Programma della conferenza
VII “Non c’è più tempo!” Crisi ed emergenze nella società contemporanea / Cagliari, 19/20 giugno 2025
In un’epoca segnata da crisi ricorrenti e da un senso di urgenza perpetua, il concetto di tempo emerge come una lente imprescindibile per analizzare e comprendere la società contemporanea. Il convegno SISCC 2025, organizzato dalla “Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione”, intende riflettere sulle molteplici declinazioni del tempo nel contesto delle crisi odierne, esplorando come l’accelerazione dei ritmi di vita e la proliferazione delle emergenze stiano ridefinendo dimensioni fondamentali dell’educazione, della comunicazione e della vita quotidiana.
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Daily Overview |
| Data: Giovedì, 19/06/2025 | |
| 9:00 | Registrazione e welcome coffee 1 Luogo, sala: Cortile davanti Aula A Il 19 giugno la registrazione partecipanti resterà aperta fino alle ore 18.00 |
| 9:30 - 10:00 | Apertura del convegno: Apertura convegno e saluti istituzionali Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Sara Bentivegna Chair di sessione: Giovanni Boccia Artieri Saluti istituzionali: Elisabetta Gola, Prorettrice delegata per la comunicazione e l’immagine. |
| 10:00 - 12:00 | Keynote 1 - François Hartog: Entre incertitudes et désorientation: du présentisme à l’anthropocène. François Hartog, Professeur émérite École des Hautes études en sciences sociales (EHESS), Paris Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Marco Pitzalis
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| 12:00 - 13:30 | Light lunch |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 01: Le sfide delle culture temporali nella società digitale tra accelerazioni e decelerazioni Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Lucia Picarella |
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Le sfide delle culture temporali nella società digitale tra accelerazioni e decelerazioni 1: Università degli Studi di Salerno; 2: Univeristà degli Studi di Foggia; 3: IRPPS-CNR di Roma; 4: Università Giustino Fortunato di Benevento Nel 2008 l’antropologo Marc Augé pubblicava un pamphlet dal titolo Où est passé l’avenir? in cui si chiedeva che fine avesse fatto il futuro evidenziandone i principali paradossi. L’ intento di questo panel è quello di ripartire dal paradosso secondo cui ogni individuo vive in un tempo che è successivo alla sua nascita e precedente alla sua morte (finito e infinito) per giungere all’idea secondo cui nonostante la finitudine degli individui questi possano comunque immaginare una dimensione futura del tempo e di conseguenza accelerare o decelerare l’agire. La duplice natura delle piattaforme: empowerment e libertà di espressione alla prova del tempo Daniele Battista1 & Lucia Picarella2 L’evoluzione delle piattaforme digitali ha ridefinito il panorama della comunicazione pubblica, incidendo profondamente sulla partecipazione democratica e sulla libertà di espressione. Da strumenti di empowerment, capaci di amplificare voci marginalizzate e favorire nuove forme di attivismo, esse si sono progressivamente trasformate in spazi in cui si giocano anche dinamiche di esclusione e controllo del discorso pubblico. Questa ambivalenza è oggi più che mai messa alla prova dal tempo e dai cambiamenti sociali e politici, rendendo necessario interrogarsi sul ruolo delle piattaforme nel lungo periodo e sulla loro capacità di garantire un equilibrio tra partecipazione e pluralismo. In questo contesto, la cancel culture rappresenta uno dei fenomeni più controversi dell’era digitale. Nata come strumento per correggere ingiustizie e riequilibrare rapporti di potere attraverso la pressione sociale, si è progressivamente trasformata in una pratica che solleva interrogativi sui limiti della libertà di parola e sulla polarizzazione del dibattito pubblico. Se in un arco temporale breve può apparire un mezzo efficace di mobilitazione sociale, in un arco temporale più lungo emergono le sue contraddizioni: il rischio di rafforzare meccanismi di censura, la radicalizzazione delle opinioni e la creazione di bolle informative sempre più impermeabili al confronto democratico. Le piattaforme digitali si sono evolute da spazi di espressione aperta a ecosistemi sempre più regolamentati, dove gli algoritmi e le dinamiche di engagement influenzano ciò che viene amplificato o silenziato. Se da un lato queste tecnologie favoriscono la partecipazione e democratizzano l’accesso all’informazione, dall’altro hanno il potere di escludere voci scomode o di orientare il discorso pubblico in modo selettivo. Questa ambiguità si manifesta in modo evidente nelle campagne elettorali, dove la tempistica degli eventi, esercita una forte pressione sociale e le dinamiche di cancel culture possono condizionare la narrazione politica e l’immagine pubblica dei candidati. Lo studio si propone di analizzare questa duplice natura delle piattaforme tenendo conto proprio di un arco temporale relativamente breve, cioè la campagna elettorale presidenziale statunitense del 2024, caratterizzata prima dal ritiro di Joe Biden e poi dalla candidatura di Kamala Harris. Attraverso l’ausilio di software in grado di elaborare il parlato digitale applicato ai social media (X, Instagram, Facebook), verranno individuate le principali meta-narrazioni emerse tra giugno e agosto 2024, evidenziando il ruolo delle piattaforme nella costruzione dell’opinione pubblica in quest’arco temporale. I risultati permetteranno di comprendere se le piattaforme, con il trascorrere del tempo, abbiano rafforzato processi democratici o contribuito a limitare il dibattito attraverso pratiche di esclusione e polarizzazione. In un’epoca in cui la comunicazione digitale evolve rapidamente, interrogarsi sulla tenuta nel tempo di questi fenomeni diventa cruciale per capire se la libertà di espressione possa ancora essere garantita all’interno di un ecosistema mediatico dominato dalla logica delle piattaforme. Bibliografia minima di riferimento Balkin, J. M. (2017). Digital Speech and Democratic Culture: A Theory of Freedom of Expression for the Information Society. In R. Sherwin (Ed.), Popular Culture and Law (pp. 325-382). Routledge. Bouvier, G. (2020). Racist call-outs and cancel culture on Twitter: The limitations of the platform’s ability to define issues of social justice. Discourse, Context & Media, 38, 100431. Clark, M. D. (2020). Drag Them: A brief etymology of so-called "cancel culture". Communication and the Public, 5(3-4), pp. 88-92. Mangone, E. & Picarella, L. (2024). Guerre culturali e società frammentata. Dalla cancel culture al woke capitalism. Paolo Loffredo. Morlino, L., & Sorice, M. (2021). L’illusione della scelta: come si manipola l’opinione pubblica in Italia. LUISS University Press. Picarella, L. (2024) Intersections in the digital society: cancel culture, fake news, and contemporary public discourse. Frontiers in Sociology, 9:1376049. Sorice, M. (2020). La «piattaformizzazione» della sfera pubblica. Comunicazione politica, 21(3), pp. 371-388. Il “prima” e il “dopo”: la comunicazione delle emergenze come agente di resilienza Francesca Cubeddu
Negli ultimi anni si è assistito, a livello nazionale e internazionale, a eventi emergenziali (per esempio, disastri naturali o la pandemia da Covid-19) che hanno comportato dei mutamenti del sistema culturale e sociale. Solitamente con il termine emergenza si racchiudono anche le situazioni di rischio e quelle di crisi, pur trattandosi di tre concetti differenti e, soprattutto, che si riferiscono a eventi ben precisi, che necessitano di essere comunicati in modo diverso poiché con caratteristiche culturali distinte. Se il concetto di rischio caratterizza le società fin dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, nella nostra società contemporanea le culture della crisi e dell’emergenza assumono, forse, maggiore rilevanza rispetto al rischio alla luce di nuovi e più pervasivi fenomeni che si stanno registrando (si veda, per esempio, la pandemia). Analizzando queste differenze concettuali è possibile comprendere le dinamiche sociali, la loro comunicazione, e, pertanto, la loro costruzione culturale anche perché una società senza rischi, crisi ed emergenze non è possibile. Si può immaginare una società in cui gli effetti e le conseguenze negative di questi siano ridotti o addirittura evitati con l’ausilio di specifici sistemi di comunicazione come i “warnings”. La “comunicazione di allerta” deve essere specifica per avviare la prima fase di fronteggiamento dell’evento attraverso la comprensione del tipo di minaccia utile a definire il piano di comunicazione. L’uso dei social media, fortemente diffuso nella società digitale, consente non solo una rapida diffusione delle informazioni ma anche una rapida comunicazione e selezione dei messaggi (velocità e contenuto del messaggio sono ugualmente importanti). I sistemi di allerta si differenziano a seconda della fase temporale dell’evento (prima, durante e dopo) permettendo di formare la popolazione e di creare una cultura della resilienza rispetto a tali eventi. Lo stesso evento – indipendentemente dalla sua natura – si differenzia nel momento di rischio o in quello di emergenza. Se i sistemi di allerta sono collegati al rischio (il “prima”), i processi informativi e comunicativi, invece sono collegati alla successiva fase di emergenza (il “dopo”), ossia quando il fenomeno si verifica. I processi di comunicazione, in emergenza, devono essere in grado di spiegare, persuadere ma anche assistere la parte politica nel processo decisionale lungo l’arco temporale della gestione dell’evento (prima, durante e dopo): dall’allerta (prima) all’informazione continua (durante e dopo) soprattutto diffusa attraverso i media che la società digitale offre, nonché dai classici sistemi della comunicazione istituzionale. A tali processi è attribuito il compito di lavorare per indirizzare la cittadinanza verso la gestione della situazione di emergenza, con il riconoscimento e la comprensione dei differenti sistemi di allerta, nonché per favorire una risposta che consenta la messa in atto di strategie di resilienza per l’adattamento positivo alla significativa condizione avversa per facilitare non solo la ricostruzione delle cose materiali ma soprattutto la ricostruzione del tessuto sociale. Per raggiungere tale obiettivo, la comunicazione durante un’emergenza è di fondamentale importanza come agente promotore della risposta della comunità e, pertanto, delle azioni di resilienza. Per tale motivo è possibile parlare di una cultura della resilienza che è proposta dalla stessa comunità e che favorisce l’investimento in programmi, comunicazione e politiche, anche con l’attivazione di risorse latenti nelle relazioni fra i differenti soggetti. A supporto di ciò, saranno esaminati casi di studio internazionali e nazionali in cui si illustreranno le forme di comunicazione adottate nel “prima” (rischio) e “dopo” (emergenza post evento). Bibliografia minima di riferimento Barbieri, A.S.A., & Mangone, E. (2015). Il rischio tra fascinazione e precauzione. FrancoAngeli. Comunello, F., & Mulargia, S. (2017). Tra risposte protocollate e «social sensing». L’uso dei social media per la comunicazione d’emergenza nelle istituzioni locali italiane. Sociologia e ricerca sociale, 112, pp. 111-137. Cubeddu, F. (2024). Culture, comunicazione, resilienza. La società tra rischi, crisi ed emergenze. Paolo Loffredo. Cubeddu, F. (2024). La fiducia come “variabile interveniente” nella costruzione di una resiliente cultura dell’emergenza. CSI Review, 8, pp. 20-36. Cubeddu, F., & Mangone, E. (2024). From Risk to Emergencies: Changes in Cultural and Communication Systems in the Digital Society. Sociologia Italiana, 24, pp. 79-96. http://doi.org/10.1485/2281-2652-202424-3 Massa, A., & Comunello, F. (2024). La comunicazione del rischio “Made in Italy”. Riflessioni a partire da una literature review. Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione, 3, pp. 1-30. Mangone, E. (2020). La comunicazione del rischio: la pandemia da COVID-19. Mediascapes, 15, pp. 132-142. Mohammad Mushtuq H. (2019). Emergency Risk Communication Training Manual (three modules, ten lessons). Consultant, World Bank. Reynolds, B., & Seeger, M.W. (2014). Crisis and Emergency Risk Communication 2014 Edition. Centers for Disease Control and Prevention. Wright, K. (2022). Community Resilience: A Critical Approach. Routledge. Zuccaro, A. (2021). La comunicazione nella gestione delle emergenze: come operare nel pre - durante - post evento. Dario Flaccovio Editore. La comunità del detox digitale e la necessità di “disconnettersi”: il tempo del social eating tra offline e online Marianna Coppola
L’avvento di Internet e la diffusione della comunicazione online hanno rappresentato uno dei maggiori cambiamenti socioculturali degli ultimi decenni anche per quanto riguarda la dimensione del tempo. Se da un lato la proliferazione di spazi digitali e contesti virtuali - in cui tracciare forme aggregative e processi di identificazione sociale - ha ampliato la gamma dei possibili processi di socializzazione degli individui, le esperienze faccia a faccia hanno visto progressivamente eroso il ruolo primatista del processo di costruzione dell’intersoggettività. Tuttavia, soprattutto nel periodo post-pandemia da Covid-19, si è assistito a una controtendenza da parte di alcuni gruppi di persone che hanno avanzato nuove esigenze e bisogni: la riappropriazione della socializzazione faccia a faccia. Il fenomeno - definito digital detoxification, ovvero la purificazione dai social media e da Internet per un periodo temporaneo di durata variabile - coinvolge una crescente comunità di persone in tutto il mondo che attraversa genere, età e classe. Le comunità di disintossicazione digitale sono in crescita in tutto il mondo occidentale, uno studio ha recentemente evidenziato che negli Stati Uniti negli anni 2020-2021 circa il 15% della popolazione americana ha cercato almeno una volta sui motori di ricerca consigli o modi per “staccare” dalla rete, e che nello stesso arco di tempo le iscrizioni ad app o community siano aumentate del 75%. È proprio su questa nuova esigenza che alcuni sviluppatori di app per incontri hanno avviato una nuova progettazione, cercando di sviluppare una forma di ibridazione tra l’esigenza di “creare occasioni di aggregazione nel digitale” e la possibilità di incontrare e connettersi con ipotetici amici, partner e nuove conoscenze solo - ed esclusivamente - attraverso l’esperienza faccia a faccia. Si tratta - quindi - di una nuova frontiera delle app per il dating, che mixa funzionalità ed esigenze diverse per creare occasioni di incontro e di connessione attraverso esperienze reali e tipicamente “analogiche” come, per esempio, la partecipazione a mostre, concerti, gite fuori porta o eventi culturali a seconda delle proprie inclinazioni e passioni. La crescente richiesta di esperienze “digital detox” pone una riflessione e un’analisi anche sul concetto sociale di “tempo” e delle interconnessioni che si verificano tra l’“online time” e il “life time”, generando implicazioni sia sul processo di significazione e costruzione dei rapporti sociali sia in termini di percezione del tempo e della continuità dello stesso tra online e offline. Di recente è nata una nuova app per incontri, Tabloo, che rappresenta una vera e propria app di aggregazione in quanto per potersi scambiare i contatti telefonici e restare in contatto le persone “devono” partecipare a un’esperienza conviviale in modalità face-to-face, ritagliandosi del tempo nella propria organizzazione della giornata e del proprio timing nella vita offline. Lo scopo di questo contributo è quello di analizzare le motivazioni, le modalità relazionali e gli usi dello spazio digitale degli utenti iscritti all’app “Tabloo” cercando di evidenziare anche gli aspetti di percezione e di rappresentazione nell’immaginario del tempo e delle relazioni con le esigenze di digital detox. Per raggiungere tale scopo è stata condotta un’esperienza di ricerca mixed methods, combinando diverse metodologie di ricerca: in una prima fase un’analisi di etnografia digitale con l’analisi dei profili, le interazioni e la “vita sociale” della comunità iscritta all’app; in una seconda fase, sono state condotte interviste in profondità a 25 users che utilizzano regolarmente Tabloo. Bibliografia minima di riferimento Ansari S, Iqbal N, Azeem A, Danyal K. Improving Well-Being Through Digital Detoxification Among Social Media Users: A Systematic Review and Meta-Analysis. Cyberpsychol Behav Soc Netw. 2024 Nov;27(11):753-770. doi: 10.1089/cyber.2023.0742. Epub 2024 Sep 30. PMID: 39348315. Bauman, Z. (2008). Vite di corsa, come salvarsi dalla tirannia dell’effimero, bologna, il mulino, 2008. Bourdieu, P. (2002). Una teoria del mondo sociale, Padova, CEDAM, 2002. Gasparini, G. (1994). La dimensione sociale del tempo, Milano, Franco Angeli Editore, 1994. Marchetti, C. (2007). Lo spazio della società, in Tempo, spazio e società. La ridefinizione dell’esperienza collettiva, a cura di D. Pacelli e C. Marchetti, FrancoAngeli, Milano, 2007, p. 141. Radtke, Theda & Apel, Theresa & Schenkel, Konstantin & Keller, Jan & von Lindern, Eike. (2021). Digital detox: An effective solution in the smartphone era? A systematic literature review. Mobile Media & Communication. 10. 205015792110286. 10.1177/20501579211028647. Syvertsen, T., & Enli, G. (2020). Digital detox: Media resistance and the promise of authenticity. Convergence, 26(5-6), 1269-1283. https://doi.org/10.1177/1354856519847325. Diventare madre? Immaginari cronemici della genitorialità nelle web communities Masullo Giuseppe1 & Emiliana Mangone1
I dati statistici nazionali e internazionali sulle tendenze demografiche nelle società europee indicano un preoccupante calo dei tassi di natalità e fertilità in Italia, spingendo sociologi e demografi a prevedere un "inverno demografico". Gli studiosi riferiscono che la società odierna è sempre più incentrata sul bambino, ovvero si concentra sull'importanza dei bisogni e dei diritti dei bambini nelle società occidentali. Tale valore permea la coscienza collettiva sia degli uomini che delle donne. Uomini e donne, quindi, affrontano l'imperativo culturale, sociale e ora istituzionale di procreare, come fase essenziale del loro percorso di vita, ma si scontrano anche con i costi personali, sociali ed economici che la genitorialità richiede sempre più. Questo problema colpisce in particolar modo le donne, da sempre sottoposte a forti pressioni sociali verso la maternità, anche se i movimenti femministi hanno sempre più sottolineato che l'identità sociale delle donne non si esaurisce con la genitorialità, ma risiede piuttosto nella capacità di conciliare questa esigenza con altri obiettivi fondamentali di autorealizzazione (come avere una carriera appagante, ad esempio). In risposta a tali pressioni, le donne adottano diverse strategie, alcune delle quali variano a seconda dei determinanti sociali che predispongono (o meno) alla maternità (come età, status sociale, livello di istruzione, reti di supporto adeguate, ecc.). Tra queste, le donne che scelgono di diventare madri, spesso anticipando i tempi, o che rinunciano alla carriera per potersi occupare dei loro figli e quelle che al contrario preferiscono posticipare questa possibilità, ritardandola nel tempo (per esempio, dopo aver completato gli studi e raggiunto la realizzazione professionale), o che decidono di rinunciarvi del tutto, sottolineando sempre di più come la decisione di diventare madri sia anche una questione soggettiva e non solo il risultato di condizioni strutturali favorevoli. Sulla base di questa premessa, si presentano qui i risultati di una ricerca che ha voluto indagare gli immaginari che le donne esprimono sulla genitorialità in due web community (una di neomamme e un’altra di donne childfree). Dall’osservazione e dalle storie di vita (raccolte attraverso alcune interviste in profondità) emerge come la scelta di diventare (o non) genitore è collegata ad alcuni eventi biografici del passato e dunque alle relazioni costruite nell’ambito dei processi di socializzazione e risocializzazione al genere e anche ai tentativi di resistenza ad una cultura che identifica l’equazione “donna = madre” come un fatto spontaneo e naturale per tutte le donne. Sono pertanto descritti e prese in esame le principali narrative che accompagnano la scelta (o non) di diventare madri, chiarendo con più precisione i legami fra queste predisposizioni, la cultura che le orienta, e a come questo rapporto muta nel tempo anche in relazione ai principali vincoli strutturali che le donne incontrano lungo la loro strada. Bibliografia minima di riferimento Agrillo, C., & Nelini, C. (2008). Childfree by Choice: A review. Journal of Cultural Geography, 1, pp. 347-363. Bertone, C. (2024). Il familiare è politico. Attrezzi di ricerca per uno sguardo posizionato. Meltemi. Blackstone, A., & Stewart, M.D. (2012). Choosing to be Childfree: Research on the Decision Not to Parent. Sociology Compass, 6, pp. 718-727. Charnley, J., & Lazzari, L. (2016). To Be or Not to Be a Mother: Choice, Refusal, Reluctance and Conflict. Motherhood and Female Identity in Italian Literature and Culture. Intervalla, Special Vol. 1, pp. 1-7. Chicco, F. (2019). Decostruzione del simbolico materno É. Badinter, B. Duden, A. Rich: un dibattito femminista tra “seconda” e “terza ondata”. Post-Filosofie, pp. 181-204. https://doi.org/10.15162/1827-5133/1181 Yazid, A., Karimullah, S.S., & Sugitanata, A. (2023). Comparative Study on Childfree Marriage in Some Selected Countries. Jurnal Al-Hakim: Jurnal Ilmiah Mahasiswa, Studi Syariah, Hukum Dan Filantropi, 5(2), pp. 267-84. https://doi.org/10.22515/jurnalalhakim.v5i2.7869 Tantunni, M.L, & Mencarini, L. (2008). Childless or childfree? Paths to voluntary childlessness in Italy. Population and Development Review, 34(1), pp. 51-77. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 02: Sincronie e asincronie della transizione digitale e dell’IA nella comunicazione pubblica Luogo, sala: Aula 2 (AO-A) Chair di sessione: Lucia D'Ambrosi Chair di sessione: Gea Ducci |
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Sincronie e asincronie della transizione digitale e dell’IA nella comunicazione pubblica 1: Sapienza Università di Roma; 2: Università di Urbino Carlo Bo; 3: Università di Torino; 4: Università di Genova; 5: Università di Messina; 6: Università di Bologna; 7: Università di Ferrara Nota introduttiva La forte accelerazione della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (PA) e la crescente diffusione dell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, stanno impattando in modo significativo sui processi organizzativi e sulle dinamiche comunicative sia interne che esterne alle istituzioni, investendo molteplici aspetti della comunicazione pubblica e della cultura organizzativa. Una delle principali sfide dell’attuale transizione digitale, consiste nell’allineare e rendere compatibili il tempo accelerato dell’evoluzione tecnologica con quello dell’istituzionalizzazione dell’uso di strumenti digitali avanzati, attraverso regolamentazioni internazionali e nazionali (Hjaltalin and Sigurdarson 2024; Wirtz et al. 2021), e con il tempo del processo di cambiamento organizzativo e culturale, necessario per lo sviluppo di nuove strategie comunicative, pratiche di innovazione e competenze diffuse (Macnamara 2024). Al riguardo, numerose sono le questioni emergenti, fra cui le differenti velocità di sviluppo che caratterizzano le amministrazioni e il rischio di eccessiva disomogeneità fra istituzioni e territori, in un percorso che appare come una sorta di “corsa verso la digitalizzazione” nella fase post-pandemica, sollecitata dai piani europei di ripresa e resilienza (come il PNRR in Italia). Spesso infatti questa accelerazione si innesta in contesti istituzionali che presentano culture digitali, organizzative e comunicative eterogenee (Solito et al. 2020; Ducci e Lovari 2021; D’Ambrosi et al. 2024). Non meno rilevante è la difficoltà da parte della PA a perseguire i principi dell’open-government (es.: adottare un approccio collaborativo, aperto e multilivello) e a confrontarsi con l’iper-regolamentazione e la nascita di una burocrazia algoritmica, dovuta anche all’impiego dell’intelligenza artificiale. Tali questioni comportano la necessità di tenere conto delle implicazioni etiche e di sostenibilità dei processi in atto che possono avere una ricaduta significativa sulla fiducia nelle istituzioni (Marinelli, Parisi 2020; Bentivegna, Boccia Artieri 2021; Belluati 2023). Il ruolo strategico della comunicazione pubblica in questi processi (Grunig 2017; Canel e Luoma-aho 2019) appare cruciale per evitare le eccessive asincronie nel cambiamento in corso e lo sviluppo di nuove disuguaglianze tra cittadini, territori e settori della PA. Alla luce di queste riflessioni, il panel intende affrontare le principali sincronie e asincronie che accompagnano il processo di digitalizzazione nel settore pubblico, ponendosi alcuni interrogativi: la PA subisce o guida il processo di innovazione? Come la transizione digitale impatta sul policy making e sull’accountability della PA? Quale rilevanza assumono i ruoli e le competenze dei professionisti della comunicazione per generare valore pubblico nel processo di transizione digitale (OECD 2021 e 2024)? Il panel cercherà di rispondere a questi interrogativi attraverso quattro contributi di carattere teorico ed empirico che si focalizzano su sincronie e asincronie della transizione digitale nella PA. Il primo paper affronta come l'accelerazione della digitalizzazione della PA e l'adozione dell'IA generativa stanno rimodellando la comunicazione pubblica istituzionale dell'UE, generando nuove opportunità e sfide. Il contributo, basato su evidenze empiriche, analizza in chiave etica e sostenibile l'integrazione tecnologica e i suoi impatti nell’interazione tra istituzioni e cittadini. Il secondo si concentra sul tema della regolamentazione europea dell'AI e del suo impatto sulla qualità del dibattito pubblico. La ricerca analizza il punto di vista di esperti istituzionali, per verificare l'efficacia di tale regolamentazione sul policy making e sull’accountability della PA, nonché gli effetti sulla partecipazione democratica. Il terzo contributo è dedicato all’impatto dell’accelerazione della digitalizzazione sulle risorse umane nel sistema socio-tecnico delle amministrazioni comunali e all’analisi di come l’adozione di chatbot e digital workplace incida sui processi comunicativi, con riferimento ai comuni della provincia di Rimini. Il quarto è dedicato ad uno studio sulla digitalizzazione dei servizi pubblici locali in Italia, con particolare attenzione all'integrazione dell'IA. Tramite interviste in profondità, vengono esplorate le sfide organizzative e il ruolo della comunicazione pubblica nella costruzione della fiducia tra cittadini e istituzioni. ABSTRACT 1 La transizione digitale e l’IA nella PA: sfide, opportunità e il ruolo dell’etica nella comunicazione istituzionale Marinella Belluati (Università di Torino), Margherita Ferrigno (Università di Genova), Sara Pane (Sapienza Università di Roma) L’accelerazione della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (PA) e l’adozione di strumenti di Intelligenza Artificiale (IA) stanno trasformando in profondità le dinamiche comunicative e organizzative delle istituzioni, generando nuove opportunità e sfide. Questo contributo analizza l’evoluzione della comunicazione pubblica istituzionale europea in relazione alla crescente integrazione dell’IA, soprattutto generativa, e alle implicazioni etiche delle tecnologie emergenti. L’Unione Europea (UE) ha adottato un approccio regolamentato e umano-centrico alla digitalizzazione della PA, come definito dall’Agenda Digitale Europea (2010, 2015), dal Piano Coordinato sull’Intelligenza Artificiale (2018) e dall’AI Act (2024). Tuttavia, il principale nodo critico riguarda il bilanciamento tra il rapido avanzamento tecnologico e i tempi più lenti dell’istituzionalizzazione e dell’adattamento organizzativo, essenziali per un’implementazione efficace e sostenibile, nonché sulla questione delle competenze. L’analisi proposta si colloca in questo dibattito, esaminando le sincronie e asincronie della transizione digitale nelle organizzazioni del settore pubblico seguendo una prospettiva multilivello. In particolare, si interroga su come le istituzioni, a diversi livelli della governance europea, possano integrare strumenti di IA, soprattutto generativa, per migliorare l’interazione con i cittadini, valutandone opportunità e limiti. La ricerca si articola su due livelli di analisi. Il primo livello esamina l’uso di ‘chatbot istituzionali’, adottati dall’UE sia per la comunicazione interna che per quella esterna, con esempi come GPT@EC e Eurodesk Mobility Advisor. L’analisi considera le opportunità e i limiti di questi strumenti, sia dal punto di vista delle istituzioni che li implementano, sia dal punto di vista dei cittadini-utenti a cui sono destinati. L’obiettivo è fornire una panoramica delle tendenze attuali nell’uso dell’IA nella comunicazione pubblica europea. Il secondo livello riguarda un’analisi comparativa di città come Torino, Colonia, Eindhoven ed Helsinki, che stanno sperimentando soluzioni di IA in linea con le direttive europee al fine di mettere in evidenza i risultati positivi e le criticità di queste esperienze, evidenziando la necessità di standard armonizzati e meccanismi di supervisione efficaci. Questo è essenziale per garantire che l’integrazione dell’IA nella PA rispetti i principi di equità, trasparenza e sostenibilità promossi dall’UE. La regolamentazione dell’IA e il rafforzamento della comunicazione pubblica emergono come strumenti essenziali per assicurare che la trasformazione digitale contribuisca a un’effettiva creazione di valore pubblico. Inoltre, il confronto tra i diversi livelli istituzionali, europei e realtà urbane, suggerisce che l’efficacia dell’integrazione tecnologica dipenda fortemente dalla capacità delle amministrazioni di adottare una visione strategica condivisa e a lungo termine, in grado di coniugare innovazione, trasparenza e inclusività. Il contributo si basa su evidenze emergenti da studi empirici di tipo qualitativo in corso e di analisi di caso e sottolinea l’importanza di un approccio etico e sostenibile per rafforzare il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini. La ricerca adotta una prospettiva multidisciplinare, integrando contributi dalla sociologia della comunicazione, dalla teoria delle rappresentazioni sociali, dagli studi sulle politiche pubbliche e dall’analisi della governance tecnologica, e utilizza un disegno di ricerca qualitativo. In questo contesto verranno presentati dati preliminari raccolti mediante interviste semistrutturate con esperti (n=25) utilizzando tecniche di analisi qualitativa del contenuto e osservazioni partecipanti al processo di implementazione di politiche pubbliche. Riferimenti bibliografici Androutsopoulou A., Karacapilidis N., Loukis E., & Charalabidis Y. (2019), Transforming the communication between citizens and government through AI-guided chatbots, Government information quarterly, 36, n.2, pp.358-367. Floridi L. (2021), Ethics, governance, and policies in artificial intelligence, Cham, Springer. Laux J., Wachter S., Mittelstadt B. (2024), Trustworthy artificial intelligence and the European Union AI act: On the conflation of trustworthiness and acceptability of risk, Regulation & Governance, 18, n.1, pp.3-32. Smillie L., & Scharfbillig M. (2024). Trustworthy Public Communications. Publications Office of the European Union. van Noordt C., Misuraca G. (2022), Artificial intelligence for the public sector: results of landscaping the use of AI in government across the European Union, Government information quarterly, 39, n.3. ABSTRACT 2 Dall’accelerazione tecnologica alla iper-regolamentazione: il tempo delle istituzioni europee per la democrazia digitale Lucia D’Ambrosi (Sapienza Università di Roma), Alberto Marinelli (Sapienza Università di Roma), Mariaeugenia Parito (Università di Messina), Gabriella Radano (Sapienza Università di Roma) La strategia di comunicazione pubblica che accompagna la transizione digitale e lo sviluppo dell'Agenda Digitale in Italia ha assunto sempre più un ruolo trasversale, intersecandosi con le recenti politiche europee riguardanti i temi della disinformazione e della partecipazione democratica (Trenz 2023). La normativa dell’UE per il decennio digitale 2030, e in particolare il regolamento introdotto dall’AI Act, è risultata essenziale per negoziare e discutere le politiche e per garantire trasparenza e responsabilità nello sviluppo di nuove strategie e pratiche comunicative necessarie a salvaguardare l’integrità di un dibattito pubblico informato. Principalmente, l’obiettivo di sviluppare risposte affidabili e resilienti, basate su un ambiente digitale antropocentrico in cui tecnologie e servizi digitali sono sicuri e interoperabili, si è rivelato centrale per il contrasto alla disinformazione, purché tali azioni siano progettate nel pieno rispetto della libertà di espressione e di opinione e della tutela dei diritti dei cittadini. Per altri versi, la convergenza (Jenkins et al. 2013) di piattaforme e tecnologie digitali ha contribuito a lanciare anche nuove sfide, che richiedono alle istituzioni pubbliche di superare limiti strutturali e burocratici e di confrontarsi con i tempi accelerati dell’evoluzione tecnologica. In particolare, le piattaforme online sono diventate ambienti altamente ricettivi per le campagne di propaganda e disinformazione, alimentando la polarizzazione ed erodendo la fiducia nelle istituzioni pubbliche (Nannini et al. 2024). Inoltre le tattiche di deplatformization attuate dalle big tech verso piattaforme alternative e considerate pericolose, limitandone l’accesso alle infrastrutture digitali essenziali, rendono complesso in assenza di una regolamentazione più chiara, trovare un equilibro tra la libertà di espressione e il contrasto alla disinformazione (Smillie, Scharfbillig 2024; van Dijck et al. 2024). Partendo da questo contesto di scenario, il paper intende indagare come le istituzioni europee e nazionali stanno regolamentando e monitorando lo sviluppo dell’AI affinché le sue applicazioni rispettino i principi di privacy e trasparenza e contribuiscano alla qualità del dibattito pubblico. In particolare, l’obiettivo è quello di analizzare l’impatto prodotto dalla transizione digitale sul policy making e l’accountability della PA, per verificare se le tecnologie siano effettivamente orientate a tutelare i diritti dei cittadini e la partecipazione della società civile ai processi democratici. L’ipotesi da cui intendiamo partire è che la regolamentazione e il monitoraggio da parte delle istituzioni su sistemi tecnologici in rapidissimo mutamento e che impattano sulla vita delle persone in modi imprevedibili, siano garanzia di resilienza delle democrazia. La ricerca si basa sull'analisi documentale dei regolamenti europei e dei gruppi di lavoro sull’AI ed è supportata da alcune interviste in profondità a testimoni privilegiati e attori istituzionali con competenze specifiche nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Lo studio propone alcune raccomandazioni sui rischi connessi all’implementazione di queste tecnologie nell’ambito della comunicazione pubblica, evidenziando l’importanza di rispettare i valori e i diritti fondamentali condivisi dell’UE tesi a sostenere la libertà e il pluralismo dei media quali pilastri fondamentali della democrazia digitale. Riferimenti bibliografici Boucher L., Hallin S., Paulson. A. C. (2023), The Routledge Handbook of Collective Intelligence for Democracy and Governance, Taylor & Francis. Smillie L., Scharfbillig M. (2024), Trustworthy Public Communications, Publications Office of the European Union, Luxembourg, https://data.europa.eu/doi/10.2760/695605, JRC137725. van Dijck J., de Winkel T., Schäfer M.T. (2024), "Deplatforming and deplatformization as governance strategies," in M. Puppis, R. Mansell & Hilde Van den Bulck (ed.), Handbook of Media and Communication Governance, 500-513, Edward Elgar Publishing.. Jenkins H. (2013), Rethinking “Rethinking Convergence/Culture”, Cultural Studies, 28(2), 267–297, https://doi.org/10.1080/09502386.2013.801579. Nannini L., Bonel E., Bassi D. et al. (2024), “Beyond phase-in: assessing impacts on disinformation of the EU Digital Services Act”, AI Ethics, https://doi.org/10.1007/s43681-024-00467-w. Trenz H.J (2023), Democracy and Public Sphere. From Dystopia and Back to Utopia. Bristol: University Press. ABSTRACT 3 Digitalizzazione ad alta velocità: come nuovi applicativi, chatbot e digital workplace incidono sui processi comunicativi degli enti locali nel riminese Gea Ducci (Università di Urbino Carlo Bo), Piergiorgio Degli Esposti (Università di Bologna), Fabiola Fenili (Università di Urbino Carlo Bo), Giorgia Gianotti (Università di Urbino Carlo Bo), Laura Tirabassi (Università di Bologna) L’accelerazione del processo di transizione digitale impressa dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR 2021-2026), investe in modo significativo la realtà degli enti locali in Italia, prevedendo l’erogazione di ingenti risorse finalizzate al rafforzamento ed efficientizzazione di infrastrutture digitali che facilitino l’accesso ai servizi pubblici a tutti i cittadini, a livello territoriale. Cercare di comprendere come e fino a che punto i tempi e le modalità con cui si stanno attuando i processi di digitalizzazione siano compatibili con la possibilità di creare realmente valore pubblico (Twizeyimana e Andersson 2019; Følstad-Larsen, 2024), migliorando i processi organizzativi e la comunicazione interna ed esterna degli enti locali (Ducci 2017; Solito et al. 2020; Lovari e Ducci 2022), è l’obiettivo generale che accomuna tre percorsi di ricerca che vedono il coinvolgimento dei comuni dell’area riminese. In un contesto territoriale sempre più orientato all’erogazione ibrida dei servizi, il primo percorso consiste nell’esplorare come l’adozione di modelli di amministrazione burocratica risponde alla conformazione della piattaforma digitale, seguendo la logica della massimizzazione dell’efficienza attraverso processi sempre più rapidi (Ritzer, 2019; Poell et al., 2019) in cui la rapidità del servizio è il criterio stesso della qualità. Nello specifico, lo studio si prefigge di analizzare il ruolo che le operatrici e gli operatori nei medio-piccoli Comuni delle Unioni Valconca e Valmarecchia (RN) svolgono nel processo di digitalizzazione dell’ente. In seguito alla produzione di una mappa interattiva e alla somministrazione di questionari, lo strumento dell’intervista semi-strutturata è stato utilizzato per indagare il rapporto tra contesto territoriale, digital literacy e resistenze all’interno dei comuni coinvolti. Gli altri due percorsi di ricerca si focalizzano sull’implementazione dell’assistente virtuale/chatbot e del digital-workplace di nuova generazione in due realtà comunali in cui i comunicatori pubblici sono protagonisti della transizione digitale: il Comune di Rimini e il Comune di Santarcangelo di Romagna. Nel caso del Comune di Rimini, si analizza il modo in cui l’assistente virtuale “Rimini Chatbot” viene implementato e gestito all'interno dell’ente e incide sulle attività di comunicazione pubblica. Attraverso un approccio auto-etnografico si osserva l’uso dello strumento che è “ruled-based” e gestito dall’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico (URP), lavorando su flussi e prompt design/engineering per offrire comunicazioni fluide ed efficaci ai cittadini. Inoltre, viene condotta un’indagine con questionario strutturato, somministrato ai cittadini-utenti del chatbot, allo scopo di rilevare il loro livello di soddisfazione, e si prende in esame la sperimentazione dell’uso di LLM fra i comunicatori pubblici. Nel secondo caso, si analizza l’adozione di un digital workplace (DWP) presso il Comune di Santarcangelo di Romagna, progettato “su misura” dell’ente allo scopo di migliorare la comunicazione interna, facilitare la costruzione di una rete collaborativa e sviluppare una cultura organizzativa di tipo partecipativo (Kim-Grunig 2011; Mazzei, 2018). Ad un’analisi delle caratteristiche dell’architettura digitale e dell’utilizzo quotidiano del DWP da parte dei dipendenti (tramite monitoraggio dei dati sul posting e analisi qualitativa dei contenuti prodotti e condivisi sulla piattaforma), segue lo svolgimento di dieci interviste semi-strutturate a figure-chiave (responsabili della comunicazione e dei principali processi organizzativi) e cinque focus group con il personale. Dai risultati delle tre ricerche emerge che, se da un lato l’accelerazione stimola nei dipendenti pubblici una maggiore attenzione e consapevolezza circa l’importanza e irreversibilità della transizione digitale in corso, dall’altro lato emergono alcune difficoltà (asincronie) e forme di resistenza nell’attuare in maniera non traumatica i percorsi avviati. Tali resistenze sono legate alla percezione di una compressione temporale eccessiva, alla coesistenza di diversi livelli di digital literacy e differenti culture organizzative fra il personale, rischiando di vanificare lo sforzo dei comunicatori di attivare percorsi partecipati e coinvolgenti.
Riferimenti bibliografici Ducci G. (2017), Relazionalità consapevole. La comunicazione pubblica nella società connessa, FrancoAngeli, Milano. Larsen A. G. – Følstad A. (2024), The impact of chatbots on public service provision: A qualitative interview study with citizens and public service providers, Government Information Quarterly, 41, 1-12. Kim J.‐N.- Grunig, J. E. (2011). Problem solving and communicative action: A situational theory of problem solving. Journal of Communication, 61(1), 120–149. Lovari A. - Ducci G. (2022), Comunicazione pubblica. Istituzioni, pratiche, piattaforme, Mondadori, Milano. Mazzei A. (2018). Engagement e disengagement dei collaboratori. FrancoAngeli. Milano. Poell, T. & Nieborg, D. & van Dijck, J. (2019). Platformisation. Internet Policy Review, 8(4). Ritzer, G. (2019). The McDonaldization of society: Into the digital age. Sage publications. Solito L., Sorrentino C., Materassi L., Pezzoli S. (2020), Percorsi in Comune. La comunicazione nelle municipalità toscane, Carocci, Roma-Bari. Twizeyimana J. D., Andersson A. (2019), The public value of e-Government. A literature review, Government Information Quarterly, 36, 167-168. ABSTRACT 4 Transizione digitale e intelligenza artificiale nei servizi pubblici locali: percorsi adozione e sfide organizzative Giulia Banfi, Marco Pedroni (Università di Ferrara) La transizione digitale della Pubblica Amministrazione (PA) italiana ha attraversato diverse fasi di sviluppo, caratterizzate da avanzamenti tecnologici disomogenei e differenze significative nell'adozione e nell'integrazione delle soluzioni digitali per lo sviluppo dei servizi pubblici. A partire dal Primo Piano e-government (2002), l'obiettivo di rendere l’amministrazione più orizzontale e l’applicazione di un approccio federale alla digitalizzazione hanno portato alla decentralizzazione del processo, rafforzando le autonomie locali. Sebbene questo modello abbia attribuito un ruolo centrale agli enti locali, ha comportato sfide rilevanti, tra cui l’interoperabilità dei dati, lo sviluppo delle competenze digitali (European Commission, 2024), l’adeguamento delle infrastrutture e la riorganizzazione dei processi lavorativi per una transizione efficace verso le procedure digitali. Inoltre, principi fondamentali come trasparenza, partecipazione e collaborazione, che hanno segnato il passaggio dall’e-Government all’Open Government, hanno incontrato ostacoli significativi nella loro implementazione concreta. Nonostante un solido impianto normativo, rappresentato da testi chiave quali il Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs. 82/2005), il FOIA (D.Lgs. 97/2016) e la Strategia Italia Digitale 2026, l’e-Government italiano continua a presentare criticità sul piano organizzativo e formativo. Questi due elementi risultano essenziali per evitare che la digitalizzazione sia percepita esclusivamente come un’imposizione dall’alto e per promuovere, al contrario, un approccio partecipativo e bottom-up. Alla luce di questo scenario, la presente ricerca si propone di analizzare le sincronie e le asincronie che emergono nel processo di digitalizzazione dei servizi pubblici locali in Italia, con particolare attenzione alle prime forme di automazione derivanti dall’integrazione di tecnologie di Intelligenza Artificiale (IA). L’analisi qualitativa si basa su interviste in profondità condotte con Responsabili dei Dipartimenti di Digitalizzazione, funzionari con delega ai servizi digitali e, in alcuni casi, comunicatori pubblici di Regioni e capoluoghi di provincia. L’indagine esplora le sfide della digitalizzazione, il ruolo della comunicazione pubblica e le modalità con cui gli enti locali stanno recependo e implementando l’integrazione dell’IA nei processi digitali. I risultati preliminari indicano che l’integrazione dell’IA nei servizi digitali pubblici non segue un percorso uniforme, ma è condizionata da fattori quali la cultura organizzativa, la disponibilità di risorse, le competenze interne e il supporto politico-istituzionale. Mentre alcuni enti hanno avviato progetti pilota e sperimentazioni avanzate nell’automazione dei servizi, altri mostrano resistenze dovute a limiti infrastrutturali, preoccupazioni sulla sicurezza dei dati e carenza di competenze specialistiche. L’adozione di nuove soluzioni tecnologiche vede nella comunicazione pubblica un ruolo chiave, riconosciuto dalla letteratura come un elemento per la costruzione della fiducia tra cittadini e istituzioni (Porumbescu, 2015). Una comunicazione efficace non solo amplia la conoscenza dei cittadini sulle pratiche amministrative e sui servizi disponibili, ma favorisce anche il senso di appartenenza alla comunità, elemento essenziale nei processi partecipativi. Tuttavia, il rapporto di fiducia tra PA e cittadini è spesso sottovalutato nelle fasi di accettazione di nuove tecnologie (Davis, 1989). Alla luce di queste considerazioni, la ricerca si inserisce nel dibattito sulla necessità per la PA di adottare strategie di comunicazione integrata (Lovari & Ducci, 2022) e di considerare attentamente i livelli di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e delle tecnologie impiegate (Carter & Bélanger, 2005). L'analisi dei dati raccolti si propone di contribuire al dibattito sulla governance dell'e-Government e alla letteratura scientifica in materia, con l'obiettivo di rispondere in modo efficace alle esigenze della cittadinanza e di favorire il miglioramento della qualità dei servizi pubblici. Riferimenti bibliografici Carter, L., & Bélanger, F. (2005). The utilization of e-government services: Citizen trust, innovation, and acceptance factors. Information Systems Journal, 15(1), 5–25. https://doi.org/10.1111/j.1365-2575.2005.00183.x. Davis, F. (1989) Perceived usefulness, perceived ease of use and user acceptance of information technology. MIS Quarterly, 13, 319–340. European Commission. (2024). Digital Decade 2024: Europe’s Digital Transformation. https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/factpages/digital-decade-2024-report-country-fact-pages. European Commission. (2024). eGovernment Benchmark 2024. Luxembourg: Publications Office of the European Union. https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/e380c7a8-3833-11ef-b441-01aa75ed71a1/language-it. European Commission. (2024). Standard Eurobarometer 102, Autumn 2024: Public opinion in the European Union. https://europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3215. Lovari, A., Ducci, G., (2022). Comunicazione pubblica. Istituzioni, pratiche, piattaforme, Mondadori Università. Porumbescu, G. (2017). Linking Transparency to Trust in Government and Voice. The American Review of Public Administration, 47(5), 520-537. https://doi.org/10.1177/0275074015607301. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 03: Per una sana e robusta comunicazione. La salute tra narrazioni e rappresentazioni Luogo, sala: Aula Magna Baffi (A0-F) Chair di sessione: Letizia Materassi |
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“Per una sana e robusta comunicazione. La salute tra narrazioni e rappresentazioni” 1: Università di Firenze; 2: Università Cattolica del Sacro Cuore; 3: Università di Cagliari; 4: Università di Bologna; 5: Università di Messina; 6: Sapienza Università di Roma Nota introduttiva al panel La comunicazione della salute rappresenta oggi un ambito di studio consolidato, che negli ultimi anni è stato caratterizzato da un elevato dinamismo e una evidente produttività (Elliott&Greenberg, 2022). Se il passaggio da un’emergenza pandemica ha amplificato tale fenomeno e ha reso la materia particolarmente importante, non è solo questo fattore che rende il tema di urgente trattazione. Infatti, ciò che da più parti si rileva - anche da prima del Covid-19-, è l’esigenza di pensare alla salute come un processo (Bucchi&Neresini, 2001; Ingrosso, 2008; Lovari, 2017), non una datità o uno stato, e che non si definisce esclusivamente in relazione ai comportamenti e alle responsabilità individuali, ma in un rapporto dialettico tra istituzioni e cittadini, tra comunità di appartenenza e collettività, tra comunicazione istituzionale e rappresentazioni mediali. Quello che si rende necessario è allora andare a investigare quei luoghi - e ambiti comunicativi - in cui si formano le aspettative di salute, in cui si costruiscono gli immaginari, ma anche nei quali si sperimentano forme di relazione e di interazione diverse. Prendendo le mosse dagli attuali ecosistemi comunicativi caratterizzati da ibridazione (Jenkins et al. 2013), platformizzazione (Van Dijck et al. 2019), frammentazione e interrelazione (Bentivegna&Boccia Artieri, 2021), il panel si propone di presentare studi, ricerche e riflessioni sulle diverse forme di narrazione della salute. L’obiettivo è convocare intorno al tema della Health Communication, studiosi e studiose di gruppi di ricerca e atenei diversi, che ne analizzano i diversi linguaggi, registri narrativi, contenitori e contenuti mediali, prospettive organizzative e percezioni dei pubblici, andando oltre un approccio monolitico alla comunicazione della salute (Lovari&Ducci, 2022). Quello che proponiamo è dunque un viaggio esplorativo entro 4 contributi di ricerca su rappresentazioni diverse della salute che, da un lato, si configurano come versanti promettenti e pratiche sperimentali e innovative, ma dall’altro rendono evidente l’esistenza di nuove sfide ed emergenze comunicative da affrontare (Materassi&Solito, 2021). Il primo contributo fornisce una “geografia” della salute, attraverso l’analisi delle campagne sociali che promuovono gli screening oncologici e i programmi vaccinali. Oltre a soffermarsi sulla diversa produttività delle regioni italiane, il paper vuole riflettere sulla possibile connessione tra rappresentazioni e realtà rappresentata, tra salute perseguita, auspicata dalla comunicazione sociale e i comportamenti di salute effettivamente attivati dai cittadini. E se le scelte di salute derivano anche dall’ambiente informativo in cui si è inseriti, oggi il panorama si infittisce di nuovi strumenti e opportunità relazionali. Così, il secondo contributo focalizza l’attenzione sulle specifiche dinamiche medico-paziente, affrontando il ruolo dei medical influencer. Essi, con la loro formazione medica e la capacità di combinare autorevolezza professionale e visibilità mediatica, stanno divenendo delle celebrità in molti ambiti della salute, rendendo urgente una riflessione sulle opportunità e sui rischi dell’intersezione tra medicina e piattaformizzazione della salute. Il terzo contributo affronta un’altra pratica narrativa emergente, ossia l’uso del fumetto nel racconto del proprio stato di salute o di malattia. Sulla scia della Graphic Medicine, il fumetto non è soltanto una diversa modalità di illustrazione di un contenuto, ma diviene un vero e proprio spazio di negoziazione del significato dell’esperienza della malattia, tra sapere medico e partecipazione attiva del paziente. Il quarto contributo sposta infine l’attenzione sui Medical Drama e sulla produzione seriale che consente al pubblico di familiarizzare con medici, infermieri, reparti ospedalieri, ma anche con le differenti pratiche di cura e di assistenza, con le identità professionali coinvolte, i comportamenti organizzativi attivati delle equipe mediche e la rappresentazione delle istituzioni sanitarie, tra realtà e desiderabilità. Riferimento bibliografici Bentivegna, S., & Boccia Artieri, G. (2021), Voci della democrazia. Il futuro del dibattito pubblico. Bologna: il Mulino Bucchi, M., Neresini, F. (a cura di), (2001), Sociologia della Salute, Roma: Carocci Elliott, C., Greenberg, J. (2022), Communication and Health. Media, Marketing and Risk, Singapore: Palgrave MacMillan. Ingrosso, M. (a cura di), (2008), La salute comunicata. Ricerche e valutazioni nei media e nei servizi sanitari, Milano: Franco Angeli. Jenkins, Henry (2006), Convergence culture: where old and new media collide. New York: New York University Press. Lovari, A. (2017), Social Media e Comunicazione della Salute. Profili istituzionali e pratiche digitali, Milano: Guerini scientifica. Lovari, A., Ducci, G. (2022), Comunicazione pubblica. Istituzioni, pratiche, piattaforme. Milano: Mondadori. Materassi, L., Solito, L. (2021), If a picture is not worth a thousand words: Digital infographics use during the Covid-19 pandemic crisis, in Sociologia della comunicazione: 61, 1, 2021, 52-70. Van Dijck, J., Poell, T., De Waal, M. (2019), Platform Society. Valori pubblici e società connessa, Milano: Guerini scientifica Primo contributo Una geografia per la salute. Vent’anni di campagne vaccinali e di prevenzione oncologica nelle regioni italiane Laura Solito, Letizia Materassi, Ester Macrì – Università di Firenze Le scelte di salute che ciascun individuo compie sono l’esito di un rapporto dialettico con il contesto in cui è inserito, frutto di determinanti sociali, istituzionali, economiche, ambientali, culturali, valoriali (Marmot, 2005). Partecipa a definire tale contesto anche l’insieme delle conoscenze, informazioni e relazioni di cui ciascun attore sociale può disporre e in base alle quali può compiere tali scelte, maturando consapevolezze e prendendo decisioni sulla salute propria, dei propri cari e della collettività (Dutta, 2016). L’urgente e necessario superamento delle iniquità in salute che ancor oggi caratterizzano vaste aree del mondo (Collyer&Smith, 2020) dipende anche, e in misura crescente, dallo sviluppo del contesto informativo e comunicativo e quindi di entrambe le aree che contraddistinguono la Health Communication (Hannawa et al. 2015; Lovari, Ducci 2022): la comunicazione sanitaria, da un lato, con le attività di informazione sui servizi offerti, sulle modalità di accesso e sulla trasparenza delle norme che regolano le relazioni tra cittadini e le differenti organizzazioni sanitarie; e la comunicazione sociale per la promozione della salute, dall’altro. Quest’ultima, su cui insiste il presente contributo, è una parte significativa della comunicazione pubblica ed è promossa in un’ottica di tutela dell’interesse generale (Cucco et al. 2005); essa ha come scopo l’informazione, la sensibilizzazione e la spinta all’azione verso comportamenti e stili di vita salutari: non solo di contrasto, dunque, ad una specifica patologia o ad un generico stato di malattia, ma di promozione di un completo stato di benessere fisico, psichico e sociale a cui l’individuo può aspirare (WHO 1948). Numerosi studi hanno esplorato empiricamente il nesso tra fattori culturali e comunicazione, evidenziando come spesso le disuguaglianze nella salute nascano o si accentuino a seguito di una comunicazione inadeguata e non attenta alle specificità culturali dei cittadini (Viswanath e Kreuter, 2007). Nel contesto italiano, caratterizzato dalla regionalizzazione della sanità, ci chiediamo se e come tali differenze si rintraccino sul territorio nazionale e in che misura le diverse istituzioni si facciano carico di quelle determinanti socio-culturali della popolazione (Costa et al. 2015). La riflessione che proponiamo nasce da una ricerca empirica che ha riguardato due specifici ambiti tematici della comunicazione della salute: gli screening oncologici e i programmi vaccinali. I dati raccolti sono costituiti dalle campagne di comunicazione sociale realizzate e diffuse mediante i canali istituzionali sia dalle Regioni italiane che da enti quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, da gennaio 2020 a marzo 2023. Il dataset è composto da 223 campagne sociali e 719 materiali analizzati, rintracciati, in prima battuta, sui siti istituzionali, per poi estendersi ai profili social (Facebook, Instagram e Twitter) delle medesime organizzazioni. Come illustreremo, i risultati mostrano come sul territorio italiano sussistano profonde differenze in termini quantitativi, ossia di produzione di materiali informativi e della loro distribuzione nel range temporale considerato. Ma le differenze sono anche qualitative e riguardano l’articolazione dei temi trattati, i linguaggi e i registri impiegati, i frame narrativi adottati. Oltre a rilevare le strategie comunicative diverse, ci siamo chiesti se le scelte contenutistiche fossero ricollegabili ad una diversa distribuzione di talune malattie oncologiche o della disponibilità di programmi vaccinali nella popolazione di riferimento. Ne è emersa una diversa “geografia” della comunicazione sociale della salute nelle regioni italiane che a sua volta si interseca con le diverse scelte strategiche adottate dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. Riferimenti bibliografici Collyer, T. A., & Smith, K. E. (2020), An atlas of health inequalities and health disparities research:“How is this all getting done in silos, and why?”