuti testuali, visivi o audiovisivi generati da sistemi di intelligenza artificiale in quantità massiva, con minimo intervento umano e scarsa cura editoriale. Il termine, diffusosi nel dibattito anglofono tra 2023 e 2024, designa una forma di junk content algoritmico formalmente plausibile ma semanticamente povero (Hoffman, 2024; Hern & Milmo, 2024). L’AI slop alimenta inquinamento epistemico e disuguaglianze informative, incidendo sulla qualità della conoscenza pubblica (Bechard, 2025; Shaib, 2026). Nell’ecosistema comunicativo digitale la propaganda politica non si limita più a costruire narrazioni coerenti, ma agisce attraverso la saturazione dell’ambiente informativo. Il concetto di Slopaganda descrive questa trasformazione: produzione automatizzata di contenuti politici a bassa densità semantica, resa sostenibile dall’IA generativa che riduce i costi e moltiplica i volumi di circolazione (Klincewicz et al., 2025). In scenario l’attenzione diviene terreno di inquinamento epistemico, dove contenuti plausibili ma poveri degradano lo spazio condiviso (Gross & Colson, 2025). La Slopaganda opera come dispositivo socio-tecnico che privilegia visibilità, ripetizione e risonanza rispetto a coerenza, verità e qualità argomentativa (Crilley & Saunders, 2025). Per comprendere l’uso della slopaganda nella comunicazione politica contemporanea occorre richiamare la finestra di Overton, modello che delimita l’insieme delle idee pubblicamente proponibili senza apparire estreme (Mackinac Center, 1995). I decisori operano entro un perimetro di accettabilità prodotto da processi culturali e mediali (Johnson et al., 2023). La finestra può essere spostata rendendo progressivamente familiari contenuti marginali, agendo su visibilità e tollerabilità (Nikadambayeva, 2025). La slop culture estende questa logica ai contenuti: ciò che è ripetuto diventa accettabile. Ad esempio: il video “Trump Gaza” ha contribuito a normalizzare l’idea di Gaza come riviera fino alla costituzione del Board of Peace al World Economic Forum di Davos Esistono diverse conseguenze che potrebbero scaturire dall'uso della slopaganda secondo una strategia da finestra di Overton. Tra le possibili conseguenze emerge la clicktatorship: una trasformazione del potere in cui visibilità, engagement e reattività algoritmica sostituiscono mediazione istituzionale e deliberazione democratica (Gansinger & Kole, 2018; Moynihan, 2026a; Moynihan, 2026b). In questo regime l’attenzione diventa misura di legittimità: like, click e trend operano come segnali di consenso, pur essendo strutturalmente manipolabili, favorendo personalizzazione del potere e disintermediazione spettacolarizzata. Immaginari del Tecnopotere. L'era post-politica e il conflitto simbolico fra narrazioni dell'emergenza e nuove utopie postumane. LEIRIS - Laboratoire d'études interdisciplinaires sur les représentations et les imaginaires sociaux, Université de Paul Valéry, Montpellier, France Il contributo si propone di analizzare il conflitto simbolico che attraversa le società contemporanee nell’età post-democratica e post-globale (post-politica?), mettendo a fuoco la crisi del progressismo come paradigma narrativo egemonico e l’emergere del tecnopotere quale nuova forma di legittimazione simbolica, culturale e immaginaria del potere. Muovendo dalle riflessioni sulla società del rischio e sull’istituzionalizzazione dell’incertezza, le crisi sistemiche - sanitarie, climatiche, geopolitiche - sono interpretate come dispositivi narrativi capaci di ridefinire le coordinate dell’agire politico e dell’identità collettiva. In questo quadro, il progressismo occidentale, storicamente fondato su una narrazione teleologica del progresso e dell’emancipazione, appare progressivamente riorganizzato attorno a una grammatica permanente dell’emergenza. La crisi non è più una rottura temporanea dell’ordine, ma diventa il principio ordinatore del discorso pubblico e il fondamento della mobilitazione emotiva. Questa trasformazione produce una riconfigurazione profonda dell’immaginario progressista che può essere letta come passaggio da un’utopia della speranza a una politica della sopravvivenza, in cui la gestione del rischio sostituisce l’orizzonte del miglioramento sociale. La fine dell’epica progressista classica, esemplificata dal tramonto della retorica della “speranza” e del cambiamento lineare, apre così la strada a una narrazione apocalittica del presente, in cui l’urgenza, la paura e la vulnerabilità diventano risorse simboliche centrali. All’interno di questo scenario si colloca l’ascesa di nuove figure e narrazioni dell’emergenza, interpretabili come mitologie contemporanee del collasso. Tali narrazioni, lungi dal limitarsi alla denuncia, contribuiscono a strutturare forme di appartenenza morale e di polarizzazione, alimentando conflitti simbolici che attraversano generazioni, culture politiche e visioni dell’umano. In reazione a questo “progressismo apocalittico”, l’emergere del tecnopotere risulta una narrazione alternativa e contro-egemonica. Il tecnopotere viene qui concettualizzato come una forma ibrida di autorità simbolica che combina innovazione tecnologica, immaginari post-umani e retoriche spirituali, producendo una promessa di salvezza spostata dal piano sociale a quello biologico, computazionale e trans-umano.Il tecnopotere può essere letto come una nuova declinazione delle tecnologie del governo della vita, in cui il controllo e l’ottimizzazione non riguardano più soltanto i corpi sociali, ma l’umano in quanto tale. Attraverso l’analisi di estetiche, narrazioni, archetipi e miti fondativi - dal futurismo tecnologico alla promessa di immortalità, dalla colonizzazione spaziale alla felicità algoritmica - il contributo mostra come il tecnopotere produca una riconfigurazione radicale dell’immaginario del progresso, segnando una rottura con l’umanesimo illuminista e inaugurando una fase post-umanista del discorso politico. In questa prospettiva, la tecnologia non è semplicemente uno strumento, ma un attore simbolico capace di generare senso, consenso e nuove gerarchie di valore. Il contributo si colloca dunque all’intersezione tra sociologia della cultura, mediologia, studi sugli immaginari sociali e analisi delle narrazioni del conflitto, proponendo un lessico critico per comprendere le trasformazioni del potere e dell’identità collettiva nelle società dell’incertezza. In particolare, si propone di mostrare come il conflitto contemporaneo non si giochi soltanto sul piano materiale o istituzionale, ma soprattutto su quello simbolico, dove crisi, tecnologia e futuro diventano campi di forza contrapposti e dispositivi di riorganizzazione del legame sociale. Il futuro armato. Anticipazione e tecnocrazia nella Silicon Valley. 1: Università degli Studi di Bari, Italia; 2: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia La Silicon Valley è un luogo di produzione di dispositivi e immaginari. Come sta cambiando la rappresentazione del futuro nel luogo propulsivo dell’innovazione dello scenario occidentale? La domanda di ricerca poggia le sue basi sulla constatazione di un cambiamento radicale nelle parole e negli obiettivi dichiarati da imprenditori e ceo rispetto all’immagine di futuro aperto, orizzontale e partecipativo dei primi esiti dell’Ideologia Californiana. Le tech companies sembrano oggi operare attivamente sul distacco tra governance e democrazia sulla base di una visione catastrofica del futuro da scongiurare attraverso l’azione urgente nel presente intorno a religione, forza militare, primato della nazione. Per rispondere, il paper espone gli esiti dell’analisi del discorso di un corpus complesso di produzione saggistica e pubblicistica di attori che il dibattito pubblico associa alla Silicon Valley. Il punto di partenza è un’indagine critica della relazione con il futuro incorporata nella produzione tecnologica dell’avanguardia digitale. In questa fase, il paper si concentra sulla contraddizione tra retorica futurista (Balbi 2022) e la costruzione operativa di un “regime di anticipazione” (Adam, Murphy, & Clarke, 2009) che attivamente trasforma l’analisi previsionale in azione, acquisto, valutazione da attuare nel presente (Di Chio, 2022). Sebbene l'anticipazione costituisca una modalità indispensabile di preparazione del futuro (Anderson, 2010), la sua esasperazione nell'asse centrale di un regime normativo produce l'obbligo di rimanere informati, vigili e preparati, trasformando l'anticipazione in un imperativo morale e affettivo. Emozioni come la speranza, la paura e la vigilanza diventano così forze politiche chiave, rimodellando la responsabilità e ridistribuendo il rischio dalle istituzioni collettive agli individui (Poli, 2017). La spinta all’anticipazione nel presente trova legittimazione nelle visioni distopiche del futuro a lungo termine costruite dalle narrazioni prodotte dall’influenza culturale della Silicon Valley e delle declinazioni (divenute plurime) della Californian Ideology. Nelle interviste, negli interventi pubblici e nella pubblicistica emerge una visione dell’avvenire che, all’insegna di uno dei tanti paradossi postmoderni, rigetta il progresso nell’accezione e matrice illuministica originaria, e assume connotati neoreazionari e retrotopici. Un avvenire tradizionalista quale orizzonte di destino indicato da una tecnocrazia autoritaria (Panarari, 2025), venata di “broligarchia”, e ricercato in termini ideologici e di consensus-building da numerosi movimenti politici neopopulisti. L’innovazione si salda “all’interesse nazionale” (Karp, 2025), alla separazione tra libertà e democrazia contro il globalismo e la diversità culturale (Thiel, 2003/2025) e, infine, al solo perseguimento della crescita, senza limiti di velocità (Andreessen, 2023). Sino ai paradossi postmoderni più lampanti e marcati, come la descrizione (e ossessione) da parte di Peter Thiel, massimo esponente della Silicon Valley di ultradestra, dell’avvento di un “tempo dell’Anticristo” da contrastare (Thiel, 2025). |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 09: Communication, Culture and Participation in Liminal Contexts: Practices, Narratives and Resistance Luogo, sala: Aula 13 Chair di sessione: Marco Binotto |
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Communication, Culture and Participation in Liminal Contexts: Practices, Narratives and Resistance 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: Università di Roma Tor Vergata; 3: University of Bremen; 4: Luiss University, Rome; 5: European University of the Atlantic; 6: University of Missouri This panel explores the role of communication and culture in participatory processes emerging within liminal urban and digital contexts, understood as spaces shaped by marginality, vulnerability, socio-spatial transition and deep transformations of contemporary media ecosystems. Drawing on sociological perspectives at the intersection of cultural sociology, communication studies and critical urban studies, the panel aims to analyse how participatory practices are produced, negotiated and contested in contexts marked by structural inequalities and asymmetric power relations. Liminal contexts—such as urban peripheries, stigmatized neighbourhoods, informal or transitional territories, and hybrid digital environments—are conceptualised here not merely as spaces of exclusion, but as arenas of symbolic production and social refiguration. These spaces are characterised by heightened uncertainty, fragile institutional presence and overlapping vulnerabilities, yet they also host forms of creativity, collective action and cultural innovation. Participation within such contexts is inherently ambivalent: it can function as a vehicle for inclusion, empowerment and civic engagement, but it can also be absorbed into neoliberal narratives of “collaborative governance” that promote responsibility without redistribution, visibility without recognition, and participation without political agency. The panel focuses on communication as a constitutive dimension of participation, rather than a neutral tool or technical support. Media practices, narratives, and symbolic forms are central to the ways communities articulate their identities, make sense of their marginal positions, and negotiate access to the public sphere. In deeply mediatised societies, participation is increasingly shaped by platform logics, algorithmic visibility and infrastructural dependencies that redefine the conditions under which voices can be heard, recognised or silenced. At the same time, liminal contexts often generate situated, improvised and hybrid communicative practices that creatively combine face-to-face interaction, informal networks and digital platforms. A key concern of the panel is the analysis of hybrid participatory configurations, in which online and offline practices are tightly interwoven. Rather than treating digital participation as detached from material and territorial conditions, the panel emphasises the embeddedness of media practices within specific social, cultural and spatial contexts. Another central dimension addressed by the panel is the emotional and affective dynamics of participation. Participation in liminal contexts is deeply entangled with emotions such as anger, frustration, hope, pride and belonging, which shape motivations, narratives and modes of engagement. Emotions are not treated as individual psychological states, but as socially and culturally mediated processes that influence collective identities and political subjectivities. Communicative practices—storytelling, visual narratives, shared rituals and mediated encounters—often function as spaces where emotions are articulated, negotiated and transformed into resources for action and resistance. Empirically, the panel draws inspiration from qualitative and comparative research conducted in different European contexts, including Southern and Central-Eastern Europe, based on ethnographic approaches, participatory observation and action research. Case studies include community-led urban regeneration initiatives, cultural and media projects developed in marginalised neighbourhoods, and hybrid participatory platforms that seek to counter socio-spatial exclusion. These experiences highlight how participation from the margins often takes the form of symbolic struggle, producing counter-narratives that challenge dominant representations of places and populations. Overall, the panel proposes a critical rethinking of participation as a cultural and communicative process, embedded in power relations and shaped by conflict, negotiation and meaning-making. By foregrounding liminality as an analytical lens, the session contributes to ongoing debates within sociology of culture and communication on democracy, participation and media, offering insights into how democratic practices are reconfigured when observed from marginal and transitional contexts. The panel ultimately seeks to foster dialogue across disciplinary boundaries, bringing together scholars interested in understanding participation not as a consensual or managerial process, but as a contested and culturally situated practice emerging from the margins of contemporary societies. Paper 1 Observe, React, Join: Collective Resistance to Fascism and Racism Carolina Escudero, University of Missouri, USA
This study examines contemporary anti-fascist/racist mobilizations as communicative practices of collective resistance emerging in liminal urban and digital contexts. Drawing on interdisciplinary perspectives from communication studies, cultural sociology, political communication, media activism, and media psychology, the study conceptualizes resistance not merely as political opposition but as a socially embedded process of meaning-making, emotional alignment, and solidarity building. The analysis is grounded in Couldry’s notion of human solidarity, understood as the capacity to recognize others as co-inhabitants of a shared world whose voices matter and whose lives are mutually implicated. From this perspective, resistance becomes an ethical and communicative practice through which marginalized communities reclaim visibility and reconstruct collective agency under conditions of democratic erosion. This framework is complemented by Waisbord’s work on contentious communication, Treré’s insights on media activism and hybrid participation, Bennett and Segerberg’s notion of connective action, and Boal’s conception of street performance as a space of collective representation, where public space becomes a stage for political subjectivity. Empirically, the study focuses on transnational anti-racist and anti-fascist initiatives such as World Against Racism, which exemplify how decentralized movements mobilize communicative strategies to observe patterns of discrimination, analyze structural inequalities, and react through coordinated symbolic and material actions. These mobilizations operate across hybrid configurations that intertwine digital platforms with embodied protest, transforming streets and online environments into interconnected arenas of resistance. Methodologically, the study adopts a qualitative, critical, and interdisciplinary research design. The empirical corpus comprises movement-produced digital materials (including manifestos, visual artifacts, and social media narratives), selected media coverage, and public statements associated with recent global mobilizations. These data are examined through critical discourse analysis combined with thematic qualitative coding across three analytical dimensions: (1) narrative framing and communicative practices; (2) affective dynamics, including anger, fear, hope, and belonging; and (3) forms of collective solidarity enacted across online and offline spaces. Rather than seeking statistical representativeness, the study prioritizes analytical depth and contextual sensitivity, recognizing that resistance practices are situated within specific socio-cultural and political environments. Analytically, the mobilization process is conceptualized through a three-stage communicative trajectory observe (recognizing threats to rights, democracy, and social justice), react (engaging through digital practices such as sharing, commenting, and peer discussion), and join (participating in hybrid forms of collective action that bridge online engagement with embodied street-level mobilization). This framework enables a relational understanding of resistance as a dynamic process of awareness, emotional alignment, and collective enactment. Findings suggest that vulnerability operates as a transformative resource in liminal contexts, where communities organize mutual aid networks, participatory assemblies, and symbolic actions that challenge neoliberal rationalities and exclusionary narratives. From a media psychology perspective, emotions are shown to play a central role in mobilization, functioning as collective forces that sustain engagement and reinforce shared identities. These affective dynamics are mediated through storytelling, visual performances, and ritualized protest practices, converting individual experiences into collective political subjectivities. The study argues that contemporary resistance movements exemplify a shift from traditional community formations toward communities of resistance, characterized by connective action, distributed leadership, and hybrid participation. In line with Treré, these practices demonstrate how digital infrastructures can simultaneously reproduce inequalities and enable new forms of collective agency when appropriated through activist strategies. At the same time, following Waisbord, participation remains deeply contested, shaped by asymmetries of visibility and power. By positioning communication as constitutive, rather than merely instrumental, to resistance practices, this study contributes to critical debates on participation within liminal spaces. It develops a relational understanding of collective action, rejecting reductionist interpretations and articulating how symbolic struggle, affective infrastructures and material-discursive conditions are mutually constituted in practices of solidarity. The analysis shows how marginalised actors create counter-publics through communicative labour that contests hegemonic formations and prefigure alternative political visions.. Ultimately, the study reaffirms the constitutive role of communication in sustaining democratic horizons and emancipatory potential, particularly when authoritarian rationalities threaten to foreclose collective possibilities on a global scale.
Paper 2 Social Networks and Youth Subjectivity in Residential Care: Negotiating Autonomy and Vulnerability in the Onlife Space Thomas André Prola, Universidad Europea del Atlántico (UNEAT)
This paper is part of an ethnographic study conducted on the impact of digital social networks on the subjectivity of young people living in administrative residential care within the child and adolescent protection system in Spain. It aims to analyse how these young people produce narratives in the onlife space (Floridi, 2015, Bárcenas y Preza, 2019), understood as a hybrid dimension in which the digital and the face-to-face intertwine, configuring a continuous experience of socialization, identity, and belonging. The research is grounded in a central question that has gained particular relevance in the contemporary context marked by public and legal scrutiny of major digital platforms: Can digital social networks still be considered spaces of autonomy and democratization, or do they, by definition, constitute environments that reproduce and amplify structural vulnerabilities? The analysis focuses on the production of the self that young people deploy on social networks, attending to two complementary dimensions: (1) “being,” associated with the desire for authenticity, recognition, and visibility; and (2) “being-with,” linked to belonging, relational bonds, and the construction of community. These dimensions are not presented as oppositional, but rather as dynamic tensions that organize digital practices and are articulated through subjective mechanisms such as the search for identity coherence, profile performativity, the management of intimacy, and self-care. The findings show that digital social networks offer these young people the possibility of experimenting with shifting identities that are co-constructed and shaped through interaction with others, allowing them to partially step outside the institutional framework and access a symbolic territory of their own where they can relate beyond the label of vulnerability. In some cases, a predominantly digital form of socialization is observed, explained both by difficulties in engaging within physical environments and by the attraction of the “economy of followers,” in which the presence of a broad audience fuels the pursuit of recognition and consolidates a narrative oriented toward “being.” In these scenarios, intimate exposure may lead to risk situations, giving rise to what is conceptualized as “media vulnerability,” understood as the amplification of pre-existing social fragilities through digital visibility. However, the study also shows that networks function as spaces of meaningful connection where the production of the self is oriented toward “being-with others,” fostering the creation of community-based digital niches linked to educational, social, cultural, relational, or activist interests, and strengthening belonging to communities rooted in the physical world. In such cases, the positive reinforcement received in digital environments contributes to the development of a more secure subjectivity that is conscious of its areas of growth, which appears to positively influence processes of autonomy and emotional well-being among young people whose life trajectories are marked by institutional dependence. Digital social networks thus become instruments for weaving bonds, sustaining relationships, and projecting possible futures, expanding the space of educational containment toward community-based supports beyond the family or professional sphere. The paper concludes that digital social networks cannot be unambiguously defined either as spaces of emancipation or as inherently dangerous environments, but rather as complex scenarios in which autonomy and vulnerability coexist and are shaped by structural conditions linked to individual practices and the quality of established relationships. The digital thus emerges as a strategic field for socio-educational intervention and for the contemporary understanding of youth subjectivation processes in contexts of protection. Paper 3 Solidarity in Crisis: Emergency Networks, Liminal Participation and the Communicative Reconfiguration of Social Cohesion. Insights from the SEE Project Fabiana Battisti, University of Rome “Tor Vergata”
Contemporary emergency networks — civil protection organisations, volunteer-based first response systems, and humanitarian coordination structures — represent one of the most institutionally consolidated expressions of social solidarity. Yet these organisations are today confronted with a compound crisis that exceeds the well-documented decline of volunteerism: they face a deeper fracture in the fabric of social solidarity itself, one that arrests collective action and neutralises participatory impulses at their root. The [redacted for peer review] project engages directly with this paradox, investigating how organisations historically entrusted with the care of communities have become increasingly disconnected from the very territories and vulnerabilities they are called to address. This disconnection is not merely operational but deeply cultural and communicative, reflecting broader transformations in how contemporary societies produce, sustain, and transmit solidary bonds across generations and institutional forms. Drawing on two years of participatory action research conducted across five European countries — Italy, Germany, Slovakia, France, and Greece — this paper critically examines the structural contradictions embedded in emergency organisations operating within late-modern, deeply mediatised societies. These institutions are caught in a peculiar temporal bind: they must anticipate and plan for future crises while remaining anchored in operational presents shaped by bureaucratic inertia, resource scarcity, and monolithic organisational cultures resistant to horizontal transformation. Their relationship with local communities is marked by a profound communicative gap: institutional silence toward citizens and fragile local actors coexists with an internal reproduction of neoliberal action schemas that prioritise efficiency over relational depth, visibility over recognition, and service delivery over genuine civic engagement. This tension reflects a structural inability to inhabit the present and the future simultaneously — to be responsive to immediate emergencies while building the participatory infrastructures needed for long-term social resistance. The paper draws on ethnographic observation and action research methodologies to surface the contradictions structuring these dynamics, foregrounding participation as the critical axis around which processes of knowledge exchange and territorial embedding must be reconstructed. Rather than treating participation as a procedural mechanism or managerial tool, the analysis frames it as a culturally and communicatively situated practice that is inherently contested and power-laden. Emergency organisations, despite their non-profit and civic character, are not exempt from the absorption of collaborative governance logics that promote responsibilisation without redistribution and engagement without political subjectivity. The research across the five national contexts reveals significant variation in how these tensions manifest, yet points to a common pattern: the more organisations operate monolithically and in isolation from local knowledge, the more their participatory potential is foreclosed, both externally toward communities and internally among their own members and volunteers. Central to the [redacted for peer review] framework is the conceptualisation of solidarity as a liminal space — generative, ambivalent, and emotionally charged. Emotions of belonging, connection, anger and hope are not peripheral to organisational life but constitute its affective infrastructure, shaping how volunteers and communities co-produce meaning, negotiate trust, and sustain or abandon collective commitments. The crisis of volunteerism, in this reading, is inseparable from a broader affective crisis: the erosion of shared emotional grammars through which solidarity is felt, expressed and acted upon. Communicative practices — storytelling, hybrid media use, shared ritual — emerge in the research as irreplaceable sites where these emotional dynamics are articulated and potentially transformed into renewed solidarity. Hybrid participatory configurations, combining face-to-face interaction with digital platforms and informal networks, are shown to offer creative pathways for re-embedding emergency organisations within their local contexts, provided that such tools are appropriated through community-centred rather than top-down logics. The paper ultimately argues that restoring solidarity as a generative social force for tomorrow's societies requires a radical rethinking of how emergency institutions communicate, listen, and participate — not only outwardly toward communities, but inwardly, restructuring their organisational cultures from within. Solidarity, reclaimed as a liminal and communicative space, becomes both the object of inquiry and the horizon of transformation that the [redacted for peer review] project seeks to contribute to ongoing European debates on democratic participation, social cohesion and the future of civic institutions.
Paper 4 Between silence and resistance: the Italian peace movement between mediatisation and the politics of war discourse Michele Sorice, Sapienza University of Rome
In an era of intensifying geopolitical conflict and the accelerating militarisation of European political discourse, peace movements occupy a paradoxical position: they are structurally marginalised within mainstream media representation yet are symbolically central to the reproduction of counter-hegemonic imaginaries. This paper presents the findings of an ongoing research project examining the Italian peace movement as a space of cultural and political resistance against dominant narratives that legitimise military escalation and which have pervaded Italian public discourse since the outbreak of the Russo-Ukrainian War and the renewed crisis in the Middle East. Drawing on Gramsci's concept of hegemony and Habermas's theory of the public sphere, the research conceptualises the peace movement as a communicative practice — a form of collective enunciation that seeks to reclaim discursive legitimacy within a media system increasingly colonised by geopolitical and institutional actors with vested interests in normalising war rhetoric. The theoretical framework integrates critical discourse analysis (CDA) with mediatisation theory (Hjarvard, Couldry, and Hepp) to examine how peace activism is shaped by, and resists, the logics of contemporary media platforms. Methodologically, the research combines two complementary approaches. The first is participatory action research (PAR), which was conducted with activists, organisers and participants of the Italian peace movement in several metropolitan areas, including Rome, Milan and Naples. PAR is conceived as an epistemological and ethical commitment here, recognising that knowledge about resistance must be co-produced with those who enact it. Through sustained engagement with movement participants, the research explores how peace activists perceive, develop, and express their political identity; how they navigate the tension between visibility and co-optation within digital media environments; and how they create alternative meanings in opposition to the dominant consensus on war. The second methodological approach is a systematic discourse analysis of political speech acts produced by Italian parliamentary representatives and government officials concerning peace, war, and military support, ranging from official parliamentary debates to media appearances and social media communication. This corpus-based analysis maps the rhetorical and ideological structures through which war is legitimised, dissent is delegitimised, and the figure of the peace activist is constructed as either naïve or complicit. Particular attention is given to the discursive mechanisms of securitisation, emotional framing and the strategic mobilisation of memory, notably anti-fascist and Cold War references, in contemporary political communication. Comparing movement and institutional discourse reveals a profound asymmetry of symbolic power but also highlights significant contradictions and fissures within the hegemonic bloc. While political discourse portrays peace advocacy as irresponsible or apolitical, movement actors develop nuanced counter-narratives that link pacifism to critiques of NATO militarisation, arms industry interests, and the democratic deficit in foreign policy decision-making. However, these narratives struggle to achieve systemic media visibility beyond episodic coverage, raising broader questions about the structural conditions of democratic deliberation in contemporary Italy. The paper contributes to ongoing debates in critical media studies by arguing that the Italian peace movement functions as a liminal space of resistance — a site where alternative political subjectivities are constructed precisely at the margins of mainstream discursive power. Understanding this marginality and the communicative practices through which it is contested is essential for any serious engagement with the crisis of democracy in contemporary Europe. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 10: Giovani e pratiche espressive Luogo, sala: Aula 17 Chair di sessione: Gianna Maria Cappello |
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Il rap come strumento educativo e di rielaborazione simbolica: un caso studio a Milano Università degli Studi di Milano - Bicocca Il progressivo indebolimento delle istituzioni e delle politiche educative (Giancola & Salmieri, 2023) – dovuto anche all’adozione delle logiche di New Public Management (Gunter et al., 2016) e di innovazione tecnologica (Pitzalis, 2016) – ha reso sempre più importante lo sviluppo di pratiche educative non formali ad opera di enti del terzo settore attivi in ambito culturale e sociale (Autor*, 2025). In questa prospettiva, l’arts-based education si afferma come pratica capace di rielaborare simbolicamente le fratture sociali e di aprire spazi di espressione e riconoscimento, contribuendo alla costruzione di ambienti di apprendimento e formazione aperti e orizzontali (Hulsbosch, 2010; Chappell & Cahnmann-Taylor, 2013). Tra le pratiche artistiche promosse e adottate dall’art-based education, il rap è un osservatorio privilegiato per analizzare tali processi. Il rap – e più in generale la cultura hip-hop – rappresenta infatti un caso emblematico per esaminare le tensioni tra resistenza, identità, mercato e istituzionalizzazione. Nato in contesti urbani marginalizzati come forma di espressione politica legata a razza, classe e appartenenza (Hall & Forman, 2000; Hall & Jefferson, 2003; Clarke et al., 2003), il rap è sempre più uno spazio performativo e testuale di costruzione identitaria (Krims, 2000; Forman & Neal, 2004; Dimitriadis, 2001), da un lato, e un esempio paradigmatico di integrazione sistemica, dall’altro lato. Da fenomeno underground percepito come espressione di conflitto e devianza, esso è stato infatti progressivamente inglobato nelle dinamiche dell’industria culturale mainstream (Stapleton, 1998; Coddington, 2023), ridefinendo i confini e le relazioni tra indipendenza e mercato (Mangat, 2024). Parallelamente, il rap è stato progressivamente istituzionalizzato come strumento educativo e di empowerment giovanile, capace di generare partecipazione, consapevolezza critica e identità (Kruse, 2014; Fant, 2015; Runell & Diaz, 2017; Hess, 2018; Kruse, 2020; Horton et al., 2021; Laforgue-Bullido et al. 2024). A partire da queste premesse, il contributo presenta i primi risultati emersi nell’ambito [omesso per peer review] che mira allo studio dell’arte nei processi educativi, formali e non formali, come dispositivo di promozione del dialogo e dell’inclusione tra i giovani. In particolare, il caso studio presentato è un laboratorio rap organizzato da un’associazione di promozione sociale in un quartiere periferico e multiculturale di Milano condotto da rapper professionisti e rivolto a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni. Attraverso interviste ai rappresentanti istituzionali (coordinatori, educatori e artisti), osservazioni non partecipanti e focus group con i destinatari del laboratorio, condotti con l’uso di tecniche creative come l’emotional cartography (Nold, 2009; Giorgi, Pizzolati, & Vacchelli, 2021), l’analisi evidenzia come il ricorso al rap come strumento educativo produca effetti su più livelli. Da un lato, il laboratorio assume una finalità professionalizzante fornendo conoscenze relative alla cultura rap, e competenze tecniche (scrittura, campionamento, mixaggio, produzione ed editing, performance live e in studio) potenzialmente spendibili per un futuro ingresso nell’industria musicale, collocandosi consapevolmente in un campo segnato dalle dinamiche di mercato (Stapleton, 1998; Coddington, 2023). Dall’altro, esso offre strumenti e occasioni di riflessività, di ‘scoperta' del sé e rielaborazione creativa di vissuti ed emozioni, di costruzione condivisa di significati e rappresentazioni, favorendo al contempo lo sviluppo di competenze socio-relazionali e attitudini alla convivenza e al riconoscimento delle diversità. La scrittura e la performance rap diventano pratiche attraverso cui i ragazzi coinvolti trasformano vissuti di marginalità in contro-narrazioni pubbliche, riattivando forme di agency (Krims, 2000; Dimitriadis, 2001; Hall & Jefferson, 2003) in contesti segnati da disuguaglianze e pluralità culturale (Hall & Jefferson, 2003; Hess, 2018). In questa duplice dimensione – professionalizzante e riflessiva – il rap si configura come dispositivo educativo capace di connettere produzione culturale, identità, e dimensione comunitaria. Pratiche di ascolto e significati sociali della GenZ: un laboratorio partecipativo Università degli Studi di Torino, Italia La musica rappresenta per molti/e adolescenti un terreno privilegiato di costruzione di significati, nel quale esperienza personale e rappresentazione della società si intrecciano (Miranda, 2013; North & Hargreaves, 1999; Bennett, 2004). Questo contributo esamina tale intreccio attraverso un laboratorio partecipativo realizzato con quattro classi di scuola secondaria superiore; nello specifico, la ricerca si interroga su come gli/le adolescenti interpretino i contenuti musicali che consumano quotidianamente e su quali criteri utilizzino per valutarne le implicazioni sul piano individuale e collettivo. Il valore del progetto è prima di tutto didattico, volto a stimolare riflessione critica sui contenuti musicali e sulle loro implicazioni sociali (Lipman, 1994; Suárez‐Perdomo et al., 2025). Parallelamente, l’esperienza offre un osservatorio privilegiato sui processi attraverso cui gli adolescenti elaborano giudizi e contestualizzano gli aspetti più controversi della produzione musicale contemporanea. Il quadro metodologico si colloca nell’ambito delle tecniche creative e partecipative e si articola nella produzione di fanzine, intese come dispositivi di elaborazione simbolica e strumenti di indagine qualitativa. La fanzine funge da supporto per l’attivazione del pensiero critico, rendendo espliciti i criteri interpretativi adottati dai partecipanti nell’analisi dei contenuti mediali (Brown, 2024; Pizzolati, 2026). Al suo interno, gli/le studenti hanno selezionato e discusso strofe e immagini del proprio universo musicale, collocandole in uno schema strutturato attorno a due assi, individuo e società, ciascuno articolato tra polarità positiva e negativa, argomentando pubblicamente le proprie scelte e negoziandone il posizionamento in forma collettiva. Si sono registrate alcune difficoltà nell’implementazione dell’attività con le classi più giovani, che hanno mostrato maggiore insicurezza e minore familiarità con pratiche di riflessione critica. Al tempo stesso, il dispositivo partecipativo ha favorito il coinvolgimento di studenti solitamente meno attivi/e nel contesto scolastico tradizionale, che nel laboratorio hanno assunto un ruolo più propositivo e partecipe. I risultati mettono in luce come le pratiche di ascolto musicale costituiscano un importante spazio di costruzione del significato sociale: attraverso la discussione collettiva, i/le partecipanti rendono espliciti i criteri con cui interpretano i contenuti musicali, rivelando l’intreccio tra dimensione biografica e cornici culturali condivise. I/le partecipanti riconoscono come leggere e riflettere collettivamente sui testi favorisca una maggiore consapevolezza rispetto al semplice ascolto, consentendo di individuare aspetti problematici o controversi spesso trascurati; in particolare tra i/le più giovani si osserva l’emergere di una riflessività nuova rispetto a contenuti precedentemente fruiti in modo acritico. Le discussioni mettono inoltre in evidenza una sensibilità diffusa rispetto al potenziale emulativo di alcune narrazioni musicali e ai possibili effetti che esse possono esercitare sul piano simbolico e relazionale. Tra i diversi temi emersi, il rap italiano compare come elemento ricorrente, seppur segnato da forti ambivalenze: da un lato, permette ai/alle giovani di confrontarsi con temi di marginalità e critica sociale; dall’altro, può riprodurre stereotipi o immagini problematiche. All’interno di questa ambivalenza viene posta anche la questione di genere: diversi/e partecipanti notano e criticano la rappresentazione sessista e oggettivata delle donne, nonché i possibili effetti di tali modelli sulle aspettative e sulle pratiche relazionali di chi ascolta. In definitiva, il laboratorio conferma come la musica possa essere utilizzata non solo come oggetto di consumo, ma anche come strumento di riflessione critica e mediazione simbolica, attraverso cui gli/le adolescenti elaborano e negoziano la propria visione della società. Sul piano metodologico, l’esperienza dimostra come l’analisi partecipativa di pratiche culturali ordinarie possa offrire insight significativi sui processi di costruzione del significato sociale in adolescenza, evidenziando il ruolo della musica nel collegare esperienza individuale e dinamiche collettive. In ultima istanza, il progetto sottolinea l’importanza di promuovere il pensiero critico, affinché i giovani possano interpretare consapevolmente i contenuti musicali e comprenderne le implicazioni individuali e sociali. Tra fatica e fuga: rileggere il lavoro attraverso la networked self-entrepreneurship 1: Università degli Studi di Milano, Italia; 2: Emlyon Business School Le trasformazioni strutturali che si sono verificate alla fine dello scorso secolo hanno alterato in maniera inequivocabile il sistema economico e quello lavorativo, rendendo la precarietà una caratteristica fondante delle esperienze professionali. Ne deriva una condizione di precarietà non solo lavorativa, ma anche sociale ed esistenziale, che riconfigura non solo la cultura del lavoro ma anche la percezione del futuro personale. Le aspettative di successo individuale, radicate nel discorso neoliberale, generano spesso un senso di inadeguatezza, ansia e frustrazione (Achdut e Refaeli,2020), portando molte persone ad accettare lavori non retribuiti come investimento per future opportunità occupazionali e contribuendo così a normalizzare lo sfruttamento e la svalutazione delle competenze (Mackenzie e McKinlay,2021). Di tutta risposta, le generazioni più giovani mostrano un crescente sentimento di rifiuto verso il lavoro, sempre più percepito come una costruzione sociale del neoliberismo, intrisa di dinamiche patriarcali e dunque oggetto di critica e possibile rigetto. In questo scenario si inserisce il concetto di digital hustle, inteso come forma di adattamento attraverso cui i soggetti (soprattutto giovani) cercano di orientarsi tra informalità, cura e sopravvivenza all’interno del capitalismo delle piattaforme (Ticona, 2021). Le piattaforme sociali diventano, così, spazi in cui precarietà e aspirazione si intrecciano, producendo nuove configurazioni di lavoro digitale, auto-imprenditorialità e identità professionale. Nello specifico, il presente contributo si propone dunque di esplorare le forme emergenti di imprenditorialità e auto-promozione su TikTok, interrogandosi sulle pratiche e sulle narrazioni che caratterizzano tali attività e sulle visioni del lavoro che esse promuovono e mira a rispondere alla seguente domanda: quali pratiche e quali narrazioni caratterizzano le attività imprenditoriali su TikTok e quali visioni del lavoro contribuiscono a costruire e diffondere? Seguendo l’approccio “follow the algorithm” (Airoldi et al 2016, Autor* 2024), sono stati creati due nuovi account per personalizzare i suggerimenti della piattaforma e guidare l’osservazione:
L’analisi evidenzia due configurazioni narrative distinte che osservano e interpretano differenti modalità di rappresentazione del lavoro digitale, pur individuando alcuni elementi comuni. La prima configurazione prende in esame il mondo degli small business, con particolare attenzione a produzioni artigianali e creative (come abbigliamento, candele o uncinetto). In questo caso emerge una forte dimensione materiale: vengono osservati gli strumenti, i laboratori e gli spazi operativi, con una centralità attribuita al lavoro manuale, ai processi produttivi e al tempo investito nell’attività. La seconda configurazione analizza invece l’ambito del network marketing online, includendo contenuti legati a formazione digitale, AI e opportunità lavorative online. Qui viene osservata una prevalenza dell’immaterialità, con ambienti domestici e spazi di comfort che enfatizzano uno stile di vita flessibile e una maggiore integrazione tra lavoro e vita privata. La centralità si sposta dal lavoro come attività concreta al vivere quotidiano e alla gestione autonoma del tempo. L’analisi mostra come TikTok funzioni come spazio per una forma di networked self-entrepreneurship. Non si tratta di evitare il lavoro tradizionale, ma di adottare un modus operandi centrato sulla condivisione di conoscenze relative a forme alternative di lavoro. Gli utenti condividono la loro esperienza e competenza affinché altri possano avviare attività proprie, creando così un ecosistema di apprendimento reciproco. Le piattaforme, quindi, diventano spazi di diffusione di informazioni di base e formazione mirata a cambiare il modo in cui le persone lavorano, con opportunità di corsi più avanzati spesso a pagamento (ad esempio coaching personalizzato) generando un circolo virtuoso di trasferimento di know-how che permette agli individui di avviare attività in modo personalizzato, aumentando contemporaneamente il capitale reputazionale di chi condivide le conoscenze. |
| 11:15 - 13:00 | Sessione 1 - Panel 11: Consumi contesi: moda, sostenibilità e sport Luogo, sala: Aula 15 Chair di sessione: Patrizia Calefato |