. Social science & medicine, 264. Costa, G., Bassi, M., Gensini, G. F., Marra, M., Nicelli, A. L., & Zengarini, N. (Eds.). (2015). L'equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità: Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità. Milano: FrancoAngeli. Cucco E., Pagani R., Pasquali M., Soggia A., (2011), Secondo Rapporto sulla comunicazione sociale in Italia, Roma: Carocci Dutta, M.J. (2016). Cultural Context, Structural Determinants and Global Health Inequities: The Role of Communication. Frontiers in Communication, Health Communication, 1:5, 1-9. Hannawa A.F., Garcìa-Jiménez L., Candrian C., Rossmann C., Schulz P.J. (2015), Identifying the field of Health Communication, in “Journal of Health Communication: International Perspectives”, 1-10. Lovari A., Ducci G. (2022), Comunicazione Pubblica. Istituzioni, pratiche, piattaforme, Milano: Mondadori Università Marmot, M. (2005). Social determinants of health inequalities. The lancet, 365(9464), 1099-1104. Viswanath, K., Kreuter, M.W. (2007). Health Disparities, Communication Inequalities and eHealth. American Journal of Preventive Medicine, 32(5S), 131-133. WHO (1948), Preamble to the Constitution of the World Health Organization as Adopted by the International Health Conference, New York, 19-22 June 1946. Secondo contributo Salute in vetrina: il fenomeno dei medici influencer tra opportunità e criticità Linda Lombi, Università Cattolica del Sacro Cuore L’avvento dei social media ha trasformato le dinamiche con cui gli individui si informano sulla propria salute, cercano supporto e si mobilitano per la tutela dei propri diritti in campo sanitario (Lupton, 2012; 2016). Questi cambiamenti hanno modificato l’esperienza della cura e della malattia, ora più pubblica e connessa (Conrad et al., 2016), aumentando la varietà di fonti informative e i canali comunicativi a disposizione, con un conseguente impatto sulla fiducia nei “saperi esperti” (Huber et al., 2019). Tuttavia, tale overload di informazioni disponibili online rappresenta una sfida significativa per la health communication. In questo contesto emergono gli influencer, figure con un ampio seguito su piattaforme come Instagram, YouTube e TikTok (Abidin, 2017), il cui impatto sulle scelte di salute – nel caso specifico degli health influencer - è stato oggetto di crescente attenzione nella letteratura (Byrne et al., 2017; Powell e Pring, 2024; Pöyry et al., 2022). All’interno di questa categoria, si distinguono i medical influencer. Essi, con la loro formazione medica e la capacità di combinare autorevolezza professionale con una visibilità mediatica che supera le logiche territoriali (Ngai et al., 2020), stanno guadagnando un capitale di celebrità che influenza sempre più le scelte dei propri fan, tanto da spingerli a intraprendere o modificare i propri atteggiamenti e comportamenti. Il fenomeno dei medici influencer si manifesta oggi in diverse aree cliniche e contesti, come sottolineato da alcune ricerche di mercato: il 70% degli italiani maggiorenni iscritti ai social media segue almeno un influencer in questo campo (MetrixLab Toluna, 2024). Se da un lato i medici possiedono già un capitale sociale derivante dall’elevata esperienza professionale, i social media stanno ampliando il loro raggio d’azione, con il conseguente rafforzamento di tale capitale. D’altro canto, la partecipazione dei medici ai social media solleva anche interrogativi sulle motivazioni che li spingono a investire risorse in questi ambienti per diventare influencer. A tali dinamiche corrisponde il framework teorico della visibilità mediata (Thompson, 1998), che si lega alle teorie sulla datificazione e piattaformizzazione della salute (Ruckenstein e Dow Schüll, 2017; van Dijck et al., 2019), così come alle crescenti pratiche di partecipazione online rilevate da vari scholar (Lovari, 2017). Questo contributo, dunque, a valle di questa esplorazione teorica, intende indagare sulle relazioni tra medici influencer, piattaforme digitali e influ-activism (Murru et al., 2024), offrendo un’elaborazione teorica ed empirica sulle motivazioni e sulle pratiche comunicative tra medici influencer e pazienti. Nello specifico, la ricerca si basa su 15 interviste in profondità a ginecologi/ghe influencer, svolte nel periodo tra ottobre 2024 e marzo 2025. Tali professionisti sono stati selezionati attraverso una fase di etnografia esplorativa sui principali social media, selezionando i profili in base al “capitale di celebrità” (i.e. numero minimo di 35.000 follower). Le principali caratteristiche analizzate hanno riguardato gli obiettivi, le strategie di legittimazione, il capitale reputazionale, l’identità professionale, le tecniche comunicative, l'uso delle piattaforme e la relazione medico-paziente. L’analisi tematica delle interviste è stata svolta tramite l’uso di NVivo, per individuare le principali categorie tematiche sulla base del framework teorico sopra descritto. I risultati evidenziano una transizione da una comunicazione digitale della salute episodica a una presenza continuativa sui social media dei medici influencer. Questa dinamica influenza la relazione “medico-paziente” e le relative pratiche comunicative (Atef et al. 2023; Stein et al. 2022). In questo scenario la ricerca percorre visioni critiche, legate al rischio di mercificazione della salute (Henderson e Petersen, 2002), aspetto che si relaziona alle dinamiche di visibilità e vulnerabilità tipiche dell'influencer economy (Duffy et al., 2024). Il contributo intende stimolare riflessioni sull’opportunità di regolamentare le pratiche di comunicazione sanitaria sui social media, focalizzandosi sull’intersezione tra medicina e piattaformizzazione della salute. Riferimenti bibliografici Abidin, C. (2017). #familygoals: Family influencers, calibrated amateurism, and justifying young digital labor, Social Media + Society, a. 3, n.2, pp.1-15. Atef, N., Fleerackers, A., Alperin, J. (2023). “Influencers” or “Doctors”? Physicians’ Presentation of Self in YouTube and Facebook Videos, International Journal of Communication, n.17, a. 24, pp. 2665-2688. Byrne, E., Kearney, J., Macevilly, C.J. (2017). The Role of Influencer Marketing and Social Influencers in Public Health. Proceedings of the Nutrition Society, n. 76. Conrad, P., Bandini, J., Vasquez, A. (2016). Illness and the Internet: From Private to Public Experience. Health, a. 20 n. 1: pp.22-32. Duffy, B.E., Ononye, A., Sawey, M. (2024). The politics of vulnerability in the influencer economy. European Journal of Cultural Studies, 27(3), pp.352-370. Henderson, S., Petersen, A.R. (eds.) (2002). Consuming health: The commodification of health care, Psychology Press. Huber, B., Barnidge, M., Gil de Zúñiga, H., Liu, J. (2019). 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Il progetto nasce in continuità con l’esperienza della Graphic Medicine (Williams, 2012; Green & Myers, 2010), definita come l’intersezione tra il mezzo del fumetto e il mondo socio-sanitario, ma si distingue per un approccio che enfatizza la co-costruzione interdisciplinare e la partecipazione attiva dei pazienti (Moretti et al 2025). I primi due volumi della collana, dedicati rispettivamente al Pancreas e al Cuore, si basano su un impianto metodologico che combina la raccolta di illness stories attraverso interviste in profondità con pazienti e familiari, l’analisi dei dati secondo i principi della Grounded Theory (Charmaz, 1991; Glaser & Strauss, 1967) e la successiva traduzione delle narrazioni in forma grafica. Il fumetto non si limita dunque a illustrare contenuti predefiniti, ma si configura come un vero e proprio spazio di negoziazione del significato dell’esperienza della malattia, in cui i pazienti partecipano attivamente alla scelta delle immagini, dei colori e delle modalità di rappresentazione della loro biografia patologica (Humphrey 2022) Se da un lato Graphic Anatomy si presenta come un’opportunità innovativa per la comunicazione della salute, dall’altro solleva una serie di questioni etiche e metodologiche di fondamentale importanza. La prima riguarda la necessità di bilanciare la fedeltà narrativa con la sensibilità nei confronti dei soggetti coinvolti: rappresentare graficamente la malattia significa selezionare, enfatizzare o omettere elementi dell’esperienza, un processo che può generare conflitti tra esigenze di sintesi e fedeltà alle storie individuali (Bury, 1982; Kleinman, 1988). Inoltre, l’inclusione dei pazienti nel processo creativo, pur mirando a ridurre l’asimmetria tra ricercatori e partecipanti, pone il rischio di un coinvolgimento emotivo che potrebbe accentuare vissuti di vulnerabilità e di esposizione simbolica (Frank, 1997). Un altro nodo critico riguarda la traduzione della malattia in linguaggio visivo. Se il fumetto permette di superare la rigidità del discorso medico tradizionale, introducendo elementi di ambiguità e soggettività, al contempo può indurre una semplificazione eccessiva, riducendo la complessità delle esperienze a archetypal illness narratives (Charon, 2006). Per evitare questi rischi, il progetto adotta una prospettiva riflessiva, che prevede momenti di confronto tra il team interdisciplinare e i pazienti, finalizzati a negoziare collettivamente le modalità di rappresentazione. Sul piano metodologico, Graphic Anatomy apre interrogativi più ampi sulle possibilità e i limiti della comics-based research. Se il fumetto può essere considerato una forma legittima di produzione di conoscenza all’interno delle scienze sociali (Rainford 2021; Della Puppa Moretti 2024), quali criteri epistemologici dovrebbero guidarne l’uso nella ricerca qualitativa? In che modo la combinazione tra dato empirico e narrazione grafica ridefinisce le modalità di costruzione del sapere medico e sociale? Questi interrogativi si inseriscono in un dibattito più ampio sulla necessità di ampliare le metodologie di ricerca in ambito sanitario, superando l’opposizione tra rigore scientifico e forme alternative di comunicazione (Farinella, 2018; Mol, 2008). Attraverso un’analisi critica di questi aspetti, questo contributo si propone di riflettere sul ruolo del fumetto non solo come strumento di comunicazione della salute, ma anche come dispositivo di produzione e contestazione del sapere, in grado di ridefinire le relazioni tra medicina, società e vissuto individuale della malattia. Riferimenti bibliografici Bury, M. (1982). Chronic illness as biographical disruption. Sociology of Health & Illness, 4(2), 167–182. https://doi.org/10.1111/1467-9566.ep11339939 Charmaz, K. (1991). Good days, bad days: The self in chronic illness and time. Rutgers University Press. Charon, R. (2006). Narrative medicine: Honoring the stories of illness. Oxford University Press. Della Puppa, F., & Moretti, V. (2024). Ethnography and comics-based research. An introduction. Etnografia e Ricerca Qualitativa. Farinella, M. (2018). The potential of comics in science communication. Journal of Science Communication, 17(1), Y01. https://doi.org/10.22323/2.17010401 Frank, A. W. (1997). The wounded storyteller: Body, illness, and ethics. University of Chicago Press. Glaser, B. G., & Strauss, A. L. (1967). The discovery of grounded theory: Strategies for qualitative research. Aldine. Green, M. J., & Myers, K. R. (2010). Graphic medicine: Use of comics in medical education and patient care. BMJ, 340, c863. https://doi.org/10.1136/bmj.c863 Humphrey, C. (2022). The role of comics in medical education and patient care. Journal of Medical Humanities, 43(1), 45–60. https://doi.org/10.1007/s10912-021-09717-y Kleinman, A. (1988). The illness narratives: Suffering, healing, and the human condition. Basic Books. Maturo, A. (2024). Il primo libro di sociologia della salute. Giulio Einaudi Editore. Mol, A. (2008). The logic of care: Health and the problem of patient choice. Routledge. Moretti, V., Ratti, S., Cucchetti, A., Fabbri, C., & Farinella, M. (2025). Pancreas: Comic biography of an organ. Graphic Medicine Review, 5(1). https://doi.org/10.7191/gmr.1020 Rainford, J. (2021). Stripping back the novelty: A critical reflection on the dual use of a comic-based approach to engage participants and publics. Methodological Innovations, 14(3). https://doi.org/10.1177/20597991211037988 Williams, I. (2012). Graphic medicine: Comics as medical narrative. Medical Humanities, 38(1), 21–27. https://doi.org/10.1136/medhum-2011-010093 Quarto contributo Comunicare la salute attraverso i Medical Drama: la fiction Doc-nelle tue mani tra encoding e decoding. Antonia Cava, Università di Messina Le rappresentazioni mediatiche delle istituzioni e delle professioni sanitarie svolgono un ruolo significativo nella costruzione dell’immaginario pubblico della salute. A partire dalle varie trasposizioni di The Archibald Joseph Cronin The Citadel (1937), fino ai più recenti Medical Dramas, il nostro immaginario è pervaso da medici, infermieri, pazienti e reparti ospedalieri, in cui viene raccontata la lotta con il tempo, tra la vita e la morte. Questi prodotti seriali ci permettono di riflettere, da un lato, sulla rilevanza del loro contributo nella costruzione delle rappresentazioni della vita in ospedale e nelle altre istituzioni sanitarie e, dall’altro, sulle identità professionali e sui comportamenti organizzativi nelle istituzioni sanitarie. Sulla base di un ricco scenario teorico di studi sulle serie televisive e di studi sulle organizzazioni sanitarie e sulle strategie di comunicazione, il contributo indaga il medical drama italiano di maggior successo delle ultime stagioni televisive: Doc – Nelle tue mani. La ricerca ricostruirà lo status dell'organizzazione (pubblica o privata), il numero e il tipo di identità professionali presentate, le routine relazionali tra identità professionali e quelle tra professionisti e pazienti, i decisori e l’intero processo decisionale, il rapporto tra realtà ospedaliera e vissuto personale dei professionisti e il livello di efficienza delle strutture, nonché il rapporto con il tempo. In modo particolare, la seconda stagione ricostruisce, proiettandosi in un futuro post-pandemia, il tempo del Covid, inteso come periodo storico e come ritmo, dunque come movimento nel tempo ‘urgente’ e ci permette di poter avere accessi multipli alla lettura del tempo: l’emergenza della fase più severa della pandemia, il futuro post-pandemico immaginato in un momento nel quale la pandemia è ancora in corso (la seconda stagione esce a gennaio 2022 ed è dunque girata nel 2021) e il presente post-pandemico della fase di ricerca. La prima fase della ricerca è costituita da un’analisi interpretativa della serie, attraverso una scheda analitica suddivisa in quattro principali aree di interesse: ambientazione (temporalità, luogo, spazi pubblici/privati, interni ed esterni), confezione (stile di regia, montaggio, colonna sonora); narrazione (articolazione plot, tempo della narrazione, dialoghi, protagonisti), temi rappresentati. Le domande di ricerca che guidano questa prima fase sono: in che modo le serie televisive contribuiscono alla rappresentazione dei sistemi sanitari, soprattutto dopo la pandemia? Come queste narrazioni inquadrano il settore sanitario? La seconda fase dello studio è dedicata all’analisi dell’impatto dell’immaginario veicolato dalla serie sui pubblici di Doc – Nelle tue mani. A tal fine, abbiamo scelto di studiare i commenti degli utenti della più ampia community Facebook della serie. La scelta della community è motivata dalla numerosità dei partecipanti (91.102) e dalle interazioni regolari tra i fan nel periodo considerato. Crediamo che indagare il ruolo della produzione (encoding) e della ricezione (decoding) rispetto alla rappresentazione delle istituzioni sanitarie possa offrire un contributo interessante allo studio delle dinamiche di costruzione della fiducia e della responsabilità sanitaria in relazione alla dimensione del tempo attraverso una serie di successo come Doc, nelle tue mani. La serie, di cui presto potremmo veder l’adattamento statunitense, trasmesso da Fox da gennaio 2025, offre inoltre l’occasione per future nuove riflessioni stavolta di un prodotto simile ma con protagonismo femminile. Riferimenti bibliografici Baker GR, Denis JL. (2011), Medical leadership in health care systems: from professional authority to organizational leadership. Public Money Manage, 31(5):355–362. Bradley Wright K., Sparks L., O’Hair H.D. (2013), Health Communication in 21th Century, Wiley&Sons, London. Cambra-Badii, I, Guardiola. E, Baños JE. (2022), The COVID-19 Pandemic in Serial Medical Dramas. 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Paper for the Council of Europe Colloquy on “Training in the Critical Reading of Television Language, Centre for Contemporary Cultural Studies, University of Birmingham Hoffman, Beth L. et al. (2017). Exposure to fictional medical television and health: a systematic review. Healtheducationresearch32(2): 107–123. Johnson M., (2018), "Ethical Issues and Consequences as Portrayed by Medical Dramas: An Analysis of the Effect of Cultivation Theory". Honors Research Projects. 633. Parker J.C., Thorson E. (eds) (2009), Health Communication in the new media landscape, Springer Publishing Company, New York. Painter. D. L., Kubala, A., Parsloe, S., (2020) Playing doctor on TV: physician portrayals and interactions on medical drama, comedy, and reality shows, Atlantic Journal of Communication, 28:5, 322-336. Rocchi, M. (2019). History, Analysis and Anthropology of Medical Dramas: A Literature Review. Cinergie – Il Cinema E Le Altre Arti, 8(15), 69–84. Turow, J. (2010), PlayingDoctor: Television, Storytelling and Medical Power 2nd edition. Ann Arbor:University of Michigan Press. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 04: Gli “archivi imperfetti” e il tempo dell’immagine. Fotografia, storia e memoria tra analogico, digitale e intelligenza artificiale Luogo, sala: Aula 5 (A1-D) Chair di sessione: Giovanni Fiorentino |
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Gli “archivi imperfetti” e il tempo dell’immagine. Fotografia, storia e memoria tra analogico, digitale e intelligenza artificiale 1: Università della Tuscia, Italia; 2: Università di Urbino, Italia; 3: Università di Urbino, Italia; 4: Università Unicusano, Italia; 5: Università di Napoli L'Orientale, Italia; 6: Università Mercatorum, Italia La fotografia, che storicamente ha rappresentato uno strumento per cristallizzare il presente e documentare il passato, oggi si confronta con una trasformazione radicale, causata dall’avvento delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale (IA). Queste evoluzioni pongono interrogativi cruciali riguardo al nostro rapporto con il tempo e la memoria, sfidando la nozione stessa di "archivio fotografico". Le immagini, un tempo fissate su supporti fisici che conferivano loro una temporaneità definita, oggi fluttuano in un universo digitale in continuo mutamento. Da un lato, la digitalizzazione ha amplificato la riproducibilità infinita delle immagini, dilatando il tempo e rendendo accessibile e modificabile ogni frammento di passato; dall’altro, l’intervento sempre più determinante dell’IA ha introdotto nuove modalità di creazione e manipolazione visiva, dove il confine tra ciò che è reale e ciò che è costruito diventa più sfocato. Il concetto di “archivi imperfetti”, evocato da Fausto Colombo (Gli archivi imperfetti. Memoria sociale e cultura elettronica, 1986), diventa fondamentale in questo contesto, riflettendo la fragilità e la fluidità della memoria visiva. Se la fotografia analogica custodiva il passato stabilmente, la fotografia digitale e quella generata dall'IA pongono nuove sfide legate alla veridicità e all’autenticità delle immagini. In questo scenario, l'archivio non è più solo un deposito statico di ricordi, ma una rete in continua espansione che, interagendo con le infinite possibilità dell'IA, diventa un campo di significati in divenire, dove il tempo non è solo un ricordo del passato, ma una costruzione costante del presente. La fotografia non è semplice testimone del passato, ma pratica di ricostruzione e reinterpretazione che interroga la nostra comprensione storica e sociale. L’introduzione di algoritmi che manipolano le immagini e la possibilità di generare “memorie” artificiali spingono a ripensare il rapporto con la memoria collettiva, sfidando la possibilità di un archivio stabile e definitivo. La fotografia diventa chiave per interrogarsi non solo sul tempo passato, ma anche sulla sua continua ricostruzione, attraverso una pratica che intreccia memoria, identità e storia in modi imprevedibili. 2. Il progetto Paragraphica di Bjørn Karmann esplora il rapporto tra fotografia e AI, generando immagini senza obiettivo ottico, basate su dati ambientali. Questo processo riflette la trasformazione semantica della fotografia nell'era della machine vision e delle reti generative. Se la fotografia analogica fissava l’attimo effimero su un supporto permanente, l’AI ridefinisce il concetto di memoria visiva attraverso immagini riproducibili e rielaborabili. Analizzando artisti come Chatonsky e Paglen, questo intervento indaga la relazione tra realtà e simulazione, ridefinendo il valore della permanenza nell'immagine e il ruolo dell’archivio nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale. 3. Le IA operano più come strumenti predittivi che mnemonici, generando contenuti attraverso modelli statistici. Il progetto Synthetic Memories mostra come queste tecnologie possano ricreare immagini del passato attraverso la previsione artificiale. Analizzando il training ricorsivo delle IA, emerge un'alterazione del concetto lineare di tempo e una degenerazione della memoria visiva. Questo fenomeno invita a ripensare il ruolo conservativo della memoria nella società contemporanea, interrogandosi se tali tecnologie rappresentino un'opportunità per la rielaborazione del passato o un semplice collasso dell'archivio visivo collettivo. 4. La ricerca esplora gli immaginari della cucina italiana contemporanea attraverso le creazioni di chef emblematici, analizzandone gli archivi visivi. L’intervento indaga il ruolo delle fotografie gastronomiche nella costruzione della memoria storica e culturale, evidenziando la frammentarietà della loro ricezione. Attraverso il caso di Opere/Works di Marchesi, si riflette sulla trasformazione delle immagini in segni disgiunti, reinterpretati dagli chef contemporanei come materiali onirici. Il contributo propone un approccio sociologico e mediologico, connettendo concetti di collezione, archivio e immaginario per ridefinire la storia culturale della gastronomia italiana attraverso l’uso delle immagini fotografiche. . Laura Gemini e Chiara Spaggiari, Università di Urbino Carlo Bo . . L’effimero e il permanente. L’intelligenza artificiale e la nuova semantica dell’immagine fotografica Federico Tarquini, Università degli Studi Niccolò Cusano . Nel 2023 l’artista e designer danese Bjørn Karmann ha realizzato Paragraphica, un dispositivo fotografico context-to-image che, utilizzando dati di posizione e intelligenza artificiale, è capace di produrre delle “fotografie” di un luogo specifico pur non avendo un obiettivo ottico. Dati riguardanti la posizione, il clima, il meteo, l’orario e i vari punti di interesse vengono “letti” dal dispositivo ed elaborati dall’algoritmo al fine di produrre un’immagine su uno schermo digitale, similare a quello di un qualsiasi smartphone. Tuttavia, come sostiene Karmann: “The resulting 'photo' is not just a snapshot, but a visual data visualization and reflection of the location you are at, and perhaps how the AI model 'sees' that place. Interestingly, the photos do capture some reminiscent moods and emotions from the place but in an uncanny way, as the photos never really look exactly like where I am.” Riferimenti bibliografici . Stamatia Portanova, Università degli Studi di Napoli L’Orientale . Le IA hanno scarsa memoria: nonostante la molteplicità di modelli esistenti, esse si definiscono generalmente attraverso un carattere predittivo, più che mnemonico. Una IA non memorizza ma riparte ogni volta da zero, procedendo dall’assorbimento iniziale di dati statistici al calcolo finale di modelli probabilistici. D’altro canto, tale capacità di prevedere futuri statistici a partire da passati datificati si esplica, nel caso delle IA generative, nella generazione di nuovi contenuti attraverso una previsione del testo o dell’immagine più verosimile: in tal modo, queste tecnologie intervengono nella costruzione della memoria sia individuale che collettiva, costituendo una sorta di archivio artificiale. (Gonsalves 2020; Mazzini 2025) Ciò che emerge da questi esperimenti è quindi un nuovo modo di relazionarsi con il tempo e di ricreare il passato, passando attraverso il futuro o, più precisamente, attraverso la sua previsione artificiale. (Ferreira da Silva 2020) Non c’è forse, in questa traiettoria algoritmica, qualcosa di paradossale? Uno strano ritmo, una anomalia crono-cognitiva sembra attraversare l’attuale panorama tecno-socioculturale. (Avanessian e Malik 2016). Riferimenti bibliografici . In frammenti. Tito Vagni, Università Mercatorum . L’intervento scaturisce da una ricerca volta a ricostruire gli immaginari della cucina italiana contemporanea, dedicandosi, in prima istanza, alle creazioni gastronomiche di cuochi che il food system, in particolare le guide gastronomiche e i periodici specializzati, hanno eretto a emblemi della cultura gastronomica italiana. In questo contesto, sono prese in considerazione come fonti primarie i libri di cucina pubblicati dai cuochi (biografie e ricettari) selezionati e gli archivi visuali delle loro opere gastronomiche, senza una distinzione tra foto professionali e foto amatoriali. L’intento è quello di individuare le linee sotterranee che annodano cuochi e momenti storico-sociali, per restituire la trama delle risonanze e la mappa delle tendenze culturali in atto nella gastronomia italiana. Tale obiettivo appare oggi più che mai indispensabile alla luce della centralità della gastronomia in ambito culturale (Montanari 2006), politico (Fabris 2019; Russo 2025), comunicativo (Lupton 2018; Lewis 2020; Vagni 2021) ed estetico (Perullo 2013; Marrone 2022). Riferimenti bibliografici |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 05: “To be continued, but also not”. Tempo e narrazione tra serialità e post-serialità Luogo, sala: Aula Magna ex Facoltà di Scienze Politiche (B0-B) Chair di sessione: Sergio Brancato |
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“To be continued, but also not”. Tempo e narrazione tra serialità e post-serialità 1: Università degli Studi di Napoli Federico II, Italia; 2: Accademia delle Belle Arti di Bologna, Italia; 3: Università degli Studi di Salerno, Italia; 4: Xi'an Jiaotong-Liverpool University (Suzhou, Cina) Abstract generale del panel Se “nel DNA della nostra cultura le narrazioni seriali sono dominanti” (Ragone 2023), allora esse si prestano a cogliere i significati profondi del conflitto di culture in atto nel passaggio d’epoca tra comunicazioni di massa e habitat digitale: in qualche misura, la serialità intesa quale “definizione teorica dei processi che sono al cuore della cultura di massa” (Abruzzese 1984) costituisce l’osservatorio privilegiato per cogliere – sul piano delle forme mediatiche più che nell’analisi dei contenuti – le mutazioni intervenute nelle dinamiche della costruzione sociale della realtà. In questa prospettiva, il panel intende mettere a confronto differenti saperi e statuti disciplinari – analisi comparata dei media, semiotica, sociologia della comunicazione – al fine di indagare le mutazioni del tempo narrativo nel passaggio dalle forme classiche della serialità organizzata intorno al palinsesto (dunque nel quadro di appuntamenti cadenzati su di un calendario collettivo dei consumi) e quelle della post-serialità, caratterizzata soprattutto da innovative modalità di fruizione dei testi grazie a menù fortemente individualizzati. È superfluo sottolineare quanto la categoria moderna di “tempo” riguardi la sostanza profonda dell’esperienza storica e richieda, pertanto, anche la capacità di contemplare slittamenti tematici rispetto alle forme e ai contenuti dell’immaginario (come si evince dal tentativo di tenere insieme nel panel una eterogenea congerie di oggetti culturali: dai nessi tra serialità e tempo della “festa”, focus della prima relazione, alla temporalità seriale del mondo alternativo del gruppo musicale Laibach, si cui si occupa il secondo intervento, fino all’intreccio fra storia e immaginario nella post-serie M. Il figlio del secolo , cuore della terza relazione, e alla chiusura con le tematiche della cronemica nella produzione e nel consumo degli anime). Siamo coinvolti, direbbe Byung-Chul Han, in una epocale crisi della narrazione. Il sottotesto dell’argomento individuato – la temporalità dell’esperienza narrativa, in particolare (ma non solo) quella delle platform series – rimanda quindi proprio alla natura dei conflitti in atto sul piano delle forme estetiche e della loro organizzazione testuale vista come piano di mediazione tra apparati produttivi e culture del consumo. La domanda sulla dimensione narrativa del tempo vuole dunque illuminare cosa implichi sul piano delle culture e delle pratiche collettive la rinegoziazione dei ruoli tra lavoro intellettuale e fruizione dei prodotti culturali che registriamo nel transito tra sistemi dei media contigui ma intrinsecamente oppositivi. L’idea che nelle forme digitali di narrazione del mondo emergano in filigrana – dunque leggibili sociologicamente– i caratteri costitutivi delle nuove soggettività storiche, tra cui la nevralgica organizzazione del tempo collettivo, non è certamente innovativa, visto che una solida tradizione degli studi sui nessi tra culture mediali e temporalità ha percorso questa strada per indagare l’esperienza storica della cultura di massa (Bolter 2020). Tuttavia, questo compito resta oggi tra i più urgenti e sensibili della ricerca mediologica. Bibliografia essenziale di riferimento: Abruzzese, A. (1984). Ai confini della serialità. Napoli: Società Editrice Napoletana Bolter, J.D. (2020). Plenitudine digitale. Il declino delle culture di élite e l’ascesa dei media digitali. Roma: minimum fax Byung-Chul Han (2024), La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana. Torino: Einaudi Brancato, S. (2011). Post-serialità. Per una sociologia delle tv-series. Napoli: Liguori Brancato, S., Cristante, S., Ilardi, E. (2024). Storia e teoria della serialità – Vol. II. Milano: Meltemi Ragone, G., Tarzia, F. (2023). Storia e teoria della serialità – Vol. I. Milano: Meltemi Primo contributo Titolo: Serialità e ferialità: serie, periodicità e informazione. Primo contributo: Daniele Barbieri (daniele.barbieri@ababo.it)
Chiameremo serialità moderna (o secondaria) il fenomeno che ha le sue fondamenta nel XVII secolo, con la nascita dei giornali e della periodicità dell’informazione, per distinguerla dalla serialità arcaica o primaria, che è quella dei mille racconti intrecciati del mito, quello greco in primo luogo, ma anche quello ebraico-cristiano e tanti altri. A distinguere le due dimensioni sta l’assenza in quella primaria, e la fondamentale importanza in quella moderna, di una regolarità di pubblicazione che deriva da quella dei periodici di informazione, con la consuetudine che ne segue di fruire le vicende a episodi – fondamentalmente perché stanno avvenendo. Se la serialità primaria, inoltre, è il luogo dell’immobilità del mondo, quella moderna è legata, viceversa, al suo cruciale divenire. Ma il divenire è anche al centro del romanzo, la dimensione unitaria, anti-seriale per antonomasia, che ha origine grosso modo nella stessa epoca. Potremmo definire feriale la dimensione della serialità, legata agli eventi di tutti i giorni (veri o di fiction che siano) e festiva quella del romanzo (o anche del film di fiction, che, nel Novecento, ne deriva). La nascita di radio e TV enfatizzerà la dimensione feriale della serialità, specie con l’invenzione della soap, una sequenza senza fine di vicende che accadono ogni giorno, proprio come i fatti della nostra vita privata e sociale. Di fatto, la serialità moderna si esprime tramite forme diverse nella polarità tra sequenze di storie autoconclusive con medesimi personaggi e situazioni (una sorta di micro-genere, insomma) e intrecci continuativi con o senza una prospettiva di conclusione finale. La post-serialità resa possibile dalla fruizione via web cambia nuovamente le carte in gioco. Se si possono fruire tutte le puntate di una serie (o di una sua stagione) in un’unica maratona, il modello soap non è più facilmente percorribile. La situazione vira decisamente verso il festivo, cioè verso una fruizione individuale non regolata dalla scansione regolare delle trasmissioni, più simile a quella della lettura personale di un lungo romanzo, che proseguiamo finché le forze ci sorreggono e poi riprendiamo appena possibile. Si perde in questo modo una dimensione di armonia collettiva che viene prodotta dalla generalità del broadcasting, e che è tipica delle situazioni feriali. Il luogo in cui la ferialità viene recuperata, allora, è costituito dai social, dove la collettività ritrova il modo di armonizzarsi. Non a caso gli stessi social sono il luogo principale attraverso cui passa, ormai, anche l’informazione sul mondo. Diretti discendenti della soap, tutti noi, però, contribuiamo alla loro produzione con frammenti delle nostre vite. Inevitabile che influiscano, dunque, sulle modalità delle narrazioni contemporanee, seriali o meno, feriali o festive. Bibliografia essenziale Barbieri, D. (2019) Letteratura a fumetti? Le impreviste avventure del racconto, Roma, ComicOut. Brancato, S. (2011), Post-serialità. Per una sociologia delle tv-series. Dinamiche di trasformazione della fiction televisiva, Liguori Editore, Napoli. Eco, U. (1985) “L’innovazione nel seriale”, in Sugli specchi, Milano, Bompiani. Secondo contributo Secondo contributo: Titolo: Tempo storico e tempo della narrazione nella serie M. Il figlio del secolo: un’analisi mediologica Martina Masullo (marmasullo@unisa.it) Sospese tra reticolarità e dinamismo cognitivo, i contenuti seriali in piattaforma, oggi, rappresentano dei fondamentali spazi di sperimentazione e di studio delle (nuove) pratiche sociali e, se da un lato permettono di «saccheggiare e riraccontare il passato in forme lunghe e brevi, proprio per sfruttarne al massimo le potenzialità narrative» (Ceccherelli e Ilardi, 2021), dall’altro consentono di costruire una preziosa eredità da consegnare alle nuove generazioni. Guardando al superamento delle discipline e seguendo le dinamiche e l'estetica pop come indicato dai lavori dedicati alla cultura pop di Bowman (2007; 2008) e Reynolds (2011), oggi è possibile analizzare il dispositivo della serialità contemporanea - che si muove tra la post-serialità (Brancato, 2011) e quella che ormai si può definire pop platform seriality, una nuova dimensione di fruizione e sperimentazione audiovisiva - non solo come spazio narrativo, ma anche e soprattutto come spazio culturale dove i processi sociali e di fruizione vengono ripensati e sono in continuo rinnovamento e ibridazione. Partendo da questa cornice teorica, il paper si pone l’obiettivo di analizzare in chiave mediologica la serie M. Il figlio del secolo, riflettendo sia sul tempo storico raccontato dal prodotto seriale in un contesto socio-politico complesso come quello attuale, sia sul tempo della narrazione che oscilla, costantemente, tra presente e passato attraverso l’utilizzo di alcuni specifici elementi narrativi. Si pensi, ad esempio, alla colonna sonora che porta la firma di Tom Rowlands dei Chemical Brothers e mescola i suoni di vecchi strumenti d’epoca con la musica elettronica o la rottura sistematica della quarta parete e la frase “Make Italy great again” come elemento di attualità che irrompe, potentissimo, all’interno della narrazione. Infine, si cercherà di fornire un quadro esaustivo - seppur certamente provvisorio - dello stato attuale delle piattaforme e di tracciare e definire un concreto e sistemico passaggio dalla post-serialità alla pop platform seriality che ripensa ulteriormente gli spazi della fruizione e adatta i modelli del passato alle estetiche ultra-pop della contemporaneità. Bibliografia essenziale Amendola, A., Barone, L. e Troianiello, N., (2019), Seriality Across Narrations, Languages and Mass Consumption: To Be Continued…, Newcastle upon Tyne, Cambridge Scholars Publishing. Brancato, S. (a cura di) (2011), Post-serialità. Per una sociologia delle tv-series. Dinamiche di trasformazione della fiction televisiva, Liguori, Napoli. Bowman, P., (2007), Post-Marxism Versus Cultural Studies: Theory, Politics and Intervention, Edinburgh University Press, Edinburgh. Bowman, P., (2008), Deconstructing Popular Culture. Palgrave Macmillan, London. Ceccherelli, A. e Ilardi, E., (2021), Figure del controllo. Jane Austen, Sherlock Holmes e Dracula nell'immaginario transmediale del XXI secolo, Sesto San Giovanni, Meltemi. Reynolds, S., (2011), Retromania: Pop Culture's Addiction to Its Own Past, Farrar, Straus and Giroux, New York. Terzo contributo Titolo: Temporalità e cronemica seriale e meta-seriale nell’animazione giapponese Marco Pellitteri (Marco.Pellitteri@xjtlu.edu.cn) L’animazione giapponese offre un terreno fertile per esplorare alcune dinamiche della cronemica e della temporalità nei meccanismi della serialità televisiva e oggi, con l’avvento e l’affermazione delle piattaforme di streaming, quelli di una serialità che si fa, anche forzosamente (con gli inserimenti di vecchie e nuove serie tv nelle librerie digitali online), extra- e post-televisiva. Questo paper si propone di analizzare come l’animazione nipponica, sia quella d’autore sia quella commerciale, in alcuni esempi d’eccezionale qualità o rappresentatività, fin dagli anni Settanta abbia rimodellato le percezioni intensive ed estensive del tempo e della durata attraverso efficaci rappresentazioni visuonarrative che oggi rivivono nella densa serialità cumulativa e onnipresente delle piattaforme digitali. In altre parole, in che modo gli anime plasmano la temporalità per influenzare la percezione della durata delle azioni, della memoria e, spesso, anche delle relazioni interpersonali? Attraverso alcune opere paradigmatiche si intende mostrare come i registi e gli animatori giapponesi hanno affrontato il concetto di tempo e come queste rappresentazioni possano riflettere e modellare le esperienze culturali e sociali del pubblico, sia in riferimento all’incedere narrativo a prescindere dal medium di distribuzione considerato sia in riferimento ai nuovi supporti di videoascolto, che permettono un flusso del tempo “vertiginoso” a fruitori oggi fortemente individualizzati nei modi di consumo. Il quadro metodologico adottato in questo paper si basa sull’analisi semio-mediologica e narrativa di una selezione di scene/situazioni emblematiche di film e serie animate. Vi si esaminano le tecniche narrative, le scelte stilistiche e le strutture temporali. Inoltre, si fa riferimento a teorie critiche sulla memoria e sulla temporalità nel cinema, attingendo a studi precedenti per contestualizzare le opere all’interno di un discorso più ampio sull’animazione, che fa della cronemica, attraverso disegni in sequenza spaziotemporale, il suo quid. Si prenderanno in considerazione tre film di grande rilievo autoriale e tre serie animate di enorme popolarità tanto in Giappone quanto all’estero, specialmente in Italia. Il primo film è Millennium Actress (Sennen Joyū, 2001) di Satoshi Kon, che offre una riflessione profonda sulla memoria e sull’identità, intrecciando la vita di un’attrice con la storia del cinema giapponese e mostrando come il passato e il presente si fondano in un racconto che sfida le convenzioni temporali. In La ragazza che saltava nel tempo (Toki o kakeru shōjo, 2006) di Mamoru Hosoda si affronta il tema del viaggio nel tempo e le sue conseguenze sulle scelte personali, e si mostra come le azioni nel presente possano alterare il futuro. 5 cm al secondo (Byōsoku 5 centimeter, 2007), di Makoto Shinkai, utilizza una narrazione non lineare per esplorare la distanza emotiva e temporale tra i protagonisti, sottolineando la fragilità delle relazioni nel contesto del tempo che scorre. Per quanto riguarda le serie, si analizzano alcune scene indicative a livello cronemico ed espressivo tratte da Jenny la tennista (Ace o nerae!, Tms, 1973-79, Osamu Dezaki), Holly e Benji, due fuoriclasse (Captain Tsubasa, Tsuchida Pro et al., 1983-, registi vari) e Paranoia Agent (Mōsō dairinin, Madhouse 2004-05, Satoshi Kon), nelle quali, con espedienti tecnici ed espressivi variegati, il tempo diventa una proprietà malleabile della realtà intra- ed extradiegetica, con poderosi effetti emotivi e di percezione del tempo sullo spettatore. L’analisi proverà a evidenziare come l’animazione seriale giapponese non solo abbia rappresentato strategicamente le temporalità diegetiche in modi innovativi in tempi assai precoci dello sviluppo storico della serialità televisiva, ma anche come queste rappresentazioni influenzino la percezione della memoria e del tempo extra-diegetico nell’esperienza personale del fruitore durante e dopo la visione. Bibliografia essenziale Adam, Barbara (1994), Time and Social Theory, Cambridge, Polity Press. Alexander, Lily (2007), “Storytelling in time and space: Studies in the chronotope and narrative logic on screen”. International Journal of Narrative Theory, n. 37, pp. 27-64. Allman, Melissa J.; Teki, Sundeep; Griffiths, Timothy D.; Meck, Warren H. (2014), “Properties of the internal clock: First- and second-order principles of subjective time”. Annual Review of Psychology, n. 65, pp. 743-71. Buchanan, Richard (2022), “Thinking across Frames: Temporally Extended Consciousness and the Animation Timeline”. KronoScope 21(2), pp. 111-31. Bergson, Henri (2004) [1939], Materia e memoria. Saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito, Bari, Laterza. Bergson, Henri (2001) [1913], Time and Free Will: An Essay on the Immediate Data of Consciousness, New York, Dover Philosophical Classics. Brancato, Sergio (a cura di) (2011), Post-serialità. Per una sociologia delle tv-series, Napoli, Liguori. Deleuze, Gilles (2016) [1983], L’immagine-movimento. Cinema 1, Torino, Einaudi. Deleuze, Gilles (2017) [1985], L’immagine-tempo. Cinema 2, Torino, Einaudi. Deleuze, Gilles (1997), Differenza e ripetizione, Milano, Raffaello Cortina. Elias, Norbert (1986), Saggio sul tempo, Bologna, Il Mulino. Lamarre, Thomas (2009), The Anime Machine. A Media Theory of Animation, Minneapolis, University of Minnesota Press. Pellitteri, Marco (20184) [1999], Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation dal 1978 al nuovo secolo, 2 voll., Latina, Tunué. Ricoeur, Paul (1983-85), Temps et Récit, 3 voll., Paris, Éditions du Seuil. Torrents, Alba G. (2015), “Animated potentiality: Temporality and the limits of narrativity in anime”. Bulletin of Kyōto Seika University, n. 47, pp. 35-51. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 06: “Un attimo ancora!”. Le serie tv e l’esperienza del tempo nella società digitale Luogo, sala: Aula 6 (A1-F) Chair di sessione: Marica Spalletta Chair di sessione: Antonella Mascio Chair di sessione: Mario Tirino |
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“Un attimo ancora!”. Le serie tv e l’esperienza del tempo nella società digitale 1: Università degli Studi LINK, Italia; 2: Università di Bologna; 3: Università degli Studi di Salerno; 4: Università degli Studi di Padova; 5: Università Ca' Foscari; 6: Università degli Studi di Torino La serialità televisiva è un medium intrinsecamente temporale (Cleto e Pasquali, 2018). Se ciascuna narrazione seriale, fin dall’avvento di feuilleton e romanzo d’appendice, declina la propria architettura narrativa nell’intervallo in cui vengono distribuite le singole componenti (Ragone e Tarzia, 2023), le serie tv introducono una posizione più estrema, intessendo una relazione ancora più organica e strutturale con molteplici piani dell’esperienza del tempo (Tirino, 2024), al punto che oggi l’etichetta stessa “serie tv” viene messa in discussione, a favore di definizioni quali, per esempio, “serial drama” (Hansen et al., 2024). Come spiega Jason Mittell (2015), infatti, le serie tv si relazionano al tempo della storia (che corrisponde all’arco temporale dei fatti narrati), al tempo dell’intreccio (che corrisponde al modo in cui i fatti narrati sono “montati” all’interno della rappresentazione, di norma con alcune ellissi, più o meno corpose) e infine al tempo dello schermo (che rinvia alla durata effettiva dell’episodio, della stagione o della serie, e alle cornici temporali definite dal medium che lo ospita, per esempio quelle del palinsesto generalista).Tuttavia, ci sono ulteriori livelli, spesso nascosti, attraverso i quali le narrazioni seriali - soprattutto nell’attuale era delle piattaforme di streaming (Evens e Donders, 2018; Lotz e Lobato, 2023) - intrecciano differenti forme di percezione, rappresentazione e sperimentazione della temporalità sociale, in un momento storico segnato dalla presentificazione degli orizzonti di vita e dall’accelerazione delle crisi e delle urgenze climatiche, ecologiche, politiche, tecnologiche e culturali. All’interno di questo quadro, il panel ospita interventi che riflettono su almeno una delle quattro declinazioni del rapporto tra serialità e temporalità:
Il panel intende riflettere sulle diverse dimensioni che l’esperienza temporale assume nelle serie tv, attraverso l’analisi di significativi case studies italiani e internazionali. PAPER 1: “The times they are a-changin’”: tempo e tempi in The Mandalorian, nel nuovo ecosistema mediale (Simona Castellano, Università degli Studi di Salerno) La serialità televisiva ha una stretta correlazione con il tempo e la temporalità per molteplici aspetti (Cleto, Pasquali 2018), che concernono produzione (mainstream e grassroots), distribuzione (formale e informale), pratiche, consumi e narrazioni. Una riflessione sul tempo, in molteplici accezioni, e sulla gestione del tempo (Garcia, Nannicelli 2021) nella serialità televisiva risulta particolarmente interessante in riferimento al panorama contemporaneo, profondamente mutato rispetto al passato, complice l’ascesa delle OTT Television, con la conseguente frammentazione della distribuzione e la nascita di nuove modalità di consumo. A partire da queste considerazioni, il presente contributo intende riflettere su tempo, tempi e temporalità nella serialità televisiva contemporanea, prendendo in esame tre differenti prospettive. 1) Una prima riflessione parte dai cambiamenti che hanno interessato la serialità televisiva nella post-Golden Age (Checcaglini 2016) e “post-network tv” (Lotz 2014), con un’attenzione ai processi di platformization della produzione culturale (Helmond 2015; Poell, Nieborg, Duffy 2022), mainstream e grassroots. In tal senso il contributo intende far luce sulle nuove modalità di produzione, distribuzione e consumo di serie televisive, all’interno di “streaming wars” (Tirino, Castellano 2021; Scolari 2022; Lotz, Lobato 2023) che comportano la necessità per i servizi SVOD e le media company di distinguersi in un mercato complesso, competitivo e sfaccettato (Lobato, Lotz 2021) e di costruire una library attrattiva per i propri consumatori (Snyman, Gilliard 2019). 2) Una seconda riflessione concerne la temporalità nel rapporto con la narrazione dei prodotti seriali (Mittell 2015) (per es. richiami a esperienze passate; ripresa di tematiche calate nella società contemporanea; innovative e future strategie di engagement) e nel rapporto con i pubblici, laddove viene a stimolarsi una produzione, sincrona o asincrona rispetto alla visione (Tirino 2020), che parte dal basso. 3) Una terza riflessione intende focalizzarsi sui tempi di ascesa e affermazione delle celebrity e sui processi di celebrification (Rojek 2001) nella serialità televisiva contemporanea. Per analizzare tempo, tempi e temporalità si ricorrerà all’analisi della serie televisiva The Mandalorian, che si colloca all’interno dell’universo di Star Wars (Jenkins 2017; Guynes & Hassler-Forest 2018; Bertetti 2022). Si procederà con un mixed method approach che prevede: a) un’analisi socio-semiotica della piattaforma Disney+, che permette di riflettere sul design dell’interfaccia, che è possibile reputare non neutrale (Bogost, Montfort 2009; Gillespie 2017), e sulla categorizzazione della library; b) una narrative analysis del prodotto audiovisivo in questione e una content analysis di alcuni prodotti collaterali (docu-serie e spin-off), che permettono di rintracciare tre differenti categorie temporali (il passato, per il marcato richiamo al genere western e il rapporto con la trilogia originale; il presente, per i riferimenti a tematiche al centro del dibattito pubblico e per le innovazioni tecnologiche adoperate; il futuro, per le ulteriori espansioni narrative e transmediali a cui la serie apre); c) una content analysis all’interno dei social media di community di fan focalizzate sulla serie e di profili ufficiali che consentono di volgere uno sguardo approfondito ai tempi con cui le celebrity (reali come Pedro Pascal, finzionali come Grogu) si sono affermate nel mediascape contemporaneo. PAPER 2: The Time Beyond. Variazioni del concetto di tempo in Mare fuori (Paola De Rosa, Università degli Studi Link) Nella sua duplice accezione di prodotto culturale e cifra narrativa dell’esperienza mediale contemporanea (Boccia Artieri e Fiorentino, 2024), la serialità è legata indissolubilmente alla dimensione del tempo, che ne costituisce «il dispositivo formale e il fattore strutturante» (Cleto e Pasquali, 2018). Se la serialità televisiva ha da sempre articolato il tempo narrativo in modi complessi (Barra, 2011; Innocenti e Pescatore, 2014), l’avvento delle piattaforme digitali ha intensificato tale complessità (Mittell, 2017), dando origine a ri-mediazioni delle modalità di produzione, narrazione e consumo, attraverso le quali il tempo seriale si intreccia sempre più con il tempo sociale (Bandirali e Terrone, 2012; Boccia Artieri e Gemini, 2016). Oltre a rappresentare l’elemento costitutivo dello storytelling seriale, l’esperienza del tempo si configura infatti come un filo rosso che lega le strategie produttive e distributive di broadcaster lineari e piattaforme VOD alle trasformazioni delle pratiche di fruizione, sempre più ispirate a logiche transmediali (Scolari, 2009; Jenkins, 2014), e ulteriormente influenzate dai processi di celebrification e celebritization (Driessens, 2011; Spalletta et al., 2025). All’interno dello scenario così delineato, questo paper si focalizza su un caso di studio particolarmente significativo della serialità italiana, ovvero il teen drama Mare Fuori (Rai, 2020-), con l’obiettivo di comprendere se e come la variabile temporale, nella sua duplice declinazione di processo (o susseguirsi sequenziale di eventi) e struttura (intesa come durata ed esperienza del divenire) (Luhmann, 1984), contribuisca a determinare un intreccio dinamico tra ciò che viene rappresentato sullo schermo e ciò che accade oltre lo schermo. Dal punto di vista metodologico, la ricerca sposa un approccio qualitativo che, nella prospettiva dei mixed methods (Creswell, Plano Clark 2018), combina tre diversi strumenti di indagine (interviste in profondità, narrative analysis e focus group) (Riessman 2008; Corbetta 2015) per analizzare le diverse declinazioni del concetto di tempo: a) nelle strategie produttive e distributive del teen drama; b) nei pattern narrativi, a cominciare dall’evoluzione delle vicende dei protagonisti; c) nelle pratiche di fruizione e partecipazione della serie tra i pubblici teen. Dalla ricerca emerge come la variabile temporale giochi un ruolo cruciale nel determinare il successo della serie, agendo al contempo sia sul piano del processo che della struttura. Nella fase produttiva, la variabile temporale si articola infatti lungo la dicotomia tra il tempo dell’idea e quello della sua trasposizione, che passa attraverso l’intreccio tra finzione e realtà. Nella fase distributiva, il richiamo al tempo segna il passaggio dalle logiche distensive della tv lineare (dove avviene la prima messa in onda della serie), a quelle intensive di Netflix, l’inserimento nel cui catalogo trasforma la serie in un fenomeno cult. Dal punto di vista del racconto, Mare fuori si caratterizza per una narrazione declinata lungo i piani temporali, diversi ma tra loro intrinsecamente intrecciati, del prima (simbolicamente sintetizzato nel racconto delle ore/giorni che precedono l’arresto), del durante (ovvero l’esperienza della detenzione) e del dopo (ovvero quel “fuori” evocato nel titolo stesso della serie). La dimensione temporale emerge, infine, come dirimente rispetto alle pratiche di domestication (Silverstone, 1994) della serie, soprattutto tra gli spettatori teen: queste ultime tendono infatti a svilupparsi lungo la duplice dicotomia “esperienza vs. conoscenza” (che a sua volta riflette la contrapposizione tra consumo dichiarato vs. dissimulato) e “visione contestuale vs. transmediale” (che enfatizza le caratteristiche che assumono i tempi del consumo mediale nella platform society). In conclusione, Mare fuori replica l’esperienza temporale in quanto processo (ossia nella sequenzialità delle fasi di produzione, distribuzione e fruizione della serie), ma soprattutto ri-media la prospettiva della struttura, mediando cioè il tempo della durata e dell’esperienza del divenire nel tempo sociale della domestication. PAPER 3: Il tempo della distopia: The Handmaid’s Tale tra narrazione, consumo e tempo sociale (Claudio Riva, Università degli Studi di Padova; Laura Cesaro, Università Ca’ Foscari) Cifra stilistica della serialità, sin dalle prime sperimentazioni per il grande schermo, è la capacità di articolare la temporalità non solo a livello narrativo, ma anche nelle modalità di consumo e nelle dinamiche sociopolitiche, trasformandosi in specchio e acceleratore delle ansie e delle tensioni del proprio tempo: si pensi alle prime produzioni risalenti agli anni dieci del Novecento firmate da Louis Feuillade. La serie si configura così come un medium capace di ridefinire il rapporto tra immaginario e realtà, rendendo l’arco narrativo non un tempo ipotetico, ma una lente attraverso cui leggere il presente. Ingranaggio, dunque, di quel meccanismo di “disconnessione e riconnessione con la realtà”, che come sostiene Francesco Casetti supporta lo spettatore al contempo in “addestramenti per poter abitare la realtà circostante” quanto “distrazioni” verso una patologica fuga da questa (Casetti, 2023). Risponde perfettamente a tale lettura il caso studio di The Handmaid’s Tale (Hulu, 2017-). Sul piano narrativo, la serie utilizza il tempo per costruire un senso di oppressione e sospensione. L’uso sistematico dei flashback crea un contrasto tra il passato pre-Gilead e il presente distopico, evidenziando la precarietà dei diritti e della libertà individuale. Il ritmo della narrazione è volutamente dilatato, segnato da pause, attese e ripetizioni, riflettendo la condizione di prigionia delle Ancelle. L’assenza di un chiaro orizzonte temporale per la fine della dittatura rafforza la sensazione di un futuro negato, in cui il progresso è sospeso e la permanenza nel regime diventa una condizione senza via d’uscita. Sul piano del consumo e dell’interazione con il pubblico, la serie ha generato un coinvolgimento attivo, manifestatosi attraverso discussioni sui social media, pratiche di second screen e fenomeni di fandom. L’iconografia della serie, in particolare il costume delle Ancelle, è diventata un simbolo globale di protesta, utilizzato in manifestazioni per i diritti delle donne e contro politiche repressive. Questo fenomeno evidenzia come la serialità contemporanea non si limiti alla fruizione audiovisiva, ma si estenda a pratiche di appropriazione culturale e attivismo politico, dimostrando la capacità delle narrazioni seriali di incidere concretamente sul dibattito pubblico. Infine, The Handmaid’s Tale si inserisce nel tempo sociale attuale, funzionando come una narrazione “pre-allarmante” che sovrappone distopia e realtà. La serie non solo ipotizza un futuro possibile, ma dialoga direttamente con il presente, stimolando riflessioni sui diritti civili e sulla regressione delle libertà in diversi contesti globali. La sua capacità di attivare una memoria collettiva e di interagire con le tensioni della contemporaneità la rende un esempio paradigmatico di come la serialità possa trasformarsi in uno strumento di critica e consapevolezza sociale. PAPER 4: Emily in Paris come dispositivo di apprendimento sociale tra stereotipi ed empowerment (Simona Tirocchi, Università di Torino) Le serie tv rappresentano dispositivi e macchine di visione che sono entrati nella vita quotidiana e che seguono la temporalità delle nostre esistenze, innestandosi in modo quasi naturale nelle stagioni della vita reale (Mascio, 2023). Tuttavia non sempre le serie tv (così come altri contenuti della pop culture) sono state prese “sul serio” (Laugier, 2022) tanto da assurgere a oggetto di studio e riflessione da parte delle discipline umanistiche, nonostante i loro personaggi e le loro storie rappresentino occasioni di apprendimento informale che si innestano all’interno di spazi e tempi di fruizione che a loro volta si espandono in diverse direzioni (luoghi domestici ed extradomestici, ritmi di consumo personalizzati, situazioni individuali o pratiche di condivisione in famiglia o tra pari). Prodotti come “Sex Education” (Netflix, 2019, 2023), ad esempio, hanno mostrato chiaramente come il racconto seriale potesse colmare un vuoto relativo al vuoto istituzionale sull’educazione sessuale (Allen, 2024). Emily in Paris, ideata da Darren Star uscita su Netflix nel 2020 e proseguita per quattro stagioni fino al 2022 (al momento è in arrivo la quinta stagione) è stata già oggetto di diverse analisi dalle quali sono emerse la presenza di criticità e stereotipi (Sádaba, Azpurgua, Mir Bernal & SanMiguel, 2023) ma anche elementi riconducibili a una sensibilità femminista (Maryuningsih, Trisnawati, & Agustina, 2023). Il paper intende indagare il modo in cui la serie Emily in Paris susciti discussioni su diversi temi configurandosi come uno stimolo per l’apprendimento negoziale (e naturalmente informale e non intenzionale) in merito a linguaggi, stili di vita (Melotti De Giorgi, 2025), modi di interpretare e conciliare il rapporto tra carriera e vita sentimentale, soprattutto in una prospettiva femminista e postfemminista (Gill, 2007). Oltre all’osservazione e all’analisi qualitativa dei diversi episodi, lo studio sarà realizzato mediante l’analisi del subreddit r/EmilyInParis (dalla piattaforma reddit) di conversazioni relative alla serie. Due tra i temi oggetto di analisi saranno appunto i seguenti, analizzati mediante l’analisi dei post ottenuti dall’uso di specifiche parole chiave: 1) Parola chiave: “feminism”. Dibattiti e opinioni dei fruitori su temi relativi alla serie e a questioni di genere; 2) Parola chiave: “timeline”. Richieste, interrogativi e riflessioni sulla timeline stessa del racconto, che sembra presentare alcuni elementi di difformità temporale rispetto allo svolgersi degli eventi (quanto tempo trascorre Emily a Parigi? Come mai festeggia, sul video, un solo Natale o un solo compleanno?). In questo caso le discussioni si configurano come una sorta di esercizio di fact-checking per gli utenti. L’analisi punterà a riflettere sulla necessità di porre sempre più attenzione alla digital literacy e alla visual literacy, nella consapevolezza che il visuale costituisca un potente mezzo di apprendimento e socializzazione per le nuove generazioni, oltre che un luogo in cui si discutono e rielaborano temi di interesse e rilevanza sociale. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 07: Il tempo nel cinema e nel post-cinema: grammatiche, narrazioni, pre-visioni Luogo, sala: Aula 7 (A1-G) Chair di sessione: Fabio Tarzia |
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Il tempo nel cinema e nel post-cinema: grammatiche, narrazioni, pre-visioni 1: Università degli Studi di Salerno; 2: Università eCampus, Novedrate; 3: Link Campus University; 4: Politecnico di Torino Il tempo è stato messo in-forma dalle tecniche cinematografiche e visive del ‘900, strutturando la nostra stessa esperienza del tempo, ed oggi, sempre più, è anche un tema centrale nelle narrazioni filmiche e seriali. Il tempo non è più soltanto un elemento strutturale che determina il ritmo del montaggio o la durata di una sequenza, ma un vero e proprio oggetto della narrazione (sostanzialmente attuando quel movimento deterritorializzante indicato da Deleuze come “fuga in intensità”). Film e serie TV riflettono sul tempo, lo manipolano, lo destrutturano, lo rendono fluido, ciclico o paradossale, rispecchiando un’epoca in cui la nostra percezione della temporalità è profondamente mutata, come sempre accade soprattutto nei cambi di paradigma tecnologico e socio-culturale. Questa trasformazione è evidente nel passaggio dal cinema classico al post-cinema (assorbendo in pieno tutte le grammatiche sperimentali dell’Expanded Cinema teorizzato da Youngblood), una categoria che raccoglie non solo il cinema digitale, ma anche le forme espanse della narrazione audiovisiva, come la videoarte, le esperienze interattive, il cinema immersivo con le sue immagini (un-icon) a 360°, e il mondo dei videogiochi. Se nel cinema classico il tempo era scandito secondo logiche lineari e consequenziali, il post-cinema ne ha ridefinito le regole, introducendo frammentazione, simultaneità, interattività, espansione (nelle immagini ambientali) e accelerazione (in alcune logiche di gameplay), in una nuova riconfigurazione della relazione tra spazio e tempo (il tempo si spazializza, lo spazio diventa materia temporale controllata dall’utente). Registi come Christopher Nolan (Memento, Inception, Tenet) hanno reso il tempo non solo un elemento narrativo, ma un tema di elaborazione esistenziale, mentre la serialità contemporanea ha trasformato la percezione del tempo in una delle sue cifre stilistiche. L’interesse crescente per il time loop, reso celebre da Ricomincio da capo (Groundhog Day, 1993), e per il tempo come risorsa economica e sociale, come in In Time (2011), dimostra come il cinema rifletta le tensioni del nostro presente: da un lato, il tempo è una gabbia da cui si cerca di fuggire; dall’altro, una merce sempre più scarsa, da accumulare o sottrarre. Anche il linguaggio audiovisivo è mutato. Se il montaggio tradizionale stabiliva un ritmo e una logica temporale ben definita, oggi le tecnologie immersive, la realtà virtuale e i media interattivi propongono esperienze temporali non lineari, in cui il pubblico ha un ruolo attivo nella costruzione del tempo narrativo. Nei videogiochi narrativi o nelle opere di cinema immersivo, il tempo diventa un’esperienza soggettiva, legata alle scelte dello spettatore/giocatore. Viviamo in un tempo accelerato, dove il digitale ha compresso la distanza tra passato, presente e futuro. L’archivio digitale rende tutto simultaneamente accessibile, i social media alimentano un eterno presente, l’intelligenza artificiale genera immagini e storie in tempo reale, alterando la nostra percezione della realtà. Il post-cinema e le nuove forme di narrazione rispecchiano questa condizione: ci raccontano un mondo in cui il tempo non è più una linea retta, ma un labirinto in continua trasformazione, tra espansione (rallentamento) e accelerazione. Per questo motivo, il tempo oggi è un tema cruciale tanto nella teoria dei media quanto nella pratica artistica e cinematografica. Se nel cinema classico il tempo era un elemento invisibile, uno strumento per raccontare le storie, nel post-cinema esso è diventato la storia stessa. Riferimenti bibliografici essenziali: Balzola, A., Caprettini, G.P. (2024). Vertigini dell’immaginario. Rovesciamenti simbolici e archetipi del tempo tra cinema e letteratura, Milano: Meltemi. Deleuze, G. (1985). Cinéma 2. L’Image-temps, Paris: Éditions de Minuit. Eisenstein, S. (1949). Film Form: Essays in Film Theory. Harcourt. Grau, O. (2004), Virtual Art From Illusion to Immersion, Cambridge/London: The MIT Press. Hagener, M., Hediger, V., Strohmaier, A. (eds.) (2016). The State of Post-Cinema: Tracing the Moving Image in the Age of Digital Dissemination, London: Palgrave Macmillan. Kern, S. (1983). The Culture of Time and Space 1880-1918, Cambridge, MA: Harvard University Press. Trad. it. Il tempo e lo spazio. La percezione tra Otto e Novecento. Bologna: il Mulino, 1995. Manovich, L. (2011). Il linguaggio dei nuovi media, Milano: Olivares. Modena E. (2022), Nelle storie. Arte, cinema e media immersivi, Roma: Carocci. Murray Janet H. (2016), Not a Film and Not an Empathy Machine, IMMERSE. Youngblood, G. (2013). Expanded Cinema, a cura di P.L. Capucci e S. Fadda, Bologna: CLUEB. ---- Contributo 1 Titolo: Il veggente e la sospensione. Attualità dell’immagine-tempo di Deleuze come scandaglio nel post-cinema Alfonso Amendola (Università degli Studi di Salerno) La contemporaneità è scavo fecondo. È trama d’indagine da statuto archeologico (Parikka 2019). E a dare forza al paesaggio dell’expadend cinema (Yougblood 2013) e del post-cinema (Hagener, Hediger, Strohmaier 2016) alle volte sono anche territori critici e teorici che decenni prima hanno indicato un cammino, una trama di lavoro, un’istigazione prospettica. Tra questi sicuramente il più innovativo tra i filosofi del XX secolo: Gilles Deleuze. La presente indagine - specificamente legata al Deleuze studioso di cinema (De Gaetano 1996; Rodowick 1997; Godani 2009; Hirose 2020) - vuol ricostruire l’attualità del suo pensiero legato al tema del tempo (1985) cercando di ritrovarlo all’interno di alcune opere cinematografiche del contemporaneo. Partendo dal concetto deleuziano del cinema come esplorazione di nuove modalità di percezione del tempo e della realtà fino ad arrivare al concetto di immagine-tempo e come questa categoria teorica abbia a che fare con la rappresentazione temporale del post-cinema. L’attualità dell’immagine-tempo la troviamo nell’arco di almeno 2 classificazioni possibili:
Se questo concetto, a suo tempo, è stato centrale per la lettura delle opere di autori come Welles, Godard o Resnais, la nostra indagine vuol cogliere la rigorosa attualità della teoria dell’immagine-tempo applicandola come “dispositivo” per analizzare nodali capitoli del cinema contemporaneo totalmente dentro il nucleo dell’estetica della frammentazione (XXX 2006). In particolare saranno analizzati film come: Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino (il tempo e il punto di vista); Memento (2000) di Christopher Nolan (il tempo e il molteplice); Mulholland drive (2001) di David Lynch (il tempo e la psiche); Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) di Michel Gondry (il tempo e la memoria); Last Days (2005) di Gus Van Sant (il tempo e la morte); Inception (2010) di Christopher Nolan (il tempo e il sogno); Cloud Atlas (2012) di Tom Tykwer, Andy e Lana Wachowski (il tempo e le epoche); Boyhood (2014) di Richard Linklater (il tempo e la crescita)… il tutto necessariamente incrociando le dinamiche temporali di alcuni prodotti della postserialità (Brancato 2011): come 24 (2001-2010) di Joel Surnow, Robert Cochran; Lost (2004-2010) di J. J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber; Dark (2017-2020) di Baran bo Odar e Jantje Friese; Twin Peaks: The Return (2017) di David Lynch; Westworld(2016-) di Jonathan Nolan e Lisa Joy; Russian Doll (2019-) di Leslye Headland, Natasha Lyonne e Amy Poehler. Queste opere nel pulsare portante della propria narrazione sfidano (e sfaldano) la progressione lineare e il trattamento del tempo come una sequenza causale e lo ri-presentano come una dimensione fluida, frammentata e multipla. La temporalità, quindi, diventa una forza che modifica la percezione della realtà, in perfetta sintonia con le teorie di Deleuze e sostanziando il concetto di immagine-tempo come un modello teorico persistente, esplorabile, parafrasabile e voracemente aperto al nuovo. Bibliografia essenziale: XXX (2006), Brancato, S. (2011), Postserialità. Per una sociologia delle tv-series. Dinamiche di trasformazione della fiction televisiva, Napoli: Liguori. Deleuze, G. (1985), Cinéma 2. L’Image-temps, Paris: Éditions de Minuit. De Gaetano, R. (1996), Il cinema secondo Gilles Deleuze, Roma: Bulzoni. Godani, P. (2009), Deleuze, Roma: Carocci. Hagener, M., Hediger, V., Strohmaier, A. (eds.) (2016), The State of Post-Cinema: Tracing the Moving Image in the Age of Digital Dissemination, London: Palgrave Macmillan. Hirose, J.F. (2020), Il cine-capitale, Il cinema di Gilles Deleuze e il divenire rivoluzionario delle imagini, Verona: Ombre Corte. Parikka, J. (2019), Archeologia dei media. Nuove prospettive per la storia e la teoria della comunicazione, Roma: Carocci. Rodowick, D. N. (1997), Gilles Deleuze’s Time Machine, Durham: Duke University Press. Yougblood, G. (2013), Expanded Cinema, a cura di P. L. Capucci e S. Fadda, Bologna: CLUEB. ---- Contributo 2 Titolo: Indietro (e troppo avanti?) nel futuro: riflessioni sul cinema di Robert Zemeckis Pietro Ammaturo (Università eCampus, Novedrate) Nel panorama delle riflessioni sul tempo nel cinema l’opera di Robert Zemeckis costituisce un caso particolarmente significativo per comprendere le modalità in cui la settima arte ha affrontato, manipolato e teorizzato la questione della temporalità. Il presente contributo intende focalizzarsi sulla produzione zemeckisiana che ha collocato il concetto di tempo al centro della propria poetica, trasformandolo di volta in volta in strumento narrativo, oggetto di riflessione e manifestazione di una tensione fra innovazione tecnologica e ricerca artistica. Centrale è la discontinuità temporale: dalla trilogia di Ritorno al futuro (1985, 1989, 1990) alle sperimentazioni digitali di The Polar Express (2004) e Welcome to Marwen (2018) fino al recente Here (2024), ispirato alla graphic novel di Richard McGuire, dove l’analisi si estende ulteriormente, grazie all’utilizzo massiccio dell’IA, esplorando non soltanto i paradossi o i salti cronologici, ma la coesistenza simultanea di epoche diverse nello stesso spazio e trasformandosi in una rete di connessioni tra passato, presente e futuro che si influenzano a vicenda. La produzione di Zemeckis, che diventa “laboratorio” per la comprensione delle strutture temporali in trasformazione, può essere analizzata attraverso il prisma della “durata” di Henri Bergson: come flusso continuo che supera la mera suddivisione cronologica, la durata consente di comprendere meglio le fluttuazioni temporali presenti nel suo cinema, che sovente gioca con ellissi, flashback e proiezioni in avanti per suggerire l’idea di un continuum spazio-temporale non riducibile a blocchi narrativi rigidamente separati. L’uso sempre più intenso e sofisticato della CGI, del motion capture e dell’IA colloca Zemeckis tra i pionieri di quel post-cinema che supera la tradizionale visione lineare, spalancando possibilità esperienziali nuove, dal montaggio interattivo ai mondi narrativi condivisi (Manovich 2012; Youngblood 2013). E con Here, la prospettiva post-cinematica si articola ulteriormente, poiché il set diventa un punto d’incontro di linee temporali differenti, quasi a suggerire una sorta di immagine digitale che ingloba i vari momenti storici in un’unica percezione integrata. L’esperienza temporale dei personaggi (e degli spettatori) diventa una metafora dell’identità contemporanea, dei “non-luoghi” e della fluidità identitaria (Augé 2005; Lacan 1979) come in Forrest Gump (1994) o Cast Away (2000), in cui il protagonista si muove fra diversi orizzonti temporali e spaziali, talvolta isolandosi dal mondo per poi riconnettersi a una realtà che nel frattempo è irrimediabilmente mutata. E ancora con Here, il regista mostra come la stessa stanza - in tempi diversi - possa ospitare storie e identità multiformi, in una sorta di “montaggio interiore” che dà forma a un mosaico temporale potenzialmente infinito. Un’evoluzione nella rappresentazione del tempo, da semplice cornice narrativa a dispositivo centrale per indagare l’identità, la memoria collettiva e i mutamenti socioculturali della modernità. Bibliografia essenziale: Amendola, A. (2012), Videoculture. Storia, teorie ed esperienze artistiche dell'audiovisivo sperimentale, Latina: Tunué. Augé, M. (2005), Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano: Elèuthera. Bergson, H. (2002), L’evoluzione creatrice, Milano: Raffaello Cortina. Casetti, F. (2004), Teorie del cinema. 1945-1990, Milano: Bompiani. De Gaetano, R. (1996), Passaggi: figure del tempo nel cinema contemporaneo, Roma: Bulzoni. Deleuze, G. (1989), Cinema 2. L’immagine-tempo, Milano: Ubulibri. Frezza, G. (2005), Effetto notte: le metafore del cinema, Roma: Meltemi. Hagener, M., Hediger, V., Strohmaier, A. (eds.) (2016), The State of Post-Cinema: Tracing the Moving Image in the Age of Digital Dissemination, London: Palgrave Macmillan. Lacan, J. (1979), Scritti, Torino: Einaudi. Malavasi, L. (2017), Postmoderno e cinema: nuove prospettive d’analisi, Roma: Carocci. Manovich, L. (2012), Il linguaggio dei nuovi media, Milano: Olivares. Morin, E. (2016), Il cinema o l’uomo immaginario: saggio di antropologia sociologica, Milano: Raffaello Cortina. Sobchack, V. (2002), Spazio e tempo nel cinema di fantascienza: filosofia di un genere hollywoodiano, Bologna: Bononia University Press. Yougblood, G. (2013), Expanded Cinema, a cura di P. L. Capucci e S. Fadda, Bologna: CLUEB. --- Contributo 3 Titolo: Il tempo come oggetto narrativo nel cinema e nelle serie tv Alessio Ceccherelli (Link Campus University) Il tempo è strutturalmente legato ai media e alle tecnologie (Kern 1983); è sia loro causa che effetto. Da un lato, influisce sulla concettualizzazione e preparazione di forme mediali non ancora esistenti (l’invenzione della scrittura serve anche a ottimizzare il tempo di raccolta dei dati e consentirne una maggiore durata; l’invenzione della stampa serve anche a ottimizzare il tempo di riproduzione delle copie e velocizzare quello di lettura; etc.). Dall’altro, le forme mediali influiscono sulla nostra percezione e gestione del tempo e dello spazio, a livello individuale e collettivo: “Il medium è il messaggio” (McLuhan 1964) vuol dire anche questo. All’interno di una cornice epistemologica che ruota intorno al concetto di mediologia (McLuhan, McLuhan 1988; Debray 2000), e che indaga le forme simboliche dell’immaginario come espressioni di sensibilità sociali e culturali (Abruzzese 1979; Grassi 2012; Ragone 2019; Amendola, Tirino 2021), questo contributo si concentra sui modi in cui il cinema e le serie tv hanno affrontato e stanno affrontando il tema del tempo. Non solo e non tanto come elemento formale (Eisenstein 1949; Elsaesser, Hagener 2015), ma anche come oggetto di trattazione narrativa. Il punto di partenza è uno studio già condotto sulla rilevanza e sulle funzioni del viaggio nel tempo nei media (XXX 2023), tema che ha col cinema una relazione particolare: nel rendere visivamente percepibile l’alterazione del flusso narrativo (accelerazioni, rallentamenti, flashback, flashforward), la fruizione di film e serie tv fa compiere una sorta di percorso temporale allo spettatore, facendogli “sensibilmente” vivere l’esperienza della memoria (Kilbourn 2010), dell’immaginazione, del sogno (Morin 1956). Queste alterazioni sono interpretabili anche dal punto di vista sociologico: perché c’è una netta rilevanza di viaggi nel passato? Può esserci una metafora sociale alla base dell’intensificazione, a partire da Groundhog Day (1993), del time loop come stratagemma diegetico? Da questa base, il campo di indagine si allarga ad altre forme di utilizzo del tempo come contenuto e vettore narrativo. Le ucronie, ad esempio, sono spesso particolari riscritture del tempo storico, in cui si immagina un decorso alternativo come riflesso e riflessione sul reale, e che trovano nella serialità delle piattaforme terreno fertile e di grande successo: The Man in the High Castle (2015-2019), For All Mankind (2019-), Fallout (2024-). Al di là di generi o categorie, anche opere autoriali sono costruite intorno al nucleo tematico e semantico del tempo. I film di Nolan sono in buona parte incentrati su di esso: Memento (2000), Interstellar (2010), Inception (2014), Tenet (2020) manifestano forse la dichiarazione di impossibilità a poter conquistare e controllare il tempo come si è fatto con lo spazio (Ilardi 2023). Una serie tv come True Detective, in particolare la prima (2014) e la terza stagione (2019), chiama lo spettatore a seguire un puzzle di piani temporali che solo gradualmente e faticosamente si riesce a ricomporre: un’operazione estetica la cui motivazione risiede anche nella difficoltà a percepire e riconoscere la propria identità, e in cui la ricostruzione della memoria si pone come disperato tentativo di ricerca di senso. Severance (2023-2025) racconta della separazione tra tempo del lavoro e tempo della vita privata, resi indipendenti nella memoria dei personaggi, a voler significare il conflitto tra le diverse richieste di attenzione, e dunque di tempo, a cui il soggetto moderno deve rispondere, quello interiore e quello sociale. Si tratta di alcuni esempi che indicano una crescente consapevolezza, emergente a livello dell’immaginario: la difficoltà delle società e delle culture occidentali a gestire la propria relazione con la Storia, con la memoria, con l’identità, col senso; la difficoltà degli individui a gestire richieste e istanze (di tempo) sempre più frequenti, conflittuali, contraddittorie che da queste società giungono. Questo contributo intende tracciarne una mappa. Bibliografia essenziale Abruzzese, A. (1979), La Grande Scimmia. Mostri, vampiri, automi, mutanti. L’immaginario collettivo dalla letteratura al cinema e all’informazione, Roma: Napoleone. Amendola, A. e Tirino, M. (a cura) (2021), 10 keywords. La matrice narrativa e la digital society. Saggi di mediologia della letteratura, Scafati (SA): Francesco D’Amato. XXX, A. (2023) Debray, R. (2000), Introduction à la médiologie, Paris: PUF. Eisenstein, S. (1949), Film Form: Essays in Film Theory, Harcourt. Elsaesser, T., Hagener, M. (2015), Film Theory. An Introduction Through the Senses, New York, NY: Routledge. Grassi, V. (2012), Mitodologie. Analisi qualitativa e sociologica dell'immaginario, Napoli: Liguori. Kern, S. (1983), The Culture of Time and Space 1880-1918, Cambridge, MA: Harvard University Press. Kilbourn, R.J.A. (2010), Cinema, Memory, Modernity: The Representation of Memory from the Art Film to Transnational Cinema, New York, NY: Routledge. Ilardi, E. (2023), I viaggi nel tempo di Christopher Nolan e la fisica filologicamente corretta. Inception, Interstellar e Tenet, in XXX (2023), op. cit. McLuhan, M. (1964), Understanding Media: The Extensions of Man, New York, NY: Macmillan. McLuhan, M., McLuhan, E. (1988), Laws of Media. The New Science, Toronto: University of Toronto Press. Morin, E. (1956), Le cinéma ou l'homme imaginaire. Essai d'anthropologie sociologique, Paris: Les Éditions de Minuit. Ragone, G. (2019), Per la mediologia della letteratura. Dieci saggi, Canterano (RM): Aracne. ---- Contributo 4 Titolo: La spazializzazione del tempo nel cinema immersivo Tatiana Mazali (Politecnico di Torino)
Sperimentare con la tecnologia così da esplorare la condizione umana e superare la dittatura del frame (Alejandro Gonzalez Inarritu, “Carne y Arena”) L’immersività delle immagini, e le tecnologie per, hanno una lunga storia che inizia con il precinema, dagli stereoscopi ai panorami ottocenteschi – “vedute della totalità”, per arrivare ai visori per la realtà virtuale di oggi, passando per le esperienze collettive dei Dome. Corpi fluttuanti e interagenti con gli ambienti narrativi trovano una nuova materialità possibile nelle immagini immersive in cui “si entra” indossando un visore VR. Ben lontani dalla “Spada di Damocle” – marchingegno avveniristico, interfaccia macchinica e ingombrante – realizzato da Bob Sproull nel 1968 ad Harvard, i Meta Quest di oggi permettono un ingresso “morbido” nel mondo delle immagini ambientali dei mondi immersivi. Mondi in cui il tempo si spazializza (Manovich 2011); mondi in cui prendono forma narrazioni a cui fatichiamo a dare un nome (cinema, post cinema, expanded cinema?) perché sfuggono ai perimetri dei generi e dei media stessi con le proprie consolidate tradizioni estetiche e “posture” della visione; mondi in cui le coordinate spazio-temporali vengono ridefinite in una esperienza utente ancor più iperreale (Baudrillard 2008). In definitiva, le immagini a 360° mettono in forma una nuova grammatica di visione. Il cinema immersivo con le sue immagini an-iconiche (Malaspina et al. 2023) spesso espande il tempo, talvolta lo accelera (quando la narrazione immersiva integra logiche di gameplay). Il tempo diventa spazio, lo spazio diventa tempo controllato dall’utente. Nel 360 le immagini diventano ambienti, cioè non sono più solo una rappresentazione, si mette in discussione lo statuto dell’immagine come “immagine-di”. Le caratteristiche fondamentali delle immagini ambientali sono: im-mediatezza; assenza di cornice; effetto presence (superando il principio di referenzialità che stabilisce un legame ma anche una distanza tra un’immagine tradizionale e ciò che rappresenta, le immagini ambientali si propongono di portare il corpo del pubblico in una relazione uno a uno con l’immagine). Nelle immagini immersive a 360° sparisce l’inquadratura, con questa sparizione il montaggio va in crisi (Perrone 2019; Zheleva et al. 2021), e il tempo torna ad essere campo di esplorazione, oltre le consuetudini del montaggio classico, e ugualmente lontano dal tempo rincorso, schiacciato, diminuito, istantaneizzato dei social media. Il cinema immersivo diventa un medium alla ricerca di un nuovo statuto, dove regole nuove non durano il tempo di una stagione (come la regola della durata minima di 8 secondi per una “buona” scena VR, come proposto da Victor Agulhon). Il tempo sfugge alle regole, si dilata, e, spazializzandosi, cerca di avvolgere l’utente in una sospensione dell’incredulità che è sempre minacciata dalla presenza (ancora ingombrante) del mezzo (ricordiamoci che un sistema immersivo produce la sensazione di presenza se lo scarto temporale tra movimento dell’utente e l’effetto sul sistema virtuale è prossimo al real-time – Slater 2009). Nelle sperimentazioni di cinema immersivo che sono state presentate negli ultimi dieci anni (dai noti Ted Talk di Nonny De La Pena e Chris Milk che hanno reso famoso il “nuovo” medium, nel 2015) abbiamo visto ogni sorta di rimescolamento delle grammatiche filmiche e mediali. Alle regole di organizzazione del tempo del montaggio si aggiungono o sostituiscono concetti nuovi, come quelli di densità spaziale e densità temporale che pone nuove sfide a chi scrive storie per questo medium (Tricart 2027). Il contributo qui presentato analizzerà la trasformazione del tempo nelle immagini ambientali del cinema immersivo, ancorando l’analisi ad alcune opere paradigmatiche, da Notes of Blindeness (2016) a Goliath (premio miglior opera VR Immersive, Festival del Cinema di Venezia 2021), con incursioni nel giornalismo immersivo di Nonny De La Pena. Bibliografia essenziale Baudrillard, J. (2008), Simulacri e Impostura, Simulacri e impostura. Bestie Beaubourg, apparenze e altri oggetti, PGreco. Grau, O. (2004), Virtual Art from Illusion to Immersion, The MIT Press. Malaspina, R. P., Modena, E., Pirandello, S. (2023), Introduction: Immersions and Dives: From the Environment to Virtual Reality, AN-ICON. Studies in Environmental Images, Vol. 2, no. II, pp. 4-11. Manovich, L. (2011), Il linguaggio dei nuovi media, Olivares. Perrone, G. (2019), Realtà virtuale. Come funziona il nuovo cinema a 360 gradi, Dino Audino Editore. Slater, M. (1999), Immersion, presence, and performance in virtual environments: An experiment with tri-dimensional chess. https://www.researchgate.net/publication/2633779_Immersion_Presence_and_Performance_in_Virtual_Environments_An_Experiment_with_Tri-Dimensional_Chess. Tricart, C. (2017), Virtual Reality Filmmaking: Techniques and Best Practices for VR Filmmakers, Routledge. Zheleva, B, De Letter, J., Durnez, W., De Marez, L. (2021), Can You Make the Cut? Exploring the Effect of Frequency of Cuts in Virtual Reality Storytelling, in Augmented Reality and Virtual Reality, Conference Proceedings, pp. 45-52. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 08: Tempi della conciliazione e della cura nei contesti familiari Luogo, sala: Aula 11 (A0-B) Chair di sessione: Chiara Bertone Chair di sessione: Maddalena Cannito |
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Tempi della conciliazione e della cura nei contesti familiari 1: Università del Piemonte Orientale, Italia; 2: Università di Torino; 3: Università di Macerata; 4: Università di Bergamo; 5: Università di Bergamo; 6: Università di Macerata; 7: Università di Macerata; 8: Università Cattolica del sacro cuore di Milano; 9: Università Cattolica del sacro cuore di Milano; 10: Università Cattolica del sacro cuore di Milano; 11: Università Cattolica del sacro cuore di Milano; 12: Università di Bologna Nota introduttiva La questione della conciliazione tra vita privata e lavoro è riconosciuta oggi come centrale nelle società contemporanee: introdotto inizialmente per descrivere le strategie adottate dalle donne per gestire la "doppia presenza" nel mercato del lavoro e nella sfera domestica, il concetto di conciliazione richiede profondi ripensamenti nel contesto attuale di crisi della cura, profondi mutamenti nell’organizzazione sociale del lavoro e accelerazione dei ritmi di vita. In un contesto segnato da emergenze economiche, sanitarie ed ecologiche e da modelli di genere in evoluzione, la pressione temporale influenza infatti profondamente le dinamiche lavorative e familiari. In particolare, la pervasività delle tecnologie digitali e la cultura del "presenzialismo" nel lavoro contribuiscono a una sovrapposizione tra sfera professionale e privata, rendendo ancora più complessa la gestione del tempo e (ri)creando diseguaglianze intra e inter-genere. Che cosa significa, oggi, sviluppare pratiche e politiche di conciliazione fondate sul riconoscimento del valore del lavoro di cura e che promuovano una distribuzione più equa dei carichi di cura tra i diversi soggetti sociali? Rispetto all’impatto della crisi della cura, nelle sue diverse articolazioni, nel rafforzare le diseguaglianze di genere, si pone la questione cruciale di come diverse politiche della cura e della conciliazione possano contribuire a queste dinamiche o contrastarle. Il panel esplora le caratteristiche attuali delle pratiche e politiche di conciliazione, con particolare attenzione al contesto italiano e, in prospettiva comparata, a quello sud-Europeo, mettendole in relazione con specifiche dimensioni di crisi della cura, quali la crisi sanitaria della pandemia da Covid-19, la riduzione della natalità e l’incremento dei bisogni di cura legato all’invecchiamento della popolazione. I papers presentati pongono in modo importante la questione non soltanto dell’analisi delle misure adottate, con un focus sul ruolo delle imprese e delle misure di welfare aziendale, ma anche di come rilevare l’effettivo impatto delle misure di conciliazione sulle dinamiche familiari e sulle disuguaglianze di genere, attraverso strumenti di misurazione dalla prospettiva delle imprese o assumendo la prospettiva delle/dei caregiver. Il paper “L’impatto della crisi Covid-19 nel Sud Europa e le disuguaglianze di genere nella conciliazione tra famiglia e lavoro” analizza le risposte politiche alla crisi sanitaria e le misure adottate per contrastare gli effetti della pandemia sulle disuguaglianze di genere, interrogandosi sulla variabilità della loro efficacia. Anche il paper “Il tempo della cura in famiglia: un'analisi delle dinamiche di genere e delle conseguenze sull'occupazione nel Sud Europa”, propone un’analisi comparativa, focalizzandosi sulle caratteristiche sociodemografiche dei caregiver familiari e discutendo l’impatto delle loro pratiche di cura sull’attività lavorativa e sulle disuguaglianze di genere. Il paper “Come promuovere il benessere delle famiglie: il Modello FamILens nella conciliazione tra tempi della famiglia e del lavoro” discute un modello di analisi e riflessione che consente la valutazione dell’impatto di politiche e servizi sul benessere delle famiglie, attraverso un lavoro collaborativo e un’indagine che hanno coinvolto accademici, manager e consulenti di impresa. Il paper “Crisi demografica, pari opportunità e conciliazione vita-lavoro: quale intreccio sostenibile?”, facendo riferimento al recente Codice di autodisciplina delle imprese responsabili, analizza le misure effettivamente realizzate dalle imprese in favore della maternità e ne discute i possibili effetti.
Abstract Paper “L’impatto della crisi Covid-19 nel Sud Europa e le disuguaglianze di genere nella conciliazione tra famiglia e lavoro” Crespi Isabella (UNIMC) Lomazzi Vera e Pellegrino Margherita (UNIBG) La pandemia di Covid-19 ha amplificato le disuguaglianze sociali preesistenti, ponendo sfide significative per la parità di genere. L’aumento delle esigenze di cura e delle richieste lavorative è emerso con particolare forza durante la prima ondata, quando quasi tutti i paesi europei hanno adottato restrizioni che imponevano la permanenza in casa. Numerosi studi hanno analizzato l’impatto di genere della pandemia e delle misure di contenimento, evidenziando come il carico di lavoro domestico e di cura sia aumentato in modo sproporzionato per le donne. Questo studio, adottando una prospettiva di genere, si basa sulla letteratura esistente per esaminare le politiche e le strategie adottate in alcuni paesi dell’Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) per conciliare vita lavorativa e familiare durante la pandemia. L’analisi prende in esame le risposte politiche alla crisi sanitaria e la loro interazione con le disuguaglianze di genere preesistenti, offrendo al contempo spunti di riflessione per affrontare sfide future. Tra queste, il lavoro flessibile, i congedi parentali e le modalità di lavoro da remoto giocano un ruolo cruciale nella costruzione di un piano di ripresa più equo e inclusivo. L’impatto della pandemia è stato particolarmente forte nei paesi dell’Europa meridionale, dove la combinazione di ruoli di genere tradizionali, diffusione del virus e misure restrittive ha aggravato le disparità. L’intensificarsi delle esigenze di cura ha accentuato il divario di genere, con le donne che hanno assunto un carico aggiuntivo di responsabilità, tra assistenza ai figli, didattica a distanza e cura degli anziani, oltre agli impegni professionali. Questa situazione è stata ulteriormente complicata dalla fragilità del mercato del lavoro nella regione, caratterizzato da un’alta incidenza di impieghi precari e informali, che colpiscono in modo particolare le donne. Basandosi sui dati del database Covid-19 EU PolicyWatch, l’analisi esamina le misure adottate per contrastare gli effetti della pandemia sulle disuguaglianze di genere. Sebbene siano stati introdotti interventi per mitigare la crisi, la loro efficacia è risultata variabile, riflettendo differenze nei sistemi di welfare, nelle priorità governative e negli atteggiamenti culturali rispetto ai ruoli di genere. Il contesto dell’Europa meridionale rappresenta dunque un caso di studio significativo per comprendere le implicazioni della pandemia sulla parità di genere. Il progresso verso l’uguaglianza in questa regione è stato più lento rispetto ai paesi dell’Europa settentrionale e occidentale, rendendola un ambito di indagine privilegiato per approfondire il complesso rapporto tra ruoli di genere tradizionali, politiche di conciliazione e interventi sociali in situazioni di crisi. Infine, questo studio propone raccomandazioni politiche per affrontare le sfide legate alla parità di genere, sottolineando l’importanza di strategie inclusive che tengano conto delle differenze di genere nel lavoro e nelle responsabilità di cura. Il rafforzamento dei sistemi di supporto, l’espansione delle modalità di lavoro flessibile e l’adozione di riforme politiche sensibili alle questioni di genere sono elementi chiave per i paesi dell’Europa meridionale nella fase di ripresa post-pandemica e nella costruzione di un futuro più equo. Bibliografia Andrei, D. M. 2023. Work-family balance during covid-19 pandemic in EU member states. Internal Auditing & Risk Management 68(2): 42-59. Casquilho-Martins, I., and Belchior-Rocha, H. 2022. Responses to COVID-19 Social and Economic Impacts: A Comparative Analysis in Southern European Countries. Social Sciences 11(2): 36. Daly, M., León, M., Pfau-Effinger, B., Ranci, C., & Rostgaard, T. 2022. COVID-19 and policies for care homes in the first wave of the pandemic in European welfare states: Too little, too late?. Journal of European social policy, 32(1), 48-59. Del Boca, D., Oggero, N., Profeta, P., and Rossi, M. 2020. Women’s and men’s work, housework and childcare, before and during COVID-19. Review of Economics of the Household 18(4): 1001–1017. https://doi.org/10.1007/s11150-020-09502-1 Eurofound. 2020. COVID-19: Policy responses across Europe. Luxembourg: Publications Office of the European Union. Eurofound. 2022. COVID-19 pandemic and the gender divide at work and home, Publications Office of the European Union, Luxembourg. Eurofound. 2023, Economic and social inequalities in Europe in the aftermath of the COVID-19 pandemic, Publications Office of the European Union, Luxembourg European Commission. 2022. Gender equality and work-life balance policies during and after the COVID-19 crisis – Thematic review 2022 – Synthesis, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2767/50106 Rubery, J., and Tavora, I. (2020). The Covid-19 crisis and gender equality: risks and opportunities. In B. Vanhercke, S. Vanhercke B., Spasova S. and Fronteddu B. (eds.) 2021. Social policy in the European Union: state of play 2020. Facing the pandemic, Brussels, European Trade Union Institute (ETUI) and European Social Observatory (OSE), Sánchez-Mira, N. (2021). Remote Work and Work-Life Balance during the COVID-19 Pandemic in Southern Europe: Gender Inequalities and Cultural Challenges. Journal of Family Studies 27(2): 132-148. Vitoria, B. D. A., Ribeiro, M. T., and Carvalho, V. S. 2022. The work-family interface and the COVID-19 pandemic: A systematic review. Frontiers in Psychology, 13: 914474. Abstract Paper “Il tempo della cura in famiglia: un'analisi delle dinamiche di genere e delle conseguenze sull'occupazione nel Sud Europa” Palermo Melanie Sara, Scocco Marta* Negli ultimi decenni, i Paesi europei hanno subito trasformazioni sociodemografiche significative, tra cui l'aumento dell'aspettativa di vita e la diminuzione del tasso di natalità. Questa transizione demografica ha portato a un progressivo invecchiamento della popolazione, con conseguenze profonde sul sistema di welfare, sia a livello economico che sociale, in particolare sulle dinamiche familiari e di cura degli anziani, sulle vite dei caregiver e sulle relazioni di genere. Nei Paesi del Sud Europa, i membri familiari, in particolare le donne, hanno tradizionalmente svolto un ruolo centrale nell'assistenza agli anziani, costituendo il pilastro di un sistema di welfare basato sulla cura informale e non retribuita e sulla solidarietà familiare, integrando i servizi pubblici e privati (Bramanti, 2022; Quashie et. al., 2022). Questi Paesi condividono inoltre un contesto socioeconomico e culturale che ha a lungo influenzato la divisione del lavoro, a livello domestico e non, denotato da norme patriarcali, strutture familiari conservatrici e riforme economiche che hanno contribuito alla persistenza di disparità di genere sia nella sfera pubblica che privata (EIGE. s.d.; Aasve 2014). Tuttavia, i cambiamenti socioeconomici e culturali degli ultimi decenni, in particolare la riduzione delle dimensioni familiari, l'aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e il cambiamento dei ruoli di genere, hanno messo a dura prova la sostenibilità di questo modello. Le attività di cura richiedono infatti un notevole investimento di tempo, energie e risorse psico-fisiche, con ripercussioni significative sulla vita dei caregiver, che si trovano a dover conciliare le responsabilità di cura con gli impegni lavorativi e familiari; con possibili conseguenze negative sul benessere psicofisico, sulle relazioni sociali e sulla carriera professionale (Di Nicola e Viviani, 2020). Inoltre, la cura informale può contribuire a perpetuare le disuguaglianze di genere. Di fronte a queste sfide, i Paesi europei sono chiamati a ripensare i modelli di cura tradizionali. Il presente contributo si propone di approfondire la conoscenza della figura del caregiver familiare nei Paesi del Sud Europa, (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia), chiedendosi quali sono le caratteristiche sociodemografiche dei caregiver familiari (sesso, età, istruzione e occupazione) e qual è l’impatto dei compiti di cura sull’attività lavorativa, in particolare considerando le differenze di genere. Attraverso una prospettiva comparativa, il contributo sottolinea le disparità di genere presenti nel settore della cura informale, che vede le donne penalizzate, oltre a evidenziare la rilevanza dei caregiver familiari nel sistema di welfare dei Paesi del Sud Europa e la necessità di politiche pubbliche che ne riconoscano il ruolo socioeconomico, che promuovano la conciliazione dei tempi personali, professionali e di cura e che contribuiscano a ridurre le disuguaglianze di genere. Bibliografia Aassve, A., Fuochi, G., Mencarini, L. (2014), Desperate Housework: Relative Resources, Time Availability, Economic Dependency, and Gender Ideology Across Europe, in «Journal of Family Issues», vol. 35, n.8, pp. 1000–1022. https://doi.org/10.1177/0192513X14522248 Bramanti, D. (2022), The Intergenerational Representation of Old Age in the Transition to Frailty: An Empirical Analysis in Italy, in «Social Inclusion», vol. 11, n. 1 pp. 246-255. doi:10.17645/si.v11i1.6027. Di Nicola, P., Viviani, D. (2020), Lavoro di cura: emozioni, sentimenti, frustrazioni, in L. M. Napolitano Valditara, (a cura di), Curare le emozioni, curare con le emozioni, Milano, Mimesis Edizioni, pp. 269-302. EIGE, (s.d.), Comparing Time / Care activities scores in 2023 edition, in «Gender Equality Index» https://eige.europa.eu/gender-equality-index/2023/compare-countries/time/1/bar (consultato in data 8 novembre 2024) Quashie, N.T., Wagner, M., Verbakel, E., Deindl, C.(2022), Socioeconomic differences in informal caregiving in Europe, in «European Journal of Ageing», n. 19, pp. 621-632. doi: 10.1007/s10433-021-00666-y. Abstract Paper “Come promuovere il benessere delle famiglie: il Modello FamILens nella conciliazione tra tempi della famiglia e del lavoro” Bosoni Maria Letizia marialetizia.bosoni@unicatt.it , Mazzucchelli Sara
Nel contesto odierno, caratterizzato da rapide trasformazioni, dalla necessità di una sempre maggiore integrazione di ruoli, tempi e spazi, la sfida di conciliare la genitorialità con il lavoro diventa sempre più impegnativa per uomini e donne. Le nuove teorizzazioni sulla conciliazione famiglia-lavoro prevedono la possibilità di generare benessere non solo per il singolo lavoratore, ma anche per le relazioni personali e familiari (Manzi, Mazzucchelli 2020, Agrawal, Mahajan 2021). In tale contesto, il FamILnes - un modello di analisi e riflessione che consente la valutazione dell’impatto di politiche e servizi sul benessere delle famiglie - consente un avanzamento nella riflessione. Ispirato ad un modello di studio americano (Carrà, Moscatelli 2024, https://centridiateneo.unicatt.it/studi-famiglia-familens), è stato importato in Italia da un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Milano, che con le opportune modifiche, hanno sviluppato uno strumento per valutare le ricadute sulle famiglie delle pratiche/iniziative aziendali. Lo strumento è denominato Family Impact Checklist ed è basato sulla constatazione che ogni iniziativa dell’azienda e ogni pratica di welfare aziendale ha un impatto sulle relazioni familiari dei lavoratori. La logica sottesa è win win: l’integrazione positiva tra ambito familiare e dimensione lavorativa produce benefici sia per i lavoratori e le loro famiglie, sia per le imprese. Risulta quindi fondamentale comprendere cosa l’integrazione tra spazi e tempi di lavoro e di cura generi, in termini di benessere/malessere, nelle famiglie. La Family Impact Checklist si basa su 6 principi chiave per promuovere il benessere delle famiglie: Responsabilizzare le famiglie, Promuovere la stabilità delle famiglie, Promuovere la qualità delle relazioni familiari, Valorizzare la diversità delle famiglie, Coinvolgere attivamente le famiglie, Promuovere le reti familiari. Questi principi possono essere intesi come obiettivi da perseguire per produrre benessere. La costruzione dello strumento si è svolta attraverso un processo riflessivo e partecipativo in cui sono stati coinvolti sia accademici sia, attraverso la metodologia del Delphi, manager e consulenti di impresa. Il questionario è stato somministrato online ad un campione di 362 manager di imprese italiane (bilanciato per genere, ampiezza dell’impresa e area geografica). I risultati evidenziano la presenza di una cultura volta a favorire la conciliazione e il benessere del dipendente e della sua famiglia, con particolare attenzione per i principi della responsabilità, della stabilità e della diversità e delle relazioni. Minore è invece l'impatto delle imprese sulla capacità di coinvolgere attivamente le famiglie e di promuovere reti familiari. Bibliografia Agrawal, M., & Mahajan, R. (2021). Work–family enrichment: An integrative review. International Journal of Workplace Health Management, 14(2), 217-241. Manzi, C., & Mazzucchelli, S. (2020). Famiglia e lavoro: Intrecci possibili. Vita e Pensiero, Milano. Carrà, E., Moscatelli, (2024), Il manuale del FamILens. Modelli e strumenti per l'analisi dell'impatto familiare. QUADERNI DEL CENTRO FAMIGLIA, 35, 1-120.
Abstract Paper “Crisi demografica, pari opportunità e conciliazione vita-lavoro: quale intreccio sostenibile?” Elena Macchioni Il presente contributo si pone l’obiettivo di esplorare, con lenti sociologiche, il fenomeno della maternità là dove esso si intreccia con la questione della crisi demografica e le politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. La maternità è quel fenomeno sociale che riguarda le donne e le coinvolge direttamente in una (o più) delle seguenti esperienze: la gravidanza, la nascita, la cura e l’educazione dei figli. Il significato di questo termine si è nettamente trasformato nel corso del tempo. Nel medioevo, e fino a tutta l’età moderna, le madri hanno ricoperto un ruolo centrale nell’economia domestica contadina che formava l’unità economica di base. Il ruolo sociale della madre è mutato profondamente a seguito dell’industrializzazione, grazie al loro lavoro prestato in fabbrica e al cambiamento nella struttura della famiglia. Si tratta di un primo, timido, seppur rivoluzionario, cambiamento nella divisione dei ruoli di genere. Claudia Goldin, premio Nobel per l’economia nel 2023, definisce questa rivoluzione “silenziosa”. La rivoluzione riferita all’istruzione è quasi interamente compiuta: le donne italiane sono più istruite dei compagni uomini, nel 1950 le donne erano il 25% dei laureati, oggi sono quasi il 60%. Sul lavoro, in Italia solo una donna su due è occupata. Quando lavorano, le donne affrontano ostacoli maggiori degli uomini a progredire nella carriera e ricevono guadagni più bassi. I più recenti dati Istat indicano che a parità di livello di istruzione, i dipendenti uomini hanno retribuzioni medie annue sempre superiori alle donne, nel caso dell’istruzione terziaria il valore è pari al 45,7%. La maternità comporta una perdita di occupazione e salari stimata intorno al 33%. Anche il tasso di fecondità è ai minimi storici (1,21 nel 2024). Al calo della fecondità si abbina il fenomeno del posponimento delle nascite testimoniato dal dato medio di 33 anni d’età delle donne al momento del parto. Più del 50% degli italiani pensa che i bambini soRrano se la mamma lavora, in Svezia sono il 15%, in Francia e Germania circa il 30% (World Value Survey). In Italia permane una cultura che impone una rigida divisione dei ruoli di genere: le donne lavoratrici italiane dedicano 2 ore e 55 minuti in più al giorno degli uomini al lavoro di cura e domestico. Secondo Esping-Andersen si può parlare di una “rivoluzione” si, ma per lo più “incompiuta”. La rivoluzione nel suo dispiegarsi non permette alle donne di raggiungere l’agognata parità, ma genera (ulteriori)significativi squilibri. Secondo Esping-Andersen una precondizione fondamentale per il superamento delle disuguaglianze di genere è rappresentato da uno stato sociale più egualitario. Sappiamo, però, che da circa un ventennio alla luce delle trasformazioni avvenute all’interno dell’arena di welfare, accanto ai dispositivi di welfare istituzionale si sono sviluppate una serie di misure promosse dalle singole imprese in favore del benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie, è il fenomeno del welfare aziendale. Vista l’attuale fase di ricalibratura del welfare sono diverse le policy centrali che sono andate nella direzione di sostenere con interventi che potremmo definire “quadro” il protagonismo delle imprese in ambito sociale. Dentro a questo frame di policy si colloca lo strumento del Codice di autodisciplina delle imprese responsabili, presentato dall’attuale Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità a partire dal novembre 2023 e promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità. Lo strumento del Codice prende avvio proprio dall’osservazione delle buone pratiche in essere promosse da imprese, enti bilaterali e fondo sanitari per sostenere donne e natalità. Il Codice segue l’approccio trasversale e strategico del Governo sul tema della natalità e si pone l’obiettivo di intrecciare le sfide relative all’inverno demografico, con quelle relative alla promozione delle pari opportunità e della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ad un anno dal lancio del Codice, il presente contributo si pone l’obiettivo di analizzare quali misure sono state effettivamente realizzate dalle imprese in favore della maternità, con quali effetti e, infine quali possono essere gli elementi che permettono una connessione fra il Codice di autodisciplina e la Certificazione della parità di genere promossa tramite il PNRR. Bibliografia - AA.VV (2024), Il Paese più vecchio d’Europa, Numero monografico Rivista il Mulino, 4/2024, il Mulino: Bologna - Esping-Andersen, G. (2011), La rivoluzione incompiuta. Donne, famiglie, welfare, il Mulino: Bologna - Goldin, C. (2021) Career & Family: Women’s Century-Long Journey Toward Equity, Princeton University Press: Princeton - Istat (2024), Rapporto annuale 2024, Istat: Roma https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Rapporto-Annuale-2024.pdf - Miniello, A. (2022), Non è un paese per madri, Laterza: Roma-Bari - Naldini, M. e Saraceno, C. (2011) Conciliare famiglia e lavoro. Vecchi e nuovi patti tra sessi e generazioni, il Mulino: Bologna. - Save the Children (2024), Le equilibriste. La maternità in Italia; Save the Children: Roma https://s3-www.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2024.pdf - Zezza, R. (2025) Cura, FrancoAngeli: Milano. |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 09: Religiosità, partecipazione e nuove generazioni: istituzioni religiose e immaginario spirituale post-moderno Luogo, sala: Aula 12 (A1-B) Chair di sessione: Andrea Casavecchia |
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Religiosità, partecipazione e nuove generazioni: istituzioni religiose e immaginario spirituale post-moderno 1: Università di Roma Tre, Italia; 2: Università di Bologna, Italia; 3: Politecnico di Torino, Italia Il panel ospita riflessioni di carattere teorico e di ricerca empirica che aprono uno spazio di confronto sulle modalità di rappresentazione sociale delle istituzioni religiose con un’attenzione specifica alle nuove generazioni e al rapporto tra società del rischio, narrazione e costruzione/decostruzione dello spazio sacro. In particolare, ci si concentra sulla sfida educativa che affrontano le istituzioni religiose per adattare la loro proposta a una loro rappresentazione mediatica che le mostra distanti e disancorate dalla realtà sociale. All’interno di società secolarizzate in cui gli individui credenti sembrano posizionarsi lungo un continuum che va da un’appartenenza senza credenza a una credenza senza appartenenza, ci si interroga da un lato sulle modalità di rappresentazione nell’immaginario sociale delle rappresentazioni religiose, dall’altro sulle tipologie di comportamento che le nuove generazioni assumono quando partecipano alla vita delle comunità di fede. Lo scenario complessivo sembra delineare una cornice che rappresenta scenari plurali verso l’immaginario che rappresenta le istituzioni religiose. Il panel ospita interventi che aprono un dialogo tra i processi comunicativi che affrontano la relazione tra religione e soggetti sociali e i processi culturali che la condizionano. Apre il panel un intervento dal titolo “La società è prevedibile: fede e narrazione in The New Pope di Paolo Sorrentino” si confronta sui fenomeni di individualizzazione della fede e l’impatto mediatico. Quando si osservano istituzioni come la Chiesa cattolica, all’interno del contesto mediatico appaiono narrazioni che osservano una rappresentazione dell’istituzione ecclesiale: le più recenti rappresentazioni cinematografiche e televisive della vita religiosa, sovente declinate in format seriali digitalizzati, pongono in primo piano la complessità dell’agire religioso e le istanze di ricerca di forme originali e non convenzionali di religiosità, anche tra le generazioni più giovani, proiettate in sfere informative e simboliche sempre più dinamiche. Una seconda riflessione dal titolo “Religioni, corpi e riti di donne: rappresentazioni mainstream contemporanee” si interroga sulle modalità di rappresentazione della soggettività politica delle donne, attraverso il ruolo che viene attribuito allo spazio religioso e spirituale, in narrazioni mainstream contemporanee. Per discuterne, proponiamo l’analisi di alcuni prodotti culturali di fiction speculativa evidenzia una prospettiva attraverso cui archetipi socioculturali rivelano le forme di inclusione ed esclusione dalla sfera religiosa “ufficiale” delle donne. Il terzo intervento “Vicini e lontani. Giovani, fede e comunità di credenti” che illustra - a partire da una ricerca multimethod sul rapporto tra i giovani italiani e la religione cattolica - il posizionamento variabile che assume la nuova generazione verso le istituzioni ecclesiali. Le indagini sulle nuove generazioni, d’altro canto, mostrano uno scenario più articolato. Emergono atteggiamenti che distinguono la rappresentazione dell’istituzione ecclesiale da quella relativa alle comunità di appartenenza. Ne scaturisce una doppia misura della religiosità nella quale la partecipazione e il grado di coinvolgimento diventa dimensione in cui si articolano le diverse sfumature in particolare tra i giovani. Conclude il panel la relazione “Pratiche relazionali come ponte tra vecchie e nuove generazioni di credenti: una ricerca nelle diocesi di Roma” tematizza il confronto e l’incontro tra le generazioni di credenti. I risultati mostrano come i giovani intervistati facciano da ponte tra le vecchie e le nuove generazioni di credenti proprio grazie all’utilizzo di approcci e pratiche relazionali. Da un lato, adulti significativi e autentici sono stati d’esempio per loro per tessere relazioni e continuare a credere e ad appartenere alle proprie comunità. Dall'altro, gli stessi giovani intervistati, in quanto educatori/educatrici, propongono a loro volta un approccio relazionale alle nuove generazioni di giovani di cui si prendono cura nelle loro comunità. Ordine degli interventi: |
| 13:30 - 15:00 | Sessione 1 - Panel 10: Consumi culturali, memorie e immaginari al tempo della mediatizzazione Luogo, sala: Aula 13 (A1-C) Chair di sessione: Silvia Leonzi |