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Il campo della moda in crisi. Nuovi agenti, conflitti di legittimazione e narrazioni del consumo nell’era della deep mediatization Università di Salerno La crisi è diventata una condizione strutturale che attraversa le istituzioni sociali, ridefinisce le gerarchie simboliche e trasforma le pratiche di consumo. In questo scenario, anche il campo della moda, inteso come spazio relazionale relativamente autonomo (Bourdieu, 1993a) non è immune dalle tensioni sistemiche del presente. Al contrario, esso costituisce un osservatorio privilegiato per analizzare come la crisi delle strutture di legittimazione tradizionali si intrecci con l’emergere di nuovi agenti, nuove narrazioni e nuovi immaginari del consumo. Il presente contributo propone di leggere la trasformazione del campo della moda attraverso il concetto di deep mediatization (Couldry & Hepp, 2017), intesa come una delle fasi del metaprocesso (Krotz, 2007) della mediatizzazione, corrispondente alla digitalizzazione e alla piattaformizzazione che riconfigura le logiche interne delle istituzioni sociali. Seguendo Rocamora (2017), la mediatizzazione della moda non si limita a descrivere un cambiamento nei canali di comunicazione, ma implica una trasformazione strutturale delle pratiche di produzione, consumo e legittimazione simbolica. Se Bourdieu e Delsaut (1975) avevano definito il campo della moda come uno spazio di “competizione per il monopolio della legittimità specifica”, ovvero il potere esclusivo di imporre i simboli legittimi della distinzione vestimentaria, e Bourdieu (1993a) aveva distinto tra un subcampo di produzione ristretta (haute couture, autonomo, dominato dalla logica dell’arte per l’arte) e un subcampo di produzione su larga scala (moda di massa, eteronomo, subordinato alle logiche commerciali e mediatiche), oggi questa architettura è attraversata da tensioni inedite. Come ha mostrato Rocamora (2015) in riferimento ai fashion blogger, come primi newcomers digitali del campo, l’ingresso di nuovi agenti non dotati del capitale tradizionale genera conflitti sulla definizione stessa di cosa costituisce una pratica legittima. Nuovi soggetti fanno il loro ingresso: piattaforme digitali, media company, brand nativi digitali, creator, algoritmi e comunità online. Questi attori non si limitano ad abitare il campo, ma ne ridisegnano le regole di accesso, i criteri di visibilità e i dispositivi di consacrazione simbolica (van Dijck, Poell & de Waal, 2018). La crisi non è quindi solo economica, tecnologica, ecologica, politica e bellica tanto da ridisegnare lo scenario sociale entro cui i nuovi attori della moda digitale si trovano a cooperare e confliggere, ma riguarda anche chi ha il potere di definire cosa è moda, chi la produce, chi la narra e chi la consuma. Per esplorare questa ipotesi, il contributo analizza tre casi di studio emblematici: Nike, che ha sviluppato un ecosistema digitale complesso fondato sulla logica della piattaforma; Gucci, che ha sperimentato sistematicamente ambienti immersivi e strategie di presenza nel metaverso; DressX, brand nativamente digitale che opera esclusivamente nel mercato della virtual fashion. Le traiettorie di questi tre casi possono essere lette anche alla luce della distinzione bourdieusiana tra subcampi: Nike e Gucci si collocano in una posizione ibrida, oscillando tra le logiche del subcampo di produzione su larga scala e le aspirazioni alla legittimità del subcampo ristretto; DressX incarna invece un modello radicalmente alternativo, che mette in discussione la stessa opposizione tra autonomia ed eteronimia su cui si reggeva l’architettura originaria del campo. Attraverso una media content analysis (Macnamara, 2005) e un’analisi netnografica non partecipante (Kozinets, 2006) di siti web, piattaforme, social media, il lavoro mira a mappare le relazioni tra agenti e a identificare nuove configurazioni di potere e nuovi dispositivi di legittimazione. L’obiettivo non è fornire una ricostruzione esaustiva del campo, ma mostrare come la crisi delle strutture tradizionali di gatekeeping nella moda rispecchi dinamiche più ampie, ovvero la destabilizzazione delle gerarchie simboliche, la proliferazione di narrazioni concorrenti e la trasformazione degli immaginari del consumo in un’epoca segnata dall’instabilità sistemica. Povertà di consumo e disuguaglianze: il paradosso dei comportamenti pro-circolari nella transizione sostenibile IULM, Italia L’economia circolare si è progressivamente affermata come uno dei paradigmi centrali della transizione sostenibile (Purushothaman et al., 2025), configurandosi non solo come modello per imprese e policymakers, ma come cornice culturale e normativa che ridefinisce criteri di responsabilità, legittimità e valore dei consumi (Camacho-Otero et al., 2018; Shevchenko et al., 2023). In questo processo, la crisi ambientale ha contribuito alla costruzione di una vera e propria grammatica della circolarità, fondata su imperativi di riduzione, riuso, riparazione e responsabilizzazione individuale, alla base di un pensiero circolare sistemico e condiviso che si sviluppa nel quadro di una più ampia crisi del paradigma consumista tradizionale. La circolarità si trasforma così da strategia di impresa a principio regolativo delle condotte quotidiane, inscrivendo il consumo entro nuove aspettative di virtuosità. Questa retorica, tuttavia, non opera in modo neutrale, ma si innesta su strutture sociali preesistenti e interagisce con disuguaglianze economiche, culturali e territoriali, producendo effetti differenziati e contribuendo alla riorganizzazione delle gerarchie simboliche del consumo. In questo contesto, lo studio si concentra su un aspetto ancora poco esplorato in letteratura, indagando la relazione tra povertà dei consumi e pratiche pro-circolari, intesa come la modalità attraverso cui condizioni di scarsità materiale strutturano l’accesso, l’interpretazione e la negoziazione della circolarità, contribuendo alla produzione di pratiche condizionate da assetti strutturali (Rodrigues da Silva & Ramos, 2024; Carmo, 2021; Therborn, 2013). In tale prospettiva, lo studio analizza se le pratiche pro-circolari costituiscano espressione di orientamenti valoriali oppure rappresentino strategie adattive connesse alla povertà di consumo o a condizioni di vulnerabilità, interrogandosi inoltre sull’emergere di nuove pratiche di circolarità generate dalle disuguaglianze strutturali. La ricerca adotta un disegno metodologico misto che combina un’indagine quantitativa (N=132) – volta a rilevare comportamenti pro-circolari, motivazioni, barriere e variabili socio-demografiche – con un’indagine qualitativa comprendente (N=36) interviste semi-strutturate, per approfondire i processi di attribuzione di significato e le dinamiche di legittimazione associate. I risultati preliminari evidenziano come le pratiche pro-circolari si configurino prevalentemente come strategie adattive, legate alla povertà dei consumi, e a fattori di disuguaglianza strutturale, piuttosto che come espressione primaria di sensibilità verso ragioni di natura ambientale. Tali pratiche risultano radicate in condizioni di scarsità materiale, vulnerabilità socio-economica e momenti di transizione biografica, che incidono concretamente sull’adozione di pratiche circolari. L’asimmetria generata produce configurazioni differenziate nelle pratiche di allungamento del ciclo di vita dei beni, nei percorsi di evitamento dell’acquisto – più frequentemente associati a consumatori consapevoli – e nelle forme di donazione, condivisione e prestito. Tali pratiche assumono inoltre una particolare rilevanza nei contesti rurali, dove la presenza di reti sociali dense e di circuiti di scambio informale favorisce la continuità di modelli circolari. Per contro, si osserva l’emergere di nuove pratiche circolari ad elevato contenuto simbolico e identitario, che tendono a concentrarsi nei contesti socio-economici più favorevoli e nelle aree urbane. In tali ambiti, la circolarità non si configura soltanto come insieme di comportamenti orientati alla sostenibilità, ma assume una funzione distintiva, di legittimazione e valorizzazione del capitale simbolico. In questa prospettiva, l’economia circolare si configura come ambito ambivalente della transizione sostenibile: pur proponendosi come alternativa al modello lineare, non elimina le asimmetrie sociali, ma tende a riorganizzarle secondo nuove logiche di accesso, qualità e riconoscimento. La diffusione delle pratiche circolari ridefinisce infatti criteri di legittimità e possibilità di scelta, contribuendo alla produzione di nuove segmentazioni. Inoltre, l’intreccio tra povertà di consumo e processi di valorizzazione simbolica si configura come una chiave interpretativa cruciale per comprendere come la transizione sostenibile possa trasformarsi in un campo sociale attraversato da tensioni distributive e simboliche, all’interno del quale si riproducono e ridefiniscono le disuguaglianze contemporanee. La sfida degli Enhanced Games: tra crisi delle categorie sociali e conflitto culturale e politico 1: Università degli Studi di Napoli Federico II, Italia; 2: Università degli Studi di Udine Il contributo intende illustrare i primi risultati di uno studio sulla rappresentazione degli Enhanced Games nella stampa internazionale. Gli Enhanced Games sono un mega-evento sportivo in cui diversi atleti sono chiamati a cimentarsi nella ricerca della migliore prestazione di sempre in una di tre discipline specifiche – nuoto, atletica leggera e sollevamento pesi – potendo assumere, in modo trasparente e controllato da equipe mediche, sostanze considerate dopanti nell’ambito delle competizioni sportive ufficiali. La prima edizione avrà luogo nella primavera del 2026 a Las Vegas, con la volontà di dare all’evento una cadenza temporale ciclica. L’intento politico-culturale dell’organizzazione degli Enhanced Games è a suo modo quello di rivoluzionare il canone stesso dello sport, pur innestandosi esplicitamente in quella dimensione commercializzata e spettacolarizzata dell’ambito sportivo oggi dominante. Non a caso i Giochi si terranno a Las Vegas, in un contesto pomposo, mentre la connessione tra record e spettacolo è resa esplicita, con il chiaro fine di allestire un evento capace di generare ingenti profitti all’interno della congiunzione tra media, sport e sponsor tipica dell’intrattenimento sportivo. Anche gli atleti mirano a cospicui guadagni, dal momento che ogni record battuto dà diritto a una lauta ricompensa. Tuttavia, in questa provocazione legata alla trasformazione del canone dello sport sembra annidarsi una sfida politica e culturale ulteriore. Sul piano degli immaginari, ma anche della concretezza materiale delle questioni sociali, si lavora e ci si muove in quella zona opaca di messa in crisi dei confini di differenti categorie sociali e di senso: naturale e artificiale, moralità e corruzione/slealtà, salutare e nocivo, successo prestazionale e sport amatoriale, legale e illegale, individuo e struttura, diritto e dovere, obbligo e libertà, innovazione e reazione, onore e ignominia, ecc. Il progetto degli Enhanced Games vuole in parte svelare la dimensione sociale e convenzionale di queste categorie, ma nelle pieghe di questa sfida culturale si innesta e si cela un proponimento di spessore politico, ideologico, presumibilmente economico molto ambizioso, di parte e non neutrale. Non a caso, nel manifesto del progetto, “The First Declaration on Human Enhancement”, si reclama libertà individuale nella sovranità sul proprio corpo, indipendenza dalla coercizione, autonomia nella possibilità di rischiare in modo equilibrato, pur nel rispetto delle leggi nazionali e della garanzia di una qualità della vita salutare. Inoltre, si fa riferimento esplicito al dovere di seguire l’innovazione tecnico-scientifica, di perseguire lo sviluppo incontrastabile dell’umano, pur garantendo lo spirito leale e trasparente della competizione sportiva. Non sarà difficile individuare il sedimento di idee non neutre sul piano sociale, culturale, politico, economico, legate all’innovazionismo, al soluzionismo e al libertarismo – parole d’ordine care a specifiche élite politico-economiche. Posto questo quadro definitorio degli Enhanced Games, il contributo espone i risultati di un’analisi tematica di articoli presenti su testate giornalistiche in diversi contesti internazionali, realizzata attraverso il riconoscimento di strutture latenti di co-occorrenza lessicale all’interno del corpus scelto, l’individuazione di termini rappresentativi e argomenti prevalenti, cosiddetto Topic Modeling, cui fa seguito un approfondimento qualitativo basato sui topic emersi e sul knowledge domain acquisito. L’obiettivo complessivo dello studio è quello di ragionare sui temi preminenti nel discorso pubblico, sulla loro definizione e sulla loro presa nel dibattito. I topic riscontrati nell’analisi sono i seguenti: la sfida istituzionale e la definizione di un nuovo paradigma sportivo; la dimensione mediatica e spettacolare dell’evento; la controversia etica e il conflitto regolatorio; i problemi di governance; il progetto biotecnologico ed economico; lo spazio di carriera, identità e opportunità per gli atleti. |
| 13:00 - 14:00 | Pranzo Luogo, sala: Ballatoio esterno |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 01: Narrazioni giornalistiche Luogo, sala: Aula 2 Chair di sessione: Sergio Splendore |
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Raccontare il disastro, costruire il conflitto. Culture giornalistiche europee e narrazione degli incendi di Los Angeles Università di Macerata, Italia L’aumento della frequenza e dell’intensità dei disastri ambientali legati al cambiamento climatico ha rafforzato il ruolo dei media nella costruzione sociale del rischio e nella mediazione tra conoscenza scientifica, opinione pubblica e processi decisionali (Cooper, 2019; Haley et al., 2025). Sebbene la letteratura abbia ampiamente analizzato la copertura mediatica dei disastri climatici, rimane ancora limitata la comprensione comparativa delle differenze culturali che caratterizzano la costruzione transnazionale delle narrazioni del rischio (Fraustino et al. 2017; Cooper, 2019; To P. et al., 2021). In questo contesto, gli incendi boschivi rappresentano una delle principali manifestazioni delle trasformazioni climatiche contemporanee, con impatti rilevanti sugli ecosistemi, sulla salute pubblica e sulle economie locali. Il giornalismo contribuisce in modo decisivo alla costruzione dei frame interpretativi attraverso cui tali eventi vengono spiegati, politicizzati e simbolicamente rielaborati nello spazio pubblico (Murru, Pasquali, 2020; CalFire, 2025; Autor*, 2026a; 2026b) Negli ultimi anni, i wildfire si sono progressivamente configurati come disastri complessi, caratterizzati dall’interazione tra fattori climatici, trasformazioni ambientali e dinamiche socioeconomiche. La letteratura evidenzia come questi eventi non rappresentino più fenomeni episodici, ma processi sistemici connessi all’espansione urbana e alla crescente vulnerabilità delle comunità esposte. Gli incendi tendono a generare conflitti interpretativi e politici legati all’attribuzione delle responsabilità, alla gestione delle emergenze e alla definizione delle strategie di adattamento climatico (Houston et al., 2012;Abatzoglou, Williams, 2016; Haley et al., 2025). Il presente contributo analizza la copertura mediatica europea degli incendi che hanno colpito l’area di Los Angeles nel gennaio 2025, con l’obiettivo di comprendere come le culture giornalistiche nazionali contribuiscano alla costruzione di conflitti politici, scientifici e simbolici nella rappresentazione della crisi climatica. La ricerca adotta un approccio qualitativo basato sulla content analysis applicata a un corpus di 706 articoli pubblicati tra il 7 e il 31 gennaio 2025 nelle edizioni digitali di Corriere della Sera, The Times, El País e Le Figaro. L’analisi si fonda sui modelli teorici dell’agenda-setting e della framing analysis, al fine di individuare i temi dominanti, gli attori coinvolti e le modalità con cui il cambiamento climatico viene integrato nelle narrazioni giornalistiche transnazionali. I risultati evidenziano una struttura narrativa articolata in due fasi principali. Nella prima fase della copertura mediatica prevale un approccio esplicativo orientato alla ricostruzione delle cause del disastro e all’attribuzione delle responsabilità istituzionali e climatiche. In questa fase emergono differenze significative tra le culture giornalistiche analizzate: la stampa italiana e britannica tende a costruire il disastro come arena di conflitto politico e ideologico, mentre quella francese e spagnola privilegia una rappresentazione centrata sugli impatti ambientali e sociali dell’evento. Nella seconda fase della copertura si osserva uno spostamento verso dimensioni sociali ed emotive della narrazione. Le testate analizzate dedicano maggiore attenzione alle conseguenze materiali degli incendi, alle storie individuali delle vittime e alle forme di solidarietà istituzionale e civile. Persistono tuttavia differenze interpretative tra i contesti nazionali: alcune narrazioni privilegiano la dimensione economica del disastro, altre enfatizzano il ruolo delle istituzioni e dei soccorritori, mentre altre sviluppano una rappresentazione orientata alla memoria collettiva e all’elaborazione sociale del trauma. Nel complesso, lo studio mostra come la narrazione transnazionale dei disastri climatici si configuri come uno spazio di negoziazione e produzione di conflitti interpretativi, influenzato dalle culture giornalistiche nazionali e dai contesti politico-ideologici. I risultati contribuiscono al dibattito sulla comunicazione del rischio e sulla politicizzazione mediatica del cambiamento climatico, evidenziando il ruolo strategico del giornalismo nella costruzione della percezione pubblica delle emergenze ambientali. Tra visibilità e silenziamento: esperienza e narrazione della violenza digitale di genere nell’ecosistema dell’informazione italiano Università di Bologna, Italia In una sfera pubblica digitale frammentata, segnata da polarizzazione e conflitti simbolici (Sorice, 2020), i professionisti dell’informazione operano su un terreno sempre più instabile, trovandosi in una posizione di particolare vulnerabilità rispetto agli attacchi provenienti tanto da segmenti di pubblico quanto da attori centrali dell’arena politica (Reporters Without Borders, 2018). I dati confermano che la variabile di genere rappresenta oggi, come in passato, una lente imprescindibile per leggere questo fenomeno: le giornaliste sono colpite in misura sproporzionata dalla violenza online, che spesso tracima oltre gli spazi digitali, assume forme organizzate e presenta una marcata dimensione di genere (Davis Kempton & Connolly-Ahern, 2022; Tandoc, Sagun & Alvarez, 2023). Tuttavia, le condizioni strutturali, culturali e professionali entro cui tali abusi prendono forma restano ancora insufficientemente indagate, in un contesto in cui la violenza facilitata dalle tecnologie è tuttora oggetto di un processo di definizione e stabilizzazione concettuale, oltre a risultare priva di risposte di policy pienamente coordinate ed efficaci (Gius, Cremonesini & Toffanin, 2026). In questo quadro, la violenza digitale si configura come una forma di conflitto che incide direttamente sulle routine professionali e, potenzialmente, sui processi di rappresentazione mediatica del fenomeno stesso, la cui copertura negli ultimi anni è apparsa discontinua e spesso legata a singoli eventi di alto profilo (Autor*, 2025). La violenza può operare come dispositivo di regolazione simbolica, capace di produrre silenziamento, ritiro strategico o ridefinizione delle priorità tematiche, soprattutto nell’ambiente delle piattaforme, dove le questioni legate al genere e al femminismo sono frequentemente oggetto di polarizzazione e scontro (Banet-Weiser, 2018; Suarez Estrada et al., 2022; Posetti et al., 2022). Il presente contributo esamina le dinamiche di genere che strutturano la violenza online rivolta alle operatrici dell’informazione, concentrandosi sul contesto italiano attraverso dieci interviste in profondità a donne impegnate nella produzione di notizie. Il campione comprende giornaliste professioniste, ma anche content creator e freelance prive di una formazione giornalistica tradizionale che collaborano con nuovi attori dell’informazione digitale. Questa scelta metodologica riflette la trasformazione attraversata dal campo giornalistico contemporaneo, caratterizzato da un’ampia diffusione del lavoro autonomo e da confini sempre più porosi tra giornalismo, attivismo e produzione di contenuti (Sorrentino & Splendore, 2022; López-García & Gutiérrez-Caneda, 2023). Tali assetti determinano un accesso diseguale al supporto redazionale, alla tutela legale e alle risposte organizzative alle molestie online, accentuando le vulnerabilità individuali e professionali (Posetti et al., 2022). L’analisi esplora se e in che misura le giornaliste italiane percepiscano un rischio maggiore di essere bersaglio di attacchi quando affrontano temi sensibili, in particolare questioni legate al genere e alla violenza digitale. Si indaga inoltre come questa percezione, intrecciata alle specificità del giornalismo digitale, influenzi le decisioni editoriali, le pratiche di autocensura e l’inclusione – o marginalizzazione – delle questioni di genere nelle agende informative. I risultati indicano che le molestie online non costituiscono soltanto esperienze individuali di abuso, ma agiscono come meccanismi strutturali che incidono sui processi di selezione, gerarchizzazione e definizione delle notizie, contribuendo a ridefinire ciò che può essere detto, da chi e a quali condizioni. Il contributo analizza infine le strategie di resistenza e coping adottate dalle intervistate, che spaziano dalla gestione individuale del rischio alle reti informali di supporto tra pari, fino alla denuncia pubblica e all’abbandono selettivo di specifiche piattaforme o ambiti tematici. Nel complesso, l’analisi mostra come la violenza online non rappresenti soltanto una minaccia individuale, ma un fattore strutturale che incide sulle condizioni di produzione del discorso pubblico e sulla visibilità delle questioni di genere nella sfera mediatica contemporanea. Costruire lo scandalo: narrazioni, archetipi e processi di degradazione nella rappresentazione mediale della corruzione Università degli Studi di Perugia, Italia Lo studio affronta il fenomeno degli scandali politici per corruzione adottando un approccio metodologico che unisce la sociologia della comunicazione all'analisi semiotico-narratologica, per giungere a risultati empirici e teorici sulle conseguenze sistemiche di tali dinamiche. Dal punto di vista teorico, la ricerca supera la prospettiva oggettivistica degli scandali (Adut, 2008) che li riduce a dirette conseguenze di un illecito penale, per analizzarli come processi di costruzione sociale della realtà (Berger & Luckmann, 1966). L’emersione di uno scandalo, infatti, non è direttamente proporzionale alla gravità oggettiva dell'atto deviante, ma dipende dalla sua trasformazione in un "dramma sociale": un dispositivo rituale e conflittuale in cui una trasgressione nascosta viene portata alla luce, etichettata e sottoposta al giudizio pubblico, innescando un'indignazione collettiva che costringe la società a interrogarsi e a rinegoziare i propri confini morali (Alexander, 1999). In questa operazione di attribuzione di senso, le narrazioni svolgono un ruolo costitutivo. L'ecosistema informativo non si limita a riflettere i fatti in modo neutrale, ma li organizza attraverso un’attività di storytelling che converte la corruzione in un prodotto commerciale e narrativo. Attraverso un processo di spettacolarizzazione, la complessità e la specificità di un caso di corruzione vengono tradotte in una "novella morale", strutturata attorno al conflitto e, in particolare, all'ipocrisia derivante dal cortocircuito tra la virtù pubblica ostentata e il vizio privato praticato. Sul piano empirico, lo studio si basa su un'analisi qualitativa di dieci casi paradigmatici di corruzione italiana (dallo scandalo Boccia-Sangiuliano, a quelli meno recenti di Marino, Formigoni, Fini, tra gli altri). La ricerca analizza articoli provenienti da quattro principali testate nazionali (Corriere della Sera, Il Giornale, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano). Per decostruire il testo giornalistico, il metodo impiega l'analisi semiotica e narratologica (Barthes, 1998; Greimas, 2000), analizzando come i media utilizzino specifici codici per organizzare la storia. L'applicazione di questo metodo porta a risultati che stimolano diversi spunti di riflessione su come le logiche mediali e politiche trasformino lo scandalo, degradino il soggetto e generino un sentimento di sfiducia generalizzato nella società. L'analisi narratologica dimostra che il nucleo dello scandalo non è il reato tecnico-amministrativo in sé, ma l'ipocrisia, ossia lo scarto tra l'immagine pubblica virtuosa e il vizio privato. I risultati evidenziano come la narrazione si regga strutturalmente non sui fatti giudiziari, ma su dettagli accessori. I media utilizzano "oggetti di valore" (privilegi, yacht, resort di lusso) e "catalisi" triviali (scontrini, beni di lusso, automobili) per reificare la colpa e renderla tangibile. Questo processo attiva un “rituale di degradazione” del politico (Giglioli et al., 1997), riducendolo a un "archetipo narrativo" (il villain) all'interno di un racconto seriale, esponendolo all'invidia sociale e al voyeurismo del pubblico. Il risultato finale di queste logiche è il fallimento della funzione purificatrice originaria dello scandalo (Durkheim, 1893). I media istituiscono un "processo mediatico parallelo", dove la ricerca narrativa della verosimiglianza scavalca e anticipa l'accertamento della verità giuridica, producendo sentenze reputazionali irreversibili anche in caso di successiva assoluzione. Questo ecosistema non ricompatta la società attorno a valori condivisi, ma genera un'"indignazione schizofrenica" (Mancini, 2023). Nelle odierne democrazie, che si fondano sulla politics of trust (la centralità della fiducia nel leader politico) (Thompson, 2000), la continua spettacolarizzazione narrativa della corruzione innesca una rovinosa "spirale del cinismo", che finisce per delegittimare irreversibilmente le istituzioni e allontanare i cittadini dalla partecipazione democratica (Fieschi & Heywood, 2004). Stories elections tell: narrazioni strategiche nelle notizie politiche italiane su Facebook Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia L’essere umano è, per natura, un narratore. Come osserva White (1990), l’impulso a raccontare storie è così centrale nella vita sociale che la sua assenza sarebbe di per sé anomala. Le narrazioni non emergono però spontaneamente: vengono generate, contestate e riciclate nei sistemi mediatici, adattandosi continuamente ai contesti politici, alle piattaforme tecnologiche e ai conflitti culturali. Le campagne elettorali ne rappresentano un esempio particolarmente evidente, in cui attori politici, giornalisti e cittadini costruiscono simultaneamente storie su ciò che accade, chi è responsabile e quali azioni intraprendere. Questo studio propone una pipeline per l’individuazione strategica di narrazioni in grandi corpora di notizie, applicata ai contenuti italiani su Facebook nei tre mesi precedenti le elezioni nazionali del 2018 e del 2022. L’approccio estende quello proposto da [Autori Anonimi] (2024) che usa i Large Language Models (LLMs) per la classificazione di 35.729 contenuti politici raccolti tramite il Meta URL Shares Dataset. Il fondamento teorico è l’osservazione di Ricoeur (2014) secondo cui l’esperienza umana è sempre strutturata narrativamente: gli eventi acquisiscono senso solo se inseriti in sequenze che indicano chi fa cosa, perché conta e cosa succede dopo (Nordensvard & Ketola, 2022; Somers, 1994) in modo non neutrale. Secondo Miskimmon, O’Loughlin e Roselle (2014), le narrazioni strategiche sono strumenti attraverso cui gli attori politici cercano di imporre una lettura del passato, presente e futuro, influenzando non solo cosa pensiamo, ma anche come lo pensiamo. La copertura mediatica, in questa prospettiva, non è uno specchio degli eventi, ma uno spazio in cui il potere narrativo si esercita: alcune interpretazioni vengono amplificate, altre marginalizzate, e il riciclo di elementi narrativi comuni contribuisce a riprodurre o ridefinire gerarchie di senso. Come ricordano Bliuc e Chidley (2022), sono questi elementi narrativi condivisi più che le caratteristiche demografiche a costruire una coesione comunitaria e i confini tra “noi” e “loro”. I social media sono oggi infrastrutture centrali per la diffusione di narrazioni, determinando quali raggiungono quali pubblici e in quali condizioni (Bennett & Pfetsch, 2018). Studiare le notizie circolate sulle piattaforme non è dunque solo una scelta metodologica, ma una necessità per comprendere la comunicazione strategica nella politica contemporanea. Questo studio codifica ogni elemento lungo otto dimensioni analitiche usando un LLM locale di OpenAI (gpt-oss:20b): azioni ed eventi, tema, luogo geografico, attori principali, collocazione temporale, sentiment, stile di presentazione e scopo/intento. Le descrizioni della categoria “azioni ed eventi”, originariamente testuali e eterogenee, sono state gestite in due fasi: lo stesso modello ha prodotto una tassonomia empirica da un campione stratificato di 500 elementi, poi revisionata dall’autore e applicata all’intero dataset. Elementi con combinazioni identiche in tutte le dimensioni sono stati aggregati in cluster, facendo emergere le strutture ricorrenti che caratterizzano diverse tipologie narrative. Ogni cluster è stato profilato secondo il modello giornalistico 5W+H (Who, What, When, Where, Why, How), trasformando i profili in template narrativi interpretabili e confrontabili tra cicli elettorali. L’analisi preliminare evidenzia cambiamenti significativi tra le due elezioni. Nel 2018, il panorama narrativo era fortemente conflittuale: procedimenti legali, corruzione e crimine violento dominavano, spesso con framing sensazionalista e orientato a suscitare rabbia. Nel 2022, prevalgono temi economici, sanitari e di politica internazionale. Il framing informativo e fattuale è più frequente, e il registro emotivo complessivo si è attenuato. Il cast di attori cambia: Giorgia Meloni e Mario Draghi sostituiscono l’eterogeneo scenario centrato sul M5S del 2018, e la copertura si orienta più verso il contesto europeo che locale. La pipeline completa permetterà di mappare questi cambiamenti su tipologie narrative distinte. Nei prossimi step, si analizzeranno i pattern di engagement degli utenti per comprendere come vengono recepite le diverse narrazioni e la pipeline sarà validata da un gruppo di esperti. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 02: Cambiamento climatico e disordini informativi Luogo, sala: Aula 3 Chair di sessione: Fabio Giglietto |
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"È solo una bufala": conflitto epistemico e narrazioni del clima nelle comunità Reddit di Civilization VI Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Italia Il cambiamento climatico rappresenta oggi uno dei terreni più caldi di conflitto epistemico, dove il sapere prodotto dalla comunità scientifica si confronta con contro-narrazioni negazioniste, revisioniste e con retoriche di sospetto verso le istituzioni (Jacques e Dunlap, 2025). In questo quadro, i videogiochi costituiscono un sito di analisi ancora poco approfondito dalla ricerca sociologica: sebbene sempre più titoli, i cosiddetti ecogames (op de Beke et al., 2024), incorporino nelle proprie meccaniche e narrazioni modelli espliciti dei processi climatici, le comunità di giocatori che li abitano restano in larga misura inesplorate come spazi di produzione e circolazione di conoscenza ambientale. A fronte di ciò, questo contributo esamina Civilization VI: Gathering Storm (Firaxis Games, 2019) – espansione di uno dei franchise strategici più giocati al mondo – come caso emblematico di conflitto sul clima, analizzandone le estensioni paratestuali su Reddit (Consalvo, 2017). L'espansione introduce nel gioco le emissioni antropogeniche di CO₂ e le loro conseguenze: i giocatori monitorano l'aumento delle concentrazioni atmosferiche legate all'uso di combustibili fossili e affrontano catastrofi ambientali sempre più frequenti e intense che, oltre a una certa soglia, diventano irreversibili. Il gioco, dunque, non si limita a rappresentare la crisi: la traduce in meccanica, incorporandola nell'esperienza ludica e rendendola oggetto di un sapere pratico e situato, che diventa terreno di scontro nella comunità online. Lo studio adotta Reddit come lente di osservazione di questo scontro, data la ridotta presenza di meccanismi di moderazione e la persistenza di discussioni altamente politicizzate in piattaforma (Massanari, 2015). Il corpus di indagine è costituito da otto subreddit – selezionati attraverso query composte da "civilization" AND "gathering storm" AND "climate change" OR "global warming" – per un totale di 616 commenti, concentrati tra il 2019 e il 2020. Questa finestra coincide sia con l’uscita del gioco sia con un momento di forte attenzione pubblica al clima, segnato dalle mobilitazioni globali dei Fridays for Future (Wahlström et al., 2020). Dopo aver individuato parole, bigrammi e trigrammi ricorrenti, è stata condotta una semantic network analysis sui termini co‑occorrenti nella finestra di cinque parole attorno a “climate”, seguita da un’analisi tematica induttiva del corpus per ricostruire i frame narrativi dominanti. I risultati mostrano un discorso fortemente conflittuale, organizzato attorno a quattro nuclei. Un primo cluster di matrice negazionista inquadra il cambiamento climatico come una bufala (“hoax”) e una cospirazione tesa a introdurre nuove forme di controllo e prelievo fiscale, associandolo a termini quali "propaganda", "taxes" e "agenda". Un secondo nucleo revisionista oppone alle spiegazioni antropogeniche narrazioni di cicli naturali, argomentando che l'attuale riscaldamento non sarebbe "nulla di nuovo" e che Gathering Storm sovrastima la responsabilità umana. Un terzo cluster mobilita la sfiducia nel sapere scientifico, recuperando controversie come "Climategate" per erodere l'autorevolezza epistemica su cui si fonda il design del gioco. In contrasto, un quarto nucleo – ridotto ma visibile – difende il gioco come coerente con le valutazioni della comunità scientifica e lo utilizza per ragionare su mitigazione e scenari futuri, sebbene queste posizioni vengano spesso delegittimate come intrusione della “politica” nello spazio di svago. Il contributo, muovendo dal caso studio, illustra come gli ecogames possano diventare catalizzatori di conflitto nella negoziazione dei significati sul cambiamento climatico: i giocatori si polarizzano tra chi sostiene il sapere prodotto dalla comunità scientifica e chi articola e diffonde saperi alternativi. Il confronto si accende a partire dalle stesse dinamiche di gioco, rivelando come non si tratti di “solo giocare”, ma anche di contendere e imporre una certa narrazione della crisi climatica. Ciò mette in luce il portato politico dei videogiochi e la loro rilevanza per comprendere i processi di costruzione sociale della conoscenza sul clima. Framing dell’autorità e conflitti epistemici nell’ecosistema piattaformizzato: il caso del cambiamento climatico 1: Indipendente, Italia; 2: Università degli Studi di Firenze, Italia La crisi climatica costituisce uno dei banchi di prova più significativi delle trasformazioni della comunicazione pubblica nell’ecosistema piattaformizzato. Nei social media la definizione di “che cosa è vero” non dipende più solo dalle istituzioni scientifiche e giornalistiche, ma da arene discorsive ibride in cui utenti comuni, media alternativi, movimenti politici e piattaforme concorrono alla produzione di autorità epistemica. In questo scenario, il cambiamento climatico diventa un campo di conflitto in cui si intrecciano sfiducia verso le élite, personalizzazione dell’expertise, estetiche dell’evidenza e pratiche di contro-informazione. La proposta si inserisce in tale cornice interrogandosi su come, nella facebooksfera italiana, vengano costruite e contestate le cornici di verità sul clima e quale ruolo assuma il fact-checking come infrastruttura sociotecnica della conoscenza pubblica. Lo studio indaga la natura mobile e decentralizzata del framing nei social media, chiedendosi: (RQ) attraverso quali processi di framing vengono costruite o contestate le autorità epistemiche sul cambiamento climatico nella facebooksfera italiana? Lo studio muove dall’analisi di 108 fake news sul cambiamento climatico smentite dai principali fact-checker italiani tra il 2021 e il 2022. Tramite CrowdTangle, è stato raccolto un corpus di 2.623 post in lingua italiana che esprimono un posizionamento esplicito su queste notizie. I contenuti provengono da una pluralità di spazi pubblici della piattaforma: pagine e gruppi esplicitamente scettici verso l’origine antropica del riscaldamento globale; hub di controinformazione; pagine di politici e movimenti sovranisti; gruppi locali; ma anche profili di divulgazione scientifica, testate giornalistiche, movimenti ambientalisti e pagine satiriche anti-complottiste. La ricerca adotta un disegno mixed-methods. Una prima codifica quantitativa ha classificato i post in base al posizionamento verso la scienza istituzionale e al riferimento a fake news o articoli di debunking. Una seconda analisi qualitativa, concentrata sui contenuti con maggiore engagement (379 post e oltre 54 mila commenti), ha ricostruito tre dimensioni del framing dell’autorità: (1) expert framing, ovvero le modalità di riconoscimento dell’esperto; (2) group labelling, le strategie di etichettamento reciproco tra pubblici; (3) fact construction, le procedure ritenute legittime per stabilire che cosa conti come prova. Tra i risultati relativi all’expert framing, nel pubblico scettico verso la scienza istituzionale emerge il frame dello “scienziato eroe” che sfida le opinioni maggioritarie nella comunità scientifica, accompagnato da una forte politicizzazione dell’expertise e dalla delegittimazione dei fact-checker come attori di censura. Nel pubblico pro-scienza istituzionale, al contrario, l’autorevolezza è attribuita più agli intermediari dei saperi - come pagine di divulgazione e attivisti, in cui poter trovare riflessi pragmatici dell’unanimità e della costruzione collettiva del consenso scientifico - che ai produttori originari. Quanto alla “fact construction”, trasversale è l’uso della prova personale: esperienze dirette e testimonianze non specialistiche vengono mobilitate come risorse epistemiche, ma con funzioni divergenti. Per i sostenitori della scienza istituzionale esse traducono l’evidenza scientifica nella vita quotidiana; per gli scettici costituiscono un piano di verità competitivo rispetto alla scienza ufficiale. Si diffonde inoltre, trasversalmente ai due gruppi, una mimesi del metodo scientifico: grafici decontestualizzati, screenshot e piattaforme open diventano dispositivi di una “estetica investigativa” che trasforma Facebook in spazio di produzione di contro-evidenze. L’analisi mostra inoltre l’emergere di diverse concezioni del rapporto tra piattaforme e scienza, in cui Facebook passa da luogo di fruizione e circolazione di verità prodotte altrove a parte integrante di un processo esplorativo verso “nuove” verità.. Il fact-checking, lungi dall’essere arbitro neutrale, diventa simbolo di un ordine informativo percepito come elitario. L'incertezza nella comunicazione del rischio ambientale - Interviste a nuove generazioni di comunicator* Sapienza Università di Roma, Italia L'incertezza scientifica gioca un ruolo significativo nel plasmare il modo in cui gli individui percepiscono e reagiscono ai rischi ambientali. Comunicare efficacemente l'incertezza rimane una sfida fondamentale, perché implica trovare un equilibrio tra chiarezza, accuratezza e adattamento dei messaggi a diversi pubblici. Il compito è reso ancor più complesso dalla moltitudine di fonti e canali coinvolti a diverso titolo nel mondo della comunicazione. Anche se i messaggi riescono a raggiungere efficacemente il pubblico, non vi è alcuna garanzia che ispirino un alto grado di fiducia o che il loro contenuto sia compreso in modo uniforme. Un altro nodo fondamentale, non del tutto chiarito tra gli addetti ai lavori, è sulla necessità di comunicare esplicitamente l'incertezza ai pubblici senza temere che possa ridurre la credibilità del messaggio. Le persone che entreranno a far parte del mondo della comunicazione dovranno affrontare sfide sempre maggiori legate alle conseguenze irreversibili del cambiamento climatico. La familiarità e le interpretazioni che questi individui avranno nei confronti dell’incertezza scientifica sarà fondamentale alla costruzione dei processi efficaci e democratici del futuro. Pur trattandosi di un aspetto parimenti importante nei processi comunicativi, quella dei rapporti con la fonte e con i canali di diffusione risulta una dimensione poco esplorata in letteratura. La scelta strategica della fonte gioca in questo senso un ruolo fondamentale nel capire come creare rapporti di fiducia con i differenti pubblici. Un’altra dimensione poco esplorata è quella del framing rispetto all’incertezza nel contesto della scienza: alcuni pubblici dubitano dell’efficacia dei modelli predittivi perché il grado di conoscenza di alcuni fenomeni non è ancora sufficiente; altri perché la natura è imprevedibile di per sé e sarà sempre oggetto di incertezza; altri ancora perché contestano la buona fede della comunità scientifica. Questa ricerca, ad ora in corso, mira ad esplorare in modo approfondito le sfide dell'incertezza scientifica nella comunicazione dei rischi ambientali.: dalla decodifica del messaggio al rapporto con la scienza. A tal fine, si baserà su interviste semi-strutturate per valutare diversi strumenti di comunicazione e rappresentazione di scenari incerti, come infografiche, elementi visivi e dati numerici. Segue una riflessione sui metodi di comunicazione e sulla percezione dell'incertezza relativamente alle sfide ambientali e comunicative. Il campione di riferimento è costituto da student* dell'Ateneo: metà provenienti dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale, mentre l'altra metà da indirizzi STEM. La varietà di background e di possibile competenza numerica fornita da questo campione potrebbe fornire indizi fondamentali sull'importanza di un certo percorso nella decodifica dell'incertezza. Le fonti dei messaggi sottoposti al campione differisce per modalità di rappresentazione e per fonte che li diffonde: da un lato la Protezione Civile, in rappresentanza dei soggetti istituzionali, dall'altra un content creator fittizio, in rappresentanza di soggetti fuori dai processi istituzionali, ma comunque attivi nella comunicazione. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 03: Industrie creative e IA: arte, immagini, pubblicità Luogo, sala: Aula 4 Chair di sessione: Giovanni Fiorentino |
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Il data poisoning come narrazione di resistenza: pratiche discorsive e conflitti culturali attorno alle immagini generative Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia La diffusione dei modelli di IA generativa text-to-image, addestrati su dataset web-scale contenenti miliardi di immagini raccolte senza consenso (Schuhmann et al. 2022), ha generato forti tensioni nelle comunità creative. Tecniche come il fine-tuning permettono inoltre di imitare lo stile di singoli artisti attraverso semplici prompt testuali (Ruiz et al. 2023), sollevando profondi timori sull’autonomia professionale e sul valore del lavoro creativo. Dal momento che le pratiche artistiche hanno progressivamente esteso il proprio raggio d’azione alle infrastrutture tecnologiche (Autore 2025), in risposta a queste preoccupazioni si sono diffuse pratiche di resistenza tecnica volte a rendere le opere inutilizzabili per l’addestramento. Tra queste, il data poisoning rappresenta una strategia significativa: modificando i pixel di un’immagine prima della sua pubblicazione online, l’opera resta invariata per l’occhio umano ma viene interpretata erroneamente dai sistemi di visione artificiale. Strumenti di poisoning come Glaze e Nightshade hanno registrato milioni di download (Shan et al. 2023; 2024), segnando una rapida diffusione nelle comunità online. Tuttavia, data la continua evoluzione dei modelli di IA generativa, l’efficacia di questi strumenti è oggi oggetto di valutazioni contrastanti (Foerster et al. 2025). A fronte di una letteratura crescente in cybersecurity (Carlini et al. 2023; Hönig et al. 2025), risultano ancora limitate le ricerche sociologiche che indagano se gli artisti percepiscono tali strumenti efficaci nel contrastare lo sfruttamento non consensuale delle opere. La ricerca si concentra così sulla seguente domanda: rispetto all’estrazione del lavoro creativo, che tipo di agency potenziale attribuiscono le community creative a forme di hacktivismo come il data poisoning? Sul piano teorico, lo studio si colloca all’incrocio tra sistema dell’arte e media digitali (Autori 2019), leggendo il data poisoning come pratica artivistica e hacktivista (Levy 2002; Groys 2014; Autori 2021) attraverso cui gli artisti tentano di riattivare forme di agency dentro infrastrutture algoritmiche. Sebbene la net.art degli anni Novanta metteva in discussione proprietà e autorialità in nome della libera circolazione creativa (Penny 1995; Verde 2007), oggi il sabotaggio dei dati mobilita quelle stesse categorie in chiave difensiva, contro un regime infrastrutturale fondato sull’appropriazione e capitalizzazione sistematica del lavoro creativo. I modelli di IA generativa producono quindi un crash tra la creatività diffusa del web e il sistema dell’arte come campo professionale (Bourdieu 1992; Luhmann 1995). Metodologicamente, la ricerca adotta un approccio qualitativo e multi-metodo. È stata condotta un’analisi tematica induttiva (Schreier 2012) di 1534 commenti pubblicati su Reddit tra il 2023 e 2024, periodo coincidente con il rilascio di Glaze e Nightshade. Sono stati selezionati i tre thread più commentati sul tema in tre diversi subreddit: una comunità artistica (r/ArtistLounge), una orientata al dibattito su arte e IA (r/DefendingAiArt) e una dedicata alle tecnologie (r/Technology). All’interno del corpus è stato effettuato un campionamento mirato per distinguere i commenti di utenti che si auto-identificano come artisti. L’analisi si concentra su quattro assi: forme di resistenza e sabotaggio; legittimità morale e responsabilità politica; efficacia e affidabilità degli strumenti; immaginari socio-tecnici sul futuro della creatività e del lavoro culturale. Lo studio integra inoltre sei interviste in profondità con artisti attivi online, esplorando pratiche concrete di utilizzo degli strumenti di poisoning, percezioni di efficacia nel tempo e timori legati allo scraping. I risultati preliminari mostrano forti ambivalenze. Da un lato emergono posizioni di tecno-pessimismo, che considerano l’automazione un processo difficilmente controllabile e le strategie di resistenza come fragili. Dall’altro, prospettive più tecno-ottimistiche interpretano il data poisoning come gesto politico e simbolico di autodifesa, capace di riaffermare forme di agency in un ecosistema percepito come asimmetrico. La funzione del datapoisoning sembra quindi concettualizzata dagli artisti meno in termini di efficacia materiale e più come risorsa comunicativa di posizionamento valoriale. Crash del giudizio creativo: advertising, selezione e potere algoritmico Sapienza, Italia Nell’attuale ecosistema socio-tecnico, segnato da processi di accelerazione e dalla crescente piattaformizzazione della produzione culturale (Rosa, 2015; Nieborg, Poell, 2018), l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (in particolar modo generativa) non incide soltanto sulla quantità dei contenuti prodotti, ma ridefinisce le condizioni epistemiche, simboliche e organizzative entro cui essi vengono valutati, legittimati e resi pubblici. Così, la produzione automatizzata di testi e immagini rende ancora più esplicito ed evidente che la creatività non è un atto individuale isolato, ma un processo situato entro reti di decisione, soglie di accettabilità e cornici di plausibilità socialmente, culturalmente e organizzativamente costruite (Glăveanu, 2014). Il conflitto, in questa configurazione, non si manifesta tanto nei contenuti espliciti quanto nelle condizioni che ne regolano la selezione e l’accesso alla visibilità. Si tratta di tensioni che riguardano ciò che appare plausibile, chi esercita l’ultima parola e quali narrazioni acquisiscono legittimità nello spazio pubblico. In questo scenario, il “crash” indica una tensione che attraversa il momento del giudizio: uno slittamento attraverso cui il momento valutativo si distribuisce lungo sequenze decisionali più frammentate e meno riconoscibili. In questo quadro, l’advertising costituisce un osservatorio privilegiato per analizzare tali dinamiche. La pubblicità rappresenta uno spazio in cui la produzione simbolica è strutturalmente intrecciata a vincoli temporali, esposizione reputazionale e responsabilità organizzative, e in cui la creatività è costantemente sottoposta a processi di valutazione espliciti e impliciti. L’integrazione di strumenti generativi nei workflow non sostituisce il giudizio umano, ma si inserisce nel circuito decisionale attraverso cui le proposte vengono approvate, rielaborate o scartate, intervenendo nelle modalità attraverso cui viene definito come legittimo, difendibile o opportuno. Alla luce di queste trasformazioni, il contributo si interroga su come l’IA generativa redistribuisca il giudizio creativo e ridefinisca le condizioni di legittimazione delle narrazioni pubblicitarie. La domanda di ricerca che orienta l’analisi è la seguente: in che modo l’adozione di strumenti generativi riorganizza i processi decisionali attraverso cui i contenuti vengono selezionati e resi pubblici? In questo senso, i modelli generativi operano come dispositivi infrastrutturali (Airoldi, 2024) in grado di orientare la producibilità e la riconoscibilità delle soluzioni. La riproducibilità statistica e la gestione del rischio organizzativo incidono sulle scelte creative più di quanto non emerga nel discorso professionale, partecipando alla definizione delle gerarchie del visibile e delle forme di legittimazione simbolica (Manovich, Arielli, 2024). Adottando una prospettiva di creatività distribuita (Glăveanu, 2014), il lavoro interpreta l’autorialità come esito relazionale dell’interazione tra attori umani, infrastrutture algoritmiche e assetti organizzativi (Latour, 2005). Dal punto di vista metodologico, il lavoro si inserisce nel più ampio progetto di tesi di dottorato e combina una scoping review della letteratura internazionale su IA e creatività (Page et al., 2021) con una ricerca qualitativa attualmente in corso. Il disegno prevede circa 30 interviste in profondità a creative e creativi pubblicitari operanti in agenzie italiane; al momento della sottomissione ne sono state realizzate 11, i cui risultati preliminari informano l’analisi qui presentata. I primi esiti evidenziano una tensione raramente tematizzata dagli attori, ma osservabile nelle pratiche organizzative: la selezione tende a distribuirsi lungo micro-decisioni iterative e parzialmente opache. In questo senso, il “crash” indica una trasformazione strutturale del giudizio nella produzione culturale contemporanea: la responsabilità resta formalmente attribuita a soggetti identificabili, ma i processi che la precedono risultano sempre più mediati, opachi e infrastrutturali. In questo senso, l’analisi del campo pubblicitario consente di interrogare trasformazioni più ampie nella produzione culturale contemporanea. In un contesto normativo in evoluzione, come quello delineato dall’AI Act europeo, tali dinamiche assumono rilievo pubblico, poiché incidono sulle modalità attraverso cui narrazioni e rappresentazioni contribuiscono a definire conflitti, vulnerabilità e gerarchie simboliche nello spazio sociale. Collisioni algoritmiche. Arte, gerarchie di visibilità e riconoscimento nell’ecosistema digitale Sapienza Università di Roma, Italia La crescente diffusione dei sistemi algoritmici nei settori artistici e creativi sta trasformando le condizioni di produzione, circolazione e legittimazione dei contenuti culturali. Non si tratta di un mero cambiamento tecnico: gli algoritmi intervengono nei criteri attraverso cui vengono definiti creatività, autorialità, valore e riconoscimento nello spazio pubblico (Gillespie, 2014; Hakopian, 2023). In quanto dispositivi socio-tecnici (Airoldi, 2024), contribuiscono a riorganizzare la distribuzione del visibile e a ridefinire le gerarchie che stabiliscono cosa e chi possa essere riconosciuto come legittimo (Rancière, 2004; Crawford, 2021). Tale redistribuzione non è neutrale: produce inclusioni ed esclusioni e genera asimmetrie che possono essere interpretate come conflitti simbolici attorno ai criteri di legittimazione e alle condizioni di riconoscimento nel campo artistico (Baradaran, 2024). In questo quadro, l’arte si configura come osservatorio privilegiato delle tensioni prodotte dalla riorganizzazione algoritmica del valore culturale (Cotimbo et al., 2025). Emergono conflitti tra promesse di democratizzazione e nuove soglie di accesso, tra pluralizzazione degli immaginari e standardizzazione estetica, tra agency creativa e dipendenza da infrastrutture proprietarie. Collocandosi nel dibattito sulla piattaformizzazione della produzione culturale (Nieborg & Poell, 2018) e sul potere algoritmico (Bonini & Trerè, 2024), il contributo interpreta il campo artistico come un’arena in cui tali tensioni si traducono in controversie concrete attorno a visibilità, accesso e legittimazione (Zylinska, 2020; Caramiaux & Fdili Alaoui, 2022). In tale orizzonte concettuale, la domanda che orienta l’analisi è la seguente: in che modo le infrastrutture algoritmiche incidono sui regimi di visibilità e sulle gerarchie culturali nel campo artistico, e quali pratiche critiche emergono per rendere visibili le esclusioni e le asimmetrie incorporate nei sistemi algoritmici? L’analisi si basa su uno studio esplorativo condotto attraverso 35 interviste semi-strutturate in profondità ad artiste e artisti attivi nella scena contemporanea italiana, che integrano sistemi algoritmici nelle proprie pratiche. La selezione è avvenuta tramite ricerca desk e consultazione di storiche e storici dell’arte. Le interviste sono state analizzate con approccio tematico (Braun & Clarke, 2006) e codifica iterativa. I risultati mostrano come l’impatto delle infrastrutture algoritmiche superi narrazioni semplificate di empowerment o sostituzione creativa, e si articoli lungo tre direttrici principali. La prima riguarda le condizioni di accesso. L’utilizzo di modelli complessi richiede risorse economiche, competenze specializzate e accesso a piattaforme proprietarie distribuite in modo diseguale, introducendo nuove soglie di ingresso e incidendo sulle possibilità effettive di produzione e circolazione delle opere. La seconda direttrice concerne le gerarchie incorporate nei dataset e nei modelli generativi. Le persone intervistate segnalano la ricorrenza di rappresentazioni genderizzate, eurocentriche o stilisticamente omogenee, che tendono a stabilizzare determinate norme estetiche, intervenendo nella configurazione del sensibile (Hakopian, 2023; Gillespie, 2024). La terza direttrice riguarda la trasformazione del lavoro creativo nel capitalismo di piattaforma, con tensioni tra potenziale inclusivo del digitale e rischi di intensificazione della precarietà (Ticona, 2022). Nel loro insieme, questi risultati suggeriscono che i conflitti algoritmici nel campo artistico investono la ridefinizione dei criteri di legittimazione simbolica e delle condizioni di riconoscimento, anche professionale. È proprio su questo terreno che si collocano le pratiche artistiche analizzate, le quali non si limitano a subire tali riorganizzazioni. Una parte delle persone intervistate mette in atto strategie che rendono espliciti i meccanismi di classificazione, opacità e selezione propri dei sistemi algoritmici. Attraverso opere che espongono bias, distorsioni o automatismi, l’infrastruttura tecnica viene trasformata in oggetto di riflessione pubblica, riaprendo simbolicamente il conflitto attorno ai criteri di visibilità e legittimità. In linea con i temi del convegno, il contributo propone di leggere l’arte come spazio in cui tale collisione non solo si manifesta, ma viene simbolicamente rielaborata, presentandosi come dispositivo critico capace di intervenire nella configurazione stessa del sensibile e del riconoscibile nell’ecosistema digitale. Lavoratori creativi e GenAI: Non-users e Half-users tra rifiuto critico e pratiche di resistenza algoritmica Università di Udine, Italia La diffusione dell'Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) sta progressivamente accelerando la riconfigurazione dei mercati del lavoro, ridisegnando i confini tra agentività umana e automazione, tra lavoro cognitivo e produzione algoritmica (Bervar et al., 2026; Ghosh et al., 2025). Sebbene una parte dei lavoratori abbia integrato questi strumenti nella propria routine professionale, il processo non ha seguito una traiettoria lineare di adozione, ma si è articolato anche in modalità di uso selettivo, rifiuto argomentato e negoziazione tattica, rendendo il non-uso e l’uso parziale categorie analitiche centrali per comprendere la trasformazione in corso (Öztaş & Arda, 2025; Zirar et al., 2023). Attraverso la lente delle pratiche di resistenza algoritmica (Bonini & Treré, 2024), tali dinamiche possono essere interpretate come atti situati, intenzionali e carichi di significato (Wyatt, 2003; Baumer et al., 2015). Il contributo, fondato su 35 interviste semistrutturate (ottobre 2025–gennaio 2026) con professionisti creativi italiani (illustratori, videomaker, musicisti, scrittori) che si definiscono Non-users o Half-users della GenAI (Banks, 2020; Hesmondhalgh & Baker, 2011), intende rispondere alle seguenti domande di ricerca:
Il campione è stato identificato inizialmente attraverso una ricerca mirata di profili professionali e successivamente ampliato tramite campionamento a valanga (Morgan, 2008). L'analisi tematica qualitativa ha integrato approccio deduttivo e induttivo: categorie iniziali estrapolate da domande di ricerca e quadro teorico (top-down), poi ampliate e riorganizzate alla luce dei pattern empirici emergenti (bottom-up, Braun & Clarke, 2021). I risultati evidenziano come la principale linea di resistenza di Non-users e Half-users assuma una configurazione ontologica, toccando cioè la definizione stessa dell'atto creativo. La GenAI non è contestata per la sua efficacia tecnica (riconosciuta), bensì per l'assenza di "vissuto", corporeità ed esperienza emotiva situata. L'output, pur formalmente coerente, è descritto come impoverito, "senz'anima', "freddo". La critica riguarda inoltre la legittimità stessa dell'IA nel nucleo generativo dell'opera. Dalle interviste emerge una concezione processuale della creatività: il valore dell'opera come inseparabile dal percorso che la produce. La ricerca, i tentativi, l'errore e i tempi di maturazione risultano elementi costitutivi dell'identità autoriale, mentre la compressione algoritmica e l'automatizzazione configurano una riduzione da "processo incarnato e riflessivo" a "sequenza di output ottimizzati". Tale sostituzione minaccia la continuità tra soggettività, processo e opera, dunque il fondamento dell'autorialità artistica stessa. Su un piano etico-giuridico ed economico emergono preoccupazioni circa l'addestramento su opere senza consenso ("saccheggio stilistico"), l'opacità dei dataset e l’inefficacia dei meccanismi di opt-out, oltre alla preoccupazione che la compressione di tempi e costi produttivi porti a svalutazione e sostituzione professionale. Ulteriori criticità emerse riguardano bias culturali, disinformazione e impatto sistemico negativo a livello sociale. Le forme di "resistenza" risultano frammentate e scarsamente istituzionalizzate. Nonostante iniziative associative, movimentazioni e proposte di certificazioni "100% human", non emerge un fronte unitario. Tra Non-users e Half-users prevalgono pratiche individuali: ritorno a modalità analogiche, esclusione esplicita dell'IA dal nucleo generativo, uso ancillare o solo strumentale, negoziazione ferma. La "protesta" è riconosciuta come auspicabile, ma la partecipazione a forme organizzate di mobilitazione rimane limitata. La distanza dall'IA, dunque, non si traduce in un movimento compatto, ma piuttosto in processi diffusi di ridefinizione individuale dei confini dell'autorialità, attraverso cui ogni singolo professionista ricerca il primato del valore umano e processuale dell'atto creativo rispetto alla semplificazione messa in atto dalla mediazione algoritmica. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 04: IA, attivismo e partecipazione Luogo, sala: Aula 5 Chair di sessione: Michele Sorice |
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Verso una nozione di AI activism: pratiche emergenti di appropriazione e contestazione dell’intelligenza artificiale. 1: Università degli Studi dell'Aquila, Italia; 2: Gran Sasso Science Institute, Italia; 3: Sapienza Università di Roma, Italia Negli ultimi decenni, la partecipazione politica è stata profondamente trasformata dalla diffusione dei media digitali, che hanno ridefinito modalità, tempi e spazi dell’azione collettiva. Se una prima stagione di studi ha analizzato i social media soprattutto come strumenti di networking, mobilitazione e visibilità (Sorice & De Blasio, 2019; Mattoni, 2021), ricerche più recenti mostrano come l’attivismo contemporaneo si sviluppi sempre più all’interno di ambienti strutturati da piattaforme algoritmiche, processi di dataficazione e sistemi di intelligenza artificiale (AI) (Bonini & Treré, 2024; Milan & Beraldo, 2024). In questo contesto, l’AI emerge non solo come infrastruttura tecnica, ma come dispositivo simbolico e politico che contribuisce a ridefinire conflitti, narrazioni e rapporti di potere nelle società contemporanee. Dal punto di vista teorico, l’analisi si fonda su un approccio ecologico e prasseologico allo studio dell’attivismo digitale, che considera le tecnologie come parte di assemblaggi socio-materiali in grado di orientare pratiche, significati e immaginari (Shove et al., 2012; Treré, 2019; Mattoni, 2020). Questo quadro è arricchito dai contributi sul data activism (Beraldo & Milan, 2019; Ceccobelli & Mattoni, 2024) e sulla resistenza algoritmica (Velkova & Kaun, 2021; Bonini & Treré, 2024), che interpretano l’automazione e la governance dei dati come nuovi terreni di contesa democratica. I risultati preliminari individuano due modalità interconnesse di AI activism. La prima, definita contentious politics through AI, riguarda l’uso tattico dell’AI come risorsa per produrre contro-narrazioni, amplificare voci marginalizzate e sostenere rivendicazioni politiche. La seconda, contentious politics over AI, considera invece i sistemi di intelligenza artificiale come oggetti diretti di conflitto, attorno ai quali si articolano rivendicazioni su governance, diritti algoritmici, sorveglianza e trasparenza. L’analisi mostra che queste due modalità si alimentano reciprocamente, ridefinendo sia le pratiche attiviste sia gli immaginari tecnologici. In definitiva, il contributo evidenzia che l’AI rappresenta un luogo privilegiato di “crash” simbolico e materiale: uno spazio in cui si intrecciano crisi democratiche, conflitti culturali e nuove narrazioni dell’umano. L’AI activism emerge così come spazio di rinegoziazione politica e comunicativa, capace di interrogare criticamente il rapporto tra tecnologia, partecipazione e giustizia sociale. Can AI Democracy Be Agonistic? Negotiating Conflict and Power in AI Tools for Civic Participation Università di Bologna, Italia The mainstream discourse on the relationship between democracy and artificial intelligence is dominated by a range of concerns, spanning from longtermist fears about the replacement of democratic decision-making by algorithms (Harari, 2024) to more immediate issues such as bias, discrimination, privacy erosion, surveillance, and the support to authoritarian regimes (Neff, 2024). At the same time, recent years have also seen the emergence of a parallel discourse that emphasizes the democratic potential of AI: its capacity to improve the efficiency of public services, to provide new tools for collecting and processing citizens’ opinions, and to democratize specific societal domains. Within this landscape, a particularly significant phenomenon is AI-based tools for civic participation, which are increasingly adopted by public administrations and organizations worldwide to renew democratic practices and institutions (Tsai et al., 2024; OECD, 2025). Examples include Pol.is, the Habermas Machine, the Stanford Deliberation Program, and Dembrane ECHO. But what conception of democracy do these tools represent? What type of democracy do AI systems for civic participation promote, and how do they conceptualize and manage political conflict? Addressing these questions is crucial for understanding how the relationship between AI and democracy is configured in practice, and for assessing the extent to which these tools offer meaningful responses to the contemporary crisis of politics and democratic governance. To investigate these issues, this article draws on data collected for [redacted for peer review] on the “democratic affordances” (Deseriis, 2022) of AI platforms for civic participation. The empirical material includes a mapping of 43 AI tools for civic participation, as well as interviews with users and developers of three selected platforms. Building on a theoretical framework that combines Chantal Mouffe’s theory of agonistic democracy (Mouffe, 2013) with Dahlberg’s (2011) four digital democracy positions, the article argues that the forms of democracy imagined, represented, and enacted by these tools are predominantly anti-agonistic and a-conflictual. Their democratic affordances largely support deliberative and aggregative models of democracy, while participatory (and especially autonomist or commons-based) democratic models are largely absent. The article subsequently discusses the reasons for, and the potential problems associated with, this a-conflictual orientation. The anti-agonistic character of AI tools for civic participation is consistent with several factors shaping their development, including the dominance of deliberative models within the field of democratic innovation (Escobar & Bua, 2025) and the technological rationality of AI itself (McQuillan, 2022). Deliberative and aggregative approaches, which prioritize identifying an optimal or “best” solution, closely align with the functional logic of AI as a technology designed to process large volumes of data and produce neutralized outputs. Furthermore, these tools are developed within a strongly anti-polarizing rationale, in social and political contexts widely perceived as marked by excessive polarization, war, and conflict. Moreover, as market-oriented products, AI tools for civic participation must be economically viable and appeal to well-resourced clients (such as municipal administrations or big organizations) who tend to favor the management and reduction of conflict rather than its open articulation. By promoting an allegedly objective, conflict-averse model of democracy, AI systems for civic participation may offer valuable tools for addressing specific “bad conflict”-related problems (such as “excessive” polarization). When it comes to “good conflict”-related democratic challenges, such as fostering bottom-up participation or enabling the emergence of collective political identities, current AI-based systems offer far more limited responses. Le armi algoritmiche degli attivisti palestinesi: evasione, amplificazione, dirottamento e archiviazione come forme di attivismo algoritmico per aggirare le politiche di moderazione dei contenuti online 1: Università di Siena, Italia; 2: Universidad de Santiago de Compostela; 3: ricercatrice indipendente Il presente studio analizza le modalità con cui gli attivisti palestinesi esperiscono e resistono al controllo algoritmico e alla censura sulle principali piattaforme di social media, in un contesto segnato da quella che i partecipanti definiscono una forma di “cancellazione digitale di matrice coloniale”. Il primo obiettivo dell’articolo è mappare il repertorio di pratiche messe in atto per contrastare l’invisibilità prodotta dalle politiche di moderazione dei contenuti (Gillespie 2022), percepite dagli attivisti come parziali e oppressive. Il secondo obiettivo è testare empiricamente il modello di attivismo algoritmico proposto da Trerè e Bonini (2024), che identifica tre principali categorie di tattiche: evasione, amplificazione e dirottamento. L’ipotesi di partenza è che anche le strategie sviluppate dagli attivisti palestinesi per aumentare la visibilità online e aggirare la moderazione possano essere interpretate alla luce di queste tipologie. La ricerca adotta un approccio qualitativo e interpretativo, combinando etnografia digitale e interviste semi-strutturate. Tra aprile e agosto 2024 sono state condotte 15 interviste in profondità con giornalisti, attivisti e scrittori palestinesi e non palestinesi con base a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme. L’accesso al campo è stato facilitato da un primo gatekeeper che ha introdotto i ricercatori a un network di attivisti, alcuni dei quali micro e mega influencer su Facebook e Instagram. Le interviste, della durata compresa tra 60 e 120 minuti, sono state svolte online tramite piattaforme crittografate e successivamente trascritte e tradotte in italiano. Considerata la natura sensibile dell’attivismo digitale in Palestina, tutti i dati sono stati anonimizzati seguendo i principi dell’etnografia digitale “do-no-harm” (Barbosa e Milan 2019). I materiali raccolti sono stati archiviati su infrastrutture cloud non commerciali e rispettose della privacy e del GDPR e integrati con tre mesi di osservazione non partecipante in gruppi privati su WhatsApp. L’analisi dei dati è stata condotta tramite codifica induttiva ispirata alla Grounded Theory (Charmaz 2006). Dall’analisi emerge una profonda sfiducia verso le piattaforme mainstream, percepite come strumenti di tecno-colonialismo che riproducono asimmetrie di potere globali. Per contrastare il rischio di “martirio digitale” — inteso come rimozione di account, contenuti e memorie collettive — gli attivisti hanno sviluppato un repertorio articolato di pratiche di resistenza algoritmica, fortemente basato su cooperazione e mutuo aiuto. I risultati confermano la validità delle tre categorie individuate da Trerè e Bonini (2024), ma suggeriscono anche l’esistenza di una quarta tipologia: 1) L’evasione comprende strategie per evitare rilevamento e shadowbanning, tra cui alterazioni linguistiche, camouflage estetici, uso strategico dei tempi di pubblicazione e strumenti infrastrutturali come VPN. 2) L’amplificazione include tattiche collettive per aumentare la portata dei contenuti, come account specchio, pubblicazione tramite intermediari non palestinesi e ridondanza cross-piattaforma. 3) Il dirottamento consiste nella riappropriazione di formati apolitici per fini antagonistici, ad esempio l’uso di contenuti apparentemente neutri su TikTok o BookTok per veicolare testimonianze politiche in forma metaforica. 4) A queste si aggiunge una quarta categoria, l’archiviazione, definita come “resistenza attraverso la durata”: pratiche orientate a preservare contenuti rimossi tramite piattaforme decentralizzate, archivi distribuiti e forme di circolazione dei contenuti offline (chiavette USB). Lo studio contribuisce ad ampliare la conoscenza empirica sulle tattiche quotidiane di resistenza algoritmica, mostrando come, anche in contesti di forte asimmetria di potere, persistano margini di agency nella negoziazione della governance algoritmica. I risultati offrono inoltre elementi utili al dibattito su una regolamentazione più equa delle politiche di moderazione dei contenuti e sul ruolo delle piattaforme nei conflitti geopolitici contemporanei. Editing with LLMs: Volunteer Perspectives on Generative AI in Wikipedia Independent researcher Wikipedia has become one of the most significant openly accessible repositories of structured human knowledge and is widely understood to function as a key training source for contemporary generative AI systems (Wikimedia Foundation, 2023). At the same time, these tools are increasingly adopted by Wikipedians for translation, summarization, and drafting tasks (Brooks et al., 2024). This reciprocal relationship, in which a platform that trains large language models is also partially shaped by their outputs, creates a recursive dynamic with few historical precedents in public knowledge production (Wagner et al., 2025). It positions the Wikimedia movement as a critical site for examining how grassroots communities negotiate AI’s growing influence on knowledge production, volunteer labour, and governance (McDowell, 2024). This paper reports early findings from a Wikimedia-funded project examining how Wikimedians perceive and negotiate generative AI within Wikipedia and its sister projects, in line with the Foundation’s commitment to “put humans first” (Wikimedia Foundation, 2025). The study draws on 25 in-depth interviews across six language communities (English, Italian, Bangla, Malayalam, Swedish, and Telugu). Participants were recruited through purposive and snowball sampling within Wikimedia networks. Analysis follows Clarke and Braun’s (2006) thematic approach, treating editor accounts as situated imaginaries of how AI should, or should not, be integrated into collaborative knowledge production. Across interviews, contributors consistently emphasized that AI is not new to Wikimedia projects. Rather than a rupture, generative AI was situated within a longer history of machine learning infrastructure, including vandalism detection systems, bots, edit filters, and content translation tools. Interviewees expressed comfort with algorithmic assistance for patrolling and repetitive technical work while rejecting unreviewed generative content creation. Generative AI was viewed as qualitatively different because it intervenes directly in visible editorial labour, blurring boundaries between drafting, sourcing, and authorship. These concerns were especially pronounced in small and medium language editions, where limited reviewer capacity heightens risk. A second major theme concerns the circular epistemology emerging between Wikipedia and large language models. As Wikipedia content feeds AI systems that are then used to generate or edit Wikipedia articles, contributors worry about self-referential loops that may compromise epistemic diversity and core norms of attribution and verifiability. Several interviewees described fears of Wikipedia becoming an “invisible backend” for commercial AI infrastructures (Vetter et al., 2025). Indic-language contributors further highlighted risks in under-resourced languages, including stylistic homogenization and cultural misrepresentation. Language equity and translation emerged as a third cluster. Participants, particularly in South Asia, viewed tools such as ChatGPT, Perplexity, and Google Gemini as pragmatically useful for bridging linguistic gaps, while warning that English-language dominance and training data bias may reinforce epistemic inequalities (Peppin et al., 2025; Roy et al., 2021). Contributors reported persistent issues in Malayalam, Telugu, and Bangla outputs, including semantic drift and increased verification burdens. Trust and transparency cut across all themes. Editors feel compelled to experiment with AI yet remain divided between cautious adoption and stricter enforcement. Disclosure and human review were widely seen as more viable safeguards than automated detection. Overall, the findings reveal a fragmented but dynamic landscape of volunteer imaginaries. Wikimedia communities are actively negotiating AI’s place within a human-centred knowledge infrastructure, offering insight into how grassroots actors are shaping the sociotechnical boundaries of AI in public knowledge production. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 05: Religione e sacro nella società digitale Luogo, sala: Aula 6 Chair di sessione: Andrea Casavecchia |
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Crisi di senso e sacro postmoderno. Un’analisi di sociologia della cultura e della religione Università degli Studi di Napoli Federico II, Italia Uno degli esiti sociologicamente più rilevanti della “cultura del narcisismo” (Lasch, 1999) è rappresentato dalla dissoluzione dell’alter quale soggetto della reciprocità simbolica: l’inibizione dello scambio solidale, fenomeno espansivo dell’epoca postmoderna, comporta giocoforza un indebolimento del legame sociale (Cesareo e Vaccarini, 2012). L’ipotesi alla base della presente proposta è che quanto detto costituisca il dispiegamento ultimo di un processo di “riduzione dell’alterità” (Gauchet, 2005) le cui radici affondano nelle trasformazioni che hanno investito, negli scorsi secoli, la relazione sociale con il dominio sacro (Autor*, 2024). L’affrancamento dai rigidi vincoli che per quasi due millenni hanno fornito la mappa morale dell’azione sociale, ha prodotto un’inedita condizione di libertà. Tuttavia, al contempo, ciò non si è verificato a ‘costo zero’, per così dire. Gli individui postmoderni godono di amplissimi spazi di autodeterminazione, nondimeno essi faticano – a fronte di un mare magnum di scelte possibili, tutte potenzialmente percorribili – a costruire una solida traiettoria biografica che consenta loro di contare su durevoli certezze circa il loro posto nel mondo (Berger e Luckmann, 2010). Questa condizione di “pluralismo” – per cui coabitano nel medesimo contesto culturale proteiformi opzioni di vita, siano esse secolari o religiose – mentre schiude sconfinati orizzonti di opportunità, ne problematizza la “plausibilità” (Berger, 2023): ‘starò facendo la cosa giusta?’ è il ‘nodo veritativo e valoriale’ sempre più difficile da sciogliere per i membri (soprattutto) delle nuove generazioni. L’“insicurezza ontologica” (Giddens, 1999) che deriva da questo stato di cose moltiplica le tensioni, poiché il mondo sempre più appare come un luogo ostile dato il suo carattere ‘amorfo’: mutamenti in costante accelerazione, di conserva con un profondo deperimento della gerarchia assiologica, erodono gli ancoraggi saldi su cui poter edificare il proprio nucleo identitario (Taylor, 2002). L’individuo, abilitato a poter (perlopiù illusoriamente) realizzare tutto quanto desidera, nei fatti deve ottenere tutto quanto immagina alla sua portata (Berger, 1987), pena un senso di “insufficienza” assai difficile con cui convivere (Ehrenberg, 1999): tale discrasia – come insegnano i classici – rappresenta il brodo di coltura ideale per l’emergenza di scenari “anomici” (Merton, 1938). Se la religione cristiana nella società occidentale ha tradizionalmente fornito il perimetro entro il quale la condotta sociale ha preso forma e significato, oggi, un rapporto sempre più eccentrico col sacro – che è il precipitato di un più esteso processo di delegittimazione istituzionale – genera, insieme a posture ‘creative’ nei confronti di tale dominio (Giordan, 2004), anche correlate crisi di senso. Tale fenomeno, dalla prospettiva della sociologia della religione, è a esempio registrato dal crescente logorio della “teodicea” (Weber, 1980). Sofferenza, ingiustizia e morte – a petto di questo indebolimento – divengono contenuti ‘assurdi’ del mondo, sempre più difficilmente rappresentabili alla coscienza individuale, intesa, quest’ultima, come punto di caduta di più ampie e profonde trasformazioni culturali. L’esaurimento di simboliche efficaci (Bartoletti, 2023) capaci di contenere il carico affettivo sprigionato dagli inaggirabili interrogativi sollevati dal ‘mistero del male’ (Ricoeur, 1993), è condizione che fertilizza il terreno dei conflitti, logorando la trama del tessuto sociale. Discutere tali articolate questioni è l’obiettivo di questo paper. Il pellegrino digitale. Per una rilettura sociologica del Giubileo 1: Università Niccolò Cusano, Italia; 2: Istituto Universitario Salesiano di Venezia - IUSVE; 3: Pontificia Università Gregoriana Il Giubileo rappresenta uno degli eventi religiosi più rilevanti nella tradizione cattolica, caratterizzato da una forte dimensione simbolica, rituale e collettiva, storicamente concepito come un’esperienza legata al raggiungimento dei luoghi sacri e alla partecipazione diretta ai riti per attraversamento fisico dello spazio. Tuttavia, nel contesto contemporaneo, segnato dalla diffusione capillare delle tecnologie digitali, il pellegrinaggio giubilare assume configurazioni inedite, che rendono tale fenomeno una sfida tra le narrazioni digitali e le esperienze di contatto diretto con i luoghi del culto. La Religione nell’era delle piattaforme: faith influencer, algoritmi e mediatizzazione della fede Università LUMSA, Italia Negli ultimi quindici anni, i processi di mediatizzazione hanno profondamente trasformato la comunicazione religiosa, favorendo all’interno dell’ecosistema digitale l’emergere di attori capaci di costruire e gestire visibilità pubblica in ambito religioso. L’insieme di tali soggetti include sia ministri del culto sia leader laici. La letteratura identifica questi ultimi come "faith influencer", figure capaci di negoziare autorevolezza, significato religioso e senso di appartenenza attraverso linguaggi e codici dei social media. In queste dinamiche, gli algoritmi delle piattaforme svolgono un ruolo cruciale: non solo filtrano e gerarchizzano la visibilità dei contenuti religiosi (algorithmic religion), ma modellano anche le pratiche di attenzione, legittimazione e partecipazione nello spazio digitale. Quello dei faith influencer è oggi un fenomeno globale che coinvolge, con modalità differenti, varie tradizioni religiose. In questo scenario la letteratura ha più volte documentato l’attività degli influencer digitali della fede nel contesto cristiano (Coman, 2024; Haken, 2025). Tali studi rientrano nella più ampia cornice delle digital religions che interpreta la digitalizzazione non come fattore di progressiva secolarizzazione, bensì come spazio di rinegoziazione del religioso (Isetti et al., 2020). Pertanto la diffusione del religioso nei media digitali può essere letta nel quadro della teoria della post-secolarizzazione, secondo cui la modernità non coincide necessariamente con il declino della religione, ma si confronta con la persistenza del discorso religioso (Habermas, 2008; Herbert, 2011; Possamai-Inesedy, 2019). Gli studi sui faith influencer sono quindi rilevanti per comprendere le nuove immagini digitali del religioso, in un contesto già interpretato come crisi della rappresentazione religiosa e della sua immagine (Rusconi, 1967). Stanti queste premesse, il contributo si articola attorno a due domande di ricerca: RQ1: Quali sono le principali tipologie di faith influencer attivi nel contesto italiano su Instagram e quali caratteristiche identitarie, estetiche e discorsive li contraddistinguono? Per rispondere a queste domande, il disegno di ricerca adotta un approccio di digital ethnography non-partecipante (Pink et al., 2016). La selezione dei profili si è basata sul loro riconoscimento pubblico nel discorso mediatico e sulla centralità nelle reti digitali. Tramite query su Media Cloud sono stati individuati i profili “seed”, poi ampliati su Instagram e TikTok includendo account collegati tramite menzioni o suggerimenti algoritmici. La strategia combinata ha definito un corpus finale di 30 profili, selezionati per la produzione ricorrente di contenuti cristiani. È stata quindi elaborata una griglia di analisi multilivello, basata sulla letteratura e su recenti modelli di classificazione dei faith influencer consentendo di valutare il grado di coinvolgimento istituzionale, il riconoscimento professionale e la presenza di marcatori identitari performati (attivismo, appartenenze generazionali, elementi biografici connessi alla missione religiosa). Infine, per rispondere alla RQ2, verrà successivamente condotta un’analisi qualitativa dei commenti, adottando una sintesi delle principali categorie emerse nella letteratura recente: la funzione fatica e le formule rituali di fede (Coman, 2024), i livelli di contribuzione e impegno parasociale (Bartolome, 2025) e le dinamiche comportamentali di 'lotta o fuga' (Bowman & Sheppard, 2025) nell'interazione con i contenuti di fede. La religione tra identità collettiva e narrazioni conflittuali: una comparazione della copertura mediale in Italia e Spagna (2015-2023) 1: Università degli Studi di Perugia; 2: Università degli Studi di Bergamo; 3: Università degli Studi di Perugia; 4: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo La religione emerge oggi nelle narrazioni politiche e mediali come un problema e come una risorsa discorsiva – sia in termini di identità collettiva sia in contesti di polarizzazione conflittuale (Hjelm, 2014). Il contributo proposto si colloca nel quadro teorico della publicization della religione (Herbert, 2011), che argomenta come le dinamiche dell’ecosistema mediale, unite alle trasformazioni nella religiosità contemporanea e nei contesti politici e sociali, abbiano aumentato l’accessibilità della religione come risorsa simbolica discorsiva per gli attori non strettamente religiosi. In linea con le teorizzazioni analitiche e le analisi empiriche che hanno esplorato le differenze contestuali nelle culture della secolarità (Burchardt et al., 2016), si può ipotizzare una variazione contestuale nel modo in cui la religione viene mobilitata discorsivamente come risorsa simbolica, nella sua salienza pubblica, politica e narrativa, nelle cornici interpretative e di legittimazione entro cui è inscritta e nelle gerarchie reputazionali attribuite alle diverse tradizioni religiose. In questo quadro, lo studio si muove intorno a due domande di ricerca: RQ1. Quali similitudini e differenze nelle narrazioni mediali relative alla religione in contesti diversi? Cioè, di cosa si parla quando si parla di religione? Ci sono differenze nei temi affrontati? RQ2. Ci sono differenze contestuali nelle gerarchie reputazionali che emergono nella narrazione mediale? In caso affermativo, come contribuiscono a rappresentazioni differenziate delle tradizioni religiose, incidendo sulla loro legittimazione simbolica nello spazio pubblico? L’analisi si concentra su due Paesi, Italia e Spagna, simili in relazione al ruolo del cattolicesimo nella storia e nella cultura e al sistema mediale (Hallin & Mancini, 2004), pur con specifiche differenze – per esempio in relazione all’impatto del terrorismo di matrice jihadista nel caso spagnolo sulla conseguente rappresentazione mediale dell’Islam. Il coinclude tutti gli articoli che si occupano di religione, selezionati attraverso alcune keyword sul tema, pubblicati da due tra i principali quotidiani per ciascun Paese (Corriere della Sera e la Repubblica in Italia; El País ed El Mundo in Spagna), scelti sulla base della loro diffusione e dell’orientamento politico (fonte: Factiva). L’analisi ha considerato la copertura delle diverse tradizioni religiose tra il 2015 e il 2023, rilevandone l’andamento nel tempo, gli attori religiosi notiziabili e i principali temi connessi (tramite analisi del contenuto condotta con QDA Miner e WordStat). In linea con alcuni studi precedenti realizzati sul caso italiano (Marchetti e Pagiotti, 2023), l’analisi mostra un calo complessivo della visibilità delle religioni nella copertura mediale in Italia e Spagna nel tempo, pur con traiettorie differenti. L’analisi dei topic mostra invece differenze in relazione alla salienza relativa alle diverse religioni e temi trattati. In entrambi i Paesi la religione è un elemento narrativo e simbolico: tuttavia, in Italia è il cattolicesimo a giocare un ruolo predominante mentre in Spagna l’Islam genera una maggiore copertura, almeno nei primi anni considerati, e l’attenzione si concentra su specifiche dimensioni, tra cui principalmente il fatto di essere associato al terrorismo. In generale, l’analisi contribuisce a mettere in luce come l’attenzione alla religione in quanto tale sia limitata e come sia invece maggiormente trattata nella sua dimensione politica e in relazione alla polarizzazione dei dibattiti su temi altamente divisivi quali l’immigrazione o le questioni bioetiche. Tuttavia, lo studio sottolinea l’importanza di considerare le specifiche culture politiche e di secolarità locali per comprendere il livello di publicization della religione come risorsa simbolica, le differenze nella misura in cui la religione (e in particolare quella di maggioranza) entra in gioco nel dibattito pubblico come legittima risorsa simbolica e il modo in cui religioni diverse vengono raccontate e associate a temi diversi. In questo senso, il ruolo della religione come risorsa narrativa in termini di coesione o di conflitto è strettamente contestuale. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 06: Gendering the Crash. Conflitti, narrazioni e politiche di uguaglianza nell’università italiana ed europea Luogo, sala: Aula 10 Chair di sessione: Isabella Crespi |
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Gendering the Crash. Conflitti, narrazioni e politiche di uguaglianza nell’università italiana ed europea 1: Università di Macerata, Italia; 2: Università di Torino, Italia; 3: Università di Pisa, Italia; 4: Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Gendering the Crash. Conflitti, narrazioni e politiche di uguaglianza nell’università Introduzione Il panel si inserisce nel tema del VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti” – assumendo l’università contemporanea come un’arena privilegiata in cui si confrontano narrazioni di neutralità, merito ed eccellenza e persistenti disuguaglianze di genere che ne mettono in tensione i presupposti fondativi. Il panel propone un avanzamento teorico specifico: leggere le politiche di genere non solo come strumenti di riduzione delle disuguaglianze, ma come dispositivi che ridefiniscono le condizioni di legittimità del sapere e della governance accademica, producendo nuove linee di conflitto. Il “crash” non è qui inteso come evento episodico, ma come frattura strutturale tra discorsi istituzionali di inclusione e pratiche organizzative, valutative ed epistemiche che riproducono gerarchie simboliche e materiali. In questa prospettiva, le politiche di gender equality – dai Gender Equality Plans alle strategie di gender mainstreaming fino all’integrazione del genere nei contenuti scientifici – non sono soltanto strumenti tecnici, ma dispositivi culturali che contribuiscono a ridefinire cosa sia qualità, eccellenza, partecipazione e responsabilità istituzionale. I quattro contributi articolano la frattura in quattro livelli: epistemico, disciplinare, narrativo-istituzionale e materiale-organizzativo. Il primo contributo analizza la traiettoria delle politiche europee dalla rappresentanza alla gendered innovation, leggendo l’integrazione del genere nei programmi quadro (dal VII PQ a Horizon Europe) come un possibile “crash epistemico”. Attraverso l’analisi delle cornici regolative e dei Work Programmes, il paper mostra come l’equità venga progressivamente proceduralizzata e trasformata in criterio valutabile di qualità scientifica, ridefinendo silenziosamente i confini epistemici e le gerarchie di legittimità disciplinare. Il secondo contributo si concentra sulla persistente sotto-rappresentazione delle donne nelle discipline STEM, attraverso un’analisi comparativa di quattro contesti nazionali (Francia, Italia, Giappone e Moldova). Integrando interviste a membri della governance e dati disaggregati per genere, lo studio mette in luce il divario tra impegni formali verso l’uguaglianza e pratiche organizzative che assorbono o neutralizzano le politiche di parità, mostrando come narrazioni culturali e gerarchie disciplinari contribuiscano a legittimare la segregazione orizzontale e verticale. Il terzo contributo esplora i Gender Equality Plans come spazi narrativi contesi, interrogando il loro potenziale trasformativo quando vengono attraversati da pratiche partecipative studentesche. A partire da un progetto europeo Erasmus Plus che ha coinvolto sei paesi, l’analisi qualitativa dei processi di co-design evidenzia come la partecipazione possa rendere visibili conflitti normalizzati, rielaborando le narrazioni istituzionali sull’uguaglianza e trasformando il conflitto in risorsa educativa e organizzativa. Il quarto contributo sposta l’attenzione sulla dimensione materiale e organizzativa del lavoro accademico, analizzando l’organizzazione spaziale nei dipartimenti italiani come lente per osservare il crash tra discorsi inclusivi e pratiche situate. Attraverso interviste a direttrici e direttori di dipartimento, lo studio mostra come l’assegnazione e l’uso degli spazi, così come la flessibilità post-pandemica, operino come risorse differenziali che incidono su visibilità, accesso alle reti e possibilità di conciliazione, rendendo tangibili le tensioni tra eccellenza, produttività e cura. Nel loro insieme, i contributi mostrano che il genere non è una variabile aggiuntiva all’interno dell’università, ma una lente attraverso cui osservare la ridefinizione delle condizioni di legittimità del sapere, delle carriere e della partecipazione istituzionale. Il crash si manifesta a livello epistemico, organizzativo, disciplinare e spaziale, rivelando come le narrazioni di inclusione possano al tempo stesso produrre cambiamento e generare nuove linee di conflitto. Attraverso un dialogo tra sociologia della cultura, della conoscenza, dell'educazione e del genere, il panel intende contribuire al dibattito del convegno mostrando come l’università europea contemporanea costituisca un laboratorio in cui le narrazioni sull’uguaglianza vengono continuamente negoziate, regolamentate e contestate, e in cui le politiche di genere rappresentano al contempo strumenti di trasformazione e dispositivi di legittimazione. 1 contributo Sulla gendered innovation come crash epistemico. Narrazioni di equità e riconfigurazione della qualità scientifica nelle politiche europee Silvia Cervia, Università di Pisa
La gendered innovation è presentata come esito maturo delle politiche europee di equità nella ricerca dall’attenzione alla rappresentanza (fix the women), alla trasformazione organizzativa (fix the institutions), fino all’integrazione della dimensione di genere nei contenuti scientifici (fix the knowledge). Una traiettoria descritta come successione di “stagioni politiche” e interpretata in termini progressivi ed evolutivi. Il contributo intende proporre un’analisi critica di questa narrazione, evidenziando come questo processo non sia neutrale. Attraverso dispositivi discorsivi e valutativi che definiscono cosa debba essere inteso per equità, le politiche europee delimitano i confini simbolici della qualità scientifica e collegano l’aderenza alle cornici regolative a meccanismi di premialità e riconoscimento. È proprio all’interno di queste cornici regolative che è possibile leggere la gendered innovation come un crash epistemico che emerge nel momento in cui l’equità viene progressivamente proceduralizzata entro le logiche performative dei finanziamenti competitivi europei. Collocandosi nell’ambito della sociologia della conoscenza, il contributo propone un’analisi delle modalità attraverso le quali le politiche europee costruiscono il genere non solo come questione di giustizia organizzativa, ma come criterio di qualità e innovazione del sapere. La sua trasformazione in indicatore valutabile e parametro di performance diventa così una lente per osservare la ridefinizione silenziosa delle cornici universalistiche della qualità scientifica e gli effetti che tale ridefinizione produce sui confini epistemici e sulle gerarchie di legittimità disciplinare. Il contributo si basa su un’analisi qualitativa di contenuto, supportata dall’utilizzo di NVivo, delle cornici regolative poste dai programmi quadro europei (VIIPQ, Horizon 2020 e Horizon Europe) e dei Work Programmes di riferimento (per un totale di n. 49 WP), considerati come dispositivi discorsivi che costruiscono il genere come oggetto legittimo di intervento pubblico. I risultati mostrano un processo di rafforzamento reciproco tra politiche di equità e gendered innovation. Le prime stabilizzano il genere come categoria legittima nel campo accademico; la seconda consolida l’idea che l’eccellenza scientifica debba essere inclusiva, perché attenta agli impatti differenziati. Tuttavia, nel regime dei finanziamenti competitivi, l’integrazione del genere si traduce prevalentemente in ampliamento metodologico e rendicontazione degli impatti. L’equità viene così incorporata come requisito procedurale: la parità nella composizione dei gruppi e l’integrazione della dimensione di genere (anche in chiave intersezionale) nell’analisi dell’impatto diventano criteri valutabili e misurabili. In questo quadro, la trasformazione del genere in parametro valutabile produce un effetto più profondo sui confini epistemici delineando una gerarchia implicita dei saperi che favorisce gli approcci capaci di tradurre il genere in variabile operazionalizzabile e in impatto misurabile, compatibile con le metriche di eccellenza esistenti. Ciò che tende a essere oscurato è dunque la dimensione propriamente epistemica della rottura: il fatto che le differenze non siano semplicemente elementi da includere, ma configurazioni di potere attraverso cui si producono diseguaglianze strutturali e gerarchie di validità scientifica. Il crash epistemico si manifesta nel paradosso per cui la massima legittimazione istituzionale del genere coincide con la sua massima regolazione. La gendered innovation rappresenta al tempo stesso il successo della critica femminista e la sua ridefinizione entro confini compatibili con i dispositivi di governance della ricerca. Il genere diventa così criterio di qualità senza trasformare le cornici universalistiche che regolano la definizione stessa di eccellenza e la gendered innovation, letta come esito strutturale della loro integrazione nel regime competitivo della ricerca, permette di far emergere un nuovo crash epistemico, non più fondato sull’esclusione del genere, ma sulla regolazione delle condizioni di legittimità della sua trasformatività epistemica. 2_ contributo Disuguaglianze di genere nel mondo accademico. Rappresentazioni e politiche nelle STEM: un’analisi di 4 casi nazionali Manuela Naldini, Maddalena Cannito, Rosy Musumeci e Paola Maria Torrioni, Università di Torino
La disuguaglianza di genere negli ambienti accademici e di ricerca rimane un problema globale persistente, sebbene le sue cause e conseguenze varino a seconda dei contesti. Nonostante gli sforzi significativi e l’introduzione e implementazione di politiche specifiche in Europa — come i GEP (Gender Equality Plans) — le disparità di genere continuano a rimanere ampie. La persistente sotto‑rappresentazione delle donne nel mondo accademico riflette un ricorrente “crash” tra l’orizzonte normativo della parità di genere e delle pari opportunità e le pratiche reali che regolano l’accesso, la permanenza e la progressione di carriera. Ciò è evidente sia nella segregazione orizzontale sia in quella verticale. Il contributo indaga tale scarto concentrandosi sulla persistente sottorappresentazione delle donne nelle discipline STEM, attraverso uno studio comparativo che coinvolge Francia, Italia, Giappone e Moldova. L’analisi esplora come le asimmetrie di genere siano comprese e affrontate in diversi contesti e come le rappresentazioni e le politiche istituzionali si intreccino con culture disciplinari e gerarchie organizzative che possono assorbire, deviare o neutralizzare gli interventi per realizzare la parità. L’approccio comparativo consente di esaminare come culture nazionali, assetti istituzionali, politiche per l’uguaglianza di genere e gerarchie disciplinari contribuiscano a modellare le disuguaglianze di genere nei contesti accademici, nonché le narrazioni che le legittimano. Richiamando il framework di Risman (2004), che interpreta il genere come “struttura sociale”, il paper legge le asimmetrie di genere nell’accademia come l’esito di processi interconnessi che operano a più livelli: il livello micro (socializzazione, auto-selezione, stereotipi e senso di appartenenza); il livello meso (norma dell’“ideal worker”, cultura dell’overwork, reti informali e bias valutativi); e il livello macro (regimi di welfare, politiche di conciliazione lavoro-famiglia e strumenti di policy per l’uguaglianza). Nel loro insieme, questi processi contribuiscono a spiegare la persistenza della segregazione orizzontale nelle STEM nonostante gli impegni formali verso l’uguaglianza e fanno luce sull’intreccio tra dinamiche individuali, organizzative e istituzionali nella riproduzione delle disuguaglianze di genere nell’istruzione superiore. Dal punto di vista metodologico, lo studio adotta un disegno di studio di caso comparativo che consente un’analisi approfondita delle disuguaglianze di genere e delle politiche per la parità di genere in differenti contesti socio-culturali. Sono stati selezionati quattro Paesi—Francia, Italia, Giappone e Moldova—e in ciascuno sono stati analizzati una grande università multidisciplinare e una scuola di ingegneria. La ricerca si basa su 41 interviste semi-strutturate a membri della governance e del corpo docente, integrate da dati secondari disaggregati per genere provenienti da fonti internazionali, nazionali e istituzionali. I dati sono stati raccolti nell’ambito del progetto “XXXXXXXXXXXXXXXXX”, finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Horizon Europe, Marie Skłodowska-Curie Actions (MSCA) – Staff Exchanges (2023–2026). I risultati preliminari mostrano che, da un lato, emergono conflitti simbolici — con le STEM rappresentate come un ambito “naturalmente” maschile, razionale e competitivo — che legittimano la segregazione orizzontale come esito di “scelte” o preferenze individuali o semplicemente come conseguenza di uno squilibrio numerico che inizia già nelle prime fasi del percorso di istruzione che conduce poi all’ università. Dall’altro lato, emergono conflitti organizzativi, nei quali procedure formalmente neutrali si traducono in asimmetrie concrete nel mentoring, nell’accesso alle risorse, nella progressione di carriera e nei ruoli di leadership. Il confronto tra quattro casi differenti, in contesti nazionali e profili istituzionali diversi, consente infatti di mostrare come le narrazioni ufficiali sulla parità di genere portino spesso a un’implementazione selettiva o largamente simbolica, e come la sotto‑rappresentazione delle donne nelle STEM sia sostenuta da un processo di retroazione auto‑rinforzante: aspettative e stereotipi limitano aspirazioni e persistenza, mentre la condizione di minoranza numerica e simbolica continua a rafforzare l’immaginario maschile associato a queste discipline. 3_ contributo Genere e pratiche partecipative nell’università italiana ed europea nella prospettiva di studenti e studentesse Marta Scocco e Melanie Sara Palermo, Università di Macerata
L’università può essere osservata come uno spazio istituzionale attraversato da conflitti simbolici e materiali che investono l’idea stessa di comunità accademica. Tra questi, le diseguaglianze di genere rappresentano una linea di frattura strutturale che interseca ruoli, posizioni, carriere e forme di riconoscimento, producendo narrazioni divergenti sull’uguaglianza, sul merito e sulla responsabilità istituzionale. Tali diseguaglianze non si manifestano soltanto come deficit di rappresentanza o di opportunità, ma come veri e propri conflitti interni, spesso normalizzati o resi invisibili attraverso linguaggi tecnici e dispositivi amministrativi (Naldini e Poggio, 2023). In questo quadro, i Gender Equality Plans (GEP) si sono affermati come strumenti centrali delle politiche universitarie per la promozione dell’uguaglianza di genere. Tuttavia, una lettura sociologica critica evidenzia come questi dispositivi possano funzionare anche come narrazioni istituzionali che tendono a neutralizzare il conflitto, presentando l’uguaglianza come obiettivo già incanalato in procedure standardizzate (Cannito, Poggio e Tuselli, 2023). In particolare, quando i GEP adottano un’impostazione prevalentemente top-down, essi rischiano di privilegiare soggetti già inclusi nei processi decisionali e di riprodurre asimmetrie di potere tra le varie componenti della comunità accademica, contribuendo a una rappresentazione rassicurante e depoliticizzata delle diseguaglianze di genere. Muovendo da un progetto europeo Erasmus Plus XXXX XX che ha coinvolto attivamente studenti e studentesse di 6 paesi europei (Italia, Grecia, Lituania, Germani e Polonia) nella co-progettazione di azioni di gender mainstreaming, questo contributo intende esplorare il potenziale delle pratiche partecipative nel rimettere in discussione le narrazioni dominanti sull’uguaglianza e nel dare voce a soggettività spesso marginalizzate nei processi di governance universitaria (Collins and Potter, 2011; Pastori e Pagani, 2025; Prantl, Freund and Kals, 2022). I GEP sono interpretati come spazi narrativi contesi, in cui il conflitto può essere occultato oppure, al contrario, reso visibile e trasformato in risorsa culturale ed educativa. Con questa prospettiva, lo studio si concentra su tre principali domande di ricerca: In che modo i GEP producono o occultano la tensione tra uguaglianza dichiarata e pratiche universitarie? Quale ruolo possono assumere le pratiche partecipative studentesche nel rendere visibili i conflitti di genere? In che misura i processi di co-design contribuiscono a trasformare tali conflitti in risorse educative e organizzative? Attraverso un’analisi qualitativa-comparativa dei progetti sviluppati dagli studenti e dei dati raccolti nel corso delle attività svolte all’interno delle università europee partner di progetto, il contributo mostra come i laboratori di co-design abbiano funzionato come dispositivi comunicativi e formativi capaci di rielaborare il conflitto di genere sul piano simbolico e relazionale. Il coinvolgimento della comunità studentesca ha favorito processi di apprendimento collettivo, rendendo visibili le dimensioni emotive, identitarie e narrative delle diseguaglianze e contribuendo a una riconfigurazione dei paradigmi educativi e informativi con cui l’istituzione affronta tali tensioni. In questa prospettiva, i GEP emergono non solo come strumenti di policy, ma come luoghi di produzione di senso, in cui il conflitto legato alle diseguaglianze di genere può essere riconosciuto, discusso e trasformato. Questo studio si inserisce così nel dibattito sociologico su narrazioni e conflitti, mostrando come, anche all’interno dell’università, il crash tra narrazioni istituzionali di uguaglianza e conflitti di genere non rappresenti solo una disfunzione, ma un potenziale spazio generativo in cui favorire attraverso pratiche partecipative forme alternative di convivenza istituzionale e di responsabilità collettiva.