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Consumi culturali, memorie e immaginari al tempo della mediatizzazione 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; 3: Alma Mater Studiorum Università di Bologna; 4: Università degli Studi di Bergamo; 5: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo NOTA INTRODUTTIVA Nel tempo in cui viviamo, contraddistinto dall’interconnessione e dall’ibridazione tra dimensioni e pratiche fisiche e digitali, i processi di consumo culturale, di costruzione e di condivisione delle memorie e degli immaginari sono stati oggetto di una progressiva trasformazione, cui contribuiscono anche le dinamiche di ri-mediazione e di mediatizzazione. L’innovazione, la re-invenzione, ma anche talvolta la resistenza, delle modalità attraverso cui fruire di contenuti culturali e mediali si pongono come caratteristiche di un sistema multidimensionale, al cui interno gli individui attivano pratiche e acquisiscono conoscenze in funzione della coesistenza di logiche diverse. A quelle dei legacy media e delle industrie creative tradizionali si affiancano, con il portato dei rischi connessi, quelle della piattaformizzazione e del transmedia. Contestualmente, rivestono un ruolo determinante anche le logiche riconducibili al set di competenze e alle caratteristiche dei repertori mediali e digitali di cui ciascuno è in grado di disporre in funzione delle proprie peculiarità identitarie, socio-culturali e generazionali. In questo senso, dunque, appare fondamentale considerare i consumi e le pratiche mediali come spazi di negoziazione e ridefinizione dei riferimenti culturali, dei valori sociali e delle porzioni di un immaginario condiviso che danno origine a forme inedite di continuità e discontinuità. Alla luce di un simile scenario, il panel intende riflettere sui modi in cui le pratiche mediali continuano a contribuire, seppure in forme sempre meno cristallizzate e sempre più pulviscolari, alla circolazione, alla selezione e alla stratificazione di riferimenti simbolici, alla costruzione di narrazioni collettive, alla generazione di conoscenze, alla trasmissione di memorie e alla sedimentazione di immaginari. Tale riflessione da un lato non può prescindere dal considerare la complessificazione delle catene di interconnessione tra attori, tecnologie e domini sociali coinvolti, anche nel segno della mediatizzazione. Dall’altro, dalla necessità di tenere insieme attraverso un approccio ecologico le prospettive interpretative della sociologia dei processi culturali e comunicativi, dei media studies e della sociologia dei consumi, per rifuggire da ricostruzioni riduttive o semplificatorie, in quanto basate esclusivamente su processi di clusterizzazione (come per esempio quelli generazionali). L’obiettivo del panel, pertanto, è quello di considerare le pratiche mediali e di consumo culturale come forme di appropriazione e di risemantizzazione influenzate da variabili di tipo comunicativo, culturale e tecnologico e alla base dei processi attraverso cui le memorie e gli immaginari si costruiscono, si frammentano e si ricompongono, si tramandano, seppure secondo modalità talvolta completamente differenti dal passato o persino condizionate da una profonda tensione tra permanenza e obsolescenza. Il panel si articola attraverso la presentazione di prospettive teoriche e casi di ricerca. Il primo contributo si focalizza, tanto dal punto di vista teorico quanto con riferimenti a specifiche analisi, sulla categoria socioculturale di “generazione”, riflettendo in chiave critica sulla sua capacità di rappresentare ancora uno strumento utile, anche alla luce delle dinamiche di frammentazione e rimediazione degli immaginari e delle memorie sociali, così come dei processi di mediatizzazione profonda. Il secondo contributo approfondisce la dimensione personale e sociale della mortalità umana, indagando l’intreccio tra le culture del lutto e del ricordo, e le logiche e le affordances delle piattaforme digitali, attraverso una ricerca sulle pratiche di commemorazione dei defunti online. Il terzo paper riflette sull’ipotesi che sia in atto un processo di re-figurazione del rapporto tra consumi e pratiche mediali, memorie e immaginari che, basandosi su una logica ricorsiva, influisce sulla loro capacità (o incapacità) di sedimentazione e di condivisione. Nel quarto paper viene proposta l’analisi della fruizione sulle piattaforme (in particolare TikTok) di un prodotto mediale (una iconica canzone jugoslava del 1986), in grado di attivare una riattualizzazione del passato, che configura al tempo stesso forme di continuità e discontinuità nella memoria collettiva di uno specifico Paese, la Serbia. CONTRO IL MARKETING GENERAZIONALE Piermarco Aroldi, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Il paper mira a contribuire al panel “Consumi culturali, memorie e immaginari al tempo della mediatizzazione” con una riflessione teorica, seppur supportata da esempi di analisi, sulla tenuta della categoria sociologica di ‘generazione’ quale strumento interpretativo dei processi di costruzione dei legami sociali e delle identità collettive e sul ruolo dei media nel supportare tali processi. Precedenti ricerche (autrice/tore, 2003; Colombo et al. 2012) hanno infatti provato a dimostrare il ruolo che i media – intesi sia come apparati sociotecnici disponibili che come repertori simbolici di immaginari condivisi – hanno storicamente esercitato nella progressiva definizione di un “we sense” generazionale (Corsten 1999), capace di darsi come un’identità culturale collettiva; tale ruolo si è mostrato più evidente in relazione ai processi di consumo realizzati durante gli anni della formazione, coerentemente con la proposta teorica formulata da Mannheim (1928/2000) nel suo contributo seminale sul “problema delle generazioni”, e in una dimensione retrospettiva, cioè nel momento in cui l’identità generazionale è fatta oggetto di riflessività condivisa e talvolta nostalgica da parte dei membri della medesima coorte, una volta raggiunta l’età adulta. In modo analogo, si è rivelata funzionale la capacità dei media stessi di ‘dare voce’ al “we sense” generazionale, sia in prospettiva “ingroup” che “outgroup”. Altre variabili significative, nel definire la capacità degli immaginari e delle memorie mediali a dare forma sociale a una generazione, si sono rivelate quelle che caratterizzano il contesto storico e – in specie – le svolte epocali, le crisi o i traumi in grado di agire come vere e proprie “catastrofi” simboliche, spartiacque o turning point che distinguono una generazione da quella che la precede o da quella che la segue (Edmunds, Turner 2002). Tali considerazioni spingono a considerare gli immaginari e le memorie mediali condivise da una generazione come uno degli elementi in gioco, sistematicamente inserito in una struttura sociale storicamente determinata, che richiede – come suggerito dal frame del panel – un approccio ecologico in grado di “tenere insieme le prospettive interpretative della sociologia dei processi culturali e comunicativi, dei media studies e della sociologia dei consumi” per evitare semplificazioni riduttive. Esempio di simili semplificazioni può essere trovato nell’uso acritico di alcune proposte del marketing generazionale, cui si fa provocatoriamente riferimento nel titolo di questo contributo, e che rischiano talvolta di ridurre la categoria di ‘generazione’ a semplice target o segmento di mercato basato su puri dati anagrafici; o che estendono le ‘label’ generazionali a livello globale senza tenere conto delle differenze strutturali che condizionano la formazione delle generazioni nei vari contesti nazionali o culturali. Al tempo stesso, il paper proposto intende indagare l’effettiva tenuta della categoria socioculturale di ‘generazione’ alla luce delle dinamiche di frammentazione e rimediazione degli immaginari e delle memorie sociali, così come dei processi di mediatizzazione profonda della società (Hepp 2020) che paiono agire in modo contraddittorio sulla possibilità di coagulazione intorno a unità di senso e contenuti simbolici fortemente condivisi. Riferimenti bibliografici Colombo F., Boccia Artieri G., Del Grosso Destrieri L., Pasquali F., Sorice M. (eds.) (2012), Media e generazioni nella società italiana, Milano, FrancoAngeli. Corsten M. (1999), “The time of generations”, in Time & Society, 8(2), pp. 249-272. Edmunds J.,Turner E. (2002), Generations, culture and society, Buckingham, Open University Press. Hepp A., (2020), Deep Mediatization, Oxon/New York, Routledge. Mannheim K. (1928/2000), “Il problema delle generazioni”, in K. Mannheim, Sociologia della conoscenza, Bologna, il Mulino, pp. 241-296. Autrice/tore, 2003 RICORDARE ONLINE? ADDOMESTICAMENTI E RESISTENZE NELL’USO DEI SOCIAL MEDIA NEL LUTTO IN ITALIA Roberta Bartoletti, Alma Mater Studiorum Università di Bologna La mortalità umana, crisi sociale e soggettiva per eccellenza, è evidentemente intrecciata con la temporalità, con la costruzione del presente, del passato e del futuro. I media influenzano in modo profondo queste relazioni, rimediando o trasformando le memorie degli eventi e delle persone care, e costruendo uno spazio temporalmente sospeso, almeno in apparenza, di connessioni sociotecniche tra tracce digitali e utenti. La nostra attenzione è concentrata sulle pratiche mediali di costruzione e condivisione di memorie e di immaginari sulla morte e sul rapporto con i defunti a partire dai risultati di una ricerca più ampia realizzata nell’ambito di un progetto PRIN, nel triennio 2017-2020, cui abbiamo partecipato con le unità di ricerca delle Università di Urbino e Bergamo. Gli obiettivi più ampi della ricerca erano quelli di indagare come gli italiani si rapportano alla morte oggi, quindi comportamenti atteggiamenti e credenze, abbracciando i diversi momenti della morte e del morire come processo. La nostra attenzione si è concentrata sul rapporto tra morte e media, sia attraverso un’indagine sulle rappresentazioni del lutto nella fiction italiana, sia attraverso un’analisi dei risultati della survey (2000 questionari rappresentativi della popolazione nazionale) e delle interviste in profondità (ca 400) in relazione al ruolo dei media digitali e sociali nelle pratiche mediali del lutto e del ricordo dei defunti. Le principali domande di ricerca sono: - come sono cambiate le pratiche del lutto e del ricordo dei defunti con l’avvento dei social media, nonché i continuing bonds? (forme di rimediazione e innovazioni) - quali sono i motivi per cui gli italiani usano o non usano i social media nelle loro pratiche del lutto e di commemorazione dei defunti? In questa presentazione ci concentriamo sulle pratiche della memoria dei defunti online, e sulle trasformazioni dei rituali e sulle controversie che emergono in relazione all’uso dei media digitali, e che dipendono dall’intreccio tra culture del lutto e del ricordo da un lato e logiche e affordances di media digitali e piattaforme dall’altro. I risultati della ricerca sono inoltre la base per una riflessione sugli addomesticamenti immaginati delle applicazioni di intelligenza artificiale attualmente disponibili per costruire forme di immortalità digitale. La relazione vede il dialogo tra diversi filoni di ricerca, da un lato i memory studies in relazione alle memorie private e familiari, i death studies in relazione in particolare alle trasformazioni del rapporto con i defunti e le pratiche del lutto e la memoria, e gli internet studies, al cui interno si è recentemente sviluppata un’area internazionale di ricerca sulla morte e il lutto online. Riferimenti bibliografici Arnold M., Gibbs M., Kohn T., Meese J., Nansen B. (2018), Death and Digital Media, London, Routledge. Despret V. (2015), Au bonheur des morts. Récits de ceux qui restent, Paris, La Découverte. Howarth G. (2000), “Dismantling the boundaries between life and death”, in Mortality, 5(2), pp. 127-138. Lagerkvist A. (2013), “New Memory Cultures and Death: Existential Security in the Digital Memory Ecology”, in Thanatos, 2(2). Papacharissi Z. (ed.) (2018), A Networked Self and Birth, Life, Death, New York, Routledge. Splichal S. (2018), “Publicness-Privateness: Liquefaction of ‘The Great Dichotomy’”, in Javnost-The Public, 25(1-2), 1-10. Sumiala J. (2022), Mediated Death, Cambridge, Polity. Van Brussel L., Carpentier N. (eds.) (2014), The social construction of death: interdisciplinary perspectives, Basingstoke, Palgrave MacMillan. Walter T. (2015), “New mourners, old mourners: Online memorial culture as a chapter in the history of mourning”, in New Review of Hypermedia and Multimedia, 21(10-24). Walter T. (2018), “The pervasive dead”, in Mortality, 24(4), pp. 389-404. Walter T., Hourizi R., Moncur W., Pitsillides S. (2012), “Does the Internet Change How We Die and Mourn? Overview and Analysis”, in Omega: Journal of Death & Dying, 64(4), pp. 275-302. Autrice/tore, 2011 Autrice/tore, 2022a Autrice/tore, 2022b LA RE-FIGURAZIONE DEL RAPPORTO TRA MEDIA, MEMORIE E IMMAGINARI Giovanni Ciofalo, Silvia Leonzi, Lorenzo Ugolini Il paper costituisce un output di un progetto di ricerca, attivato presso il Dipartimento CoRiS della Sapienza, orientato a studiare le caratteristiche del rapporto tra media, memorie e immaginari nello scenario attuale. Nello specifico, il contributo si propone di analizzare il profondo cambiamento in atto riguardante le reti di interdipendenza tra produzione e consumo culturale, le pratiche mediali, la costruzione di una memoria condivisa e la sedimentazione di un immaginario collettivo. L’ipotesi di partenza è che sia in atto un processo di re-figurazione che, basandosi su una logica ricorsiva, tende ad accelerare i tempi di riproposizione e/o di rinnovamento di quelle figurazioni una volta capaci di cristallizzarsi e oggi, invece, spesso caratterizzate da fluidità e volatilità. Per comprendere la portata di una simile trasformazione ricorsiva è necessario considerare, anzitutto, i fattori talvolta propulsivi, talvolta critici, che, anche in funzione dell’impatto del digitale, hanno innescato e continuano ad alimentare questo processo. Dall’ampliamento delle possibilità di accesso alle pratiche di consumo culturale e mediale ai rischi dell’overload informativo e della digital pollution; dalla moltiplicazione delle modalità transmediali di fruizione e partecipazione alle forme di orientamento algoritmico e di piattaformizzazione delle esperienze. Contestualmente, appare fondamentale adottare una prospettiva ecologica in grado di comprendere variabili diverse come la moltiplicazione delle interconnessioni tra i diversi media riconducibile all’idea di un media manifold, la crescente differenziazione nella composizione dei repertori mediali degli individui e, non ultimo, il potere modellante della deep mediatization su specifici domini sociali e culturali come quelli della memoria e dell’immaginario. L’impianto complessivo della ricerca si fonda su differenti fasi. Anzitutto, una ricognizione e una selezione di prodotti culturali e testi mediali, ritenuti più rilevanti dal punto di vista dell’apporto alla costruzione di una memoria condivisa e di un immaginario collettivo in Italia, nel periodo compreso dal secondo dopoguerra a oggi. Quindi, la somministrazione di un questionario strutturato a circa 500 individui, orientata alla rilevazione del livello di conoscenza dei contenuti precedentemente selezionati, unitamente alla ricostruzione delle modalità di consumo culturale e delle pratiche mediali e delle variabili socio-anagrafiche. La fase più recente, ancora in corso di svolgimento, prevede la realizzazione di focus group basati sia sulla partecipazione di individui appartenenti alla medesima generazione (secondo la classificazione più diffusa), sia su una partecipazione intergenerazionale, e orientati ad approfondire le modalità di accesso, conoscenza e le pratiche di fruizione relative alla medesima selezione di contenuti. L’analisi dei risultati ottenuti finora sembra confermare l’ipotesi di un processo di re-figurazione del rapporto tra media, memorie e immaginari alla luce di diverse tendenze. Anzitutto, una propensione alla condivisione estemporanea dei significanti, che prescinde dai potenziali significati originali dei prodotti culturali, dei testi e delle pratiche mediali, anche in funzione di una crescente risemantizzazione individuale e/o collettiva. In secondo luogo, una riduzione delle forme di permanenza (non solo in termini di ‘ciclo di vita’ dei testi culturali e mediali), a favore di una crescente obsolescenza della memoria, con una conseguente difficoltà di costruzione di un sostrato identitario comune. Quindi, la potenziale affermazione di una sorta di “coda lunga” degli immaginari, come risultato di una progressiva frammentazione dell’immaginario collettivo. Infine, il depotenziamento del valore euristico della classificazione delle coorti generazionali come aggregati composti da individui nati nello stesso intervallo di tempo. Riferimenti bibliografici Anderson C. (2006), The Long Tail: Why the Future of Business Is Selling Less of More, New York, Hyperion. Boccia Artieri G. (2015), “Mediatizzazione e network society: un programma di ricerca”, in Sociologia della comunicazione, 50, pp. 60-67. Boccia Artieri G. (2022), “Ecologia dei media e pratiche di digital pollution”, in Sociologia della comunicazione, 64, pp. 43-58. Chadwick A. (2017), The hybrid media system. Politics and power (2nd ed.), Oxford-New York, Oxford University Press. Colombo F. (1998), La cultura sottile, Milano, Bompiani. Colombo F. (2020), Ecologia dei media. Manifesto per una comunicazione gentile, Milano, Vita e Pensiero. Hepp A. (2020), Deep Mediatization, London, Routledge. Hepp A. (2024), “Curators of digital futures: The life cycle of pioneer communities”, in New Media & Society, online first. Kelty C. (2005), “Geeks, social imaginaries, and recursive publics”, in Cultural Anthropology, 20(2), pp. 185-214. Sorlin P. (2013), Memoria, narrazione, audiovisivo, Roma, Armando. Autrice/tore 2022a Autrice/tore 2022b Autrice/tore 2023 ECHI DI RIVOLTA SU TIKTOK: MEDIATIZZAZIONE DELLA MEMORIA COLLETTIVA NELLE PROTESTE IN SERBIA Elisabetta Zurovac Da dicembre 2024 la Serbia è stata attraversata da un’ondata di proteste, di cui si sono fatti portavoce gli studenti universitari e che hanno visto migliaia di cittadini scendere in piazza per esprimere il loro dissenso contro il governo di Aleksandar Vučić: controversie circa le elezioni, la corruzione e la manipolazione dei media mainstream sono alcuni dei temi principali che le proteste continuano a portare avanti. Anche in questo contesto, quindi, i social media emergono come uno spazio rilevante per la mobilitazione politica e soprattutto per il racconto della protesta (Cammaerts et al. 2013; Boccia Artieri 2021). Come già rilevato da diversi altri studi, TikTok è da intendersi come uno degli spazi in cui, specialmente le nuove generazioni, diffondono e incontrano contenuti di natura politica (Eriksson Krutrök, Åkerlund 2023). Inoltre, la peculiare affordance della piattaforma di permettere la ricerca e l’aggregazione di contenuti tramite traccia audio, permette da un lato di rinsaldare il forte legame che sappiamo esistere tra la musica e la politica, in particolar modo nei contesti di mobilitazione e protesta (autrice/tore 2022) e dall’altro rappresenta una delle modalità in cui è possibile fare ricerca all’interno della piattaforma (autrice/tore 2023). Infatti, dall’esplorazione degli hashtag #blokade e #serbianprotests è emersa una forte connotazione musicale, espressa anche tramite la realizzazione di canzoni ad hoc. Tuttavia, questo elaborato focalizza l’attenzione sull’utilizzo di una canzone iconica del periodo jugoslavo (Antonić, Štrbac 1998): “Ne lomite mi bagrenje” di Đorđe Balašević (1986). Pur non essendo una canzone esplicitamente politica, la ballata attraverso le sue metafore tocca dei temi vicini alla politica: la difesa delle proprie radici, la minaccia di un potere che agisce scorrettamente e il tentativo di resistere. Dalla sua pubblicazione, la canzone è stata sempre al centro di un dibattito legato al suo essere o meno un tentativo di denuncia della condizione dei serbi in Kosovo. Tale lettura è stata quella preferita dal governo di Milošević, dal quale Balašević ha sempre preso le distanze, in quanto vicino agli ideali jugoslavi di fratellanza e unità più che a quelli del nazionalismo (Bogdanić 2021). Tenendo in considerazione il valore di questa canzone per quel che concerne l’eredità culturale jugoslava e la sua memoria collettiva, la presente proposta mira a rispondere alle seguenti domande di ricerca: DR1: considerando da un lato la mediazione della piattaforma e dall’altro il framing della canzone, attraverso quali temi e immaginari si sviluppa il racconto della protesta? DR2: l’utilizzo di questa traccia facilita forme di riattualizzazione del passato jugoslavo? Per rispondere a queste domande sono stati manualmente raccolti 1000 video legati alla protesta, tramite il motore di ricerca interno alla piattaforma e la possibilità di rintracciare i contenuti per traccia audio. Nello specifico sono stati presi in considerazione: a) cosa viene ripreso all’interno del video (filmati originali delle proteste; contenuti provenienti da altri media e legati alle proteste; elaborazioni grafiche); b) la presenza di elementi legati alla jugonostalgia (slogan; simboli; personaggi icona); c) pattern di contenuti (forme memetiche tipiche di TikTok); d) la presenza o assenza del volume della traccia audio. Oltre alla parte visuale, si è tenuto conto del corredo testuale dei video, quindi: didascalia e testo in sovraimpressione. Dai risultati preliminari emerge come la mediatizzazione della memoria in relazione ai social media (Bartoletti 2011, Garde-Hansen 2011) agisca attraverso pratiche di appropriazione, reinterpretazione e stratificazione simbolica: elementi della memoria culturale jugoslava vengono rielaborati e politicizzati dalle nuove generazioni, portando a galla nuove modalità di “impiegare” il ricordo. In questo processo, la piattaforma non solo facilita la diffusione e la visibilità dei contenuti, ma opera anche come uno spazio di negoziazione del senso storico, in cui il passato viene riattualizzato e reso funzionale alle istanze del presente, configurando così nuove forme di continuità e discontinuità nella memoria collettiva. Riferimenti bibliografici Antonić D., Štrbac D. (1998), YU 100: najbolji albumi jugoslovenske rok i pop muzike, Belgrade, YU Rock Press. Balašević Đ. (1986), “Ne lomite mi bagrenje”, in Bezdan, Jugoton. Bartoletti R. (2011), Memory and Social Media: New Forms of Remembering and Forgetting, in B.M. Pirani (ed), Learning from Memory: Body, Memory and Technology in a Globalizing World, Newcastle, Cambridge Scholars Publishing, pp. 82-111. Boccia Artieri G. (2021), Networked Participation: Selfie Protest and Ephemeral Public Spheres, in D. Della Ratta, G. Lovink, T. Numerico, P. Sarram (eds.), The Aesthetics and Politics of the Online Self: A Savage Journey into the Heart of Digital Cultures, Cham, Palgrave Macmillan, pp. 331-356. Bogdanić L. (2021), “Djordje Balašević il poeta dell’utopia”, in Il Manifesto, 27 Febbraio 2021. Disponibile online all’indirizzo: https://ilmanifesto.it/djordje-balasevic-poeta-dellutopia. Cammaerts B., Mattoni A., McCurdy P. (eds.) (2013), Mediation and Protest Movements, Bristol, Intellect Books. Eriksson Krutrök M., Åkerlund M. (2023), “Through a White Lens: Black Victimhood, Visibility, and Whiteness in the Black Lives Matter Movement on TikTok”, in Information, Communication & Society, 26(10), pp. 1996-2014. Garde-Hansen J. (2011), Media and memory, Edimburgo, Edinburgh University Press. Autrice/tore, 2022 Autrice/tore, 2023 |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 01: Giovani e narrazioni della crisi Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Fabio Ferrucci |
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Social Media Challenge: come il racconto giornalistico trasforma pratiche ludiche in emergenze sociali Sapienza Università di Roma, Italia In un’epoca segnata dall’accelerazione dei ritmi sociali (Rosa, 2015) e dalla percezione di uno stato di costante emergenza (Beck, 2001; Giddens, 1994; Lupton, 1999), l’ecosistema mediale tende ad amplificare e intensificare la dimensione di rischio associata ad alcune prassi culturali, soprattutto quando legate ad ambienti digitali (Lupton, 2016). Tra queste vi sono le social media challenge (SMC), sfide ludiche, di abilità o coraggio, caratterizzate da un invito a partecipare a pratiche di piattaforma codificate (Schlaile et al., 2018), filmate e pubblicate su siti di social networking (Burgess et al., 2018). Nonostante la loro notorietà, il coinvolgimento di milioni di utenti e l’enorme quantità di contenuti condivisi, sono rari gli studi che tentano di ricostruirne le dimensioni (Hilton et al., 2021; Ortega-Barón et al., 2022) o effettuano un confronto tra prassi online e forme della rappresentazione mediale (Bennato, 2018; Kilgo et al., 2020; Roth et al., 2020). La letteratura sul tema, in particolare, sembra focalizzata su alcune specifiche pratiche a rischio o sulla trasgressione insita in alcune challenge online (Bada, Clayton, 2019), insieme alle dinamiche intergruppo e di peer pressure che spingono alla partecipazione soprattutto gli utenti più giovani (Burgess et al., 2018; Ferreira Deslandes et al., 2020; Shroff et al., 2021). Su queste basi, adottando gli sviluppi più recenti della teoria dell’agenda-setting come l’intermedia agenda-setting (McCombs, Reynolds, 2002) e il modello Network Agenda-Setting (NAS) (Vargo et al., 2014) quali principali riferimenti teorici, il contributo intende indagare la relazione tra pratiche e rappresentazione mediale. In particolare, l’obiettivo è rilevare temi, attributi e toni associati alle SMC, per comprendere se la rete di interazioni delle fonti influenzi non solo la scelta delle storie da raccontare (primo livello di agenda-setting), ma anche il modo in cui sono raccontate (secondo livello) e i temi cui sono associate attivando un network di relazioni (terzo livello) (Stern et al., 2020). A tal fine, si presentano gli esiti di un censimento delle sfide condivise su quattro SNSs – Instagram, TikTok, Facebook e YouTube – e un’analisi degli articoli apparsi sulle versioni online dei principali quotidiani italiani, dei servizi trasmessi dai telegiornali nazionali e dei contenuti pubblicati su X, attinenti al tema, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2020 e il 31 gennaio 2021, un anno segnato dalla pandemia e dalla conseguente estensione e accelerazione della digitalizzazione e dall’aumento delle paure condivise (Salari et al., 2020). Sui diversi corpora è stata condotta un’analisi del contenuto come inchiesta (Losito, 1996). I risultati rivelano una distanza significativa tra le pratiche online e il loro racconto mediatico. Nello specifico, se il censimento (952 video) evidenzia la prevalenza di prassi eterogenee, accomunate dal carattere ludico, l’analisi della rappresentazione mediale (154 articoli, 37 servizi di Tg e 220 post su X) appare sostanzialmente omogenea e orientata da effetti di agenda-setting a tutti e tre i livelli. Infatti, i media informativi danno spazio alle SMC soprattutto quando associate a fatti di cronaca dalle conseguenze nefaste (primo livello); inquadrano il fenomeno all’interno di cornici interpretative convergenti e limitate, facendo ricorso a titoli sensazionali e toni volutamente emotivi, che rimandano a logiche di notiziabilità e drammatizzazione del racconto giornalistico (secondo livello); propongono un ritratto del fenomeno che invita a creare associazioni tra temi, legando le sfide online all’universo dei giovani e a una visione tecnofobica (terzo livello). Le SMC appaiono così come un caso emblematico del modo in cui l’attuale ecosistema mediale, segnato dall’accelerazione dei cicli informativi e dalla tendenza a usare narrazioni che enfatizzano l’incertezza e la paura (Altheide, 2002), contribuisca alla costruzione di emergenze, alimentando un senso di urgenza che accentua il pericolo a scapito della varietà e complessità delle pratiche sociali digitali. Lo sconfinamento del lavoro nel tempo della vita nel Terzo Settore: nuove generazioni e ridefinizione dell’etica del lavoro. Università degli Studi Di Milano, Italia Il contributo adotta una prospettiva generazionale per raggiungere un duplice obbiettivo. In primo luogo, ci si propone di indagare le prese di posizione dei giovani lavoratori del Terzo Settore rispetto alle forme di lavoro gratuito; ulteriormente si cercherà di comprendere come queste siano legate ad un nuovo rapporto con l’etica lavorativa tipica del settore. La letteratura sull’economia sociale e solidare ha di recente visto crescere un forte interesse per il tema delle condizioni lavorative del settore. Evidenziando come esso sia uno dei “grandi assenti del dibattito scientifico nazionale” (Caselli, 2022), alcuni ricercatori e ricercatrici hanno progressivamente sottolineato la scarsa qualità delle sue condizioni di lavoro. Uno degli elementi più rilevanti, oltre all’inadeguato riconoscimento materiale e alla diffusione di contratti part-time e precari, riguarda le forme di lavoro non pagato (Carls e Cominu, 2014; De Angelis, 2017). Questo è dovuto ad una eterogeneità di fattori: oltre all’esternalizzazione dei servizi dal pubblico al privato no profit (Caselli 2022; Dorigatti 2017), vi è la natura fortemente relazione del lavoro (Marchesi, 2022), amplificata dalla diffusione degli smartphone che, in quanto “infrastrutture dell’intimità” (Wilson, 2016) aumentano la possibilità per i lavoratori e le lavoratrici di essere raggiunti e contattati anche al di fuori del lavoro. (Gregg, 2011). Elemento centrale della gratuitizzazione è poi il “regime vocazionale” del lavoro nel sociale (De Angelis, 2017), tipico dell’etica post-fordista (Lannunziata e Busso, 2016) che si fonda su forme di riconoscimento immateriale e simbolico a compensare le scarse condizioni materiali: in particolare, nel Terzo Settore il lavoro è motivato da valori legati ad aspirazioni politiche e di giustizia sociale (Castellini, 2021). Questo aspetto è stato inoltre aggravato dalla centralità del volontariato nella rappresentazione del Terzo Settore, che ha avuto come effetto quello di de-professionalizzarne il lavoro e di invisibilizzarne il valore attraverso la naturalizzazione delle aspettative legate al femminile, in termini di propensione alla cura e alla solidarietà (Castellini 2025). Più recentemente tuttavia, anche in seguito alle maggiori difficoltà di assunzioni delle cooperative sociali (Agrò 2024; Tabacchi 2023), la sostenibilità di tale modello è sembrata meno ovvia, messa in dubbio soprattutto da una supposta indisponibilità delle nuove generazioni ad accettare il compromesso tra scarse condizioni lavorative e riconoscimento simbolico. (Fazzi, 2024). Alla luce di tutto ciò, il contributo adotta una prospettiva generazionale e attraverso l’analisi di interviste qualitative indaga quali prese di posizione i giovani lavoratori del TS adottano rispetto a queste forme di “sconfinamento” del lavoro nel tempo della vita, e inoltre come queste siano legate ad un presunto cambiamento del senso attribuito al lavoro. Tempi dei giovani in 'sospensione': oltre un approccio crono-normativo Università di Cagliari, Italia Un vasto dibattito nazionale e internazionale ha affrontato la crescente complessità delle temporalità giovanili, problematizzando in particolare il momento di raggiungimento dell’età adulta – tema centrale, in particolare, di un approccio agli studi sui giovani noto con il nome “transizioni all’età adulta”. Questo articolo discute alcuni dei limiti di questo approccio emersi durante la pandemia globale da covid 19, caratterizzata da misure di distanziamento sociale che hanno colpito, in Italia, in giovani in modo particolare, per es attraverso una DAD prolungata. In tali condizioni, in termini temporali la pandemia è stata interpretata prevalentemente come una forzatura alla “sospensione”, con implicazioni su due diverse dimensioni: da un lato, i giovani hanno vissuto profondi cambiamenti nella loro vita quotidiana a causa delle restrizioni del lockdown; d’altro, abbiamo assistito ad una ricerca di stili di vita alternativi che incidono sul medio termine. Questi cambiamenti suggeriscono di riconsiderare la complessità delle temporalità giovanili, come ad es la moratoria, in chiave nuova. Confrontandomi con il concetto di ‘time work’ di Flaherty (2003), in questa presentazione discuto alcune sfumature delle forme di sospensione temporale e delle interconnessione tra tempi e agency dei giovani come emerso in pandemia. Il materiale empirico di riferimento, di tipo qualitativo (documentale e visuale con fotostimolo) è stato raccolto all’interno del progetto […]. Riflettendo sulle rappresentazione dei giovani in pandemia e sulle fratture che il distanziamento sociale ha determinato, scardinando alcuni rituali che tradizionalmente scandiscono l’esperienza giovanile (per esempio, l’esame di stato), la presentazione conclude che un focus sui ‘tempi dei giovani’ vada ripensato non tanto, o non più, sulle tempistiche di raggiungimento delle tappe, quanto sui significati che i giovani stessi attribuiscono a temporalità rinnovate, spesso elaborate intorno allo stare insieme. Tali esperienze danno valore alle temporalità esperite durante la transizione più che ad una visione 'pointilista' delle sue tempistiche, connotandole in termini generazionali, e indebolendo una visione spesso interpretata in modo crono-normativo. Un ripensamento quindi di tali categorie va nella direzione del riconoscimento dell'autenticità delle nuove forme di sospensione temporale giovanile come caratterizzanti l'esperienza generazionale. “Non lavoriamo più”: la relazione tra lavoro e vita per generazioni diverse dopo la pandemia in Italia Universita Statale di Milano, Italia Dopo la pandemia, le discussioni sul ruolo del lavoro nella nostra vita si sono moltiplicate: dalla diffusione di dimissioni volontarie e quiet quitting (Coin 2023; Jaffe 2023), all'aumento di fenomeni come il burnout, sembra emergere tra i lavoratori, in particolare giovani, la necessità di costruire un nuovo modo di vivere il lavoro, che permetta di mantenere il giusto equilibrio tra aspettative e impegno. Il tema della passione, centrale nella retorica del lavoro degli scorsi vent'anni di neoliberismo, soprattutto per le classi medie, sembra essersi incrinata alla prova della pandemia. Quale visione del lavoro emerge dalle sue ceneri? La ricerca, qualitativa e digitale, approfondisce le rappresentazioni e le esperienze di lavoro di 300 lavoratori e lavoratrici italiani divisi per cinque fasce d''età, che hanno partecipato a una raccolta storie online, a cui è seguita una fase di interviste in profondità. Le storie raccolte volontariamente, sebbene scontino un evidente self-selection bias, descrivono lati intimi e fragili della relazione con il lavoro, ed esperienze fatte di precarietà lavorativa, lavoro in nero, part-time involontari, soprattutto tra coloro che sono entrati nel mondo del lavoro dagli anni 90 in poi. Questa esperienza difficile con il mondo del lavoro sembra aver creato le condizioni per un distacco e un rifiuto del tema della passione, che non ha mantenuto la promessa del successo attraverso il sacrificio. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 02: Arte, performance e politiche culturali Luogo, sala: Aula 2 (AO-A) Chair di sessione: Laura Gemini |
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Il futuro dei festival post-tradizionali: il liminale sostenibile Università di Bologna, Italia Tipicamente definiti come ‘tempo fuori dal tempo’ (Falassi 1987) i festival costituiscono momenti di concentrazione dell’effervescenza collettiva e quindi del (ri)prodursi di cultura e comunità. In particolare, nei festival post-tradizionali contemporanei - sganciati dai calendari rituali o stagionali, religiosi o laici – si rileva una concretizzazione di quella ‘sfera pubblica culturale’ (Giorgi, Sassatelli, Delanty 2011) in cui le dimensioni quotidiane sono portate in primo piano. E ciò avviene attraverso un coinvolgimento affettivo ed estetico che ci consente di focalizzare il ruolo attivo dei festival, non riducibili a mero ‘riflesso’ della vita sociale (McGuigan 2011; Sassatelli 2018). In questo contributo si propone una riflessione mirata allo spazio e tempo liminale del festival come produttivo di visioni del futuro. Il modo in cui l'idea di futuro viene articolata nelle narrazioni e nelle pratiche dei festival verrà dunque utilizzato come chiave interpretativa della sfera pubblica dei festival. Il punto di partenza è un’analisi di alcuni dei principali concetti tramite i quali il ‘futuro’ è entrato nella teoria sociale. Da un lato, infatti, la nozione dominante di futuro nella ‘società del rischio’ è concepita in termini di calcolo delle probabilità, in un gioco a somma zero tra sicurezza e libertà (Beck 1992). Questo è particolarmente vero dal punto di vista delle istituzioni investite della responsabilità della gestione del rischio. Dall’altro lato, in particolare per quei fenomeni e istituzioni volti alla produzione di significati, cioè le istituzioni culturali, si può ipotizzare un atteggiamento verso il futuro come apertura al possibile, come capacità di immaginare e aspirare a una vita migliore (Appadurai 2013). In questo caso, il futuro è inteso come spostamento di enfasi da una politica della probabilità a una politica della possibilità, ovvero il rafforzamento dell'immaginazione e dell'aspirazione come capacità culturale. I festival contemporanei , ponendosi come spazi di nuova socialità anche utopica e di esplorazione di stili di vita, forniscono casi di ricerca privilegiati per questi temi. Nella seconda parte del contributo, questa chiave interpretativa viene quindi associata alle tipologie comuni individuate dagli studi sui festival (Mair 2018), al fine di elaborare una riflessione che tenga conto di come i festival si propongono come piattaforme per un dibattito su futuri probabili, possibili e auspicabili. Questo porta necessariamente ad agganciarsi al sempre più centrale tema della sostenibilità nelle sue varie forme: da quelle ‘maggiori’ (economica ed ambientale), a quelle di più recente riconoscimento e spesso ancora assimilate (sociale e culturale) – come dimostrano i casi di greening dei festival musicali (Cummings 2016), e l’interesse crescente per le questioni sociali nelle ricerche sui festival (Quinn 2018). Verranno presentati casi esemplificativi di festival, a partire dal (meta)festival del turismo responsabile IT.A.CÀ Migranti e Viaggiatori (Musarò e Moralli 2019; Musarò, Cappi, Vignola 2024), in quanto realtà distribuita sul territorio nazionale e tra i primi festival a livello europeo a porsi come piattaforma di narrazioni e pratiche sperimentali. Dimensioni analitiche su cui ci si concentra sono le diverse forme di sostenibilità (ambientale, economica, sociale, culturale) che ispirano il turismo responsabile; il turismo come strumento di governance territoriale partecipata e la sua capacità di stimolare processi di sviluppo sostenibile a partire dalle reti locali che vi aderiscono; il ruolo del festival come iniziativa di innovazione sociale che contribuisce a stimolare nuove idee e a incoraggiare nuovi operatori culturali, a offrire esperienze diverse, a creare un pubblico più attento a un segmento di turismo meno considerato di quanto la sua potenziale rilevanza in una sfera pubblica culturale giustifichi. L'articolo propone quindi sia una diversa prospettiva teorica sia l'analisi approfondita di un caso empirico per illustrare il nuovo spazio interpretativo che si apre. Dalla “presenza assente” alla presenza/presente. Il “qui e ora” della performance teatrale Università degli Studi di Milano, Italia A partire dalla tematica del convegno, soprattutto in relazione all’accelerazione dei ritmi della vita sociale e alla compressione del tempo, che porta a inedite forme di alienazione, l’intervento si propone – attraverso lo strumento dell’etnografia sociale – di considerare il ruolo della performance teatrale come riflessione sull’importanza del “qui e ora” e della “presenza”, intesa nel duplice senso di “essere presente” e di “essere nel presente”. Il “qui e ora” dell’evento teatrale si apre, soprattutto in un ambiente sociale dominato dalla mediatizzazione, a diversi gradi e livelli di presenza. Da sempre il teatro si pone come riflessione sullo statuto della presenza (in entrambe le accezioni indicate), decostruendolo, de-naturalizzandolo, mettendolo in crisi, giocandoci, rendendolo ambiguo (cfr. Power 2008). I pubblici più giovani, poco abituati alla fruizione di teatro ma grandi consumatori di risorse digitali, possono imparare molto dai modi in cui il teatro mette in scena e rappresenta la “presenza”, rendendo straordinario un concetto sempre meno ordinario nella stessa quotidianità di chi si muove nell’ecosistema mediatico digitale. Il senso del titolo dell’intervento sta nella contrapposizione tra quella che Kenneth J. Gergen (2002) definisce una “presenza assente” – ovvero la situazione di trovarci in compagnia di familiari e amici assorbiti dal loro smartphone – e una forma di presenza che indica non solo una attenzione nei confronti dell’interlocutore, ma anche una esperienza consapevole del “tempo presente”. Per verificare come il teatro possa contribuire a tale consapevolezza, si procederà alla presentazione dei risultati di una ricerca etnografica basata sull’osservazione partecipante delle pratiche di realizzatori e pubblici di tre recenti produzioni dirette da Gabriele Vacis con la compagnia PoEM (Potenziali Evocati Multimediali): Prometeo (2022), Antigone e i suoi fratelli (2022) e Sette a Tebe (2023). Le tre produzioni sono state realizzate all’interno della stagione del Teatro Stabile di Torino dal 30 novembre 2023 al 17 dicembre 2024, riunite in quella che è stata presentata come una Trilogia della guerra. L’etnografia ha riguardato tutte le fasi della realizzazione dei tre spettacoli, e si è concretizzata nell’osservazione partecipante con attori, regista e tecnici da una parte, e con i pubblici dall’altra. Dall’osservazione partecipante emerge un quadro piuttosto composito dove la presenza e l’importanza del “qui e ora” della performance teatrale vengono sottolineate attraverso numerose pratiche: tra le altre, la tecnica della “schiera”, che consiste in un esercizio drammaturgico e pedagogico dell’ascolto, dello sguardo e dell’azione; o il diretto coinvolgimento del pubblico in alcune scene degli spettacoli (soprattutto laddove si vogliano sottolineare alcuni momenti particolarmente significativi); ancora, l’impiego di intermezzi narrativi, dove gli attori (e, idealmente, i pubblici) si riuniscono attorno al narratore trasformando la performance narrativa in evento rituale, contrapponendo così il senso di una comunità che celebra un “rito della narrazione” alla community dello storytelling dei social media (che è la versione mercificata e “accelerata” della comunità). Gli stessi intermezzi narrativi, nel loro fornire possibili chiavi di lettura di quanto viene rappresentato, contribuiscono anche a rendere “presenti” (nel senso di contemporanee, attuali) circostanze e azioni, come quelle delle tragedie dell’Atene del V secolo a.C., che sono troppo lontane rispetto al vissuto e all’esperienza del pubblico. La descrizione di queste e altre pratiche mostra che il teatro riesce a porsi come l’arte della presenza; non tanto per “avere una presenza” (in senso ontologico), ma per come gioca con le diverse possibilità di questa, mettendo in discussione e decostruendo le sue accezioni di senso comune, date per scontate. Se Sherry Turkle (2016), nel lamentare l’alienazione derivante dalla compressione temporale delle relazioni quotidiane, invita a una “conversazione necessaria”, la Trilogia della Guerra risponde invitando a una “consapevolezza necessaria”. Rischio performativo e agenti artificiali: AI liveness e live coding a confronto Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Il panorama mediale contemporaneo sembra interessato da una particolare tensione riguardante il rapporto con il rischio. Nel contesto quotidiano, gli agenti algoritmici svolgono un ruolo attivo nel mitigare la pressione esercitata dall’incertezza della scelta, favorendo una dinamica di de-responsabilizzazione che sottrae gli individui al rischio del presente. Dall’altra parte, nell’attuale centralità e pervasività della liveness nelle espressioni culturali, artistiche e dell’intrattenimento contemporaneo (Gemini, Brilli, 2023), l’incertezza e il rischio dell’imprevedibilità assumono piuttosto un valore creativo e comunicativo desiderabile. Nonostante gli agenti algoritmici e le forme dal vivo siano al centro di numerosi dibattiti, le possibili intersezioni tra questi due ambiti sono rimaste finora poco esplorate, soprattutto in ambito sociologico. Il presente studio intende dunque indagare la funzione performativa degli algoritmi nel contesto della “società del rischio” (Beck, 1992). A partire dalla considerazione per cui il rischio non costituisce un evento futuro, bensì una condizione del presente generata dalla sovrabbondanza di possibilità (Luhmann, 1991), i sistemi di IA non solo filtrano e riducono le opzioni disponibili, ma alimentano un processo di outsourcing decisionale che sottrae la società dalla responsabilità del “qui e ora”. Mentre il rischio viene quindi socialmente percepito come un fattore da evitare e da cui sottrarsi per mezzo degli algoritmi, nelle pratiche performative che integrano gli agenti artificiali dal vivo esso viene invece riabilitato come componente essenziale del processo creativo: l’esibizione dell’incertezza e dell’imprevedibilità diventa una risorsa espressiva e comunicativa. Per indagare questo fenomeno, la ricerca si concentra sul confronto tra due diverse forme performative di interazione con gli algoritmi: da un lato, le performance artistiche che incorporano sistemi di IA, dall’altro, le pratiche di live coding. Nella collaborazione creativa con l’IA, l’esito dell’opera assume infatti un grado di imprevedibilità e autonomia, poiché alcuni aspetti del processo sfuggono necessariamente al controllo diretto degli artisti. Il ruolo del software, quindi, non è meramente assistivo, ma diventa un agente attivo e determinante (McCormack, D’Inverno, 2012), che può intervenire tanto nella fase di creazione quanto nell’interazione con altri elementi della performance (Pearlman, 2020). Gli eventi di live coding consistono invece in performance in cui il codice algoritmico viene scritto e modificato in tempo reale per generare output visivi e sonori immediati (Rain, Ramson, Lincke, Hirschfeld, Pape, 2019). Nata in ambito informatico e musicale, la specificità di questa pratica risiede nell’interazione diretta con il codice durante l’esecuzione, dove l’imprevedibilità degli output algoritmici diventa un elemento espressivo ed estetico. L’analisi comparata di questi due tipi di performance permette di individuare due diverse modalità di gestione dell’imprevedibilità: da un lato, troviamo performance basate sulla comunicazione dal vivo con un’IA già precedentemente addestrata e codificata; dall’altro, è il processo stesso di scrittura e programmazione dell’algoritmo a venire eseguito in tempo reale. In entrambi i casi, la dimensione della liveness assume un ruolo centrale: quando gli algoritmi vengono performati dal vivo, essi, anziché sottrarre l’individuo dalla responsabilità del “qui e ora”, generano un’esperienza time-specific che, sfruttando la specificità della presenza, diventa in grado di valorizzare la gestione del rischio (Esposito, 2022). Il divario generato dall’agency algoritmica tra contesti mediali dal vivo e non solleva dunque un interrogativo centrale: in che modo la dimensione performativa dal vivo incide sull’attribuzione di responsabilità creativa all’agente artificiale? Per approfondire tale questione, oltre all’analisi dei meccanismi comunicativi delle performance prese in esame, la ricerca si avvale anche di dodici interviste con artisti, organizzatori e spettatori. Le diverse prospettive raccolte permettono di comprendere come si configurino – tecnicamente e metodologicamente – l’addestramento e la scrittura degli algoritmi, e di verificare se l’esperienza dal vivo induca effettivamente lo spettatore a confrontarsi con la gestione del rischio e con le dinamiche di responsabilità algoritmica. Il tempo della creazione e il tempo della cura: welfare culturale e giovani nella società della crisi 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Bologna, Italia In Italia, un primo contributo definitorio al Welfare Culturale è stato elaborato dal CCW che lo ha definito “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”. Al centro delle azioni di welfare culturale viene posta un’“integrazione di scopo” tra professionistз di diverse discipline e ambiti di competenze, tra pratiche, linguaggi e politiche. Questa prospettiva include le pratiche che promuovono l’empowerment, il benessere soggettivo, il capitale sociale, il contrasto alle diseguaglianze di salute, opponendosi al declino psicofisico dei soggetti e delle comunità che partecipano alle iniziative. La genesi del WC può essere rintracciata nei programmi di Arts on Prescription, avviati in Inghilterra negli anni ’90 sull’impatto della partecipazione culturale sul benessere sociale, a partire dalla convinzione che partecipare ad attività artistiche possa promuovere la salute e il benessere, inserendosi all’interno di strategie più ampie di prescrizioni sociali da parte di professionisti della sanità e del welfare. Negli ultimi anni, il concetto di CW ha acquisito una crescente rilevanza anche grazie a politiche e programmi europei e internazionali che ne evidenziano il ruolo nell’intersezione non solo tra arti e promozione della salute, ma anche tra arti e democrazia e coesione sociale. Il concetto di WC ha cominciato a diffondersi anche nel panorama italiano, tanto nei programmi di finanziamento quanto nel dibattito accademico. In questo quadro si colloca la ricerca Prin 2022 PNRR Cultural Welfare Ecosystems for Wellbeing: Mapping semantics and practices, co-designing tools and raising awareness, che ha l’obiettivo di problematizzare il concetto stesso di Welfare culturale, indagandone le semantiche emergenti nella letteratura nazionale e internazionale, ed approfondendolo come campo di pratiche nei territori sui cui si realizzano le ricerche, esplorando le possibili criticità e potenzialità che in esse prendono forma. Il presente contributo prende le mosse da questa ricerca analizzata in dialogo con un ecosistema di progettualità che esplorano orizzonti di senso, rischi, ambivalenze, ma anche effetti trasformativi che emergono nelle pratiche indagate. Dall’analisi di queste molteplici progettualità, emergono diverse questioni legate all’evoluzione del concetto di WC nel contesto di “policrisi” evidenziando il rischio di una deriva di stampo neoliberista e una reinterpretazione del welfare culturale come una possibile soluzione alla crisi, con un’enfasi sull’arte intesa come servizio. Il presente contributo si focalizzerà sulla dimensione della cura e del benessere e sul ruolo dell’arte entro questo quadro sociale e culturale, con un affondo sui giovani e il ruolo delle pratiche di partecipazione culturale. Il contesto contemporaneo, attraversato da numerose crisi, costituisce un terreno fertile sul quale attecchiscono livelli diversi di disagio giovanile che compromettono la dimensione progettuale finalizzata al conseguimento dell’identità, sostenuta da capacità di aspirare che permette di connettere orizzonti di tempo presenti e futuri attraverso processi di immaginazione sociale. Diventa da questo punto di vista rilevante comprendere se e in che senso le pratiche artistiche possono agire in termini trasformativi, sostenendo lo sviluppo di queste capacità e ridefinendo concetti, pratiche e spazi di cura e generazione di benessere nella prospettiva del welfare culturale. La ricerca ha permesso da mettere a fuoco attorno al tema della temporalità alcune polarità di lettura che tracciano un campo di tensione ma anche di possibili trasformazioni: a. tempo produttivo vs tempo improduttivo della pratica artistica; b. Rilevanza del processo di creazione vs prodotto; c. tempi e spazi connotati e codificati vs “tempi e spazi di scoperta” ; d. dimensione strumentale - che rischia di trasformare le pratiche artistiche in una risorsa neoliberista vs capacità trasformativa delle medesime nell’articolare spazi di partecipazione e di attraversabilità delle pratiche e dei luoghi in cui si realizzano. Il tempo mediatizzato della partecipazione: WhatsApp come strumento di co-progettazione e di ricerca-azione e nelle arti performative Università di Urbino Carlo Bo, Italia Il tempo è una delle variabili chiave negli studi sulla partecipazione culturale, artistica e mediale. Come sottolinea Carpentier (2011) la partecipazione viene ridotta a interazione questa essa diventa un atto puntuale o a un semplice momento di coinvolgimento - come spesso favorito dalle retoriche dell’empowerment. L’analisi dei progetti partecipativi ha sin dall’origine posto la dimensione temporale come discrimine fondamentale tra la partecipazione come “ornamento” e la partecipazione come processo capace di generare un impatto a lungo termine sulle persone (Matarasso 1997). Anche il tempo della “sola” esperienza spettatoriale non può essere relegato alla durata compressa del testo mediale o della performance. Se ciò è vero in generale, perché l’esperienza riflessiva anticipa e si protrae oltre il tempo transitorio dello spettacolo (Reason 2010), lo diventa più nettamente con l’intensificarsi della performatività delle audience (Abercrombie, Longhurst 1998) e della mediatizzazione della liveness (Gemini, Brilli 2023), che estende il tempo del “dal vivo” oltre l’evento effimero. Questa prospettiva converge con la temporalità di progetti culturali nell’ambito delle arti performative contemporanee non più necessariamente dirette alla creazione di un prodotto finale della ricerca ma piuttosto orientate a promuovere progetti di arte partecipativa, di community engagement e di welfare culturale. Tale convergenza richiede metodologie di ricerca appropriate, capaci di cogliere il tempo espanso dell’esperienza di spettatrici e spettatori che spesso entrano a far parte della progettazione stessa delle iniziative culturali e artistiche alle quali partecipano. Un ulteriore elemento di analisi, coerente con il processo di mediatizzazione, riguarda gli utilizzi delle tecnologie digitali e la piattaformizzazione culturale (Poell et al. 2021). App di messaggistica come WhatsApp e Telegram hanno assunto negli ultimi anni un ruolo interessante sia come tool per l’audience engagement, sia come spazi organizzativi, sia come strumenti per la ricerca qualitativa (Chen, Neo 2019; Colom 2022). Più limitato, invece, lo studio sull’impatto di questi strumenti nella facilitazione della discussione e nel confronto intorno a tematiche legate alle performing art e alla partecipazione culturale. Nel quadro che osserva la stratificazione della temporalità nel contesto della partecipazione culturale e della ricerca alla luce del processo di mediatizzazione del sociale, il presente contributo si propone di analizzare le funzioni di WhatsApp come strumento di coordinamento, coinvolgimento dei partecipanti e per la ricerca qualitativa in tre progetti di arti performative partecipative selezionati come casi di studio in un più ampio progetto Prin in corso. I progetti BAT - Bottega Amletica Testoriana, Sognando Apiria, Dance Well - molto diversi tra loro per entità, organizzazione, modalità partecipativa – sono stati oggetto di una fase di ricerca-azione che ha previsto l’analisi del contenuto del materiale postato sul gruppo BAT Spettatori/trici formatosi spontaneamente durante il progetto e la moderazione, raccolta, analisi delle conversazioni nei gruppi WhatsApp istituite dall’équipe di ricerca. Alla luce delle domande di ricerca di questa fase dell’indagine, volte a comprendere 1. quali siano i limiti e le potenzialità delle chat di WhatsApp nella ricerca-azione su progetti artistici partecipativi e 2. in che modo le possibilità offerte dalle chat danno forma alle esperienze pre- e post-performance, è possibile preliminarmente affermare come WhatsApp si riveli uno strumento efficace per la ricerca-azione e la co-progettazione, in particolare per ampliare le esperienze e i processi di riflessione dei partecipanti che hanno bisogno di essere sedimentate in temporalità espanse. Tuttavia, emergono delle sfide nel bilanciare le discussioni mirate con le conversazioni fuori tema, la libertà di espressione con l’inibizione dovuta alla presenza del gruppo di ricerca e le dinamiche tra utenti attivi e lurker. Se da un lato l’asincronicità delle chat offre più spazio per la riflessione sull’esperienza, dall’altro può generare un’aspettativa di “performatività competitiva” tra partecipanti che merita di essere approfondita. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 03: Comunicazione ambientale e rischio climatico Luogo, sala: Aula Magna Baffi (A0-F) Chair di sessione: Roberta Paltrinieri |
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Comunicare il rischio alluvionale nel contesto del cambiamento climatico 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Ferrara, Italia Gli eventi meteorologici sono dei pericoli ambientali che possono verificarsi quotidianamente (IPCC, 2022). Tra questi tipi di rischio, le inondazioni fluviali rappresentano quello con il maggior impatto economico in Europa (Paprotny et al., 2018) e si prevede che aumenterà ulteriormente nel prossimo futuro (Jongman, 2018). Un’efficace comunicazione del rischio è dunque fondamentale per collegare le conoscenze degli esperti e le pratiche di gestione con lo sviluppo della resilienza nelle comunità locali a rischio (Butler & Pidgeon, 2011). Tuttavia, l’attuale comunicazione del rischio spesso non riesce a soddisfare le esigenze informative dei cittadini (Rollason et al., 2018) ed è sovente accompagnata da un alto livello di sfiducia nelle organizzazioni che si occupano della comunicazione e della gestione (O’Sullivan et al., 2012). Numerosi studi hanno evidenziato che la comprensione dei fattori che influenzano la percezione del rischio di alluvione a livello locale è essenziale per ottenere una comunicazione efficace del rischio (Burns & Slovic, 2012) e per migliorare la resilienza delle comunità locali ai rischi naturali (Bradford et al., 2012). Tuttavia, la comunicazione del rischio in Italia sembra prevalentemente focalizzata sula fase emergenziale, cioè sulla fase di gestione del disastro. Riteniamo, in accordo con la letteratura internazionale, che la comunicazione del rischio dovrebbe fungere anche da moltiplicatore della fiducia tra cittadini e istituzioni, e che tale risultato potrebbe essere raggiunto attraverso un dialogo trasparente e partecipato. In linea con queste premesse, il nostro contributo intende presentare i risultati di un'indagine campionaria condotta nell’ambito del progetto ****. L’indagine, che ha usato una combinazione di tecniche CATI (Computer-Assisted Telephone Interviewing) e CAWI (Computer-Assisted Web Interviewing), ha coinvolto un campione di 2.500 intervistati, proporzionalmente rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per genere, età, livello di istruzione e area di residenza. I dati raccolti rilevano l’esposizione alle fonti di informazione sul rischio, la consapevolezza dell’esposizione al rischio nella propria area di residenza, l’alfabetizzazione al rischio (Ramasubramanian et al., 2019), permettono di sviluppare una tipologia di sensibilità al rischio e di evidenziare l’importanza di strategie di prevenzione innovative e di approcci proattivi alla comunicazione del rischio. La cultura della sostenibilità e l’isomorfismo istituzionale: il ruolo della candidatura di Brescia all’European Green Capital Award Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia A fronte dall’intensificarsi delle crisi ambientali, la comunicazione istituzionale risulta caratterizzata da una molteplicità di rappresentazioni della sostenibilità che generano una frammentazione delle culture istituzionali (Moscovici, 1981; Fisher et al, 2018). Fra i fattori che danno forma a questi immaginari e pratiche, una robusta tradizione di ricerca ha individuato l’isomorfismo istituzionale (DiMaggio & Powell, 2010) che descrive il processo secondo cui le organizzazioni tendono nel tempo a adottare pratiche, strutture e norme simili. In questo panorama culturale diversificato, l’European Green Capital Award (EGCA) rappresenta un caso studio significativo per analizzare le co-rappresentazioni istituzionali della sostenibilità e il processo di isomorfismo tra le culture della sostenibilità locali e quelle promosse dall’Unione Europea. L’EGCA premia le città che si distinguono per il loro impegno nella qualità della vita e nello sviluppo sostenibile (Gudmundsson, 2015). In questa sede ci si focalizza sulla candidatura non vincente della città Brescia all’EGCA 2025, ivi selezionata per due motivi principali: (1) evidenziare le complesse sfide ambientali che la città affronta, accompagnate da una crescente sensibilizzazione della società civile sulle tematiche ecologiche; (2) valutare l'impatto della mera candidatura delle città, indipendentemente dall'ottenimento del premio; una realtà che riguarda la maggior parte delle applicant cities ma che rimane ancora poco esplorata nel dibattito accademico. All’interno della cultura della sostenibilità, un ambito specifico riguarda il monitoraggio ambientale e la valutazione delle pratiche sostenibili. Attraverso un approccio metodologico misto – che combina etnografia, osservazione partecipante, interviste strutturate e analisi documentale dei prodotti istituzionali – questa ricerca si propone di individuare le trasformazioni chiave nel sistema di monitoraggio e governance della sostenibilità a Brescia. L’attenzione si concentra sull’introduzione di nuovi indicatori, sul loro grado di innovazione e sulla loro integrazione nelle pratiche istituzionali ordinarie. Per ciascun indicatore adottato dalla città sono state analizzate quattro variabili: (a) grado di novità, (b) prospettiva di integrazione nella governance, (c) origine interna o esterna e (d) grado di performance. I risultati evidenziano che la candidatura all’EGCA ha accelerato la capacità della città di misurare e gestire la sostenibilità nel lungo periodo, con impatti concreti su tre livelli: l’ampliamento del repertorio di indicatori, la ridefinizione delle narrazioni relative alla sostenibilità e un maggiore allineamento tra gli immaginari e le policy locali e transnazionali. Questo processo non solo ha determinato un’evoluzione tecnico-amministrativa, ma ha anche contribuito ad un cambiamento culturale nella concezione della sostenibilità all’interno delle istituzioni locali. Nessuno spazio per l’urgenza climatica. Egemonia del tempo o dello spazio nella costruzione o negazione dell’agenda mediatica dell’attivismo ambientale Sapienza Università di Roma, Italia Partendo dalla riflessione di Foucault (1967), la contemporaneità è caratterizzata da un passaggio dall'egemonia epistemica del tempo a quella dello spazio. Se il pensiero storico del XIX secolo aveva posto l'accento sulla temporalità, l’epoca contemporanea ha visto un interesse per le relazioni spaziali. Nel caso delle modalità di costruzione dell’agenda, il primato dello spazio influenza non solo la percezione di temi di interesse pubblico (come la crisi climatica), ma crea anche terreni di scontro dove logiche di visibilità e spettacolarizzazione prevalgono su urgenze temporali di azione politica. L’analisi della rappresentazione mediale delle politiche e del dibattito pubblico è un tema consolidato di indagine scientifica, con l’affermazione di strumenti come il “frame” e la “narrazione”. Il frame permette di individuare la connessione tra discorsi, argomenti ed “elementi” comunicativi riuniti da una stessa chiave metaforica (Gamson 2000; Lakoff 2008). La narrazione concentra l’attenzione sul modo in cui personaggi, catene d’azioni ed eventi contribuiscono a suscitare emozioni, attribuire responsabilità, instaurare giudizi morali. Nel tentativo di sistematizzare il campo di studi, chi scrive ha elaborato un modello di analisi che organizza le narrazioni del dibattito pubblico, mettendo a confronto news frame, definizioni di problemi sociali e politiche pubbliche. Sono state individuate tre domande di ricerca: D1. Dinamiche dell’attenzione e cambiamento climatico: Quanto spazio nella copertura dei media viene concesso alla crisi climatica? D2. Framing della crisi climatica. Quali sono i principali frame utilizzati per descrivere il riscaldamento globale? In quale modo la contrapposizioni tra frame improntate allo spazio o al tempo contribuiscono ai processi di riconoscimento o demonizzazione delle proteste? D3. Controframing e reframing. Che tipo di narrazione viene proposta dalle forze politiche e dai movimenti sociali e in che modo si confronta con le metafore chiave o le narrazioni dominanti proposta dall’establishment politico e del sistema mediale? A fronte di tali quesiti, due sono le metodologie e strategie di ricerca adottate: 1. l’analisi del contenuto dell’agenda dei principali quotidiani nazionali; 2. l’analisi del dibattito pubblico sui principali programmi di approfondimento televisivo. L'ipotesi di ricerca sostiene che i frame spaziali, dominanti nella narrazione pubblica, siano inadatti a trasmettere l’urgenza della crisi climatica e condizionino le forme di protesta, privilegiando azioni performative e mediageniche (Jenkins et al., 2016; Sobieraj, 2011). Questo favorisce la costruzione di contronarrazioni polarizzanti sui social media e l’attenzione dei media mainstream (DeLuca, 2005; Dunlap and McCright, 2010). Al contrario, i tentativi di reframing basati su metafore temporali faticano a ridefinire il dibattito, relegando la crisi climatica ai margini dello spazio politico e trasformandola in una questione post-politica, anziché un’emergenza da affrontare con urgenza (Hammond, 2017). Pressed for climate change. De-costruzioni e ri-costruzioni dei tempi della transizione ecologica Università di Napoli Federico II, Italia L’analisi della dimensione temporale assume un ruolo cruciale negli studi sociali sulla sostenibilità ambientale. I diversi mondi sociali coinvolti nella costruzione di politiche di mitigazione climatica sottolineano il carattere di ’urgenza’ della crisi climatica, palesato tanto dalle proiezioni diffuse dalle istituzioni scientifiche (ad es. le simulazione dell’IPCC che mostrano possibili scenari di una Terra inabitabile alla fine di questo secolo), quanto dalle timeline definite dalle politiche che definiscono obiettivi da raggiungere nel prossimo futuro (es. Agenda 2030, carbon-neutrality europea nel 2050). In questo contesto, una trasformazione degli stili di vita individuali orientata al concetto di sostenibilità ambientale rappresenta una delle strategie invocate ritenute necessarie. Nell’ambito di un progetto ****, è stata realizzata un’indagine finalizzata a rilevare i fattori sociali che concorrono nel determinare l’adozione (o la non adozione) di pratiche ecologiche in prospettive pro-sociali e pro-ambientali, relativamente ai temi della mobilità, dell’alimentazione e della climatizzazione degli ambienti. Attraverso 12 focus group condotti in quattro diverse regioni italiane, su un campione differenziato per fasce di età e contesti territoriali (urbani e suburbani) sono quindi state raccolte ed analizzate diverse sensibilità, esperienze e pareri. Dall’analisi di tali focus group la dimensione temporale emerge come significativa nel definire le scelte individuali volte a contrastare i cambiamenti climatici. Nella percezione dei partecipanti alla ricerca, l’adozione di tali pratiche è difatti vincolata a quelli che la ricerca identifica come generatori di tempo (Rinderspacher 1988) della vita quotidiana contemporanea, i dispositivi regolativi che a) creano requisiti e regolamenti temporali vincolanti; b) impongono un ritmo ai diversi sistemi sociali; c) standardizzano il tempo in ciascun sistema. Tali generatori temporali condizionano le pratiche di mobilità e di alimentazione, determinando asincronie all’interno delle differenti reti sociali (familiari, lavorative ecc.) nelle quali sono coinvolti. Sulla base di tale ricerca, il contributo propone un’interpretazione critica del processo di transizione ecologica informata da fonti afferenti alla teoria critica (Rosa 2015), alla sociologia economica (Wallerstein 2006), alla critica del valore e alla teoria della decrescita (Jappe 2013, Jappe 2014, Georgescu-Roegen 2003, Latouche 2007), alla Slowing Down Society (Torres e Gross, 2022; Vostal 2017). Alle asincronie rilevate tra i tempi richiesti dalle pratiche ecologiche e quelli dettati dall’accelerazione della vita nel capitalismo digitale (Wajcman, 2020), corrispondono difatti asincronie temporali delle politiche della transizione ecologica. I generatori temporali che emergono dall’analisi dei discorsi sulla transizione suggeriscono soluzioni rapide e semplificate rispetto alla complessità della tematica ecologica, ma difficilmente praticabili e, talvolta, dalla dubbia efficacia se analizzate in un’ottica di lungo termine. La de-costruzione e la ri-costruzione delle pratiche temporali della vita quotidiana appaiono dunque prassi fondamentali per attivare soluzioni – di natura infrastrutturale, organizzativa, politica - realmente sostenibili tanto in una prospettiva ecologica, quanto in una prospettiva sociale. Reimmaginare le (im)mobilità climatiche attraverso l’arte Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia, Università di Bologna Il contributo esamina attraverso un approccio critico le complesse narrazioni che legano cambiamenti climatici e migrazioni (Baldwin 2022; Farbotko 2017), concentrandosi su come la dimensione estetica e discorsiva (Habermas 1984) delle pratiche artistiche possa plasmare l’immaginario sulle migrazioni climatiche. Con l’intensificarsi dei cambiamenti climatici, il concetto di “rifugiati climatici” è diventato centrale nel dibattito politico, e viene spesso associato a una narrativa di minaccia che enfatizza il senso di insicurezza piuttosto che affrontare le disuguaglianze e cause geopolitiche che lo definiscono (Bettini 2013). Queste narrazioni distorte amplificano l’ansia nei riguardi delle migrazioni climatiche, portando a pratiche discriminatorie e a un inasprimento delle misure di sicurezza alle frontiere nel Nord globale (Giacomelli 2023). Sulla base di queste premesse, il presente contributo si propone di ampliare la comprensione dei discorsi che circondano le (im)mobilità indotte dai cambiamenti climatici, esplorando come varie forme di arte, estetica e rappresentazione possano rimodellare queste narrazioni (Mazzara 2019). In particolare, attraverso l’analisi delle narrative sui migranti climatici all’interno di diverse pratiche e sperimentazioni artistiche (Oso, Ribas-Mateos, Moralli 2015) si intende comprendere se queste rappresentazioni possano perpetuare o sfidare la distorsione mediatica mainstream. Si esplorerà, infine, come queste pratiche artistiche possano offrire degli spazi controegemonici per ripensare le varie forme di (im)mobilità climatiche, favorendone una comprensione più sfumata che riconosca le complessità della mobilità umana di fronte al cambiamento climatico. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 04: Comunicazione politica Luogo, sala: Aula 5 (A1-D) Chair di sessione: Marco Mazzoni |
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Italians Bidding Farewell to Il Cavaliere: the Visual Construction of Silvio Berlusconi in Social Media Rituals of Commemoration 1: Scuola Normale Superiore; 2: The Hebrew University of Jerusalem Populism and social media share an electoral affinity. The affordances of the most popular digital platforms allow populist leaders to bypass editorial filters, algorithmically amplify sensational claims typical of their communicative style, and gauge the 'will of the people' in real time. While early studies of populism on social media focused overwhelmingly on written messages, recent years have seen a growing interest in the visual aspects of digital populism. Nevertheless, several areas remain under-explored. For example, while many have focused on how populist leaders discursively and visually construct 'the people' through their profiles, little is known about how people construct 'the leader' through images posted on social media. We followed an abductive iterative process involving several rounds of (a) manual screening of the corpus to identify potentially recurrent images, and (b) machine-assisted identification of identical or extremely similar images in the corpus using a custom algorithm we developed. This analysis revealed that the corpus is dominated by aggregate icons referring to three aspects of Berlusconi's persona: the success of the football club A.C. Milan under his ownership and presidency, his irreverence in institutional settings during his time as incumbent Prime Minister of Italy, and his personal friendship with controversial foreign leaders (notably Mu'ammar Gheddafi and Vladimir Putin). Fandom e Anti-Fandom politico nei social media: analisi comparata tra Italia, Francia e Spagna Università degli Studi di Perugia, Italia Negli ultimi anni, i social media hanno trasformato il modo in cui i leader politici vengono percepiti dal pubblico, accentuando la polarizzazione tra sostenitori e oppositori. La capacità delle piattaforme digitali di diffondere messaggi rapidamente e di coinvolgere gli utenti ha amplificato sia il fandom, inteso come sostegno entusiastico verso un leader, sia l’anti-fandom, ossia il rifiuto e la critica sistematica. Questa ricerca indagherà le dinamiche alla base di questi fenomeni in Italia, Francia e Spagna, evidenziando differenze e somiglianze nella formazione del consenso e del dissenso online. L’analisi si fonderà su un corpus di 1.368 post pubblicati su Instagram durante la campagna elettorale per le elezioni europee (precisamente tra aprile e il giorno del voto, 10 giugno 2024), un periodo di intensa attività politica e dibattito pubblico. Il confronto tra i tre Paesi consentirà di esaminare come il contesto nazionale influisca sulla polarizzazione del dibattito e sulle strategie comunicative adottate sia dagli attori politici, sia dagli utenti ordinari. Si analizzerà il ruolo di Instagram come spazio di aggregazione politica e veicolo di amplificazione delle narrazioni, valutando il peso dei diversi attori coinvolti nella diffusione dei contenuti. L’attenzione è rivolta a dodici figure politiche, quattro per ciascun Paese: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Giuseppe Conte ed Elly Schlein per l’Italia; Emmanuel Macron, Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon e Raphaël Glucksmann per la Francia; Pedro Sánchez, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso e Yolanda Díaz per la Spagna. L’analisi comparativa di questi leader consentirà di individuare schemi ricorrenti o specificità nazionali nelle dinamiche di fandom e anti-fandom, mettendo in luce quali leader sono più polarizzanti e quali generano livelli di consenso e dissenso meno estremi. L’indagine esaminerà il grado di polarizzazione in ciascun Paese e quale tipo di contenuti prevalga nei diversi contesti. Sarà fondamentale capire se in alcuni Paesi il fandom si sviluppi in modo più strutturato e coordinato, mentre in altri prevalga una tendenza più marcata verso l’anti-fandom. Inoltre, si esamineranno i diversi tipi di pubblicanti per individuare quali tipologie di utenti influenzino la narrativa pubblica e in quali modi. L’analisi del discorso politico online evidenzierà differenze nelle modalità di sostegno e critica ai leader, valutando in che misura il fandom sia associato a forme di identificazione e partecipazione attiva, mentre l’anti-fandom si manifesti attraverso sentimenti di opposizione e discredito. Saranno analizzate le principali strategie comunicative adottate nei tre Paesi, con particolare attenzione alle tecniche di engagement e mobilitazione, tra cui l’uso di retoriche populiste, strategie di attacco agli avversari e meccanismi di rafforzamento dell’identità del gruppo di sostenitori. Un ulteriore elemento di confronto riguarda l’influenza delle piattaforme digitali sui processi di formazione delle comunità di sostenitori e oppositori. In questo senso, si analizzerà se il dibattito sia maggiormente guidato da attori politici e mediatici o se prevalgano dinamiche più spontanee e decentralizzate, caratteristiche dell’interazione online. Questa prospettiva comparata consentirà di comprendere meglio le nuove forme di partecipazione politica negli ecosistemi digitali di questi tre Paesi, mettendo in luce il ruolo delle specificità nazionali nella creazione del consenso e nella diffusione delle critiche. L’obiettivo è fornire strumenti interpretativi utili a comprendere come i social media modellino il discorso politico contemporaneo, influenzando la percezione pubblica dei leader e ridefinendo le dinamiche di interazione tra politica e cittadini. Dall'autonarrazione al mito: ‘Partire da sé’ nella retorica di Giorgia Meloni. Luiss, Italia La narrazione autobiografica costituisce un dispositivo strategico sempre più rilevante nella comunicazione politica contemporanea, in quanto strumento di costruzione dell’identità e di legittimazione della leadership. Nel caso di Giorgia Meloni, il racconto della propria esperienza personale e del proprio passato assume una funzione centrale nella definizione della sua immagine pubblica, articolandosi attorno al mito neoliberale della self-made woman. Attraverso un’analisi della sua autobiografia Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee (2021), condotta mediante la Critical Discourse Analysis (CDA), questo contributo esamina il ruolo della narrazione personale nella costruzione del capitale simbolico della leader e nella normalizzazione di un modello di successo che marginalizza i vincoli sociali e collettivi a favore di una retorica della volontà individuale. In questo senso vengono identificati quei dispositivi simbolici (maternità, lealtà, competizione, volontà) che contribuiscono a questa costruzione. La Critical Discourse Analysis, in quanto approccio metodologico, permette di indagare le relazioni tra linguaggio, potere e ideologia, evidenziando come il discorso autobiografico di Meloni si inserisca all'interno di un quadro ideologico più ampio. L’analisi si concentra su scelte linguistiche, strategie retoriche e cornici narrative per individuare le modalità con cui il testo costruisce significati, rafforza specifiche visioni del mondo e legittima un immaginario politico basato sull’autosufficienza individuale. Pur riecheggiando la strategia femminista del "partire da sé", Meloni la riformula in una chiave individualista e meritocratica, presentandosi come un’underdog che ha scalato le gerarchie politiche grazie alla sola forza di volontà e al talento personale. In tal modo, la sua narrazione oscura le dinamiche strutturali di potere e le disuguaglianze sistemiche, contribuendo a consolidare un discorso politico fondato sulla responsabilità individuale, in linea con retoriche neoliberali e sovraniste riscontrabili anche in altri contesti di leadership femminile. Al tempo degli algoritmi: esperienze informative di giovani elettori e astenuti Univeristà di Sassari, Italia Alle Politiche 2022, il 40% dei potenziali first-time voters ha scelto l’astensione (Istituto Ixè, 2022), evidenziando un’apparente polarizzazione nella partecipazione giovanile. Tuttavia, (giovani) elettori e astenuti non sono gruppi monolitici, ma presentano diverse sfumature di impegno politico (Andersen et al., 2021) e diverse esperienze informative (Woodstock, 2014). Questo studio esplora le esperienze informative dei giovani italiani che hanno scelto di astenersi o votare alle Politiche 2022. Poiché le esperienze informative dei giovani sono sempre più influenzate dagli algoritmi sui social media, lo studio esplora – nello specifico – la loro percezione di questi algoritmi, facendo riferimento alla letteratura sulle “folk theories”. Nate nell’ambito della ricerca sull’interazione uomo-macchina (Eslami et al., 2015), le folk theories sono considerate risorse culturali strategiche che permettono agli individui di generare inferenze sugli effetti dei media e che influenzano gli usi concreti che gli individui fanno dei media (Siles et al., 2020; Toff & Nielsen, 2018; Ytre-Arne & Moe, 2020). Questo studio mira a capire 1) quali folk theories degli algoritmi di news selection sui social emergono tra i giovani italiani elettori e astenuti, 2) il contesto in cui queste teorie si sviluppano (impegno politico e civico dei giovani che le elaborano, frequenza e fonti con cui (non) si informano sulla politica), 3) le (eventuali) tattiche che vengono adottate, sulla base di queste teorie, per incoraggiare / scoraggiare questi algoritmi. A maggio 2023 sono state condotte 36 interviste semi-strutturate a giovani astenuti e votanti, con una strategia di variation sampling che bilancia caratteristiche sociodemografiche in grado di influenzare il senso di connessione alla vita pubblica. Le interviste hanno indagato la consapevolezza dell’esistenza di sistemi di personalizzazione dell’informazione sui diversi social media, la percezione degli effetti di questa personalizzazione e le eventuali strategie adottate per modificare le news visualizzate. Le interviste sono state analizzate attraverso un processo induttivo e iterativo. L’analisi delle prime 20 interviste ha fatto emergere cinque folk theories sugli algoritmi, che ho etichettato come: “pratici ma limitanti”, “riduttivi”, “predatori”, “funzionali”, “spie”. Secondo la prima teoria, gli algoritmi filtrano le informazioni ma limitano la visione del mondo. Questa teoria è sostenuta dal gruppo più numeroso (3 votanti, 4 astenuti), eterogeneo per partecipazione e diete informative. Nonostante la preoccupazione per i rischi di “segregazione”, solo un intervistato evita i like nella speranza di vedere contenuti diversi, mentre gli altri sono attivi in tattiche di personalizzazione. La seconda teoria sostiene che gli algoritmi commettono errori, offrendo rappresentazioni grossolane e contenuti irrilevanti. Condivisa da 3 votanti e 1 astenuto con medio-basso engagement politico e pratiche attive di ricerca di informazione, porta all’uso di strumenti come blocchi e segnalazioni. La terza teoria vede gli algoritmi come strumenti per massimizzare l’attenzione a fini commerciali o politici. Tre astenuti sfiduciati verso la politica sostengono questa teoria, senza però evitare azioni di personalizzazione algoritmica. Secondo la quarta teoria, gli algoritmi sono utili per mostrare contenuti interessanti. I sostenitori (2 astenuti, 1 votante), poco coinvolti politicamente, si affidano alla selezione algoritmica senza spirito critico e senza modificarla. La quinta teoria evidenzia l’utilità degli algoritmi, ma anche la sensazione di essere spiati. I sostenitori (3 votanti) sono poco impegnati politicamente e si informano incidentalmente. Il gruppo ha al suo interno gli unici due giovani che dichiarano di non sapere come funzionano gli algoritmi. Nonostante si sentono spiati, non adottano alcuna tattica significativa di resistenza all’algoritmo. Questi risultati contribuiscono all’avanzamento della conoscenza scientifica su giovani, partecipazione politica, ed esperienze informative, esplorando il potere algoritmico dal punto di vista degli utenti dei social media e guardando anche ai delusi / disinteressati alla politica in uno dei Paesi con le più basse competenze digitali in Europa. Measuring Destructive Polarization: How Emotions and Narratives Shape the Amplification of Political Content on Brazilian Facebook Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia The 2022 Brazilian presidential elections highlighted extreme polarization and widespread online misinformation, culminating in an attempted coup on January 8, 2023 (Bastos & Recuero, 2023). This study addresses the rise of destructive political polarization, characterized by dysfunctional communication driven by negative emotions and antagonism toward opposing political groups (Esau et al., 2024). Emotions play a critical role in destructive polarization. Anger and mistrust often reinforce group boundaries, escalating polarization (Barnes, 2022; Recuero et al., 2021; Sandvoss, 2020). Social media platforms, particularly Facebook, contribute significantly to this phenomenon. Facebook’s affordances—reactions, comments, and shares—offer valuable metrics to assess these negative emotions (Anwar & Giglietto, 2024). Comments can indicate a willingness to engage, sometimes leading to incivility (McCosker, 2014), while 'angry' reactions often reflect frustration with opposing content (Eberl et al., 2020; Muraoka et al., 2021). Our research expands on this by analyzing 'angry' and 'love' reactions alongside comments and shares, as well as circulated narratives as antecedents of amplification. While angry reactions and comments may reflect negative sentiments toward the 'other,' shares and 'love' reactions usually denote support and alignment (Eberl et al., 2020). We explore the following research question: What is the role of emotions in amplifying a hyperpartisan political post? Method This study is part of a European project that developed a news alert system to detect coordinated link-sharing by actors known for disseminating problematic information on Facebook (Giglietto et al., 2023). Our analysis of flagged links revealed consistent dissemination of content linked to Brazilian political pages and groups. We mapped Facebook accounts sharing these links and applied a modularity algorithm to identify 58 coordinated pages and groups supporting Bolsonaro. We collected over 12 million posts shared by this network between January 1, 2021, and December 31, 2023. The quantitative analysis examined interactions (comments, shares, love, and angry reactions) to identify engagement trends. Time series analysis of love/angry and share/comment ratios helped assess emotional polarization over time, with notable fluctuations during political events. Seven periods of high volatility, mainly in 2021 and 2023, were identified, narrowing our focus to 1,161,126 posts. We employed a qualitative grounded approach, analyzing 1,400 posts with the highest engagement during these volatile periods. We categorized 760 posts to fine-tune a Large Language Model (LLM), creating a classification scheme with three groups: target (Bolsonaro, his family, allies and supporters; The Supreme Federal Court and other public institutions; Armed forces / Military Police; Media Mainstream; Lula, his family, allies and supporters; Other), sentiment (positive, negative, neutral), and post typology (user-generated content, or news). This sample will be a gold standard for fine-tuning an OpenAI gpt-4o-mini model and building a regression model to assess how narratives and users’ emotions influence amplification. Preliminary Findings Our analysis focuses on three years of content shared by pro-Bolsonaro accounts (N=58). The angry/love and comment/share ratios range between 1 and -1, with values near 1 indicating dominant love reactions and shares and values near -1 showing a predominance of angry reactions and comments. In 2023, following the attempted coup, these ratios shifted, with comments and angry reactions becoming more prominent. While 2022 remained stable, volatility analysis revealed significant instability in 2021 and 2023. We will estimate a regression model using total interactions as a proxy for amplification, with narratives and emotional reactions (comments, shares, angry, and love) as independent variables. Control variables include timeframe, posting account, and content type. By shedding light on the interplay between emotions, narratives, and content amplification, this study enhances our understanding of how destructive polarization evolves within digital ecosystems. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 05: Creator e influencer culture Luogo, sala: Aula Magna ex Facoltà di Scienze Politiche (B0-B) Chair di sessione: Alberto Marinelli |
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"Palestina cooking is resistance”. Memoria di cibo e guerra dei food influencer palestinesi. Università degli Studi di Catania, Italia La ricerca presentata si concentra sui micro-influencer nel mondo del cibo e del #foodporn nel contesto dell'escalation del conflitto israelo-palestinese. La conversione dei profili degli influencer da “creatori di contenuti dell’industria culturale” a “partecipanti attivi nei movimenti politici” è avvenuta in conseguenza all’inasprirsi della crisi e da un punto di vista empirico è interessante osservare come la grammatica (Gerlitz e Rieder, 2018) e i vernacoli (Burgess, 2006) di Instagram siano stati adattati dai food blogger come depositi di memoria mimetica. L'egemonia culturale occidentale che caratterizza il mondo professionalizzato dei food blogger, dominato da persone cis-etero abili, è raramente problematizzata. Secondo Salvio (2012) Dejmanee (2019), le culture alimentari delle minoranze vengono saccheggiate, appropriate, colonizzate e mercificate. Nel caso del cibo palestinese, vanno sottolineati almeno tre fattori fondamentali. Il primo è legato alla necessità della parte palestinese di preservare la propria tradizione e cultura anche attraverso il cibo. La rivendicazione del riconoscimento delle origini di molte ricette tradizionali palestinesi è una questione politica: studiosi israeliani come Yonatan Mendel, Dafne Hirsch e Ilan Baron (Kassis 2023; Shehadeh 2024) sostengono che vi sia stata una progressiva colonizzazione da parte di Israele della cultura culinaria palestinese, che ne mina la sua stessa esistenza. Il secondo è legato al collasso del sistema alimentare come denunciato dall'agenzia ONU World Food Programme (dicembre 2023). La conseguente disumanizzazione, effetto della strumentalizzazione mediatico delle immagini degli attacchi ai camion degli aiuti umanitari, viene contro-narrata dai food blogger palestinesi attraverso la narrativizzazione della routine, la preparazione del cibo, del pasto quotidiano. Il terzo è legato alle strategie di resistenza digitale: nella prima fase del conflitto la computational propaganda (Bonini, Trerè 2024) sembrava discriminare i filo-palestinesi. I digital creators si sono opposti utilizzando strategie di algorithmic amplification, algorithmic evasion, algorithmic hijacking. Il cibo è vettore di messaggi politici e al contempo custode di miti (Kasturi, 2023). Dal punto di vista teorico alla costruzione della memoria collettiva contribuiscono il presente, che viene interpretato secondo le cornici sociali degli individui e insieme narrazioni del passato, che contribuisce alla sua mitizzazione (Halbewachs 1950; Nicolosi 2024). In questo senso assumiamo la prospettiva halbewaachiana che intende la memoria come fatto sociale, ovvero come strumento che ci permette di organizzare il passato potendoci riconoscere dentro precisi racconti. La ricerca esamina quindi il funzionamento della piattaforma Instagram (follow the media) insieme all’analisi di tre account palestinesi (follow the native). Si tratta di micro-celebrity ovvero“no-actor as performer” (Senft 2008), vale a dire di una persona che viene seguita non per quello che appare ma per quello che fa o sa fare (Marwick 2015). In questo caso il micro -influencer riveste il ruolo di delegati del sapere che condividendo e archiviano il proprio ricordo biografico contribuiscono modellare la memoria collettiva (Assmann 1997) Uno strumento scraper, adatto per Instagram, ha estratto 177 reel postati da tre micro-influencer nel periodo compreso tra dicembre 2023 e novembre 2024. La prima fase dell’analisi include la descrizione dei profili e dei contenuti principali dei reel insieme ai i risultati della network analysis, che evidenzia le relazioni con altri attivisti e ONG. La seconda fase di analisi ha evidenziato il livello di polarizzazione e il tipo di lavoro relazionale dei foodblogger. I profili degli influencer mantengono la natura apparentemente frivola e narcisistica dell'auto-narrazione, necessaria per catturare l'attenzione, per creare un discorso orientato e fortemente empatico e affettivo.I primi risultati mostrano una spinta alla ri-significazione del #foodporn e del “food influencer” (Stagi 2016; Cava 2018) come progetto di attivismo digitale. L'uso di Instagram è finalizzato alla creazione di un archivio di identità e memoria collettiva, in una fase con elevate perdite materiali e immateriali. Narrazioni digitali delle contested illnesses: temporalità sospesa, riconoscimento e logiche di piattaforma Università degli Studi di Ferrara, Italia Se c’è una lezione che possiamo trarre dall’esperienza pandemica, è che una crisi sanitaria prolungata, accompagnata da periodi di isolamento e quarantena, può rimodellare profondamente la percezione del tempo e le pratiche quotidiane, influenzando anche il modo in cui narriamo noi stessi e costruiamo la nostra identità attraverso gli spazi digitali. Rimanendo nel campo della salute, le contested illnesses o medically unexplained symptoms (MUS), come fibromialgia, sindrome da stanchezza cronica e vulvodinia, rappresentano un caso emblematico per analizzare l’impatto della temporalità sull’esperienza della malattia e sulla sua possibilità di narrazione nel contesto delle piattaforme digitali. Queste patologie, segnate da incertezza diagnostica e riconoscimento istituzionale limitato, mostrano una tensione tra il rallentamento imposto dalla sofferenza e la pressione sociale verso produttività ed efficienza. Inoltre, chi ne è affetto sperimenta una temporalità sospesa, in contrasto con la logica biomedica, che privilegia diagnosi certe e trattamenti standardizzati. Attraverso l’analisi delle narrazioni digitali su piattaforme come Instagram e TikTok, questa ricerca esplora come lo storytelling online contribuisca alla ridefinizione dell’identità di malato, mettendo in discussione le tradizionali categorie di salute e agency dei pazienti. I social media hanno infatti facilitato la nascita di comunità di pazienti che, condividendo esperienze, generano nuove forme di legittimità epistemica. D'altra parte, le narrazioni digitali interagiscono con le logiche algoritmiche delle piattaforme, amplificando la loro visibilità attraverso pratiche di influence marketing. Questo fenomeno, detto anche influ-attivismo, se da un lato favorisce l’advocacy e il riconoscimento, dall’altro può piegare il discorso sulla malattia a logiche neoliberiste di engagement e self-branding. Un ulteriore aspetto critico riguarda l’autenticità: la crescente standardizzazione delle narrazioni digitali rischia di semplificare l’esperienza della malattia, riducendola a un racconto di crescita individuale che oscura le dimensioni strutturali della sofferenza. Questo fenomeno è particolarmente visibile nell’estetizzazione della malattia su piattaforme visuali, dove la narrazione del dolore diventa contenuto ottimizzato per la fruizione algoritmica. Così facendo, si rischia di riprodurre un’ideologia della self-improvement, che individualizza il vissuto e lo sottrae a una lettura politica delle disuguaglianze di accesso alle cure e delle ulteriori dinamiche di esclusione che caratterizzano patologie come quelle prese in esame. Per indagare queste tensioni, la ricerca adotta la thematic analysis all’interno di un contesto di etnografia digitale per identificare e interpretare temi ricorrenti all’interno di narrazioni sui social media. In particolare, questo studio intende concentrarsi sulle modalità con cui pazienti (e attivisti) costruiscono e comunicano la propria identità e il vissuto legato alla malattia esaminando, in particolare, il rapporto tra la temporalità sospesa dell’attesa diagnostica, la costruzione della legittimità epistemica e la tensione tra autenticità e normativizzazione della resilienza nelle piattaforme digitali. Attraverso l’analisi di post, commenti e contenuti audiovisivi pubblicati sui social media, è possibile indagare come il racconto della malattia non solo risponda a esigenze di riconoscimento, ma si inserisca in dinamiche più ampie di negoziazione epistemica e visibilità algoritmica. In conclusione, questo studio intende evidenziare come le narrazioni digitali non siano solo strumenti di autodeterminazione e di costruzione dell’identità di malato, ma anche pratiche sociali che ridefiniscono le frontiere della conoscenza medica e del riconoscimento istituzionale delle contested illnesses. Tuttavia, l’intersezione tra storytelling della malattia, logiche di piattaforma e dinamiche di self-branding impone una riflessione critica sulle ambivalenze di questi spazi digitali: se da un lato i social media favoriscono la creazione di comunità solidali e attiviste, dall’altro rischiano di conformare la sofferenza a modelli narrativi standardizzati, erodendo la complessità dell’esperienza della malattia e reinserendola in un’economia dell’attenzione dove la visibilità diventa condizione necessaria per il riconoscimento. Personalizzazione del discorso collettivo: influ-attivismo e pubblici nel caso mediatico di Più Libri Più Liberi Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Le trasformazioni della sfera pubblica digitale nella società contemporanea hanno dato origine a nuove forme di partecipazione politica, influenzando le dinamiche di costruzione del discorso pubblico, caratterizzato da un’accelerazione della produzione e circolazione dei contenuti. Negli spazi digitali regolati dall’economia dell’attenzione, alcuni soggetti rilevanti - come influencer, attivisti digitali e organizzazioni (influ-activists, Murru et al., 2024) - possono giocare un ruolo centrale nella rapida diffusione dei contenuti e agire come mediatori nel dibattito pubblico, orientando le percezioni, le risposte e la mobilitazione dei pubblici. In questo contesto, i pubblici diventano soggetti attivi nella reinterpretazione e produzione delle narrazioni politiche. Le piattaforme digitali offrono un accesso democratico ai mezzi di produzione e distribuzione dei contenuti, rafforzando il senso di agency degli individui (Benkler, 2006; Boccia Artieri, 2012; Jenkins et al., 2016), che possono partecipare attivamente nella costruzione del discorso politico (Dahlgren & Alvares, 2013). L’appropriazione personale delle questioni politiche porta gli individui a produrre e condividere narrative individualizzate, intrecciando la propria dimensione privata con quella pubblica (Boccia Artieri, 2021). Questa ricerca si propone di analizzare la tensione tra dinamiche individuali e collettive nella partecipazione politica online, investigando il rapporto tra la comunicazione degli influ-attivisti e le risposte dei pubblici, con particolare attenzione alla produzione di narrative personalizzate all’interno del discorso pubblico. I dati sono stati raccolti attraverso il metodo della digital ethnography (Pink et al., 2015), che ha permesso di cogliere le rapide evoluzioni della conversazione nelle piattaforme di Instagram e Facebook. A partire dai contenuti pubblicati, tra il 20 novembre e il 20 dicembre 2024, dai profili ufficiali della fiera e degli autori e case editrici coinvolte, l’approccio etnografico ha permesso di estendere la ricerca ad altri soggetti attraverso commenti, condivisioni e riferimenti espliciti nei contenuti raccolti, portando alla costruzione di un dataset di circa 200 contenuti (n=200). I risultati della ricerca evidenziano come la personalizzazione del discorso sia un elemento centrale nelle pratiche comunicative degli influ-attivisti. Attraverso l’uso di narrazioni individualizzate, questi attori riescono a influenzare le dinamiche di costruzione del discorso pubblico e di partecipazione: l’uso di strategie comunicative differenti, che enfatizzano o meno dinamiche di polarizzazione e inciviltà, influenza le risposte dei pubblici e il modo in cui le questioni politiche vengono discusse, contribuendo alla costruzione di narrazioni collettive differenti. Trasparenza e fiducia nell'immediatezza digitale: studio su 300 influencer italiani Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Il paper indaga il rapporto tra trasparenza e fiducia nelle attività dei creatori di contenuti digitali, con particolare attenzione agli influencer. Il tema della fiducia e delle sue trasformazioni nell'ambito della società delle piattaforme rappresenta un aspetto centrale nella definizione della contemporaneità. La compressione dei tempi di elaborazione nel processo di attribuzione della fiducia rende sempre più necessaria la comprensione delle dinamiche (e delle strategie) che caratterizzano le relazioni comunicative accelerate dai social media. La figura dei creator, e in particolare di coloro che fondano la propria comunicazione sull'affidabilità e sulla capacità di esercitare influenza, costituisce un punto di osservazione privilegiato per analizzare questa compressione temporale. Il paper presenterà i risultati di un monitoraggio semestrale sulla trasparenza comunicativa di 300 creator sui social media, partendo da una duplice domanda di ricerca: come la trasparenza nella comunicazione promozionale si integra nelle strategie di costruzione della credibilità e quali sono le strategie di costruzione della fiducia di contenuti e creator che presentano forme di comunicazione meno trasparente? La ricerca ha analizzato oltre 300 influencer italiani per identificare contenuti promozionali non conformi alla Digital Chart dell'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP). Il monitoraggio si è focalizzato strategicamente su quattro settori chiave: Moda, Beauty, Finanza e Family Influencer, tutti attivi principalmente sulle piattaforme Instagram e TikTok, con un seguito che varia da 50.000 a 5 milioni di follower. La selezione di questi specifici settori risponde a criteri ben definiti: Moda e Beauty sono stati inclusi per la loro rilevanza numerica e per la consolidata presenza di creator che operano in questi ambiti. D'altra parte, i settori Finanza e Family Influencer sono stati selezionati in quanto rappresentano aree emergenti nel panorama dell'influencer marketing, caratterizzate da strategie di comunicazione peculiari e in rapida evoluzione. Oltre a presentare i risultati complessivi, il paper esplorerà specificamente il nesso tra strategie di costruzione della fiducia e trasparenza. L'analisi si fonda su due elementi chiave identificati in letteratura: la percezione che l'influencer "si prenda cura" dei propri follower, attributo fondamentale di affidabilità, e la costruzione di un "legame emotivo" basato sulla percezione di trasparenza (Xiao et al. 2018; Torres et al., 2019, Ladhari et al 2020; Ki et al 2020; Vrontis et al. 2021). Si verificherà l'ipotesi che la compressione temporale nei processi di attribuzione della fiducia sui social media possa compromettere il rapporto tra la necessità di mantenere trasparenza nei contenuti commerciali e la dimensione del "caring" nella relazione fiduciaria con i follower." La presentazione dei risultati includerà uno scenario sulla trasparenza comunicativa degli influencer, evidenziando somiglianze e differenze tra i settori monitorati e analizzando la correlazione tra livello di trasparenza e numero di follower. Seguirà un'analisi più approfondita focalizzata sui settori e sugli influencer con minore trasparenza. L'esame dei contenuti di questo campione specifico rivelerà le connessioni tra scarsa trasparenza e particolari strategie di costruzione della fiducia. Il monitoraggio si è avvalso di una piattaforma personalizzata sviluppata dalla software house Deus, che integra anche processi di intelligenza artificiale. La piattaforma, approvata dal punto di vista etico dall'EASA (European Advertising Standards Alliance che riunisce gli organismi di autoregolamentazione della pubblicità in diversi paesi europei), è stata "addestrata" con set di parole chiave derivate dallo studio delle strategie comunicative degli influencer nei settori esaminati, permettendo così l'identificazione del database di contenuti per il monitoraggio. La ricerca proposta intende condividere i risultati di una metodologia che combina analisi automatizzata dei contenuti social con analisi tradizionale, verificando le connessioni tra tecniche di costruzione della fiducia e trasparenza promozionale. Questo contribuisce alla più ampia discussione sul significato della fiducia nell'ecosistema dell'influenza sui social media. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 06: Genere, identità e intimità Luogo, sala: Aula 6 (A1-F) Chair di sessione: Paola Rebughini |
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Negotiating migrant masculinities in the context of domestic time and space 1: University of Trento, Italy; 2: University of Glasgow, Regno Unito; Gran Bretagna How is the temporality of migration gendered, shaping migrants’ social mobility across the public/private divide? This paper explores the gendered nature of social time in relation to men who migrate as ‘followers’ of their wives and work as domestic/care workers in Italy. The analysis focuses on men’s temporal experiences of the home, family, and reproductive labour. It suggests, first, how time dilution through ‘waiting’ before emigration and loss of agency constitute an important feature of men’s experiences of dependency and de-skilling, and, secondly, how men negotiate domestic time and space to reassert autonomous male subjectivities as breadwinners. First, our paper develops a much-needed gendered analysis of the relation between migration and time, mapping how migrant masculinities are forged over biographies and different stages of migration and of the life course, reflecting migrant men’s experience of domestic time. Second, it complements existing analyses of migrant reproductive labour – which mainly focuses on femininities and on space across the private/public divide – through a discussion of the temporal dimensions of men’s (paid and unpaid) care/domestic work. Our method sheds light on the temporality of gendered migration: we conducted extensive ethnographic research including biographical and semi-structured interviews, in some cases with the same informants, over 15 years. This long timeframe revealed how, in individual biographical trajectories, entering or leaving paid care/domestic work informs shifting models of gender identification across time and through time. Il tempo dell’intimità: pratiche digitali e identità di genere nella vita quotidiana degli/delle adolescenti 1: Università di Padova; 2: Università Link Campus University; 3: Università La Sapienza I media digitali sono ambienti che offrono ai/alle giovani agency e spazi in cui costruire ed esprimere la propria identità (boyd 2014), attraverso pratiche di bricolage (Willett 2008) e di sperimentazione anche per quanto riguarda genere e intimità (Livingstone & Mason 2015; Scarcelli 2015; De Ridder 2017; Metcalfe & Llewellyn 2020; Ferreira 2021). Gli studi esistenti si sono concentrati principalmente sulle interazioni comunicative (ad esempio il “sexting”) in connessione alla costruzione del genere e della sessualità (Ringrose et al. 2013; Scarcelli 2020); sulle dimensioni di genere delle rappresentazioni e autorappresentazioni della maschilità e della femminilità (Marshall et al. 2020; Caldeira 2021) e sull’uso di piattaforme per l’espressione personale e il supporto sociale, in particolare per le donne e le persone LGBTQ+ (Tortajada et al. 2021). Il tempo gioca un ruolo chiave nella lettura del fenomeno. Le temporalità digitali, caratterizzate da immediatezza, contatto costante - ma anche da improvvise possibilità di disconnessione - favoriscono la permanenza e l’evanescenza dei contenuti scambiati, ridefinendo il tempo della relazione e, di conseguenza, le pratiche di intimità. Sono stati realizzati 6 focus group con persone di età compresa tra i 16 e 18 anni delle scuole secondarie di sei città in tre diverse regioni italiane (Nord/Centro/Sud). Per consentire ai/alle partecipanti di esprimersi e riflettere su argomenti sensibili come la sessualità, l'intimità e l’identità di genere i focus group utilizzano i moodboard come metodi di elicitazione visiva (Spawforth-Jones 2021). I risultati dei focus group sono stati successivamente discussi con il gruppo delle/dei Young Researchers per interpretare il contenuto. Infine sono state condotte, sempre in Italia, 60 interviste semi-strutturate che hanno coinvolto ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, con generi e orientamenti diversificati.I risultati descrivono un'ampia gamma di pratiche digitali particolarmente interessanti se analizzate in una prospettiva temporale, quali: l’evoluzione nel corso della adolescenza delle autorappresentazioni di genere sui social media; il ruolo dei media digitali nelle diverse fasi delle relazioni intime e affettive; la fruizione e lo scambio di contenuti intimi tramite smartphone e/o Internet; il monitoraggio costante di altri significativi reso possibile anche dalle funzioni di geolocalizzazione; le pratiche di ricerca e condivisione di informazioni riguardanti questioni di genere o sessuali e la fruizione di contenuti erotici e pornografici in relazione alle diverse fasce di età ed esperienze intime maturate. Ciao maschi. Emozioni, resistenze temporali e nuove corazze identitarie nell’epoca della crisi della mascolinità 1: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia; 2: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Nell’epoca del capitalismo impaziente (Sennett 2006) e della modernità liquida (Bauman 2000), l’accelerazione dei ritmi di vita e la contingenza delle crisi – economiche, sanitarie, ecologiche e geopolitiche – minano profondamente la "sicurezza ontologica" (Giddens 1990), quel senso di stabilità identitaria che un tempo trovava fondamento nella prevedibilità delle routine e nella solidità delle istituzioni sociali. In particolar modo negli uomini, questo fenomeno alimenta la percezione di una "crisi della mascolinità" (Faludi 1999; Kimmel 2013) che si manifesta anzitutto come disallineamento temporale: i tradizionali modelli di virilità appaiono come relitti storici incompatibili con il presente, mentre nuove aspettative sociali incalzano senza fornire coordinate chiare ai giovani di oggi. Questo spiega perché molti discorsi sulla crisi maschile oscillano tra la celebrazione retorica di una mascolinità tradizionale, ormai difficile da incarnare, e la ricerca di nuovi modelli che rispondano alle richieste del presente, senza rinunciare completamente a un riconoscimento identitario radicato in una continuità temporale. In questo contesto, la cosiddetta manosphere (Nagle, 2017; Ging 2017), e in particolare i gruppi di attivismo per i diritti maschili, emerge come laboratorio affettivo dove giovani uomini (18-29 anni) elaborano risposte affettivo-discorsive alla pressione temporale della modernità accelerata (De Boise 2017; Allan 2015). Contrariamente allo stereotipo della mascolinità stoica e inespressiva (Seidler, 1989), questi spazi digitali offrono a molti uomini un'arena dove indossare la corazza identitaria del genere per fronteggiare l'ansia di un'età adulta emergente caratterizzata da transizioni irregolari e precarietà strutturale (Farci 2024) . La crisi non viene semplicemente subita, ma attivamente negoziata attraverso strategie di resistenza temporale: da un lato, un ritorno essenzialista che naturalizza i ruoli di genere come "habitus" (Bourdieu 1977), presentandoli come verità biologiche fattuali da recuperare; dall'altro, una retorica nostalgica che interpreta i cambiamenti sociali – particolarmente l'emancipazione femminile – come minacce all'ordine temporale "naturale", rafforzando un'identità collettiva vittimizzata contrapposta a un "loro" (donne e femministe) costruito come causa del disagio (Ahmed 2004). A partire da questo quadro teorico, obiettivo del presente lavoro è comprendere come la percezione accelerata del tempo sociale influenzi l'espressione e la mobilitazione delle emozioni negli spazi digitali dell’attivismo per i diritti maschili. In particolare, la ricerca esplora: quali emozioni (nostalgia, rabbia, ansia, frustrazione) spingano i giovani uomini verso questi spazi digitali; quali contenuti risuonino emotivamente con il vissuto di precarietà e disallineamento temporale dei partecipanti, rafforzandone il senso di appartenenza; come le emozioni siano strategicamente mobilitate per costruire una continuità biografica, in risposta all’accelerazione sociale e alla frammentazione delle traiettorie di vita; come queste configurazioni affettive contribuiscano a definire una mascolinità oscillante tra resistenza al cambiamento e ricerca di nuovi modelli identitari (Farci 2022; Farci, Righetti 2019). Per sondare queste dimensioni di analisi, sono state condotte interviste in profondità con dieci partecipanti attivi di pagine Facebook italiane che trattano temi convenzionalmente legati alla manosphere, selezionati attraverso una snowball sampling. L'analisi tematica dei dati raccolti permetterà di comprendere come le complesse, e spesso contraddittorie, negoziazioni emotive all'interno di questi ambienti rappresentino un elemento cruciale per capire come gli uomini interpretano e reagiscono allo spaesamento temporale causato dalla crisi del maschile. Discriminazione e resistenza nel mondo del lavoro: uno studio sulla comunità digitale r/childfree Università degli Studi di Messina, Italia Lo studio, realizzato nell’ambito del progetto ****, esplora il fenomeno delle scelte non riproduttive (childfree) attraverso una prospettiva di genere, indagando le implicazioni sociali e professionali vissute da coloro che decidono di non avere figli (Gillespie, 2000; Moore, 2014; Park, 2002; Veevers, 1980). Si analizzano, in particolare, le discussioni nella comunità digitale r/childfree su Reddit, uno dei forum più rilevanti sul tema, mettendo in luce le sfide strutturali e culturali affrontate dai lavoratori childfree, con un focus sulle discriminazioni di genere e sulle asimmetrie nelle aspettative lavorative (Goldscheider et al., 2015; Serri et al., 2019). La progressiva mercificazione del tempo privato (Harvey,1989) subordina sempre più frequentemente il tempo libero alle esigenze del mercato del lavoro. Questa tendenza si inserisce in quella che viene definita la “società dell’accelerazione” (Rosa, 2015), in cui la compressione dei tempi di vita genera uno stress costante e una precarizzazione delle esperienze quotidiane. All’interno di molte organizzazioni, il confine tra tempo di vita e tempo di lavoro risulta sempre più sfumato, determinando una crescente pressione temporale, che spesso penalizza coloro che non si conformano ai modelli normativi del lavoratore-genitore (Hochschild, 1997; Gerson, 2011). L’indagine ricostruisce le dinamiche di discriminazione e sovraccarico lavorativo di uomini e donne childfree, evidenziando come le trasformazioni economiche e culturali contemporanee abbiano rafforzato un modello di produttività basato sulla costante disponibilità lavorativa (Wajcman, 2014). Metodologicamente, lo studio si avvale di un’etnografia digitale (Sumiala & Tikka, 2020) e di un’analisi tematica, condotta manualmente e con il supporto del software Nvivo (Jackson & Bazeley, 2019). L’osservazione non partecipante del subreddit r/childfree, svolta tra luglio e dicembre 2024, si è focalizzata sulle narrazioni relative alle discriminazioni lavorative. A questa fase è seguita l’analisi tematica di 1.448 commenti, che ha permesso di classificare i contenuti in tre macrocategorie: discriminazione sul lavoro, dinamiche professionali e lavorative e commenti irrilevanti (Saldaña, 2021). I risultati rivelano che i lavoratori e le lavoratrici childfree sono frequentemente percepiti come più disponibili per straordinari e incarichi extra, una supposizione che ignora i loro impegni personali e contribuisce a una distribuzione iniqua del carico di lavoro (Budig & England, 2001). Le donne childfree, in particolare, affrontano ostacoli significativi, poiché la loro scelta amplifica le disuguaglianze di genere già presenti nei contesti professionali (Hochschild & Machung, 2012). Un aspetto centrale emerso dall’analisi riguarda il work-life balance, elemento essenziale per i lavoratori childfree, i quali considerano il proprio tempo libero una risorsa fondamentale per il benessere individuale, il riposo e la coltivazione di interessi extra-lavorativi. Tuttavia, numerosi utenti del subreddit riportano di essere frequentemente sovraccaricati di straordinari, turni extra e incarichi aggiuntivi, poiché i colleghi e le colleghe con figli vengono ritenuti meno disponibili. Questa dinamica si fonda sulla presunzione che chi non ha figli disponga di più tempo per il lavoro, trascurando il valore delle attività personali e la necessità di un equilibrio tra vita professionale e privata. Le misure aziendali volte a conciliare impegni lavorativi e personali tendono spesso a favorire chi ha responsabilità familiari, escludendo chi non rientra in questi schemi, con il rischio di alimentare percezioni di disparità e aspettative implicite di maggiore disponibilità per i dipendenti senza figli (Darcy et al., 2012). Gli utenti auspicano politiche aziendali che non considerino la genitorialità il principale criterio per determinare flessibilità lavorativa (Hobson & Fahlén, 2009). Sottolineano, inoltre, l’importanza di riforme organizzative che valorizzino la diversità delle scelte di vita, promuovendo una cultura lavorativa più equa e rispettosa delle esigenze individuali (Gill, 2012). Tra ricerca e comunicazione: come raccontare le storie delle donne in movimento? Unibo, Italia Che ruolo assume la comunicazione e i processi di disseminazione accademica nei percorsi di ricerca sociologica sulla migrazione? Quali sono le sfide da affrontare quando ci si relaziona con temi sensibili, persone vulnerabili e narrazioni mediali? Il progetto **** studia le dinamiche di ritorno delle donne provenienti da Marocco e Tunisia, indagando i meccanismi di successo e fallimento che si celano dietro al desiderio del ritorno e ponendo al centro della ricerca il tema dell’agency delle donne migranti. Il ritorno e le categorie ad esso associate - volontario o forzato, successo o fallimento - è un tema che assume significati complessi e a volte contraddittori, tanto più se si tratta di ritorni al femminile. Che siano associati al frame della sicurezza o a quello umanitario, i discorsi della politica e la retorica dei media restituiscono una migrazione tutta al maschile. Le donne risultano per lo più invisibili, o laddove presenti, soggette a stereotipizzazione dei ruoli: domestica, prostituta, madre, moglie, velata. Proprio per dare più visibilità al lato femminile della migrazione, che spesso è associata anche a scelte di innovazione sociale e imprenditorialità delle donne, oltre che a diventare agenti di cambiamento ed intermediarie nei processi di ritorno, il progetto **** ha posto al centro le attività di comunicazione e disseminazione artistica, che hanno quindi affiancato il processo di ricerca sin dalle prime fasi. Questo ha determinato l’apertura di una riflessione etica e metodologica su come raccontarsi durante il processo di ricerca e su quali strumenti fossero necessari per incidere sulle modalità di narrazione della migrazione femminile di ritorno. Ne sono emersi strumenti di comunicazione e disseminazione che hanno permesso di riflettere ulteriormente sul tema dell’agency delle donne nei processi migratori di arrivo e ritorno e sul ruolo che l’università assume (o può assumere) per far emergere più corrette narrazioni e migliori politiche pubbliche, di ciò che studia ma anche di come agisce nella ricerca. Tutto ciò ha permesso di affiancare ai risultati accademici tipici della ricerca sociale, risultati comunicativi raggiunti attraverso gli account social di progetto, così come strumenti di disseminazione artistica co-costruiti e linee guida operative co-prodotte con enti che operano nell’innovazione sociale sui temi di imprenditività ed imprenditorialità migrante e di genere, ispirati da un approccio post coloniale e femminista. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 07: Pratiche e literacy dell'IA Luogo, sala: Aula 7 (A1-G) Chair di sessione: Giovanni Boccia Artieri |