4 contributo Spazi accademici, genere e organizzazione del lavoro: il “crash” tra narrazioni di inclusione e pratiche situate nelle università italiane Sara Mazzucchelli e Maria Letizia Bosoni – Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano
Nel contesto europeo contemporaneo, l’università è attraversata da politiche di gender equality – dai Gender Equality Plans alle misure di conciliazione famiglia-lavoro – inscritte in una narrazione centrata su neutralità, meritocrazia ed eccellenza. Tali dispositivi operano però in un contesto segnato da persistenti disuguaglianze di genere nelle carriere e nell’accesso alle posizioni apicali (Cannito et al., 2023; Carreri et al., 2024). Il contributo legge l’accademia italiana come spazio paradigmatico di crash: frattura tra narrazioni ufficiali di uguaglianza e pratiche organizzative che riproducono gerarchie simboliche e materiali. Il crash è inteso come tensione strutturale tra discorsi inclusivi e logiche quotidiane. Le politiche di genere non sono meri strumenti tecnici, ma dispositivi culturali che ridefiniscono eccellenza, produttività e dedizione, divenendo arene di conflitto simbolico e organizzativo. L’analisi si concentra su una dimensione poco esplorata: l’organizzazione spaziale del lavoro accademico e il suo impatto sulle pratiche di conciliazione. Gli spazi – uffici individuali o condivisi, aree comuni, configurazioni ibride tra casa e università – sono risorse distribuite gerarchicamente e attraversate da dinamiche di genere e generazionali (Deem & Morley, 2021; Migliore et al., 2022). Le domande di ricerca sono: In che modo assegnazione e uso degli spazi riflettono o mettono in tensione le narrazioni di neutralità e merito? Quali differenze di genere emergono nelle pratiche spaziali e nelle strategie di conciliazione tra lavoro e cura? In che misura la ridefinizione post-pandemica dei confini tra spazio domestico e professionale ha intensificato il crash tra discorsi ufficiali e pratiche Lo studio qualitativo (2024–2025), parte di un progetto nazionale, si basa su 18 interviste in profondità a direttrici e direttori di dipartimento in 11 università italiane, nei settori sociali, umanistici, giuridici e tecnico-scientifici. Assumendo il dipartimento come unità organizzativa, si esplorano criteri formali e informali di assegnazione degli spazi, pratiche di utilizzo e rappresentazioni associate a presenza fisica, produttività e disponibilità continua. I risultati mostrano che lo spazio accademico opera come risorsa differenziale che struttura opportunità di visibilità, partecipazione e accesso alle reti professionali. Il crash emerge nel divario tra la narrazione post-pandemica della flessibilità – presentata come neutrale – e le pratiche effettive. Le donne con responsabilità di cura ricorrono più al lavoro da remoto o ibrido, ottenendo flessibilità ma pagando un costo in termini di visibilità informale e integrazione dipartimentale. La flessibilità appare così dispositivo ambivalente: strumento di conciliazione ma anche meccanismo che talvolta rafforza disuguaglianze preesistenti. Uomini e accademici senza carichi di cura mantengono più facilmente una presenza continuativa e multisede, con accesso stabile agli spazi istituzionali e alle reti di potere. Emerge anche una dimensione generazionale: il personale junior sperimenta precarietà spaziale intrecciata all’insicurezza contrattuale, mentre il personale senior conserva accesso privilegiato agli uffici individuali, consolidando gerarchie simboliche e materiali. Il contributo illumina il crash tra narrazioni di inclusione e conflitti organizzativi mostrando come gli spazi di lavoro costituiscano una lente per analizzare le trasformazioni dell’università contemporanea. Le politiche di gender equality e le misure di conciliazione, pur ridefinendo le narrazioni istituzionali, si inseriscono in assetti che valorizzano modelli di dedizione totale e disponibilità permanente. Gli spazi accademici diventano luoghi in cui si materializza la tensione tra eccellenza, produttività, cura ed equità. Attraverso l’analisi dell’organizzazione spaziale, il contributo dialoga con la cornice del panel mostrando come i Gender Equality Plans e le politiche di conciliazione agiscano non solo come strumenti di governance, ma come dispositivi discorsivi che producono cambiamento e nuove linee di conflitto. Il genere emerge come lente privilegiata per comprendere le contraddizioni e le trasformazioni dell’università europea contemporanea. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 07: Conflitto, trauma e lutto nelle narrazioni seriali Luogo, sala: Aula 11 Chair di sessione: Roberta Bartoletti |
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Conflitto, trauma e lutto nelle narrazioni seriali 1: Università degli Studi LINK, Italia; 2: Università di Bologna; 3: Università degli Studi di Salerno; 4: Sapienza Università di Roma; 5: Università degli Studi di Messina; 6: Università degli Studi di Firenze Nell’era digitale, le narrazioni seriali si configurano sempre più come uno degli ambiti mediali in cui gli individui, collettivamente, elaborano le molteplici fratture della vita sociale e culturale attraverso forme di partecipazione intense e immersive. Nella società del rischio e dell’incertezza, intensificati dall’accelerazione del tempo sociale e dalla pervasiva mediatizzazione digitale, le crisi sistemiche sconvolgono infatti a ritmi vorticosi la struttura delle società contemporanee e la vita quotidiana di milioni di individui. Da questo punto di vista, i prodotti culturali svolgono un ruolo fondamentale, soddisfacendo la necessità di individui e gruppi sociali di disporre di beni simbolici e culturali con cui negoziare ed elaborare i significati sociali dei cambiamenti in atto. In questo scenario, la serialità svolge un ruolo di primissimo piano, perché contribuisce a creare storyworld complessi che le audience possono “abitare” in modo coinvolgente attraverso processi di attaccamento e allineamento affettivo ai personaggi. In tal senso, nell’ultimo decennio molti studi sociologici, culturologici e mediologici hanno indagato le modalità con cui la serialità – attraverso la mediazione di scelte autoriali, produttive e distributive – abbia stimolato le audience a riflettere sui “traumi” del corpo sociale: dalle ferite all’ordine civile operate dal crimine (ricorrenti in generi quali il noir, il poliziesco, il true-crime, ecc.) alle tragedie storiche (per es.: M - Il figlio del secolo) fino alle impetuose mutazioni tecno-antropologiche connesse alla civiltà digitale (per es.: Black Mirror). L’analisi sociologica delle forme narrative seriali ha altresì messo in evidenza la capacità di raccontare, in un caleidoscopio di prospettive differenti - e talora divergenti - i conflitti sociali del presente e del passato, da quelli generazionali e culturali a quelli di classe e/o legati agli ordini simbolici. Per non dire dei processi creativi di appropriazione e riappropriazione simbolica da parte del fandom (per es.: The Handmaid’s Tale), che confermano la capacità della serialità di mobilitare affetti e passioni da giocare anche nella sfera pubblica, attraverso la messa in scena del conflitto oltre gli spazi espressamente dedicati al racconto. Da ultimo, la serialità – nella rete stratificata di segni, trame, personaggi ed eventi – è anche associabile al lutto, in una duplice accezione: da un lato, rivela come comunità, organizzazioni e gruppi sociali elaborano il lutto, attraverso norme, valori e pratiche in grado di ripristinare l’ordine simbolico (o altresì lasciarne trasparire le fratture); dall’altro, istituendo forme di connessione profonda e radicata nel tempo, essa alimenta un coinvolgimento pàtico così intenso da chiamare in causa emozioni complesse (nostalgia, malinconia, rabbia, ecc.) tanto in relazione al racconto in senso stretto, quanto alla stessa esperienza spettatoriale (come avviene, per esempio, in occasione del finale di serie). È infine importante sottolineare come questi processi, singolarmente considerati e nel loro complesso, prendono forma in un mediascape in cui l’idea di serialità non rimandi “solo” a un ampio immaginario condiviso, bensì debordi – nella ricchezza delle forme transmediali e intermediali – all’interno di molteplici contesti e piattaforme mediali, nella vita quotidiana e nella sfera politica (si pensi a casi celebri come GOT), grazie all’attivismo e alla partecipazione di pubblici sempre più attivi e interconnessi. Il panel raccoglie studi e ricerche capaci di illuminare le potenzialità del racconto seriale di costituirsi quale ambiente mediale altamente coinvolgente in cui si riflettono le tensioni, le atmosfere e le tendenze socioculturali di un’epoca, anche attraverso il prisma del trauma, del conflitto e del lutto. PAPER 1 “Dove eravamo rimasti?”. Trauma collettivo e cultura popolare: la serie Portobello Silvia Leonzi (Sapienza Università di Roma) La serialità televisiva ha sempre svolto una funzione strategica nella rielaborazione di eventi ordinari e straordinari, traducendoli in dispositivi narrativi capaci di raccontarne e restituirne il significato e la rilevanza collettiva. In questa prospettiva, si può ipotizzare che fatti drammatici, al centro di serie come Chernobyl (Sky/Atlantic, 2019), Alfredino – Una storia italiana (Sky Italia, 2021), Il Mostro (Netflix, 2025), ecc., abbiano tra i loro obiettivi non soltanto quello di riproporre l’esperienza di un trauma collettivo, ma anche quello di offrire una ridefinizione simbolica, capace di riflettere approfonditamente sul ruolo degli avvenimenti nella costruzione della cultura popolare. Il nostro contributo si inserisce in una più ampia ricerca sulla rielaborazione della concezione di cultura popolare in Italia, alla luce della trasformazione dello scenario socioculturale e mediale. In questa prospettiva, la cultura popolare costituisce una figurazione in cui narrazioni e pratiche di consumo concorrono a definire appartenenze, conflitti, memorie, forme di immaginazione condivisa e valori fondanti nella trasmissione intergenerazionale. In questo quadro, il “caso Tortora” rappresenta uno snodo traumatico nella storia italiana, tanto dal punto di vista giudiziario e politico, quanto da quello comunicativo e culturale. Il 17 giugno 1983 il noto conduttore televisivo Enzo Tortora, volto storico della trasmissione Portobello, fu arrestato con l’accusa di associazione camorristica e traffico di droga, sulla base di un impianto accusatorio, poi rivelatosi insussistente. La vicenda giudiziaria, conclusasi con l’assoluzione in appello del 1986 (divenuta definitiva nel 1987) e il ritorno in televisione, con il celebre “Dove eravamo rimasti?”, mise in luce gravi distorsioni del sistema giudiziario e un uso sensazionalistico dell’informazione. L’evento generò uno shock profondo nella sfera pubblica italiana, tanto individuale quanto collettivo. La contrapposizione tra innocentisti e colpevolisti infranse l’immagine di una televisione popolare e rassicurante, segnando una simbolica “perdita dell’innocenza” per l’intero Paese. La recente serie Portobello (HBO Italia, 2026) rappresenta pertanto un interessante caso di studio ai fini della nostra ipotesi di ricerca. La serie racconta il caso Tortora attraverso i codici della narrazione contemporanea, trasformandolo in un racconto stratificato sul rapporto tra individuo, media e giustizia. A tale proposito vengono sviluppate tre differenti fasi di ricerca. La prima riguarda un’analisi del testo, focalizzata sulle scelte narrative e stilistiche, la costruzione dei personaggi, per individuare in che modo è narrato il caso, e come la serie contribuisca a ridefinirne la memoria all’interno dell’immaginario e della cultura popolare contemporanea. La seconda parte si basa sull’analisi delle reazioni da parte del pubblico, intercettate attraverso lo scraping di alcune delle principali piattaforme (i.e.: Reddit, X, Facebook, ecc.) dove si sviluppa una discussione specifica riguardante la serie. L’obiettivo è individuare ciò che ha maggiormente colpito il pubblico, in che modo questo corrisponda (o meno) alla propria conoscenza del caso Tortora, e come venga letto e interpretato tanto in termini di memoria e nostalgia, quanto come una ferita ancora aperta e presente. L’ultima fase prevede un approfondimento tramite interviste biografiche a rispondenti selezionati, appartenenti a quattro diverse generazioni (Babyboomer, GenX, Millennials e GenZ), ovvero spettatori che hanno vissuto direttamente il caso negli anni Ottanta, soggetti che ne hanno avuto una memoria mediata, e giovani che possono averlo conosciuto per la prima volta attraverso la serie. Le interviste esplorano il ricordo (o la scoperta) del caso Tortora: il vissuto emotivo associato allo shock collettivo. I tre livelli di analisi consentono di far dialogare produzione, testo e ricezione, mirando a evidenziare come una serie contemporanea possa contribuire a una ridefinizione della cultura popolare come spazio di elaborazione del trauma collettivo e, più specificatamente, nel caso di Portobello del rapporto tra media, memoria e giustizia. PAPER 2 Morfologia di Avetrana. Uno studio sulla serializzazione della cronaca nera Antonia Cava (Università degli Studi di Messina) Il contributo propone un’analisi della serializzazione della cronaca nera come crocevia tra giornalismo, fiction e strategie di fascinazione dei pubblici per riflettere su come il conflitto durante le indagini in corso venga narrato, consumato e condiviso nello spazio mediale contemporaneo. A partire dalla lunga genealogia italiana della tv del dolore – da Vermicino ai casi più recenti – la cronaca nera, in televisione e nelle piattaforme digitali, ha costituito uno spazio di manifestazione del conflitto, predisponendo condizioni di faziosità nei confronti dei protagonisti e incorporate nelle logiche narrative tipiche della serialità: frammentazione del racconto, rilancio continuo, centralità dei personaggi, suspense costruita su rivelazioni parziali, appuntamenti ricorrenti che trasformano il caso giudiziario in saga emotiva. Queste logiche, inizialmente adottate dal giornalismo e dai programmi di infotainment per fidelizzare i pubblici, diventano nel tempo un vero e proprio canovaccio narrativo su cui si innestano le serie true crime e le docu‑fiction, che trovano nella cronaca nera un serbatoio di trame, ruoli e posizionamenti codificati, volti a osservare rispettosamente le logiche del racconto, anziché la complessità delle stesse indagini. Nel lavoro si ricostruiranno le strutture narrative ricorrenti delle storie di nera, proponendo un adattamento del modello morfologico di Vladimir Propp. L’analisi costruisce una griglia di “funzioni” narrative applicabili ai casi di crimine diventati nel corso degli anni saghe mediali, rendendo leggibili i meccanismi profondi che governano l’articolazione narrativa, in cui l’intreccio fra giornalismo, talk show, speciali televisivi, podcast e la serie finale costruisce un universo narrativo espanso, accessibile e attraversato da continue rimediazioni. A titolo esemplare, il contributo prende in esame il caso di Avetrana e il relativo racconto articolato su tre principali dispositivi mediali: la carta stampata, l’infotainment televisivo e la serie Avetrana – Qui non è Hollywood. Il confronto tra questi formati consente di osservare come le funzioni narrative si differenzino in relazione ai target di pubblico, alle logiche produttive e ai regimi di coinvolgimento propri di ciascun mezzo, riorganizzando la medesima vicenda secondo grammatiche discorsive differenti. Si discutono infine le implicazioni culturali ed etiche della “fiaba nera” mediatica. L’effetto sui pubblici di questi dispositivi testuali è, infatti, la produzione di tifoserie mediali: comunità interpretative che, tra social, talk e prodotti di fiction, si schierano sull’innocenza o colpevolezza degli attori in scena. È in questo spazio che il concetto di dolorismi, definito da Colombo e Luporini come “un atteggiamento […] che mescola, in un cocktail di cui sarebbe impossibile distillare i singoli elementi, pietas e curiosità morbosa, autentica partecipazione e cialtronesca finzione”, permette di leggere la coesistenza di empatia e voyeurismo, partecipazione sincera e consumo spettacolare del dolore e, conseguentemente, ci chiama ad interrogarci sulla nostra concezione di umano e disumano. La cronaca nera diventa allora un laboratorio per ripensare i confini tra umano e disumano: chi merita pietà o riscatto, chi è ridotto a mostro, chi diventa simbolo di un noi discriminato o minacciato. PAPER 3 Certe serie non finiscono. Memoria, nostalgia e conflitti simbolici nella serialità delle piattaforme Paola De Rosa (Università degli Studi LINK, Roma) Nella società dell’incertezza, segnata da crisi sistemiche e processi di polarizzazione, le narrazioni seriali non si limitano a rappresentare fratture e tensioni, ma contribuiscono a riorganizzare appartenenze e memorie collettive, influenzando le modalità attraverso cui il passato viene ricordato, il presente interpretato e il futuro immaginato. D’altro canto la serialità è, per sua stessa natura, indissolubilmente legata alla dimensione del tempo (Cleto e Pasquali, 2018; Cleto e Consonni, 2026): ogni prodotto si articola lungo un prima (strategie produttive e distributive), un durante (costruzione narrativa) e un dopo (fruizione, appropriazione e rielaborazione). Ed è soprattutto nella dimensione del dopo che la serialità eccede il testo e diventa spazio di negoziazione della memoria collettiva: il tempo seriale si inscrive in un presente coincidente con l’atto della visione – sincrona o asincrona –, ma è attraversato da un passato, legato all’attesa (Autor*, 2018), e da un futuro, segnato dal rimpianto e dalla nostalgia, che si configurano come dispositivi culturali attraverso cui i pubblici rielaborano il passato, sebbene attraverso pratiche di fruizione profondamente mutate rispetto all’esperienza di visione originaria. Nell’era della platform society (Van Dijck et al., 2018) tali dinamiche si intensificano: la fase produttiva si sgancia sempre più da quella distributiva, mentre le piattaforme si configurano come archivi attivi della memoria (Dakovic, 2021), caratterizzati da persistenza, ricercabilità e disponibilità dei contenuti (Bonner e Jacobs, 2017). Collocando l’esperienza seriale in un presente continuo (Rushkoff, 2013), le piattaforme rendono costantemente riattivabile il passato, esponendo i testi a nuove appropriazioni e a riletture retrospettive, talvolta critiche. Revival, spin-off, sequel e reboot operano così non solo come strategie industriali, ma come dispositivi di riattivazione mnemonica che riportano in superficie memorie collettive, sottoponendole a nuove forme di visibilità e confronto. Anche il fandom assume un ruolo cruciale in tali processi: nell’ecosistema digitale, all’interno di ambienti socio-tecnici mediatizzati (Boccia Artieri e Bartoletti, 2023), la memoria seriale viene continuamente rinnovata attraverso pratiche di engagement (Jenkins e Kozinets, 2024): narrazioni concluse sul piano produttivo restano culturalmente attive su quello discorsivo, alimentando forme di memory work che contribuiscono alla costruzione di un eterno presente del culto. Muovendo da tali premesse, il contributo – collocato all’intersezione tra memory studies e media studies – indaga il rapporto tra serialità, memoria e fandom nell’ecosistema digitale contemporaneo attraverso l’analisi comparata di due coppie di casi: ER (1994-2009) / The Pitt (2025) e Sex and the City (1998-2004) / And Just Like That (2021). L’ipotesi è che le serie originarie si configurino come prodotti di culto radicati nella memoria collettiva, mentre le produzioni successive attivino connessioni mnemoniche mediante strategie di continuità (ambientazioni, attori e immaginari riconoscibili). La loro tenuta temporale e il loro statuto di culto risultano connessi al loro essere “sgangherabili” (Eco, 1977), ossia capaci di riconfigurarsi dinamicamente – e talvolta conflittualmente – tra vecchi e nuovi pubblici. Dal punto di vista metodologico, lo studio adotta un approccio qualitativo mixed methods (Creswell & Plano Clark, 2018) che integra: 1) media e para-textual analysis delle strategie promozionali di lancio, per comprendere come le stesse attivino e orientino la memoria dei pubblici; 2) narrative analysis, volta a esplorare l’incorporazione della memoria attraverso frame ricorrenti e strategie di riconoscimento; 3) netnography e multimodal analysis, funzionali a indagare le pratiche di fruizione e discussione nelle fan community digitali, attraverso l’analisi delle conversazioni e dei materiali autoprodotti dagli utenti, con particolare attenzione ai processi di riattualizzazione critica del ricordo. Il contributo intende così mostrare come le narrazioni seriali costituiscano spazi privilegiati di gestione simbolica del conflitto nella contemporaneità, nei quali la memoria non solo conserva il passato, ma partecipa attivamente alla riorganizzazione simbolica delle fratture del presente. PAPER 4 Nostalgia, memoria, lutto: l’elaborazione collettiva della fine di una serie nell’era delle piattaforme Mario Tirino (Università degli Studi di Salerno) Le serie televisive “complesse” (Mittell 2015) costituiscono un dispositivo privilegiato di osservazione e interpretazione dei processi sociali, culturali e politici, poiché mettono in scena, con particolare intensità simbolica, nodi conflittuali e traumatici delle società contemporanee, quali il rapporto tra umano e tecnologia, le trasformazioni delle identità di genere (Banet-Weiser 2018) e delle politiche della rappresentazione (Lotz 2007), le torsioni autoritarie e le logiche di governo proprie del neoliberalismo, nonché le nuove forme di costruzione relazionale e identitaria mediate dalle piattaforme digitali. In tal senso, la serialità televisiva non si limita a riflettere la realtà sociale, ma contribuisce attivamente alla sua configurazione simbolica, operando come spazio di articolazione di conflitti culturali e di negoziazione di significati (Hall 1981). In questo scenario, i pubblici sono coinvolti affettivamente e cognitivamente (Cardini 2017) in relazioni di lungo periodo con personaggi e storyworld, all’interno di ambienti mediali ibridi in cui si elaborano collettivamente interpretazioni, affetti e pratiche discorsive (Jenkins 2006; Baym 2018). Essi, infatti, investono tempo, competenze e capitale affettivo (Abercrombie e Longhurst 1998; Livingstone 2013) in una relazione durativa con personaggi, trame e universi narrativi spesso pluriennali. Tale investimento si traduce in pratiche produttive e socializzanti che ridefiniscono gli stessi confini della spettatorialità (Autor* 2020). Grazie a queste pratiche, l’intensità dell’esperienza seriale – a livello affettivo, cognitivo, relazionale – produce legami così profondi tra fan/pubblici, da un lato, e personaggi/storyworld, dall’altro, che la fine di una serie si configura come un evento luttuoso da elaborare con le comunità di appartenenza (Autor* 2021). Il nostro paper intende riflettere sull’elaborazione del lutto della fine di una serie, come evento collettivo in grado di attivare processi memoriali, esperienze nostalgiche e autentici sentimenti di perdita e disorientamento nelle comunità di fan, oltre che conflitti di interpretazioni. Il finale di una serie diviene il contesto in cui autori, performer e spettatori sono impegnati in una sorta di complesso bilancio su significati, valori, esperienze, relazioni, dinamiche che l’engagement in una serie ha prodotto nel corso degli anni (Bartoletti, Antonioni, Spaziante 2021b). Il caso studio analizzato riguarda il modo in cui i fan della serie TV Stranger Things (ST) (2016-2026) hanno affrontato il lutto del fine serie. Oltre a un ragionamento su memoria e lutto derivanti dalla conclusione della narrazione, la serie TV in questione consente di riflettere su queste categorie riprendendo alcuni temi e motivi portanti del prodotto audiovisivo: possiamo far riferimento a memoria e nostalgia in riferimento agli anni Ottanta (Mascio 2021), al lutto derivante dal passaggio dalla giovinezza all’età adulta, al conflitto politico, più generale, che attraversa l’intera serie. Le domande di ricerca da cui siamo partiti sono quindi le seguenti: RQ1) come viene elaborata la fine di una serie TV dai fan?; RQ2) quali pratiche sono state messe in atto dai fan per affrontare il lutto di fine serie?; RQ3) come si configurano i processi memoriali e nostalgici, i conflitti e i traumi attivati dalla conclusione della narrazione e legati alle linee narrative? Per rispondere alle domande di ricerca abbiamo utilizzato un impianto metodologico articolato in diversi punti: a) abbiamo realizzato due focus group con fan della serie (fascia d’età 19-24), preceduti dalla somministrazione di un questionario semi-strutturato atto a mapparne preferenze e consumi; b) abbiamo successivamente realizzato delle interviste in profondità con gli stessi fan a seguito della messa in onda dell’episodio finale della serie (1° gennaio 2026); c) abbiamo realizzato una media content analysis all’interno della community Facebook “Stranger Things – Italia” (gruppo FB, 22.917 membri) in due momenti, ossia tra il release della prima parte della serie e la messa in onda dell’episodio finale e nel mese successivo al release dell’episodio finale. La ricerca mette in evidenza come il lutto legato alla fine della serie consenta di: attivare pratiche di differente natura (discorsive, visive, creative) legate a personaggi, storyline e ipotesi non soddisfatte; rinsaldare il legame tra fan o innescare talvolta dinamiche di competizione (Autor* 2023); attivare processi memoriali che concernono non solo la narrazione ma anche la vita privata (Bartoletti et al. 2020); sfruttare commercialmente l’evento. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 08: Identità, affettività e stigma nelle culture di piattaforma Luogo, sala: Aula 12 Chair di sessione: Roberta Bracciale |
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Identità queer e 'playful disengagement': Il caso di Floptok Università degli Studi di Milano, Italia Questo studio indaga l’espressione della queerness come forma di playful disengagement, prendendo come caso studio Floptok, una sottocultura memetica sviluppatasi su TikTok. Il contributo principale dell’articolo consiste nell’elaborazione della nozione di playful disengagement, che, secondo la nostra interpretazione, indica un insieme di modalità espressive attraverso cui la queerness viene articolata prevalentemente in termini estetici piuttosto che rappresentazionali o esplicitamente politici. In tale cornice, le forme di partecipazione digitale, tra cui in particolare i meme, rendono possibile la costruzione di comunità incentrate sulla dimensione ludica della queerness, prendendo le distanze dalle tensioni e dalle istanze politiche generalmente associate a queste identità. Nella letteratura esistente, i social media sono frequentemente concettualizzati come spazi di empowerment per l’espressione identitaria e la coesione delle minoranze sociali (Duguay, 2019; Jackson & Foucault Welles, 2015; Tran et al., 2025). Tra le diverse piattaforme, TikTok è spesso descritto come un ambiente che consente a gruppi sociali marginalizzati, tra cui le persone queer, di elaborare e diffondere narrazioni identitarie proprie attraverso la partecipazione ai trend e ai formati culturali dominanti (Vizcaíno-Verdú & Aguaded, 2022). In tali prospettive, l’espressione dell’identità queer risulta frequentemente intrecciata alla sua dimensione politica e attivista (Duguay, 2023), mentre gli aspetti più ordinari, ludici o meno esplicitamente impegnati tendono a rimanere sullo sfondo analitico. Il presente studio si muove invece dall’assunto che anche le modalità espressive meno politicizzate e più radicate nella quotidianità rivestano un ruolo cruciale nella comprensione dei processi di costruzione e articolazione delle identità queer negli ambienti digitali (Shollenberger, 2025). In questa prospettiva, la nostra ricerca si propone di analizzare in che modo la logica memetica propria di TikTok contribuisca alla configurazione di spazi queer caratterizzati da forme di disimpegno, nei quali l’espressione della queerness risulta parzialmente disancorata dalla carica politica e dalla dimensione attivista che tradizionalmente le vengono attribuite. Tale configurazione si realizza attraverso il coinvolgimento in dinamiche folkloriche di produzione e circolazione dei meme, che consentono agli utenti queer di costruire una quotidianità fondata su un distanziamento almeno parziale dalle narrazioni eteronormative dominanti. Floptok, comunità memetica emersa intorno al 2020 su TikTok, costituisce un contesto paradigmatico di tali dinamiche, articolando l’identità queer come insieme di forme estetiche condivise e riconoscibili. La nostra indagine empirica combina analisi di dati digitali, etnografia digitale e dieci interviste semi-strutturate condotte con membri attivi della comunità, selezionati sulla base dei risultati dell’analisi preliminare dei contenuti. I risultati indicano che gli utenti di Floptok non si limitano a narrare la queerness, ma la performano e la abitano attraverso forme di legend tripping (Wiggins, 2024), un processo partecipativo mediante il quale mettono in atto e sperimentano collettivamente una leggenda condivisa, entrando simbolicamente nel suo spazio narrativo e contribuendo attivamente alla sua costruzione. I meme vengono impiegati per sviluppare e intrecciare i diversi archi narrativi, che vengono successivamente formalizzati all’interno della Fandom Wiki dedicata, consolidando così il patrimonio simbolico comune. Per quanto concerne le dinamiche di partecipazione, la comunità di Floptok manifesta una porosità analoga a quella delle sottoculture memetiche tradizionali. L’accesso e il riconoscimento non si fondano primariamente sull’appartenenza alla comunità queer in quanto tale, bensì sulla condivisione e sull’adesione a vernacoli, codici espressivi e mitologie già sedimentati. In ultima analisi, il nostro lavoro approfondisce in che misura lo svuotamento del significato politico esplicito, insieme alle logiche ludiche, iterative e imitative che caratterizzano tanto i meme quanto l’ecosistema di TikTok, contribuisca alla costituzione di un’estetica condivisa che tende a sovrapporsi, seppur solo parzialmente, all’identità queer. In questo senso, la queerness espressa da Floptok si configura come una delle molteplici estetiche o -core che prosperano sulla piattaforma, inscrivendosi nelle sue dinamiche di visibilità, replicabilità e riconoscibilità culturale. Autorappresentazioni grasse su TikTok Italia: decostruzione dello stigma e capitalizzazione del corpo. Sapienza Università di Roma, Italia La presente ricerca si colloca all’interno del dibattito sulla rappresentazione e autorappresentazione dei corpi nei social media (Bauman, 2008; Cosenza et al., 2016), concentrandosi in particolare sui corpi grassi femminili in TikTok Italia. Il corpo si è storicamente configurato come oggetto di studio profondamente conflittuale (Bourdieu, 2014): prima in ambito sociologico, come sede di negoziazione tra culturale e biologico (Mauss, 2018), poi negli studi di genere, in relazione all’assoggettamento del corpo femminile a partire dalla definizione di genere e sex gender system (Rubin, 1975) e infine nei media studies che si sono occupati di analizzare come il corpo sia stato reso, all’interno del panorama mediale, non solo simulacro (Baudrillard, 2022) ma simulacro integrale identitario (Codeluppi, 2024). Le analisi riguardanti le rappresentazioni del corpo nei media (Bourdeloie & Larochelle, 2024) hanno progressivamente considerato, come oggetto d’indagine, anche corpi difformi dai modelli dominanti (Brizio & Paolino, 2025), tra i quali, corpi disabili, queer, non occidentali e grassi (Basinger et al., 2025). Le ricerche sui corpi grassi si sono focalizzate sulla definizione e sull’individuazione dello stigma grassofobico nelle rappresentazioni mediali (Jiménez-García et al., 2025). L’evidenziazione di tale distorsione culturale ha portato al definirsi di movimenti per l’eliminazione dell’anti-fat bias come la fat acceptance o la fat liberation (Acar et al., 2022; Cooper, 2017). Fino ad ora tuttavia la letteratura si è concentrata prioritariamente su narrazioni medicalizzanti dei corpi grassi (Gailey, 2025; Gaspar et al., 2025) trascurando le dinamiche di autonarrazione soprattutto in contesto italiano. Questo studio si propone di colmare tale lacuna, a partire dalle seguenti domande di ricerca: Quali modalità autorappresentative prevalgono tra i corpi grassi femminili su TikTok Italia negli ultimi tre anni? In che modo queste autorappresentazioni interagiscono con il modello normativo dominante del corpo, tra elementi di contrasto, ibridazione e logiche neoliberali di capitalizzazione? Lo studio è stato svolto a partire da una ricognizione esplorativa sulla piattaforma TikTok. Questa fase preliminare ha permesso la mappatura di oltre 200 contenuti, da cui sono state selezionate cinque creator più rilevanti per il tema d’indagine: 3 influencer attiviste nell’ambito della fat liberation e 2 divulgatrici riguardo al tema della grassofobia, individuate tramite l’uso estensivo dell’hashtag #grassofobia a fini divulgativi. Il campione riflette la distribuzione della ricognizione, focalizzandosi sull'attivismo, mantenendo profondità qualitativa; da esso sono emersi 100 contenuti significativi per l'analisi. È stato adottato un approccio metodologico qualitativo basato su due differenti livelli. Come prima fase è stata svolta un’analisi tematica induttiva/deduttiva ibrida (Braun & Clarke, 2006; Proudfoot, 2022), per arrivare, in una seconda fase ad una critical discourse analysis (Fairclough, 1997). L’analisi tematica ha consentito di individuare le principali ricorrenze narrative nella rappresentazione dei corpi grassi su TikTok; tuttavia, al fine di interrogare tali narrazioni come pratiche discorsive situate all’interno di rapporti di potere e regimi di visibilità, alcuni temi sono stati ulteriormente esplorati attraverso strumenti dell’analisi critica del discorso (ibidem), analizzando temi chiave e commenti pubblici associati (Caliandro & Gandini, 2017), intesi come dati partecipativi, per indagare dinamiche di potere ed eventuale backlash grassofobico (Oswald et al., 2025). La fase preliminare dell’indagine, fino ad ora svolta, permette di ipotizzare risultati che si muovono nella direzione di un riassorbimento delle narrazioni grassofobiche all’interno di dinamiche stigmatizzanti, soprattutto in relazione ai commenti prodotti dai pubblici della piattaforma. Da un lato infatti emergono numerosi contributi prodotti da influencer, utili, informativi e consapevoli, dall’altro si sviluppa nei commenti un dialogo stigmatizzante e denigratorio, volto a riportare le narrazioni che contrastano il pensiero dominante all’interno di logiche normative proprie del pensiero stesso (Foucault, 1992). Vulnerabili e virali. Design del disagio, inspiration porn e self-help culture sui social media Università di Torino, Italia Il contributo indaga le modalità attraverso cui i social media hanno trasformato la narrazione del disagio psicologico in un fenomeno culturale strutturato, analizzando l'intersezione tra tre dinamiche convergenti: la spettacolarizzazione della vulnerabilità, la logica dell'inspiration porn e l'ascesa della self-help culture digitale. Si esamina come le architetture culturali dei social ridefiniscano i codici narrativi attraverso cui gli individui, e in particolare le generazioni più giovani, elaborano e comunicano il malessere interiore. Il concetto di inspiration porn (Stella Young, 2012), trova nel dominio della salute mentale digitale una specifica declinazione: il disagio altrui viene consumato come stimolo motivazionale, trasformando il soggetto sofferente in oggetto di proiezione empatica e, paradossalmente, di intrattenimento. Sui social non vince necessariamente ciò che è bello o vero, ma ciò che circola, in questo quadro si inserisce il fenomeno dell'estetizzazione del fallimento (Autor*, 2024): la sofferenza viene tradotta in contenuto narrativamente coerente ed emotivamente accessibile, divenendo merce relazionale nell'economia dell'attenzione. Le storie di crisi, burnout o disturbi d'ansia vengono condivise secondo formati riconducibili alle logiche dell'identità mediata, nel gioco dialettico fra unicità e adeguamento ai modelli virali. La self-help culture digitale rappresenta il correlato pratico di questa dinamica (Rimke, 2000; Davies, 2016; Levi & Genc 2026): essa traduce strutturalmente problemi sociali in responsabilità individuale, depoliticizzando il disagio. Sui social questo processo assume la forma di una wellness syndrome (Cederström e Spicer, 2015): un imperativo normativo che sanziona chi non riesce a "guarire" performativamente. Maturo (2024), nella sua analisi della medicalizzazione contemporanea, mostra come la tristezza sia diventata una condizione clinicamente gestibile e come il benessere sia penetrato in aree della vita quotidiana un tempo estranee alla scienza medica. I social amplificano questa tendenza producendo ciò che l'autore definisce salute cronica: un'idea di salute fondata non sull'integrità fisica, ma sulla capacità di partecipare a relazioni sociali significative: un ideale che le piattaforme colonizzano e reificano sotto forma di contenuto divulgativo. Sul piano empirico, il report Salute mentale: social media analysis (Vitale & Pelosi, 2024), basato su oltre 481.000 post e 9 milioni di commenti su Facebook, Instagram e TikTok, registra un'impennata delle conversazioni legate alla salute mentale nel 2021 e conferma che su TikTok i commenti hanno superato i 4 milioni nel solo 2023, con la fiducia come emozione prevalente: dato coerente con la retorica risolutiva tipica della self-help culture. Il contesto italiano offre casi paradigmatici che incarnano le tensioni teoriche descritte. Giorgia Soleri - influencer e attivista - è il caso più emblematico: la sua narrazione di patologie croniche invisibili (vulvodinia, endometriosi, fibromialgia) oscilla costantemente fra destigmatizzazione e spettacolarizzazione del corpo malato, rivelando la struttura doppiamente vincolante del paziente perfetto che i social esigono. Aurora Ramazzotti (3 milioni di follower) costruisce la propria identità intorno a una fragilità emotiva confessata con ironia - ansia, autostima, rapporto con il corpo - trasformando il disagio in un format di autenticità certificata che, pur rifuggendo il pietismo, produce un consumo empatico della vulnerabilità: un caso emblematico di come l'estetizzazione del fallimento possa avvenire attraverso la semplice registrazione dell'imperfezione ordinaria. Massimo Giusti (@La Psicologia Positiva) rappresenta il versante professionalizzato del fenomeno: la psicologia positiva tradotta in contenuto breve e replicabile produce quella che Maturo chiamerebbe una salute performativa, dove il benessere diventa obiettivo individuale perseguibile con le giuste tecniche e kit, sganciato da qualsiasi determinante strutturale. Il lavoro affiancherà alla riflessione teorica un'analisi del contenuto sistematica di questi profili, volta a rilevare le strategie narrative adottate, la presenza di frame terapeutici semplificati, il ricorso a formule ispirazionali e la costruzione dell'ethos del creator come soggetto “in perenne cammino verso la guarigione”. ‘FOLLOW THE HABIT’: REASSEMBLING USERS’ DATA BIOGRAPHIES ACROSS TIKTOK AND YOUTUBE 1: Università degli Studi di Milano Statale; 2: Sapienza Università di Roma Habits are “black holes” (Delacroix, 2022: 1) detectable only through traces of repeated action. Although surveys, diaries, and interviews partially capture platform habits, in algorithmically mediated environments their routinary, often absent-minded character makes them difficult to recall (Ytre-Arne, 2023; Lupinacci, 2021; Chun, 2016). Even digital methods relying on platform data seem inadequate to study what single users ordinarily do (Autor*, 2025). This paper proposes follow the habit, a novel approach to platform data donation that traces users’ digital practices over time and at a small scale, accounting for rhythms and consumption trajectories. Rather than conventional qualitative approaches, it employs mixed, “non-binary” methods (Venturini, 2024) and systematically analyzes data records generated through repeated sociotechnical interactions. Unlike “follow the medium” (Rogers, 2013), it recenters platform studies on users’ demographics and off-screen “sociological biographies” (Lahire, 2019). We highlight the epistemological and methodological implications by applying our approach to donated TikTok and YouTube data, showing how it allows researchers to “reassemble” (Latour, 2005) users’ scattered “data biographies” co-authored by sociotechnical systems that host them. From ‘follow the medium’ to ‘follow the habit’ Digital methods rest on “following the medium,” leveraging platforms’ native data infrastructures to study how they organize communication and sociotechnical interaction (Rogers, 2013). However, in the post-API era (Bruns, 2021), with restricted access to platform data, users can become methodological resources. Hence, drawing on user-centered and ethnographic approaches, we develop follow the habit as a framework for following users within platform environments (Caliandro, 2025). Reassembling data biographies? A cross-platform study We illustrate follow the habit through an empirical study of 101 TikTok and YouTube users aged 18-40 based in Italy. Recruited within an ethically approved project on algorithmic personalization, participants donated their platform histories under GDPR procedures (van Driel et al., 2022). The dataset comprises interactions with 265,599 unique YouTube videos and 193,177 TikTok videos between June 2023 and June 2024. After computational preprocessing, we qualitatively traced a subsample of users’ habitual activities examining daily engagement patterns, content preferences, and longitudinal variations. Our analysis distinguishes intermittent “micro-dips” from more immersive, binge-like sessions, revealing heterogeneous temporal rhythms and varying degrees of cross-category stability. Tracing user-level trajectories, we observed participants moving fluidly across categories, and others adopting stable routine patterns. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 09: Immaginari e contro-narrazioni dei territorio Luogo, sala: Aula 13 Chair di sessione: Emiliano Ilardi |
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Gendering gentrification: immaginari, conflitti ed esperienza del luogo La Sapienza, Italia Nel campo interdisciplinare degli studi urbani, la ricerca sui processi di gentrificazione si è soffermata con maggiore attenzione sugli impatti sociali che si producono sulle popolazioni residenti generando fenomeni di espulsione e segregazione legate a classe sociale ed etnicità; minore spazio è stato dedicato all’intersezione di tali dinamiche con il genere, che risulta storicamente sottoindagato (DeSena 2018). Se alcune analisi significative sono arrivate dal campo dall’urbanistica e dalla geografia urbana femministe (Butcher & Maclean 2018; Kern 2022), appare ancora poco sviluppato il contributo della sociologia della cultura. Proponendosi di contribuire a questa riflessione da una prospettiva socioculturale, il contributo esamina il modo in cui le soggettività femminili negoziano e reinterpretano lo spazio e la cultura del quartiere San Lorenzo a Roma. Storicamente associato a una identità politica dapprima operaia e poi antagonista, da alcuni decenni il quartiere è interessato da processi trasformativi legati dapprima alla "studentificazione" (Smith & Holt 2007) e alla gentrificazione, cui in tempi più recenti si sommano fenomeni di turistificazione, con impatti trasformativi sulle culture e gli immaginari urbani legati al luogo. Le pratiche quotidiane di occupazione, rigenerazione o esclusione degli spazi urbani producono, infatti, narrazioni divergenti: da un lato, racconti istituzionali che reiterano logiche di decoro, sicurezza e consumo, finalizzate anche al nuovo turismo urbano di cui si vogliono rendere parte protagonista (Roche 1992); dall’altro, contro-narrazioni collettive che, attraverso pratiche di riappropriazione e di resistenza, ridefiniscono simbolicamente i margini della convivenza (Harvey 2012). La ricerca prende in considerazione il campo della gentrificazione in quanto spazio al contempo materiale, simbolico e discorsivo, in cui le identità di genere vengono prodotte, contestate e mobilitate (Sakizlioglu 2018). Rifiutando i modelli additivi che “add women and stir” (Pyrooz et al. 2016), si intende leggere il genere come una variabile relazionale influenzata dal contesto, per esplorare la percezione del luogo, le pratiche culturali situate, e i processi sociali attraverso la lente delle soggettività femminili. A questo scopo, sono state condotte 30 interviste semi-strutturate a donne che vivono quotidianamente il quartiere di San Lorenzo tramite campionamento a valanga, così da favorire una prospettiva intersezionale. Il campionamento è supportato dal lavoro etnografico (Kusenbach 2003), condotto da una delle ricercatrici. I risultati preliminari evidenziano tre livelli tematici polarizzati. Il primo riguarda gli immaginari e le rappresentazioni delle donne su San Lorenzo. La maggior parte delle intervistate riporta l’immagine del “piccolo paese”, poiché il quartiere ha chiari confini spaziali e la presenza, seppur sempre più limitata, di residenti di lunga data che agiscono come custodi simbolici della memoria del luogo. Gli stessi residenti, al contempo, sono visti in antitesi come partecipanti attivi nelle trasformazioni guidate dal mercato, gonfiando gli affitti e concedendo le loro abitazioni a strutture ricettive. In secondo luogo, il quartiere è ampiamente percepito come inclusivo, con molteplici spazi culturali non istituzionali, progressisti e frequentati da studenti, dove le donne si sentono benvenute e supportate. La sicurezza degli spazi privati e interni del quartiere contrasta con la percepita mancanza di protezione negli spazi pubblici liminali, vissuti come insicuri e inaccessibili. Il terzo livello riguarda l’impatto mediatico: i legacy media ritraggono San Lorenzo principalmente attraverso la criminalità o la movida, generando una percezione di pericolo sia tra i residenti che tra gli esterni. Le soggettività femminili sono spesso più sensibili ad alcune notizie di cronaca, soprattutto quando riguardano femminicidi, violenza domestica e negli spazi pubblici. Muovendo dalle prospettive contestuali delle donne intervistate, il contributo decostruisce le narrazioni unitarie del quartiere, contesta le rappresentazioni che ne appiattiscono di volta in volta le culture sui consumi legati alla movida o su identità sociopolitiche cristallizzate, e offre un punto di vista critico sull’esperienza vissuta del cambiamento urbano. «Per divertirsi sì, per abitarci no». Il conflitto tra visibilità algoritmica, branding urbano ed esperienza del luogo a Roma Sapienza Università di Roma, Italia Nel contesto della città neoliberista, le periferie storiche non sono più aree marginali, ma nuove frontiere del processo di valorizzazione sostenuto dai flussi del turismo globale (Astore & Tricarico, 2024; Autor*, 2014). Fenomeni come l'overtourism e la correlata airbnbification, che si attivano su territori talvolta già interessati da processi trasformativi, innescano processi di estrattivismo anche culturale, in cui l’heritage materiale e immateriale dei quartieri è trattato come risorsa da estrarre e valorizzare (Bottà, 2025). La costruzione del brand territoriale agisce in quanto «politica della rappresentazione» (Kasapi & Cela, 2017; Coletti & Rabbiosi, 2020), legandosi agli immaginari condivisi dei luoghi e contribuendo a modificarli. Questo processo è sostenuto dalle dinamiche di mediazione proprie delle piattaforme digitali di settore e dalla visibilità algoritmica che, anche nelle media platform, tende a semplificare la complessità della vita locale quotidiana in una narrazione coerente e commerciabile, finalizzata ad attrarre investimenti e popolazioni temporanee (Brollo & Celata, 2022) e a favorire la visibilità di specifiche porzioni dei territori. Le piattaforme digitali settoriali — Airbnb, Booking, Tripadvisor — non si limitano a mediare domanda e offerta (Van Dijck et al., 2018), ma contribuiscono a strutturare aspettative, visibilità e gerarchie territoriali, operando come attori politici nei contesti urbani (Autor*, 2018) e come dispositivi normativi algoritmici nei confronti degli utenti (Autor*, 2022). In questa prospettiva, esse partecipano alla produzione dello spazio e alla sua governance (Fields et al., 2020), incidendo sull’esperienza stessa della città (Caprotti et al., 2022). Attraverso meccanismi selettivi e pratiche di curation algoritmica, esse generano immagini sintetiche dei quartieri (Romano et al., 2023), concentrando l’attenzione su porzioni di territorio rese centrali dall’interazione tra utenti e algoritmi (Celata et al., 2020) e contribuendo alla mercificazione delle culture locali (Stors & Baltes, 2018). L’idea di «autenticità» emerge in quanto atmosfera di natura performativa, prodotta dall'interazione tra luoghi, suoni, estetiche e persone. Ne deriva una tensione tra il luogo reale e quello immaginato, che da un lato allontana i residenti e dall’altro inaugura forme di conflitto con gli abitanti temporanei, sullo sfondo della trasformazione degli spazi di prossimità in scenografie del consumo e della movida. Adottando un approccio mixed methods, la ricerca, mira ad indagare queste dinamiche in tre quartieri romani – Pigneto, San Lorenzo. Esquilino – integrando l’analisi qualitativa di 350 recensioni presenti su Tripadvisor, 49 interviste in profondità a residenti, attivisti e stakeholder locali, e gli esisti di una survey condotta sulla popolazione nazionale (N=800), volta a restituire l’immaginario turistico che circonda la città di Roma e i quartieri in esame. I risultati mostrano la coesistenza di narrazioni divergenti. Sulle piattaforme settoriali i quartieri in corso di turistificazione vengono descritti come spazi vivaci, autentici, alternativi e caratterizzati da una forte piacevolezza enogastronomica: luoghi privi di monumentalità iconica ma ricchi di atmosfera, creatività e memoria storica. Dalle interviste emerge una narrazione centrata sulla vivibilità, sulle criticità legate alla pressione turistica e sull’ambivalenza di una rappresentazione subita, che rende patinate e desiderabili le routine quotidiane dei residenti lasciando in ombra le condizioni materiali dei luoghi. Secondo gli intervistati, le piattaforme hanno svolto un ruolo cruciale in questa operazione di branding, producendo una distanza crescente tra immagini e vissuti. I dati della survey risultano maggiormente allineati alle recensioni digitali, evidenziando, nell’immaginario degli italiani, un appiattimento sugli stereotipi associati a Roma e ai suoi quartieri «autentici», e confermando la forza performativa delle narrazioni di piattaforma. Nel loro insieme, i risultati evidenziano come il conflitto non si manifesti solo sul piano materiale dell’esperienza del luogo e lungo l’asse dell’esclusione/integrazione delle popolazioni locali, ma comprenda una tensione più ampia tra regimi di rappresentazione antagonisti, che influenzano pratiche culturali e di consumo, politiche e immaginari urbani. Territori narrati, territori immaginati. Cinema, serialità e costruzione simbolica nell’ecosistema audiovisivo campano Università degli studi di Napoli Federico II, Italia Il presente contributo restituisce i risultati di una ricerca condotta tra dicembre 2022 e dicembre 2023 da [omesso per peer review]. Collocata nel quadro della sociologia della cultura e dei media, l’indagine assume cinema e serialità come dispositivi attraverso cui il territorio si configura non soltanto come spazio rappresentato, ma come costruzione simbolica in atto: un ambito in cui gli immaginari sociali si producono, si stratificano e si rinegoziano all’interno della tarda modernità. In tale prospettiva, le narrazioni audiovisive operano come infrastrutture culturali capaci di orientare le cornici interpretative del locale, modulare i regimi di visibilità e contribuire alla ridefinizione delle identità collettive. Il riferimento alla tradizione critica dell’industria culturale (Adorno e Horkheimer, 1947) si intreccia con il dibattito contemporaneo sulle industrie culturali e creative e sui processi di mediatizzazione (Garnham, 2005; Hesmondhalgh, 2019; Scott, 2000), consentendo di leggere l’audiovisivo non come mero settore produttivo, ma come campo simbolico in cui convergono logiche estetiche, dinamiche economiche e traiettorie biografiche. Le narrazioni audiovisive si configurano così come luoghi di legittimazione e competizione delle definizioni territoriali, nei quali si sedimentano e si trasformano le grammatiche della memoria collettiva e delle forme di appartenenza. La ricerca adotta un disegno sequenziale esplorativo, fondato su un approccio mixed methods (Creswell e Plano Clark, 2011), articolato in tre fasi integrate. La prima ha previsto una content analysis di tipo qualitativo su un corpus selezionato di opere filmiche e seriali ambientate in Campania, finalizzata all’individuazione di ricorrenze tematiche e costrutti simbolici. La seconda ha riguardato una indagine quantitativa su scala nazionale, volta a rilevare le percezioni collettive associate ai territori rappresentati. La terza fase ha incluso un ciclo di interviste semi-strutturate rivolte a stakeholder istituzionali, maestranze tecniche e artistiche ed esperti del settore. I risultati delineano la Campania come ecosistema audiovisivo ad alta densità simbolica, nel quale politiche culturali, filiere produttive e pratiche narrative concorrono alla configurazione di uno spazio mediale capace di incidere nei processi di definizione della realtà sociale. In tale quadro, l’audiovisivo non si limita a rappresentare il territorio, ma ne diviene insieme scena e dispositivo, riscrivendone le coordinate simboliche e orientando lo sguardo collettivo attraverso cui una collettività giunge a vedersi, a riconoscersi, a significarsi e a esistere nello spazio pubblico. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 10: Narrazioni del cibo e conflitti morali. Valorizzazione, legittimità e immaginari alimentari nella contemporaneità Luogo, sala: Aula 17 Chair di sessione: Massimiliano Guareschi Chair di sessione: Gianmarco Navarini |