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Learning to use/through the use of ChatGPT: the AI literacies of Italian students 1: Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia; 2: Università di Milano Bicocca As with other new technologies, children and young people have been eager early adopters of Generative AI tools since the release of ChatGPT in November 2022. Research worldwide has documented the most common uses of GenAI tools among this age group, as well as their expectations and fears for the future. For example, young people in the US tend to engage with textual Gen AI more than image- or video-based GenAI, and they do so mainly to get assistance with their homework or to escape boredom (Madden et al., 2024). However, research is still sparse and mainly descriptive, leaving room for unsubstantiated public discourses that either reproduce the commercial hype around the revolutionary opportunities opened by Gen AI; or replicate media panics around the harmful negative effects for children and young people, as if students’ cheating in school, adolescents’ mental health problems, and disinformation campaigns, were only determined by Gen AI. Moreover, the question of young people’s AI literacies is still underexplored. This presentation reports on interviews with 15 13-to-17-year-olds in Italy, as part of a qualitative comparative research across 13 European countries (Austria, Czech Republic, Estonia, Ireland, Italy, Latvia, Luxembourg, Norway, Poland, Portugal, Serbia, Spain, the UK). The in-depth interviews were conducted both in person and online, to a diverse sample of adolescents in terms of gender, age balance, school type, socioeconomic status, urban or rural area. We examine the AI literacies of young people, and prerequisites and barriers to developing AI knowledge and skills (including individual resources and vulnerabilities, and structural enablers and barriers, Helsper, 2021). Informed by a conceptualisation of digital literacy as consisting of knowledge and skills elements as well as functional and critical aspects (Smahel et al., 2024), we define AI literacy as the combination of critical skills and knowledge about how Gen AI works. The findings confirm that AI literacy consists of both functional and critical skills and knowledge, and is influenced by age and context. Adolescents use GenAI primarily for schoolwork, especially to help them with writing tasks or to support them in appropriating difficult concepts or summarising long texts. By contrast, they tend to distrust GenAI when it comes to solving math problems. Accordingly, many interviewees understand ChatGPT as a direct replacement for search engines. Adolescents learn to use GenAI by themselves, through a learning by doing process; or via informal learning practices - including word of mouth, or videos on Instagram or TikTok. Only occasionally they are introduced to positive uses of ChatGPT and other tools by teachers. Family discussions on GenAI, instead, remain sporadic and parents do not play a significant role in scaffolding adolescents’ skills. their skills and knowledge around GenAI is unevenly distributed. While most interviewees share a basic understanding of GenAI capabilities as stemming from internet data, they tend to lack foundational technical knowledge or awareness of underlying mechanisms, and ignore risks related to datafication or algorithmic bias. As a result of limited AI literacy, when presented with hypothetical scenarios, adolescents reproduce dystopian discourses, with reference to the risk of disinformation and a totally AI-fabricated reality, cognitive disempowerment (where increased reliance on Gen AI may undermine critical thinking and independent problem-solving skills), and automation replacing human roles and decision-making. In conclusion, our study highlights how adolescents’ engagement with GenAI is shaped by diverse and fragmented learning pathways, with home, school, and social media representing potential educational loci offering uneven but equally insufficient support. Our findings contribute to the debate on the need for comprehensive AI literacy education that promote critical, ethical, and informed engagement with GenAI. Imparare senza appartenere? I “pubblici di pratica” dell’IA generativa visuale Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche I modelli di intelligenza artificiale generativa creano nuovi contenuti testuali, visivi e sonori. I progressi tecnologici hanno reso i prodotti generati dall'IA sempre più difficili da distinguere da quelli umani, e la loro rapida diffusione ha favorito applicazioni che spaziano dalla ricerca accademica ai contenuti politici. Per analizzare le pratiche legate all’uso dell’IA generativa e alla circolazione dei suoi output, proponiamo il concetto di pubblici di pratica. Li definiamo come formazioni sociali effimere che si aggregano attorno a un tema, connesse dalle infrastrutture sociotecniche dei social media e delle piattaforme digitali. La visualizzazione delle relazioni tra input e output nei sistemi sociotecnici, come l’IA generativa o i sistemi di raccomandazione, rende possibile l'apprendimento reciproco e la comprensione condivisa. I pubblici di pratica si formano attraverso interazioni con i sistemi sociotecnici: la creazione di contenuti e la loro circolazione nei media digitali. Piuttosto che organizzarsi attorno a un punto focale come un marchio o un tema, questi pubblici emergono dalla visibilizzazione della pratica, ad esempio mediante la condivisione di coppie input-output di IA generative sui social media. Nel caso dell’IA generativa, l’input testuale (o prompting) deriva da conoscenze individuali e collettive. La generazione di contenuti avviene attraverso la formulazione di prompt e la regolazione di parametri tecnici. L’output di un sistema GAI—da solo o insieme al suo prompt—riflette dunque competenze, convenzioni e contesti di produzione: un'immagine generata dall'IA rivela norme situate e preferenze estetiche, come ad esempio una predilezione per il fotorealismo rispetto ad altri stili. Quando condivise sui social media, queste immagini e i loro prompt diventano strumenti di apprendimento e contribuiscono alla costruzione di un quadro interpretativo per i contenuti futuri. I sistemi di IA generativa rendono la pratica visibile, favorendo l’apprendimento collettivo e la negoziazione delle interpretazioni attraverso la circolazione online degli output. La generazione di contenuti e l’interazione con l’IA costituiscono pratiche comuni che ricordano le tradizionali comunità di pratica (Warner, 2002), contribuendo allo sviluppo di un linguaggio condiviso e permettendo una negoziazione collettiva riguardo gli usi e le norme che circondando l’IA generativa. Qui, l’attenzione non è solo sulle formazioni sociali, ma su come gli output della GenAI incarnino la pratica. Attraverso un’analisi con metodi digitali cross-piattaforma (TikTok, Reddit e Twitter/X), descriviamo qualitativamente l’emergere dei pubblici di pratica attorno all’IA generativa visuale. Mostriamo come la creazione, la condivisione e la valutazione delle immagini artificiali siano modellate da strutture sociotecniche e norme, dagli usi degli utenti ai loro immaginari. Analizziamo queste pratiche rispetto alle piattaforme, alle affordance tecnologiche, e alle estetiche e ai discorsi influenzati dai modelli generativi visivi. Utilizzando metodi digitali, adottiamo approcci di raccolta dati nativi (Caliandro et al., 2024) per esplorare come le visualità e le pratiche generative varino nei diversi contesti (Niederer & Colombo, 2024). I risultati mostrano che le interazioni su Reddit, TikTok e Twitter sono più frammentate rispetto alle comunità stabili. Questi spazi strutturano pubblici di pratica, dove conoscenza e apprendimento collettivo si sviluppano e vengono negoziati attraverso le specifiche ‘grammatiche’ e ‘vernacoli’ di ciascuna piattaforma, considerando sia gli strumenti di IA generativa, che producono immagini artificiali tramite prompt, sia le infrastrutture sociotecniche che ne regolano la circolazione. Il nostro contributo è duplice: 1) esaminiamo usi, pratiche e circolazione delle immagini generate dall’IA; 2) introduciamo il concetto di pubblici di pratica per spiegare come le interazioni con i sistemi sociotecnici plasmino formazioni sociali ad hoc, favorendo apprendimento e interpretazioni condivise. Discutere di Ultima Generazione con ChatGPT: potenzialità e limiti dell’IA generativa nel dibattito democratico Università Cattolica di Milano, Italia L’intervento dà conto dei risultati di un esperimento volto a valutare le potenzialità dell’uso dell’IA generativa nel dibattito democratico per promuovere la comprensione della complessità di questioni pubbliche controverse – nello specifico, la valutazione politica dell’attivismo performativo del movimento ambientalista Ultima Generazione. L’esperimento, svolto nel 2024 e ispirato all’uso dei “serious games” nella ricerca sociale (Greenblat 1971), è consistito in una serie di focus group in cui gruppi di giocatori (selezionati tra gli studenti dei corsi di laurea in Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) si sono confrontati ludicamente con GPT-4° con interfaccia vocale, difendendo e poi criticando le azioni di Ultima Generazione. Alla fine del gioco, giurie con differenti competenze (studenti, scienziati politici, esperti di IA con background sociologico) hanno assegnato un punteggio agli scambi comunicativi, confrontandosi tra loro e con i giocatori sulle ragioni della propria scelta e proclamando un vincitore. L’obiettivo dell’esperimento consisteva nell’analizzare criticamente le implicazioni delle interazioni con l’IA Comunicativa per il discorso democratico da tre punti di vista: (1) la forma assunta dai dibattiti pubblici su temi controversi, così come strutturata dall’IA; (2) le strategie retoriche e ideologiche messe in atto dall’IA; e (3) il contributo dell’IA alla comprensione, da parte dei partecipanti, della complessità delle questioni controverse. I risultati suggeriscono, innanzitutto, che ChatGPT tende a strutturare il discorso politico all’interno dei confini della razionalità e della cortesia formale (Lakoff, 1973), mettendo temporaneamente in scena una sorta di ideale sfera pubblica habermassiana. Mentre tale approccio risulta più apprezzato rispetto agli scambi accesi tipici dei talk show, i partecipanti sottolineano come la natura non umana dell’AIA si traduca in un ragionamento privo di empatia ed esperienza incarnata, in ultima istanza inadeguato nei dibattiti politici (Papacharissi, 2010, 2015). In secondo luogo, e nonostante la messa in scena di una situazione comunicativa ideale, i partecipanti hanno individuato diverse strategie discorsive “problematiche” adottate da ChatGPT. E’ il caso ad esempio della strutturazione tendenziosa del campo semantico dei concetti usati nel dibattito, come avviene per l’uso del termine “violenza” per gli atti di disobbedienza civile tipici di Ultima Generazione. Queste strategie evidenziano come operazioni persuasive poco trasparenti, scollegate dal “regime di verità” (Foucault, 2012), possano infiltrarsi in dialoghi che, in apparenza, mirano alla comprensione reciproca. Infine, riguardo al “potenziale epistemico delle opinioni contrastanti” nella sfera semi-pubblica (Habermas, 2023), il contributo di ChatGPT e quello dell’esperienza ludica nel suo complesso sono stati valutati diversamente. Da una parte, infatti, ChatGPT è stato considerato di scarsa utilità per l’ampliamento della conoscenza dei partecipanti sul caso di UG: i partecipanti hanno descritto l’IA come una sorta di “motore di ricerca per il senso comune” che riproduce acriticamente le opinioni dominanti sui movimenti ambientalisti. D’altra parte, però, il confronto pubblico dei giocatori e delle giurie con l’AIA, è stato apprezzato come un valido modo per condividere, e attivare nel discorso politico, conoscenze, opinioni, e punti di vista differenti. Terzo settore e IA, sfide e opportunità teoriche ed empiriche da una ricerca sul campo nel Nord-Italia. 1: Università di Roma Tor Vergata, Italia; 2: Ischire Considerando la partecipazione in tutti i campi della sfera sociale come strettamente connessa a questioni di potere e disuguaglianze (Carpentier, Wimmer 2024), essa costituisce una delle principali sfide per la realizzazione e la sussistenza dei processi democratici e per il superamento dei crescenti livelli di disuguaglianza nell'attuale epoca di disgregazione sociale e della sfera pubblica (Bentivegna, Boccia Artieri 2022, Bruns 2023, Bulchotz et al. 2024, Reckwitz 2021). Guardando al contesto italiano, ci concentriamo sui corpi intermedi della sfera pubblica (nello specifico gli enti del Terzo Settore, ETS) per riflettere sul loro ruolo e sulla loro capacità di partecipazione critica nei e attraverso i media, incorporando in questi ultimi la crescente presenza dell'IA. Gli ETS costituiscono realtà-cerniera che storicamente tutelano la coesione sociale, intervengono nella formazione delle comunità e rappresentano le istanze dei gruppi sociali più vulnerabili (persone con disabilità, ecc.) presso le istituzioni e gli organi politici (UnionCamere 2024). In tal senso, questi possono giocare ancora un ruolo chiave nella complessa interazione tra l'adattamento della politica agli sviluppi e ai bisogni della società e l'adattamento della società alle decisioni politiche che ne derivano, relativamente alle capacità di intervenire sulla riflessione e la risonanza democratica della società (Rosa 2022). Alla luce delle già note risorse precarie e la limitata strategia di comunicazione di questi attori, ma in particolar modo del loro potenziale di cambiamento culturale (Peruzzi, Volterrani 2016), esploriamo che tipo di approccio hanno adottato nei confronti dell'IA e quali potenzialità e rischi per il futuro derivano da questa relazione. Problematizzando la prospettiva che reputa l'IA come “benefica per tutta l'umanità”, visione propria dell’approccio anglo-americano (Gebru, Torres 2024), intendiamo esplorare la conoscenza algoritmica (Cotter, Reisdorf 2020) degli ETS in relazione alle implicazioni per la comunità a cui si rivolgono e che vorrebbero contribuire a fortificare considerando la difficoltà strutturale del sistema delle piattaforme in riferimento alla solidarietà (Couldry 2024). Poiché le piattaforme digitali non cambiano la vita umana da sole, ma il loro funzionamento e significato è sempre negoziato dagli individui attraverso combinazioni continue di processi di creazione di significato e sviluppo tecnologico (Couldry, Hepp 2017), è dirimente considerare le percezioni e le capacità degli ETS di impiegare l'IA nei loro processi di pianificazione e formazione interni/esterni. Utilizzando un approccio di Critical Data Studies (ad esempio Markham, Pronzato 2023; Medrado, Verdegem 2024), questo studio esplorativo è stato condotto attraverso note di campo in una serie di workshop di persona, un sondaggio online e interviste di follow-up in profondità con più di 100 diversi ETS nel Nord Italia dall'agosto 2024 al gennaio 2025 (Burrell 2024, Bradbury 2024, Huang, Chen 2024). Questi erano specializzati in diverse aree del lavoro sociale e impiegati in vari settori, dalla comunicazione all'ospitalità. I primi risultati rivelano un'iniziale diffidenza, resistenza e sfiducia che vanno nella direzione di appiattire le capacità tecniche di adozione e utilizzo degli strumenti. Nonostante il rischio di non diventare “comunità epistemiche per la sicurezza dell'IA” (Ahmed et al. 2024) ma solo pragmatiche, il processo iterativo di accompagnamento degli strumenti sembra affermare che la svolta partecipativa nell'uso dell'IA (Young et al. 2024, DiPaola et al. 2024) è in grado di restituire centralità all'educazione civica come pratica critica e sperimentale che promette di trasformare o riportare ad essere gli ETS incubatori e vettori di partecipazione scalare nei territori. Intelligenza artificiale nella salute e nella cura: analisi degli immaginari istituzionali Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Nell’ambito degli studi STS (Bijker et al., 1989; Mackenzie & Wajcman, 1999), è stato ampiamente evidenziato il ruolo degli immaginari nello sviluppo tecnologico fornendo cornici interpretative e influenzando i percorsi di innovazione tanto nella produzione quanto nel consumo (Bakiner, 2023; Sartori & Bocca, 2023). La loro analisi può quindi condurre, a ritroso, a comprendere meglio lo scenario e le direttrici entro cui le tecnologie vengono progettate e proposte. Diversi studi si sono occupati di indagare gli immaginari dell’Intelligenza Artificiale (IA) in documenti istituzionali quali l’AI Act UE e le policy nazionali, a livello generale o in specifici settori come quello della salute e della cura (Bareis & Katzenbach, 2022; Corsi & D’Albergo, 2024; Hoff, 2023; Sartori & Bocca, 2023; Tucker, 2023). Il presente contributo si inserisce in questo dibattito, analizzando gli immaginari e le cornici narrative presenti nei documenti istituzionali italiani che riguardano l’intersezione fra salute, cura e IA. La ricerca ha riguardato i documenti di istituzioni pubbliche nazionali rilasciati negli anni 2022-2024, in particolare la Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026, il Modello predittivo 2.0 del Ministero della Salute, il Monitor 47 di AGENAS. È stata effettuata un’analisi del discorso codificando le macroaree narrative su evoluzione tecnologica (continuità/rottura, obiettivi, funzioni), attori coinvolti, dimensione temporale (accelerazione/decelerazione, archi temporali), dimensione spaziale (luoghi della cura), dimensione riflessiva (etica, rischi). I risultati preliminari mostrano che l’IA è immaginata come una forza rivoluzionaria, in grado di ottimizzare i processi, supportare la programmazione, migliorare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Si tratta di un processo inevitabile: non si pone in questione se ma come adottare sistemi di IA. Gli attori coinvolti sono molteplici: autorità pubbliche, Pubblica Amministrazione, enti che si occupano di salute, formazione a tutti i livelli (scuole e università). Le istituzioni sono presentate come l’ente guida, promotore, regolatore e connettore. Gli orizzonti temporali sono a breve termine (attivazione di progetti e misure immediate) e medio/lungo termine (soprattutto per la ricerca). Il senso di urgenza è acuito dalla definizione delle politiche per l’IA come un “bersaglio mobile”, ovvero oggetto di costante revisione. I progetti concretamente finanziati sono ancora limitati. Per la sanità nazionale il principale è dedicato all’IA applicata al supporto dell’assistenza primaria nell’ambito dell’elezione della casa come luogo di cura, in particolare per pazienti cronici e over 65, pensando i servizi assistenziali in modo integrato. L’approccio è quello “One Health” in cui si sostengono prevenzione, stili di vita sani, cura delle persone fragili. Rispetto alla dimensione riflessiva, nella Strategia Italiana appare la consapevolezza di una non neutralità della tecnologia, con l’esigenza di produrre una IA che colga le specificità del contesto culturale italiano con soluzioni non proprietarie e con la visione antropocentrica propria dell’Unione Europea. Vi è consapevolezza dei rischi, ad esempio omogenizzazione culturale, digital divide, disuguaglianze sociali, inefficacia dei progetti. Nell’ambito della salute si deve prestare attenzione allo sviluppo di LLM etici, senza “allucinazioni”, proteggendo il diritto degli autori e rendendo disponibile la tracciabilità dei contenuti. L’immaginario risente del dibattito più recente (es. su bias e rischi dell’IA) e del contesto culturale europeo (istituzioni come regolatore vs deregulation). Nella Strategia Italiana salute, cura, benessere, impieghi sociali dell’IA hanno un peso marginale rispetto all’ampia attenzione dedicata al settore delle imprese. La limitatezza dei KPI di valutazione in particolare rispetto all’impatto sociale sui processi di cura e salute lascia trasparire la mancanza di un collegamento fra immaginari e pratiche, su cui invece sarebbe auspicabile una maggiore connessione anche in relazione alle sfide demografiche del nostro Paese. In relazione al tema della conferenza, questo studio offre una prospettiva critica su come le istituzioni pubbliche stiano incorporando e comunicando l’innovazione tecnologica in ambito sanitario e assistenziale. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 08: Scuola, università e sistemi educativi Luogo, sala: Aula 11 (A0-B) Chair di sessione: Roberto Serpieri |
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Innovazione Sociale in Accademia: riflettere su Fast e Slow Academia attraverso la produzione di artefatti 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Padova, Italia La cultura accademica contemporanea esige habitus rapidi e frenetici, spesso espressi attraverso metafore quali il celebre publish or perish, che enfatizzano la performance, i risultati e l’efficienza ai massimi livelli (Boynton 2021). Il declino del principio di acquisizione lenta della conoscenza rivela sempre più un’università dominata da accelerazione sociale e logiche mercantili, piuttosto che un’istituzione culturale capace di incarnare lentezza, profondità e riflessione (Eriksen e Visentin 2024). Le principali conseguenze sono la standardizzazione, l’eccesiva attenzione ai risultati quantitativi (Pardo-Guerra 2022), gli effetti sulla salute mentale e sul benessere degli accademici (Evans et al. 2017; Levecque et al. 2017; Martell, 2020; Padilla-González e Londoño, D. 2022), le disuguaglianze e la discriminazione nei confronti dei gruppi vulnerabili (Ahmed 2012). Tra questi, le donne sono una delle categorie più colpita dall’accelerazione accademica subendo frequentemente pratiche di sfruttamento e ingiustizia, che causano episodi o periodi di abuso (o auto-abuso: Coin 2018), precariato, quitting e disturbi di salute mentale (Coin 2017; Osbaldiston et al. 2019; Minello 2021). Come reazione, si sono sviluppate molte ricerche e riflessioni critiche afferenti agli studi femministi e di genere che si concentrano sulla Slow Academia e i concetti di cura collettiva, collaborazione e fiducia (Mountz et al. 2015; The Care Manifesto 2020; Bali e Zamora 2022). Vi sono poi ricerche sull’innovazione sociale nel settore educativo (Elliott 2013; Loogma et al. 2013; Benneworth e Cunha 2015; Rivers et al. 2015; Schröder e Krüger 2019; Kumari et al. 2020; Behrend et al. 2022), che invece riguardano varie pratiche di insegmanento, ricerca e comunicazione, accomunate dall’obiettivo di democratizzare l’accesso alla conoscenza, ridurre le discriminazioni legate alla disuguaglianza sociale degli studenti e combattere il divario di genere. Infine, soprattutto a seguito della pandemia da Covid-19, sono aumentate esperienze di pratiche alternative al lavoro accademico (Byron 2021; Gachago et al. 2021, Ganugi e Marocchini 2025) con l’obiettivo di connettere accademici appartenenti a contesti territoriali e universitari diversi, diffondendo un approccio più sostenibile al lavoro. Gli approcci slow e fast non sono necessariamente escludenti. È possibile trovare un equilibrio tra i due, adottando pratiche che favoriscano sia la produttività che il benessere. La scelta tra i due dipende spesso da contesto istituzionale, disciplina di riferimento, posizione accademica ricoperta e scelte individuali. Questo contributo mira a riflettere su queste pratiche, indagando il significato del lavoro accademico per le donne e l’impatto che gli eventi della vita hanno sulla loro carriera accademica e sulla conciliazione vita-lavoro. Un ulteriore obiettivo è favorire una riflessione critica e un discorso collettivo riguardo al lavoro in accademia, mostrando i diversi approcci possibili e la necessità di includerli e accettarli. Elaborando la letteratura presentata e altri lavori in cui le autrici sono parallelamente coinvolte, viene presentato un progetto di ricerca che raccoglie storie individuali e riflessioni collettive, applicando una tecnica creativa di ricerca sociale, basata sulla produzione di artefatti (Makela 2007; Giorgi et al. 2021). Nel corso del 2025, questa tecnica viene applicata allo svolgimento di più workshop, coinvolgendo donne in diversi ruoli accademici. La produzione di artefatti permette di attivare strategie di comunicazione non basate sulla parola, permettendo alle partecipanti di acquisire consapevolezza riguardo alla propria condizione ed esprimere aspetti personali, anche emozionali, in un contesto diverso da quello di un’intervista o focus group tradizionali, che rischierebbero di riprodurre le stesse relazioni di squilibrio esperite in accademia (Caretta e Vacchelli 2015; Vacchelli 2017). I risultati dei workshop riportano informazioni sulle storie di vita di accademiche donne e, allo stesso tempo, dati su pratiche accademiche socialmente innovative, contribuendo a un cambiamento culturale, che richiede un ripensamento di priorità e pratiche consolidate, ma che potrebbe portare a un’accademia più inclusiva, creativa e socialmente responsabile. Alla ricerca di un percorso di vita. Universitari tra studio e lavoro Università di Roma Tre, Italia Il paper presenta i primi risultati di una ricerca sul percorso dei giovani universitari, rilevati attraverso l’osservazione dei loro comportamenti e orientamenti e della loro progettualità. Un’attenzione specifica è stata rivolta a quanti di loro conciliano studio e lavoro. Nella loro esperienza universitaria, i giovani tendono a provare esperienze lavorative in alcuni casi anche con l’effetto di ritardare la conclusione del percorso di studi o di interromperlo del tutto (Triventi e Trivellato 2015). La figura dello studente lavoratore diventa sempre più presente anche in conseguenza dell’introduzione di forme di didattica integrata fruibile che da un lato ha stravolto il “ritmo accademico” (Colombo, Poliandri, Rinaldi, 2020), dall’altro lato può migliorare l’offerta esistente integrando metodologie e linguaggi d’insegnamento (Salmieri, Visentin, 2020). Tuttavia il sistema dell’educazione terziaria non ha modificato la sua struttura tradizionale, così la policy legata alla centralità degli studenti rimane spesso un esercizio di retorica (Harvey 2018). A dispetto del dibattito sulla qualità dell’insegnamento universitario in Europa (Keeling 2006) e del sistema di qualità introdotto dal processo di Bologna che invita a promuovere la missione accademica della didattica con una specifica attenzione (Marra, Moscati 2018). La resistenza al cambiamento è da attribuirsi alla chiusura verso metodologie di insegnamento, alla scarsa condivisione e pianificazione delle attività didattiche (Pompili, Viteritti 2020) alla crescente burocratizzazione e alla marginalità del peso specifico della didattica nella costruzione delle carriere accademiche (Normand 2016). L'indagine sul campo raccolgie interviste somministra questionariI agli studenti del Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università di Roma Tre. I risultati della ricerca si confrontano con il modello di integrazione accademica (Tinto 1997, Braxton et al. 2005, Larsen et al. 2013). L'analisi rileva l’importanza per gli studenti di costruire reti di relazione tra colleghi e con i docenti per proseguire il percorso universitario e orientarsi nella loro progettualità vocazionale in modo di «accrescere la conoscenza della propria specifica vocazione professionale in armonia con la vita sociale e biografica» (Dewey 2020). Artefatti digitali e pratiche quotidiane. Adolescenti, dirigenti, genitori e insegnanti a confronto 1: Politecnico di Torino, Italia; 2: Hellenic Open University, Grecia Come afferma Judy Wajcman (2015) “il tempo, a quanto pare, è un bene prezioso” e in una società dell’accelerazione ci si confronta con una costante percezione che ci sia “carestia” di questo bene e che la vita di oggi sia più veloce di quella di un tempo. In questa accelerazione e alienazione (Rosa 2015), i social media e, più in generale, le tecnologie digitali si sono radicate sempre più come strumenti abituali di comunicazione, interazione sociale e apprendimento, mediando non solo la vita quotidiana delle nuove generazioni ma, inevitabilmente, anche di quelle più anziane. Molteplici campi sociali, tra cui quello della scuola, vengono integrati dentro sistemi digitali, che se da un lato cercano di semplificare le relazioni, dall’altro ne aumentano la complessità (Albanese 2015). Il presente intervento muove da una serie di interviste strutturate condotte nell’ambito del progetto Europeo Erasmus+ DRONE (Teacher & school leaders training to promote Digital liteRacy and combat the spread of disinfOrmation among vulNerable groups of adolEscents) e rivolte a dirigenti e collaboratori/trici, professori e professoresse, studenti e studentesse e genitori/trici con l’obiettivo di indagare le dinamiche di digitalizzazione nelle scuole secondarie di secondo grado. Queste interviste consentono di cogliere differenti prospettive riguardo la digitalizzazione in relazione con i tempi di vita e di lavoro all’interno delle scuole. Nel caso dei/delle dirigenti, per esempio, emerge la complessità di gestione di differenti tempi che la scuola superiore richiede, tra le emergenze quotidiane e la pianificazione sul medio-lungo periodo. Dal punto di vista dei genitori, invece, si evince la complessità di alcuni strumenti digitali utilizzati a scuola che cambiano la relazione con la stessa. Un esempio riguarda il registro digitale, artefatto che genera reazioni discordanti tra i genitori stessi dal momento che per alcuni tale strumento responsabilizza figli/e e li aiuta a essere diligenti, per altri li de-responsabilizza portandoli a una non curanza. Ancora, nel caso degli/delle adolescenti gli artefatti digitali, come per esempio gli smartphone, diventano parte del loro vivere quotidiano e modificano il loro modo di relazionarsi con differenti mondi, tra cui anche quello scolastico ed educativo. In tal senso, come emerso dalle interviste, se da un lato, gli/le adolescenti utilizzano sempre più gli artefatti digitali per accelerare lo studio e dedicarsi ad altri mondi, dall’altro ci si scontra con alcuni metodi di insegnamento che al contrario ne vietano l’utilizzo, introducendo una contraddizione e tensione costante tra tempi educativi degli insegnanti più scanditi e quelli degli/delle adolescenti più veloci. L’intervento presente, allora, intende comparare le diverse prospettive nel dettaglio, mettendo in luce quelle che sono le pratiche quotidiane (Shove 2009), così come possono essere desunte dalle interviste, e mettendo in luce il ruolo degli artefatti, in particolare digitali, nel contribuire alle pratiche quotidiane e alle loro tempistiche. Educare nella “platform society”: tra interessi privati e valori pubblici Università di Palermo, Italia Negli ultimi decenni, la scuola (come pure l’università) ha attraversato un lungo e mai concluso processo di “crisi” in nome del quale sono state condotte una serie di riforme sempre più chiaramente integrate all’interno di un progetto neo-liberista di economia e società, i cui principi emergono nell’enfasi sul paradigma delle competenze, della competizione, della scelta scolastica e della valutazione come classificazione, un paradigma che si contrappone strutturalmente a ogni modello di educazione e istruzione intesa come promozione dell’uguaglianza, del pluralismo, della partecipazione e della salvaguardia della diversità, (Cappello, Pitzalis, in corso di stampa). L’affermazione di questo paradigma ha creato enormi opportunità di profitto per il settore dell’edu-business tecnologico, ridefinendo di fatto l’esperienza educativa e il significato stesso dell’insegnamento e dell’apprendimento oggi. L’effetto combinato degli investimenti crescenti delle grandi aziende della Rete nel settore educativo (amplificati durante la pandemia Covid) e dei processi di riforma neo-liberisti ha portato alla crescita di un enorme mercato di consumo per hardware, software e servizi online, indirizzando le politiche educative verso soluzioni ed-tech che generano enormi quantità di Big Data e nuove opportunità di profitto su larga scala. Ispirandosi all’ideologia del dataismo (Van Dijck, 2014), i policymakers in molti settori di servizio pubblico – sanità, welfare, istruzione – condividono la convinzione che i Big Data offrano una forma superiore di intelligenza e conoscenza, capace di generare intuizioni prima impossibili, con un'aura di verità, obiettività e accuratezza, tanto da poter essere considerati come ‘the holy grail of behavioural knowledge. Data and metadata culled from Google, Facebook, and Twitter are generally considered imprints or symptoms of people’s actual behaviour or moods, while the platforms themselves are presented merely as neutral facilitators’ (Van Dijck, 2014, p. 199, corsivo in originale). Sebbene si possa discutere se questi sviluppi siano intrinsecamente sbagliati o realmente innovativi, le domande che questo contributo intende affrontare, proponendo l’analisi di alcuni casi di studio in particolare, riguardano la deriva mercificante originata dalla crescente integrazione dell’edu-business tecnologico nell'istruzione, una deriva che ha portato a un’evidente (e forse irreversibile) dipendenza da soluzioni tecnologiche proprietarie, a scapito di soluzioni open source, che consentano l’uso, il riutilizzo e l’adattamento gratuito dei materiali educativi, evitando di dipendere dalle piattaforme digitali di aziende private (Williamson, 2017; Landri, 2018; Selwyn, 2019). Ciò richiama l’attenzione su aspetti critici relativi, per esempio, alla professione e al ruolo sociale dell’insegnante o alla dataveillance, ossia il monitoraggio e il tracciamento costante degli attori coinvolti (insegnanti, alunni, genitori, personale amministrativo, ecc.) mentre interagiscono negli ambienti online (. Ancora più critica è la (ri)definizione del concetto stesso di educazione e la contrapposizione di valori come Bildung versus skills, educazione versus learnification, autonomia degli insegnanti versus automatizzazione dei processi di insegnamenti e valutazione (i cosiddetti teacher bots), istituzioni pubbliche versus piattaforme private. Tutto questo solleva importanti questioni etiche relative a quattro aspetti interconnessi: (a) come questi attori modificano e autoregolano il proprio comportamento (consapevolmente o meno) per conformarsi agli standard stabiliti dagli algoritmi; IA ed Educazione: Un'Indagine Qualitativa sulle Percezioni e l'Uso tra gli Studenti Universitari Università di Udine, Italia L’Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) sta assumendo un ruolo sempre più centrale nell’istruzione superiore, sollevando interrogativi di natura etica, regolatoria ed educativa sul suo impatto nelle varie attività accademiche e nei processi di apprendimento. Sebbene questi strumenti offrano potenziali opportunità per la didattica, resta ancora poco indagato il modo in cui gli studenti li percepiscono e li integrano nella loro quotidianità. Gli studi esistenti si focalizzano principalmente su approcci di tipo quantitativo, trascurando invece quelli di tipo qualitativo, che invece, per loro stessa natura, potrebbero contribuire a fornire un quadro più approfondito delle effettive esperienze, percezioni e motivazioni degli studenti. Per colmare questa lacuna, il presente contributo analizza l’uso della GenAI tra gli studenti universitari attraverso interviste semi-strutturate (N=137) condotte con iscritti a diverse università italiane, prevalentemente situate nel nord-est. Il campione è composto da 85 studentesse, 51 studenti e una persona che si identifica con un genere non binario. Per quanto riguarda il livello di studi, 75 intervistati sono iscritti a un corso di laurea triennale, 52 a una laurea magistrale e 8 a un corso a ciclo unico, mentre due non hanno specificato il proprio percorso accademico. Gli obiettivi conoscitivi del presente studio sono: 1) indagare le motivazioni personali che influenzano l’adozione o il rifiuto della GenAI; 2) esplorare le opportunità e i rischi percepiti legati all’uso nel contesto universitario; 3) analizzare il ruolo delle istituzioni accademiche, tra divieti e regolamentazioni; 4) valutare le implicazioni più ampie della GenAI sulla società, sul mondo del lavoro, sulla creatività e sul pensiero critico. Attraverso domande filtro sono stati individuati tre gruppi di rispondenti: quelli che utilizzano GenAI per attività universitarie (n=73); quelli che la usano esclusivamente per attività personali (n=29); quelli che non la utilizzano (n=35). Le trascrizioni delle interviste sono state analizzate attraverso una codifica manuale, supportata dal software MaxQDA, per individuare e organizzare i temi emergenti. L’analisi ha rivelato differenze significative tra i tre gruppi in termini di percezione, utilizzo e impatto di GenAI. Coloro che la utilizzano per attività universitarie la considerano una risorsa utile per migliorare l’efficienza, la gestione del tempo e la ricerca informativa. La impiegano per ricerche, chiarimenti, riassunti, correzione grammaticale, traduzioni, generazione di idee per paper e tesi, e per creare presentazioni e contenuti grafici. Nonostante riconoscano i rischi e la fallibilità del sistema, la vedono come un'opportunità per il futuro accademico e professionale, auspicando che l’università fornisca linee guida chiare anziché limitarne l’uso. Gli studenti che dichiarano di utilizzare GenAI, ma non per l’università, ne apprezzano il valore per attività quotidiane (creatività, generazione di contenuti, intrattenimento), tuttavia sono cauti riguardo al suo utilizzo accademico, principalmente per motivi etici, di “orgoglio personale” o scarsa utilità percepita. Sebbene abbiano opinioni incerte sull’impatto dell’IA sul lavoro e sulla società, temono una riduzione del pensiero critico, disinformazione e omologazione, e auspicano una regolamentazione che promuova un uso etico e consapevole. Gli studenti che non utilizzano l’IA lo fanno prevalentemente per mancanza di necessità percepita, sfiducia nel sistema, motivi etici, preferenza per metodi tradizionali, mancanza di conoscenza o interesse. Pur considerando un possibile utilizzo futuro, esprimono generalmente una visione scettica. Richiedono restrizioni o divieti nel contesto universitario e temono che l’AI possa avere impatti negativi su società, arte, creatività, cultura, lavoro e pensiero critico. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 09: Immaginari urbani e turistici Luogo, sala: Aula 12 (A1-B) Chair di sessione: Emiliano Ilardi |
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I tempi lenti del turismo alternativo e del cooperativismo di piattaforma: l’esperienza delle cooperative di comunità abruzzesi 1: ENEA; 2: Università degli Studi dell'Aquila, Italia; 3: Legacoop – CulTurMedia; 4: Università degli Studi Chieti–Pescara; 5: Sapienza Università di Roma Il paper dà conto dei risultati di una ricerca-azione svolta con alcune cooperative di comunità abruzzesi, con cui abbiamo co-progettato una piattaforma digitale, “AbiTerrò”, che riflettesse nel design i loro valori e dinamiche sociali, così da comprendere -in una prospettiva emica- le pratiche culturali legate al turismo alternativo e al cooperativismo di piattaforma. Le cooperative di comunità che nascono in contesti marginali come l’Abruzzo (Vendemmia et al., 2021) promuovono il recupero di un tempo meno frammentato e più radicato nella quotidianità dei luoghi (Mori, 2014; Sforzi, Burini, 2020), proponendo attività ricreative non convenzionali e attente alla popolazione locale (Hannonen, 2018; Giampiccoli & Mtapuri, 2021) che favoriscono la condivisione autentica di esperienze (Gursoy et al. 2010; Triarchi & Karamanis, 2017). In questo senso, le cooperative possono essere considerate come comunità di resistenza (Sivanandan, 1981; Aiken, 2015) alle forme di turismo “mordi e fuggi” che dominano la scena globale (Becker, 2016; Neef, 2021). Esse adottano specifiche modalità sia di tutela e promozione del territorio, sia di accoglienza ed ospitalità, che rispondono criticamente all’intensificazione dei flussi turistici nelle grandi città (Triarchi & Karamanis, 2017; Dodds & Butler, 2019), favorita da piattaforme di settore come AirBnb e Booking (Nilsson, 2020; Celata & Romano, 2022). Il cooperativismo di piattaforma ben si presta a questa operazione giacché prova a risignificare la sharing economy sottesa alle piattaforme digitali in termini di maggiore tutela del lavoro, cura delle relazioni umane e protezione dei beni comuni (Papadimitropoulos, 2021; Rose, 2021). Facendo leva sul modello cooperativo tradizionale basato su legami di fiducia, relazioni di lavoro strutturate, e valori condivisi, le sperimentazioni realizzate finora in questo campo hanno provato (non sempre efficacemente, Bunders & De Moor, 2024) ad annodare i valori dell’innovazione sociale e della solidarietà alla profittabilità (Scholz, 2016; Di Maggio, 2019), per allentare la presa del capitalismo digitale, che tende sempre più ad uniformare i tempi e le esperienze delle persone. Questi due framework informano il disegno della nostra ricerca, improntato sulla Design Sociology (Lupton, 2018). Abbiamo applicato il Design Thinking come strategia creativa e collaborativa di risoluzione di problemi reali incentrata sull’utente e orientata alle comunità (Brown, 2019; Goi & Tan, 2021), e il Design Sprint come protocollo operativo per l’identificazione di obiettivi e soluzioni innovative da prototipare e validare con i/le partecipanti (Knapp et al., 2016). Nello specifico, abbiamo organizzato cinque workshop con i/le portavoce di otto cooperative di comunità abruzzesi che, al momento della ricerca, già lavoravano insieme su progetti di turismo alternativo attivati nei borghi di provenienza. L’analisi dei materiali raccolti durante le attività mostra che, nelle fasi iniziali e più “concettuali” del co-design, le cooperative di comunità si posizionano come appartenenti ad un unico territorio, con valori e pratiche condivise internamente che devono poi essere riconoscibili all’esterno. Pertanto, AbiTerrò è pensata sia come un ambiente digitale di backstage che le riunisce e che dà protagonismo alle comunità locali, sia come frontstage rivolto ai/alle guest in entrata, a cui propone un’offerta turistica lenta che favorisce un’immersione rispettosa nella cultura autoctona. Tuttavia, durante le fasi di ideazione, prototipazione e test della piattaforma, emergono difficoltà nel mantenere tale assetto “bifronte”. Entrare nelle maglie dell’architettura e dei meccanismi di funzionamento di AbiTerrò solleva questioni etiche, legali e gestionali tra i/le partecipanti circa la capacità effettiva della piattaforma di rispondere ai fabbisogni della popolazione locale mentre si rivolge ai flussi turistici in entrata. Ciononostante, i valori iniettati nella discussione restano saldamente ancorati alla necessità di evitare forme di consumo bulimico dei luoghi e favorire l’integrazione dei/delle guest nella vita delle comunità locali, allungando il loro tempo di permanenza nei territori e superando così la dicotomia ospite-abitante. Immaginario dell’autenticità e mediatizzazione delle pratiche di consumo nei borghi italiani Università di Urbino, Italia Il dibattito sui borghi delle aree interne italiane ha conosciuto una rinnovata attenzione durante la pandemia da Covid-19, in parte alimentato dal desiderio di fuga dai centri urbani densamente popolati (Fenu 2020, Bindi 2021). Questo contributo si concentra sugli immaginari mediali relativi ai borghi italiani, assunti come caso di studio all'interno della più ampia questione delle aree interne, caratterizzate da marginalizzazione economica e politica (Lucatelli, Luisi, Tantillo 2014). L'obiettivo è individuare le caratteristiche degli immaginari mediali dei borghi, in relazione ai fenomeni di cambiamento sociale e culturale catalizzati e amplificati dall’emergenza pandemica da Covid-19 (Boccia Artieri, Farci 2021, Bartoletti, Paltrinieri, Parmiggiani 2022). Tali immaginari sono strettamente connessi ai criteri di classificazione che valutano l’autenticità dei borghi (Sassatelli, Arfini 2024). Il contributo è rivolto a comprendere il coinvolgimento della categoria di autenticità all’interno di alcuni oggetti mediali, selezionati in ragione delle loro condizioni di produzione e diffusione presso i pubblici (Ciofalo, Pedroni 2022), sono in grado di raccontare l’immaginario dei borghi in modo particolarmente efficace ed influente. La costruzione del corpus di analisi è dunque orientata dal ruolo cardine di alcuni centri di produzione del discorso, tra cui in particolare quelli nati in seguito alla collaborazione tra l’associazione “Borghi più belli d’Italia” e il gruppo Deloitte. Per questa ragione il corpus di analisi è costituito da un cortometraggio prodotto da Deloitte intitolato Presto sarà domani (Placido 2022) e dalle recenti edizioni della trasmissione televisiva “Il borgo dei borghi”, in onda su Rai 3. L’autenticità raccontata da questi oggetti mediali verrà presa in considerazione in quanto dispositivo narrativo di costruzione del valore (Boltanski, Esquerre 2019), ovvero in quanto dispositivo che produce degli effetti sul piano della giustificazione e della legittimazione del valore dell’esperienza che è possibile fare nei borghi italiani, la quale rappresenta un caso particolare di esperienza, nel più ampio campo delle pratiche di consumo turistico (Gemini 2008, Zukin 2008, Urry, Larsen 2011, Sassatelli, Arfini 2017). Il modello prevalente di brevi soggiorni nei borghi promuove non solo la visita al patrimonio storico, culturale e naturale, ma riflette anche una recente tendenza a narrare l’incontro con le comunità locali attraverso registri comici e ironici. Tale rappresentazione mediale contribuisce a veicolare un'idea specifica dell’esperienza offerta dai borghi delle aree interne italiane, trascurando le problematiche legate alla marginalizzazione attraverso la celebrazione di una quotidianità idealizzata. L’analisi delle trasformazioni nei processi di autenticazione osservabili negli oggetti mediali consente di sviluppare una prospettiva critica sulle principali tendenze delle pratiche di consumo turistico nelle aree interne contemporanee, osservando continuità e discontinuità legate ai diversi periodi della pandemia. Cronotopie contese del nuovo turismo urbano. Narrazioni digitali ed esperienza dei luoghi in tre quartieri romani 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: CulTurMedia LegaCoop Le grandi città sperimentano oggi forme inedite e voraci di abitare temporaneo, di norma (ma non esclusivamente) legate al turismo, che generano ricadute critiche sulla qualità della vita dei residenti e sull’esperienza stessa dei visitatori (Dodds & Butler, 2019). A Roma, dopo le aree di interesse artistico, il processo coinvolge quartieri semicentrali in cui da tempo si registrano trasformazioni nella composizione socioeconomica e nelle dinamiche socioculturali. Queste aree attirano i flussi di un nuovo turismo urbano (Roche, 1992), basato sulla ricerca di luoghi alternativi rispetto ai centri storici iperturistificati (D’Eramo, 2017), nei quali è possibile vivere esperienze e ritmi di vita “da residenti” (Füller & Michel, 2014; Mody 2016) – un fenomeno che comprime il mercato residenziale, esacerbando i fenomeni di gentrificazione e inaugurando specifiche modalità di mercificazione del capitale sociale e culturale dei luoghi (Smith, 2005; Novy & Colomb, 2016). Gli studi su piattaforme come Airbnb e Booking evidenziano il ruolo cruciale che queste giocano nell’accelerare tali processi (Nilsson, 2020), operando come attori politici (Parisi, 2018) con ruolo di indirizzo e mediazione algoritmica (Parisi, 2022). Da questo punto di vista, esse partecipano al processo di produzione dello spazio (Lefebvre, 1974) e alla sua governance (Fields et al., 2020), trasformando l’esperienza stessa della città (Caprotti et al., 2022). Il meccanismo di curation algoritmica genera inoltre immagini “sintetiche” della realtà urbana basate su rappresentazioni individuali e collettive negoziate dai meccanismi di piattaforma (Romano et al., 2023), sulle quali le città sono chiamate a modellare le proprie estetiche per non tradire le aspettative dei visitatori. Specifiche porzioni di territorio (una piazza, una strada, un luogo della movida) identificate come maggiormente rilevanti dall’interazione tra utenti e algoritmi (Celata et al., 2020) danno così forma all’identità percepita dei quartieri, orientano lo sguardo del turista e adattando l’immagine dei luoghi a una sensibilità globale (Urry 1990; 2008). A partire da queste considerazioni, il contributo presenta i risultati di una ricerca qualitativa sulle culture urbane in trasformazione in tre quartieri romani situati a ridosso del centro storico – Pigneto, San Lorenzo, Esquilino – la cui popolazione temporanea (Brollo & Celata, 2022) è in decisa crescita, anche per l’effetto di processi correlati (“foodification” e “studentification”, cfr Navarro-Jurado et al., 2023). Gli studi che hanno problematizzato le trasformazioni avvenute in questi quartieri (Parisi, 2014; Carbone & Di Sandro, 2019; Meli & Ricotta, 2022) raramente li inquadrano all’interno della riflessione sulle interferenze delle piattaforme digitali. La ricerca mira a colmare questa lacuna raccogliendo attraverso interviste in profondità il punto di vista di attivisti, associazioni culturali, commercianti, abitanti stabili e temporanei, al fine di identificare gli aspetti attrattivi e problematici dei tre quartieri e il ruolo delle piattaforme digitali nelle trasformazioni in corso, e raccogliere proposte di comunicazione della cultura dei luoghi che possano sensibilizzare a un’abitare temporaneo più consapevole. I primi risultati mostrano che queste aree assumono significati culturali che li collocano in opposizione ai flussi dell’overtourism; sono caratterizzati da un immaginario condiviso che combina memoria storica, creatività artistica, connotazione politica progressista o antagonista e una ampia offerta di luoghi dedicati al consumo (enogastronomia su tutti). I quartieri emergono come unità spazio-temporali in cui il tempo (memoria, storia e identità sedimentata, veicolate dal racconto dei media e dalla selezione algoritmica delle piattaforme) precipita nell’esperienza localmente situata della fruizione turistica e dell’abitare temporaneo. Questi cronotopi (Bachtin 1975), valorizzati dal (re)branding dell’identità dei quartieri, appaiono tuttavia contesi: la coolness che li circonda rende attrattivi i luoghi e le routine quotidiane dei residenti, ma contribuisce alla percezione di un cortocircuito culturale in atto, con il quale si confrontano campagne e iniziative di riappropriazione e risignificazione politica attivate trasversalmente negli spazi fisici e negli ambienti digitali. Utopie e distopie tra media e quotidianità: Immaginari futuri dei giovani sardi Università degli studi di Cagliari, Italia Negli ultimi anni, si è assistito ad una significativa proliferazione di narrazioni utopiche e distopiche nei media contemporanei, tra cui serie TV, film, videogiochi, romanzi. Questo fenomeno spesso è espressione di una rinnovata preoccupazione verso il futuro (Ilardi, 2018). Gli immaginari di società dove il controllo sulla popolazione è totalitario e pervasivo (Hunger Games, Divergent, The giver, Matrix, ecc.), si contrappongono a mondi post-apocalittici in cui ormai la società è giunta al collasso a causa di dinamiche autodistruttive (Mad Max, Umbrella Accademy, The 100, ecc.). Sebbene meno frequenti, esistono anche immaginari più ottimistici, in cui la natura riveste un ruolo centrale. Nell’insieme tali immaginari, come notano Mandich, Satta & Capozzi (2024), riguardano prevalentemente la società nel suo complesso. Come si inseriscono, invece, questi immaginari all’interno della vita quotidiana? Per rispondere a tale domanda è utile innanzitutto fare una distinzione analitica tra “big futures” e “little futures”. I “big futures” sono i quei futuri che riguardano le trasformazioni della società e prevedono quindi orizzonti spazio-temporali ampi (Tiger, 1995), mentre i “little futures”, secondo la definizione proposta da Micheal (2017), sono quei futuri che concernano la vita quotidiana delle persone. Lo stesso Micheal (2017) evidenzia come una maggiore attenzione sia stata rivolta finora ai big futures, spesso tralasciando le relazioni che intercorrono tra le due dimensioni. Gli immaginari menzionati in precedenza rientrano prevalentemente nella categoria dei big futures, sebbene sia possibile individuare diverse connessioni con i little futures. La dimensione quotidiana del futuro (little futures) è il focus di un’indagine qualitativa condotta attraverso una serie di interviste realizzate tra dicembre 2024 e marzo 2025 con giovani di età compresa tra i 18 ed i 35 anni che abitano nelle aree interne della Sardegna. Alla domanda “Come ti immagini la tua vita quotidiana tra dieci anni”, una risposta ricorrente è stata: “Bah, più o meno come quella di adesso”. Questa risposta riflette una percezione del futuro appiattito sul presente, un fenomeno che un’ampia e consolidata letteratura ha già ampiamente documentato (Mandich, 2022). Etichette quali “presentificazione” (Adam & Groves, 2007; Leccardi 2009, 2005) e “presente esteso” (Nowotny, 1994) descrivono questa tendenza, indicando come il presente sia il tempo di riferimento per l’azione. Tuttavia, è possibile andare oltre questo primo livello di analisi, forse il più immediato, e riflettere sugli immaginari che caratterizzano questa futura quotidianità. Secondo Jedlowski (2017), la quotidianità è per lo più prevedibile, perché è sorretta da assetti istituzionali che rendono relativamente stabili i comportamenti. Nella vita quotidiana, difatti, l’anticipazione è raramente il prodotto di una attività riflessiva o immaginativa. Mandich, Satta & Capozzi (2024) evidenziano però come vi sia un “avvicinamento dell’utopia alle pratiche quotidiane” (p.22). Già dagli anni ’90 del secolo scorso, il concetto di “realismo utopico” ha cercato di bilanciare l’eccessiva idealizzazione dell’utopia con il realismo. Davina Cooper (2004) ha introdotto in tempi più recenti il concetto di “everydays utopias”, quale modo di rottura della normalità del quotidiano per far emergere pratiche prefigurative. Il quotidiano può divenire così fonte di cambiamento. Se è possibile individuare immaginari utopici dei cosiddetti little futures, secondo le autrici i big futures tendono a essere prevalentemente connotati in senso distopico. Partendo da queste premesse, il presente contributo cerca di esplorare l’eventuale presenza di elementi distopici e/o utopici propri dell’immaginario letterario e cinematografico contemporaneo all’interno degli immaginari della vita quotidiani dei giovani sardi che vivono in aree caratterizzate da spopolamento. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 10: Giornalismo e informazione in trasformazione Luogo, sala: Aula 13 (A1-C) Chair di sessione: Carlo Sorrentino |
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Attori e luoghi del racconto giornalistico della ‘ndrangheta Università degli Studi di Perugia, dottoranda in “Legalità, culture politiche e democrazia” La ‘ndrangheta è oggi la mafia glocal più potente al mondo. Presente carsicamente dalla Calabria alla Lombardia, lungo tutto lo stivale e oltre i confini nazionali (dalla Germania al Canada, fino all’Australia), l’organizzazione calabrese si è rivelata capace di colonizzare nuovi territori non a tradizionale presenza mafiosa, lontana dai riflettori dei media. Infatti, mentre in Campania scorreva il sangue delle mattanze delle camorre e Cosa nostra compariva tra le pagine dei quotidiani nazionali e stranieri – prima con la stagione dei “cadaveri eccellenti” degli anni Ottanta e poi con le Stragi degli anni Novanta – la ‘ndrangheta riusciva ad allargare i propri affari su scala locale e globale. Fatta eccezione per la stagione dei “sequestri di persona”, che per il calibro delle persone coinvolte – da Paul Getty III alla “mamma Coraggio” – attirarono l’attenzione dei media di tutto il mondo, l’organizzazione calabrese ha da sempre preferito la strada del silenzio e degli affari, diventando oggi la prima mafia per forza e prestigio, ma anche la meno studiata e conosciuta. Le immagini del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta che scende dall’aereo di ritorno dal Brasile, del boss Totò Riina alla sbarra del processo di Palermo o di Matteo Messina Denaro al momento dell’arresto fanno parte dell’immaginario collettivo. Allo stesso modo, grazie al successo internazionale di “Gomorra” – nonostante le rappresentazioni fortemente stereotipate – le camorre sono oggi note al grande pubblico. Quali sono, invece, i principali boss dell’organizzazione calabrese? Quali i personaggi del racconto giornalistico? Se della mafia siciliana e campana si conoscono i “cattivi” e i tantissimi “buoni” che vi si opposero, lo stesso si potrebbe affermare della ‘ndrangheta? Tale contributo nasce proprio da queste domande di ricerca, nel tentativo di comprendere quali siano i principali attori e luoghi del racconto giornalistico della ‘ndrangheta. Sulla base della ricerca quantitativa realizzata con il software "WordStat", questo intervento esamina i principali protagonisti delle narrazioni mediali dell'organizzazione calabrese. Lo studio è stato condotto attraverso l’analisi del coverage degli articoli riportanti la parola “‘ndrangheta” dal 2000 al 2023, sulle principali testate di tipo generalista: “Corriere della Sera”, “La Repubblica”, “La Stampa” e “Il Giornale”. A queste, per l’attenzione dedicata al tema della criminalità organizzata di stampo mafioso, si aggiungono i giornali “L’Avvenire” e “Il Fatto Quotidiano”, in un corpus totale di 29594 articoli. L’obiettivo di questo intervento è di comprendere, tramite lo studio delle occorrenze, se i principali nomi che emergono dal corpus selezionato siano connessi a personaggi politici, magistrati, vittime innocenti o boss mafiosi. A riguardo, un dato rilevante è la presenza del procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, “volto pop” dell’antimafia calabrese, secondo per numero di occorrenze dopo Berlusconi. Oltre agli attori, verranno poi analizzati i principali luoghi, per capire se la narrazione della ‘ndrangheta si riveli ancora oggi fortemente ancorata ai territori di origine dell’organizzazione o rifletta, invece, la colonizzazione di aree non a tradizionale presenza mafiosa. Luoghi e attori sono componenti fondamentali delle narrazioni mediali che, costituite da protagonisti e riferimenti culturali facilmente identificabili dal lettore, permettono al grande pubblico di orientarsi nella complessità dell’evento raccontato. Da qui l’idea di questo contributo che, attraverso l’analisi delle rappresentazioni giornalistiche, si interroga sulla costruzione dell’immaginario collettivo e percezione della ‘ndrangheta. Rethinking Media Trust and News Efficacy in the Contemporary Information Ecosystem 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Milano, italia; 3: Universität Wien, Austria This study leverages a survey to be administered to a representative sample of the Italian population in February 2025 to propose novel measures for investigating news media trust and the underexplored yet pivotal concept of news efficacy. Empirically, it explores the relationship between these two dimensions, aiming to shed light on their interplay within today’s information ecosystem. Recent advancements in news media trust research challenge traditional definitions of trust as a mere attitude, suggesting instead that trust entails a decision to suspend vulnerability and uncertainty toward news media (Blöbaum, 2021). While prior studies employing this conceptual shift have predominantly relied on qualitative methods (Garusi and Juarez Miro, 2024), this paper extends the approach to a quantitative framework. Specifically, respondents are asked to evaluate the extent to which their decisions across various domains—including economics, health, environment, politics, lifestyle, and entertainment—have been taken by relying on the news consumed. The current media environment is characterized by contested truths and misinformation (Waisbord, 2018) and the rise of novel actors, like the so-called “newsfluencers” (Hurcombe, 2024), establishing novel relational patterns with their audiences. Hence, we hypothesize that individuals’ self-perception of “news efficacy” plays a central role in shaping trust decisions. To date, journalism studies have primarily conceptualized news efficacy through its internal dimension—i.e., an individual’s belief in their ability to comprehend and engage with news content (Park and Kaye, 2021; Hopp, 2022). However, drawing on the political science construct of political efficacy, which encompasses both internal and external dimensions, we argue that incorporating an external dimension of news efficacy could enrich both the explanatory potential of the concept and our broader understanding of news trust. We thus define—and measure accordingly—external news efficacy as a person’s belief in their capacity to influence the newsmaking process and their perception of the media system’s responsiveness and utility for them. By integrating this external perspective and advancing novel measures of news media trust, the study contributes both empirically and theoretically to the field of news media trust research, offering a comprehensive framework for analyzing trust dynamics in the contemporary information ecosystem. C’era una volta il giornalista del futuro. Un’indagine nazionale su IA e giornalismo tra opinioni, timori e aspettative dei professionisti dell’informazione LUMSA Università, Roma Il giornalismo e tutte le professioni dell’informazione sono direttamente coinvolti dalla rivoluzione avviata nell’ultimo decennio con la crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale (IA). L’intero processo di raccolta, elaborazione e distribuzione delle informazioni viene profondamente modificato, sino a una ridefinizione della struttura pratica e teorica del giornalismo (Tariq, 2024). Lo sviluppo tecnologico, già in passato, ha stimolato riflessioni critiche sulle pratiche giornalistiche e sul ruolo dei professionisti (Wellman, 2001), rendendolo un'entità in continua evoluzione (Splendore, 2023). Da un lato, l'IA sembra presentare vantaggi nel giornalismo, automatizzando compiti ripetitivi e supportando l’analisi dei dati, permette ai professionisti di dedicarsi ad attività creative (Brennan et al., 2018; Sjøvaag, 2024). Dall’altro, studi evidenziano i potenziali rischi, tra cui la messa a repentaglio della job security (Kieslich, 2024; Lawal, 2024), la trasformazione delle aspettative a questa collegate (Ferrari, 2024; Vicsek, 2024) e l’introduzione di barriere all’adattamento alle nuove tecnologie (Jang et al., 2024). È quindi cruciale considerare non solo le sfide industriali ed economiche che l’IA pone, ma anche le conoscenze e le competenze dei giornalisti circa le tecnologie di IA, nonché il loro atteggiamento verso l'innovazione introdotta nelle redazioni (Paulussen, 2016; Noain-Sánchez, 2022). La letteratura ha fornito finora indagini soprattutto qualitative focalizzando l’attenzione su specifici contesti organizzativi - redazioni giornalistiche - o indagando lo stato dell’arte e le principali linee di sviluppo anche a livello globale (De Rosa, & Reda, 2023; Fubini, 2022). Questa ricerca, che grazie alla collaborazione con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti può configurarsi come la prima indagine nazionale rivolta a tutti i giornalisti italiani, ha l’obiettivo di valutare: il livello di familiarità e di utilizzo delle tecnologie di IA; atteggiamenti, benefici e rischi associati all'adozione dell'IA; le attese in termini di competenza e formazione professionale. Più analiticamente, due domande di ricerca hanno guidato la costruzione del questionario: (RQ1) Qual è il livello di conoscenza dei giornalisti riguardo l’IA e in che misura viene utilizzata nelle loro pratiche professionali quotidiane? (RQ2) Quali sono i giudizi dei giornalisti sull'impatto dell'IA nel loro lavoro e quali sono le esigenze formative per un uso efficace di queste tecnologie? Il questionario è stato distribuito via e-mail dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti a tutti gli iscritti per un periodo di tre mesi concluso nel Gennaio 