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Narrazioni del cibo e conflitti morali. Valorizzazione, legittimità e immaginari alimentari nella contemporaneità 1: Università Milano-Bicocca, Italia; 2: Università di Trento, Italia; 3: Università cattolica "Sacro cuore" di Milano, Italia; 4: Università di Padova Narrazioni del cibo e conflitti morali. Valorizzazione, legittimità e immaginari alimentari nella contemporaneità Negli ultimi decenni il cibo ha assunto una centralità crescente nei processi di costruzione simbolica e morale del valore. Nel passaggio da un regime industriale fondato sulla standardizzazione a un regime culturale centrato sulla singolarizzazione (Reckwitz, 2025), i beni acquisiscono legittimità non per la loro uniformità, ma per la loro capacità di presentarsi come unici, autentici e dotati di senso (Kompatsiaris 2025). L’alimentazione costituisce in questo quadro un laboratorio privilegiato: oggetto materiale e insieme dispositivo simbolico, il cibo diviene spazio di produzione e contestazione della legittimità. La costruzione di narrazioni è parte integrante degli attuali processi di valorizzazione (Boltanski, Esquerre, 2021). Categorie quali biologico, locale, sostenibile, tradizionale o innovativo non rinviano a proprietà neutre, ma a criteri di giustificazione differenti che mobilitano concezioni diverse di bene comune, responsabilità e giustizia. Autenticità e sostenibilità si configurano come significanti aperti, attivati in direzioni talvolta antagoniste: dal gastronazionalismo al cosmopolitismo etico, dal green capitalism alla critica del mercato. Le pratiche di valutazione e classificazione contribuiscono così a produrre confini morali e gerarchie simboliche (Lamont, 2012). Il panel propone di leggere il campo alimentare come un prisma attraverso cui osservare i conflitti morali che attraversano le società contemporanee. Le crisi sistemiche – climatiche, economiche, energetiche – intensificano tali tensioni, trasformando il cibo in un’arena in cui si ridefiniscono i confini tra cura e profitto, tradizione e innovazione, comunità e mercato, reciprocità e scambio. In questo senso, le narrazioni sul cibo non si limitano a descrivere pratiche, ma contribuiscono a organizzare inclusioni ed esclusioni e a riorganizzare ciò che è legittimo. Il panel intende interrogarsi su tre questioni principali: – In che modo le narrazioni sull’autenticità, la sostenibilità e l’innovazione alimentare producono e organizzano conflitti di carattere morale? – Quali criteri di legittimazione emergono nel campo alimentare e come entrano in tensione tra loro? – In che misura le trasformazioni delle pratiche produttive e distributive del cibo ridefiniscono le forme della responsabilità e della reciprocità? I quattro contributi declinano tali interrogativi in contesti differenti. Il primo contributo analizza ristoranti che si definiscono sostenibili, attraverso interviste in profondità e analisi dei materiali comunicativi, ricostruendo i repertori di legittimazione mobilitati e le narrazioni attraverso cui le pratiche vengono rese moralmente significative nei diversi contesti territoriali. Il secondo contributo esamina il processo di costruzione della “cucina italiana” come patrimonio culturale immateriale UNESCO mediante analisi documentale e discorsiva, evidenziando le tensioni tra radicamento locale e universalizzazione e tra valorizzazione culturale e strategie di posizionamento economico (Hobsbawm e Ranger, 1983). Il terzo contributo si concentra sulla piattaformizzazione della distribuzione alimentare e sul fenomeno delle ghost e dark kitchen. Attraverso l’analisi delle infrastrutture digitali e delle pratiche organizzative emergenti, il paper esplora come l’intermediazione algoritmica ridefinisca visibilità, qualità e valore, producendo tensioni tra efficienza, accessibilità e responsabilità sociale (Srnicek, 2017). Il quarto contributo indaga economie informali e saperi tradizionali legati alla produzione del Vin Santo in Toscana. Attraverso ricerca qualitativa sul campo, il paper analizza i processi di invenzione della tradizione e le tensioni tra logiche di reciprocità e logiche di mercato, mostrando come una particolare tipologia di vino diventi terreno di negoziazione morale tra economia “giusta” ed economia “legittima”. Nel loro insieme, i contributi mostrano come il cibo operi come dispositivo di condensazione simbolica dei conflitti morali contemporanei, offrendo un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni delle gerarchie di legittimità in tempi di crisi. 1) Il gusto per la sostenibilità. Imprenditoria morale e politicizzazione nella ristorazione sostenibile. Ghita Bordieri, Università Milano-Bicocca, Italia
Nel settore alimentare, le valutazioni morali stanno diventando sempre più centrali nelle dinamiche di distinzione di status (Baumann et al. 2022; Paddock 2016), con gli aspetti etici divenuti un indicatore di consumo elitario. Un ampio corpus di letteratura ha documentato i cambiamenti etici intervenuti nel consumo alimentare domestico (Foden et al. 2022; Onorati e d'Ovidio 2023), l'emergere di reti alimentari alternative come forme di approvvigionamento basate sulla solidarietà e la prossimità (Alberio e Moralli 2021; Carrieri de Souza et al. 2023; Grasseni et al. 2015; Barbera et al. 2014) e il ruolo delle associazioni e dei movimenti nella promozione di forme di consumo alimentare critico e di una nuova etica ed estetica alimentare (Chrzan 2004; Lin 2020; Sassatelli e Davolio 2010). Sebbene la sostenibilità sia ampiamente invocata come imperativo morale, nel settore della ristorazione i suoi significati e le sue pratiche rimangono eterogenei e controversi. Sulla base di una ricerca qualitativa condotta tra il 2022 e il 2024 a Milano e Bologna, l’intervento analizza come i ristoranti che mettono la sostenibilità al centro della loro identità utilizzino diverse strategie di imprenditoria morale (Becker 2017; Otto et al. 2022; Hedberg e Lounsbury 2021) per costruire un “gusto per il cibo sostenibile” in relazione a fasce di prezzo diverse. L'analisi identifica tre logiche ricorrenti attraverso le quali i ristoratori legittimano presso il pubblico di riferimento le loro pratiche: normalizzazione, giustificazione ed esemplarità. Sebbene queste logiche non siano meccanicamente legate a livelli di prezzo specifici, tendono ad emergere in modo diverso nei diversi segmenti e corrispondono a diversi modi di politicizzare il consumo. Nei contesti di fascia bassa, la sostenibilità è spesso promossa attraverso la normalizzazione: la sostenibilità è legittimata attraverso pasti accessibili e familiari, diventando praticabile ma rischiando di diluirne il potenziale critico. Nei locali di fascia media prevale la giustificazione, poiché i ristoratori si impegnano in un intenso lavoro pedagogico che rivela il lavoro, i costi ambientali e i rapporti di produzione, rinegoziando costantemente le aspettative dei clienti. Nella ristorazione di fascia alta è più probabile che emerga l'esemplarità, poiché i ristoranti sfruttano la loro autorità simbolica per ridefinire gli standard professionali ed estetici del “buon cibo”, ma i loro sforzi rimangono limitati ai consumatori di fascia alta. Più in generale, l'analisi evidenzia i limiti della sostenibilità come progetto morale delegato agli attori del mercato. Nessuna delle tre logiche offre una soluzione completa, ma ciascuna produce effetti politici diversi. L’intervento contribuisce quindi al dibattito sul cibo, i mercati e le economie morali, mostrando come la sostenibilità sia costruita attraverso le pratiche commerciali quotidiane. 2) La cucina italiana come patrimonio culturale immateriale: la gastropolitica come coalizione e movimento intellettuale Andrea Cossu, Università di Trento
La recente inclusione della “cucina italiana” nella lista del patrimonio culturale immateriale (ICH) dell'Unesco ha suscitato elogi e festeggiamenti nel campo gastronomico italiano, con reazioni significative nell'arena politica e tra i commentatori culturali. In questo caso particolare, l'UNESCO ha agito come un'organizzazione che conferisce prestigio, con potenziali conseguenze non solo sulla reputazione e sul discorso pubblico sulla cucina italiana, ma soprattutto sull'inserimento del cibo e delle tradizioni alimentari italiane in molteplici progetti gastro-politici (Appadurai 1981; DeSoucey 2016; Parasecoli 2022) che attribuiscono al cibo un ruolo centrale nell'identità italiana (Sassatelli et al 2019). Piuttosto che concentrarsi sulle conseguenze della decisione o sull'allineamento delle narrazioni alimentari alle rivendicazioni politiche, questo articolo vede la mobilitazione per l'inclusione della cucina italiana nell'ICH come un caso di studio su come la mobilitazione per il riconoscimento - come forma di presa di posizione all'interno dei campi - produca la cucina italiana come artefatto intellettuale. Attingendo alla “nuova sociologia delle idee”, traccio il processo di candidatura e riconoscimento come un caso di costruzione di coalizioni all'interno di un movimento intellettuale (Frickel e Gross 2005) che collega attori e organizzazioni all'interno di una rete, e i significati emergenti di ciò che è la cucina italiana. Identifico a) strutture di opportunità sociali e simboliche all'interno del campo gastronomico; b) la disponibilità di imprenditori simbolici nel campo come fattore che influisce sul potenziale di costruzione di coalizioni, che a sua volta crea c) opportunità per la creazione, la circolazione e la sanzione di idee sulla “cucina italiana”. Il documento evidenzia le lotte simboliche sul significato e le forme della “cucina italiana” come dipendenti dalle dinamiche interne al campo, dal collegamento tra il campo gastronomico e quello politico e dai vincoli transnazionali imposti dall'UNESCO. Queste lotte, a loro volta, rendono la “cucina italiana” un'etichetta instabile, come dimostrano i diversi contesti in atto nella ricezione pubblica della sua inclusione nella lista ICH. Bibliografia Appadurai A. (1981), Gastro-politics in Hindo South Asia. American Ethnologist, 8, 3, pp. 494-511. De Soucey, M. (2016), Contested Tastes. Foie Gras and the Politics pf Food, Princeton University Press. Frickel, S., Gross, N. (2005), A general theory of scientific/intellectual movements. American Sociological Rewiev, 70, 2. Parasecoli, F. (2022), Gastronativism. Food, Identity, Politics, Columbia University Press. 3) Platfood: cucinare per le piattaforme di food-delivery Francesco Bonifacio, Università Cattolica Sacro cuore di Milano
Negli ultimi anni, le piattaforme di food-delivery si sono affermate come un simbolo della precarizzazione del lavoro e come un campo particolarmente dinamico di conflitto e mobilitazione (Tassinari, Maccarone 2020). Se le condizioni di lavoro dei rider sono state oggetto di numerose ricerche empiriche (Bonifacio 2023), la relazione tra le piattaforme di food-delivery e i ristoranti rimane invece poco esplorata. Questo contributo analizza il ruolo delle piattaforme di food-delivery nella trasformazione dell’organizzazione e della cultura del lavoro di ristorazione in contesti urbani, a partire dai primi risultati di un progetto di ricerca triennale – Platfood: the platformization of the restaurant industry in urban contexts – attualmente in fase di avvio. Da un punto di vista teorico, il contributo inquadra le piattaforme digitali come infrastrutture (Plantin et al. 2018) la cui influenza eccede le forme di lavoro poste sotto il loro diretto controllo, e si estende alla totalità degli agenti che popolano i campi organizzativi all’interno dei quali operano. Ragionando a partire dal concetto di platform dependency – inizialmente introdotto in ambito economico (Cutolo, Kenney, 2021) e successivamente consolidatosi negli studi sulle industrie culturali (Poell et al., 2022) – il contributo analizzare come la crescente centralità delle piattaforme di food-delivery nel settore della ristorazione stia contribuendo a ridefinire l’organizzazione e la cultura del lavoro di ristorazione. Dal punto di vista metodologico, il contributo si basa su un disegno di ricerca qualitativo che intende combinare interviste a manager delle piattaforme di food-delivery, ristoratori e lavoratori della ristorazione, osservazione etnografica all’interno dei “ristoranti piattaformizzati”, e analisi dei dispositivi digitali utilizzati dalle piattaforme. Particolare attenzione verrà dedicata alle dark kitchen, ovvero esercizi privi di spazio aperto al pubblico e orientati esclusivamente alla produzione per la consegna a domicilio, che si presuppone presentino un grado superiore di platform dependency. Il contributo intende fornire alcune prime evidenze empiriche attorno a tre dimensioni, fra loro interconnesse. In primo luogo, si esaminano le modalità attraverso cui l’accesso a nuovi mercati reso possibile dalle piattaforme si accompagna a forme differenziate di dipendenza economica. In secondo luogo, si indaga come i vincoli temporali ed economici messi tradizionalmente in evidenza dagli studi sul lavoro di ristorazione (Fine, 1996; Domaneschi, 2018) vengano riarticolati nei ristoranti piattaformizzati. In particolare, si ipotizza che la costruzione di standard produttivi – ad es. previsione della domanda – ed estetici – ad es. costruzione dei menu – risulti sempre più dipendente dai dati sui consumi raccolti dalle piattaforme e organizzata attraverso processi algoritmici. Sul piano spaziale, infine, si analizza come le piattaforme riorganizzino il lavoro di ristorazione estendendolo oltre il perimetro fisico del ristorante: intensificando il ruolo di attori formalmente esterni all'organizzazione come i rider, trasformando o ridimensionando quello di figure tradizionali come i camerieri, e aumentando il coinvolgimento dei clienti nei processi produttivi attraverso i sistemi di valutazione e recensione. Bibliografia Bonifacio, F. (2023). Fare il rider. Pratiche, saperi e traiettorie di una professione emergente. Mimesis. Cutolo, D., Kenney, M. (2020). Platform-Dependent Entrepreneurs: Power Asymmetries, Risks, and Strategies in the Platform Economy. Academy of Management Perspectives, 35(4): 584–605. Domaneschi, L. (2018). Fare cucina. La cultura della qualità alimentare tra arte e artigianato. Carocci. Fine, G.A. (1996). Kitchens: The Culture of Restaurant Work. University of California Press. Plantin, J.C., Lagoze, C., Edwards, P. N., Sandvig, C. (2018). Infrastructure studies meet platform studies in L’eccezionalità del Vin Santo nelle pratiche di produzione e consumo del vino in Toscanathe age of Google and Facebook, New Media & Society 20(1): 293-310. Poell, T., Nieborg, D., Duffy, B.E. (2022) Platforms and Cultural Production. Wiley. Tassinari, A., Maccarone, V. (2020) Riders on the Storm: Workplace Solidarity among Gig Economy Couriers in Italy and the UK, Work, Employment and Society 34(1): 35-54 4) L’eccezionalità del Vin Santo nelle pratiche di produzione e consumo del vino in Toscana Dario Nardini, Università di Padova Tra le province di Firenze e Siena, una rete informale di produttori domestici – perlopiù uomini in pensione, figli degli ultimi mezzadri – continua a dedicarsi alla produzione di Vin Santo, riattivando saperi tecnici e gesti appresi in ambito familiare. L’articolo presenta i risultati di una ricerca etnografica condotta dall’autore attraverso osservazione partecipante, frequentazione dei luoghi di produzione, interviste in profondità e raccolta di memorie biografiche, con l’obiettivo di analizzare il significato sociale e simbolico del Vin Santo nella Toscana contemporanea. In un contesto regionale che, dal secondo dopoguerra, ha progressivamente orientato la vitivinicoltura verso l’eccellenza certificata, la patrimonializzazione e l’integrazione nel mercato globale, il Vin Santo emerge come pratica produttiva “eccentrica”, caratterizzata da tempi lunghi, esiti incerti e scarsa redditività. In linea con gli studi sull’antropologia del vino (Black, Ulin 2013) e con le ricerche sui processi di patrimonializzazione alimentare (Parasecoli 2022), l’indagine mostra come tale vino, apparentemente “antieconomico” sul piano aziendale, occupi tuttavia una posizione centrale nelle economie morali locali. Accanto alla produzione commerciale di nicchia, persiste infatti una produzione domestica che rimane ai margini dei processi di standardizzazione e industrializzazione. Attraverso l’analisi delle pratiche di produzione e consumo, l’autore evidenzia come il Vin Santo funzioni primariamente come bene relazionale, inscrivendosi in una vera e propria economia del dono (Mauss). Vino dell’ospitalità e della reciprocità, offerto in occasioni festive o in visite informali, esso consolida reti di prossimità e attualizza memorie della mezzadria. Il suo consumo, extra-ordinario e svincolato dal pasto quotidiano, ne rafforza la dimensione simbolica, un tempo connessa alla liturgia e oggi declinata in forme laiche ma ancora investite di valore quasi sacrale. Infine, il contributo propone una riflessione teorica sul gusto e sulla distinzione sociale, mostrando come l’esperienza sensoriale del Vin Santo – densa di riferimenti a lavoro, attesa e memoria – sfidi la contrapposizione tra funzionalismo popolare e formalismo borghese teorizzata da Pierre Bourdieu (Bourdieu 2001). In dialogo con le prospettive sull’incorporazione e la pratica (David Sutton), il Vin Santo viene interpretato come pratica di “reincanto” e dispositivo culturale attraverso cui le comunità locali rinegoziano il rapporto tra economia, tradizione e valore. Bibliografia Black, R.E., Ulin R.C. (2013). Wine and Culture: Vineyard to Glass. Bloomsbury. Bourdieu, P. (2001). La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino. Mauss, M. (2002), Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche. Einaudi. Parasecoli, F. (2022), Gastronativism. Food, Identity, Politics, Columbia University Press. Sutton D.E. (2001), Remembrance of Repasts: An Anthropology of Food and Memory. Berg. |
| 14:00 - 15:45 | Sessione 2 - Panel 11: Comunicazione della salute e conflitti epistemici Luogo, sala: Aula 15 Chair di sessione: Simone Mulargia |
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La fiducia come risorsa retorica in tempi di crisi: meccanismi degli health influencer tra omofilia, relazioni parasociali e compliance normativa Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia La crisi sanitaria innescata dalla pandemia da Covid-19 ha intensificato i processi di ridefinizione delle fonti di informazione sulla salute, accelerando il trasferimento di fiducia dalle istituzioni sanitarie tradizionali verso nuovi mediatori digitali. In questo scenario, gli health influencer si sono affermati come figure centrali nella costruzione e circolazione di conoscenza medica e nutrizionale sui social media, operando in un contesto di crescente incertezza epistemica e di frammentazione dell'autorità scientifica. La letteratura sul tema ha documentato come internet abbia progressivamente trasformato i pazienti in produttori attivi di conoscenza sanitaria (Hardey, 2001), favorendo la condivisione di esperienze tra pari come risorsa informativa alternativa alle fonti istituzionali (Ziebland & Wyke, 2012). In questo processo, gli health influencer emergono come figure ibride — definiti da Freberg et al. (2011) come "independent third-party endorsers" capaci di orientare atteggiamenti e comportamenti attraverso i social media — che combinano expertise percepita ed esperienza vissuta, collocandosi in una zona di confine tra comunicazione scientifica, narrazione personale e promozione commerciale. Il presente contributo analizza i meccanismi retorici attraverso cui gli health influencer costruiscono fiducia con i propri follower e ne esamina le implicazioni sul piano della qualità e della correttezza dell'informazione veicolata. La ricerca si articola su due campioni complementari riferiti al contesto italiano. Il primo è costituito da oltre 3.500 post pubblicati da 22 account esperti in nutrizione infantile e allattamento su Instagram, analizzati attraverso un approccio misto in tre fasi: derivazione teorica delle dimensioni rilevanti dalla letteratura su influencer e comunicazione sanitaria, operazionalizzazione contestuale tramite analisi qualitativa esplorativa di 120 post, e validazione iterativa delle keyword identificate sull'intero corpus. Il secondo campione comprende 1.888 contenuti promozionali nel settore degli integratori alimentari (Instagram, TikTok, YouTube, marzo-luglio 2025), classificati secondo i criteri del Codice di Autodisciplina in compliant, questionable e violation, e analizzati attraverso la medesima metodologia di analisi del linguaggio applicata al primo campione, al fine di mappare i meccanismi retorici di costruzione della fiducia anche nella comunicazione promozionale. Il quadro teorico integra la sociologia della fiducia con gli studi sulle piattaforme e sulla comunicazione della salute, facendo riferimento ai costrutti di omofilia (Kim & Kim, 2021; Wang et al., 2008) e di relazione parasociale (Hoffner & Bond, 2022; Lou & Yuan, 2019; Ladhari et al., 2020) come meccanismi fondamentali di costruzione del legame tra influencer e audience. Tra i risultati che emergono dall'analisi del primo campione, si segnala in particolare che la fiducia viene costruita attraverso una strategia a due livelli: un livello primario basato sull'omofilia — identificazione collettiva attraverso valori condivisi e normalizzazione dell'esperienza — e un livello secondario di vicinanza emotiva, selettiva e complementare. La "serenità" emerge come valore dominante dell'intera comunicazione, rivelando una preferenza sistematica per la rassicurazione rispetto alla trasmissione di informazioni tecniche. Tra i risultati che emergono dall'analisi del secondo campione, si segnala in particolare l'identificazione di un profilo problematico specifico caratterizzato non da mancanza di trasparenza sulle partnership, bensì dall'uso di tono educativo, lessico professionale e credenziali di competenza per veicolare claim salutistici che richiederebbero verifica, costruendo un'apparenza di autorevolezza scientifica. La lettura congiunta dei due campioni consente di formulare un'ipotesi interpretativa di rilievo teorico: i meccanismi che rendono gli health influencer comunicatori efficaci — omofilia, normalizzazione, senso di comunità, tono rassicurante — sono gli stessi che abbassano la soglia critica dei follower di fronte a contenuti potenzialmente fuorvianti. La costruzione della fiducia non garantisce quindi qualità informativa, ma può configurarsi come vettore di disinformazione implicita, tanto più insidiosa quanto più è incorporata in una relazione parasociale consolidata, con implicazioni rilevanti per i regimi di visibilità delle piattaforme e per i sistemi di autoregolazione del settore. Il Conflitto Silente: un'analisi critica della stigmatizzazione e delle narrazioni dell'HIV/AIDS nell'era dell'incertezza Istituto Superiore di Sanità, Italia Il presente studio si fonda sulla sociologia della salute e della comunicazione, attingendo alla teoria dello stigma sociale di Goffman (1963) e al lavoro fondamentale di Susan Sontag (1988) sulla malattia come metafora. Nel contesto della società dell'incertezza (Bauman, 1999; Rosa, 2020), la ricerca adotta una lente epistemologica per osservare come le rappresentazioni simboliche non siano descrizioni neutrali, ma campi di forza che orientano l'appartenenza e riconfigurano le gerarchie sociali. Il quadro teorico integra, inoltre, prospettive contemporanee sulla post-verità (Ferraris, 2017; Boccia Artieri, 2012) e sui regimi di visibilità (Foucault, 1975; Lupton, 2022), suggerendo che la marginalizzazione dell'HIV nel discorso pubblico non sia un'omissione accidentale, ma un conflitto strutturale che coinvolge dinamiche di potere e la gestione del trauma collettivo. La domanda di ricerca principale è: in che modo l'attuale comunicazione sulla salute sessuale, specificamente riguardo a HIV e AIDS, agisce come un conflitto silente che perpetua la stigmatizzazione sociale attraverso una rappresentazione inadeguata e un silenzio strategico? In un'epoca caratterizzata dalla "grammatica della crisi", questa ricerca indaga se la mancanza di narrazioni inclusive nei media mainstream (film, serie TV) e nella comunicazione istituzionale costituisca una distorsione epistemica che rafforza la vulnerabilità delle persone che vivono con l'HIV (PLWH), ostacolandone il riconoscimento sociale e l'identità collettiva. Dal punto di vista metodologico, l’indagine si basa su un approccio quanti-qualitativo (Creswell & Creswell, 2018; Hirose & Creswell, 2023) per catturare sia l'ampiezza che la profondità del fenomeno: 1. Analisi del contenuto quantitativa: una mappatura sistematica dei prodotti culturali (film, serie TV e campagne mediatiche) dell'ultimo decennio per identificare pattern di rappresentazione ricorrenti, stereotipi e la frequenza del silenzio o dell'assenza riguardo alle realtà contemporanee dell'HIV. 2. Analisi qualitativa attraverso interviste in profondità ad informatori chiave, tra cui operatori sanitari, esperti di comunicazione, attivisti e persone che vivono con HIV. Questa fase mira a ricostruire la percezione soggettiva del conflitto e l'impatto delle narrazioni mediatiche sulle pratiche della cura (Tronto, 1993; Cottam, 2019) e della solidarietà. La ricerca rivela un persistente divario rappresentativo e una frattura cronologica nell'immaginario sociale del virus. L'analisi quantitativa di 145 prodotti culturali mostra che il tono catastrofico rimane predominante (20 casi), specialmente nelle narrazioni focalizzate sugli anni '80 e '90, mentre il tono normalizzante è il meno frequente (7 casi). Ciò suggerisce che l'HIV sia ancora ampiamente estetizzato come una condanna letale piuttosto che come una condizione cronica gestibile. Inoltre, sebbene stia emergendo un atteggiamento empatico (9 prodotti), esso coesiste spesso con cornici stigmatizzanti o sovra drammatizzate (6 prodotti ciascuna) che perpetuano paura e vergogna. Questo conflitto silente (Simmel, 1955; Törnberg, 2018) contribuisce a un'opinione pubblica frammentata e a un legame indebolito tra gli attori sociali. Lo studio identifica un trauma culturale (Alexander, 2004; Demertzis, 2020) ereditato dalle generazioni più giovani che, pur non avendo un'esperienza diretta dell'epidemia degli anni '80, manifestano disagio e stigma preriflessivo a causa del silenzio istituzionale e di un'educazione scolastica inadeguata. Il contributo intende proporre strategie di comunicazione inclusiva che vadano oltre la mera informazione verso una ricomposizione simbolica. L'obiettivo è trasformare la narrazione dell'HIV da luogo di stigma a spazio di responsabilità collettiva (Arendt, 1987; Venkatapuram, 2011) e memoria riparativa (Jedlowski, 2000, Gutman, 2017), fornendo un modello per la gestione di altre crisi sanitarie sistemiche. Dalla scienza allo storytelling: conflitti epistemici e responsabilità comunicativa nella divulgazione sui social media dedicata alla nutrizione nella prima infanzia Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia La comunicazione della salute è attraversata oggi da diverse tensioni epistemiche: il contesto informativo è caratterizzato da overload di contenuti e crisi di fiducia nei saperi esperti, soprattutto per alcuni pubblici come i genitori (Beuckels & De Wolf, 2024; Frey et al., 2021; Ifroh & Permana, 2022); i processi di piattaformizzazione ridefiniscono le forme della diffusione del sapere (Avella, 2024; Eysenbach, 2008; Autor*, 2021a; Lovari, 2017; White & Hanley, 2023) in cui figurano anche i professionisti sanitari che svolgono divulgazione sui social media adattando le logiche di presentazione del sé consolidate dagli influencer (Autor*, 2021b; Lovari & Lombi, 2024). In questo passaggio, il sapere scientifico interagisce e talvolta si ibrida con il sapere laico mediato dalle affordance delle piattaforme (Bucher & Helmond, 2018; Van Dijck et al., 2018), che spingono verso semplificazione/serializzazione e che interagiscono con le norme deontologiche che regolano l’esercizio delle professioni sanitarie. In questa cornice si colloca la presente proposta, parte di un progetto di ricerca più ampio sulle modalità di divulgazione adottate dai professionisti della salute su Instagram in relazione alla nutrizione nella prima infanzia. La scelta di questo tema è legata al fatto che in esso sono presenti ulteriori tensioni e conflitti, con aspettative sociali legate alla maternità e alla genitorialità (es. allattamento) e a una riconfigurazione delle linee guida e delle scelte individuali rispetto al passato [es. durata dell’allattamento, modalità di introduzione dei cibi solidi (Iacovidou, 2015; Pearce & Rundle, 2023)]. Una prima fase, dedicata alle professioniste dell’allattamento, ha evidenziato due dinamiche ricorrenti: la centralità del self-branding quale infrastruttura narrativa ed economica della presenza social e l’impiego del sapere scientifico (es. linee guida, studi) come risorsa di autorevolezza e materiale divulgativo. Questo studio estende l’analisi a pediatri e nutrizionisti/dietisti con l’obiettivo di indagare come costruzione del sé, posizionamento epistemico, deontologia professionale, logiche delle piattaforme collidano o convergano nei loro contenuti social. Obiettivi specifici del paper saranno quindi: analizzare logiche e strategie di self-branding; mappare le forme di uso e citazione delle fonti scientifiche; ricostruire le narrazioni in cui sapere scientifico e sapere laico convergono o confliggono; osservare la riflessività professionale rispetto a dilemmi etici (es. confini tra informazione e promozione, gestione dell’incertezza). Lo studio si concentra su un corpus di 3680 post pubblicati su Instagram nel periodo 1/07/2021-1/07/2024 da un campione di 28 profili appartenenti a pediatri e nutrizionisti/dietisti. I post sono stati ottenuti mediante Crowtangle, a fronte di un processo di selezione ragionata dei profili da includere. Il primo step di analisi riguarderà l’analisi complessiva dei post, individuando parametri quantitativi che consentono di dare una descrizione generale di alcune dinamiche legate alle logiche delle piattaforme quali engagement, formati, continuità di pubblicazione. Il secondo step esaminerà un sottocampione di 368 post, in cui mediante content analysis (Krippendorff, 2004) si procederà alla codifica delle fonti utilizzate, delle modalità discorsive impiegate nella divulgazione, degli indicatori di self-branding (es. bio, call to action, promozioni dirette) e dei marcatori di riflessività (disclaimer, conflitto di interessi). Lo svolgimento di 10 interviste qualitative in profondità consentirà di approfondire le dinamiche individuali di gestione dei social media. Il contributo atteso è di identificare pattern di legittimazione (evidence-based vs self-based) e i trade-off tra accuratezza e visibilità; mostrare come il self-branding medi tra autorevolezza e sostenibilità della presenza online; proporre delle linee guida di divulgazione responsabile per l’alimentazione infantile (criteri minimi di citazione delle fonti, trasparenza su consulenze/partnership, distinzione tra informazione, formazione e promozione). Riassemblare la conoscenza in tempi di crisi. Un’analisi delle strutture epistemiche nei repertori narrativi della conoscenza rifiutata dalla scienza durante la pandemia di Covid-19 Università di Napoli Federico II, Italia Il contributo presenta uno studio delle strutture epistemiche che emergono in ambienti sociali online nei quali viene messa in discussione la conoscenza scientifica ufficiale nel tentativo di legittimare forme di conoscenza alternative a quest’ultima. L’analisi condotta si concentra su due “comunità di conoscenza rifiutata” (refused knowledge communities, RKCs) le quali producono, legittimano e diffondono forme di conoscenza alternative sulla salute, in particolare nel contesto della pandemia di Covid‑19 (2020-2021), l’una rivolta alla promozione del consumo di acqua e cibi alcalini e l’altra all’applicazione dei principi della “Nuova medicina Germanica” o delle “cinque leggi biologiche”. L’obiettivo è comprendere come tali comunità (ri)posizionino la conoscenza scientifica ufficiale entro i propri frame discorsivi, attraverso strategie di “arruolamento” (Callon, 1984; Latour, 1987) e di “assemblaggio” (Latour, 2022) di forme eterogenee di conoscenza al fine di conferire credibilità ai propri claim. Il lavoro si colloca nel dibattito relativo alla crisi della expertise scientifica (Eyal, 2019), alla post-verità (Fuller, 2018), al populismo riferito alla scienza (Mede & Schäfer, 2020), nonché al pluralismo e all’instabilità epistemica che caratterizzano la produzione e la diffusione di conoscenza nell’epoca contemporanea (Harambam, 2020; Neresini et al., 2024; Autor*, 2024; Tipaldo et al., 2023). Il tema del lavoro riguarda dunque anche le narrazioni alternative alla conoscenza ufficiale prodotte e diffuse nella “società esposta” (Boccia Artieri, 2025) e le fragilità, tensioni e conflitti che attraversano la sfera pubblica. La ricerca muove dai seguenti interrogativi: quali forme discorsive caratterizzano le narrazioni diffuse nelle RKC? Quali strategie di arruolamento della conoscenza scientifica – e degli attori umani e non umani che presiedono alla sua costruzione – vengono messi in atto da queste comunità? Quali tensioni e/o “riassemblaggi” emergono in tali strategie? L’analisi combina etnografia digitale e Social Network Analysis (SNA), al fine di mappare gli “assemblaggi epistemici” composti da claim di conoscenza e attori eterogenei – umani e non umani, dunque istituzioni, oggetti, utenti dei social media, figure del campo scientifico, politico e mediatico – che vengono arruolati discorsivamente per sostenere tali claim entro le RKC. Attraverso l’etnografia digitale è stato costruito un corpus discorsivo derivato da testi e materiali audiovisivi condivisi su blog, pagine web e gruppi attivi sui social media. Su questa base sono state costruite reti bipartite di connessioni tra claim di conoscenza e attori. Mediante un’ispezione visuale della rete e l’applicazione di una community detection è stato possibile individuare diversi cluster tematici, espressione di specifiche strategie di arruolamento epistemico. Tra i cluster tematici individuati emergono critiche alla medicina convenzionale, accusata di ignorare il rapporto mente-corpo o di concentrarsi eccessivamente sui sintomi. Nel contesto pandemico, emergono narrazioni che contestano la gestione istituzionale della crisi sanitaria. In altri casi si osservano contro‑narrazioni sulla gravità del Covid‑19, la delegittimazione delle statistiche epidemiologiche, le critiche alla medicina istituzionale, vista come economicamente e politicamente influenzata; come anche narrazioni complottiste sulla pandemia interpretata come esperimento sociale o dispositivo di controllo. Attraverso un’analisi dell’unione tra le due comunità in un’unica rete, si rilevano configurazioni discorsive nelle quali alcuni attori fungono da boundary objects (Star & Griesemer, 1989): bambini, medici, anziani, virus e sintomi assumono funzioni di mediazione tra universi discorsivi diversi, facilitando la circolazione di significati e l’integrazione di repertori differenti tra le due comunità. In entrambe le comunità, il rapporto con la scienza istituzionale emerge come ambivalente: da un lato contestano la scienza ufficiale; dall’altro arruolano selettivamente elementi propri del mondo scientifico ufficiale utilizzando riferimenti a istituzioni, studi, figure autorevoli, concetti biochimici o dispositivi tecnologici. Ne deriva un ecosistema discorsivo ibrido, in cui la scienza viene disassemblata e riassemblata in funzione delle esigenze narrative, identitarie ed epistemiche delle comunità analizzate. |
| 15:45 - 16:15 | Coffee break Luogo, sala: Ballatoio esterno |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 01: Vulnerabilità del sistema informativo Luogo, sala: Aula 2 Chair di sessione: Sergio Splendore |
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Similar tools, different contexts: AI Integration in Fact-checking across Europe and Latin America 1: Hanken School of Economics; 2: Università della Svizzera italiana Artificial Intelligence (AI) serves as an asset across various stages of the fact-checking verification process. As categorized by Montoro-Montarroso et al. (2023), AI applications facilitate the monitoring, identification, and prioritization of potentially verifiable content; the assessment of claim verifiability; and the gathering of evidence for empirical analysis. Furthermore, AI enables the semi-automated classification of content—distinguishing between hoaxes, misleading information, and false contexts—while accelerating the drafting, documentation, and dissemination of fact-checking reports. Recent scholarship highlights significant transformations in the organizational structure of fact-checking agencies driven by technological advancements and broader changes in the media environment. Although the fact-checking movement originally emerged in the early 2000s in Europe and United States, with the primary goal of verifying statements made by public figures (Cherubini & Graves, 2016), scholars have recently observed a shift in its mission: fact-checkers are increasingly focused on countering viral online content and misinformation circulating across digital platforms rather then scrutinizing political or institutional discourse (Cazzamata & Sarısakaloğlu, 2025), which also reshaped professional routines and the evolving engagement with technology. While global research on this phenomenon is expanding, there remains a critical need for comparative studies that transcend North American and European borders to explain how diverse media systems utilize AI in this practice. Consequently, this study addresses the following research problem: how do different media systems manage the integration of Artificial Intelligence within fact-checking journalism? This paper investigates AI's role in fact-checking, specifically how its use for fighting disinformation varies across different media systems and professional strategies. This study aims to contribute to the global research movement on the use of AI and fact-checking, already initiated by other researchers in different countries (Graves et al., 2023; Cazzamata, 2024), by providing new perspectives into Switzerland and Latin America. Methodologically, this study employs semi-structured in-depth interviews with professionals who work in fact-checking agencies from two distinct media systems: the Democratic Corporatist model (represented by Switzerland) and the Liberal-Captured model, characteristic of Latin America (Guerrero & Márquez-Ramírez, 2014; Hallin & Mancini, 2004). To this end, twelve interviews were conducted with practitioners from Switzerland, Chile, Colombia, and Honduras, who work in different positions: reporters, coordinators, and heads of newsroom. The findings indicate that AI tools have become intrinsic to professional routines regardless of the media system. These tools are commonly used for routine tasks such as orthographic revision and preparing social media content. Practitioners consistently underscore that AI serves merely as a supportive tool rather than a replacement for human agency. This rhetoric may function as a strategic effort to maintain professional authority while simultaneously mitigating potential audience skepticism toward AI-generated content. Interestingly, concerns regarding algorithmic bias or the reproduction of discriminatory outputs appear secondary in professional discourse; journalists generally maintain that human oversight is sufficient to neutralize inherent biases. On the economic side, although significant cost reductions have not yet been observed, practitioners acknowledge substantial efficiency gains. This time optimization suggests a potential transformation in journalistic labor, allowing professionals to shift their focus from bureaucratic, routine tasks to more complex, value-added editorial activities. However, a significant divergence among countries emerged: Latin American fact-checkers, operating within private organizations, exhibit a heightened focus on developing their own AI-driven software—a priority that appears less prevalent in the Swiss context. This research contributes to the literature by deepening the knowledge about technological incorporation in journalism, demonstrating how specific media system characteristics shape and redesign the adoption of emerging technologies. Mappare le vulnerabilità dell’ecosistema informativo europeo Università degli Studi di Perugia, Italia Il contributo propone una rielaborazione teorica e un’operazionalizzazione empirica del concetto di rischio di “media capture”, inteso come condizione in cui interessi particolaristici – politici, economici o di diversa natura – possono compromettere l’interesse generale di una cittadinanza informata. A partire da una ricerca comparativa condotta su 32 paesi europei (27 Stati membri dell’UE, 4 paesi candidati dei Balcani occidentali e Turchia), il paper sviluppa una mappa del rischio che consente di superare le ambiguità teoriche e operative della nozione tradizionale di media capture. Tale concetto affonda le sue radici nella teoria della “regulatory capture” (Stigler, 1971) e viene utilizzata per descrivere forme di collusione tra élite politiche e proprietari dei media, in particolare nei contesti post-socialisti e nelle democrazie in transizione durante gli anni Novanta del Novecento (Mungiu-Pippidi, 2008). In una fase successiva, la letteratura ha esteso il concetto alle democrazie consolidate, mettendo in luce i meccanismi di strumentalizzazione economica delle testate giornalistiche legati alla concentrazione proprietaria, alla dipendenza pubblicitaria e alle pressioni di mercato (Corneo, 2006; Petrova, 2008), oltre ai condizionamenti dettati dalle piattaforme digitali (Schiffrin 2021). Tuttavia, questo impianto teorico presenta almeno due limiti. Il primo è epistemico: la nozione di cattura presuppone un ideale binario di indipendenza difficilmente riscontrabile empiricamente. I media operano sempre in reti di interdipendenza economica, politica e professionale e stabilire una soglia netta oltre la quale l’influenza diventa cattura è analiticamente problematico. Il secondo limite è di tipo ecosistemico: la piattaformizzazione della sfera pubblica ha spostato il baricentro del potere informativo. Non è più sufficiente analizzare le testate giornalistiche in senso stretto; occorre considerare l’intero ecosistema informativo, inclusi gli intermediari digitali, gli algoritmi che strutturano visibilità, circolazione e monetizzazione dei contenuti, oltre alla molteplicità di attori che concorrono a produrre contenuti informativi. Per rispondere a tali criticità, il paper propone una ridefinizione concettuale: la cattura non è intesa come stato binario (informazione “libera” vs “catturata”), bensì una condizione graduata in cui interessi particolaristici prevalgono sulla funzione pubblica dell’informazione per una cittadinanza informata. In questa prospettiva, l’attenzione si sposta dall’accertamento della cattura alla mappatura del rischio, inteso non come evento ma come insieme di vulnerabilità ambientali e strutturali che aumentano la probabilità di prevalenza dell’interesse particolare su quello pubblico. L’operazionalizzazione empirica del concetto, che consente di misurare i diversi livelli di rischio nei paesi considerati, si fonda su un framework tridimensionale: (1) ecosistema mediale, (2) sistema politico, (3) contesto sociale. Ciascuna dimensione comprende specifici indicatori compositi di rischio che vanno dall’influenza politica e imprenditoriale sui media al livello di disordine informativo, dal grado di polarizzazione del sistema politico al livello di autorità razionale-legale. Gli indicatori sono costruiti mediante aggregazione di dati provenienti da 15 dataset consolidati tra cui Media Pluralism Monitor, V-Dem, Freedom House, e altri. I risultati dell’analisi comparativa evidenziano forti differenze tra contesti ad alta resilienza – come i paesi nordici – e casi a rischio critico quali Ungheria e Turchia. Tuttavia, il risultato più rilevante riguarda le “zone grigie”: vulnerabilità significative emergono anche in democrazie consolidate, dove fragilità economiche, polarizzazione e pressioni politiche creano condizioni favorevoli al prevalere di interessi particolaristici. La ricerca mostra che il rischio si intensifica soprattutto quando la vulnerabilità del sistema mediale si combina con bassa autorità razionale-legale, elevata polarizzazione politica e scarsa media literacy. In conclusione, il contributo propone: (1) un approccio olistico che riconfigura l’analisi dei rischi dell’informazione nelle democrazie; (2) il superamento di una visione binaria (informazione libera vs. catturata) legata soprattutto al giornalismo; (3) uno strumento comparativo, empiricamente fondato, per analizzare le condizioni strutturali che minacciano il perseguimento dell’interesse generale di una cittadinanza informata. Fact-checking in transizione: sostenibilità economica e competizione per l’autorità epistemica dopo la partnership con Meta 1: Università di Firenze; 2: Sapienza Università di Roma; 3: Università di Zurigo Negli ultimi anni il contrasto alla disinformazione si è trasformato in un terreno di crisi e conflitto che attraversa istituzioni democratiche, piattaforme digitali e professioni della conoscenza. La diffusione di sistemi di intelligenza artificiale generativa, le tensioni (anche politiche) sulla moderazione dei contenuti e la crescente contestazione pubblica degli intermediari epistemici stanno ridefinendo chi possa legittimamente stabilire cosa è vero nello spazio pubblico. In questo contesto, la decisione di Meta di sospendere negli USA il Third-Party Fact-Checking Program (3PFC) – che potrebbe presto coinvolgere anche il resto del mondo, e motivata da accuse di partigianeria provenienti anche dal campo politico – problematizza il ruolo del settore del fact-checking nella lotta alla disinformazione, minandone sostenibilità economica e legittimazione pubblica. Si tratta tuttavia di un passaggio che apre anche diverse opportunità: ridefinire pratiche, autonomia professionale e strumenti operativi fuori dalla dipendenza da infrastrutture di piattaforma opache e strumenti proprietari di accesso e monitoraggio dei contenuti. Il paper adotta una prospettiva basata sui Journalism Studies e la teoria del campo, richiamandosi in particolare alla prospettiva bourdieusiana (Bourdieu, 1993; 2005), alla sua attenzione per le tensioni tra autonomia ed eteronomia, e agli studi sul boundary work e sull’identità professionale (Gieryn, 1983; Carlson, 2016; Graves, 2018). Questa cornice teorica consente di analizzare il fact-checking come un campo professionale in cui autonomia, efficacia e valore pubblico dipendono dalla configurazione congiunta di condizioni di mercato mutevoli, capitale simbolico e regimi di visibilità. L’analisi è guidata da tre domande di ricerca: 1. Quali strategie stanno adottando le organizzazioni di fact-checking per garantire sostenibilità economica a lungo termine in assenza di finanziamenti stabili delle piattaforme? 2. Qual è l’impatto di questi (nuovi) modelli di business sull’identità professionale dei fact-checker? 3. In che modo la riconfigurazione di modelli di business e identità professionale incide sull’efficacia del fact-checking nel contrasto alla disinformazione? Lo studio adotta un disegno di ricerca qualitativo che combina due metodi integrati. In primo luogo, sono state realizzate interviste semi-strutturate con rappresentanti di tredici organizzazioni di fact-checking in tre aree geografiche: Stati Uniti (dove il 3PFC è già stato sospeso), Europa e Sud America (dove resta attivo, ma in condizioni di crescente incertezza). In secondo luogo, è stato condotto un lavoro etnografico durante il Global Fact-Checking Summit del 2025, comprendente osservazione partecipante di panel e incontri della comunità professionale, e interviste informali. D’altra parte, la necessità di compensare i tagli ai finanziamenti da parte di Meta sta portando molti progetti verso un modello business-to-business (B2B) basato su un know-how condiviso, nel quale i fact-checker forniscono servizi professionali come formazione e consulenza, oltre a dati e strumenti tecnologici, a una gamma eterogenea di attori pubblici e privati. Tale modello spinge il fact-checking verso forme ibride di lavoro intellettuale più distanti da quelle specificamente editoriali e giornalistiche. Ciò genera due criticità: la potenziale dipendenza da nuovi attori privati e la perdita di visibilità verso il pubblico dell’informazione, con possibili ricadute sull’efficacia della propria mission di contrasto alla disinformazione. I cambiamenti in corso e i loro potenziali effetti mostrano come il campo del fact-checking sia alla ricerca di un equilibrio tra sostenibilità economica, autonomia e visibilità, per mantenere centralità in una fase segnata da crescenti conflitti sul riconoscimento degli attori legittimati a produrre conoscenza e “verità” nello spazio pubblico. When is media capture a form of corruption? Università di Bologna, Italia Media capture is often described as a threat to democracy because it weakens the watchdog function of journalism and reduces the public’s capacity to hold power to account (Mungiu-Pippidi, 2012) This article addresses a more precise conceptual questions: at what levels exactly does media capture qualify as corruption and how they differ from media bias, instrumentalization, colonization, artisanship, or classical censorship? It does so through a systematic literature review (SLR) that explores how existing scholarship connects media capture and political corruption?The analysis of 80 peer-reviewed articles, supplemented by three monographs and three book chapters, reveals a clear increase in academic publications addressing both political corruption and media capture. However, the conceptual links between the two remain uneven and often implicit. The SLR indicates that most studies focus on the various forms through which actors exert control and influence over media to suppress or disseminate information. Some use corruption scandals covered by the media as proxies to measure capture (Samuel-Azran and Assaf, 2018; Di Tella and Franceschelli, 2011; Szeidl and Szucs, 2021). Others examine instruments that directly or indirectly relate to corruption—such as state advertising, ownership concentration, regulatory pressure, bribery, or intimidation—as mechanisms enabling capture (Dragomir, 2024; Ryabinska, 2014; Sampaio-Dias, 2019; Milojević & Krstić, 2018; McMillan & Zoido, 2004). Only a limited number of studies explicitly conceptualize media capture itself as corruption. Asomah (2020), for example, argues that in Ghana private media actively contribute to political corruption through biased reporting, propaganda, weak investigative journalism, and limited follow-up. Yet even in such cases, media capture is rarely framed as an “abuse of entrusted power for private benefit.” Instead, it is more commonly treated as a contextual factor that facilitates corruption or as a by-product of political and economic collusion. This article argues that media capture can be understood as corruption in its own right. While corruption is often associated with exchanges between public and private actors, media capture demonstrates that corrupt practices may also emerge through private actors’ influence over media institutions entrusted with a public function. Journalism holds an entrusted democratic role: informing citizens and enabling accountability. When that role is systematically distorted for private gain, the logic of corruption is activated. Drawing on the literature review, the article proposes a three-layer framework to clarify when capture becomes corruption. At the individual level, paying journalists or editors to distort or suppress information mirrors classic petty corruption: private inducements undermine professional duties. At the organizational level, sustained editorial steering in exchange for financial or political benefits resembles collusive arrangements that trade institutional integrity for advantage. At the structural level, when ownership, advertising flows, regulatory favors, or platform power are used to secure favorable coverage or silence scrutiny, media capture operates as a governance mechanism that protects rents and shields wrongdoing. Across these layers, the defining feature is the misuse of an entrusted position through concealed or improper influence. There is, therefore, an overlap with instrumentalization, bias, partisanship; however, the distinction lies in the presence of systematic, opaque, and self-serving exchanges that subordinate public accountability to private benefit. The digital environment intensifies these dynamics. The decline of traditional revenue models, the dominance of digital platforms, and the algorithmic control of information flows create new vulnerabilities and new forms of indirect capture. While not all partisan or market-driven media behavior amounts to corruption, capture becomes corruption when influence is sustained, non-transparent, and oriented toward private advantage at the expense of the media’s democratic function. By clarifying these thresholds, the article bridges media studies and corruption research and offers a conceptual framework for identifying when media capture crosses the line into corruption. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 02: Cambiamento climatico e attivismo Luogo, sala: Aula 3 Chair di sessione: Francesca Comunello |
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Dalle retoriche green alla guerra: la svolta securitaria dell’immaginario della transizione energetica e il suo inconscio coloniale 1: Sant'Anna Institute, Sorrento; 2: Università di Napoli L'Orientale La transizione energetica è stata promossa nei paesi occidentali come orizzonte per la mitigazione climatica e lo sviluppo sostenibile. Essa si è articolata attorno a un immaginario sociotecnico (Jasanoff 2015) green, informato da ideologie tecno-deterministe, tecno-utopistiche (Williams 1981; Autor* 2025a) che presentano l’innovazione tecnologica come soluzione universale e neutrale alla crisi ecologica. In questa configurazione, le tecnologie rinnovabili e digitali appaiono come strumenti di emancipazione, mentre la dimensione materiale della loro produzione – l’estrazione di minerali critici, l’aumento della domanda energetica, la violenza estrattiva – resta sullo sfondo, implementando forme di green extractivism (Dunlap, Jakobsen 2021; Verweijen, Dunlap 2020) Il paper sostiene che questo immaginario green si fondi su un rimosso strutturale: il minerale come inconscio coloniale della transizione (Autor* 2025b). L’approvvigionamento di risorse strategiche riproduce una logica coloniale, in cui i territori estrattivi – prevalentemente nel Sud globale – sopportano i costi ambientali, sociali e militari dell’accumulazione, mentre i benefici, materiali quanto simbolici, della “transizione" si concentrano nei centri occidentali. L’apparente universalismo della transizione nasconde così una continuità con regimi storici di violenza estrattiva: una forma di colonialismo ricorsivo (CCB 2021; 2025). Negli ultimi anni, tuttavia, l’immaginario green ha mostrato segni di crisi. Con la guerra in Ucraina, l’intensificarsi della competizione geopolitica, la retorica della sostenibilità è progressivamente sostituita da quella della sicurezza energetica, della resilienza strategica e dell’autonomia nazionale. I “critical minerals” vengono sempre più inscritti in discorsi di difesa, riarmo e militarizzazione (Johnston, Marín 2026). Il paper interpreta questa svolta non come una rottura ma come continuità: il passaggio dal lessico verde a quello securitario rende esplicita la natura storicamente militare e coloniale dell’approvvigionamento di risorse. La definizione stessa di minerali “critici” emerge in contesti bellici, e l’industria della difesa ha storicamente costituito un motore decisivo della competizione per le materie prime (Leonelli 2025; Johnston, Marín 2026). La militarizzazione dei contesti estrattivi e i conflitti legati al loro controllo non rappresentano un’anomalia ma la continuità strutturale di un modello di accumulazione fondato sulla violenza. Il paper propone quindi un’analisi della trasformazione del discorso pubblico e istituzionale in Europa e negli Stati Uniti di Trump. Attraverso l’esame di documenti strategici sui critical minerals, dichiarazioni politiche e narrazioni mediatiche, si indagherà come l’immaginario della transizione si sia progressivamente riconfigurato in chiave securitaria, ridefinendo le risorse come oggetti di competizione geopolitica e di difesa nazionale. Questa trasformazione sarà poi letta come sintomatica di una crisi più ampia di legittimità economica e morale dell’Occidente. La progressiva sostituzione dell’immaginario universalista della sostenibilità con quello polarizzante della sicurezza segnala l’indebolimento della capacità egemonica occidentale di presentare i propri interessi come bene comune globale. La protezione dell’imperial mode of living occidentale (Brand, Wissen 2021) si riorganizza così attorno a dispositivi materiali e narrativi di tipo militare che riaffermano gerarchie e zone di sacrificio. In un contesto in cui l’orizzonte narrativo e immaginifico dominante appare appiattito su logiche securitarie e belliche, il paper propone infine di spostare lo sguardo verso i contesti estrattivi stessi. Attraverso l’analisi di alcune pratiche artistiche e culturali radicate in territori segnati dall’estrazione di minerali critici, si indagherà come emergano contro-immaginari che disarticolano tanto la retorica del progresso verde quanto quella della sicurezza strategica. Tali narrazioni alternative, prodotte nei centri estrattivi, rendono visibile il rimosso materiale della transizione e aprono la possibilità di futuri post-estrattivi, ecologici e non militarizzati. Il contributo intende così mostrare come la svolta dal green alla sicurezza non sia un semplice mutamento retorico ma riveli la struttura coloniale e violenta degli immaginari della transizione e, al contempo, come proprio nei luoghi di sfruttamento possano emergere immaginari speculativi alternativi alla guerra e alla violenza ecologica e coloniale. Il lavoro di ricerca è distaccato o militante? Percorsi di ricerca a confronto con le crisi socio-ecologiche contemporanee CNR-IRCrES (Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile), Italia Tra le crisi più pressanti che l’umanità deve affrontare in questo momento storico si situa la crisi ambientale, dal cambiamento climatico, al consumo di suolo, alla perdita di biodiversità, all’inquinamento, e i conflitti sociali, economici e culturali che ne derivano. Le crisi socio‑ecologiche contemporanee mettono alla prova sia le strutture sociali che le modalità di produzione della conoscenza. Esse richiedono quadri epistemici interdisciplinari capaci di integrare le dinamiche ecologiche e quelle sociali, ma anche una riflessione più ampia sulle relazioni tra scienza e società e sul ruolo sociale del ricercatore che includa i più ampi processi socio-politici, gli immaginari culturali, le relazioni di potere, le dimensioni dell’etica e dell’integrità nella ricerca. La figura dei ricercatori e delle ricercatrici è interpellata sempre più frequentemente a confrontarsi con richieste di posizionamento pubblico, epistemico o politico, mentre permangono all’interno dell’accademia modelli diversificati di autorappresentazione, alcuni legati al paradigma mertoniano della scienza (Ziman, 2000) o della “torre d’avorio”. Tuttavia, i campi di ricerca esposti alle crisi socio-ecologiche e ai loro riflessi socio-politici ed economici sfidano tale rappresentazione, sfumando i confini tra alveo scientifico e sociale, e sollecitando gli scienziati con richieste che li pongono in “affanno” (L’Astorina & Mangia, 2022) o li spingono a mobilitarsi per prendere parte attiva nel dibattito pubblico. L’accelerazione della crisi ambientale, l’aumento delle disuguaglianze e la proliferazione di fronti bellici interrogano anche il mondo della ricerca, la sua autorappresentazione, la definizione del suo ruolo come soggetto epistemico (specie con riferimento ai temi della disinformazione, come fattore polarizzante del dibattito pubblico, ma anche come intenzionale arma di guerra) e limiti e opportunità del suo intervento nell’arena pubblica (Benessia et al., 2016). In questo contributo intendiamo presentare alcuni risultati preliminari su come l’auto-rappresentazione di ricercatrici e ricercatori impegnati su temi socio-ecologici complessi si intrecci con il loro ruolo sociale, in particolare riguardo ai diversi poli di conflitto che riguardano da vicino i loro temi di ricerca. Ispirandoci al metodo narrativo dell’autobiografia della domanda di ricerca, indaghiamo i percorsi, le motivazioni e i valori che hanno condotto ricercatrici e ricercatori a scegliere temi di studio al centro delle crisi socio-ecologiche e li guidano nelle scelte di ricerca. Esploriamo inoltre le rappresentazioni paradigmatiche relative a co-produzione di scienza e società, contratto sociale della scienza e rapporto scienza-governance (es. Cerroni, 2012; Davies, 2021, 2025; Godin, 2006; Norström et al., 2020), per delineare una mappa riflessiva di posizioni, attitudini e pratiche presenti nella comunità di ricerca sui temi socio-ecologici complessi nel contesto italiano, facendo emergere potenzialità e ostacoli a percorsi di rielaborazione e responsabilità collettiva. Sopravvivere alla catastrofe, abitare il conflitto. Giustizia climatica e infrastrutture di cura in Ultima Generazione università di Bologna, Italia La crisi climatica, cifra distintiva dell'Antropocene (Crutzen e Stoermer, 2000), si configura come sfida politica e culturale totalizzante, agendo da moltiplicatore di esposizione e rischio (Beck, 2017) che ridisegna vulnerabilità e disuguaglianze globali (Sultana, 2022). I movimenti sociali emergono come attori conflittuali che non denunciano solo ingiustizie sistemiche, ma sperimentano forme alternative di organizzazione sociale (Escobar, 2018). Il contributo interroga come, nelle pratiche quotidiane dell’attivismo climatico, si costruiscano le basi materiali, relazionali e simboliche di una nuova soggettività politica (della Porta e Diani, 2020) in un’epoca segnata da “crash” ecologici. La domanda di ricerca è la seguente: in che modo le pratiche di cura attivate all’interno dei movimenti per il clima contribuiscono a ridefinire le forme di agency e le modalità di soggettivazione politica in un’epoca di crisi permanente? La ricerca affronta questo interrogativo attraverso il framework della giustizia climatica (Schlosberg e Collins, 2014) e quello dell'etica della cura (Fisher e Tronto, 1990). Se la letteratura sulla giustizia climatica denuncia le asimmetrie strutturali – distributive, procedurali, di riconoscimento e intergenerazionali – essa necessita di essere integrata da un'analisi delle pratiche attraverso cui tali ingiustizie vengono rese visibili contrastate e riparate nella vita quotidiana dei movimenti. A tal fine, il concetto di "infrastrutture di cura" (Alam e Houston, 2020) si rivela cruciale. Esso designa le reti materiali e relazionali di mutuo supporto, solidarietà e sostentamento che permettono alle comunità di resistere, organizzarsi e sopravvivere in contesti di crisi e violenza sistemica. Le infrastrutture di cura non sono un mero supporto all'azione, ma ne costituiscono il fondamento etico e operativo, trasformando la vulnerabilità da condizione passiva a base per una nuova agency politica. Lo studio si basa su quattordici mesi di ricerca etnografica (luglio 2023-agosto 2024) condotta all’interno del movimento per il clima Ultima Generazione (UG) nell’ambito di un dottorato di ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale. La ricerca ha incluso osservazione partecipante, interviste semi-strutturate e la sperimentazione del metodo dei “Diari Terrestri” uno strumento diaristico ispirato al diary-interview method (Zimmerman e Wieder, 1977) volto a cogliere l'incorporazione della crisi climatica nelle biografie individuali e nelle pratiche quotidiane. I risultati mostrano come UG incarni un modello di cura articolato su tre dimensioni interconnesse. La cura planetaria si esprime nelle azioni dirette nonviolente (blocchi stradali, azioni simboliche), vissute come un dovere morale di riparazione del mondo e come pratica di giustizia climatica che riflette criticamente sui privilegi posizionali. La cura di comunità emerge nelle strutture organizzative di mutuo aiuto, nei momenti di facilitazione e debriefing emotivo, e in gruppi dedicati al benessere collettivo (es. Governance e Cultura). La cura di sé si configura infine come un terreno complesso di negoziazione. Se da un lato è praticata come atto politico di auto-conservazione necessario per sostenere la militanza (Lorde, 1988), dall’altro è costantemente in tensione con una “cultura del martirio” che riproduce logiche neoliberali di sacrificio e auto-sfruttamento. Queste pratiche di cura, lungi dall'essere meri strumenti organizzativi, agiscono come laboratori di trasformazione sociale, costruendo una "comunità di lotta" i cui legami sono forgiati dalla condivisione del rischio e del supporto reciproco. Il conflitto generato dall'azione diretta diventa così l’incarnazione di un "noi" alternativo al sistema estrattivista ed egemonico. Il caso di UG mostra come i movimenti climatici, operando in una condizione “post-apocalittica” (Cassegård e Thörn, 2018) di catastrofe permanente, non si limitano a protestare, attraverso le loro infrastrutture di cura, ma agiscono come laboratori di trasformazione sociale e come "architetti" di nuovi immaginari politici, segnando il passaggio da un attivismo incentrato sulla denuncia a uno incentrato sulla costruzione di resilienza relazionale esperimentando qui e ora modalità di convivenza e organizzazione sociale oltre la catastrofe. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 03: Pratiche artistiche della crisi e del conflitto Luogo, sala: Aula 4 Chair di sessione: Federico Boni |
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Estetiche del collasso. Bioarte e crisi dell’antropocentrismo Università di Camerino, Italia Negli ultimi decenni l’intensificarsi della crisi climatica, la perdita di biodiversità e l’instabilità degli ecosistemi hanno progressivamente messo in discussione l’immaginario contemporaneo fondato sulla separazione tra umano e natura. L’emergenza ambientale, letta in una prospettiva culturale e simbolica, rimanda a una trasformazione più profonda: il collasso di un paradigma antropocentrico che ha storicamente collocato l’essere umano al centro del vivente, attribuendogli una posizione di dominio, controllo e autonomia rispetto ai sistemi biologici. La crisi ecologica coincide così con un più ampio processo di messa in discussione dell’antropocentrismo, che investe non solo le infrastrutture materiali delle società contemporanee, ma anche le narrazioni, le rappresentazioni e le categorie attraverso cui l’umanità definisce se stessa. A partire da questo scenario, il paper si propone di indagare la seguente domanda di ricerca: in che modo le pratiche di bioarte contribuiscono a rielaborare culturalmente la crisi ecologica, producendo nuove narrazioni dell’umano e ridefinendo il rapporto tra specie, tecnologie e ambiente? Più specificamente, si intende verificare se e come l’arte contemporanea possa funzionare non soltanto come spazio di rappresentazione della catastrofe ambientale, ma come dispositivo capace di renderne esperibili le implicazioni materiali, etiche e relazionali. Il contributo adotta un quadro teorico interdisciplinare che intreccia sociologia della cultura, visual studies e teorie post-umane, con particolare attenzione ai concetti di interdipendenza, agency distribuita e ibridazione tra biologico e tecnologico. Dal punto di vista metodologico, la ricerca si basa su un’analisi qualitativa di casi studio selezionati nell’ambito della bioarte e delle pratiche biodigitali contemporanee, osservate come dispositivi simbolici e situazionali, con particolare attenzione a opere che intervengono direttamente nei processi ecologici e nei cicli del vivente, come nei sistemi bioattivi sviluppati da Gilberto Esparza. Tali pratiche impiegano organismi viventi, colture cellulari, ecosistemi artificiali e protocolli di laboratorio come veri e propri media espressivi, spostando l’attenzione dall’immagine alla materialità del vivente. L’ipotesi di partenza è che la bioarte non si limiti a tematizzare la natura o a denunciare la crisi ambientale, ma incorpori direttamente processi biologici all’interno dell’opera, trasformando la vita stessa in medium. In questo modo, il vivente non è più oggetto di rappresentazione, ma elemento operativo dell’esperienza estetica. L’ibridazione tra laboratorio scientifico e spazio espositivo ridefinisce i criteri attraverso cui vengono distinti naturale e artificiale, spostando l’attenzione da un soggetto umano autonomo a configurazioni interdipendenti del vivente. La crisi dell’antropocentrismo assume così una dimensione esperienziale, percepibile anche sul piano sensoriale e relazionale. I risultati dell’analisi mostrano come tali pratiche contribuiscano alla costruzione di nuove configurazioni simboliche del rapporto tra umano e vivente, spostando l’attenzione dalla rappresentazione della natura alla sua integrazione nei processi estetici. In questa prospettiva, l’opera bioartistica non si limita a tematizzare l’emergenza ecologica, ma assume una funzione critica ed ecologica, rendendo visibile l’interdipendenza tra sistemi biologici, tecnologici e culturali. In relazione ai temi del convegno, il paper sostiene che le estetiche del vivente rappresentino una forma di rielaborazione culturale dei conflitti contemporanei legati all’ambiente e allo sviluppo tecnologico. Attraverso la materializzazione del vivente come medium, la bioarte contribuisce a ripensare le narrazioni dell’umanità in chiave post-antropocentrica, proponendo modelli di soggettività non centrati sul dominio, ma sull’interdipendenza. In tal modo, l’arte non si limita a riflettere la crisi, ma partecipa attivamente alla costruzione di nuovi immaginari ecologici e di possibili forme di abitare il pianeta. Dal crash antropocentrico a nuove ontologie della cura: modelli d'arte post-digitale in una prospettiva ecofemminista Università degli Studi di Salerno, Italia Di fronte all’urgenza di ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti, il contributo interpreta l’attuale crisi ambientale, globale e sistemica, come sintomo di una frattura epistemologica che investe il paradigma antropocentrico e le sue declinazioni estrattiviste, dalla predazione ecologica dei territori fino al predominio tecno-capitalista su dati e saperi. L’obiettivo è indagare, in una prospettiva ecofemminista, in che modo le pratiche artistiche multimediali post-digitali, possano disarticolare tali logiche, trasformando gli shock prodotti dai conflitti globalizzati in processi di consapevolezza critica e di responsabilizzazione collettiva, mediante la costruzione di spazi di cura. La domanda di ricerca si sviluppa lungo un duplice asse. Ci si chiede, da un lato, in che modo l'arte multimediale possa hackerare i regimi estrattivisti dominanti e farsi contro-narrazione; dall'altro, in che misura tali pratiche artistiche riescano a convertire il trauma in una prassi di cura situata, evidenziando l'interdipendenza tra umano, macchina e ambiente, secondo una logica relazionale e di co-produzione dell'agency. Il framework teorico si fonda sul pensiero di Donna Haraway (2016), in particolare sui concetti di Chthulucene e simpoiesi, che consentono di leggere le differenti pratiche artistiche come configurazioni relazionali multispecie. Si affianca la nozione di matters of care di María Puig de la Bellacasa (2017), estensione del concetto latouriano di matters of fact, che individua la cura come pratica vitale etico-politica che tiene insieme il mondo. In questo senso, la tecnologia, da strumento di dominio estrattivo e di profilazione algoritmica, si tramuta in dispositivo di tessitura di relazioni contro l'alienazione contemporanea. Sul piano metodologico, si adotta un approccio qualitativo comparativo, basato sull’analisi interpretativa di tre case studies, esemplificativi di differenti approcci alla new media art, che si sviluppano attraverso vettori infrastrutturali interconnessi: la dimensione algoritmica (micro), le reti globali dell'informazione (macro) e gli ecosistemi relazionali sui territori (situato). Il primo vettore agisce al livello del codice e della dimensione algoritmica. Alexandra Daisy Ginsberg, mediante sistemi computazionali e modellizzazioni ecologiche, riorienta il design algoritmico verso finalità multispecie, superando la presunzione antropocentrica e assegnando all'umano il ruolo di custode. L’algoritmo viene, in tal modo, riconfigurato come strumento di mediazione ecologica che, problematizzando il primato dell’uomo nella progettazione degli ambienti, redistribuisce l’agency in una prospettiva di becoming-with (Haraway, 2008); quest’ultima si sostanzia nella profonda interdipendenza tra umano e non umano. Il secondo concerne la rete e l'infrastruttura digitale globale. Tabita Rezaire, attraverso opere audiovisive e pratiche rituali, denuncia l'accumulo di potere dell'Occidente bianco, patriarcale e coloniale. Intrecciando cyberspazio, cosmologie indigene e saperi ancestrali, l'artista propone una radicale rilettura, in chiave decoloniale, della tecnologia, che disarticola le gerarchie epistemiche e materiali ereditate dalla storia e configura l'opera come spazio di guarigione. Il terzo è di natura territoriale e relazionale. Nella pratica di Elena Mazzi, l’intervento multimediale site-specific emerge come processo di ricerca situata, fondato sull’instaurarsi di alleanze, attraverso il dialogo e la collaborazione, con comunità coinvolte in conflitti socio-ambientali. L’opera non si limita a rappresentare la crisi ma, mediante l’intreccio di indagine sul campo, installazione artistiche e narrazioni speculative, la attraversa. In questo quadro, il dispositivo artistico opera come spazio di mediazione simbolica e politica, volto a far riemergere memorie rimosse, a decostruire narrazioni egemoniche e a favorire forme di elaborazione collettiva di traumi e sofferenze. Nel loro insieme i tre casi, indagati attraverso una lente ecofemminista, consentono di scoprire nell'arte multimediale un terreno vivo di rinegoziazione simbolica della crisi ecologica e del crash antropocentrico, nel quale si innestano nuove ontologie della cura. Il dispositivo artistico si trasforma, così, in un laboratorio di sperimentazione socioculturale e riflessione collettiva, nel quale possono germogliare inedite pratiche di convivenza e co-responsabilità tra umano, tecnologia e ambiente. Artiste “in guerra”. Ripensare la differenza. Politecnico di Torino, Italia Questo contributo parte da una riflessione sull’evoluzione del rapporto tra donne e tecnologie mediali nell’ambito dei media e gender studies, tracciandone lo sviluppo concettuale attraverso il tecnofemminismo, il femminismo postumano e l’ecofemminismo, per focalizzarsi sugli approcci femministi alla questione del “conflitto”, e mettendo a confronto alcune autrici occidentali con studiose del Medio Oriente. La riflessione teorica serve a leggere il lavoro di artiste contemporanee che operano nell’ambito della media e new media art in due zone di conflitto: Israele-Palestina; Ucraina. Muovendo dagli studi femministi che hanno criticamente indagato la relazione tra genere e tecnologia (Wajcman, 1991, 2004), il contributo ricostruisce le principali configurazioni femministe della relazione umano–macchina–mondo. A partire dalle critiche tecnofemministe al determinismo tecnologico e alle epistemologie androcentriche, l’analisi valorizza la figura del cyborg come dispositivo politico e teorico (Haraway, 1991) capace di destabilizzare le opposizioni binarie tra umano e macchina, natura e cultura. Sono poi presi in considerazione gli approcci femministi postumanisti (Braidotti, 2013, 2019; Barad, 2007), che riconcettualizzano la soggettività come relazionale e incarnata, l’agency distribuita e la responsabilità etica all’interno degli assemblaggi socio-tecnici del contemporaneo. Infine, delle prospettive ecofemministe e neomaterialiste (Shiva, Mies, 1993; Alaimo, 2010; Haraway, 2016), si evidenzia il riposizionamento della relazione uomo-macchina-mondo in termini di interdipendenza, vulnerabilità e radicamento ecologico. Da questo excursus, il concetto di differenza emerge come un contributo centrale del femminismo, non come deviazione da una norma universale, ma come condizione relazionale e produttiva che rimodella il modo in cui il conflitto viene compreso e mediato. Questa traiettoria teorica che mette in relazione differenza (di genere) e conflitto (materiale e simbolico) viene posta in dialogo con studi femministi provenienti dal Medio Oriente, tra cui il lavoro di Lila Abu-Lughod (2013) su militarismo, cultura e narrazioni, e quello di Nadera Shalhoub-Kevorkian (2015) su colonialismo, sorveglianza e governo della violenza. Mentre le teorie femministe occidentali rivendicano la differenza come risorsa epistemologica e politica, gli studi femministi mediorientali sopra menzionati mostrano come la differenza venga attivamente governata, strumentalizzata e mediata nei contesti di guerra, militarizzazione e violenza coloniale. Queste coordinate teoriche trovano una risonanza nelle pratiche artistiche contemporanee che utilizzano i media, in contesti segnati da conflitti in corso, su cui il presente contributo intende soffermarsi. L’arte mediale femminista, in particolare, offre modalità situate e incarnate di confronto con la differenza come condizione vissuta all’interno di ambienti militarizzati. Il lavoro dell’artista palestinese Rehab Nazzal, ad esempio, utilizza video e imaging digitale per contrastare la normalizzazione della violenza coloniale. Analogamente, l’artista israeliana Yael Bartana utilizza installazioni video multicanale per interrogare i temi del nazionalismo, della memoria collettiva e della soggettività politica segnata dalla dimensione di genere. Nel contesto ucraino, pratiche artistiche digitali e mediali che rispondono alla guerra in corso hanno posto in primo piano la soggettività femminile come testimone e agente all’interno di una guerra tecnologicamente saturata. I progetti presentati in piattaforme come UBiennale – Ukrainian Biennale of Digital and Media Art documentano come le artiste e gli artisti utilizzino video immersivi, ambienti digitali e media in rete per affrontare lo sfollamento, il trauma e la devastazione ecologica della guerra in corso. In conclusione, le pratiche artistiche presentate nell’intervento materializzano in forma estetica la lettura teorica del concetto di differenza: gli approcci femministi alle tecnologie mediali nell’ambito della media e new media art mettono in luce come la differenza sia al tempo stesso relazionale e governata, produttiva e strumentalizzata, e come il conflitto contemporaneo si dispieghi attraverso assemblaggi profondamente intrecciati di natura digitale-mediale, ecologica e geopolitica. Future-cultures e legittimazione artistica: la temporalità della crisi climatica come campo narrativo di conflitto Università degli Studi di Milano-Bicocca, Italia La crisi climatica è anche una crisi epistemica che mette in discussione le priorità politiche, estetiche, scientifiche ed economiche dei campi culturali (cfr. Yusoff & Gabrys, 2011). Nel campo dell'arte contemporanea, le mostre, gli incontri e i dibattiti sul ruolo dell'arte nel confrontare l'urgenza climatica sono in rapida crescita. Sempre più diffusa è l'idea che a essere in crisi sia soprattutto la nostra capacità di produrre immaginari nuovi, alternativi o riparativi di un fenomeno dai confini sfumati e dagli effetti spesso invisibili(zzati). Per la sociologia dell'arte, la diffusione di nuove priorità estetiche e politiche è un processo interconnesso con la mutazione delle gerarchie di valore dei campi artistici, che coinvolgono dimensioni come la coesistenza di temporalità e orizzonti di aspettative diversi. In questo quadro, così come la “violenza lenta” (Nixon, 2013) della crisi climatica pone problemi di rappresentazione temporale della crisi, artiste e artisti incontrano crescenti difficoltà a produrre arte in condizioni di precarietà e instabilità spaziale e temporale (Griesbach, 2025). Numerosi studi affrontano il ruolo dell'immaginazione nelle pratiche artistiche e nelle conseguenze sociali di queste trasformazioni (Schneider-Mayerson, 2018; Yusoff & Gabrys, 2011), ma resta meno esplorato il ruolo delle diverse forme di intermediazione critica (Knöchelmann, 2025). È attorno a queste ultime che si sviluppano nuovi assi di confronto, conflitto e frizione, capaci di raggiungere pubblici diversi. A partire da questa prospettiva, il contributo avanza l'ipotesi che la costruzione discorsiva delle temporalità e dell'urgenza climatica nella comunicazione delle opere artistiche giochi un ruolo fondamentale nella definizione degli immaginari socio-climatici emergenti (Milkoreit, 2017). Il lavoro si inserisce così nel crescente campo di studi che guarda alla crisi climatica come conflitto tra diversi orientamenti al futuro (Bazzani, 2023; Beckert & Suckert, 2021). In particolare, l'analisi si concentra sul ruolo del framing nei paratesti di mostre istituzionali di arte contemporanea e fotografia, esaminando quali valori e quali conoscenze vengono privilegiati nella costruzione delle temporalità della crisi. Il contributo articola dimensioni di analisi all'intersezione della sociologia della cultura e del tempo. Una prima mappatura analizza: (a) l'insieme di valori che strutturano il campo discorsivo della crisi climatica come priorità culturale; (b) le principali polarità e posizioni che strutturano la crisi. L'analisi adotta poi il concetto di future-cultures, intese come “a web of temporally forward-oriented, projective symbolic orders and orders of knowledge, which is expressed through and embodied in futuring practices and discourses” (Altstaedt, 2024, p.281), per analizzare: (c) come le configurazioni della crisi si posizionano tra presente e futuro; (d) dove si collocano le azioni necessarie a prevenire il peggioramento della crisi; (e) gli orientamenti teleoaffettivi (Mandich, 2020) che emergono nelle diverse modalità di intendere il futuro come fatto culturale. Il contributo adotta un disegno di ricerca qualitativo multimodale che combina l'analisi del discorso applicata a un corpus di paratesti – comunicati stampa, artist statement, ricezione critica, copertura mediatica – di mostre istituzionali in Italia con un interesse esplicito verso la crisi climatica. La ricerca integra l'analisi dell'intermediazione critica con l'esame delle qualità estetiche e materiali delle opere, all'interno di un'osservazione etnografica più ampia del campo artistico (mostre, presentazioni, discussioni, visite guidate, premiazioni). I risultati illustrano una tipologia di cinque modalità di “temporal engagement” (Mandich, 2020) con i futuri climatici, articolate secondo dimensioni complementari: la progressiva problematizzazione della dimensione estetica e politica; l'attribuzione della responsabilità ad attori più o meno espliciti; l'urgenza di (ri-)costruire il rapporto tra attori umani e non-umani; la tensione tra realismo e speculazione nelle modalità estetiche di rappresentazione. Infine, il contributo avanza ipotesi sulla relazione tra le temporalità emergenti e gli immaginari sociali dominanti della crisi climatica, ragionando sul “potere culturale” di certe narrazioni nell’influenzare i meccanismi di inclusione ed esclusione nel dibattito culturale. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 04: Trasformazioni dell'attivismo Luogo, sala: Aula 5 Chair di sessione: Stefania Parisi |
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Crisi dell’ordine specista e nuove narrazioni digitali. Una ricerca sulla comunicazione dei santuari per animali in Italia 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: LUMSA Università, Roma, Italia Nelle società contemporanee, le lotte per la giustizia sociale sono sempre più mediate da piattaforme digitali, narrazioni visive e pratiche discorsive online che contribuiscono a plasmare l’immaginario collettivo. In un contesto segnato da crisi sistemiche e da conflittualità diffuse — tra modelli familiari tradizionali e nuove forme di convivenza, tra logiche di sfruttamento economico e sensibilità etiche emergenti — le rappresentazioni non si limitano a descrivere le fratture del presente, ma partecipano attivamente alla loro produzione e trasformazione. Se questi processi sono stati ampiamente analizzati con riferimento a soggetti e identità umane, la costruzione comunicativa degli animali non umani come soggetti morali e politici rimane ancora poco esplorata. Il rapporto uomo–animale intercetta infatti uno dei campi di tensione centrali della contemporaneità, quello tra natura e cultura, e mette in discussione gerarchie di valore radicate nell’ordine sociale antropocentrico. In questo quadro, il contributo assume come oggetto di studio i santuari per animali, intesi non soltanto come luoghi fisici di accoglienza per animali salvati dall’allevamento o dal macello, feriti o sottratti a condizioni di sfruttamento, ma come spazi simbolici in cui si articola una critica esplicita all’ordine specista dominante. Già nel loro nome, i santuari evocano un lessico di pace e protezione che, tuttavia, implica una presa di posizione conflittuale rispetto alle gerarchie antropocentriche esistenti. Attraverso le loro pratiche comunicative, essi propongono gli animali come nuove identità politiche e la convivenza interspecie come modello alternativo di organizzazione sociale. Radicandosi nel dialogo tra studi critici sugli animali e media studies, il contributo concettualizza i santuari come arene comunicative in cui vengono prodotte, negoziate e diffuse rappresentazioni alternative delle relazioni interspecie. La comunicazione digitale e visiva svolge un ruolo cruciale nel mettere in discussione i modelli dominanti e nell’articolare un’etica della convivenza emergente. Empiricamente, la ricerca si basa su un’analisi qualitativa dei contenuti digitali di 66 santuari per animali attivi in Italia e dotati di uno spazio online (siti web e profili istituzionali), individuati attraverso un’indagine esplorativa sull’intero territorio nazionale. Il corpus comprende mission e vision, carte dei valori, parole chiave, elementi di identità visiva e materiali iconografici pubblicati sui siti ufficiali. Attraverso un’analisi tematica, lo studio identifica cornici narrative ricorrenti e strategie discorsive che costruiscono gli animali come soggetti dotati di dignità, agency e diritti, ridefinendo parallelamente il ruolo umano da dominatore a partner relazionale e caregiver. I risultati suggeriscono che i santuari operano come hub simbolici in cui vengono elaborati nuovi vocabolari morali e immaginari collettivi. Diffondendo narrazioni alternative di vulnerabilità, resistenza e coesistenza, queste organizzazioni contribuiscono a un più ampio processo di trasformazione culturale che estende le categorie di giustizia e pace oltre la sfera umana. Il contributo, sostenendo che le narrazioni interspecie non costituiscano un ambito periferico della sfera pubblica, adotta una prospettiva comunicativa per analizzare come i santuari per animali italiani rappresentano un terreno strategico di rinegoziazione delle gerarchie di valore e si inseriscono nel più ampio dibattito sulle narrazioni come dispositivi di conflitto e ricomposizione dei confini della convivenza nella società contemporanea. Visualizzare il boicottaggio: strategie di rappresentazione e mobilitazione su Instagram Università degli Studi di Udine, Italia La narrazione del conflitto assume un rilievo crescente nella comprensione delle dinamiche sociali contemporanee, in cui crisi sistemiche rimodulano disuguaglianze e gerarchie di valore e l’arena pubblica si amplia sempre più nella sfera mediale (Bruns, 2023). In questo contesto, le forme della rappresentazione non si limitano a descrivere fratture e tensioni, ma contribuiscono a definire i confini del conflitto, orientare appartenenze e ridefinire spazi di convivenza, diventando strumenti simbolici e pratiche culturali attraverso cui gli attori sociali agiscono e comunicano (Cammaerts, 2012; Hepp, 2020). In tale scenario, diventa rilevante interrogarsi su come gli ecosistemi digitali contribuiscano alla costruzione pubblica del conflitto e alla mobilitazione simbolica. Più nel dettaglio, il presente studio si pone la specifica domanda di ricerca: in che modo la grammatica visuale di Instagram contribuisce a ristrutturare la rappresentazione del conflitto nelle pratiche di boicottaggio digitale? L’approccio adottato poggia sulla teoria del framing dei movimenti sociali (Benford & Snow, 2000), con attenzione ai frame diagnostici, prognostici e motivazionali; strumenti concettuali attraverso cui i movimenti definiscono problemi, propongono soluzioni e orientano l’azione collettiva, nello specifico, all’interno degli ambienti digitali (Molder et al., 2022; Mendelsohn et al., 2024). La letteratura recente sottolinea, infatti, la centralità delle piattaforme digitali come spazi di mediazione, capaci di modellare il discorso pubblico, di veicolare dimensioni morali ed emotive e di costruire soggettività digitali (Mattoni & Teune, 2014; Chang et al., 2022; Weber et al., 2022). In questo quadro, la moralizzazione, la responsabilizzazione collettiva e l’estetizzazione delle immagini assumono un ruolo strategico nella comunicazione del conflitto (Trillò et al., 2021; San Cornelio et al., 2024). Il caso di studio è rappresentato dal profilo Instagram di BDS Italia, espressione nazionale del movimento internazionale Boycott, Divestment, Sanctions, fondato nel 2005 con l’obiettivo di esercitare una pressione nonviolenta sulla questione israelo-palestinese, attraverso pratiche di boicottaggio economico, culturale e accademico. Dal punto di vista metodologico, l’analisi adotta un approccio qualitativo basato su visual framing (Manor & Crilley, 2018) e retorica visiva (Ott & Dickinson, 2008), applicati alla lettura sistematica dei post del profilo Instagram di BDS Italia, attivo da dicembre 2021. Il corpus analizzato comprende 1.085 post pubblicati dall’apertura del profilo al 31 dicembre 2025, un arco temporale che consente di osservare l’evoluzione longitudinale dei frame. Ogni post è stato codificato lungo tre dimensioni principali: a) struttura visiva e compositiva, b) contenuto semiotico e narrativa del conflitto, c) call to action e interpellazione della soggettività digitale. I risultati indicano che la comunicazione in esame si struttura attraverso una standardizzazione estetica e una ricorrenza di pattern visivi (e.g. infografiche, combinazioni testo-immagine, simboli e palette cromatiche riconoscibili) che contribuiscono a una semplificazione simbolica del conflitto. Parallelamente, l’analisi suggerisce che l’interpellazione del pubblico non si limiti alla dimensione informativa, ma costruisca una specifica soggettività digitale: il/la follower è configurato/a come soggetto etico, consumatore responsabile e attore potenzialmente mobilitabile. L’interazione tra visual framing, retorica visiva e logiche di costruzione dei frame mostra come le piattaforme digitali contribuiscano a ridefinire il conflitto non solo come oggetto di rappresentazione, ma come pratica simbolica incorporata nelle routine digitali. In tal senso, il contributo dello studio consiste nel chiarire il ruolo della grammatica visuale nella ridefinizione delle dinamiche di mobilitazione e delle pratiche etico-identitarie, offrendo al contempo strumenti metodologici replicabili per lo studio dell’attivismo digitale in contesti simili. One Piece, Many Voices. Dalla fiction alla protesta: immaginari condivisi e transmedia activism Sapienza Università di Roma, Italia Negli ultimi mesi, in diversi contesti di mobilitazione sociale (dalle Filippine al Bangladesh, fino a sventolare sulle navi della Global Sumud Flotilla), è apparsa la bandiera dei pirati tratta dal manga One Piece, scritto e disegnato da Eiichiro Oda (Wired 2025; Internazionale 2025). La circolazione di questo emblema mostra come gli universi narrativi contemporanei possano attivare processi di appropriazione simbolica orientati all’azione politica e sociale, analogamente a quanto avvenuto in altri casi di mobilitazione ispirata a narrazioni fiction (Jenkins et al. 2020). Pubblicato dal 1997 e tuttora in corso, One Piece rappresenta un caso paradigmatico di narrazione intragenerazionale, capace di attraversare più coorti di pubblico e di sedimentarsi in comunità online attive fin dalle prime fasi delle culture partecipative digitali. Forum, fansub, scanlation, fan theory e cosplay hanno contribuito a espandere lo storyworld oltre il testo originario, configurando un articolato processo di worldbuilding partecipativo. Parallelamente, l’universo narrativo si fonda su un impianto valoriale centrato sulla critica alle disuguaglianze sistemiche (povertà, razzismo, classismo) e sull’affermazione di principi di solidarietà, inclusione e rispetto delle differenze culturali. Il conflitto, inizialmente inscritto nel registro dell’avventura, si amplia progressivamente fino a configurarsi come tensione sistemica tra ordine egemonico e libertà. A partire da questa stratificazione narrativa e valoriale, il contributo propone una riflessione teorico-descrittiva collocata entro un approccio ecologico e transmediale alla comunicazione (Treré 2019; Ciofalo, Pedroni 2022; Boccia Artieri et al. 2025). L’ipotesi è che One Piece, attraverso un processo di worldbuilding partecipativo, abbia costruito un immaginario coerente e condiviso capace di funzionare come collettore narrativo per istanze di protesta eterogenee. La bandiera pirata non costituisce così un semplice riferimento pop, ma un dispositivo simbolico che traduce il conflitto politico in una grammatica narrativa riconoscibile. I valori fondanti dell’opera e il suo successo globale rendono questa narrazione una risorsa in grado di alimentare forme di protesta fluide e orizzontali. Per analizzare il fenomeno, si adotta un approccio transmediale inteso come processo di costruzione ed evoluzione di universi narrativi attraverso pratiche partecipative diffuse (Leonzi 2022). Il concetto di transmedia activism consente di osservare come gli storyworld possano essere riarticolati dal basso, generando mobilitazioni che combinano creatività distribuita, spreadability e azione connettiva (Bennett, Segerberg 2012; Autor* 2024). In tale cornice, l’impianto simbolico dell’opera rende lo storyworld particolarmente adatto a essere riattivato in contesti di protesta. La bandiera dei pirati, emblema diegetico di resistenza e autonomia, diventa un marcatore discorsivo transnazionale capace di connettere movimenti differenti attraverso una comune grammatica del conflitto. L’immaginario fiction opera così come infrastruttura simbolica che facilita identificazione emotiva e costruzione di solidarietà, mentre le pratiche transmediali favoriscono la produzione riflessiva di collegamenti valoriali. Dal punto di vista metodologico, il paper si basa su un’analisi qualitativa delle pratiche comunicative online (Pink et. al 2016) relative alla circolazione del simbolo in contesti di protesta, con particolare attenzione a community e contenuti diffusi su Reddit, TikTok e Instagram. L’obiettivo è ricostruire le traiettorie di appropriazione, risemantizzazione e distribuzione dei significati legati allo storyworld, osservando come esso venga integrato nei repertori mediali degli utenti e nelle figurazioni comunicative dei gruppi mobilitati (Hepp 2020), nonché analizzare livelli e forme di partecipazione in relazione alle motivazioni dei movimenti sociali e ai discorsi online che vi si radicano. In linea con il tema del convegno, il contributo mostra come le narrazioni di fiction possano operare come dispositivi simbolici del conflitto. La comparsa della bandiera di One Piece nei contesti di mobilitazione evidenzia come gli storyworld transmediali diventino risorse culturali capaci di tradurre immaginari condivisi in pratiche partecipative e forme di mobilitazione transnazionale. “Io per lei andrei in guerra”. La tensione tra fandom personalizzato e ideologico nei pubblici dell’influ-attivismo femminista Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia L’attuale configurazione della sfera pubblica digitale, caratterizzata da una natura performativa, affettiva, polarizzata e spettacolarizzata (Bentivegna & Boccia Artieri, 2021), impone l’adozione di nuove categorie interpretative per decodificare le grammatiche della partecipazione politica contemporanea. La prospettiva teorica dei fandom studies (Sandvoss et al., 2017) offre un modello interpretativo efficace per ricondurre queste dinamiche sotto un’unica cornice analitica. La tradizione degli studi sul fandom, originatasi nell’ambito della cultura pop, si è progressivamente estesa alla dimensione politica (Sandvoss, 2013; Dean, 2017). Questo ha reso evidente come il dibattito pubblico non sia dettato esclusivamente da un’adesione razionale, ma sia permeato da processi identitari, affettivi e di intrattenimento, che ricalcano le logiche del consumo mediale dei fandom publics (Jenkins et al., 2016). In questo campo, la letteratura si sta consolidando attorno al fandom “personalizzato”, rivolto a figure istituzionali e leader, trasformati in celebrità politiche oggetto di investimento affettivo (Campus & Mazzoni, 2025). Tuttavia rimane meno esplorato il fandom rivolto agli influ-attivisti: questi soggetti operano all’intersezione tra attivismo digitale e influence culture (Murru et al., 2024) e si stanno affermando come nuovi intermediari politici capaci di “irritare” l’agenda e l’opinione pubblica (Boccia Artieri, 2021). Parallelamente, emerge una seconda prospettiva: il fandom “ideologico”, in cui l’oggetto dell’attaccamento non è la singola individualità, bensì un’affiliazione politica, ideologica o valoriale, rivendicata come etichetta identitaria e ostentata nelle pratiche di consumo digitale (Barnes, 2022). Questo contributo indaga il rapporto tra fandom “personalizzato” verso l’influ-attivista e fandom “ideologico” verso la causa politica, all’interno dei pubblici dell’influ-attivismo femminista italiano su Instagram. La ricerca si interroga su come questi pubblici negozino la tensione tra l’ammirazione verso le singole figure e l’adesione ai valori del femminismo e quali effetti tale negoziazione produca sulle forme di partecipazione. Lo studio adotta un approccio qualitativo basato su 20 interviste semi-strutturate online con soggetti che seguono le/gli influ-attiviste/i maggiormente visibili all’interno del panorama femminista digitale italiano (secondo criteri di tipo tematico, di rilevanza e territoriale, Polesana & Risi, 2024). La selezione delle/dei partecipanti alle interviste è avvenuta attraverso una strategia di campionamento a scelta ragionata (Patton, 2015) basata su un reclutamento multimodale, combinando: (1) l’intercettazione offline di soggetti in occasione delle manifestazioni del 25 novembre a Roma e a Milano, per includere pubblici ad alta intensità partecipativa, (2) il reclutamento online diretto e (3) la tecnica snowball per ampliare la variabilità del campione includendo forme di partecipazione più fluide o mediate. I risultati della ricerca restituiscono una mappatura eterogenea dei pubblici, in cui il rapporto tra l’investimento affettivo verso le influ-attiviste e l’adesione valoriale al femminismo dà vita a un ampio spettro di profili di partecipazione. Da un lato, vi sono soggetti in cui prevale il fandom personalizzato e l’influ-attivista funge da riferimento informativo ed educativo centrale. In questi casi, l’adesione ideologica al femminismo e la partecipazione politica appaiono più individualizzate e intermittenti, faticando ad evolversi in un sentimento collettivo strutturato al di fuori della relazione con l’influ-attivista. Al contrario, i soggetti dotati di una identità femminista più solida e un attaccamento, anche affettivo, più forte alla causa manifestano un legame più distaccato con le influ-attiviste e un maggiore consumo di contenuti di intrattenimento politico. In questi casi, la relazione parasociale con le influ-attiviste è presente ma mediata da una consapevolezza delle logiche algoritmiche e del lavoro digitale, che favorisce un processo di maggior umanizzazione e decostruzione della celebrità. Nel complesso, i risultati suggeriscono che la partecipazione nella sfera pubblica piattaformizzata si configura come un continuum tra attaccamento a figure e attaccamento a cause, in cui il fandom si rivela non come una deriva irrazionale, ma come la risorsa che orienta i processi di accesso, interpretazione e coinvolgimento nella partecipazione politica. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 05: IA e istituzioni Luogo, sala: Aula 6 Chair di sessione: Laura Solito |
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Educati, profilati e invisibili. Carceralizzazione digitale e profilazione lavorativa nell'era dell'intelligenza artificiale Università di Ferrara, Italia L’introduzione dei sistemi di intelligenza artificiale nei servizi di educazione professionale per il reintegro sociale di detenuti ed ex-detenuti apre il dibattito ad un universo di tensioni ancora profondamente inesplorate. Se buona parte del dibattito sulle ingerenze socio-politiche di discriminazione e marginalizzazione degli algoritmi è fino ad ora concentrato sui bias algoritmici (Bender et al. 2021) e la fairness dei problemi di rappresentatività sociale che ne derivano per il carcere (O’Neil 2016), esiste una tensione ancora poco discussa riguardo ad un problema di carattere ontologico: cosa produce (o riproduce) sul piano identitario la costruzione di un profilo digitale finalizzato al reintegro sociale attraverso l’educazione professionale? Questo contributo propone di affrontare tale questione attraverso il concetto di carceralizzazione digitale inteso come un “doppio digitale” (Haggerty e Ericson 2005), ovvero un’identità digitalmente mediata, autonoma, costruita a partire da tracce di dati e che retroagisce sul soggetto reale. Tale concetto è però operativizzato attraverso la profilazione lavorativa intesa come un concetto teorico in cui si incarna digitalmente una specifica logica istituzionale che produce una soggetto stigmatizzato. L’ex detenuto, come oggetto del trattamento riabilitativo, è etichettato come un individuo socialmente e moralmente “in prova” e che deve ancora riscattarsi, ma non può che agire se non mediatamente ad una struttura amministrativa che parla per lui in una dimensione di asimmetria comunicativa, riproponendo le tensioni esistenti tra retorica riabilitativa e pratica custodialista come funzione latente del sistema carcerario (Melossi e Pavarini 1977). In questo quadro teorico, l’IA, letta come tecnologia sociotecnica reticolare (Latour 2005), interviene a più livelli come amplificatore di un regime di invisibilizzazione strutturale e algoritmico, rendendo però possibile uno studio trasversale attraverso un confronto diretto con documentazione istituzionale, materiali formativi e comunicazioni tra enti, anche in un momento storico in cui essa, in Italia, non è ancora coinvolta attivamente. Centrale è l’idea che la carceralizzazione digitale non sia un effetto intenzionale, né necessariamente il prodotto di un algoritmo malfunzionante, ma un conseguenza strutturale del perdurare di una logica di profilazione in un contesto istituzionale in cui l’identità del soggetto è già stata giuridicamente definita come deviante e la cui risocializzazione avviene attraverso una specifica visione moralistica del lavoro. Nella sociologia del carcere, la nozione di carcerazione digitale (digital prison) non è nuova e affonda le radici in approcci critici alle procedure di esecuzione penale esterna nate negli anni ’90 come soluzione per aumentare la capacità del carcere statunitensi (Martin 2025; La Vigne et al. 2009), da cui è emerso un filone di studi che affronta le conseguenze di strategie di implementazione tecnologica finalizzate al controllo (Garland 2001), di cui l’automatizzazione tecnologica è solo un potenziamento di questa logica (Sun 2022). È stato però l’avvento dell’IA e la sua multifunzionalità a inaugurare una nuova corrente di studi che indaga la dicotomia propria dell’istituzione carceraria come dimensione di ricerca prettamente sociologica sulle smart prisons (Poulakka 2025) e sul prison media complex (Kaun e Stiernsted 2023). Un dibattito che anche in Europa si è centrato sulle varie opportunità offerte dalle IA (Fedorczyk 2024), riproblematizzando strategie di riabilitazione sociale (Treleaven e Brown 2025) e promuovono l’efficacia di strategie manageriali e di governance che facilitano la comunicazione tra i vari relè dell’esecuzione penale per snellire il lavoro del personale penitenziario e creare un ambiente più umano per i detenuti (Knight e Van De Steene 2017). Adottando una prospettiva teorica che non intende negare i potenziali benefici dell'IA nella personalizzazione dei servizi, ma interrogarne le condizioni simboliche e comunicative, questo contributo teorico è inteso come un modo per costruire un framework analitico efficace per leggere una transizione che, quando investirà l’Italia, verrà affrontata con strumenti critici adeguati. “Crash” nei percorsi di digitalizzazione della PA e vulnerabilità della comunicazione pubblica: le pratiche di adozione di un digital workplace a livello comunale. Università degli studi Carlo Bo Urbino, Italia In un’epoca segnata da crisi sistemiche e da una crescente frammentazione dei legami sociali, la Pubblica Amministrazione affronta una transizione digitale che impatta significativamente su servizi e modelli di governance (Ducci, 2017; Lovari & Ducci, 2022). L'accelerazione post-pandemia nell'uso delle tecnologie (Faccioli et al., 2020; Boccia Artieri, 2023; ForumPA, 2025) ha reso la comunicazione pubblica un pilastro strategico per la fiducia istituzionale (Oliveira & Gonçalves, 2023; Comunello et al., 2023) e la tutela democratica (OECD 2021, 2024). Tuttavia, nell'attuale ecosistema mediale ibrido (Jenkins, 2006), l'integrazione di strumenti tradizionali, digitali e IA (Desouza et al., 2020) presenta una natura ambivalente: se da un lato consente di promuovere partecipazione, trasparenza e accountability (Canel & Luoma-aho, 2019; Ducci et al., 2021), dall'altro implica che processi quali polarization e information disorder rendono vulnerabile la comunicazione della Pubblica Amministrazione (Bessières, 2018, 2024). Per potere gestire tali vulnerabilità e governare la transizione digitale anziché subirla, l'adozione di tecnologie si dovrebbe integrare virtuosamente con nuove pratiche organizzative e di gestione del “capitale umano” (Macnamara, 2024). Nella comunicazione interna, le tecnologie possono stimolare motivazione e partecipazione (Invernizzi, 2000; Mazzei, 2018; Beniušis, 2023), creando valore pubblico (Twizeyimana & Andersson, 2019) attraverso la cura delle dimensioni relazionali ed emotive, dovendo però affrontare nuove sfide ed eventuali resistenze. Adottando una prospettiva sociomateriale (Orlikowski, 2007; Leonardi et al., 2012), si considera come inseparabili socialità e materialità nei contesti organizzativi, superando la distinzione tradizionale tra tecnologia, lavoro e organizzazione come nettamente (Plesner & Husted, 2022). Con questo approccio è stata condotta una ricerca che riguarda l'adozione di un digital workplace nel Comune di Santarcangelo di Romagna, un esempio significativo di comune di piccole dimensioni, destinatario di fondi europei PNRR. La ricerca si è posta l’obiettivo di monitorare l’adozione di questo strumento all’interno dell’ente per rilevare l’eventuale creazione di valore pubblico, attraverso l’analisi delle pratiche comunicative interne e del ruolo svolto dai comunicatori pubblici indagando anche come la digitalizzazione possa far emergere o mediare conflittualità latenti tra i dipendenti. La ricerca è stata condotta tra luglio 2024 e ottobre 2025, con un approccio mixed methods (Krippendorff, 2018), ed è articolata in due fasi. Nella prima fase (luglio-dicembre 2024), di natura quantitativa, è stata analizzata l’architettura digitale della piattaforma monitorando l’attività e l’utilizzo da parte dei dipendenti (quantità e tipi di contenuto). Nella seconda fase (gennaio-ottobre 2025), sulla base dei risultati emersi nella prima fase, sono state condotte interviste semi-strutturate (’uso di una check-list) con il fornitore e con dieci dipendenti del Comune che svolgono un ruolo chiave nella transizione digitale, integrate da un focus group con dipendenti di vari livelli organizzativi. I risultati della ricerca mostrano un’accoglienza generalmente positiva del digital workplace tra il personale coinvolto, che lo percepisce come uno strumento semplice che facilita la collaborazione e lo scambio di informazioni tra i dipendenti. Se il percorso di introduzione della piattaforma, guidato dall'Ufficio Comunicazione, è stato percepito in gran parte in modo positivo, permangono alcune sue vulnerabilità, legate, ad esempio, al fatto che l'adozione dello strumento non risulta omogenea tra i vari uffici e chi ha meno familiarità con il digitale riscontra difficoltà d'uso. Mentre le funzioni del workplace riguardanti le pratiche lavorative sono apprezzate, gli spazi più relazionali restano poco utilizzati o sottovalutati. Per completare il processo, emerge quindi la necessità di una formazione specifica per i dipendenti. Lo studio, pur presentando i limiti legati alla natura del caso singolo (risultati non generalizzabili), ha consentito di far emergere riflessioni utili per la formulazione di ipotesi di ricerca per l’analisi di altre municipalità di piccole dimensioni, nel contesto italiano ed europeo utili per interpretare e attraversare le conflittualità contemporanee nel settore pubblico. L’illusione della neutralità algoritmica: analisi semiotico-sociologica del pregiudizio ideologico dei LLM System nella narrazione mediatico-politica Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa", Italia L'impiego crescente dei Large Language Models (LLM) come fonti primarie di informazione solleva interrogativi cruciali sulla loro potenziale influenza nella comprensione di eventi geopolitici complessi. La letteratura accademica internazionale ha ampiamente documentato come le architetture di intelligenza artificiale generativa possano incorporare e riprodurre specifiche visioni del mondo, manifestando orientamenti valoriali che inficiano l'ideale di neutralità tecnologica (Motoki, Neto, & Alves, 2024; Santurkar et al., 2023). Inserendosi pienamente nella sezione tematica del convegno relativa a informazione, piattaforme e post-verità nei conflitti, con particolare attenzione all'uso di sistemi intelligenti nella costruzione di narrazioni fuorvianti e nella modulazione del consenso, il presente contributo si pone l'obiettivo di indagare le dinamiche di mediazione algoritmica applicate a temi divisivi. La domanda di ricerca principale intende comprendere se e in che misura la modalità di lettura e interpretazione di azioni propagandistiche su temi politici rilevanti da parte dei LLM sia soggetta a forme di pregiudizio ideologico, e se quest’ultimo si manifesti in maniera palese o latente. Per rispondere a tale interrogativo, lo studio propone un'indagine empirica condotta su cinque tra i più diffusi sistemi LLM a livello globale, sviluppati in contesti geopolitici e aziendali differenti: OpenAI ChatGPT, Google Gemini, Anthropic Claude Opus, DeepSeek-R1 e YandexGPT. Il caso di studio selezionato prende avvio da un'investigazione sulla comunicazione istituzionale e propagandistica israeliana relativa ai progetti di ricostruzione della Striscia di Gaza successiva all’occupazione avviata dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Dal punto di vista metodologico, la ricerca adotta un approccio qualitativo di natura semiotico-linguistica e di stampo sociologico. È stato appositamente costruito un set di investigazione strutturato e oggettivo, somministrato in modo identico ai cinque modelli. L'analisi si è concentrata su due dimensioni analitiche principali destinate a valutare eventuali bias interpretativi: la modalità di formulazione sintattica e lessicale della risposta e le linee di suggerimento proposte autonomamente dagli algoritmi. I risultati dell'indagine evidenziano orientamenti e gradi differenti di lettura e interpretazione tra i vari sistemi, confermando l'ipotesi di una pluralità di approcci dipendenti dall'addestramento dei modelli. In particolare, la ricerca fa emergere forme non sempre palesi di pregiudizio ideologico, svelando come i meccanismi di sintesi e di suggerimento possano fungere da vettori di posizionamento politico. In conclusione, lo studio dimostra che, qualora interrogati su questioni fortemente polarizzate, gli LLM possono nascondere e veicolare bias interpretativi, assecondando o mitigando specifiche narrazioni. Ne consegue la necessità, supportata dalla letteratura scientifica, di approcciare queste tecnologie con estrema cautela critica, riconoscendone il ruolo attivo nella modulazione del consenso e nella complessa ecologia dell'informazione contemporanea. Le PA italiane tra GenAI e Agentic AI: conflitti e pratiche emergenti dal media coverage e nelle percezioni degli RTD regionali 1: Università di Cagliari, Italia; 2: Sapienza Università di Roma Le tecnologie di Intelligenza Artificiale, in particolare l’IA generativa e l’IA agentica (Abendroth Dias et al. 2025), si distinguono per la loro discontinuità con le precedenti innovazioni tecnologiche. Tali sistemi, infatti, hanno la capacità di incidere sull’ambiente circostante in modo estremamente più pervasivo rispetto alle altre “bolle tecnologiche” del passato (Floridi, 2025). Questo impatto - o crash - coinvolge anche le istituzioni pubbliche. L’OCSE (2025) sottolinea l’importanza trasformativa dell’IA nel “rimodellare” governi e società, ad un ritmo senza precedenti. In un quadro globale di incertezza e polarizzazione (WEF, 2026), le istituzioni - in particolare nel contesto dell’UE (Belluati et al., 2025) - sono chiamate a cogliere i benefici dell’IA, mitigare i rischi ed i fattori negativi (Lovari & Brescia, 2025), studiare nuovi modelli di interazione tra esseri umani e IA in ambito pubblico, gestire fiducia e legittimità delle istituzioni in questo scenario (OCSE, 2025). Nelle PA italiane, l’adozione dell’IA risulta ancora frammentata: secondo i dati di una recente indagine nazionale condotta dall’AgID (2025) che ha coinvolto 108 enti pubblici, si riscontra che solo 45 di questi hanno dichiarato di aver avviato sperimentazioni di IA. L’adozione ha prevalentemente riguardato il miglioramento dei servizi, lo sviluppo di chatbot istituzionali e assistenti virtuali per implementare nuove forme di dialogo con i cittadini e una migliore pianificazione delle politiche pubbliche (FPA, 2025). Questa transizione porta con sé inevitabili questioni legate alla trasparenza, l’accountability e la responsabilità delle istituzioni (Andrada et al., 2023). L’opacità algoritmica, la manipolazione dei contenuti e la difficoltà nel distinguere ciò che è prodotto dall’essere umano da quanto viene generato dall’IA rischiano infatti di creare aree decisionali sottratte al controllo democratico, alimentando incertezza e sfiducia verso le istituzioni. In questo scenario, il presente contributo intende esplorare le pratiche emergenti da parte delle PA italiane nell’adozione e integrazione delle tecnologie di IA, oltre al modo in cui tali strumenti stiano ridefinendo le modalità di interazione tra istituzioni e cittadini. In particolare, la ricerca è organizzata attorno a due distinti step. Il primo, già svolto tra gennaio e febbraio 2026, intende cogliere le percezioni dei Responsabili della transizione digitale delle regioni attraverso interviste semistrutturate a tali figure di vertice delle amministrazioni. Il secondo, che verrà realizzato tra marzo e giugno, riguarda un’analisi dei frame sul media coverage nazionale (532 articoli nel 2025; 472 nel 2024) tratto dalle seguenti testate: Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Il Giornale, L’Espresso, Panorama, Il Sole24Ore. L’obiettivo dell’integrazione tra interviste e analisi del media coverage è esplorare opportunità e rischi dell’IA - generativa e agentica - mettendo in relazione pratiche e rappresentazioni, verificando come le narrazioni sull’IA nelle PA - che contribuiscono a orientare l’opinione pubblica e il clima istituzionale (West, 2005) - si riflettano (o meno) nelle scelte operative, nelle percezioni di rischio e nelle strategie di implementazione adottate dai decisori regionali, come avvenne anche nel caso dei social media istituzionali (Lovari, 2013). I risultati preliminari mostrano una copertura mediale polarizzata, oscillante tra enfasi trasformativa e timori di opacità e perdita di controllo democratico. Tuttavia, prevale la cornice della “transizione inevitabile” (Tacheva et al., 2025), più che un allarmismo centrato sulla sostenibilità sociale. Emergono casi di implementazione presentati come buone pratiche, che fungono da repertori simbolici di legittimazione per l’azione pubblica. Le interviste evidenziano una tensione tra spinta innovativa e bisogno di presidio umano nei processi decisionali, con richiami espliciti a trasparenza, accountability e partecipazione (Floridi, 2018). Nella società dell’incertezza, segnata da crisi sistemiche che amplificano conflitti e vulnerabilità, l’IA nella PA non è solo infrastruttura tecnica (Couldry & Hepp, 2017), ma dispositivo narrativo e politico che contribuisce a ridefinire gerarchie di valore e confini della convivenza. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 06: Media education e alfabetizzazioni digitali Luogo, sala: Aula 10 Chair di sessione: Piermarco Aroldi |