2025, raccogliendo l’opinione di 972 giornalisti. L’indagine evidenzia una scarsa conoscenza degli strumenti di IA tra i giornalisti. L’unico ambito con una discreta diffusione è la traduzione automatica, probabilmente per la sua utilità in contesti sempre più globali. Non a caso, la maggior parte dei giornalisti non ha mai utilizzato strumenti di IA nonostante la crescente disponibilità degli stessi. I giornalisti mostrano un atteggiamento ambivalente nei confronti della tecnologia: se da un lato la maggior parte dei rispondenti ne riconosce il potenziale nell’ottimizzazione della produzione di contenuti e nella raccolta delle informazioni, solo un giornalista su cinque ritiene che possa migliorare il processo di verifica delle fonti. Emergono inoltre preoccupazioni rilevanti, in particolare rispetto alla possibilità che l’IA contribuisca alla diffusione di contenuti di bassa qualità (50,2%) e all’aumento delle fake news, così come al rischio di un ampliamento del divario generazionale nelle redazioni. Approfondendo la dimensione etica, la maggioranza dei giornalisti (80,7%) sottolinea l’importanza di regolamentare l’uso dell’IA e garantire trasparenza, anche segnalando esplicitamente quando viene impiegata. Tuttavia, permane la convinzione che il giornalismo debba mantenere il suo ruolo critico e investigativo, con l’IA vista più come uno strumento di supporto che come un potenziale sostituto. Infine, emerge una forte domanda di formazione: il 90% dei rispondenti si dichiara interessato a una formazione specifica sugli strumenti di IA, specialmente per: raccolta e analisi dei dati, fact-checking automatizzato e implicazioni etiche dell’uso del fenomeno. “Media capture”: un framework teorico utile per l’analisi dei media oggi? University of Perugia, Italia L’European Media Freedom Act, approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio d’Europa nell’aprile 2024[1], ribadisce il ruolo che i media svolgono nel “promuovere il dibattito pubblico e la partecipazione civica, in quanto un’ampia gamma di fonti affidabili di informazione e di giornalismo di qualità consente ai cittadini di compiere scelte informate, anche in merito allo stato delle loro democrazie”. Allo stesso tempo, il documento mette in guardia dai rischi che tale obiettivo possa essere disatteso a causa di quello che esplicitamente viene definito “media capture”, intendendo il rischio di una scarsa indipendenza dei media. Il documento fa riferimento in particolare ai “fornitori di servizi di media”, specificando di intendere i professionisti che svolgono un servizio pubblico, in altre parole i giornalisti e le testate giornalistiche. Se questi ultimi sono “captured” e forniscono informazione distorta, i cittadini tenderanno ad informarsi tramite fonti alternative di notizie, disponibili soprattutto sulle piattaforme digitali. Il concetto di “media capture”, ripreso nel documento, è stato concepito inizialmente per descrivere la situazione dei media nei paesi dell’Europa centro orientale dopo la caduta del muro di Berlino in relazione alle interazioni dei media con la politica, le imprese e altri “interessi acquisiti”, in particolare (ma non esclusivamente) durante le transizioni da regimi autocratici a regimi democratici (Mungiu-Pippidi 2008, 2012). Oggi viene utilizzato per descrivere i media in varie parti del mondo che sono sotto il controllo diretto o indiretto di interessi politici/commerciali, anche se non sono più formalmente e pubblicamente sotto il controllo dello Stato (Dragomir 2024, Bajomi-Lázár 2024). Formulato prima dell’avvento di Internet, il concetto è stato recentemente esteso agli spazi digitali. Alcuni autori (Nielsen 2017, Shiffrin 2021) lo applicano anche alle piattaforme digitali, mentre altri propongono la definizione alternativa di “media environment capture” (Sevignani et al. 2025). Tuttavia, la letteratura attuale tende a limitare l’analisi all’interazione tra media tradizionali e piattaforme digitali, senza considerare pienamente le dinamiche proprie dell’ecosistema informativo attuale. L’informazione non è più esclusivamente appannaggio dei giornalisti professionisti e dei media tradizionali: attori politici, pubblicitari, influencer, cittadini privati e media alternativi contribuiscono alla formazione dell’agenda pubblica sui social media. Tra questi vi sono anche agenti malevoli che favoriscono la diffusione di disinformazione e misinformazione. Di conseguenza, il fenomeno della “media capture” può manifestarsi in forme diverse e per scopi eterogenei, coinvolgendo una molteplicità di attori. A nostro avviso il concetto di “media capture” è stato utilizzato nel tempo per indicare fenomeni diversi e necessita di una maggiore precisazione teorica. L’obiettivo del paper è problematizzare il concetto e proporre una nuova definizione attingendo ad altre tradizioni di ricerca sul giornalismo e sui media. Seguirà una proposta di operativizzazione del concetto del rischio di “media capture”, che cercherà di andare oltre le misure tradizionalmente individuate fin qui, quali ad esempio la garanzia del pluralismo dei media, l’indipendenza editoriale e la trasparenza della proprietà e dei finanziamenti alle testate giornalistiche. Sebbene queste condizioni siano necessarie, non sono tuttavia più sufficienti per garantire la promozione del dibattito pubblico e la partecipazione civica indicate dall’Unione europea. [1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A32024R1083 “Migration Narratives” e “Non-Migration Narratives on Migration”: un’analisi diacronica delle narrazioni mediatiche e politiche sulla migrazione in Europa 1: Universitas Mercatorum, Italia; 2: Istituto Affari Internazionali (IAI), Italia Negli ultimi vent’anni, la migrazione è diventata una delle questioni più dibattute nell'UE, ampiamente presente nel discorso mediatico e politico europeo. Gli studi su media e migrazioni evidenziano l’interazione tra politica e media nel costruire specifiche narrazioni migratorie, con implicazioni significative sul piano socio-politico (Eberl et al., 2018; Goodwin e Milazzo, 2017; Heidenreich et al., 2020; Van Klingeren et al., 2015). Lo studio, finanziato dal Programma Quadro UE per la Ricerca Horizon 2020, indaga in che misura e in che modo le narrazioni mediatiche sulla migrazione permeano il dibattito politico e decisionale dell'UE e quali variabili intervengono nel renderne alcune “egemoniche”. L’analisi diacronica include due eventi cruciali: la crisi dei rifugiati del 2015 e l'ingente sfollamento ucraino conseguente all’attacco russo nel 2022. Il quadro teorico si fonda sulla distinzione di Schmidt (2008) tra sfera comunicativa (che include media e dibattito politico) e sfera coordinativa (arena decisionale o policy-making). Per valutare il dominio di una narrazione nelle arene considerate, adottiamo il Migration Narrative Success (MNS) di Garcés-Mascareñas e Pastore (2022), secondo cui una narrazione è egemonica se pervasiva in entrambe le sfere e trasformativa in termini di politiche adottate. Inoltre, per analizzarne l’evoluzione, integriamo il Narrative Policy Framework (NPF) di Jones e McBeth (2010), che traccia variazioni nei componenti narrativi: characters (villains, victims, heroes), narrator (chi produce o riproduce la narrazione), moral of the story (soluzione proposta) e setting (contesto storico e geografico della narrazione). La metodologia si basa su una triangolazione di approcci. La prima fase identifica le principali narrazioni mediatiche sulla migrazione tramite un’analisi qualitativa di dati tratti dalla ricerca condotta da Smellie e Boswell (2024) sui principali quotidiani di cinque Stati UE (Francia, Germania, Ungheria, Italia, Spagna) e Regno Unito. L’analisi ha permesso di costruire un codice analitico, applicato per la discourse analysis di 108 documenti UE, selezionati per la rilevanza coi due eventi. Sono state realizzate, inoltre, nove interviste semi-strutturate con funzionari UE attivi nei due periodi temporali considerati. Come emerso dallo studio, nel 2015 la narrazione mediatica dominante sosteneva la solidarietà intra-UE, ma si è confrontata con narrazioni concorrenti, riflettendo la polarizzazione del dibattito sulla crisi migratoria. Inoltre, pur prevalendo nel dibattito politico e decisionale europeo non ha trovato riscontro nelle policies adottate, che hanno privilegiato l’esternalizzazione. Tale narrazione, sebbene pervasiva, non è risultata trasformativa e dunque, secondo l’MNS, non egemonica. Nel 2022, invece, emerge una maggiore coerenza narrativa: la solidarietà (qui soprattutto esterna perché rivolta ai profughi ucraini) ha permeato tutte le arene senza resistenze, fino a tradursi nell’attivazione della Direttiva sulla Protezione Temporanea. In tal caso, la narrazione della solidarietà è stata non solo pervasiva, ma anche altamente trasformativa, e quindi, secondo l’MNS, ampiamente egemonica. Il confronto diacronico tra i due casi evidenzia il ruolo cruciale del setting nel determinarne il successo delle narrazioni. Il setting si riferisce al contesto storico e geopolitico, cui sono strettamente connesse le percezioni collettive consolidate sulla migrazione. Queste percezioni contribuiscono alla definizione dei frame attraverso cui la questione migratoria viene narrata, determinando così le fondamenta sulle quali si sviluppano e si articolano le diverse narrazioni migratorie. Nel 2015, la migrazione è stata inquadrata come “crisi” (Triandafyllidou, 2018), generando molteplici narrazioni polarizzanti che hanno ostacolato il raggiungimento di un consenso unanime. Nel 2022, invece, la migrazione è stata inserita in una più ampia cornice geopolitica, come parte di un conflitto alle porte dell’Unione, sia in senso geografico che ideologico (Barana et al., 2023). Ciò suggerisce che quando il setting inserisce le narrazioni in frame non esplicitamente migratori, si generano quelle che definiamo “non-migration narratives on migration”, le quali hanno maggiori probabilità di diventare egemoniche rispetto a narrazioni esplicitamente migratorie. |
| 15:15 - 17:15 | Sessione 2 - Panel 11: Cura come resistenza. Il potenziale immaginifico della vita quotidiana nelle fratture spazio-temporali della società dell’accelerazione Luogo, sala: Aula 11bis (A0-C) Chair di sessione: Caterina Satta |
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Cura come resistenza. Il potenziale immaginifico della vita quotidiana nelle fratture spazio-temporali della società dell’accelerazione 1: Università di Cagliari; 2: Università di Milano-Bicocca; 3: Politecnico di Milano; 4: Università di Bologna Da più prospettive interpretative e ambiti di ricerca, la dimensione della crisi ha assunto una centralità inedita (Touraine 2010). Le forme contemporanee della crisi rinviano a piani molteplici: interessano l’azione dei sistemi economici di stampo neoliberista e le loro implicazioni sul fronte delle istituzioni politiche e sociali, ma configurano anche nuovi e vecchi scenari, quali quelli climatici e sanitari, e quelli, che pensavamo relegati nel passato, dei conflitti bellici. Anche il rapporto con il tempo e lo spazio assume oggi un carattere di crisi (Harvey 1990). Le città sono diventate i luoghi in cui la crisi si materializza spazio-temporalmente, creando nuove forme di ingiustizia sociale e conflitti che si giocano nello spazio e a causa dello spazio (Soja 2009), e l’accelerazione sociale (Rosa 2015) pervade non solo i tempi-spazi delle istituzioni sociali (economiche, politiche, educative, famigliari), con l’effetto di generare un distacco crescente dagli attori sociali, ma permea le stesse biografie dei soggetti sempre più alienate e orientate all’individualismo (Elliott, Lemert 2009; Lasch 1981). La crisi della temporalità, mentre compromette la capacità del soggetto e delle istituzioni di rielaborare una memoria sociale e collettiva - elemento strategico per i rapporti intergenerazionali e per saldare i legami sociali –, pregiudica anche il rapporto con il futuro, tempo per definizione del possibile ma le cui potenzialità si fanno oggi più contratte (Adam 2007; Appadurai 2013; Coleman 2017; Sharma 2012). Muovendo da queste premesse, il panel intende focalizzarsi sul nesso tra crisi e vita quotidiana inteso come tempo-spazio della reiterazione ma anche della possibilità, ossia come terreno - in cui il tempo non è distinguibile dallo spazio – dove l’ordine sociale si riproduce ma dove al contempo quello stesso ordine (temporale, spaziale, di genere, generazionale e così via) può essere messo in discussione a favore di nuove forme del vivere sociale. La vita quotidiana, come già la fenomenologia sociale e autori come Goffman, Garfinkel, Lefebvre ma anche Simmel ed Elias hanno evidenziato, lungi dall’essere un’appendice residuale della vita sociale, ne rappresenta il cuore pulsante, lo spazio-tempo della costruzione sociale della realtà, dell’intersoggettività e delle pratiche, dell’edificazione magmatica di significati, visioni, valori, aspettative, modelli culturali su cui la società si regge. In ragione del suo carattere plastico e generativo la vita quotidiana si configura pertanto anche come lo spazio-tempo dell’innovazione e del mutamento sociale. Assumendo la fertilità dello spazio-tempo della vita quotidiana, si intende riflettere sui processi di riposizionamento e re-intepretazione, finanche di resistenza che i soggetti compiono di fronte alla (e in ragione di) rigidità delle strutture temporali, all’azione di controllo che svolgono e ai meccanismi di esclusione sociale che producono e legittimano. Lo si vuole fare prendendo in esame ambiti sociali che costituiscono le strutture portanti delle società contemporanee al centro di questo panel: gli spazi-tempi del lavoro e della sfera intima, delle istituzioni educative, del tempo libero e della partecipazione politica informale. In particolare, i processi di riposizionamento e ri-significazione dei soggetti che qui intendiamo distillare sono processi a tutti gli effetti creativi (Joas 1996; Pink 2012), sia nei termini della reinvenzione informale del quotidiano fatta dagli attori sociali (De Certeau 2010; Appadurai 2004), sia nella forma più codificata dell’arte come strumento di critica e insieme di resistenza al dominio economico-politico, culturale-simbolico, alle disuguaglianze sociali e al deturpamento del benessere sociale e collettivo. Da prospettive differenti, i paper mostrano le potenzialità della vita quotidiana, sotto il profilo delle capacità generative, innovative, emancipatorie. Ancor più chiaramente, rivelano come, osservando la dimensione creativa dei processi di risignificazione da parte degli attori sociali, si possa comprendere il potenziale immaginifico di una società e la sua capacità, parafrasando Rosa, di riappropriarsi di un “tempo buono”. Paper 1: Verso nuovi scenari temporali? Alienazione e reinvenzione del quotidiano nelle pratiche di cura-lavoro degli e delle smart workers Caterina Satta, Università di Cagliari La narrazione del lavoro su scala locale, nazionale e globale, sostenuta da innumerevoli rapporti sullo stato del mercato del lavoro, è contrassegnata dalla crisi. Disoccupazione, specialmente fra giovani e donne, peggioramento delle condizioni lavorative, crescita di lavoro a basso reddito, messi in relazione alla crisi del quadro macroeconomico, rendono indissolubile il binomio crisi-lavoro (cfr. su tutti Rifkin 2002) e hanno favorito la nascita di immaginari utopici di società senza lavoro (Thompson 2018; Aronowiyz, DiFazio 1995). Ugualmente, sul fronte delle relazioni intime, le trasformazioni dei legami familiari vengono ciclicamente descritte nel senso comune, ma anche nel discorso specialistico di una parte del sapere esperto, come manifestazioni della crisi della famiglia a causa del cambiamento di valori, norme e aspettative sociali (Smart, Neale 1999; Roseneil, Budgeon 2004), vale a dire a causa del fluire del tempo. All’interno di questa tendenza, l’accelerazione dei ritmi di lavoro e l’orientamento iperproduttivista delle società del tardocapitalismo neoliberale stanno generando insieme alla crisi del lavoro anche una crisi dei lavoratori e delle lavoratrici trasversale alle classi sociali, ben rappresentata negli ultimi anni da fenomeni come le dimissioni di massa o il cosiddetto quiet quitting (Frayne 2015; Coin 2023). La proposta, interna al Progetto PRIN 2022 (XXX) indaga, e rileva, la crisi concentrandosi proprio sul senso del lavoro nella vita delle persone che lo svolgono da remoto. La sovrapposizione tra i tempi della produzione e quelli della riproduzione, lo sconfinamento della pressione temporale dell’impiego nei ritmi e nelle dinamiche della sfera privata e domestica sono ciò che infatti caratterizza il lavoro da remoto (Azzolari, Fullin 2022; Bertolini et al. 2022; Bromfield 2022; Chung 2022; Gregg 2011). A partire da interviste, elicitate con l’uso di metodi visuali e creativi (Harper 2002; Pauwels 2015; Lury, Wakeford 2012; Holmes, Hall 2020), a lavoratori e lavoratrici impiegati/e nel settore del terziario avanzato, il paper evidenzia il malessere causato dalle nuove configurazioni spazio-temporali del lavoro e dall’erosione dei confini spazio-temporali tra casa e ufficio. Nelle storie di vita, affermava già Franco Ferrarotti nel 1981, si ritrovano le interazioni tra ciò che è privato e ciò che è pubblico, ed è pertanto in questi resoconti individuali sulle implicazioni della remotizzazione nel loro quotidiano che si possono cogliere le tracce della strutturazione alienante del tempo, così come quelle della riappropriazione soggettiva da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Se la sovrapposizione ha portato a un’espansione delle logiche efficientiste e a una dilatazione dell’orario lavorativo nella sfera privata, al contempo sta generando forme di resistenza con l’emergere di pratiche di cura interstiziali (materiali, relazionali, corporee) in grado di creare delle sospensioni nel flusso temporale e di generare spazi di consapevolezza verso nuove costruzioni biografiche sempre più svincolate da una concezione identitaria del lavoro, finanche dal lavoro. Tali pratiche, seppure embrionali e non ancora confluite in rivendicazioni collettive, prefigurano nuovi scenari temporali e differenti ricomposizioni nel rapporto tra sfera produttiva e sfera riproduttiva. Paper 2: Carespaces. Dispositivi progettuali di cura nel tempo della vita quotidiana Michele Bassanelli, Politecnico di Milano Le crisi contemporanee, siano esse di natura economica, sociale o ecologica, influenzano profondamente il modo in cui viviamo e abitiamo gli spazi della nostra quotidianità (Bassanelli 2022). Negli ultimi decenni, la società ha subito trasformazioni significative, soprattutto in relazione alla diversificazione dei modelli familiari, ridefinendo il concetto stesso di abitare. Ciò sta determinando, per esempio, una riflessione su nuove configurazioni abitative che siano in grado di soddisfare una richiesta crescente di spazi capaci di adattarsi alle esigenze mutevoli delle persone. Parallelamente, l’innovazione tecnologica ha introdotto nuovi strumenti e modalità di interazione che hanno trasformato la nostra percezione dello spazio e del tempo. Il lavoro da remoto e lo sviluppo delle piattaforme digitali hanno modificato radicalmente le dinamiche lavorative, favorendo la nascita di luoghi alternativi a quelli tradizionalmente preposti per tale attività. Oggi il lavoro può essere svolto in caffetterie, biblioteche, spazi pubblici, ma anche in casa o persino in strada, nel caso dei lavoratori della gig economy. Oltre alle trasformazioni sociali ed economiche, la crisi ecologica ha imposto un ripensamento del significato dell’abitare. Il rapporto con il territorio e il concetto di ‘genius loci’ assumono un ruolo fondamentale nella progettazione contemporanea, ponendo l’accento sulla dimensione collettiva dell’esistenza (Carrado 2020). Questa condizione ormai consolidata determina un modo diverso di intendere il progetto architettonico, non più come generatore di uno spazio statico, interpretato come eterno e immutabile, ma come uno spazio dinamico ossia uno spazio che si sviluppa in relazione alla dimensione temporale della quotidianità o del “tempo reale” (Bassanelli 2024). Si passa quindi da una visione tradizionale, centrata sulla creazione di spazi definitivi e permanenti, a una prospettiva più fluida e adattiva. Gli spazi vengono concepiti come elementi in continua trasformazione, capaci di adattarsi ai ritmi della quotidianità e alle esigenze degli individui. L’architettura diventa così un sistema dinamico che interagisce con il tempo reale. Un ruolo centrale in questa nuova visione è assunto dal concetto di “dispositivo”, inteso come un sistema in grado di attivare processi e di generare nuove relazioni spaziali. Il dispositivo architettonico non si limita a definire uno spazio fisico, ma lo rende attivo, stimolando interazioni e connessioni con l’ambiente circostante. Può trattarsi di un intervento a scala urbana, oppure di una trasformazione che riguarda l’interno di spazi esistenti in stato di abbandono, ma capace di ridefinire lo spazio in funzione delle nuove esigenze espresse dal contesto sociale. Questo approccio implica una progettazione basata su piccole trasformazioni, che non mirano a creare strutture rigide e definitive, ma a instaurare un dialogo costante con il contesto. Il progetto architettonico si configura così come un’azione di cura, intesa non solo in senso pratico, ma anche simbolico e relazionale. L’architettura diventa uno strumento per migliorare la qualità della vita, rispondendo alle esigenze mutevoli delle persone e promuovendo un uso più consapevole e sostenibile dello spazio. A partire dall’esperienza del laboratorio Carespaces, sviluppato all’interno del progetto PRIN2022 (XXX), si presenta una riflessione su nuovi spazi di lavoro, cura e servizi negli edifici esistenti che possano diventare un’infrastruttura a supporto della comunità (Saraceno 1980, 2020; Forino 2011, 2022), per esempio ospitando una cucina e un’aula per il doposcuola con la possibilità di collaborazioni intergenerazionali (nonne/i-nipoti). Il metodo utilizzato è quello della research by design condotta all’interno di un’esperienza didattica (workshop intensivo di due settimane) sviluppata in sinergia tra i dipartimenti di architettura e studi urbani e design di XXX. Paper 3: Ripensare lo spazio-tempo del quotidiano attraverso l’arts-based education Ilenya Camozzi e Zenia Simonella, Università di Milano-Bicocca Nella contemporaneità, lo spazio-tempo del quotidiano e i soggetti che lo abitano sono sempre più imbrigliati in forme di ingiustizia e disuguaglianza sociale ed interessati da dinamiche di esclusione della diversità. Ciò si accompagna a una progressiva cedevolezza delle istituzioni sociali (Dubet 2002; Touraine 2010). In particolare, il potenziale emancipatorio e democratico delle istituzioni educative sembra aver ceduto il passo a logiche di mercato di tipo neoliberista, votate al merito, alla concorrenza e alla quantificazione (Sandel 2020; Gunter et al. 2016). L’esito è quello di un generale indebolimento delle istituzioni educative sul fronte della loro capacità di guidare il cambiamento sociale. Se le sperimentazioni, i saperi e le pratiche educative che hanno prefigurato società eque e giuste si sono dissolti di fronte al dominio di posture economiciste, diventa urgente - anche nel senso di una sociologia pubblica (Burawoy 2005) - continuare a pensare, e plasmare, gli spazi-tempi educativi come spazi-tempi di possibilità, di dissenso e trasgressione (hooks 1994). Così intesi, gli spazi-tempi educativi possono ritornare ad essere cruciali nella ridefinizione del senso di comunità, di cura, di inclusione della diversità e di fabbricazione di soggettività agentive (Spanò, Romito, Pitzalis 2023). Di fronte ai processi di impoverimento e crisi dell’esperienza quotidiana degli spazi-tempi educativi, che in quanto spazi-tempi integrati alla struttura sociale (Elias, 1978) veicolano nell’esperienza dei soggetti la crisi, l’arte rappresenta una pratica di reinvenzione del quotidiano stesso: attraverso essa il soggetto è potenzialmente capace di rielaborare il senso, dando vita a nuove forme di riflessività e pratiche di convivenza e cura. Le arti sono assunte come creatrici di ambienti di apprendimento aperti e orizzontali, in cui i giovani esplorano la loro soggettività (Vecchi, 2010). Adottare entro i contesti educativi l’arts-based education significa catapultare, con un salto gestaltico, le nuove generazioni in quella “sub-provincia di significato” che è l’arte, per rileggere il mondo della vita quotidiana, intesa anch’essa come “provincia finita di senso”, a partire dal loro universo simbolico e dalla loro esperienza (Schütz, 1945). A partire da queste riflessioni, il paper presenta i primi risultati del progetto Horizon XXXX (2024-2027) che mira allo studio del ruolo dell’arte nei processi educativi, formali e non formali, sotto il profilo dell’inclusione dei e tra i giovani. Si darà conto di due casi-studio focalizzati sui contesti educativi non formali, ossia due organizzazioni non profit che operano in quartieri periferici e multiculturali della città di Milano. Questi due casi – che si contraddistinguono per la centralità assegnata all’arte nei processi educativi – vedono il coinvolgimento di giovani di età compresa fra i 10 e i 13 anni, in un caso, e tra i 15 e i 18 anni, in un altro. Tra febbraio e maggio 2025, sono state realizzate interviste con i responsabili e ideatori di questi progetti di arts-based education e osservazioni etnografiche durante le attività. Sono stati inoltre realizzati focus groups con i giovani coinvolti nei progetti. Per la realizzazione di questi ultimi sono state adottate tecniche creative (Pizzolati et al, 2021) finalizzate a decolonizzare il rapporto asimmetrico tra il/la ricercatore e i soggetti coinvolti nonché considerate eticamente rispondenti al coinvolgimento di soggettività marginali (Hulsbosch, 2010; Chappell et al, 2013); alle tecniche di rilevazione tradizionale “testo-centriche” si aggiungono così anche quelle legate all’arts-based research. A partire dai dati raccolti, si presenterà il modo in cui l’arte viene “usata” dagli educatori e dai giovani come lente per rileggere e risignificare gli spazi-tempi educativi e per pensarsi co-produttori di sapere, di forme di resistenza e di cura, non da ultimo di pensarsi attori nei processi di costruzione di società democratiche, proprio a partire dalla loro esperienza quotidiana (Dubet e Duru-Bellat 2020). Paper 4: Attivismo come cura: pratiche di partecipazione giovanile tra quotidianità e prefigurazione Ilaria Pitti, Università di Bologna Tra il 2012 e il 2017, una caserma abbandonata situata nel cuore di Bologna (Italia) è stata occupata e ristrutturata da un collettivo di giovani, dando vita a Làbas, un centro sociale autogestito. All'interno di Làbas sono stati sviluppati diversi progetti sociali (un asilo, un rifugio per persone senza dimora, una biblioteca, una pizzeria e un microbirrificio) e organizzati eventi pubblici (tra cui concerti, seminari, proiezioni di film e documentari) con l'ambizione di "restituire una piazza alla città”. Basandosi su dati etnografici, tra cui appunti di campo e interviste con attivisti e attiviste, l’intervento analizza Làbas come un esempio di utopia della cura (Fano Morrissey, Serughetti 2024) in cui nel quotidiano si manifesta una risposta alla crisi. In particolare, si propone di far luce sulle quotidiane "pratiche di cura" attraverso cui lo spazio è stato gestito e di esaminare l'uso strategico delle "narrazioni della cura" per difendere l'occupazione e le sue attività. In questa analisi, il paper attinge a prospettive femministe, riconoscendo la cura, l'amore e la solidarietà come "residui culturali di speranza" (Lynch, 2021) e il loro ruolo chiave nella politica prefigurativa. |
| 17:15 - 17:30 | Coffee break |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 01: La complessità del caregiving: Reti di supporto e percezione del tempo Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Donatella Bramanti |
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La complessità del caregiving: Reti di supporto e percezione del tempo 1: Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano, Italia; 2: Università del Molise - Campobasso, Italia; 3: Università Telematica Giustino Fortunato; 4: Università degli studi di Salerno; 5: Università degli studi di Palermo Il caregiving rappresenta una pratica sociale e relazionale complessa, in cui si intrecciano attaccamento, bisogni e impegni di chi riceve e di chi fornisce supporto. Le reti di sostegno sono fondamentali per il benessere dei caregiver, ma la loro efficacia dipende dalla qualità e dalla configurazione delle relazioni che scontano il progressivo indebolimento delle relazioni di cura familiari. Le cause di tale indebolimento sono molteplici (Neri e Montesperelli 2009; Di Santo e Ceruzzi 2018). Le attuali dinamiche demografiche e sociali riducono il numero dei potenziali caregiver e, al contempo, incrementano il numero delle persone che necessiteranno di assistenza (Fine 2007). In simili contesti, i soggetti «sono sempre meno in grado di riconciliare e allineare i differenti orizzonti temporali della propria vita» (Rosa 2015: 116). Il presente panel condensa i primi risultati che emergono dal Progetto *****. In particolare, i 4 contributi presentati hanno posto al fuoco delle indagini differenti target di caregiver: caregiver informali e professionali, che si occupano di anziani e di disabili, in differenti ambiti territoriali. Il primo contributo presenta il tema in una prospettiva di genere: i primi risultati hanno evidenziato come il caregiving comporti costi emotivi e fisici significativi, in particolare per le donne, che tendono a riportare livelli di stress più elevati rispetto agli uomini, specialmente in situazioni di carico intenso. Le dinamiche di genere influenzano profondamente le esperienze di caregiving: gli uomini si concentrano su compiti pratici, mentre le donne adottano un approccio più relazionale, monitorando i servizi e cercando supporti esterni per gestire le attività pratiche ed emotive. Il secondo contributo si focalizza sul caregiving delle persone con disabilità. Nelle relazioni di cura si intersecano due strutture temporali: l'"abled time" e il "crip time" attraverso quest’ultimo, le persone, in condizione di disabilità sperimentano il tempo e il mondo. Dall'analisi qualitativa condotta su diadi, composte da caregiver e persone di riferimento, emerge una difficoltà nell'organizzazione del tempo di cura, spesso a scapito del tempo personale. La rete di supporto può svolgere una funzione di supplenza operativa, consentendo al caregiver di ritagliarsi momenti per sé. Tuttavia, si osserva anche una tendenza a negare il dolore e a non pianificare il futuro in termini negativi, riflettendo un approccio "foreverista" che si concentra sul presente. Il terzo contributo analizza una questione decisiva che impatta sulle dinamiche familiari e relazionali: la comunicazione di una diagnosi di disabilità, che richiede una rielaborazione della vita quotidiana e delle dinamiche familiari. Questo processo coinvolge una dimensione temporale complessa, in cui il tempo dedicato alla cura può sottrarre spazio ad altre aree della vita, come il lavoro e le relazioni sociali. Inoltre, emerge una tendenza a negare il dolore e a non pianificare il futuro in termini negativi, concentrandosi sul presente e trascurando progetti a lungo termine, con conseguenze significative per la vita della persona con disabilità, e per il sistema familiare. Tuttavia, la progettazione del futuro è spesso trascurata, con una mancanza di pianificazione per il "dopo di noi", che può avere ricadute negative. L’ultimo contributo pone al centro del lavoro di ricerca le relazioni di cura professionali. Dalle prime analisi è emerso che i caregiver tendono a costruire legami significativi con le persone assistite, andando oltre la mera relazione professionale. Quando la relazione con l'assistito non è soddisfacente, i caregiver cercano significato nella relazione con la persona di riferimento. La carenza di capitale sociale può portare a una compensazione emotiva, dove il caregiver riceve supporto dalla persona assistita, creando una dinamica di reciprocità. I primi risultati dei lavori presentati suggeriscono implicazioni per politiche di assistenza più efficaci. Riferimenti bibliografici Bramanti, D., Lombi, L., Nanetti, S. (a cura di), (2023). L’intervista diadica intergenerazionale. Acireale: Bonanno Bramanti D., Nanetti S., Moscatelli M, Le diadi di sostegno e il capitale sociale familiare nella transizione alla fragilità anziana, in Bramanti D., Donato S. (eds), La famiglia che invecchia. Vivere e accompagnare la transizione alla fragilità, Studi Interdisciplinari sulla Famiglia, n° 34, Vita e Pensiero, Milano , pp. 19-42. Fine, D.M. (2007). A Caring Society?: Care and the Dilemmas of Human Services in the 21st Century. Basingstoke: MacMillan. Rosa, H. (2015). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Torino: Einaudi. Neri, M. T., & Montesperelli, P. (2009). Il caregiver familiare: il lavoro di cura tra prossimità e distanza. Milano: FrancoAngeli. Di Santo, P., & Ceruzzi, F. (2018). Il lavoro di cura e il sistema di welfare in Italia. Roma: Carocci. Tronca L., Sità C. (2019), Réseaux sociaux et travail social. Un défi pour l’interactionnisme structural, Revue européenne des sciences sociales, 57, 2, 193-227. Turner, J. B., & Turner, R. J. (2013), Social relations, social integration, and social support. Handbook of the sociology of mental health, 341-356. PRIMO CONTRIBUTO Capitale sociale e caregiving: Una prospettiva di genere sul tempo della cura in Italia Lucia Boccacin Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Dipartimento di Sociologia – e-mail: lucia.boccacin @unicatt.it Sara Nanetti Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Dipartimento di Sociologia – e-mail: sara.nanetti@unicatt.it Marco Carradore Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Dipartimento di Sociologia – e-mail: sara.nanetti@unicatt.it
Il caregiving costituisce una pratica sociale e relazionale, entro la quale è possibile osservare la complessità del tempo della cura, un tempo non lineare, caratterizzato da un intreccio tra attaccamento, bisogni ed impegni che sono espressione sia di chi riceve sia di chi fornisce supporto. Il presente studio intende esplorare le reti personali e le esperienze di caregiving verso anziani fragili e persone con disabilità in Italia, a partire dai risultati del progetto ****. La ricerca, attraverso un disegno di ricerca multimodale, ha raccolto interviste diadiche e schede di rete (personal network analysis) coinvolgendo 50 diadi formate dal caregiver e dalla persona di riferimento (che supporta il caregiver). Grazie alla triangolazione di dati qualitativi e quantitativi, lo studio ha consentito di mappare le forme di reciprocità e solidarietà che caratterizzano i reticoli di caregiving, evidenziando le interconnessioni tra capitale sociale e dinamiche di genere. Dall’analisi delle interviste è emerso come i compiti di cura comportano significativi costi emotivi e fisici (Sabo, Chin, 2021) soprattutto per le donne, che riportano livelli più elevati di stress rispetto agli uomini, in particolare a fronte di carichi particolarmente intensi (Willert, Minnotte, 2021). Si conferma inoltre una profonda correlazione tra dinamiche di genere ed esperienze di caregiving, in particolare: gli uomini risultano concentrati prevalentemente su compiti pratici e meno inclini alla fruizione di servizi di supporto, mentre le donne assumono un approccio più relazionale, monitorando attentamente i servizi e impiegando supporti esterni per gestire sia attività pratiche che emotive (Kokorelias et al., 2021). D’altra parte, la disponibilità di capitale sociale influenza le competenze e le condizioni di benessere dei caregivers, nello specifico: il capitale sociale di tipo bonding, basato su reti dense e coese, fornisce supporto immediato al caregiver ma può limitare l’accesso a informazioni nuove e risorse alternative; mentre il capitale sociale di tipo bridging, basato su legami più deboli e diversificati, offre vantaggi per l’acquisizione di conoscenze innovative e per la gestione delle relazioni di cura (Roth, 2020). In linea con quanto sostenuto da Baik et al. (2024) i caregiver che beneficiano di un maggiore supporto sociale formale e informale – ad esempio, attraverso la partecipazione ad attività religiose o di volontariato – tendono a sviluppare circoli virtuosi di reciprocità, migliorando sia il proprio benessere psicologico sia il capitale sociale complessivo. I risultati della ricerca avvalorano l'importanza fondamentale del capitale sociale e delle dinamiche di genere nelle pratiche di caregiving. Da un lato, le reti di sostegno costituiscono un elemento protettivo per il benessere dei caregivers, ma allo stesso tempo la loro influenza differisce a seconda della configurazione e della qualità delle relazioni. In particolare, le reti bonding, caratterizzate da coesione e vicinanza, offrono supporto immediato ma potrebbero restringere l'accesso a risorse esterne, mentre le reti bridging risultano più efficaci nel diversificare le strategie di gestione della cura, sebbene siano meno accessibili a chi è maggiormente impegnato nei compiti di assistenza quotidiana. Dall’altro, le differenze di genere mettono in luce come il caregiving al femminile presenti un impegno emotivo e gestionale più consistente, che influenza notevolmente lo stress e la qualità della vita, mentre il supporto maschile tende a limitarsi in misura prevalente agli aspetti pratici. Tali esiti invitano ad un approfondimento delle strategie di intervento, suggerendo che potenziare le reti bridging e migliorare l'integrazione tra sostegno formale e informale possa promuovere un equilibrio maggiore tra caregiving e benessere personale, diminuendo allo stesso tempo le disuguaglianze di genere nella cura. Riferimenti bibliografici Baik, S., Crittenden, J., & Coleman, R. (2024). Social capital and formal volunteering among family and unpaid caregivers of older adults. Research on Aging, 46(2), 127-138. Kokorelias, K. M., Naglie, G., Gignac, M. A., Rittenberg, N., & Cameron, J. I. (2021). A qualitative exploration of how gender and relationship shape family caregivers’ experiences across the Alzheimer’s disease trajectory. Dementia, 20(8), 2851-2866. Roth, A. R. (2020). Informal caregiving and social capital: A social network perspective. Research on Aging, 42(9-10), 272-280. Sabo, K., & Chin, E. (2021). Self-care needs and practices for the older adult caregiver: An integrative review. Geriatric Nursing, 42(2), 570-581. Willert, B., & Minnotte, K. L. (2021). Informal caregiving and strains: Exploring the impacts of gender, race, and income. Applied Research in Quality of Life, 16, 943-964.
SECONDO CONTRIBUTO Temporalità e relazioni di cura nelle esperienze dei caregiver delle persone con disabilità Fabio Ferrucci Università del Molise e-mail: ferrucci@unimol.it
La dimensione temporale costituisce una componente fondamentale delle relazioni sociali ed in particolare delle relazioni di cura (Urwin et al. 2023; Kelly, Heyman, White-Ryan 2017). Allo stesso tempo, la società tardo moderna si caratterizza per un regime temporale governato dalla logica dell’accelerazione che produce effetti alienanti: dallo spazio, dalle cose, dal nostro agire, dal tempo, da sé e dagli altri (Rosa 2015). In questa ottica, il caregiving delle persone in condizione di disabilità è un «sismografo» in grado di rilevare gli effetti generati dalla crescente accelerazione sociale. Nelle relazioni di cura delle persone in condizione di disabilità si intersecano due strutture temporali: il «crip time» e l’«abled time». In concetto di «crip time» è stato introdotto in tempi recenti per descrivere le specifiche modalità con cui le persone in condizione di disabilità sperimentano il tempo e il mondo (MacRuer 2018. Di conseguenza, l’organizzazione temporale della vita quotidiana dei caregiver è costruita attorno a programmi dettati dalle esigenze delle relazioni di cura (COFACE 2017). La letteratura scientifica fornisce evidenze empiriche che dimostrano come la disponibilità un sistema di relazioni di supporto sociale riduca il carico del lavoro di cura e migliori la qualità della vita dei caregiver (Chappell & Funk, 2011; Adelman et al., 2014). Al contrario, la carenza di supporto sociale può portare a una percezione alterata del tempo, caratterizzata da ansia e senso di isolamento (Pinquart & Sörensen, 2003). In particolare, i caregiver con un forte supporto sociale riescono a mantenere una struttura temporale organizzata, stabilendo routine che permettono loro di bilanciare il lavoro di cura con momenti di pausa e attività personali. Di contro, alla mancanza – o all’esiguità ─ di una rete di aiuto sono associate maggiori difficoltà nella gestione del tempo e ricadute negative sul benessere psicologico del caregiver. Il presente contributo presenterà i primi risultati di una indagine qualitativa, realizzata mediante la metodologia dell’intervista diadica (Bramanti, Lombi e Nanetti 2023) condotta su un campione nazionale di 25 caregiver di persone in condizione di disabilità e la persona che gli stessi caregiver hanno indicato come principale social support. In particolare, saranno discusse: la percezione del tempo del caregiver, l’impatto sul futuro e la progettualità, gli effetti sulle relazioni sociali e le strategie di gestione del tempo. L’esperienza della temporalità nella relazione di cura del caregiver sarà quindi messa in relazione con il network di supporto sociale su cui può fare affidamento, rilevato mediante la metodologia della personal network anlysis (Tronca 2021, 2013). I risultati della ricerca evidenziano come la percezione del tempo da parte dei caregiver informali dipende in larga misura dal grado di supporto sociale di cui dispone. Le interviste mostrano che il tempo viene vissuto diversamente a seconda della disponibilità di aiuti pratici e psicologici: quando il supporto è adeguato, il caregiver può pianificare e progettare il futuro; quando manca, il tempo diventa un flusso indistinto dominato dall’urgenza e dalla rinuncia. Coloro che ricevono aiuti da familiari o servizi dedicati riferiscono una maggiore prevedibilità e una riduzione dello stress quotidiano. Viceversa, chi affronta il lavoro di cura in solitudine sperimenta una compressione del tempo, con la sensazione di non avere mai pause o momenti per sé. I primi risultati dell’indagine suggeriscono di implementare programmi di supporto che facilitino la gestione del tempo dei caregiver potrebbe non solo migliorare la loro qualità della vita, ma anche favorire una migliore assistenza ai beneficiari. Inoltre, la creazione di reti di supporto tra pari, come gruppi di mutuo aiuto, potrebbe contribuire a una percezione più equilibrata del tempo e a una maggiore resilienza emotiva. Riferimenti bibliografici Adelman, R. D., Tmanova, L. L., Delgado, D., Dion, S., & Lachs, M. S. (2014). Caregiver burden: a clinical review. JAMA, 311(10), pp. 1052-1060. Bramanti, D., Lombi, L., Nanetti, S. (a cura di), (2023). L’intervista diadica intergenerazionale. Acireale: Bonanno Carretero, S., Garcés, J., Ródenas, F., & Sanjosé, V. (2009). The informal caregiver's burden of dependent people: Theory and empirical review. Archives of Gerontology and Geriatrics, 49(1), pp. 74-79. Chappell, N. L., & Funk, L. M. (2011). Social support, caregiving, and aging. Canadian Journal on Aging/La Revue canadienne du vieillissement, 30(3), pp. 355-370. COFACE Families Europe (2017). Who Cares? Study on the challenges and needs of family carers in Europe. Bruselles: COFACE. Kelly, P., Heyman, J. & White-Ryan, L. (2017). The Impact of Time Spent Caregiving on the Lives of The Hidden Workforce of Unpaid Caregivers. Innov Aging. Jun 30;1(Suppl 1): pp. 814–5. MacRuer, R. (2018). Crip Times: Disability, Globalization, and Resistance. New York University Press: New York. Pinquart, M., & Sörensen, S. (2003). Differences between caregivers and noncaregivers in psychological health and physical health: A meta-analysis. Psychology and Aging, 18(2), pp. 250-267. Rosa, H. (2015). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Torino: Einaudi. Schulz, R., & Sherwood, P. R. (2008). Physical and mental health effects of family caregiving. The American Journal of Nursing, 108(Suppl 9), pp. 23-27. Tronca L. (2021), I personal network di sostegno e consumo ai tempi del COVID-19, in Id. e D. Secondulfo (a cura di), Terzo rapporto dell’Osservatorio sui consumi delle famiglie. Consumi e consumatori al tempo del COVID-19, Milano: FrancoAngeli, pp. 110-147. Tronca, L. (2013). Sociologia relazionale e social network analysis. Analisi delle strutture sociali, Milano: FrancoAngeli. Urwin, S., Lau, Y.S., Grande, G., & Sutton, M. (2023). Informal caregiving and the allocation of time: implications for opportunity costs and measurement, Social Science & Medicine, 334. https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2023.116164. TERZO CONTRIBUTO Me time e foreverismo: l’hic et nunc dei caregiver delle persone con disabilità Marianna Coppola Università Giustino Fortunato – e-mail: m.coppola@unifortunato.eu Emiliana Mangone Università degli Studi di Salerno – e-mail: emangone@unisa.it
La comunicazione di una diagnosi di disabilità non è un aspetto che investe solo la persona coinvolta ma determina un effetto di rielaborazione e rinegoziazione di diversi aspetti della vita quotidiana e della realtà sociale della rete di sostegno in cui è inserito (in primis la famiglia). Questo complesso e articolato processo di rielaborazione coinvolge necessariamente la dimensione temporale, un tempo che è da considerare nell’accezione polisemica del termine e degli universi simbolici che investe: un tempo tangibile e fattuale, ovvero il tempo dedicato alla cura da parte del caregiver verso la persona con disabilità che, talvolta, sottrae tempo ad altri ambiti di vita quotidiana come il lavoro, la sfera degli hobbies e delle passioni, l’ambito delle relazioni e dei rapporti sociali; un tempo immateriale e concettuale ovvero la progettazione del futuro, un futuro personale, della relazione diadica con la persona assistita in termine di sussistenza e riposizionamento sociale in caso di morte del caregiver o di impossibilità – da parte di questi – a continuare l’azione di cura (in particolare se è un familiare stretto). In questa prospettiva un ruolo centrare lo svolgono la rete di sostegno e il social support network posseduto dal caregiver, come ambito relazionale in cui rintracciare sostegno, confronto e conforto nei momenti di necessità o come safe space. Il presente contributo ha lo scopo di analizzare gli aspetti psicologici, sociali e immaginari della percezione e del rapporto con il tempo di cura e della progettazione del futuro da parte dei caregiver che assistono persone con disabilità. A tal scopo è stata condotta un’indagine di tipo qualitativo, attraverso interviste diadiche, di 25 caregiver di persone con disabilità, residenti in diversi regioni d’Italia. Dalle interviste e dalle storie di vita prese in analisi è emersa una difficoltà del caregiver nell’organizzazione del tempo di cura, difficoltà che si riflette spesso in una riduzione progressiva del tempo personale per dedicarsi totalmente all’azione di caregiving. In questo caso la funzione della rete di supporto e delle persone che rientrano nella sfera dell’aiuto è di supplenza operativa, ovvero un possibile sostegno nelle attività di cura per permettere al caregiver di utilizzare uno spazio temporale per sé – ricerca del Me time -. Per quanto riguarda la progettazione del futuro, dall’analisi delle interviste, emerge una tendenza a negare il dolore e a non pensare al futuro in termini negativi e degenerativi, una modalità di vivere il tempo in linea con il recente pensiero foreverista - che ha tra i suoi assiomi l’idea di concentrarsi sul presente e celebrare il passato, negando la finitezza della vita -. In questa prospettiva il sistema familiare e sociale delle persone con disabilità non pianifica il futuro su una progettualità di “lunga durata” ma tende a concentrarsi sul qui ed ora, senza avviare progetti di “Dopo di noi” o piani di “Responsabilità condivisa”, con importanti ricadute sia sulla vita della persona con disabilità, sia sul sistema familiare e sociale in cui la stessa è inserita. Riferimenti Bibliografici Benner P. (1984) From novice to expert. Excellence and power in clinical nursing practice, Menlo Park, Addison-Wesley. Biancu S. (2014) Presente. Una piccola etica del tempo, Cinisello Balsamo, San Paolo. Collière M.F. (1992) Aiutare a vivere. Dal sapere delle donne all’assistenza infermieristica, Milano, Sorbona. Gamelli I (2005) Sensibili al corpo, i gesti della formazione e della cura, Roma, Meltemi. Giuliani L, Piredda M, Ghilardi G, D. Marinis M.G. (2015) Patient’s perception of time in palliative care: a metasynthesis of qualitative studies. Journal of Hospice & Palliative Nursing, 17: 413-426. Grafton Tanner, Foreverismo. Fenomenologia di ciò che non finisce, trad. e cura it. di R. Clamar, D. Sisto, effequ, Firenze 2024. Petrini M et al. Health Issues and Informal Caregiving in Europe and Italy. Annali dell'Istituto Superiore di Sanità. 2019; 55(1): 41-50 Petrini M, d'Amore A, Chiarotti F, Borgi M, Carè A, Ortona E. Stress, salute e differenza di genere nei Cargiver familiari. Notiziario dell'Istituto Superiore di Sanità. 2023; 36(7-8): 13-15 Sunders J. (2021) Me Time: The self-care guide that transforms you from surviving to thriving, New York, White Lion Publishing. QUARTO CONTRIBUTO Non è solo lavoro. Il capitale sociale per i caregiver professionali Rita Affatigato
Abbiamo studiato le relazioni di cura professionali attraverso dieci interviste diadiche a caregiver professionali e a una persona di riferimento del/la caregiver professionale stesso/a. Dai casi studiati emergono alcune regolarità nelle dinamiche di relazione che sono esplorate nel nostro contributo. I caregiver tendono a costruire relazioni significative con la persona assistita che vanno ben al di là della relazione professionale. E, quando la relazione con la persona assistita non offre possibilità di relazionalità e significatività, il/la caregiver le trova nella relazione con la persona di riferimento. Dai risultati delle interviste diadiche emerge come ciascuna diade (caregiver/persona assistita e caregiver/persona di riferimento) sviluppi, anche al di là della cornice dei ruoli lavorativi, relazioni basate sullo scambio di consigli, opportunità, affettività, sostegno morale e materiale. Una reciprocità che, da un lato, qualifica la motivazione alla cura, dall’altro esprime anche la permeabilità della cura stessa, tanto da rendere difficile la separazione con il contesto lavorativo. Questa regolarità può essere spiegata con la carenza di capitale sociale del caregiver. Quando il caregiver è povero di relazioni sociali compensa con le relazioni con la persona assistita e con la sua famiglia. Ma la relazione viene riempita di significati anche se tra caregiver e persona assistita c’è un differenziale di capitale culturale a vantaggio di quest’ultima. In questo caso il rapporto di assistenza e cura si capovolge: l’assistito/a finisce col dare al/la caregiver una assistenza di vario tipo (da quella psicologica a quella per gli adempimenti burocratici). Un altro scenario è quello nel quale la carenza di capitale sociale del caregiver è generata dal tipo di contratto di lavoro così totalizzante che non gli concede tempo di vita al di fuori della relazione con la persona assistita (non solo presta il proprio lavoro, ma vive mangia e dorme a casa della persona assistita). È una condizione che preclude la possibilità di una vita di relazione che non sia quella offerta dalla persona assistita, dalla sua famiglia e dalla cerchia delle persone attorno ad essa. In queste condizioni, abbiamo trovato che il/la caregiver investe significativamente nella relazionalità (sociale, affettiva, del tempo libero) nel contesto stesso del lavoro. Conferisce dunque un significato molto più che professionale alla relazione di lavoro che diventa sociale e affettiva. Le regolarità che abbiamo trovato nelle nostre storie avranno bisogno di essere confermate con numeri più ampi. Questi casi, tuttavia, sembrano dirci qualcosa che può andare al di là dei numeri. La relazione di assistenza non riesce a stare dentro i confini della mera relazione professionale. Ha bisogno di una reciprocità che si nutre di capitale sociale e, nello stesso tempo, lo nutre. Riferimenti bibliografici Bertani M. (2010), “Il capitale sociale come bene relazionale. Un’applicazione della network analysis nello studio delle reti di social support degli immigrati” in Mondi Migranti, 2, DOI: 10.3280/MM2010-002010; Bertani, M., Di Nicola P. (2012), “Presentazione” in Sociologia e Politiche sociali, n. 1, pp 5-7, DOI: 10.3280/SP2012-001001; Bertani, M., Di Nicola P. (2012), “Il capitale sociale nello studio delle migrazioni” in Sociologia e Politiche sociali, n. 1, pp 9-29, DOI: 10.3280/SP2012-001002; Bramanti, D., Lombi, L., Nanetti, S., L’intervista diadica intergenerazionale, Bonanno Editore, Roma 2023: 73 [https://hdl.handle.net/10807/236955]; Donati, P., Il capitale sociale. L’approccio relazionale, Franco Angeli, Milano 2007; Di Nicola, P., Stanzani, S. e Tronca, L. (2010), Forme e contenuti delle reti di sostegno. Il capitale sociale a Verona, Milano, FrancoAngeli; Di Nicola, P. (2013), «Capitale sociale, qualità delle relazioni, qualità della vita: benessere e soddisfazione» in Sociologia italiana, n. 1; Di Nicola P., Stanzani S., Tronca L. (2011). «Social Personal Networks as Social Capital: a Reserch Strategy to Measure Contents and Forms of Social Support» in Italian Sociological Review, 1 (1), pp. 1-14, DOI: 10.13136/isr.v1i1.7.1. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 02: L’inciviltà come codice politico. L'ascesa dello scontro nella comunicazione contemporanea Luogo, sala: Aula 2 (AO-A) Chair di sessione: Alberto Marinelli Chair di sessione: Stefania Parisi |
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L’inciviltà come codice politico. L'ascesa dello scontro nella comunicazione contemporanea. 1: Sapienza Università di Roma; 2: Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; 3: Università degli Studi di Siena; 4: Università Cattolica di Milano Negli ultimi anni abbiamo rilevato un preoccupante aumento dell'inciviltà e dell'ostilità nel discorso politico, fenomeno questo che sta trasformando in modo significativo il dibattito pubblico nelle principali democrazie contemporanee. I candidati e i partiti politici adottano con crescente frequenza strategie comunicative aggressive, intensificando l’ostilità contro gli avversari attraverso varie espressioni incivili. L'inciviltà politica, intesa come violazione delle norme socio-culturali che regolano una comunicazione rispettosa, si manifesta mediante diverse modalità che spaziano dagli attacchi personali, al ricorso a mistificazione e inganno, fino all'utilizzo di un linguaggio emotivamente carico e offensivo finalizzato a delegittimare gli oppositori. Tale condotta può giungere persino a ostacolare il processo decisionale democratico, impedendo il dialogo e il compromesso indispensabili per un’azione politica efficace. La definizione del concetto si estende, inoltre, alla mancanza di rispetto per i valori democratici fondamentali, quali inclusione, pluralismo e uguaglianza, nonché alla denigrazione delle stesse istituzioni democratiche. È rilevante osservare come, parallelamente al suo incremento quantitativo, l'inciviltà nel discorso politico stia gradualmente modificando il proprio ruolo. Non costituisce più soltanto una risorsa strategica utilizzata dai politici per ottenere visibilità mediatica e influenzare l'agenda pubblica, ma è diventata parte integrante della comunicazione politica contemporanea. Questo fenomeno deriva dalla progressiva normalizzazione di narrazioni e pratiche comunicative aggressive che tendono a far percepire l'inciviltà come elemento caratterizzante e indissociabile dall'attività politica stessa. A rafforzare questa tendenza contribuisce significativamente l'ecosistema mediale contemporaneo. Tanto i media tradizionali quanto le piattaforme digitali, spinti dalla crescente competizione per catturare l'attenzione di un pubblico sempre più distratto e dalla necessità di stimolare l'engagement degli utenti, conferiscono crescente visibilità alle manifestazioni di inciviltà. Di conseguenza, i cittadini che seguono l'attualità politica sono esposti con frequenza sempre maggiore a comportamenti incivili, sia attraverso i canali informativi tradizionali che mediante i social media, dove le notizie politiche circolano anche indirettamente secondo il meccanismo del “news reaches me”. Il rischio concreto è che l'inciviltà venga percepita non più come un'eccezione, ma come un attributo intrinseco e costitutivo della politica contemporanea. Tale trasformazione del discorso pubblico genera effetti tangibili sul tessuto democratico. La ricerca ha già evidenziato numerosi impatti dannosi dell'inciviltà politica, tra cui la disaffezione dei cittadini, l'aumento del cinismo politico e dell'alienazione dalla vita pubblica, nonché la crescente polarizzazione affettiva che porta i cittadini ad accrescere la propria avversione verso coloro che la pensano diversamente. Nonostante l'ampia documentazione dei molteplici effetti negativi, permangono importanti lacune conoscitive che richiedono ulteriore approfondimento. In questo contesto, il nostro panel intende esplorare alcune questioni ancora poco investigate: in che misura l'inciviltà politica viene percepita, interpretata e utilizzata dai diversi attori della scena pubblica? L'esposizione ripetuta ai comportamenti incivili degli attori politici aumenta la sensibilità dei cittadini verso tali comportamenti o, al contrario, conduce a una naturalizzazione e desensibilizzazione? Come viene interpretata e utilizzata l'inciviltà nelle diverse arene comunicative da politici e giornalisti? In che modo i pubblici digitali trasformano l'inciviltà in strumento di costruzione identitaria e partecipazione politica? Il panel presenta i risultati di un progetto di ricerca comparativo sull'inciviltà politica in Italia, Germania e Regno Unito ****, articolandosi in quattro presentazioni: uno studio comparativo sulla percezione dell'inciviltà politica condotto su un campione rappresentativo di cittadini italiani, britannici e tedeschi; una ricerca qualitativa basata su 30 interviste in profondità a cronisti, editorialisti e direttori provenienti da diversi ecosistemi giornalistici italiani, mainstream e digitali; un'indagine qualitativa che ha coinvolto 30 politici italiani rappresentativi dei diversi livelli istituzionali e appartenenze partitiche; un'etnografia digitale delle pratiche di riproduzione dell'inciviltà politica, o resistenza alla stessa, osservabili nelle piattaforme, con particolare attenzione ai talkshow politici. . PAPER Le mille sfumature dell’inciviltà politica nella lettura dei cittadini britannici, italiani e tedeschi.