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Too Soon for a Smartphone? Understanding the Gap between Parents’ Ideals and Practices Regarding Timing of Children’s First Smartphone 1: University of Milano-Bicocca, Italia; 2: University of Turku, Finland A salient issue in contemporary digital parenting is the time of giving a child their first personal smartphone. While public discourse increasingly calls for shared guidelines and delayed smartphone delivery, empirical evidence on the factors influencing timing of access remains limited. This study leverages large-scale survey data collected in Milan from 6,536 parent–child (attending grades 3 to 8) dyads to examine i) parents’ ideals about timing of first smartphone and the actual timing of children receiving their first personal smartphone and ii) the role that specific motivations and social pressure play in generating the gap between the ideal age expressed by parents and the age at which parents - who have not yet done so - intend to give their child a smartphone. We first compared the distribution of answers to the questions about “actual age” with that to the question about “opinion about appropriate age”. Then we ran two regression models using the difference between the ideal and the actual age to allow a smartphone as a dependent variable, and motivations or social pressure as independent variables. Results show that while the majority of parents (55.1%) believe the appropriate age to grant smartphone ownership would be over 14 years, in practice most children receive their first device significantly earlier, typically at age 11 (30.2%). This four-year average gap between ideal and actual delivery age is consistent across socioeconomic groups, though variations emerge by parental education level: higher-educated parents tend to delay delivery, yet report greater influence from peer pressure (“herd effect”) in ultimately conceding earlier access. The data further indicate that major drivers of the gap are school-related requirements and perceived peer pressure, which are associated with earlier smartphone delivery. These findings underscore the need for coordinated, community-level efforts to help parents align their practices with their ideals. Moreover, as the youth mental health crisis is one of the most pressing issues globally and its connection to smartphones and digital content is increasingly recognized, over time, age regulations will likely become broadly accepted as legitimate and necessary. L’analisi dei fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale. Il ruolo delle tensioni e delle differenze generazionali nella proposta di raccomandazioni di policy Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Italia L’alfabetizzazione mediatica è sempre più riconosciuta come elemento chiave nelle politiche di regolamentazione dei media adottate dall’Unione Europea (UE) (Lacourt 2024; ERGA 2024), nonché nella promozione della cittadinanza digitale (CoE 2019) e nella tutela dell’integrità dell’informazione (OECD 2024). Sebbene l’UNESCO abbia lanciato iniziative rilevanti nel campo della media & information literacy già dal decennio precedente (2013), negli ultimi anni la Direttiva UE sui Servizi Media Audiovisivi ha obbligato per la prima volta gli Stati membri a promuovere e adottare misure per lo sviluppo delle competenze di alfabetizzazione mediatica e a inviare un’apposita relazione alla Commissione Europea sull’attuazione di tali misure ogni tre anni (ERGA 2023), mentre il Regolamento UE sulla Libertà dei Media ha fornito per la prima volta una definizione di alfabetizzazione mediatica in un provvedimento legislativo europeo. In seguito alla recente attenzione per la media literacy, diversi studi hanno cercato di elaborare linee guida per lo sviluppo di iniziative in tale ambito, con particolare enfasi sulle fasce di popolazione più giovani e più anziane come gruppi target (Melstveit Roseme et al. 2024; EDMO 2024). In questo contesto, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, competente in materia di monitoraggio delle attività di promozione delle iniziative di alfabetizzazione mediatica e digitale a livello nazionale (AGCOM 2025a), ha avviato un’attività di ricerca volta a identificare i principali fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale nella popolazione italiana. Tale attività è stata realizzata mediante una survey indirizzata a un campione di 7.053 individui, rappresentativo della popolazione residente in Italia di età pari o superiore a 6 anni. Il piano di campionamento ha previsto l’utilizzo di variabili relative all’area di residenza e al genere, ma soprattutto una particolare attenzione alle fasce di età, attraverso l’individuazione di otto gruppi specifici, tra cui i minori (6-13 anni) e i cd. grandi minori (14-17 anni), fasce di età per i quali è stato effettuato un over-sampling. I principali risultati di questa attività di ricerca riguardano (i) la disponibilità di dispositivi tecnologici, l’accesso ai media, l’accesso alle news e le modalità di regolamentazione dell’accesso dei minori ai media adottate dai genitori, (ii) l’analisi del livello di preoccupazione e della frequenza di esposizione ai principali fattori di rischio nell’ambiente mediatico, nonché le strategie adottate dai cittadini per prevenirli e contrastarli, e (iii) la conoscenza dei sistemi di raccomandazione algoritmica dei contenuti e l’utilizzo di specifici strumenti di curation forniti dalle piattaforme online nella popolazione italiana (AGCOM 2025b). L’obiettivo di questo contributo è presentare i risultati relativi al livello di preoccupazione e alla frequenza di esposizione, nonché alle relative reazioni, alle principali attività e contenuti che possono costituire fattori di rischio sui legacy e digital media da parte delle differenti generazioni, distinguendo in particolare tra fattori di rischio legati alla diffusione di contenuti user-generated negativi (Livingstone et al. 2018; Mascheroni, Olafsson 2018) lungo le dimensioni individuale (contenuti sessuali non desiderati o che incoraggiano disturbi di diverso tipo), collettiva (cyberbullismo, revenge porn, sfide social) e sociale (disinformazione, hate speech). Analizzando come queste dimensioni, che saranno adeguatamente contestualizzate alla luce della più nota letteratura di riferimento in materia di rischi online (Livingstone et al. 2021; OECD 2021) e del contesto della ricerca, risultino più o meno rilevanti per le coorti generazionali individuate (Frezza, Merico 2023; Bristow 2024), sarà possibile evidenziare come tensioni e differenze generazionali possano condizionare le proposte di raccomandazioni di policy e di iniziative specifiche in materia di alfabetizzazione mediatica, che inevitabilmente dovranno essere adattate ai distinti e talvolta antitetici fabbisogni delle diverse generazioni. Crash epistemici. Alfabetizzazione algoritmica e frattura tra competenza tecnica e consapevolezza critica nelle culture universitarie Sapienza Università di Roma, Italia La diffusione pervasiva dei sistemi di Machine Learning (ML) e Intelligenza Artificiale (IA) non ha prodotto soltanto innovazioni tecniche, ma è anche intervenuta nella ridefinizione delle forme del sapere, della responsabilità e dell’agire umano in ambienti algoritmicamente mediati (Benjamin, 2019; Crawford, 2021). In quanto dispositivi socio-tecnici (Airoldi, 2022), tali sistemi incorporano e riproducono asimmetrie di genere, etnia e classe sedimentate nei dati e nei processi di sviluppo, sollecitando conflitti intorno ai criteri di equità, riconoscimento e legittimità epistemica (Noble, 2018; Broussard, 2023). L’IA si configura così come uno spazio in cui si ridefiniscono i confini tra umano e artificiale, agency e automazione, comprensione critica e delega cognitiva. Sulla base di tali premesse, il contributo esplora come differenti background formativi possano influenzare l’elaborazione di tali tensioni, chiedendosi se e in che modo le culture disciplinari condizionino la costruzione delle narrazioni sull’IA e la capacità di tematizzarne criticamente i bias, inclusi quelli di genere, e le ricadute sociali. L’indagine si basa su sei focus group omogenei per area disciplinare, che hanno coinvolto in totale 34 persone iscritte a corsi di laurea o dottorato di psicologia, studi di genere, storia dell’arte, comunicazione d’impresa, ingegneria delle telecomunicazioni e informatica. I partecipanti sono stati selezionati attraverso campionamento intenzionale e la scelta del focus group è stata funzionale all’osservazione della costruzione collettiva delle narrazioni sull’IA e delle configurazioni discorsive emergenti in un contesto dialogico. I materiali sono stati analizzati mediante analisi tematica (Braun & Clarke, 2006) con prospettiva comparativa tra gruppi. I risultati non mostrano semplicemente differenze tra discipline, ma evidenziano una frattura strutturale. Nei gruppi socio-umanistici emerge una forte sensibilità verso la dimensione politico-culturale dei bias e verso la riproduzione delle gerarchie di genere nei sistemi algoritmici, una sensibilità che appare attraversata anche dai posizionamenti di genere delle persone partecipanti. Tale consapevolezza convive, tuttavia, con pratiche d’uso che tendono ad antropomorfizzare i sistemi conversazionali e a delegare loro funzioni consulenziali anche nella sfera emotiva (Turkle 2011; Laestadius et al., 2024), rivelando una scarsa comprensione dei vincoli tecnici che strutturano i modelli. Nei gruppi tecnico-scientifici si riscontra, invece, una competenza operativa elevata e una lucida consapevolezza dei limiti strutturali - dalle allucinazioni all’impossibilità di bonificare dataset massivi - accompagnata però da una tendenza a ricondurre i bias a problemi di ottimizzazione computazionale, trattando anche le questioni di genere come variabili tecniche da calibrare anziché come espressione di disuguaglianze sistemiche. Sebbene emergano differenze ricorrenti, tali configurazioni non si presentano in forma assoluta: in entrambi i contesti si osservano tentativi parziali di integrazione tra dimensione tecnica e riflessione critica, che tuttavia non si consolidano in una competenza trasversale stabile. Nessun gruppo integra stabilmente le due dimensioni: la competenza tecnica e la consapevolezza critica appaiono distribuite in modo disgiunto, producendo un “crash” epistemico - ossia una frattura strutturale tra competenza tecnica e consapevolezza critica che impedisce l’integrazione tra cornici interpretative differenti - che non si manifesta tanto nello scontro esplicito tra soggetti, quanto nella difficoltà sistemica di costruire un linguaggio condiviso di responsabilità (Knorr Cetina, 2007). L’alfabetizzazione algoritmica emerge così non come deficit individuale, ma come problema istituzionale e culturale, poiché l’università riproduce una separazione tra sapere tecnico e sapere critico che ostacola la ricomposizione simbolica delle fratture generate dalle tecnologie computazionali (Long & Magerko, 2020). Ne deriva che ripensare l’educazione all’IA implica intervenire sulla scissione strutturale tra sapere tecnico e sapere critico, assumendo il conflitto tra cornici epistemiche non come incidente, ma come condizione strutturale della contemporaneità algoritmica. Solo un’integrazione sistemica tra competenze operative e consapevolezza politico-culturale può evitare che la frattura rilevata si traduca in una delega inconsapevole o in una critica priva di strumenti tecnici. Conflitti di Identità nell'Infosfera: Media Education ed Educomunicazione come Pratiche di Resilienza Formativa Università degli Studi di Messina, Italia Nella società dell'incertezza, caratterizzata da crisi sistemiche che ridisegnano vulnerabilità e gerarchie di valore, la transizione verso una condizione "onlife" (Floridi, 2017) ha generato un conflitto epistemologico profondo. Questo scontro non riguarda meramente l'adozione tecnologica, ma investe la costituzione stessa della soggettività adolescenziale, ponendo in tensione le narrazioni formative tradizionali — radicate in istituzioni come la famiglia, la scuola e le comunità religiose — con le nuove logiche di performance algoritmica imposte dai social media. Tale scenario ridefinisce valori, appartenenze e pratiche di cura, esponendo le nuove generazioni a forme di alienazione digitale e solitudine strutturale, dove il legame tra esseri viventi appare sempre più fragile e mediato da interfacce. Il presente contributo intende indagare come tale tensione influisca sui ruoli familiari, sulle dinamiche generazionali e sulla capacità di solidarietà, proponendo una risposta educativa capace di favorire resilienza e consapevolezza critica. La domanda di ricerca centrale è: in che modo i paradigmi della Media Education e dell'Educomunicazione possono rispondere al conflitto tra narrazioni identitarie tradizionali e logiche algoritmiche, riconfigurando gli spazi della convivenza e della formazione? Attraverso un quadro metodologico critico-multidisciplinare, che integra la diagnosi sociologica della condizione adolescenziale (Zuboff, 2019; Turkle, 2011) con l'analisi dei modelli pedagogici contemporanei (Buckingham, 2006; Rivoltella, 2020), lo studio esamina le dinamiche di vetrinizzazione, iperconnessione e isolamento emergenti negli ecosistemi digitali. L'analisi si avvale di dati empirici recenti che correlano l'uso intensivo delle piattaforme all'aumento di sintomi depressivi e alla percezione di solitudine, nonostante l'iperconnessione (UNICEF, 2024; Orben & Przybylski, 2019). I risultati evidenziano che il conflitto non è meramente tecnologico, ma antropologico: l'identità narrativa viene sostituita da un'identità algoritmica ottimizzata per il mercato dei comportamenti futuri. Le istituzioni formative tradizionali subiscono una crisi di potere simbolico: la famiglia diventa un nodo di flussi informativi privi di confini, dove la cura rischia di trasformarsi in controllo digitale, e la scuola un'agenzia di gestione comportamentale che fatica a competere con i tempi della rete. Si registra una tensione generazionale marcata, dove gli adulti appaiono spesso privi di strumenti per guidare i giovani in un ambiente che essi stessi non abitano criticamente. La Media Education, nella sua tradizione critica, offre strumenti per decostruire le architetture di potere delle piattaforme, insegnando a leggere i bias algoritmici e le strategie di captazione dell'attenzione. Tuttavia, la sola analisi critica non basta. L'Educomunicazione, radicata nella pedagogia della liberazione (Freire, 2002; Citelli, 2014), promuove una riappropriazione partecipativa della parola e dell'agency, trasformando i giovani da consumatori passivi a produttori culturali consapevoli. L'analisi evidenzia l'urgenza di ripensare le pratiche educative e di cura per favorire forme di resilienza capaci di abitare il silenzio e la relazione incarnata, al di fuori della logica della performance. La convergenza tra Media Education ed Educomunicazione non si limita alla formazione di utenti consapevoli, ma mira a coltivare soggetti capaci di trasformazione sociale, ricostruendo legami comunitari autentici e contrastando la solitudine connessa. In questa prospettiva, la diagnosi strutturale dell'alienazione digitale si configura come prerequisito per ricostruire spazi di convivenza autentica, ridefinendo il ruolo dell'educazione come atto di resistenza antropologica e politica volto a ripensare l'umano nell'era digitale. Si delinea così un percorso necessario per affrontare le patologie della soggettività contemporanea, superando la dicotomia tra entusiasmo e allarme tecnologico per abbracciare una responsabilità formativa radicale. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 07: Traumi culturali e memoria delle catastrofi Luogo, sala: Aula 11 Chair di sessione: Anna Lisa Tota |
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Delayed Digital Disaster Memory: narrazioni e rinegoziazioni del terremoto del Friuli del 1976 cinquant’anni dopo Università degli Studi di Udine, Italia I disastri naturali producono traumi collettivi la cui elaborazione non si esaurisce nel momento dell’evento, ma si prolunga nel tempo attraverso pratiche culturali, narrative e commemorative (Halbwachs, 1950; Tierney, 2019). Il presente contributo indaga come, a cinquant’anni di distanza, la memoria del terremoto del Friuli del 1976, uno degli eventi sismici più devastanti della storia italiana del Novecento, non si sia cristallizzata in un archivio statico, ma venga riattivata, negoziata e rielaborata sui social media, configurandosi come un processo continuo di ricomposizione simbolica di un trauma comunitario. Fondato nel dibattito sulla mediatizzazione della memoria e sulle pratiche di memoria digitale (Hoskins, 2017; Pentzold, 2009; Van Dijck, 2007), lo studio esamina in che modo le piattaforme digitali rendano possibili forme differite di ricordo collettivo e quali contenuti, temporalità e posizioni soggettive emergano sotto forma di frame narrativi contemporanei. In particolare, si analizza come uno spazio digitale vernacolare possa dare vita a forme di ricordo differite nel tempo, attivando dinamiche che intersecano identità individuale, appartenenza comunitaria e memoria dei luoghi (Kaun & Stiernstedt, 2014; Mandolessi, 2023; Pentzold, 2009). La ricerca analizza l’attività del gruppo pubblico di Facebook “Terremoto Friuli 6 maggio 1976” (8.561 membri), combinando analisi tematica qualitativa, analisi temporale e analisi interazionale dei commenti. Il corpus comprende la totalità dei post (N = 2.467) pubblicati tra il 2009, anno di creazione del gruppo, e il 2025, e permette di osservare, in un arco temporale relativamente lungo, come una comunità colpita da una crisi sistemica costruisca e mantenga nel tempo la propria narrazione del trauma, al di fuori dei canali istituzionali e dei media mainstream. I risultati mostrano che il gruppo funziona come uno spazio affettivo e memoriale articolato in particolare attorno a tre dimensioni: (1) Testimonianze autobiografiche: Il cuore del gruppo è costituito dal racconto in prima persona. I post ricostruiscono con estrema precisione sensoriale l’istante della scossa, rivendicando un’autorità basata sul “vissuto” che si contrappone spesso alle narrazioni istituzionali, talvolta percepite come distanti o eccessivamente formalizzate; (2) Riconoscimento comunitario e memoria dei luoghi: Il gruppo funge da archivio visivo dove il confronto tra il “com’era” e il “com’è” attiva riflessioni sulla ricostruzione. Questa pratica non è solo nostalgica, ma serve a riaffermare l’identità territoriale (il cosiddetto “Modello Friuli”, che funge da ancoraggio valoriale) in risposta alle crisi del presente; (3) Meta-riflessività: Si osserva un discorso esplicito sulla necessità di “non dimenticare”, che configura il gruppo come un dispositivo di resistenza all’oblio. Queste pratiche, pur presenti in modo costante, emergono con particolare intensità in corrispondenza delle ricorrenze anniversarie. A partire da questi risultati, il contributo propone il concetto di “delayed digital disaster memory” per descrivere una forma di memoria digitale caratterizzata da tre tratti distintivi: latenza temporale (la capacità delle piattaforme di riportare in superficie memorie sedimentate dopo decenni); agency narrativa (il ruolo attivo degli utenti nel riscrivere il significato collettivo del disastro); apertura dialogica (la natura fluida del ricordo, che si rigenera nel commento e nell’interazione). Etna vs. La Palma: Framing, emotional narratives and territorial identity in the communication of volcanic crises 1: Università degli Studi di Catania, Italia; 2: Universidad de Alcalá (UAH; 3: Universidad de Alcalá (UAH Volcanic eruptions are not only environmental emergencies but also communicative events through which cultural meanings, territorial identities, and forms of collective memory are negotiated. This paper comparatively explores the media communication of the eruptions of Monte Etna (Italy) and Volcán de La Palma (Spain), approaching these events as moments in which natural risk intersects with processes of cultural interpretation and heritage construction. (De)costruire la crisi: riflessioni sulla società dell’incertezza tra ipernormalizzazione del rischio e compassion fatigue nelle arene discorsive di Reddit Università La Sapienza di Roma, Italia L’attuale ecosistema comunicativo mediatizzato (Couldry & Hepp, 2018; Hepp, 2022; Kissas, 2024) investe una molteplicità di domini sociali, agendo non solo sulla riproduzione del reale entro determinate coordinate culturali, ma anche sulla produzione di nuove forme di realtà che concorrono alla gestazione di un immaginario collettivo sempre più frammentato (Micalizzi, 2025). L’emersione di media algoritmici generativi e di inedite categorie di AI-generated content (Cao et al., 2025) coinvolge ricorsivamente differenziate figurazioni di utenti (Beer, 2022; Hepp & Hasebrink, 2018), ridefinendo le modalità attraverso cui questi valutano la verosimiglianza degli input informativi ricevuti contestualizzandoli entro specifiche cornici di rilevanza (Gamage et al., 2025). Rapportando tale scenario all’idea di società dell’incertezza e alla sua possibile traduzione in molteplici livelli di rischio percepito considerando le molteplici forme di infodemia caratterizzanti il mediascape contemporaneo (Giddens, 1991; Beck, 1992; Bauman, 1998; Mythen, 2022; Zinn, 2023), risulta problematico ricostruire il repertorio di strategie attraverso cui gli individui recepiscono e riflettono sulle crisi globali e su come queste vengono raccontate dai media tradizionali e digitali. Tale complessità si acuisce considerando come la filiera produttiva dell’informazione sia progressivamente gravata da disordini interni e dalla proliferazione di contenuti informativi non ufficiali e mendaci che ne rendono precaria la funzione epistemica (Wardle & Derakhshan, 2017 Egelhofer et al., 2022; Durodolu & Osedo, 2025). Risulta altresì rilevante come la circolazione di contenuti disinformativi in contesti di crisi geopolitica agisca da dispositivo affettivo capace di abbassare la motivazione all’azione civica giungendo ad un più evidente disimpegno dalla sfera pubblica (Serrano-Puche, 2021; Altay et al., 2023) In questo senso, il contributo intende esplorare come due specifici fenomeni, l’ipernormalizzazione del rischio e la compassion fatigue, siano esperiti e collettivamente negoziati dagli utenti sottoposti agli effetti entropici dell’overload informativo (Bhowmik, 2025). Il primo, ripreso dalla lettura che Curtis (2016) ha offerto della contemporaneità occidentale descrive il processo con cui la reiterazione massiccia di eventi destabilizzanti induce una progressiva normalizzazione della crisi e dell’emergenza, erodendo la capacità di immaginare alternative e producendo forme di estetizzazione che neutralizzano l’urgenza anche politica del momento critico. Il secondo consiste invece nella risposta adattiva all’esposizione prolungata a contenuti traumatici fruiti digitalmente, implicando processi di dissociazione empatica e ritiro da qualsiasi forma di partecipazione e attivismo (Figley, 1995; Kinnvall & Mitzen, 2022, Toff & Nielsen, 2022; Saha et al., 2023). Sul piano metodologico, lo studio adotta un approccio qualitativo basato sull’osservazione etnografica digitale non partecipante (Hine, 2000; Pink et al., 2015; Kozinets & Gretzel, 2025) e sull’analisi del contenuto (Krippendorff, 2018) di tre specifiche community di Reddit ad alta densità discorsiva (Luthar & Črnič, 2017; Fu et al., 2023), r/Ethics, r/SeriousConversation e r/Collapse, accomunate da un particolare accento verso il dibattito su notizie di attualità geopolitica e questioni emergenziali di vario genere. I risultati preliminari mostrano come, in controtendenza rispetto alle dinamiche di chiusura e di riluttanza verso eventi critici ed emergenziali, gli utenti attivino, nei thread e nei relativi commenti, momenti di dibattito orientati a riattivare la capacità critica di lettura del presente, di riconoscimento e di mobilitazione verso la crisi. Attraverso pratiche di fact-checking collettivo, costruzione condivisa di nuovi frame interpretativi e mantenimento di un clima di discussione costruttivo, le community analizzate operano come vettoridi resistenza rispetto agli effetti di compassion fatigue e di ipernormalizzazione dell’incertezza. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 08: Discorsi e temporalità della crisi Luogo, sala: Aula 12 Chair di sessione: Paolo Terenzi |
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Abitare la crisi. Narrazioni e immaginari della sopravvivenza. Università degli studi di Cagliari, Italia Nella contemporaneità la crisi si presenta come una grammatica ricorrente del discorso pubblico, un costrutto simbolico che orienta percezioni, aspettative e possibilità di azione. Parlare di crisi significa interrogare i linguaggi e le narrazioni attraverso cui essa viene resa intelligibile, credibile e performativa. Muovendo dalla sociologia degli immaginari, il contributo assume che ogni crisi implichi una frattura degli orizzonti simbolici condivisi: quando gli immaginari dominanti perdono la loro capacità orientativa, si genera una frammentazione e moltiplicazione di narrazioni concorrenti, che alimentano nuove forme di vulnerabilità. Il conflitto non si configura più solo e principalmente come antagonismo politico tra soggetti o gruppi riconoscibili, ma come scontro simbolico. Come sottolinea N. Elias, i processi di crisi riflettono trasformazioni profonde nei modelli di interdipendenza che legano gli individui alla collettività e investono la trama affettiva e relazionale che struttura la società. Dunque, la crisi può essere letta come un momento di riorganizzazione delle emozioni e dei legami sociali, un osservatorio privilegiato per analizzare i mutamenti delle forme di soggettivazione e delle configurazioni collettive, poiché mette in tensione norme, aspettative e immaginari che normalmente restano impliciti. La sociologia degli immaginari offre il metodo per tradurre questi processi in un’analisi delle narrazioni, dei simboli e delle pratiche culturali attraverso cui viene raccontata e resa socialmente efficace. Le parole e le immagini con cui si descrive ne influenzano l’impatto sociale e le possibili vie d’uscita. Come osserva Bourdieu (1982), il linguaggio non è mai un mezzo neutro di comunicazione, ma uno strumento di potere simbolico che contribuisce a definire ciò che ha valore e ciò che merita riconoscimento. A partire da questa prospettiva, si proprone La parete (1963) come dispositivo sociologico e modello per osservare, in forma radicalizzata, il collasso degli immaginari contemporanei. Scritto dalla viennese Marlen Haushofer, il romanzo è il diario di una donna che rimane isolata dal resto del mondo a causa della comparsa di una barriera invisibile che la separa da ogni altra forma di vita. Rimasta nella compagnia di alcuni animali, che diventano i suoi unici compagni, col passare del tempo, impara a vivere in armonia con la natura, coltivando il proprio cibo e affrontando le difficoltà della solitudine e dell’autosufficienza. La sopravvivenza non dipende dai consueti strumenti di controllo e sfruttamento dell’individuo moderno, ma da una nuova capacità di definire il sé. La parete mostra un oltre concettuale e sottolinea la possibilità di immaginare futuri alternativi una volta che il quadro tecno-capitalistico crolla. Il conflitto si manifesta nel rapporto con il corpo, costretto a confrontarsi con la fatica; nel rapporto con l’ambiente, che non è più sfondo ma condizione materiale di nuove possibilità; nel rapporto con il tempo, che perde ogni scansione sociale; nella solitudine radicale e nella memoria. La protagonista scrive un diario per non dissolversi, una pratica necessaria dell’agire quotidiano: un gesto di cura minimale, un tentativo di ordine. In assenza di informazione, di riconoscimento e di mediazioni simboliche, la narrazione opera come infrastruttura epistemica residua, capace di mantenere una continuità temporale e cognitiva laddove il mondo sociale non offre più orientamento. Diventa così uno spazio ambivalente: da un lato, terreno di esposizione alla vulnerabilità; dall’altro, luogo possibile di rielaborazione e di tenuta del senso. Analizzare la crisi come costrutto simbolico implica quindi una presa di coscienza riflessiva che riguarda anche lo sguardo sociologico che operi una rottura con l’evidenza e con ciò che si impone come naturale e indiscutibile. In questo senso, la crisi diventa un luogo privilegiato di illusio e la riflessività sociologica assume una funzione critica specifica: non indicare cosa fare, ma rendere pensabile ciò che l’ordine simbolico dominante tende a escludere. LA FINE DEL MONDO COME DISPOSITIVO PER LA PRODUZIONE SOCIALE DEL SENSO Federico II, Italia Il presente contributo intende indagare come, nella società contemporanea, l’archetipo della fine si trasformi in narrazione di crisi permanente, configurazione discorsiva in cui la “fine” diviene orizzonte continuo dell’esperienza collettiva. Le narrazioni escatologiche, in quanto forme simboliche e narrative che tematizzano la fine inscrivendola in una struttura di significazione capace di orientare l’immaginario, operano come dispositivi di senso che permettono di rappresentare crisi, conflitti e trasformazioni. Dai miti del diluvio alle trasposizioni della fantascienza novecentesca, la crisi si configura come spazio liminale in cui l’immaginario articola la vulnerabilità e la finitezza dell’umano. Nelle società arcaiche la decadenza è inserita nella dialettica dell’eterno ritorno: la catastrofe rinnova il mondo, rifondandone il ciclo della vita. In questa articolazione archetipica, il dolore è salvifico, la sofferenza rigenerante, lo shock necessario alla sopravvivenza. Nel desiderio ancestrale di assistere all’annullamento di ogni costrutto risiede dunque la produzione di senso della crisi, poiché ogni pensiero sulla finitezza implica necessariamente una riflessione morale sul mondo e dunque sugli individui che lo abitano. Non sono quindi le narrazioni in sé a generare anomalie, ciò che muta non è la presenza dell’archetipo, ma la sua circolazione. Attraverso lo snodo epocale della modernità, in specie nel suo coronamento industriale, le infrastrutture digitali privilegiano un’escatologia polarizzata in cui la “fine” è costantemente inglobata nel discorso pubblico che ne intensifica la reiterazione e la carica emotiva. La logica algoritmica della visibilità, fondata su, polarizzazione e competizione, favorisce contenuti che amplificano la minaccia e l’eccezionalità. Capace di attivare corde profonde dell’esperienza umana, l’urgenza con cui essa è veicolata produce paura e divisioni, instaurando una sensazione di irrisolvibile crisi permanente. Il paper si pone l’obiettivo di evidenziare come la circolazione digitale della crisi trasformi l’eccezione in condizione ordinaria, rendendo la percezione della fine una modalità strutturale di organizzazione del consenso e della visibilità pubblica. Dal disincanto al crash: reincantare l’umano tra sviluppo individuale e storia collettiva Associazione di Promozione Sociale Il valore del femminile, Italia Il contributo propone una lettura del “crash” contemporaneo come crisi sistemica dell’umano, connettendo l’analisi sociologica delle trasformazioni strutturali con l’interpretazione simbolica dei processi culturali. L’ipotesi centrale è che l’attuale fase storica si collochi oltre una semplice instabilità congiunturale: siamo di fronte a una frattura narrativa e istituzionale che investe le forme di legittimazione del sapere, dell’autorità e dell’identità. A partire dal paradigma del disincantamento del mondo elaborato da Max Weber, la modernità viene interpretata come processo di razionalizzazione che ha progressivamente eroso i sistemi simbolici tradizionali, sostituendoli con logiche tecnico-burocratiche e performative. Tale dinamica, lungi dall’essere neutra, ha prodotto nuove gerarchie di valore e nuove forme di capitale simbolico, nel senso delineato da Pierre Bourdieu, contribuendo alla costruzione di un’immagine dominante dell’umano centrata su efficienza, competenza e produttività. In questa prospettiva, il “crash” contemporaneo equivale a una rottura del paradigma performativo: l’indebolimento delle grandi narrazioni, già tematizzato da Jean-François Lyotard, si combina con la fluidità dei legami sociali descritta da Zygmunt Bauman e con la radicalizzazione della riflessività istituzionale di Anthony Giddens, generando un contesto di incertezza strutturale. Le istituzioni non garantiscono più continuità simbolica; i conflitti sono politici, economici e, oggi più che mai, ontologici: riguardano ciò che viene riconosciuto come pienamente umano. Il quadro teorico integra sociologia della modernità, teoria del capitale simbolico e pensiero complesso, nella prospettiva sistemica proposta da Edgar Morin, mettendo in dialogo trasformazioni istituzionali e dinamiche simboliche. Metodologicamente, il contributo adotta un approccio teorico-critico interdisciplinare, fondato sull’analisi comparativa tra modelli di sviluppo individuale e processi storico-sociali, non in chiave deterministica ma come dispositivo euristico. In tale senso, il riferimento al processo di individuazione elaborato da Carl Gustav Jung viene assunto come metafora in cui le polarità in tensione trovano una sintesi. La crisi viene così rappresentata in quanto momento liminale: analogamente alle fasi evolutive individuali, anche i sistemi sociali attraversano rotture che disarticolano equilibri precedenti e rendono visibili conflitti strutturali. Particolare attenzione viene dedicata alla categoria della fragilità che occupa una posizione scomoda rispetto all’ordine performativo dominante. Le soggettività marginalizzate — in quanto non pienamente allineate ai criteri di efficienza e normalità — rendono visibile il carattere selettivo delle definizioni sociali di valore. Ne consegue che il crash si configura altresì come crisi del modello antropologico implicito nella modernità: ciò che eccede la prestazione smaschera i limiti del paradigma. I risultati attesi consistono nella proposta di una cornice interpretativa del crash come soglia trasformativa. La frammentazione delle grandi narrazioni e l’indebolimento delle istituzioni simboliche vengono interpretati come indicatori di una possibile rinegoziazione collettiva del senso. Si sostiene che siamo di fronte a una profonda mutazione antropologica: mutano le forme organizzative della società e, con esse, la definizione stessa di ciò che viene riconosciuto come umano. In tale contesto viene introdotto il concetto di “reincantamento critico”, volto a integrare razionalità, vulnerabilità e dimensione simbolica in una nuova forma di risonanza (Rosa, 2010). Tale prospettiva suggerisce la necessità di una pedagogia della vulnerabilità capace di generare nuove forme di legame sociale, fondate sul riconoscimento dell’interdipendenza piuttosto che sulla mera prestazione. Il crash diventa così il punto in cui l’umano è chiamato a ridefinire se stesso in un ripensamento insieme strutturale e simbolico. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 09: Migrazioni e rappresentazioni Luogo, sala: Aula 13 Chair di sessione: Paola Parmiggiani |
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Prospettive creative sulla rappresentazione delle (im)mobilità legate al clima: il ruolo dell’arte nel ripensare la migrazione climatica Università di Bologna, Italia Sia i media che l’arte svolgono un ruolo cruciale nella costruzione degli immaginari collettivi attraverso cui le società interpretano le crisi contemporanee. Essi non si limitano a riflettere la realtà, ma la modellano attivamente, selezionando cornici narrative, regimi di visibilità ed economie dell’emozione che influenzano ciò che viene percepito come urgente, minaccioso o degno di cura (Bentivegna, Boccia Artieri, 2019; Chouliaraki, 2006). Nel contesto del cambiamento climatico e della migrazione, questo potere simbolico diventa particolarmente rilevante: le rappresentazioni mediatiche contribuiscono a definire chi è riconosciuto come soggetto politico, chi è ridotto a vittima e chi è invece criminalizzato come minaccia (Autor*, 2022). Al contempo, se da un lato i media rischiano di diventare megafono della politica, veicolando stereotipi e frames funzionali a determinate ideologie o interessi elettorali; dall’altro, l’arte agisce come spazio critico capace di sfidare i linguaggi dominanti e svelare relazioni ecologiche, storiche e affettive che sfuggono ai discorsi tecnocratici e securitari (Rancière, 2009; Demos, 2016;Tota, 1999; Gemini, Brilli, 2023 ). Con l’intensificarsi della crisi climatica, la figura del cosiddetto “rifugiato climatico” è divenuta centrale nell’immaginario politico globale, spesso inscritta in una narrazione di minaccia che privilegia l’insicurezza e il controllo dei confini rispetto all’analisi delle disuguaglianze storiche, delle vulnerabilità differenziate e delle responsabilità sistemiche (Ransan-Cooper et al., 2015; Autor*, 2023; Boas et al., 2024). Queste cornici distorte alimentano ansie collettive, legittimano pratiche discriminatorie e rafforzano regimi di frontiera sempre più militarizzati, soprattutto nel Nord globale (Rumford, 2014; Autor*, 2022). A partire da queste premesse, il contributo esamina le narrazioni intrecciate di cambiamento climatico e migrazione, concentrandosi su come le narrazioni mediatiche da un lato, e le pratiche artistiche dall’altro plasmino la percezione pubblica delle (im)mobilità indotte dal clima (Autor* 2025). L’intervento propone di ampliare la comprensione dei discorsi sulle (im)mobilità climatica esplorando come diverse forme artistiche (performance, installazioni, pratiche partecipative e multisensoriali) siano capaci di riformulare tali narrazioni. Attraverso l’analisi di alcuni progetti e opere di artisti contemporanei (Andreco, Angela Tiatia, Giulia Piermartiri e Edoardo Delille, Yinka Shonibare e altri), il contributo indaga in che modo le rappresentazioni dei migranti climatici possano tanto riprodurre e rafforzare quanto decostruire e sfidare i luoghi comuni dominanti. Si tratta infatti di pratiche artistiche che hanno il potenziale di favorire un coinvolgimento emotivo e incarnato, producendo forme di rottura epistemica e spazi di immaginazione politica oltre i limiti del discorso istituzionale (Autor*, 2021; Autor*, 2020). L’arte contemporanea emerge così non come mera rappresentazione, ma come intervento critico che reclama l’agency, la resilienza e la relazionalità dei soggetti in movimento (Ross, 2022), problematizzando al contempo sia la politica della vittimizzazione sia le narrazioni securitarie (Papastergiadis, 2023; Chouliaraki, 2024). In una congiuntura storica caratterizzata da una profonda disillusione, modellata da discorsi che negano la devastazione ambientale, naturalizzano la disuguaglianza e fortificano i confini, le pratiche artistiche analizzate appaiono strumenti importanti per reimmaginare le (im)mobilità climatiche. In questo senso, oltre i media e la politica, l’arte si configura come uno spazio capace di rimodellare il discorso pubblico, generare nuove solidarietà transnazionali e ispirare risposte orientate alla giustizia climatica e migratoria, aprendo a futuri planetari più inclusivi. News, piattaforme social e pratiche mediali dei migranti: forme digitali di appartenenza tra ipervisibilità mediatica ed esclusione discorsiva Universitas Mercatorum, Italia Inquadramento teorico La migrazione rappresenta da decenni un oggetto ricorrente nella stampa online italiana: una “messa in scena” (Cuttitta, 2012) in cui i migranti sono rappresentati più che ascoltati. Diamanti (2016) parla di “invasione mediale di migranti senza volto”, onnipresenti come figure tipologiche (minaccia, vittima, problema) più che come soggetti di esperienza. Il paper interviene su questa frattura tra visibilità e riconoscimento. Riprende la prospettiva di “crisis of voice” (Couldry, 2010) per cogliere le condizioni sociali e simboliche che rendono alcune narrazioni pubblicamente legittime ed altre marginali, e quella di Jenkins (2006) nel considerare il panorama mediale come sistema “convergente” in cui giornalismo mainstream e media partecipativi interagiscono in un circuito di retroazione, estendendo gerarchie di legittimità (Chouliaraki & Georgiou, 2019) e configurando “affective publics” (Papacharissi, 2016). Il paper colma due gap: 1) analizza in modo integrato disuguaglianze di visibilità/voce tra stampa online e commenti social; 2) e mette in relazione tali disuguaglianze con le pratiche digitali quotidiane con cui i migranti negoziano un senso di appartenenza e “casa psicologica” (Sigmon et al., 2002; Leurs, 2015; Georgiou, 2019) in un contesto di esclusione discorsiva. In tale quadro, le domande di ricerca sono: RQ1. Quali registri strutturano le narrazioni sulla migrazione nella stampa online italiana? RQ2. In che modo tali registri vengono ripresi dagli utenti nei commenti sui social? RQ3. In che misura le pratiche digitali dei migranti funzionano come risorse di riconoscimento e continuità biografica, a fronte di condizioni di esclusione narrativa dal discorso pubblico? Metodologia Lo studio adotta un disegno triangolato a metodi misti su tre filoni interconnessi. 1) content analysis (T-LAB) di ~3.500 articoli dalle edizioni online di Repubblica, Corriere della Sera, Fatto Quotidiano, Il Giornale e Libero (intero spettro ideologico della stampa nazionale) con focus su casi ad alta visibilità degli ultimi tre anni—strage di Cutro (2023), accordo Italia–Albania (2024), conclusione del processo Open Arms–Salvini (2025)— analizzando le associazioni lessicali e i clusters semantici per mappare i pattern narrativi. 2) Sentiment & emotion analysis (Python, NRC Lexicon) di ~25.000 commenti da video TikTok e YouTube sugli stessi eventi, combinata con discursive clustering, per osservare come gli utenti riproducono, distorcono o contestano emotivamente i frame giornalistici; 3) thematic analysis (Braun & Clarke, 2006) di 30 interviste semi-strutturate con migranti (20 uomini, 10 donne; 21–50 anni) di recente insediamento e provenienti dai principali contesti di origine—Europa orientale, America Latina, Nord Africa e Africa subsahariana—con focus su pratiche digitali quotidiane. Risultati preliminari Nella stampa online, la migrazione si stabilizza in tre registri: politico–istituzionale (decreti/governo come performance di autorità), securitario (contenimento, trattenimento, rimpatrio, centri) e umanitario–giudiziario (trauma, compassione, valutazione morale e domanda di responsabilità). Nei commenti social ricorre una traiettoria: picco iniziale di compassione seguito da biasimo e attribuzione di colpa (governo, ONG, “sistema”) e da richieste punitive/legalistiche (sanzioni, espulsioni, carcerazione, “processi”, richiami a norme/Costituzione), con prevalenza di emozioni negative (rabbia, disgusto, ironia). Le interviste mostrano risposte pragmatiche da parte dei migranti: riduzione dell’esposizione su temi controversi, cura di legami (WhatsApp, Instagram), auto-rappresentazioni ordinarie (lavoro, famiglia, humour) e micro-pratiche di selettiva visibilità; più che contro-narrazioni esplicite, tali pratiche operano come riparazione simbolica ordinaria, sostenendo continuità biografica e “casa psicologica” (Sigmon et al., 2002) in ecologie comunicative polarizzate. Discussione preliminare Stampa online e piattaforme social co-producono narrazioni sui migranti che organizzano conflittualità in forme morali ed emotive, contribuendo alla politicizzazione/polarizzazione del discorso pubblico e restringendo le condizioni di riconoscimento della loro voce. In parallelo, le pratiche digitali quotidiane dei migranti possono sostenere forme di appartenenza e un senso di casa psicologica (digitale) come risposta situata e “silenziosa” a questa “crisis of voice” (Couldry, 2010). Narrazioni, conflitti e comunità immaginate: media events e polarizzazione nel dibattito pubblico sulle migrazioni 1: Università del Piemonte Orientale, Italia; 2: Università di Milano Bicocca, Italia Nelle democrazie contemporanee segnate da crisi sistemiche ricorrenti, il conflitto tende a organizzarsi attraverso narrazioni che non si limitano a rappresentare fratture sociali, ma contribuiscono a produrle e stabilizzarle simbolicamente. A partire da questa premessa, il contributo si interroga su una domanda di ricerca: in che modo le narrazioni che si strutturano attorno a media events contribuiscono a produrre e riprodurre comunità contrapposte in contesti di forte polarizzazione? E, più in particolare, quali infrastrutture simboliche – codici semiotici profondi, script di lungo periodo, repertori narrativi – prefigurano ciò che può essere detto, chi può parlare legittimamente e quali emozioni diventano pubblicamente appropriate? L’analisi si colloca nel quadro della sociologia culturale e integra e rielabora tre riferimenti teorici principali: la nozione di “comunità interpretative” (Fish 1980), quella di “comunità immaginate” (Anderson, 1983; Katz & Dayan, 2012) e la teoria dei media events e dei rituali mediatizzati (Dayan e Katz, 1992; Cottle, 2006; Alexander & Jacobs, 1998). L’ipotesi è che, nel sistema mediale ibrido, gli eventi ad alta risonanza non producano soltanto aggregazioni temporanee di attenzione, ma riattivino strutture simboliche sedimentate che orientano la costruzione dei significati e delle appartenenze. Le comunità interpretative, fondate su codici e script condivisi, forniscono la grammatica attraverso cui l’evento diventa intelligibile; le comunità immaginate, invece, vengono discorsivamente messe in scena attraverso personaggi, proiezioni metonimiche e opposizioni binarie (noi/loro, vittime/minacce, diritti/doveri). Empiricamente, il contributo analizza due casi italiani ad alta risonanza mediatica e politica: l’attentato suprematista di Macerata (2018) e il blocco dello sbarco della nave Sea-Watch 3 (2019). Il disegno di ricerca combina analisi del contenuto di 233 articoli e servizi televisivi, analisi dei 200 tweet più ritwittati nei periodi di picco di attenzione e 10 interviste semi-strutturate a giornalisti e attori politico-civili. L’approccio integra strumenti quantitativi e qualitativi per ricostruire frame, narrazioni, personaggi, distribuzione della voce e dinamiche di visibilità. I risultati mostrano che i due casi si organizzano attorno a due master frame antagonisti – nativista-securitario e umanitario-solidaristico – che non esauriscono soltanto le interpretazioni disponibili, ma delimitano lo spazio stesso del dicibile. Attraverso proiezioni metonimiche, figure emblematiche (il “vendicatore” di Macerata, la “capitana” della Sea-Watch) vengono elevate a condensazioni simboliche di collettività più ampie, rendendo le comunità immaginate più tangibili e moralmente polarizzate. In questo processo, le persone migranti – pur essendo al centro degli eventi – risultano sistematicamente private di voce e agency, ridotte a sfondo narrativo o a oggetti di contesa simbolica. L’analisi suggerisce che, in contesti di polarizzazione avanzata, le crisi mediatizzate tendono a non funzionare come occasioni di ridefinizione dei codici culturali, ma come rituali conflittuali ricorsivi che riattivano script consolidati. In tal senso, la “crisi” si configura meno come occasione di ridefinizione dei codici semiotici profondi e della loro gerarchia e più come grammatica ordinaria del conflitto, contribuendo alla riproduzione di confini simbolici e alla stabilizzazione di appartenenze antagoniste. L’assenza di un centro definitorio (Waisbord, 2018), di un consenso ideologico liberale o socialdemocratico del quale i media mainstream costituivano il perno, mina alla base la possibilità di convergere sulla natura stessa della crisi. Il contributo dialoga con i temi del convegno mostrando come narrazioni e rappresentazioni non siano semplici riflessi delle crisi sistemiche – nel caso analizzato, quella migratoria – ma dispositivi culturali che orientano vulnerabilità, riconoscimento e legittimità. Studiare l’intreccio tra media events, comunità interpretative e comunità immaginate consente così di comprendere come, nella società dell’incertezza, il conflitto diventi una forma ritualizzata di produzione di senso e di ridefinizione – o irrigidimento – degli spazi della convivenza. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 10: Crash epistemico: teorie cospirazioniste tra conflitto e sfiducia Luogo, sala: Aula 17 Chair di sessione: Claudia Gina Hassan Chair di sessione: Marco Solinas |
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Crash epistemico: teorie cospirazioniste tra conflitto e sfiducia 1: University of Rome Tor Vergata, Italia; 2: Scuola Superiore Sant'Anna Pisa; 3: Università degli studi di Bergamo; 4: Università degli studi d Roma Sapienza; 5: Università degli studi di Napoli Federico II Introduzione Le crisi sistemiche che attraversano le società contemporanee – economiche, sanitarie, ambientali, geopolitiche – non producono soltanto fratture materiali, ma generano anche profondi smottamenti simbolici ed epistemici. In questo scenario, il cospirazionismo si configura come una forma di narrazione che emerge e si rafforza nei momenti di “crash”, quando i dispositivi ordinari di produzione di senso risultano incapaci di contenere l’esperienza dell’incertezza, della perdita e della vulnerabilità. La percezione diffusa di pericolo e opacità decisionale, che alimenta forme di sfiducia sistemica (Beck, 1986). favorisce e alimenta le teorie del complotto che operano come cornici interpretative capaci di trasformare i momenti congiunturali come quelli dei momenti crash in corso in racconto, individuando responsabili, intenzioni nascoste e logiche occulte. Il cospirazionismo non va quindi inteso solo come deviazione cognitiva o disfunzione informativa, ma come risposta culturale e narrativa alla crisi dell’autorità epistemica. Ma il vero nodo problematico è quando il potere o qualsivoglia autorità fa proprio il racconto cospirazionista come strumento politico. Dal punto di vista teorico, il panel dialoga con le riflessioni sulla modernità riflessiva (Giddens, 1990), sulla cultura del sospetto, sulla crisi dell’autorità cognitiva, e sulle teorie del capro espiatorio (Girard, 2020). L’obiettivo è comprendere come il cospirazionismo funzioni come dispositivo narrativo e politico capace di riorganizzare il senso del reale nei momenti di crash sistemico. Le teorie del complotto non si limitano a negare versioni ufficiali, ma ridefiniscono i criteri stessi di verità, competenza e affidabilità, come ha sottolineato la letteratura sulla post-verità (Friedman, 2023; McIntyre, 2019). In questo senso, esse producono regimi di verità alternativi che destabilizzano i confini tra sapere esperto, opinione e credenza. Lo sfondo immersivo di questo contesto è segnato dal ruolo delle piattaforme digitali e degli ambienti algoritmici nella circolazione e nella performatività delle narrazioni complottiste. I social media non sono semplici vettori, ma spazi di costruzione identitaria e di mobilitazione emotiva (Papacharissi, 2015), in cui la crisi viene narrata, condivisa e continuamente rielaborata. Come mostrano studi recenti sull’“economia dell’attenzione” (Citton, 2014) e sulla logica delle affordance digitali, la visibilità selettiva e la viralità contribuiscono a rafforzare bolle interpretative e dinamiche di polarizzazione (Bentivegna, Boccia Artieri, 2021). Il panel partendo da questo assunto declina nei vari interventi alcuni nodi problematici, dall'analisi della "paura cattiva" all'indagine sulla dimensione della segretezza, dalla perenne sfida al legame sociale alla politicizzazione della crisi. Lo sfondo comune sono le congiunture storiche segnate dalla marcia verso memorie e democrazie illiberali dentro una sfera pubblica sfigurata e in mutamento profondo della geopolitica. In linea con la call del convegno, il panel propone di leggere le narrazioni complottiste come sintomo e al tempo stesso motore di trasformazioni culturali profonde. Esse mettono in gioco il rapporto tra sapere e potere, tra emozioni e politica, tra crisi e conflitto. ABSTRACT 1 Cospirazionismo come crisi congiunturale e risignificazione nelle crisi sistemiche Claudia Gina Hassan Università degli studi di Tor Vergata Negli ultimi decenni il discorso complottista ha progressivamente abbandonato la marginalità cui era stato relegato nel secondo dopoguerra, tornando a occupare spazi centrali nel dibattito pubblico. Se per lungo tempo la memoria dei totalitarismi aveva contribuito a delegittimare le grammatiche della cospirazione, oggi tali narrazioni riemergono non solo in circuiti periferici, ma anche all’interno di attori politici strutturati e istituzionalizzati. La loro rinnovata visibilità segnala non un semplice ritorno ciclico, bensì una trasformazione qualitativa: quando le retoriche complottiste vengono integrate in strategie politiche organizzate, il rapporto tra credenza e azione collettiva assume una portata sistemica. Il cospirazionismo si configura così come un osservatorio privilegiato per leggere le metamorfosi contemporanee dell'eco sistema informativo dentro una sfera pubblica frammentata e polarizzata. Le teorie cospirative dischiudono un universo semantico e concettuale amplissimo, che risponde a bisogni e funzioni epistemiche, cognitive, emotive, individuali, culturali e politiche assai diverse. Tali narrazioni fioriscono in situazioni di crisi sistemiche o comunque di grande impatto, quali crisi finanziarie o falcidianti epidemie, ma anche di fronte a singoli eventi imprevisti quali la morte di personaggi pubblici amati. Come tanta letteratura ha evidenziato le teorie del complotto per un verso, offrono una via che permette di riacquisire un certo controllo su eventi percepiti come altamente disturbanti e dissonanti, e di sedare l’angoscia correlata, dall'altro però lavorando sullo schema di gruppi, élite e lobby strapotenti o onnipotenti che tramano nell’ombra, finiscono per determinare un senso di impotenza in chi le adotta che può condurre all’astensione, e in altri casi può degenerare in atti estremi e violenti. Queste conseguenze politiche cambiano radicalmente quando le narrazioni cospirative vengono adottate nel quadro di movimenti e partiti politici, che le reinterpretano e traducono nel quadro delle loro agende e programmi. In questi casi le teorie solitamente concernono processi di medio e lungo corso e perlopiù abituali (come i flussi migratori) e non conducono ad apatia e estremismo individualistico, ma sono utilizzate per ampliare il consenso e coinvolgere l’elettorato. In tale quadro la demonizzazione dei fantasmatici cospiratori e delle loro presunte pedine conduce a una trasmutazione di paure e angosce diffuse in forme persecutorie di odio e risentimento che possono diventare gravemente discriminatorie rispetto a determinati gruppi o etnie, come nel caso storico paradigmatico dell’antisemitismo cospirazionista nel nazionalsocialismo. Al contempo, l’adozione di tali narrazioni nel quadro di movimenti istituzionalizzati lede le precondizioni epistemiche del dibattito pubblico e della dialettica democratica. Risulta qui cruciale la forma sigillata e impermeabilizzata di tali costrutti narrativi, tali da trasformare e rovesciare controprove e contro- argomenti in pseudo-prove e argomenti fallaci delle tesi assunte a monte. La relazione intende analizzare come, nel contesto post-globale segnato dall’erosione della memoria cosmopolita, dall’ascesa di forze populiste e da profondi mutamenti geopolitici, il cospirazionismo politico diventi uno strumento di costruzione del consenso capace di alterare le condizioni epistemiche del confronto democratico e di ridefinire in senso conflittuale l’ecosistema della sfera pubblica contemporanea. ABSTRACT 2 Cospirazionismo e capro espiatorio: risentimento e crisi del legame sociale Stefano Tomelleri Università degli studi di Bergamo
Il contributo analizza il cospirazionismo contemporaneo come una forma post-sacrificale del meccanismo arcaico del capro espiatorio. In contesti segnati da crisi sistemiche e dalla disgregazione del legame sociale, il cospirazionismo emerge come una grammatica interpretativa attraverso la quale la paura e il risentimento vengono canalizzati verso figure individuali o collettive, simbolicamente costruite come responsabili del male sociale. In situazioni quali la pandemia, le crisi economiche e la perdita di tutele sociali, la ricerca di élite occulte, di scienziati corrotti, di minoranze o di leader ostili funziona come risposta all’esperienza diffusa di impotenza e di perdita di senso. Riprendendo la nozione di crisi mimetica di René Girard e la figura del “capro espiatorio senza espiazione”, il cospirazionismo viene interpretato come un processo che non produce riconciliazione collettiva, ma alimenta la moltiplicazione di nemici e l’escalation di violenza simbolica e vittimismo. Lontano dall’essere ridotto a patologia cognitiva o a mera irrazionalità individuale, il cospirazionismo è qui inteso come un dispositivo sociale che promette ordine, spiegazione e riconoscimento, al prezzo della sospensione del principio di realtà e della radicalizzazione dell’alterità. In conclusione, il contributo propone di leggere il cospirazionismo come un sintomo delle difficoltà contemporanee di elaborare il cambiamento e di ricostruire forme non persecutorie di legame sociale. ABSTRACT 3
Enzo Campelli Università degli studi di Roma Sapienza
In tempi ormai lontani Karl Popper ha parlato di una «teoria cospiratoria della società», riassumibile nella convinzione che «la spiegazione di un fenomeno sociale consiste nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (…) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo». Più convincentemente, forse, si tratta di intendere il complottismo attuale non come teoria – cioè come struttura falsificabile - bensì come mito, richiamando la nozione di “macchina mitologica”, e l’interpretazione del complotto come luogo simbolico: “idea senza parole” . Intento del paper è dunque quello di approfondire l’analisi del complottismo sulla scorta di riflessioni precedenti ma in particolare in rapporto al modello della «paura cattiva» . La paura del tempo presente è stata a lungo interpretata insistentemente come una abitudine adattativa, carica certo di implicazioni negative, ma sostanzialmente compatibile con un equilibrio accettabile, una sorta di rassegnata resa alle richieste della modernità Il modello della «paura cattiva» è precisamente il contrario di questa immagine, negativa ma rassegnata. La paura del momento presente non rinvia agli stati d’animo individuali né alla variabilità provvisoria delle emozioni. Piuttosto ha acquisito la capacità e le caratteristiche di una forza sociale autonoma, in grado di determinare effetti propri e di imporsi come protagonista nella gestione dello spazio pubblico. È una paura passata all’azione, una formazione sociale vendicativa e reattiva, continuamente in cerca di colpevoli e di rivalse, e che questa per promuovendo ovunque movimenti e comportamenti collettivi carichi di antagonismo, nella logica binaria dell’amico/nemico. Si tratterrà dunque di articolare i modi in cui la «paura cattiva» cattura e utilizza il mito del complotto e le sue strutture. ABSTRACT 4 Diritto alla domanda, diritto al segreto? Massimo Cerulo Università degli studi di Napoli
Accanto alla capacità di parlare, quella di saper tacere ha uguale importanza nella storia delle società umane: come chiarito da Georg Simmel, il "segreto" crea e distrugge gruppi, generando inevitabilmente inclusione ed esclusione e plasmando comportamenti e relazioni. Spie, organizzazioni criminali, amanti, ma anche persone comuni costruiscono la loro esistenza attorno al segreto e alla sua narrazione, ma al tempo stesso nella consapevolezza che esso porta sempre con sé il rischio di essere tradito. Alla luce di tale discorso, la domanda di ricerca del presente intervento considera il concetto di “segreto” centrale nella teoria cospirazionista perché funge da prova implicita di un potere nascosto. Il segreto suggerisce l’esistenza di informazioni deliberatamente sottratte al pubblico. La cospirazione nasce quando il segreto non è visto come contingente, ma come strutturale e intenzionale, come una forma di potere che rafforza un senso di esclusione tra “chi sa” e “chi non sa”, generando una narrazione che, spesso, tende a essere conflittuale ed emozionalmente dannosa per il mantenimento del legame sociale. Le teorie cospirazioniste, interpretando il segreto come strumento di controllo, tendono a gestire il conflitto attraverso l'occultamento. Il segreto perde così neutralità e assume una valenza morale negativa. La complessità della realtà viene semplificata in una narrazione occulta e il segreto diviene il motore narrativo che rende la cospirazione plausibile. . |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 11: Crash. Il consumo tra conflitti, accelerazione e crisi sistemiche Luogo, sala: Aula 15 Chair di sessione: Roberta Paltrinieri Chair di sessione: Piergiorgio Degli Esposti |
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Crash. Il consumo tra conflitti, accelerazione e crisi sistemiche 1: Università di Bologna, Italia; 2: Sapienza Università di Roma; 3: IULM Milano; 4: IUSVE - Istituto Universitario Salesiano Venezia; 5: Università degli Studi di Padova; 6: UNIMORE
Nota introduttiva I contributi raccolti in questo panel condividono una domanda di fondo: cosa significa consumare prodotti, media, simboli in un tempo segnato da crisi che si sovrappongono, tecnologie che accelerano e modi di costruire senso che sembrano sempre più instabili? Un primo gruppo di lavori si interroga sul rapporto tra giovani e narrazioni della crisi. Come incontrano i contenuti su guerre, emergenze climatiche, collassi economici? Attraverso flussi algoritmici frammentari, spesso senza averli cercati, alternando scrolling compulsivo e momenti di esposizione a temi impegnati. Una gestione emotiva ambivalente, che solleva interrogativi sulla tenuta stessa dello spazio pubblico condiviso. Altri contributi esplorano come cambiano i consumi culturali nell'era delle piattaforme. Il passaggio dalla logica della popolarità a quella della viralità produce cortocircuiti: frammenti di film, serie, canzoni circolano svincolati dal contesto, disponibili a usi imprevisti. Che ne è della comprensione quando tutto diventa reel? Un terzo nucleo affronta le forme di critica al consumo, il deinfluencing, per esempio che nascono come rottura ma finiscono rapidamente riassorbite: l'autenticità diventa performance, la dissidenza si monetizza. Un quarto intervento guarda alla morfologia dell'eccesso: società accelerate producono mode effimere, estetiche iperboliche, oggetti che valgono più come veicoli di emozioni che come marcatori di status. Infine, si esplora cosa accade quando l'intelligenza artificiale diventa interlocutore nella produzione di sapere: come cambiano autorialità, pensiero critico, pratiche di apprendimento? Consumare non è mai stato un gesto innocente. Oggi, nel mezzo di crisi che si intrecciano: clima, economia, guerre, pandemie; il consumo è diventato terreno di scontro tra narrazioni opposte, tensioni che non si risolvono a livello individuale. L'accelerazione sociale produce uno scarto crescente tra la velocità delle trasformazioni e la nostra capacità di starci dietro: è il vecchio cultural lag, amplificato a dismisura dalle piattaforme. Sappiamo che il fast fashion devasta l'ambiente, eppure continuiamo a comprare. Sappiamo che gli algoritmi orientano i nostri desideri, eppure continuiamo a scrollare. Non è incoerenza personale: è contraddizione di sistema. Il capitalismo delle piattaforme ha portato alle estreme conseguenze la figura del prosumer, trasformandola in working consumer: recensioni, condivisioni, performance identitarie online ci mettono al lavoro gratis. Lavoro che genera valore per altri, ma anche narrazioni — su chi siamo, su cosa desideriamo, su come immaginiamo il futuro. Per la GenZ la crisi non è eccezione ma grammatica quotidiana, e le piattaforme sono l'ambiente dove quelle narrazioni prendono forma, circolano, si contestano. La semantica dell'eccesso — overconsumption, overtourism, overinformation — convive con la shrinkflation e nuove forme di scarsità: l'eccesso di alcuni è la sottrazione di altri. Nel frattempo il mercato dimostra una capacità sorprendente di assorbire la critica: greenwashing, pinkwashing, rainbow washing trasformano cause sociali in leve di marketing. Il panel invita contributi teorici, empirici, o entrambe le cose che esplorino queste tensioni: pratiche di consumo calate nei loro contesti; narrazioni generazionali su crisi e futuro; piattaforme come dispositivi che orientano comportamenti; forme di resistenza e i modi in cui vengono neutralizzate. L'obiettivo è far dialogare micro e macro, teoria e ricerca sul campo, senza eludere le domande scomode: chi consuma, chi non può permetterselo, chi paga il conto. Sollecitazioni tematiche • Pratiche di consumo e costruzione identitaria nelle nuove generazioni • Deinfluencing, autenticità e monetizzazione sui social media • Consumi mediali, piattaforme e rappresentazioni della GenZ • Intelligenza artificiale, giovani e trasformazione del lavoro • Morfologie dell'eccesso e dell'iperconsumo • Regolazione europea del consumo digitale e sostenibile
ABSTRACTS Il cortocircuito del consumo culturale tra popolarità e viralità Giovanni Ciofalo, Sapienza Università di Roma
Il paper propone una riflessione sulle pratiche di consumo culturale nell’era delle piattaforme e della deep mediatization (Hepp 2020), partendo dall’ipotesi che sia avvenuta una sorta di cortocircuito, un vero e proprio “crash”, tra le dinamiche di fruizione e quelle di comprensione e attribuzione di significati e valori socioculturali. Tale contributo costituisce una parte di un più ampio progetto di ricerca orientato a indagare la natura e le funzioni dell’attuale cultura popolare, intesa come una re-figurazione, per comprendere se, e in che modo, le narrazioni e le pratiche di consumo mediale, anche alla luce dell’impatto prodotto dal digitale (Leonzi, Ugolini 2023), continuino a definire appartenenze, conflitti, forme di immaginazione condivisa e valori trasversali, fondamentali per la costruzione di un we-senserappresentativo di una collettività ampia, come quella di un Paese. Oggi, le pratiche di consumo culturale, in funzione di una radicalizzazione dell’overload informativo, sembrano divenire oggetto di una velocizzazione sempre più elevata, nel segno di una logica della frammentazione, a discapito di una logica dell’interezza. Frammenti tratti da prodotti culturali e mediali, che circolano soprattutto all’interno dei flussi social, delle piattaforme e più in generale degli ambienti digitali, attraverso citazioni, meme, remix audiovisivi, e così via, finiscono per diventare rielaborazioni in grado di svincolare la loro fruizione dall’effettiva conoscenza del loro contesto originario (storico, narrativo, sociale, culturale, etc.). Per le nuove generazioni, in particolare, le pratiche di consumo culturale appaiono sempre più integrate in logiche algoritmiche quotidiane (Boccia Artieri, Bartoletti 2023) che privilegiano la visibilità e l’immediatezza, ma ne alimentano la volatilità. Si genera, in questo modo, una scissione tra consumo culturale e conoscenza della lore (ovvero l’universo di senso che dà profondità e coerenza a un contenuto) in base a cui il frammento diventa autonomo, performativo, disponibile a una risemantizzazione costante, ma al prezzo di una perdita di ancoraggio al testo originario. In altri termini, il processo di circolazione tende a prevalere su quello di sedimentazione, producendo un indebolimento del legame tra significanti e significati. A partire da questo approccio, il paper punta a osservare quelle pratiche di fruizione e di appropriazione dei prodotti culturali attivate dalle nuove generazioni che, se da un lato sembrano conservare e potenziare alcune dinamiche “tradizionali” legate alla popolarità, dall’altro tendono a svilupparne altre “inedite”, riconducibili alla dimensione della viralità. A tale proposito, vengono presentati e discussi i risultati di una fase empirica della ricerca, basata su un approccio misto (Deacon et al. 2021) che combina questionari, interviste in profondità e focus group, finalizzata a indagare le pratiche digitali quotidiane (uso di piattaforme video, social network, ambienti di condivisione, etc.), le modalità di accesso ai contenuti culturali e il grado di familiarità con specifici spezzoni “cult” rispetto alla conoscenza delle opere complete, da parte di individui maggiorenni appartenenti alla generazione Z (1997-2007). Tra i diversi output, appare fondamentale sottolineare come il cambiamento delle traiettorie di consumo culturale delle nuove generazioni faccia emergere uno scenario inedito. A fronte di una potenziale contrazione dei processi di sedimentazione nel tempo di significati condivisi di prodotti/testi culturali, in grado di trasformarsi in porzioni più o meno vaste di cultura popolare (Colombo 2025), si stia ampliando la centralità di un folklore digitale (Blank 2012), caratterizzato, in particolare, da una cultura del “momento iconico” e del “frammento cult”. Questo particolare dualismo, caratterizzato tanto da una compenetrazione quanto da una contrapposizione, induce a considerare non solo trasformazioni nelle pratiche di consumo culturale, ma una più ampia ridefinizione dei processi di produzione, legittimazione e circolazione del senso nello spazio pubblico contemporaneo, con implicazioni che investono la sfera sociale, le logiche di produzione commerciale e la dimensione politica (Boccia Artieri et al. 2025).
Politica o performance? Il deinfluencing tra pratiche di resistenza e monetizzazione dell'autenticità Ariela Mortara, IULM Milano
Negli ultimi anni il deinfluencing si è imposto come uno dei fenomeni più interessanti e ambivalenti all’interno delle culture digitali contemporanee. Nato come risposta agli eccessi dell’influencer marketing, si presenta in apparenza come una pratica di rottura: creator che invitano a non comprare prodotti virali, ridimensionano hype commerciali e promuovono forme di consumo più lente, selettive e talvolta esplicitamente anti-consumistiche (Plazibat, Marunica, 2024). Le ricerche più recenti (Apostol & Asiminei, 2025; Dhiman & Kumar, 2026) mostrano come questa tendenza sia strettamente legata alla crescente sfiducia verso contenuti sponsorizzati e alla richiesta di maggiore trasparenza che proviene soprattutto dalle generazioni più giovani. Tuttavia, proprio questa apparente dimensione contro-egemonica colloca il deinfluencing in uno spazio ambiguo, in bilico tra gesto politico e performance mediale. Questo contributo si propone di leggere il deinfluencing come una forma di “autenticità monetizzata” (Nistor et al., 2025), con l’obiettivo di comprendere se tale tendenza possa rappresentare una sorta di riconfigurazione del paradigma tradizionale dell’influencer marketing. Infatti, se una prima fase dell’influencer culture vedeva al centro dell’attenzione le dinamiche di costruzione della visibilità e del capitale reputazionale (Ryu & Han, 2021), in tempi più recenti si è individuato nella l’autenticità la vera risorsa strategica da mettere a frutto (Singer et al., 2023; Zniva et al., 2023). Come evidenziano Nistor et al. (2025), gli influencer sembrano modulare costantemente il registro della sincerità e della vulnerabilità in funzione della propria traiettoria di visibilità, alternando momenti di espansione a fasi di ri-legittimazione simbolica. In questa prospettiva, il deinfluencing funziona come dispositivo narrativo attraverso cui i creator ricostruiscono credibilità e prossimità con il pubblico. Ricerche recenti (Wiratha & Kemalasari, 2025; Dhiman & Kumar, 2026) hanno messo in evidenza come la pratica del deinfluencing possa produrre effetti concreti sui comportamenti di consumo: riduzione dell’acquisto impulsivo, maggiore attenzione alla sostenibilità e incremento della fiducia verso contenuti percepiti come non promozionali. Tuttavia, tali pratiche non si collocano al di fuori delle logiche di mercato; al contrario, esse tendono a essere rapidamente riassorbite dalle stesse piattaforme che i deinfluencer contribuiscono a criticare. Il deinfluencing diventa così una forma di critica incorporata: genera engagement, rafforza legami comunitari e, paradossalmente, apre nuove opportunità di monetizzazione. L’autenticità, in questo senso, non è più soltanto una qualità morale, ma una risorsa performativa e capitalizzabile (Taylor, 2022). Di fatto, il deinfluencing si configura come pratica di resistenza discorsiva, in continuità con le tradizioni di anti-consumo (Lakshmi et al., 2025) e le retoriche della controcultura mediale – oggi riarticolate entro infrastrutture algoritmiche che ne ridefiniscono portata e limiti. Al contempo, esso costituisce una performance dell'autenticità riconducibile a quella che alcuni studi definiscono economia della credibilità, in cui fiducia e trasparenza si trasformano in asset negoziabili (Duffek et al., 2025). In questa prospettiva, la contrapposizione tra politica e performance appare analiticamente riduttiva: il deinfluencing opera piuttosto come zona di intersezione tra etica e mercato, agency individuale e architetture delle piattaforme. In effetti, più che opporsi al mercato, esso ne ridefinisce i codici morali, trasformando l’autenticità in una risorsa al tempo stesso etica e monetizzabile. In definitiva, il deinfluencing non segna la crisi dell'influencer culture, ma ne rivela la capacità di incorporare il dissenso, neutralizzandone la portata critica attraverso la sua stessa messa in scena discorsiva.
Le crisi nel quotidiano: analisi di pratiche mediali e narrazioni nei diari di studenti universitari Michela Drusian, IUSVE - Istituto Universitario Salesiano Venezia
Nello scenario attuale caratterizzato da policrisi (Tooze, 2022; Cascade Institute, 2023), le giovani generazioni si trovano a vivere e comprendere una complessità sempre più ambivalente, tra tecnologie che promettono di facilitare pratiche ed esperienze ma al contempo minacciano i futuri possibili, istituzioni sfuggenti e sistemi valoriali indeboliti. Il contributo interroga il ruolo delle pratiche quotidiane di consumo mediale nella costruzione degli immaginari di crisi, assumendo che la realtà sociale sia prodotta attraverso i processi di mediazione (Couldry & Hepp, 2020). La riflessione proposta parte dal considerare le narrazioni di crisi e conflitti presenti nei consumi mediali dei giovani e dalla rappresentazione che questi ne danno. La base empirica proviene da una ricerca, ancora in svolgimento, che ha visto la partecipazione di 512 studenti di quattro corsi di laurea triennali di università venete. Attraverso lo strumento del diario (Zimmerman & Wieder, 1977), i partecipanti hanno riferito per quattro giorni sui consumi mediali per loro più rilevanti relativi a tre momenti della giornata - sono stati complessivamente raccolti 2048 diari giornalieri. In particolare, è stato loro richiesto di fornire informazioni sul contesto d’uso, sui contenuti incontrati, sulle pratiche di condivisione e sulle emozioni provate. Entro il più ampio obiettivo di comprendere cosa i giovani considerino rilevante nei propri consumi mediali, una prima analisi dei dati di ricerca ha messo in luce elementi significativi in merito al rapporto tra pratiche mediali quotidiane e narrazioni di crisi e conflitti contemporanei (Garusi & Splendore, 2025). In primo luogo, possiamo dire che queste narrazioni sono caratterizzate da una presenza frammentaria e algoritmica (Boccia Artieri & Bartoletti, 2024). Spesso, infatti, i partecipanti dichiarano di averle “incontrate per caso” o grazie al suggerimento dalle piattaforme; solo raramente affermano di averle cercate attivamente (Boczkowski et al., 2018). In secondo luogo, emerge che, quando gli studenti rendicontano contenuti su conflitti e crisi, sebbene riferiscano di emozioni intense come sconforto, ansia, o indignazione (Papacharissi, 2015), il più delle volte non dicono di condividere riflessioni al riguardo (Tenenboim, 2025; Couldry & Hepp, 2020). In terzo luogo, si osserva una tensione tra momenti di esposizione a contenuti “impegnati”, come informazione e documentari, da una parte, e, dall’altra, lunghe sessioni di consumo compulsivo di intrattenimento (Villi, 2018) - contenuti definiti “leggeri” e, spesso, “scrolling passivo” (Lovink, 2019). Sulla base di queste evidenze preliminari, il nostro contributo ambisce, oltre che a una comprensione degli immaginari di crisi emergenti nei consumi quotidiani dei giovani, a una riflessione su alcune questioni correlate a tali consumi.In particolare, saranno affrontati i seguenti aspetti: (a) la gestione emotiva di una esposizione frammentaria e algoritmica alle narrazioni di policrisi contemporanei, (b) la relazione tra l’esposizione a tali contenuti e le pratiche di intrattenimento compulsivo, (c) le ragioni del carattere solitario delle elaborazioni di questi contenuti, che sembra connesso alla crisi dello spazio pubblico mediato (Couldry et al., 2010; Boccia Artieri 2025). Questo work in progress intende, dunque, contribuire alla comprensione di come le giovani generazioni abitino mediaticamente i conflitti contemporanei, interrogando il ruolo delle pratiche di consumo quotidiane nella costruzione (o nell’evitamento) di narrazioni sulle crisi del nostro tempo.
L’eccesso: morfologia sociale e iperconsumo Vanni Codeluppi, UNIMORE, vanni.codeluppi@unimore.it
Le società avanzate possono essere considerate “megamoderne” (Autor* 2026) perché hanno progressivamente accelerato e intensificato l’esperienza di vita degli individui, creando una condizione basata sugli spostamenti e sull’instabilità resa possibile da tecnologie di trasporto e comunicazione sempre più efficaci. È noto come le società moderne abbiano avuto nell’accelerazione una delle loro più rilevanti caratteristiche sin da quando hanno cominciato a svilupparsi a partire dall’epoca del Rinascimento e si può pertanto sostenere che le società contemporanee non differiscano radicalmente da quelle che si sono sviluppate in Occidente nel corso dei precedenti secoli. Sono soltanto maggiormente moderne rispetto a quelle che le hanno precedute. Se sono diventate tali è perché si è via via “sfaldata” quella struttura organizzata che ne consentiva un efficace funzionamento. Si sono cioè disgregati i diversi sottosistemi (politica, economia, scienza, ecc.) che agivano in maniera complementare e che le permettevano la sua azione. Quei sottosistemi, cioè, che erano stati analizzati dai più importanti sociologi tedeschi tra l’Ottocento e il Novecento, a cominciare da Max Weber (1995). Ne è derivata una morfologia sociale basata fondamentalmente su quelle che il matematico René Thom (1980) ha chiamato «forme informi», vale a dire delle entità instabili che sono costantemente orientate verso la ricerca di una propria forma. Tale morfologia sociale produce quella «modernità esplosiva» di cui ha parlato più di recente Eva Illouz (2024), cioè una modernità basata sullo sviluppo delle emozioni, le quali sono reazioni al mondo non «raffreddate» dal controllo razionale. Una modernità, di conseguenza, attraversata da ondate emotive e in cui i sistemi sociali hanno bisogno di essere stimolati da forme di eccitazione e veri e propri choc. Anche i fenomeni di consumo tendono a comportarsi in maniera analoga. Basti pensare al caso di un fenomeno come il kitsch, che, come hanno sostenuto Gilles Lipovetsky e Jean Serroy (2017), ha avuto negli ultimi anni la capacità di crescere e infiltrarsi in molteplici ambiti della società: nel mondo della creazione e dell’arte, dello spettacolo e dei divertimenti di massa. Infatti, il kitsch, che una volta veniva spesso criticato, oggi tende invece a essere sempre più considerato legittimo e dunque a diffondersi socialmente. Emerge così una nuova concezione del kitsch, che promuove un’estetica barocca, eccessiva e appariscente. Un’estetica, inoltre, che tende a inviare numerosi stimoli ai sensi del corpo umano. Anche gli oggetti di consumo, pertanto, si assumono sempre meno il compito di simboleggiare una determinata posizione sociale e un certo livello di ricchezza e cercano, al contrario, di consentire alle persone di esprimere divertimento, piacere ed emozioni. Dunque, ci troviamo di fronte attualmente a una progressiva moltiplicazione dei registri estetici relativi al kitsch. Il che apre anche uno spazio per l’accettazione sociale delle copie dei prodotti e delle marche, che non ricevono più una svalutazione rispetto agli originali. Non devono più, cioè, ancorarsi a un originale e a quell’aura prestigiosa che, come affermava Walter Benjamin (1966), gli attribuiva il mondo precedente a quello attuale della riproducibilità tecnica. Di conseguenza, non sono più vincolati da specifici limiti e tendono progressivamente a diffondersi anch’essi. Ciò apre sempre maggiori spazi per lo sviluppo di mode di vario tipo. Le mode sono sempre esistite all’interno delle società moderne: i capi d’abbigliamento e gli altri prodotti sono infatti stati interessati da diversi secoli da fenomeni di moda di vario tipo. La moda costituiva già un fenomeno basato su ondate di tipo emotivo, ma la sua azione solitamente era limitata e di breve durata. Il contesto sociale attuale genera invece delle «ipermode» e il caso dei Labubu rappresenta senz’altro, da questo punto di vista, un esempio significativo di “ipermoda”.
La comunicazione con un partner non umano. Un’analisi esplorativa di project work e conversazioni tra studenti e ChatGPT su scenari futuri di lavoro Francesca Setiffi, Università degli Studi di Padova
La crescente integrazione dell’intelligenza artificiale generativa (di seguito: GenAI) in ambito universitario sta trasformando il modo in cui studentesse e studenti si relazionano alla produzione del sapere, alla scrittura accademica e alle pratiche di studio. I sistemi di GenAI non sono più soltanto strumenti per il reperimento di informazioni, ma agiscono sempre più come partner interattivi in processi quali la stesura, la revisione e la valutazione dei lavori accademici. Questo cambiamento solleva questioni cruciali riguardo all’autorialità, allo sviluppo delle capacità di pensiero critico (Bates, 2020; Chaudhry e Kazim, 2021) e all’affidabilità dei risultati derivanti dall’interazione con un partner non umano. Sebbene le tecnologie di GenAI offrano significative opportunità per migliorare l’apprendimento e supportare studentesse e studenti nella preparazione di esami e prove in itinere, esse introducono anche rischi legati a un’eccessiva dipendenza, alla riduzione dell’impegno cognitivo e a disuguaglianze nell’accesso alle competenze digitali (Alaimo e Kallinikos, 2022). Inoltre, la rapida evoluzione delle piattaforme rende difficile studiare sistematicamente queste interazioni nel tempo, poiché i continui aggiornamenti possono modificarne immaginari, funzionalità e esperienza d’uso (Spillare, Bonazzi, Degli Esposti, 2024). Comprendere come gli studenti interagiscano con la GenAI nei contesti accademici è quindi fondamentale per valutarne l’impatto sulle pratiche didattiche, sui metodi di valutazione e, più in generale, sugli esiti educativi. Concentrandosi sulle interazioni tra studenti e sistemi di GenAI, questa ricerca mira a fornire evidenze empiriche sui processi di co-produzione del sapere nei nuovi contesti comunicativi umano–IA. La ricerca adotta un approccio socio-comunicativo critico (Bartoletti, Boccia Artieri, 2023; Esposito, 2022), che orienta stesura del progetto di ricerca, raccolta dati e interpretazione dei risultati. Il contributo presenta elementi di originalità nel panorama degli studi sul tema (Autor*, 2024), poiché si basa sia su project work elaborati con GenAI sia sulle interazioni che ne hanno guidato lo sviluppo. Studentesse e studenti hanno partecipato volontariamente alla ricerca, fornendo il consenso all’analisi sia dei prodotti finali sia delle interazioni precedenti. Il campione qualitativo è composto da 30 studentesse e studenti frequentanti l’Università CIELS di Padova. L’analisi dei dati evidenzia diverse modalità e stili di dialogo con la GenAI, riconducibili a differenti gradi di co-produzione del sapere. Il contributo intende inserirsi nel dibattito accademico sugli stili dialogici con la GenAI lungo due direttrici principali: da un lato, interpretare la complessità comunicativa attraverso il confronto tra prompt e risultati finali (project work); dall’altro, indagare le differenze negli stili di interazione tra studentesse e studenti e sistemi di GenAI. |
| 16:15 - 18:00 | Sessione 3 - Panel 12: Pubblici antagonisti e vulnerabilità democratiche Luogo, sala: Aula Magna Chair di sessione: Marco Mazzoni |
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Disinformazione, piattaforme digitali e resilienza democratica: conflitti politici e regimi di visibilità nei Paesi dell’Unione europea 1: Universidad de Salamanca, Spagna; 2: Università Complutense de Madrid La digitalizzazione della comunicazione politica ha profondamente trasformato lo spazio pubblico europeo, ridefinendo le modalità con cui i conflitti politici vengono costruiti, rappresentati e resi visibili. Le piattaforme digitali, governate da logiche algoritmiche, svolgono un ruolo centrale nella circolazione di informazioni fuorvianti e nella diffusione di narrazioni polarizzanti, contribuendo a configurare contesti informativi tipici della post-verità. In questo quadro, la disinformazione non opera soltanto come distorsione dei contenuti informativi, ma come vero e proprio strumento di conflitto simbolico, capace di ridefinire le cornici interpretative dei problemi pubblici e di modulare il consenso politico. Sebbene un’ampia letteratura abbia analizzato gli effetti individuali della disinformazione e delle fake news, risultano ancora pochi gli studi che integrano le percezioni dei cittadini con le condizioni strutturali e istituzionali dei diversi contesti nazionali. In particolare, la relazione tra disinformazione, conflitti politici e resilienza democratica è raramente indagata attraverso un approccio cross-national che consideri simultaneamente disuguaglianza economica, corruzione percepita e libertà dei media. Questo contributo si articola attorno alla seguente domanda di ricerca: in che modo la disinformazione mediata dalle piattaforme digitali contribuisce alla strutturazione dei conflitti politici e simbolici nelle democrazie europee, e come tali effetti variano in funzione delle disuguaglianze sociali, della corruzione e dei regimi di libertà mediatica? L’obiettivo è analizzare come la percezione della disinformazione online si colleghi al sostegno alla democrazia, alla fiducia istituzionale e alla polarizzazione politica, e in che misura tali relazioni siano modellate dai contesti strutturali nazionali. Il lavoro si colloca nel dibattito sociologico sui media digitali e sui conflitti politici, superando le letture “cyber-ottimiste” che attribuivano a Internet un potenziale democratizzante. Studi più recenti hanno mostrato come gli ecosistemi informativi digitali favoriscano dinamiche di polarizzazione e propaganda, rafforzando la conflittualità politica e indebolendo le basi della fiducia pubblica. In questo quadro, la disuguaglianza digitale, intesa come distribuzione diseguale delle competenze critiche e delle risorse cognitive necessarie per interpretare l’informazione online, assume un ruolo cruciale nel determinare l’esposizione alla disinformazione e la capacità di resistere a narrazioni fuorvianti. La disuguaglianza economica e la corruzione percepita contribuiscono a intensificare i conflitti politici, alimentando forme di cinismo informativo e sfiducia generalizzata. Al contrario, la libertà di stampa può agire come fattore di resilienza democratica, trasformando il conflitto da dinamica distruttiva in confronto pubblico visibile e istituzionalizzato, grazie a pluralismo, trasparenza e accountability. Empiricamente, lo studio adotta un disegno comparativo basato sull’integrazione di dati individuali e macro-strutturali relativi a 22 Paesi europei. I dati individuali provengono dalla European Social Survey (wave 10) e includono le percezioni dell’uso di Internet come spazio di disinformazione, il sostegno alla democrazia, la fiducia istituzionale e variabili sociodemografiche. Le risorse digitali sono approssimate attraverso indicatori di intensità d’uso di Internet. Tali informazioni sono incrociate con indicatori macro di disuguaglianza economica (indice di Gini), corruzione percepita e libertà di stampa. I risultati preliminari mostrano che percepire Internet come spazio dominato dalla disinformazione è associato a minore fiducia politica e a un più debole sostegno alla democrazia, configurando condizioni favorevoli all’intensificazione dei conflitti politici. Tuttavia, tale relazione risulta attenuata tra individui con livelli più elevati di istruzione e competenze digitali, che mostrano maggiore capacità critica pur mantenendo un più forte ancoraggio ai valori democratici. La disuguaglianza economica e la corruzione percepita amplificano la polarizzazione e la vulnerabilità alla disinformazione. Un risultato controintuitivo riguarda i Paesi più egualitari, nei quali emerge una più forte percezione della crisi democratica: ciò suggerisce che aspettative normative più elevate rendano i cittadini maggiormente sensibili alle disfunzioni legate alla disinformazione e alla conflittualizzazione del dibattito pubblico. Screaming the Strange, Whispering the Crisis: Platform Algorithms, Subcultural Virality and the Structural Displacement of Political Discourse Università degli Studi di Carlo Urbino Bo Social media platforms are not neutral mirrors of public concern. During moments of acute political urgency, their recommendation architectures produce a specific distortion: the systematic suppression of high-stakes civic information in favor of disruptive subcultural spectacle. This paper investigates this phenomenon — termed structural discursive displacement — using Argentina's institutional crisis of 2025–2026 as a case study. As Milei's sweeping labor reform triggered a nationwide general strike mobilizing millions, the most-watched content across Latin American feeds was not footage of the protests: it was teenagers crawling on all fours and howling at the moon, the Therian subculture — a community defined by non-human animal identification, mask-wearing and quadrobics movement practices (Blom & Sharpless, 2025). The central question is: how do platform algorithms reconstruct hierarchies of public attention to silence the consequential and amplify the strange? Three convergent explanatory vectors are proposed. News avoidance research and cognitive load theory suggest that users under prolonged political stress preferentially turn toward incongruent, low-stakes content as a coping mechanism (Schumann, 2022; Barredo-Ibáñez et al., 2021; Alcántara-Lizárraga & Jima-González, 2024). Platform studies document how Meta's 2023–2024 content policy revisions explicitly deprioritized political and civic content in non-follower recommendation feeds (Guess et al., 2023; Becker et al., 2025), granting preferential amplification to content classified under "entertainment" or "identity." A third mechanism — the Economy of Cringe — names the condition by which antagonistic reception (mockery, contempt) generates the same algorithmic signals as genuine endorsement, making virality structurally indifferent to sentiment. These three vectors — user-side Selective Avoidance, algorithm-side Categorical Bias, and the Economy of Cringe — constitute a convergent framework for platform-mediated discursive displacement (Jin, 2025; Mitchelstein et al., 2020). The empirical core is a descriptive-comparative analysis of 64,469 posts extracted from Meta's Content Library API (December 20, 2025 – February 20, 2026). The corpus comprises Therian-tagged content on Instagram (n=9,440) and Facebook (n=40,063), alongside political content indexed by "Milei," "labor reform," and "strike" on Instagram (n=4,877) and Facebook (n=10,089). Platform data is triangulated with Google Trends daily search volume across a 32-day window for Argentina and Chile. Chile, unaffected by the reform, serves as an external reference isolating demand-side dynamics from algorithmic exposure. Results show Therian content achieving a median of 11,491 views per post on Instagram versus 5,369 for political content — a 2.1x ratio (p<0.001, r=0.608) — and a 1.6x higher engagement rate per view (p<0.001, r=0.566). Weekly time-series analysis reveals that subcultural virality spikes coincide with or immediately follow crisis dates — the general strike (January 24) and the parliamentary vote (February 7) — consistent with algorithmic amplification as a reactive response to political traffic suppression. Facebook reaction decomposition confirms the Economy of Cringe: 49.3% Haha versus 44.8% Likes on Therian posts, both registering identically as high-engagement signals. Google Trends shows "therian" reaching the maximum relative index of 100 across Chilean regions while crisis-related terms never exceeded 20— a 5:1 ratio of self-directed curiosity independent of algorithmic mediation. Related-query semantic analysis reveals that in Argentina, "milei therian" and "therian argentina" appear within the Therian semantic field, not the political one: the crisis has been cognitively absorbed into the subculture as one of its own referents. Findings contribute to platform studies by providing empirical evidence that recommendation architectures produce politically consequential discourse hierarchies in the absence of explicit political intent —structural displacement without intentional design. The democratic information crisis is not only about disinformation: platforms determine which conflicts become visible at all. Political displacement through algorithmic distraction is structural— a feature of digital ecosystems that endangers informed democratic participation precisely when it is most urgently needed. Verità occultate oltre il dissenso vaccinale: pratiche, linguaggi e identità nella Telegramsphere dei Guerrieri VV Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Il panorama socio-culturale e politico contemporaneo si colloca in uno scenario multi-crisi che investe il legame tra istituzioni, conoscenza e cittadinanza, mettendo in discussione le architetture fiduciarie ed epistemiche (Autor, 2025a; Neame, 2025). In questo contesto, la verità diventa un campo conflittuale e intorno al creder-vero si riarticolano narrazioni che definiscono nuove forme di partecipazione e identità collettiva. La “verità ufficiale” appare al tempo stesso delegittimata e ipermobilitata: perdono centralità i criteri di verificabilità, ma al contempo reclamare e detenere “il vero” diviene una risorsa simbolica al centro di lotte per la riappropriazione. Negli ecosistemi mediali si diffonde un habitus (Bourdieu 1977; 1979) collettivo di sospetto sistemico, che pone continue sfide alla scommessa di fiducia base dell’ordine sociale (Simmel 1906). In questo quadro emergono forme di post-affidabilità (Autor*, 2025b), fondate su meccanismi performativi che producono senso di appartenenza simbolica e processi di identificazione collettiva. La fiducia si mostra relazionale, soggettiva e situata, sostenuta da processi partecipativi che performano un “sentire insieme”, pur presupponendo verticalità asimmetriche nella strutturazione delle narrazioni. Il contributo esplora empiricamente tali dinamiche attraverso il caso della “forza di lotta” dei Guerrieri ViVi, una microsfera pubblica sviluppatasi da sensibilità antivacciniste post-pandemiche. L’insieme dei quaranta canali Telegram che costituisce il corpus del contributo si inserisce in un programma di ricerca sulle Telegramsphere fringe, all’interno del quale erano già stati individuati dei cluster di canali in base alla prevalenza di contenuti prodotti dalle community dei Guerrieri ViVi (Autor* 2026). La connessione tra i canali raccolti è basata sulla funzione “canali simili” fornita dall’interfaccia della piattaforma. I canali vengono osservati come spazio di produzione discorsiva attraverso cui è possibile ricostruire i tratti identitari ed epistemici di un movimento che eccede tanto il contesto digitale quanto le stesse questioni (dubbio e dissenso vaccinale) da cui trae il suo impulso originario (Harambam, 2023). La prevalenza di forme di partecipazione a bassa intensità rende il lurking una modalità osservativa adeguata alla fase esplorativa della ricerca, orientata non all’identificazione degli utenti ma alla ricostruzione dell’identità collettiva attraverso le tracce di pratiche piattaformizzate e linguaggi prevalenti (Brilli, Zurovac, 2025). L’estensione della digital ethnography (Hine, 2015) tra febbraio e maggio 2026 ha consentito un confronto riflessivo nel team, volto a coniugare flow discorsivo (Markham, Gammelby, 2017), pratiche piattaformizzate e variazioni del dibattito pubblico. Le evidenze esplorative mostrano, in primo luogo, come la “forza di lotta” non operi attraverso una chiusura ai media mainstream bensì attraverso una sincronizzazione antagonista con l’agenda mediale. Dagli Epstein Files alle breaking news su ambiente, innovazione tecnologica e conflitti, l’etnografia digitale permette di indagare la coerenza di questa trama narrativa, in cui eventi eterogenei trovano sintesi in una cornice identitaria fondata su letture negoziate e oppositive. Dagli spazi osservati emerge, poi, la ricerca di una verità “occultata” come pratica di disvelamento che orienta l’attività simbolica e comunicativa dei canali. La messa in discussione delle “versioni ufficiali” si manifesta, ad esempio, anche attraverso format ricorrenti, tra cui rassegne quotidiane di malori improvvisi e ricontestualizzazioni di studi scientifici. La pratica del disvelamento sembra operare, inoltre, non soltanto su un piano informativo quant’anche come vincolo normativo da interiorizzare, per i guerrieri, a cui viene richiesto di riconoscersi come soggetti ‘risvegliati’ in contrapposizione ad una maggioranza narrata come manipolata o inconsapevole. Infine, l’osservazione relativa a linguaggi ed interazioni evidenzia una potenziale modulazione affettiva della pratica di disvelamento. Dall’utilizzo di fonti pseudoscientifiche a registri più marcatamente ironici, denunciatori o perturbanti, nei canali prende forma una mappatura composita delle forme di legittimazione di una nuova autorità epistemica, in cui si ibridano dimensioni emotive, cognitive e relazionali nella costruzione di fiducia e credibilità. Dal riferimento al bersaglio: voci dominanti, topic condivisi e negatività orientata all’outgroup Politecnico di Torino, Italia Nel dibattito accademico e pubblico europeo, la circolazione del concetto di radicalizzazione si consolida a partire dall’11 settembre 2001 e dalla successiva stagione di attacchi jihadisti, che ne rafforza l’uso negli studi su sicurezza e terrorismo anche attraverso le lenti delle scienze sociali e dei media studies (Coolsaet, 2016). Parallelamente, una parte rilevante della letteratura ha mostrato come le piattaforme social abbiano amplificato attori e repertori della destra populista ed estrema destra, contribuendo ad aggravare la conflittualità su temi divisivi (immigrazione, sicurezza, sovranità nazionale vs europea) e a irrigidire fratture valoriali nello spazio pubblico europeo (Benkler, 2018; Boulianne, Koc-Michalska, & Bimber, 2020; Vaccari & Valeriani, 2021). In linea con la CFP, questo contributo indaga come, nello spazio mainstream delle piattaforme social, narrazioni, regimi di visibilità e comunicazione affettiva concorrano a riconfigurare il conflitto e a produrre effetti epistemici sul riconoscimento reciproco. Concentrandoci sulle derive tossiche, adottiamo la nozione di anti-public sphere come arena in cui il discorso viola sistematicamente norme etiche e razionali del confronto democratico, configurandosi come deriva del discorso quotidiano più che come alternativa generativa (Davis, 2021). Nella “post-sfera pubblica” digitale, la comunicazione è frammentata e decentralizzata, articolata in micro-pubblici che possono alimentare pluralità ma anche polarizzazione (Papacharissi, 2015; Mitchelstein, Boczkowski, & Giuliano, 2021). Questa frammentazione è coerente con la descrizione di una sfera pubblica segmentata e tecnologicamente guidata, composta da microsfere legate a gruppi sociali, identità e interessi (Boccia Artieri, 2025). In tale contesto, alcune microsfere possono agire da counter-publics, offrendo spazi alternativi di articolazione critica per gruppi marginalizzati (Jackson & Kreiss, 2023). Assumiamo dunque la radicalizzazione come fenomeno processuale, indipendentemente dai suoi esiti finali, e analizziamo una “dimensione radicale” dei discorsi social dell’ultimo anno come manifestazione di una anti-sfera pubblica. Il paper si pone l’obbiettivo di rispondere a due domande: · RQ1) Quali temi e attori strutturano la dimensione radicalizzata? · RQ2) Quando e come una “voce dominante” diventa un bersaglio condiviso (outgroup object) capace di aggregare attenzione antagonistica? Il dataset deriva dal filtraggio dei contenuti in lingua italiana di un corpus più ampio che include: (i) estremismi (fascismo/nazismo, anarchismo, posizioni “anti-*”, fondamentalismi, hate speech e violenza di genere); (ii) posizioni polarizzate su politica, etnicità, diritti LGBTQ+, femminismo, minoranze, immigrazione, economia, vaccini e complottismo; (iii) narrazioni orientate a repertori “positivi” (inclusione, unità, resilienza, solidarietà, fiducia, uguaglianza, integrazione). L’analisi adotta un disegno mixed-methods: Social Network Analysis su un grafo di menzioni (retweet/quote/mention), topic modeling ed emotion analysis; strumenti di IA (ChatGPT Plus 5.2) supportano l’interpretazione dei topic. A ciò si affianca una analisi qualitativa manuale su sotto-campioni mirati di contenuti e thread per validare topic e cluster e ricostruire repertori retorici e dinamiche di targeting. I risultati mostrano che un attore/utente diventa outgroup object quando co-occorrono: (i) alta dominanza relazionale nel grafo (in-degree elevato); (ii) coinvolgimento ricorrente in topic condivisi tra community; (iii) evidenza specifica (interna alla community e in relazione ai topic) di outgroup-focused-negativity durante finestre temporali di cambiamento affettivo (relative positive shocks, aumenti in z-score della valenza positiva), interpretabili come ricompattamento relativo in un dibattito complessivamente negativo. Inoltre, emerge come le voci dominanti politiche tendono a configurarsi più chiaramente come outgroup object, mentre per le voci mediatiche le condizioni appaiono necessarie ma non sufficienti. Nel complesso, il contributo evidenzia come la radicalizzazione, nella sfera pubblica piattaformizzata, non sia solo un problema di contenuti estremi ma un problema epistemico legato a visibilità, polarizzazione e post-verità (Benkler, 2018; Davis, 2021). |
| 20:30 | Cena Sociale: Rooftop Palazzo Esposizioni Luogo, sala: Ristorante Esposizioni |