Sara Bentivegna, Sapienza Università di Roma Al fine di verificare empiricamente se l’inciviltà possa considerarsi come un attributo della politica contemporanea, è stata svolta un’indagine comparativa – tramite survey – che ha registrato la percezione dell’inciviltà delle élite politiche in Italia, Germania e UK. I tre paesi presentano sistemi mediatici e politici nettamente distinti: l'Italia ha un sistema politico frammentato e polarizzato e un sistema mediale con alto parallelismo politico; la Germania ha un sistema consensuale e multipartitico e un mercato mediale più inclusivo; il Regno Unito, pur con una tradizione di servizio pubblico autorevole, ha visto crescere fonti di informazione più partigiane e una maggiore polarizzazione esacerbata dalla Brexit. Al di là delle specificità nazionali – relative tanto al sistema politico che al sistema mediale - emergono forti tratti comuni riguardo alla percezione dell’inciviltà. In tutti i paesi, i giovani (e gli uomini), probabilmente socializzati a un dibattito pubblico più aggressivo, tendono a percepire meno chiaramente l'inciviltà. Ancora più rilevanti delle variabili sociodemografiche, sono quelle legate alla cultura politica: la fiducia nella democrazia e la condivisione dei suoi valori predicono una maggiore sensibilità all'inciviltà, mentre l'anti-politica ha un effetto opposto. In sintesi, pur con sfumature legate ai diversi contesti nazionali, una visione più solida della democrazia rende i cittadini significativamente più critici verso le espressioni di inciviltà delle élite politiche, confermando il significato dell'inciviltà come attributo proprio della politica contemporanea. Il nesso che lega l’inciviltà politica e l’uso delle piattaforme digitali, invece, appare meno forte e univoco di quanto si potrebbe pensare. Non sempre, e non in tutti i paesi esaminati, un’elevata frequentazione delle piattaforme social si trasforma in una maggiore accettazione dell’inciviltà così come non sempre una ridotta frequentazione delle piattaforme porta a una minore accettazione dell’inciviltà. Diverse variabili moderano queste relazioni, tra le quali figurano in primo luogo quelle legate al rapporto che i cittadini intrattengono con la politica (interesse per la politica, fiducia politica e condivisione dei valori democratici). Nell’insieme emerge, quindi, un risultato significativo e affatto scontato: l'inciviltà politica, lungi dall'essere un semplice prodotto della digitalizzazione, si configura come un fenomeno complesso radicato nella qualità del rapporto tra cittadini e istituzioni democratiche, suggerendo che il rafforzamento della cultura democratica possa rappresentare una risposta all'erosione del dibattito pubblico contemporaneo. . Traiettorie esperienziali del giornalismo tra cause, conseguenze e cesure del discorso pubblico in Italia Giovanni Boccia Artieri, Stefano Brilli, Camilla Folena
Il contributo analizza l’inciviltà dal punto di vista dei giornalisti che si occupano di politica nazionale, regionale o locale, esplorando come il fenomeno venga concettualizzato attraverso le loro percezioni ed esperienze professionali e personali. Attraverso 30 interviste in profondità a cronisti, editorialisti e direttori provenienti da diversi ecosistemi giornalistici italiani, mainstream e digitali, lo studio indaga la percezione degli intervistati sugli attori coinvolti e sui contesti in cui l’inciviltà emerge con maggiore frequenza: dai media tradizionali ai social media fino agli spazi sociali ed istituzionali. Viene inoltre approfondito il ruolo dei processi comunicativi nell’amplificare o meno l’inciviltà, insieme alle dinamiche economiche e utilizzi strategici che ne possono influenzare la diffusione tra piattaforme e pubblici. Senza tralasciare il contesto legato alle cesure storico-politiche che hanno trasformato il discorso pubblico in Italia, lo studio esplora cause e conseguenze del fenomeno, analizzandone gli effetti sulla qualità del dibattito politico, sulla fiducia nei media e nelle istituzioni, finanche sulla stabilità del sistema democratico. La ricerca evidenzia, infine, i livelli di consapevolezza e responsabilità che il giornalismo si riconosce nel suo ruolo di osservatore, mediatore o persino promotore dell’inciviltà politica; mettendo in luce eventuali strategie di coping adottate, per gestire le pressioni del contesto socio-politico e mediale in cui opera attualmente. . L’inciviltà politica negli occhi (e nelle pratiche) dei politici Barbara Scivo, Simone Carlo, Laura Caroleo, Marina Villa
Il contributo indaga la percezione dell’inciviltà dal punto di vista degli attori politici, identificando le strategie discorsive, le pratiche comunicative e i comportamenti che i politici italiani interpretato come incivili. La ricerca qualitativa è stata realizzata attraverso 30 interviste non strutturate a osservatori privilegiati della politica italiana dislocati in tutto il territorio nazionale e rappresentativi dei diversi livelli istituzionali e appartenenze partitiche. In particolare, i 30 intervistati comprendono: 6 deputati, 6 senatori, 3 parlamentari europei, 6 tra consiglieri comunali e sindaci, e 9 tra consiglieri regionali e presidenti di regione, appartenenti ai diversi partiti di maggioranza e opposizione. Oltre a ricostruire le percezioni degli intervistati su ciò che costituisce l’inciviltà politica, sugli attori maggiormente coinvolti nel fenomeno, sui contesti in cui esso si manifesta e sui processi e ambiti comunicativi attraverso i quali si sviluppa, le interviste hanno permesso di indagare l’accettabilità sociale dell’inciviltà come comunicazione politica. Sono state analizzate le cause che, secondo gli attori politici, determinano l’emergere e l’incremento nel tempo dell’inciviltà politica, così come le conseguenze che essa produce sulle dinamiche politiche e sociali. I risultati mostrano, da parte dei politici, una comprensione dell'inciviltà politica come un fenomeno multidimensionale, che assume diverse manifestazioni a seconda del contesto comunicativo, sia esso istituzionale, mediale classico (televisivo, radiofonico, giornalistico) o di piattaforma. L'analisi evidenzia, inoltre, come l'esperienza dell'inciviltà vari significativamente a seconda del genere dell’intervistato e dal livello di governo, con dinamiche distintive tra l'arena nazionale, europea e locale. Emerge, infine, come gli attori politici non siano solo potenziali perpetratori o vittime di comportamenti incivili, ma anche osservatori privilegiati e interpreti di un fenomeno che sta ridefinendo le modalità del confronto democratico contemporaneo. . La normalizzazione dell’inciviltà nel politainment espanso: pratiche discorsive e costruzione identitaria nei pubblici digitali Giovanni Boccia Artieri, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo Nel contesto del politainment italiano, l’inciviltà online emerge come una pratica diffusa e normalizzata, alimentata dalla condivisione sui social media di clip estratti da talk show e programmi televisivi. Attraverso un’analisi che utilizza l’etnografia digitale, il capitolo investiga i pubblici online del politainment a partire dai dieci programmi di informazione politica che ricevono più engagement online. Lo studio utilizza un approccio qualitativo (scarsamente usato negli studi sul tema) per approfondire il ruolo dell’inciviltà politica non solo come infrazione discorsiva, ma come componente dell’intrattenimento e della discussione politica online. L’analisi etnografica rivela come i pubblici della politica online rielaborino e amplifichino toni aggressivi, insulti e polarizzazione, spesso estrapolando momenti di conflitto per creare contenuti virali. Questo fenomeno, definibile come “alone del politainment espanso”, trasforma l’intrattenimento politico in un terreno fertile sia per pratiche discorsive tossiche, sia per un utilizzo consapevole di contenuti incivili come strumento di partecipazione che va a nutrire un diffuso sentimento di antipolitica. Inoltre, meme, clip virali e contenuti condivisi usano l’inciviltà (o la denuncia della stessa) per rafforzare identità collettive di fandom e antifandom. I pubblici online utilizzano le forme, le pratiche e i linguaggi dell’inciviltà (ad es. toni aggressivi, insulti e polarizzazione) come strumenti di posizionamento rispetto a partiti e figure politiche, ma anche rispetto ai giornalisti, presentatori e ai frame dei media mainstream. Questo processo trasforma l’inciviltà in un vero e proprio costrutto identitario, dove la partecipazione politica passa attraverso la provocazione e la derisione, ridefinendo i confini tra intrattenimento, attivismo e ostilità. La ricerca evidenzia come tali dinamiche contribuiscano a normalizzare e insieme problematizzare i comportamenti ostili, ridefinendo i confini del dibattito pubblico online e trasformando l’inciviltà in un attributo performativo della politica contemporanea. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 03: Tempi di crisi e d’emergenza. Pratiche comunicative, saperi esperti e narrazioni mediali Luogo, sala: Aula Magna Baffi (A0-F) Chair di sessione: Francesca Comunello Chair di sessione: Alessandro Lovari |
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Tempi di crisi e d’emergenza. Pratiche comunicative, saperi esperti e narrazioni mediali 1: Università di Cagliari; 2: Università degli Studi di Firenze; 3: Sapienza Università di Roma; 4: Università Kore di Enna; 5: Università di Udine Tempi di crisi e d’emergenza. Pratiche comunicative, saperi esperti e narrazioni mediali Negli ultimi decenni la questione del rischio, come caratteristica della società contemporanea, è diventata centrale nel dibattito internazionale (Beck 1986; Giddens 1990) ed è legata al modo in cui le società gestiscono e affrontano i cambiamenti climatici, tecnologici e sociali (Furedi 2002). Gli studiosi definiscono la comunicazione del rischio come uno scambio bidirezionale tra istituzioni e pubblici (Balog-Way et al., 2020), nel quale i mass media ricoprono ancora oggi un ruolo chiave nell’amplificazione dei rischi (Kasperson et al., 1988), e in cui fattori come credibilità e fiducia possono favorire comportamenti protettivi, resilienza e partecipazione (Buzzanell 2017; Renn & Levine, 1991; Bonfanti et al., 2023). La letteratura ha evidenziato come uno degli aspetti cruciali nella gestione del rischio risieda nel processo di comunicazione e nella problematicità del rapporto tra il punto di vista e il linguaggio degli esperti e quello delle persone esposte ai rischi che, grazie alle piattaforme digitali, possono attivarsi e far sentire la propria voce di fronte a rischi e in casi di emergenza (Comunello, Mulargia 2018; Lovari, Bowen 2020). Queste dinamiche si sviluppano in uno scenario caratterizzato da sfiducia nei confronti delle istituzioni, come sottolineato dall’Edelman Trust Barometer (2023), secondo cui i governi godono di una fiducia inferiore (50%) rispetto alle aziende (62%). Ma quella della fiducia non è l’unica sfida. La diffusione della disinformazione è ormai un problema pubblico nell’agenda dei governi e dei media. Il World Economic Forum (2024) ha messo in evidenza come la disinformazione –anche legata all’IA - sia uno dei principali rischi percepiti a livello globale, subito dopo la crisi climatica. In questo contesto le questioni ambientali costituiscono un esempio concreto delle complesse e articolate dinamiche legate alla comunicazione del rischio e dell’emergenza. Dinamiche all’interno delle quali la gestione e la sincronia dei tempi degli interventi, anche di tipo comunicativo, rappresenta un fattore chiave anche in chiave di credibilità e fiducia, come sottolineato dal recente Eurobarometro sulla consapevolezza e preparazione ai disastri ambientali (2024). Il panel si compone di quattro contributi che riportano le evidenze empiriche e gli snodi critici relativi alla comunicazione del rischio, della crisi e dell’emergenza delle attività di ricerca di due progetti PRIN e di un progetto di Ricerca SPOKE PNRR. Il primo contributo mette a confronto giornalisti e comunicatori pubblici del rischio attorno alla gestione della comunicazione di alcune emergenze naturali (come alluvioni e incendi), tra processi di framing, spettacolarizzazione, rappresentazione degli attori e disinformazione. Il tutto attraverso la lente dell’insularità che caratterizza i due contesti analizzati. Il secondo contributo si concentra sulla figura degli esperti nelle attività di comunicazione della crisi in contesti mediatizzati, ibridi e frammentati, nei quale essi hanno assunto un’insolita visibilità con la pandemia. Dall’analisi del contenuto di 1200 comunicati stampa, la ricerca restituisce un panorama informativo sfaccettato e dinamico della figura dell’esperto in ambito ambientale (e non solo), della sua expertise e delle radici della sua credibilità. Il terzo paper analizza pratiche e competenze dei professionisti della comunicazione del rischio attraverso diciotto interviste semi-strutturate con esperti di istituzioni, istituti di ricerca, società di consulenza. Le interviste esplorano processi della comunicazione del rischio in contesti territoriali variegati e all’interno di organizzazioni con differenti modalità operative che impattano sull’autonomia decisionale e operativa degli intervistati. Infine, il quarto contributo analizza la cronemica dell’emergenza - individuata in pre-emergenza, emergenza, post-emergenza - e la modulazione dei frame utilizzati dalla stampa discriminando per tipi di eventi (disastri ambientali e allerta meteo) e per le due isole (Sicilia e Sardegna). A tal fine è stato costruito un database composto da 166 documenti provenienti dalla stampa nazionale, regionale e locale; i testi raccolti sono stati analizzati col metodo di profilazione socioculturale dell’Emotional Text Mining. Bibliografia Balog‐Way, D., McComas, K., & Besley, J. (2020). The evolving field of risk communication. Risk Analysis, 40(S1), 2240-2262. Beck U. (1986), Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp, Frankfurt; trad. it. (2000), La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma. Bonfanti, R. C., Oberti, B., Ravazzoli, E., Rinaldi, A., Ruggieri, S., & Schimmenti, A. (2023). The role of trust in disaster risk reduction: a critical review. International journal of environmental research and public health, 21(1), 29. Buzzanell, P. M. (2017), Communication theory of resilience: Enacting adaptive-transformative processes when families experience loss and disruption, in Braithwaite, D. O., Suter, E. A., Floyd, K. (eds.) «Engaging theories in family communication: Multiple perspectives», Routledge, New York, pp. 98-109. Comunello F., Mulargia S. (2018), Shake networks. Social media in earthquake-related communication, Emerald Publishing Limited, Leeds. Edelman Trust Barometer, (2024), Global Report, www.edelman.com/sites/g/files/aatuss191/files/2024-02/2024%20Edelman%20Trust%20Barometer%20Global%20Report_FINAL.pdf Furedi F. (2002), Culture of Fear: Risk-Taking and the Morality of Low Expectation, Continuum International Publishing Group Ltd, London-New York. Giddens, A. (1990). The consequences of modernity. Cambridge: Polity Press. Greco F. (2016), Integrare la disabilità. Una metodologia interdisciplinare per leggere il cambiamento culturale, Franco Angeli. Kasperson R. E., Renn O., Slovic P., Brown H. S., Emel J., Goble R., Kasperson J. X., Ratick S. (1988), The Social Amplification of Risk: A Conceptual Framework, in «Risk Analysis», 8, 2, pp. 177-187. Lovari A., Bowen S. A. (2020), Social media in disaster communication: A case study of strategies, barriers, and ethical implications, in «Journal of Public Affairs», vol. 20, n. 1, pp. 1-9. Renn, O., & Levine, D. (1991). Credibility and trust in risk communication. Springer Netherlands. World Economic Forum (2024), Global Risks Report, 19th Edition, https://www3.weforum.org/docs/WEF_The_Global_Risks_Report_2024.pdf Primo contributo Alessandro Lovari, Cinzia Atzeni, Norma Baldino Costruire resilienza. Come media e istituzioni comunicano i disastri ambientali nei contesti insulari I disastri ambientali sono sempre più frequentemente tema di dibattito pubblico e nei media, così come oggetto di analisi accademica. La ricerca sociologica ha analizzato il ruolo dei media nel rapportarsi con il pubblico con gli specialisti della comunicazione delle istituzioni preposte alla gestione dei rischi e delle emergenze (Lovari, Bowen 2020; Comunello, Mulargia 2018). In tutte le fasi e (allarme, preparazione, salvataggio, soccorso e riabilitazione) i media tendono, infatti, a (ri)portare le informazioni dell’evento e a trasmettere indicazioni su comportamenti che contribuiscono al recupero individuale e ai processi di resilienza comunitari (Buzzanell 2017, 2019), non sempre in sintonia con la comunicazione istituzionale. A seconda dei frame con i quali sono costruite le notizie (Entman 1993; Goffman 1974), e rispetto a quella che Altheide (2002) definisce “logica dei media”, le testate giornalistiche plasmano la percezione dei disastri (Coombs 2012; Vogler, Meissner 2024) diventando “stazioni di amplificazione” volte a diffondere notizie e ad alimentare l’immaginario sociale del rischio (Luhmann 1996). Questi fattori sono ancora più rilevanti in contesti insulari con maggiore vulnerabilità ai rischi naturali (Ivčević et al. 2021; La Rocca, Lovari 2024). Inoltre Sellnow e Seeger (2013, 2016) evidenziano come una comunicazione del rischio efficace contribuisca a mitigare il panico, favorisca comportamenti proattivi tra i cittadini e aumenti la capacità delle comunità e delle istituzioni di rispondere e adattarsi agli eventi critici (Sellnow, Sellnow 2024). Questo contributo si inserisce all’interno di un progetto PRIN PNRR che si propone di indagare il ruolo strategico della comunicazione per favorire la resilienza nella gestione del rischio di disastri naturali, monitorarne la narrazione mediatica e promuovere un accesso inclusivo all'informazione, con l'obiettivo finale di stimolare il dialogo tra esperti, istituzioni e cittadini in due contesti insulari. L’obiettivo di questo contributo è indagare la costruzione della comunicazione del rischio correlato ai disastri nelle due principali isole italiane, Sardegna e Sicilia. In particolare gli eventi calamitosi oggetto di analisi sono stati: alluvioni, incendi, terremoti, maremoti, ondate di calore, mareggiate. Più specificatamente il contributo mira a identificare le relazioni tra la copertura mediatica dei disastri e la loro comunicazione da parte delle istituzioni regionali sarde e siciliane attraverso un approccio mix method basato su: a) media coverage e analisi del contenuto delle notizie sui disastri ambientali relativi alle due isole, dal 31.12.2021 al 30.04.2024, all’interno dei media web e cartacei, nazionali, regionali e locali; b) interviste in profondità semi-strutturate ad attori chiave nella comunicazione istituzionale (Regione, Protezione Civile e altre istituzioni) e giornalistica, nazionale e locale. In particolare il presente contributo ha lo scopo di indagare: a) la consapevolezza dei giornalisti nel processo di framing dei disastri naturali e della loro eventuale spettacolarizzazione, con un focus sui processi di newsmaking attraverso i quali sono prodotte le notizie calamitose e descritti i principali attori coinvolti (comprese le istituzioni regionali e nazionali); b) il rapporto tra le logiche e le pratiche della comunicazione pubblica istituzionale e del giornalismo nel trasmettere informazioni ai cittadini di fronte al manifestarsi di rischi e di eventi critici nelle aree insulari. L’obiettivo finale è evidenziare la qualità della relazione tra i comunicatori istituzionali e gli operatori dei media delle testate nazionali e locali, al fine di sviluppare trasparenza, fiducia e percorsi di resilienza nei cittadini. Bibliografia Altheide D. L. (2002), Creating fear: News and the construction of crisis, De Gruyter, Berlin. Buzzanell, P. M. (2017), Communication theory of resilience: Enacting adaptive-transformative processes when families experience loss and disruption, in Braithwaite, D. O., Suter, E. A., Floyd, K. (eds.) «Engaging theories in family communication: Multiple perspectives», Routledge, New York, pp. 98-109. Buzzanell P. M. (2019), Communication theory of resilience in everyday talk, interactions, and network structures, in S. R. Wilson & S. W. Smith (eds.) «Reflections on interpersonal on communication research», Cognella, San Diego, pp. 65–88. Comunello F., Mulargia S. (2018), Shake networks. Social media in earthquake-related communication, Emerald Publishing Limited, Leeds. Coombs W. T. (2012), Ongoing crisis communication: Planning, managing, and responding (3rd ed.), Sage Publications, New York. Entman R. M. (1993), Framing: Toward clarification of a fractured paradigm, in «Journal of Communication», vol. 43, n. 4, pp. 51-58. Goffman E. (1974), Frame analysis: an essay on the organization of experience, Harper and Row, New York. Ivčević A., Mazurek H., Siame L., Bertoldo R., Statzu V., Agharroud K., Bellier O. (2021), The importance of raising risk awareness: Lessons learned about risk awareness sessions from the Mediterranean region (North Morocco and West Sardinia, Italy), in «Natural Hazards and Earth System Sciences Discussions», pp. 1-25. La Rocca G., Lovari A. (eds) (2024), Comunicazione del rischio insulare. Prospettive in comunicazione, politiche pubbliche e analisi dei contesti, FrancoAngeli, Milano. Lovari A., Bowen S. A. (2020), Social media in disaster communication: A case study of strategies, barriers, and ethical implications, in «Journal of Public Affairs», vol. 20, n. 1, pp. 1-9. Luhmann N. (1996), On the scientific context of the concept of communication, in «Social Science Information», vol. 35, n. 2, pp. 257-267. Seeger M. W., Sellnow T. L. (2016), Narratives of Crisis: Telling the Stories of Ruin and Renewal, Stanford University Press, Stanford, CA. Sellnow T. L., Seeger M. W. (2013), Theorizing crisis communication, John Wiley & Sons Ltd, Chichester. Sellnow T. L., Sellnow D. D. (2024), Before Crisis: The Practice of Effective Risk Communication, Cognella Academic, Publishing, Cognella. Vogler D., Meissner F. (2024), The mediated construction of crises-combining automated and qualitative content analysis to investigate the use of crisis labels in headlines of Swiss news media between 1998 and 2020, in «Journal of International Crisis and Risk Communication Research», vol. 7, n. 1, pp. 83-112. Secondo contributo Laura Solito, Carlo Sorrentino, Letizia Materassi La parola agli esperti in tempo di crisi Il contesto di crisi è, per definizione, un contesto di incertezza e di provvisorietà: degli eventi e della loro evoluzione, delle conoscenze necessarie per governare gli accadimenti, degli strumenti e delle modalità di risoluzione della crisi stessa. Nella recente emergenza pandemica, la crisi non ha riguardato soltanto la salute pubblica, ma anche l’informazione, come riportato dall’AMA Journal of Ethics, tanto da portare l’Organizzazione Mondiale della Sanità a parlare di “infodemia”. In tale processo, la figura dell'esperto - scienziati, medici, ricercatori, etc. - ha assunto un ruolo importante, sia nelle attività di informazione e comunicazione della crisi, sia nella rappresentazione dell'esperto stesso, che in un contesto mediatizzato ha assunto un’insolita visibilità e centralità. Questa esposizione mediatica lo ha portato ad assumere il ruolo di mediatore e facilitatore della comprensione del fenomeno emergenziale, “cerniera” tra i luoghi di produzione del sapere e la cittadinanza, nodo di accesso al sapere esperto. Se da un lato questo fenomeno ha reso evidente il ruolo sociale degli esperti e il valore della ricerca scientifica come bene comune, dall’altro ha fatto emergere alcuni fattori di fragilità e di rischio. In primo luogo ha portato in contesti di ribalta – quotidiani, social media, talk show, etc. – dibattiti e discussioni tra scienziati su questioni controverse; una dialettica fisiologica, connaturata al modus operandi dello scienziato, che un tempo restava racchiusa tra le mura dei laboratori o dei dipartimenti e che oggi è esposta sul palcoscenico dei media, creando disorientamento, scetticismo. Una diffidenza dei pubblici che si sta protraendo ben oltre l’emergenza. Il Pew Research Center ha recentemente evidenziato (2024), difatti, come la fiducia dei cittadini americani negli scienziati, se da un lato mostra un trend di ripresa dopo gli anni del Covid, dall’altro riguarda prevalentemente l’intelligenza degli stessi, la loro capacità di lavorare in team, l’onestà e la predisposizione al problem solving. Molto meno fiducia si rintraccia nelle competenze comunicative degli esperti, ritenute inefficaci, fredde, asimmetriche. Anche Edelman Trust Barometer conferma la percezione dell’incapacità comunicativa degli esperti, soprattutto nel parlare la lingua dei “profani” e anche l’Osservatorio Observa, tra i fattori critici percepiti dai cittadini italiani, sottolinea l’uso strumentale e opaco della comunicazione da parte degli scienziati, in favore di obiettivi personali, di status e di carriera, di visibilità. Siamo dunque in un tempo di crisi degli esperti o di una crisi comunicativa degli esperti? Tale interrogativo è alla base del contributo che proponiamo, che nasce da un progetto di ricerca di interesse nazionale (PRIN) e vuole proporre una riflessione sul ruolo degli esperti nella comunicazione di crisi. A partire da un ampio corpus empirico, vedremo chi sono gli "esperti" convocati dalla principale agenzia di stampa italiana - ANSA -, quali le loro appartenenze disciplinari, accademiche o organizzative e quali i temi intorno ai quali viene sollecitato il loro contributo. La ricerca prende in esame un range temporale molto ampio – dal 2019 al 2024 - per comprendere se e come il ruolo degli esperti abbia subito una ridefinizione prima, durante e dopo il Covid-19. Gli ambiti tematici a cui faremo particolare riferimento corrispondono, ciascuno, ad una sottosezione del portale Ansa: salute, ambiente e scienza&tecnologia. L’estrapolazione dei comunicati ha condotto ad un dataset costituito da 1200 unità di analisi che, indagate attraverso l’analisi del contenuto, stanno restituendo un panorama informativo sfaccettato e dinamico della figura dell’esperto, della sua expertise e delle radici della sua credibilità. Riferimenti Bibliografici Bucchi, M., Pellegrini, G., Rubin, A., Saracino, B. (a cura di), (2024), Annuario Scienza Tecnologia e Società. Edizione speciale: Venti anni di scienza nella società, Il Mulino, Bologna. Caselli, D. (2020), Esperti. Come studiarli e perché, Il Mulino, Bologna Comunello. F. (2014), Social media e comunicazione d’emergenza, Guerini e Associati: Milano. Coombs, W. T. (2020), Public sector crises: Realizations from covid-19 for crisis communication, Partecipazione e conflitto, 13(2), pp. 990-1001. Giddens, A. (1990). The consequences of modernity. Cambridge: Polity Press. Gili, G. (2005), La credibilità. Quando e perché la comunicazione ha successo, Rubbettino, Soveria Mannelli. Edelman Trust Barometer, (2024), Global Report, www.edelman.com/sites/g/files/aatuss191/files/2024-02/2024%20Edelman%20Trust%20Barometer%20Global%20Report_FINAL.pdf Mangone, E. (2020), La comunicazione del rischio: la pandemia da Covid-19, Mediascapes journal, 15, 132-142. Perry, R.W. (2007), What is a crisis? In H. Rodriguez, E.L. Quarantelli, R.R. Dynes (eds). Handbook of Disaster research, 1-15, Springer. Pew Research Center (2024), Public Trust in Scientists and Views in Their Role in Policymaking, https://www.pewresearch.org/wp-content/uploads/sites/20/2024/11/PS_2024.11.14_trust-in-science_REPORT.pdf Pitrelli, N. (2021), Il giornalismo scientifico, Carocci, Roma. Reynolds, B., Galdo, J.H., Sokler, L. (2002), Crisis and Emergency Risk Communication, Centers for Desease Control and Prevention, Atlanta. Solito, L., & Materassi, L. (2023). Linguaggi visuali per la comunicazione pubblica digitale. Prospettive oltre l’emergenza. H-ERMES, 25, 133-152. Thomas, K., Senkpeni, A.D. (2020), What should health science journalists do in epidemic responses?, in “AMA Journal of Ethics”, 22, I. World Health Organization, (2020), Coronavirus disease 2019 (COVID-19) situation report–46. World health organization, 6. Terzo contributo Andrea Cerase, Sapienza Università di Roma Incertezza, media digitali e Intelligenza Artificiale: nuove sfide per i professionisti della comunicazione del rischio La comunicazione del rischio avviene in un contesto complesso (Cerase, 2017), segnato da incertezza (Aspers, 2024), disinformazione e un ecosistema mediale saturo. La letteratura descrive la comunicazione del rischio come uno scambio bidirezionale tra le istituzioni e i pubblici (Balog-Way et al., 2020), dove credibilità e fiducia favoriscono comportamenti protettivi e partecipazione (Renn & Levine, 1991; Bonfanti et al., 2023). I professionisti della comunicazione del rischio operano in un panorama arricchito di nuovi strumenti applicativi (Massa & Comunello, 2024), contraddistinto dal consolidamento delle pratiche del digitale (Comunello & Mulargia, 2018) e dalla possibilità di adoperare soluzioni innovative ma eticamente (e operativamente) insidiose, come l’intelligenza artificiale. Tuttavia, il lavoro dei professionisti della comunicazione del rischio è particolarmente complesso a causa di diversi fattori: l'incertezza delle stime probabilistiche (Spiegelhalter, 2017) e la tendenza del pubblico a rifiutare tale incertezza (Smillie & Blissett, 2010), le ambiguità normative (Amato et al., 2019), culture organizzative non sempre risk-ready(Massa et al., 2022), la molteplicità di attori coinvolti (Lovari & Ducci, 2022). Questo contributo analizza pratiche e percezioni dei professionisti della comunicazione del rischio, attraverso un’indagine empirica basata su interviste qualitative, parte di un progetto PNRR finalizzato alla comprensione degli elementi distintivi della comunicazione del rischio. L’obiettivo delle interviste è comprendere come i professionisti discutano in maniera autoriflessiva rispetto alle proprie competenze e le adattino ai temi emergenti della comunicazione del rischio, come il consolidamento degli strumenti digitali, incertezza e intelligenza artificiale, rispondendo a due domande di ricerca: RQ1. Come i professionisti della comunicazione del rischio adattano le loro competenze al panorama mediale, considerando le pratiche digitali e i nuovi strumenti? RQ2. Quali sono le strategie adottate per gestire la comunicazione dell’incertezza? La ricerca si basa su interviste semi-strutturate condotte a un campione di convenienza di esperti/e operanti in diversi ambiti della comunicazione del rischio, tra cui istituzioni pubbliche, istituti di ricerca, società di consulenza. A febbraio 2025 sono state raccolte 18 interviste. La raccolta delle testimonianze sarà interrotta al raggiungimento della saturazione. Questo campione eterogeneo ha permesso di esplorare processi della comunicazione del rischio in contesti territoriali variegati – e sui quali insistono diversi rischi – e all’interno di organizzazioni contraddistinte da differenti modalità operative, le quali impattano sull’autonomia decisionale e operativa dei/le nostri/e intervistati/e. L’analisi qualitativa, condotta tramite thematic analysis (Braun & Clarke, 2021), ha permesso di identificare alcune tendenze chiave relative alle strategie comunicative, alle difficoltà e fattori di inibizione rilevati, e alle soluzioni adottate per migliorare l’efficacia delle proposte di comunicazione. In particolare, la restituzione dei risultati si concentrerà intorno a tre focus tematici: 1. La discussione delle pratiche del digitale; 2. La comunicazione dell’incertezza; 3. L’integrazione degli strumenti di intelligenza artificiale. La discussione dei risultati integrerà diversi framework teorici, tesi a comprendere i modelli di comunicazione del rischio che sostengono le pratiche dei professionisti/e, le media ideologies (Gershon, 2010) che contribuiscono a dare forma agli output di comunicazione e le rappresentazioni dei pubblici che definiscono il loro target. I risultati preliminari mostrano come i/le professionisti/e della comunicazione siano consapevoli di dover adattare le pratiche alla molteplicità di canali e di strumenti offerti dal panorama mediale contemporaneo. In particolare, mentre si evidenziano le caratteristiche di flessibilità e pervasività degli strumenti digitali, si riconosce la necessità di nuove competenze o figure professionali ad-hoc dovute ai meccanismi black-box e ai rischi connessi alla disinformazione e all’overload informativo. Inoltre, emerge la difficoltà di comunicare l’incertezza, a fronte di pubblici che si aspettano di ricevere informazioni costanti, immediate, ma prive delle complessità proprie delle stime probabilistiche. Le aspettative sull’intelligenza artificiale riflettono una fascinazione per gli strumenti, ma sollevano questioni di responsabilità e accountability. Riferimenti bibliografici Amato A., Flora G., Valbonesi C. (2019). Scienza, diritto e processo penale nell'era del rischio. Milano: Giappichelli. Aspers, P. (2024). Uncertainty: Individual Problems and Public Solutions. Oxford University Press. Balog‐Way, D., McComas, K., & Besley, J. (2020). The evolving field of risk communication. Risk Analysis, 40(S1), 2240-2262. Bonfanti, R. C., Oberti, B., Ravazzoli, E., Rinaldi, A., Ruggieri, S., & Schimmenti, A. (2023). The role of trust in disaster risk reduction: a critical review. International journal of environmental research and public health, 21(1), 29. Braun, V., & Clarke, V. (2021). Thematic analysis: a practical guide. Sage Cerase, A. (2017). Rischio e comunicazione. Teorie, modelli e problemi. Egea. Comunello, F., & Mulargia, S. (2018). Social media in earthquake-related communication: Shake networks. Emerald Publishing Limited. Gershon, I. (2010). Media ideologies: An introduction. Journal of linguistic anthropology, 20(2), 283-293. Lovari A., Ducci G. (2022). Comunicazione pubblica. Istituzioni, pratiche e piattaforme. Milano: Mondadori. Massa, A., & Comunello, F. (2024), Natural and Environmental Risk Communication: A Scoping Review of Campaign Experiences, Applications and Tools, International Journal of Disaster Risk Reduction, 114, 104936,https://doi.org/10.1016/j.ijdrr.2024.104936. Massa, A., Ieracitano, F., Comunello, F., Marinelli, A., & Lovari, A. (2022). La comunicazione pubblica alla prova del Covid-19. Innovazioni e resistenze delle culture organizzative italiane. Problemi dell’Informazione, 47, 1: 3. DOI: 10.1445/103466 Renn, O., & Levine, D. (1991). Credibility and trust in risk communication. Springer Netherlands. Smillie, L., & Blissett, A. (2010). A model for developing risk communication strategy. Journal of Risk Research, 13(1), 115-134. Spiegelhalter, D. (2017). Risk and uncertainty communication. Annual Review of Statistics and Its Application, 4(1), 31-60. Quarto contributo Gevisa La Rocca, Università Kore di Enna Cronemica dell’emergenza e prossemica della stampa: analisi dei disastri ambientali in Sicilia e Sardegna mediante l’Emotional Text Mining Negli ultimi quattro decenni la questione del rischio, come caratteristica della società contemporanea, è diventata centrale nel dibattito internazionale (Beck 1986), ed è legata al modo in cui le società gestiscono e affrontano i cambiamenti climatici, tecnologici e sociali (Furedi 2002); le questioni ambientali costituiscono un esempio concreto di questa tematizzazione. I disastri ambientali – difatti – sono divenuti sempre più di frequente oggetto di analisi della ricerca in ambito sociologico e nei communication studies (Comunello, Mulargia 2018). Nella costruzione delle emergenze e nella gestione dei disastri naturali i media veicolano frame in grado di influenzare l’elaborazione delle informazioni e la percezione stessa di tali disastri naturali da parte del pubblico (Entman 1993; Altheide 1997; Coombs 2012; Vogler, Meissner 2024). Già la teoria dell’amplificazione sociale del rischio (SARF – Kasperson et al., 1988), si è dedicata al ruolo centrale che i media svolgono nell’amplificare o nell’attenuare la percezione del rischio; individuando le teorie della comunicazione quali fondamentali per comprendere come comunichiamo sul rischio e sull’incertezza (Arvai, Rivers 2013) e sugli effetti sociali prodotti. La narrazione operata dai media si snoda e segue l’articolazione delle vicende legate ai disastri ambientali, attribuendo alla percezione un imprinting che, se analizzato a posteriori, restituisce un sensemaking retrospettivo (Weick 1995) di un evento e della sua impalcatura comunicativa. Il sensemaking è da intendersi come un processo di coevoluzione continua tra il preriflessivo (senso) e il riflessivo (significato), essendo legato ai processi di significazione. Il sensemaking si fonda sulla costruzione dell’identità, essendo implicito che nell’operazione del definire qualcosa o qualcuno si definisca contemporaneamente anche se stessi; è restrospettivo, poiché quando si ricerca il senso documentario ciò che si sta facendo è un’analisi retrospettiva di quanto già accaduto; è istitutivo di ambienti sensati; è sociale; è continuo ed è plausibile. Ciò che mediante le operazioni di sensemaking si punta qui a realizzare è una chiarificazione all’indietro di situazioni sociocomunicative. Riconoscendo l’importanza delle fonti di informazione nel plasmare la percezione pubblica rispetto ai disastri naturali e alle relate risposte e con l’obiettivo di procedere a una estrapolazione del sensemaking si è costruito un database concentrandosi sulla stampa nazionale, regionale e locale, nonché sui giornali web. Sono stati raccolti tutti gli articoli delle testate giornalistiche locali e nazionali disponibili sulla piattaforma Eco della Stampa, il cui rinvenimento è stato operato mediante le parole chiave: disastri ambientali o allerta meteo associate a Sardegna e Sicilia, per il periodo che va da gennaio 2022 a dicembre 2023. I 166 documenti individuati sono stati raccolti in un corpus di medie dimensioni composto da oltre 80 mila parole che è stato analizzato col metodo di profilazione socioculturale dell’Emotional Text Mining, (ETM; Greco, 2016). La ricostruzione di questo processo sociocomunicativo ha richiesto l’individuazione di punti di osservazione, assumendo quali discriminanti le fasi dell’emergenza: pre-emergenza o tempo di pace, emergenza o gestione del soccorso, post-emergenza o superamento. L’obiettivo del lavoro di ricerca è quindi innestare la cronemica dell’emergenza sulla modulazione dei frame utilizzati dalla stampa discriminando per tipi di eventi (disastri ambientali e allerta meteo) e per le due isole (Sicilia e Sardegna), al fine di rispondere a due domande di ricerca: [RQ1] Come muta al variare della cronemica dell’emergenza la postura comunicativa della stampa? [RQ2] Esistono delle differenze tra cronemica dell’emergenza e postura comunicativa della stampa rispetto a disastri ambientali e allerta meteo per Sicilia e Sardegna? L’obiettivo che orienta questo percorso pone, inoltre, l’attenzione sui meccanismi attraverso cui i media definiscono e classificano i rischi evidenziando le dinamiche tra visibilità e invisibilità delle isole, collegandosi alla ricerca intrapresa all’interno di un progetto Prin 2022 PNRR. Riferimenti bibliografici Altheide D. L. (1997), The news media, the problem frame, and the production of fear, in «The Sociological Quarterly», vol. 38, n. 4, pp. 647-668. Arvai J., Rivers III L. (Eds.). (2013), Effective Risk Communication (1st ed.), Routledge. https://doi.org/10.4324/9780203109861 Beck U. (1986), Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp, Frankfurt; trad. it. (2000), La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma. Comunello F., Mulargia S. (2018), ShakeNetworks. Social media in earthquake-related communication, Emerald, Leeds. Coombs W. T. (2012), Ongoing crisis communication: Planning, managing, and responding (3rd ed.), Sage Publications, New York. Entman R. M. (1993), Framing: Toward clarification of a fractured paradigm, in «Journal of Communication», vol. 43, n. 4, pp. 51-58. Furedi F. (2002), Culture of Fear: Risk-Taking and the Morality of Low Expectation, Continuum International Publishing Group Ltd, London-New York. Greco F. (2016), Integrare la disabilità. Una metodologia interdisciplinare per leggere il cambiamento culturale, Franco Angeli. Kasperson R. E., Renn O., Slovic P., Brown H. S., Emel J., Goble R., Kasperson J. X., Ratick S. (1988), The Social Amplification of Risk: A Conceptual Framework, in «Risk Analysis», 8, 2, pp. 177-187. Vogler D., Meissner F. (2024), The mediated construction of crises-combining automated and qualitative content analysis to investigate the use of crisis labels in headlines of Swiss news media between 1998 and 2020, in «Journal of International Crisis and Risk Communication Research», vol. 7, n. 1, pp. 83-112. Weick K. E. (1995), Sensemaking in Organizations, Sage, London. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 04: Memoria, comunicazione e crisi Luogo, sala: Aula 5 (A1-D) Chair di sessione: Claudia Gina Hassan Chair di sessione: Anna Lisa Tota |
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Memoria, comunicazione e crisi 1: University of Rome Tor Vergata, Italia; 2: University of Roma 3; 3: University of Bologna; 4: University of Bergamo PANEL Memoria, comunicazione e crisi. Stream I: Comunicazione: organizzazioni, istituzioni e media alla sfida della cronemica Introduzione Il panel Memoria, tempo e crisi affronta il tema delle trasformazioni sociali e delle sfide epistemiche della società post-globale attraverso la lente della memoria declinata da diverse angolature. L'assunto centrale è quello che gli effetti dell'accelerazione dei tempi investigati da Paul Virilio prima e da Hartmut Rosa and William Scheuerman rispettivamente sulla vita sociale e sui processi democratici, costringono ad un ripensamento del rapporto tra il passato, il presente e il futuro (Luhmann,1976, Jedlowsky, 2017). In questo contesto le categorie tradizionali degli studi sulla memoria vengono rimodulate non solo nei suoi paradigmi ma anche in relazione alla temporalità. Le crisi che caratterizzano la societa post-globale hanno modificato il nostro modo di ricordare e interpretare il passato aprendo nuovi spazi di riflessione caratterizzati dalla cosiddetta ultima ondata dei memory studies riferendosi alla memoria multidirezionale (Rothberg, 2009) alla solidarietà di memoria (Lim e Rosenhaft, 2021) agli spazi di memoria transnazionali (Wüstenberg e Sierp, 2020) o infine dalla memoria unbond (Bond, Caps and Vermeulen, 2017). In linea con le riflessioni contemporanee sulla memoria il panel si propone di analizzare le implicazioni per la memoria di contesti eccezionali come quello del Covid, la connessione tra la memoria e la società digitale, il ruolo dell'arte e dell'artivism nel costruire immaginari simbolici e infine le conseguenze politiche dell'avanzare della memoria illiberale in un contesto di crisi epistemica. Infatti questa analisi multidimensionale delle trasformazioni della memoria nelle società contemporanee, ha allo stesso tempo come sfondo e come oggetto di ricerca il mondo algoritmico, le crisi storiche e sanitarie e le pratiche artistiche come risposta e speranza. I tempi compressi dell’immediatezza mediatica, si diffondono rapidamente attraverso piattaforme digitali, cambiando profondamente il rapporto con la memoria. Le dinamiche di alienazione e disallineamento sociale prodotte in un’epoca caratterizzata dalla "società del rischio" (Beck), l’accelerazione dei ritmi di vita e la continua urgenza delle emergenze tendono a frammentare il senso del tempo, rendendo difficile elaborare risposte collettive coerenti. Il senso di disorientamento che ne emerge è terreno fertile per la proliferazione di ideologie che offrono risposte semplicistiche e caricaturali, che fanno leva su visioni di un "ordine perduto". Ma è proprio questo contesto che sviluppa una nuova forma di arte che è allo stesso tempo protesta, attivismo e proposta di bellezza. Attraverso l’intersezione di queste prospettive, il panel si propone di esplorare le dinamiche della memoria nel contesto mutato della nostra società. La ricerca sulla memoria nelle discipline sociologiche ha alimentato una rinascita della storia culturale, ma ha mostrato carenze metodologiche nei suoi studi sulla memoria collettiva. La maggior parte degli approcci si concentra sulla rappresentazione in contesti specifici, senza considerare adeguatamente l"'audience". Il panel si propone dunque di connettere in maniera ancora più stringente gli studi sulla comunicazione e quelli sulla memoria. Una prima strategia è la contestualizzazione all'interno della quale avviene questa condensazione. La memoria collettiva si inserisce così dentro processi complessi che contemplando i consumi culturali, la digitalizzazione e la piattaformizzazione, le crisi storiche riconoscendo anche l'arte come costruttrice creativa di memoria. Il panel coglie dunque la sfida di utilizzare metodi provenienti dagli studi sulla comunicazione e l'analisi dei contesti storici. ABSTRACT Media, memoria e trasformazioni sociali: dalle memorie connesse alle memorie algoritmiche in pratica. Roberta Bartoletti, Università di Bologna. roberta.bartoletti@unibo.it Il rapporto tra media e società è cruciale per comprendere le crisi e le trasformazioni sociali. Queste trasformazioni non possono essere lette semplicemente attraverso la categoria di rimediazione ma dovrebbero essere comprese alla luce del più strutturale concetto di mediatizzazione (Boccia Artieri 2022) che si concentra sulle interconnessioni complesse e profonde tra media e società, che modellano le forme delle relazioni sociali, dell’esperienza e le forme del ricordare e del dimenticare. Il contributo si concentra in particolare sulla memoria dei social media, cercando di definire un programma di ricerca sulle trasformazioni della memoria nella recente stagione dei media algoritmici (Boccia Artieri e Bartoletti 2023) e sulla memoria digitale in pratica. Se in una prima stagione di Internet e dei social network si è profilata l’emergenza di forme di memoria connesse e condivise, con una centralità della dimensione individuale e collettiva della memoria, sia comunicativa che culturale (Bartoletti 2011), nella stagione delle piattaforme e dei media algoritmici sta emergendo una nuova forma di memoria sociale (nel senso di Esposito 2001), che si profila come memoria algoritmica. Sappiamo che gli algoritmi non possono essere considerati tout court come attori di memoria: la memoria digitale può essere concepita come la capacità di trattare informazioni indipendentemente dal significato (Esposito 2017), legame che invece caratterizza la memoria umana, così come nella memoria algoritmica si riconfigura la stessa relazione tra il ricordare e il dimenticare per come la conosciamo. Se gli algoritmi non producono memoria, ma informazioni, è attraverso le relazioni tra utenti e algoritmi che la memoria sociale algoritmica contribuisce alla formazione delle memorie connesse, le alimenta e le modella secondo proprie logiche, privilegiando la connettività sulla condivisione, la datificazione (Van Dijck e Poell 2013) e la decontestualizzazione : pensiamo a una piattaforma come TikTok dove gli stessi processi di costruzione dell’identità sono sempre più indipendenti dalle connessioni sociali con altri utenti a fronte della centralità dei contenuti, che sono sempre più autonomi dal loro contesto, storico, culturale, personale (cfr. “content without context”: Bhandari e Bimo 2022), o a quelle che possiamo riconoscere come affordances per ricordare (ad es. le Facebook memories proposte dall’algoritmo della piattaforma) o per dimenticare (le forme di contenuti effimeri). Ci chiediamo quali siano le principali sfide che un tale programma di ricerca dovrebbe affrontare, e quali siano le tematiche centrali, con una particolare attenzione alle forme della memoria, del ricordare e del dimenticare, che emergono dal rapporto tra utenti e piattaforme, tra utenti e algoritmi, e ai nuovi disagi e possibilità della memoria con cui gli utenti delle piattaforma devono fare i conti. Riferimenti bibliografici Bartoletti R. (2011), Memory and Social Media: New Forms of Remembering and Forgetting, in “Learning from Memory: Body, Memory and Technology in a Globalizing World”, Ed. B. Pirani, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle UK, pp. 82-111, ISBN: 1-4438-2884-X Bhandari, A., & Bimo, S. (2022), Why’s Everyone on TikTok Now? The Algorithmized Self and the Future of Self-Making on Social Media, “Social Media + Society”, 8(1). https://doi.org/10.1177/20563051221086241 Boccia Artieri G., Comunicare: la mediatizzazione, in Bichi R. (a cura di) Sociologia generale, Vita e Pensiero, 2022, cap. 36, pp. 443-454 Boccia Artieri G., Bartoletti R. (2023), Algoritmi e vita quotidiana: un approccio socio-comunicativo critico, "Sociologia della comunicazione" N. 66, pp. 5-20, DOI: Doi 10.3280/SC2023-066001 Esposito E. 2001 La memoria sociale. Mezzi per comunicare e modi di dimenticare, Laterza, Roma-Bari. Esposito E. (2017), Algorithmic memory and the right to be forgotten on the web. BIG DATA & SOCIETY, 4(1), 1-11 [10.1177/2053951717703996]. Van Dijck, J., Poell, T. (2013), Understanding Social Media Logic, “Media and Communication”, Vol. 1, n. 1, pp. 2-14, Doi: 10.12924/mac2013.01010002 Memoria illiberale e crisi epistemica. Claudia Hassan Università degli studi di Roma Tor Vergata. Le riflessioni sull'accelerazione del tempo (Rosa, 2005) e sulle trasformazioni nel contesto delle crisi contemporanee offrono un’importante lente analitica per comprendere le radici e le dinamiche del mutamento del concetto di memoria universalistica in quello sempre più diffuso di memoria illiberale, (Rosenfeld, 2023) che, alimentato dalla velocità della comunicazione digitale e dal disorientamento sociale, contribuisce a rafforzare una cultura cospirazionista. La memoria illiberale, quindi, non solo diventa un elemento centrale per la costruzione di narrative di crisi, ma rappresenta anche un ostacolo significativo alla creazione di una trasformazione all'interno del tessuto democratico. I cambiamenti sono spesso contestuali e non lineari. Le congiunture all'interno delle quali avvengono queste trasformazioni sociali si possono individuare nei seguenti quattro punti: l'erosione della memoria cosmopolita, il cambiamento strutturale della sfera pubblica, (Habermas, 2023) l'irruzione di forze illiberali a sfondo populista nelle diverse sfere pubbliche europee e internazionali, i cambiamenti geopolitici in atto. L'intervento è focalizzato dunque sulla connessione e intersezione di due elementi che attraversano la crisi della società contemporanea: la crisi epistemica e l'irruzione di memorie illiberali. La crescente incertezza epistemica è allo stesso tempo frutto e prodotto dell'erosione della fiducia nelle istituzioni tradizionali e assume una valenza centrale nel radicamento di narrazioni illiberali a sfondo spesso complottista. La memoria illiberale dunque escludente e autoritaria è segnata dalla compressione temporale e da un surriscaldamento delle informazioni. La confluenza, dunque di questi due fattori si configura come una risposta alla percepita perdita di controllo sul tempo, sulla storia e sull’identità collettiva. Quindi l'interazione tra media digitali, velocità dell’informazione e crisi globali contribuisce alla formazione di nuove forme di alienazione sociale. L’intensificazione delle emergenze, vissute attraverso un flusso continuo e immediato di notizie, rispecchia un cambiamento radicale nella nostra percezione del tempo, dove il presente è costantemente minacciato da una percezione di catastrofe imminente. In questo contesto, la memoria illiberale con la sua capacità di creare un tempo sospeso, dove la riflessione e la valutazione critica sono ridotte al minimo è il luogo simbolico da cui partire per comprendere come alcune riflessioni di Adorno e Horkheimer siano ancora oggi valide. L'intuizione sulla permanenza contemporanea dei "presupposti sociali oggettivi già presenti nelle società autoritarie" è confermata da narrative e grammatiche uscite dalla latenza a causa delle quattro specifiche contingenze sociali sopra citate. Come Adorno rifletteva sulle contraddizioni della modernità, oggi siamo chiamati a esaminare le contraddizioni della post-modernità e della società post-globale, caratterizzate da una crisi epistemica diffusa. L'emergere di forze illiberali e la proliferazione di teorie cospirazioniste sono sintomi di un deficit di riflessione critica, che alimentano la persistenza di pregiudizi e polarizzazioni. In questo scenario in cui confluiscono memoria illiberale e disorientamento informativo emerge la necessità di un ripensamento di un benessere epistemico inteso come indice della qualità delle democrazie. Riferimenti bibliografici Boccia Artieri G., Bartoletti R. (2023), Algoritmi e vita quotidiana: un approccio socio-comunicativo critico, "Sociologia della comunicazione" N. 66, pp. 5-20 Butter, M. and Knight, P. (2020) (eds), Routledge Handbook of Conspiracy Theories, NewYork: Routledge. Habermas (2023) Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, a cura di Marina Calloni, Milano: Cortina. Horkheimer M e Theodor Adorno (1966) Dialettica dell’illuminismo, Torino: Einaudi. Rosa H. (2005) Beschleunigung: Die Veränderung der Zeitstruktur in der Moderne, Frankfurt: Suhrkamp.tr. it Rosa, H. (2015). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Torino: Einaudi. Rosa H. and Scheuerman W, High-Speed Society. Social Acceleration, Power, and Modernity (University Park: Penn State University Press, 2010). Rosenfeld,G. (2023) “The rise of illiberal memory”, MemoryStudies16(4),819-836. Memorabile, non commemorabile. Come (non) ricordiamo la pandemia Lorenzo Migliorati, Università degli Studi di Bergamo. Sembra ieri che eravamo chiusi in casa a far lievitare impasti e attendere sera per poter aspettare il mattino seguente. Sembra ieri che le bare di Bergamo hanno fatto irruzione nella bolla della strana quotidianità delle nostre giornate di allora. Sembra ieri che le mascherine, le zone rosse e quelle arancioni, il lockdown e i vaccini. Sembra ieri. O forse, no. Forse, sembra più un secolo fa. Forse, non è neppure per davvero accaduto. La pandemia, il Covid, il lockdown appaiono ai nostri occhi e alle nostre esperienze attuali cose di chissà quale tempo andato e ferocemente trasfigurate nella memoria (chi di noi attende, ogni anno, il 18 marzo per fare memoria delle vittime della pandemia?) Io stesso, mentre scrivo queste note, mi chiedo se valga davvero la pena tornare con la memoria lì, a quei giorni, a quei mesi a quel memorabile 2020. Memorabile, sì; ma non così commemorabile. La pandemia di Covid-19 è stata un evento peculiare e inusitato nella storia recente dell’umanità, a memoria della maggior parte di tutti noi. Dal suo apparire, verso la fine del 2019 ad oggi, circa 800 milioni di persone nel mondo hanno contratto il virus e sette milioni ne sono morte. Al di là dei numeri, la pandemia ha sconvolto il mondo e le vite di tutti noi a causa della sua pervasività, della sua globalità e della sua indefinitezza. La mia ipotesi è che proprio il concorso di questi tre fattori abbia impedito e continui ad impedire l’avvio di un efficace processo di memorializzazione e istituzionalizzazione del ricordo della pandemia (o del Covid? O del lockdown? Insomma, di che cosa ci dovremmo ricordare?) Di più, siamo portati a pensare che proprio quella condizione di pervasività, globalità e indefinitezza dell’esperienza collettiva accentui le divisioni in ordine a ciò che è ci accaduto e di cui vorremmo fare memoria. Così, se da un lato disponiamo di un campionario abbastanza ampio di pratiche memoriali sorte sull’onda dell’emotività degli eventi in corso e, possiamo immaginare, esistono e resistono forme memoriali particolaristiche, un frame memoriale complessivo, meno che mai globale, come pure ci si potrebbe aspettare di fronte ad un evento, per definizione, globale, non c’è. Così come mi pare che non disponiamo di un canone memoriale altrettanto consolidato. Nel contributo vorrei riflettere sulle condizioni che hanno reso impossibile (o soltanto marginalmente possibile) costruire delle memorie collettive della pandemia, da quelle più strettamente private e familiari a quelle pubbliche e istituzionalizzate, liberi come siamo e contemporaneamente condizionati da regimi temporali invisibili, indiscussi e inarticolati determinati dalla logica dell’accelerazione sociale. Riferimenti bibliografici Alexander J. C. (2012), Trauma. A Social Theory, Polity Press, Cambridge; tr. it. Trauma. La rappresentazione sociale del dolore, Meltemi, Milano, 2018. Bauman Z. (2006), Paura liquida, Laterza, Roma-Bari Beck U. (1986), La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma.
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Migliorati L. (2006), Rischio, una parola pericolosa. Uno studio sulla funzione sociale del rischio, quiedit, Verona.
Memoria pubblica, arte politica e artivismo Anna Lisa Tota, Università Roma Tre. annalisa.tota@uniroma3.it
In una contemporaneità profondamente segnata dalle guerre, dai terrorismi e dalle conseguenti migrazioni forzate di fasce crescenti delle popolazioni colpite, i linguaggi delle arti possono offrirci inedite modalità per iscrivere nel discorso pubblico eventi altamente controversi, per incidere sulla definizione pubblica di ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi e che talora stentiamo a riconoscere e ad interpretare compiutamente (Dekel e Tota, 2017). Le voci degli artisti e delle artiste, le loro opere divengono così un materiale particolarmente prezioso capace di contribuire ai processi di formazione dei simboli delle memorie, per dare forma culturale alle rappresentazioni del passato (e del presente) che si susseguono in incessante contrapposizione. La riflessione sociologica contemporanea ha messo a tema una concezione di arte intesa come “agency” (Zolberg, 1996; Schwartz e Wagner-Pacifici, 1991; Schwartz e Bayma, 1999), fra i molti altri che potremmo citare) già negli scritti dei suoi fondatori e fondatrici, considerando gli artefatti artistici come dispositivi sociali capaci di incidere profondamente sul tessuto politico, sociale e culturale di una collettività. L’arte diviene così dispositivo potenzialmente capace di liberare dai dogmi, far cadere il velo dagli occhi, sfidare i potenti, denunciare le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani, promuovere i processi di inclusione sociale, fare e disfare processi di memoria pubblica, educare alla cittadinanza, combattere le molteplici forme di discriminazione sociale (Tota e De Feo, 2020). In molto casi si tratta di un’arte profondamente politica, legata spesso a vere proprie forme di attivismo (da qui il termine “artivism”) che colloca idealmente gli artisti e le artiste in una posizione privilegiata, riconoscendo loro la prerogativa della visione e la capacità di attivare - o almeno favorire – efficaci processi di trasformazione sociale. Per questo motivo il binomio arte e memoria diviene così intrinsecamente fruttuoso: perché le arti informano con i loro linguaggi i processi di iscrizione delle memorie, ma anche le traiettorie sociali future dei passati che intendono narrare e custodire (Tota e Hagen, 2016). In questo modo ai linguaggi delle arti possiamo affidare sia le rappresentazioni del passato, sia quelle del futuro (Wagner-Pacifici, 2010). In questo contributo, facendo riferimento ai risultati di una ricerca qualitativa in corso legata al Progetto PRIN TRAMIGRART (www.tramigrart.it), si documenta il ruolo delle arti come forme di resistenza, come atti insurrezionali rispetto a cliques interpretativi e agli stereotipi condivisi. L’arte diviene capace, nelle parole degli artisti (Trione, 2022), di: “riscoprire il diritto alla bellezza, anche dove la bellezza sembra non avere più dimora”, “redimere lo spazio urbano”, “creare nuove forme di communitas estetico-politiche”, “progettare processi insicuri di effrazione”, “ricordare a noi tutti che il futuro è di nostra competenza” e, last but not least, produrre memory work a favore dei processi di pace. Riferimenti bibliografici Dekel I., Tota, A.L. (2017) (Eds.) Claims to Truth: Authenticity in Aesthetic Paths to Justice and Public Memory, Special Issue in Honour of Vera Zolberg, in «European Journal of Cultural and Political Sociology», 4:3. Macdonald S., Fyfe G. (1996), Theorizing Museums. Representing identity and diversity in a changing world, Blackwell, Oxford. Schwartz B., Bayma T. (1999), Commemoration and the politics of recognition: the Korean War veterans memorial, in « American Behavioral Scientist », 42(6), pp. 946-967. Tota A. L., Hagen T. (Eds.), (2016), Routledge international handbook of memory studies, Routledge, London. Tota A. L., De Feo A. (2020), Sociologia delle arti. Musei, memoria e performance digitali, Roma, Carocci. Wagner-Pacifici R., Schwartz B. (1991), The Vietnam Veterans Memorial: Commemorating a Difficult Past, in “American Journal of Sociology”, 97, 2, pp. 376-420. Trione, V. (2022), Artivismo. Arte, politica, impegno, Torino, Einaudi. Wagner-Pacifici R. (2010), Theorizing the restlessness of events, in “American Journal of Sociology”, 115(5), pp. 1351-86. Zolberg V. L. (1996), Museums as contested sites of remembrance: the Enola Gay affair, in Macdonald, Fyfe (eds.) (1996), pp. 69-82. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 05: Famiglie e genitorialità in transizione: nuove configurazioni tra crisi e prospettive future Luogo, sala: Aula Magna ex Facoltà di Scienze Politiche (B0-B) Chair di sessione: Isabella Crespi Chair di sessione: Elisabetta Carrà |
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Famiglie e genitorialità in transizione: nuove configurazioni tra crisi e prospettive future 1: Università di Macerata; 2: Università Cattolica del sacro Cuore Milano; 3: Università di Torino; 4: Università di Padova; 5: Università del Piemonte Orientale Il panel “Famiglie e genitorialità in transizione: nuove configurazioni tra crisi e prospettive future” si propone di esaminare le trasformazioni nelle pratiche genitoriali e nelle configurazioni familiari in un contesto caratterizzato da cambiamenti sociali accelerati e da forme di vulnerabilità emergenti. La letteratura recente ha evidenziato come la crisi dei modelli familiari tradizionali non sia solo il riflesso di mutamenti economici, giuridici e culturali, ma anche il risultato di una rinegoziazione quotidiana dei ruoli e delle identità genitoriali. L’esperienza della maternità e della paternità assume oggi forme sempre più plurali, attraversando dinamiche di riconoscimento sociale, tensioni normative e processi di adattamento che si sviluppano nel tempo. Il panel intende riflettere su queste trasformazioni attraverso il contributo di studi empirici che esplorano la costruzione della genitorialità in contesti segnati da discontinuità, ridefinizioni identitarie e nuove configurazioni relazionali. L’esperienza della maternità con disabilità offre una prospettiva privilegiata per riflettere sulla tensione tra i modelli egemonici di genitorialità e le temporalità vissute. Il contributo di * analizza il modo in cui le madri con disabilità negoziano il tempo della cura e reinterpretano l’autonomia attraverso il concetto di crip time, mettendo in discussione il paradigma normativo della maternità e la pressione sociale sulla performance genitoriale. La maternità non bio-normativa delle donne lesbiche rappresenta un’altra frontiera della trasformazione delle pratiche genitoriali. Il lavoro di * esplora il processo di costruzione dell’identità materna nelle madri lesbiche non biologiche, evidenziando come il desiderio materno e la legittimazione del ruolo genitoriale si articolino in percorsi distinti dalla gravidanza, attraversando dinamiche di riconoscimento e resistenza ai modelli monomaternalisti dominanti. Le traiettorie di genitorialità funzionale, che si sviluppano al di fuori dei legami biologici e giuridici riconosciuti, sono al centro dell’analisi di *. Il loro contributo indaga le dinamiche attraverso cui si costruiscono nel tempo relazioni di cura di fatto, ponendo in evidenza la crescente pluralizzazione delle configurazioni familiari e le sfide poste dalla mancanza di un riconoscimento giuridico per le forme di genitorialità esercitate al di fuori dei confini tradizionali. Infine, la maternità nell’accademia evidenzia le tensioni tra percorsi professionali e traiettorie riproduttive in un contesto caratterizzato da precarietà e aspettative di dedizione totale alla carriera. Il contributo di * mette in luce i diversi modelli di transizione alla maternità tra le accademiche, mostrando come fattori strutturali, relazionali e di genere influenzino le scelte di fecondità, il posponimento della maternità e le strategie di gestione del tempo tra vita personale e professionale. ABSTRACT 1 Oltre il tempo normativo: maternità, disabilità e la risignificazione della cura Ester Micalizzi (Università di Torino) Le società contemporanee sono caratterizzate da un’accelerazione dei tempi e dei ritmi di vita e di lavoro (Rosa, 2015) che investe non solo il lavoro retribuito ma anche le sfere della cura e della genitorialità (Fraser, 2017), imponendo modelli di efficienza, perfomance e produttività. In questo contesto, la maternità con disabilità viene spesso percepita in quanto distante alle aspettative di abilità e autonomia che definiscono i modelli egemonici di buona genitorialità (Kafer, 2013; Fritsch, 2017; Campbell, 2019). Questi modelli associano la buona genitorialità alla capacità di gestire in modo autonomo e performativo le esigenze quotidiane di cura. L’essere una “buona madre” è spesso associato a una disponibilità costante di tempo, energie e risorse nonché a un investimento incondizionato nella cura dei figli (Cooper, 2020; Spradley, 2023). L’esperienza della genitorialità in condizioni di disabilità o malattia cronica si sviluppa, quindi, in una costante tensione tra le aspettative normative sulla maternità e le temporalità vissute, spesso incompatibili con i ritmi imposti dalle società contemporanee (Kafer, 2013; Fritsch, 2017). Le madri con disabilità devono costantemente negoziare tra il tempo della cura, il tempo della gestione della propria salute e del proprio corpo– in cui si riflettono le esigenze di riposo, cura e gestione della fatica—e quello imposto dai ritmi accelerati delle istituzioni (Robertson, 2015). La malattia cronica, per esempio, introduce una ciclicità del tempo legata a momenti di crisi e remissione, mentre la disabilità implica spesso una pianificazione temporale flessibile, adattata ai bisogni del corpo e della cura (Wendell, 1996; Pieri, 2020). In questo scenario, le politiche di welfare raramente considerano il tempo come un elemento di disuguaglianza, strutturando servizi e supporti secondo un modello di tempo normativo che esclude chi vive temporalità divergenti (Norsted et al. 2022). L’obiettivo di questo contributo è esplorare come le madri con disabilità o malattie croniche negozino il tempo della cura con le responsabilità genitoriali e reinterpretano l’autonomia e il bisogno di supporto attraverso il concetto di crip time (Kafer, 2013; McRuer, 2018). Il tempo crip, concetto sviluppato nell’ambito dei Feminist Disability Studies (Garland-Thomson, 2005), evidenzia proprio questa frattura tra il tempo imposto e quello vissuto, mettendo in discussione il paradigma della temporalità normativa del capitalismo. Questo studio si basa su una ricerca qualitativa condotta tra il 2021 e il 2022, focalizzata sulle traiettorie riproduttive e di maternità incorporata delle donne con disabilità motoria residenti nel Nord Italia. Sono state svolte 33 interviste biografiche in profondità, permettendo di esplorare le loro esperienze di cura, autonomia e gestione del tempo. I risultati evidenziano come molte madri con disabilità vivano una tensione costante tra il bisogno di rallentare, delegare e ridefinire i ritmi della cura, in un equilibrio precario tra il bisogno di tempo per sé e la gestione della propria condizione di salute. La cura dei figli si intreccia inevitabilmente con queste necessità, dando vita a forme di gestione del tempo di cura che non rientrano nei modelli standardizzati di produttività e disponibilità continua della “buona madre”. Inoltre, emerge la contraddittorietà del concetto di indipendenza: molte madri con disabilità sono costrette a dimostrare di essere “sufficientemente indipendenti” per essere riconosciute come “buone madri”, il che spesso le porta a minimizzare o negare la propria condizione (Daniels, 2019). Allo stesso tempo, qualsiasi richiesta di supporto viene percepita come un segnale di inadeguatezza, creando un paradosso che le obbliga a muoversi tra aspettative abiliste di autonomia e il bisogno concreto di assistenza (Fine e Glendinning, 2005). Bibliografia Campbell, F. K. (2019), Precision ableism: A studies in ableism approach to developing histories of disability and abledment. Rethinking History 23(2): 138- 156 Cooper, H. (2020), The Fantasy of Maternal Autonomy and the Disabled Mother, Studies in the Maternal 13(1): 13. doi: https://doi.org/10.16995/sim.296 Daniels, J. (2019). Disabled Mothering? Outlawed, Overlooked and Severely Prohibited: Interrogating Ableism in Motherhood, Social Inclusion, 7(1), 114-123. https://doi.org/10.17645/si.v7i1.1551 Fine, M., & Glendinning, C. (2005). Dependence, independence or inter-dependence? Revisiting the concepts of 'care' and 'dependency'. Ageing & Society, 25(4), 601 621. https://doi.org/10.1017/S0144686X05003600 Fritsch, K. (2017). Contesting the Neoliberal Affects of Disabled Parenting: Towards a Relational Emergence of Disability. in Rembis, M. (eds), Disabling Domesticity, New York, NY: Palgrave-Macmillan, pp. 243-268. Fraser, N. (2017), La fine della cura, tr. it. Mimesis, Milano. Garland-Thomson, R. (2005), Feminist Disability Studies. Signs 30(2): 1557-1587. Kafer, A. 2013. Feminist, Queer, Crip. Bloomington: Indiana University Press. McRuer, R. (2018), Crip Times. Disability, Globalisation, and Resistance. New York: New York UP. Morris, J. 1993. Independent Lives? Community care and disabled people. London: Macmillan. Mühlemann, N. (2023). Future Clinic for Critical Care: MOTHER–Exploring Crip Maternal Time in the Theatre. In Out of Time? (pp. 167-175). Routledge. Norstedt, M., Lundberg, S., Mulinari, P., Nordling, V., Öberg, K. (2022). Editorial: waiting in and for the welfare state. European Journal of Social Work, 25(6), 939–944. https://doi.org/10.1080/13691457.2022.2142887 Piepzna-Samarasinha, L. L. 2018. Care work. Dreaming disability justice. Vancouver: Arsenal Pulp Press. Pieri, M. 2023. LGBTQ+ People with Chronic Illness. Chroniqueers in Southern Europe. London: Palgrave MacMillan. Robertson, R., (2015) “Out of Time: Maternal time and disability”, Studies in the Maternal 7(1), 1-13. doi: https://doi.org/10.16995/sim.194 Rosa H. (2015), Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Einaudi, Torino. Spradley, EL (2023) ‘Ableism and Motherhood: Invisible Illness and Moral Implications of “Good” Mothering’, In Refiguring Motherhood Beyond Biology (pp. 120-133). London, England: Routledge. Wendell, S. (1996), The Rejected Body. Feminist Philosophical Reflections on Disability. New York, Routledge. ABSTRACT 2 Diventare madri senza partorire. Ludovica Aquili e Luca Trappolin Negli ultimi tre decenni, le società occidentali hanno assistito a significative trasformazioni nell’ambito della maternità lesbica. Il nostro contributo si colloca nel dibattito sulla crescente visibilità in Italia delle famiglie lesbiche pianificate, focalizzandosi sul processo di transizione alla genitorialità delle madri lesbiche non biologiche (NBLMs – “non-birth lesbian mothers”). Quest’ultimo è un tema ancora poco esplorato, e la discussione che proponiamo trascende le due prospettive predominanti negli studi attuali: da un lato, gli studi incentrati sui processi decisionali delle coppie lesbiche che pianificano la genitorialità (Eriksson Kirsch & Evertsson, 2023), dall’altro le ricerche, in espansione anche nel contesto italiano, focalizzate sulla precarietà e vulnerabilità delle madri lesbiche che non partoriscono (Keegan et al., 2023). Pur illuminando aspetti cruciali dell’esperienza delle NBLMs, questi approcci non riescono a catturare pienamente le specificità e l’evoluzione temporale del processo di costruzione dell’identità materna nelle NBLMs, che prende avvio prima della formazione della coppia e si sedimenta all’interno della relazione, nonostante la vulnerabilità sociale e giuridica dello status delle madri che non hanno partorito. La base empirica del nostro intervento sono 13 interviste qualitative con 13 NBLMs italiane che vivono in famiglie same-sex pianificate, raccolte nell’ambito di una ricerca sulle traiettorie di maternità al di fuori della coppia eterosessuale. L’analisi delle loro narrazioni punta a comprendere come le intervistate articolano retrospettivamente l’emersione del desiderio materno e progressivamente ancorano la loro identità, “svincolando la maternità dalle sue radici biologiche” (Dunne, 2000, p. 15). Il nostro sguardo mette a fuoco le modalità attraverso le quali le partecipanti hanno interpretato e riordinato il loro passato dalla posizione del presente, mobilitando discorsi e vocabolari culturali per adattarsi o resistere agli schemi dominanti. Per facilitare la produzione del racconto, la struttura dell’intervista ha seguito una temporalità cronologica, esplorando i momenti che costituiscono il processo di transizione alla maternità, dagli immaginari pre-genitorialità alle pratiche quotidiane del lavoro materno. Le interviste rivelano come le NBLMs contrastino le ideologie eteronormative e monomaternaliste che caratterizzano il contesto italiano, dando voce a diverse traiettorie che coesistono all’interno della stessa categoria NBLM. La genesi e lo sviluppo del desiderio materno vengono narrate attraverso discorsi che lo dissociano dall’esperienza della gravidanza, sfidando così le premesse normative dell’istituzione della maternità’ (Rich, 1977) e mettendone in luce la natura convenzionale. Parallelamente, lo “script della coppia nucleare” emerge come strumento volto a legittimare la distinzione tra il desiderio di maternità sociale delle NBLMs e la maternità biologica delle loro partner, rappresentandoli come percorsi complementari che si sviluppano simultaneamente. In questo caso, il copione tradizionale della complementarità della coppia viene strategicamente mobilitato per sostenere la desacralizzazione della gravidanza e l’affermazione della famiglia polimaterna. Il contributo si sofferma in particolare sugli snodi temporali attraverso cui si sviluppa l’esperienza di “sentirsi madri”. Alcune intervistate descrivono l’ancoraggio della loro identità evidenziando una temporalità distinta rispetto alle partner, raccontando di aver attraversato fasi di identificazione materna in momenti diversi. Altre, invece, riconoscono la capacità della coppia di trascendere questa asincronia temporale, superando simbolicamente, nel corso della loro esperienza, la precarietà iniziale del loro status. Le interviste raccolte e l’interpretazione che proponiamo mettono a tema la normalizzazione di percorsi non convenzionali verso la maternità, rivelando anche la metamorfosi dei paradigmi genitoriali e la resistenza alle narrazioni egemoniche sulla maternità. Ciò a cui puntiamo è una comprensione più sfumata delle configurazioni familiari contemporanee e della “categoria materna”, che supera sia le semplificazioni del dibattito pubblico che quelle legate a un’adesione acritica all’ipotesi della simmetria/intercambiabilità delle partner di una coppia genitoriale same-sex. Riferimenti bibliografici Dunne, G.A. (2000). Lesbians blurring the boundaries and transforming the meaning of parenthood and kinship. Gender & Society, 14(1), 11-35. Eriksson Kirsh, M. & Evertsson, M. (2023). Taking turns: Lesbian couples’ decision of (first) birth mother in Sweden. Journal of Family Studies, 29(4), 1865-1883. Keegan, M.E., Nixon, E. & Creaner, M. (2023). Becoming a birth mother in the context of a planned same-sex family: ‘As amazing as it is, it’s kind of a tough road to navigate’. Journal of Family Studies, 29(2), 807-823. Rich, A. (1977). Of woman born: Motherhood as experience and institution. WW Norton. ABSTRACT 3 Trovarsi a fare i genitori: costruzione di legami di fatto nel tempo e forme di riconoscimento Chiara Bertone, Università del Piemonte Orientale Il paper discute il contributo della prospettiva sociologica ad un progetto interdisciplinare sul riconoscimento giuridico della “genitorialità funzionale”. Nel contesto italiano sociologi e demografi delle dinamiche familiari fanno riferimento ad una rivoluzione nei comportamenti familiari in atto negli ultimi decenni, guidata dalle coorti più giovani, con una diffusione accelerata di convivenze, divorzi, figli fuori dal matrimonio, unioni tra persone dello stesso sesso, con l’effetto di un aumento della complessità familiare (Aassye et al. 2024). Questi mutamenti implicano una crescente pluralizzazione delle costellazioni relazionali e delle modalità di vita in cui si svolgono le pratiche di cura verso i bambini. In tale contesto, che vede al tempo stesso l’aumento di condizioni di povertà e vulnerabilità, forme di genitorialità non riconosciute vengono in molti casi esercitate attraverso situazioni imprevedibili in cui le persone si trovano a costruire nel tempo una relazione di cura con un bambino ed assumere nei fatti una responsabilità genitoriale. Per dare una risposta adeguata a questi cambiamenti nelle pratiche familiari, autorevoli analisi di sociologia del diritto sostengono che l'Italia dovrebbe orientarsi verso il riconoscimento giuridico di forme plurali di genitorialità, riconoscendo le configurazioni variabili di persone che esercitano le funzioni di cura e responsabilità genitoriali nei confronti di un minore (Maggioni, Ronfani 2020). Traendo principale ispirazione dalle dottrine della genitorialità funzionale diffuse negli Stati Uniti (Joslin, Douglas 2023), il progetto XXXXXX, promosso dal XXXXXXX, vuole affrontare le lacune del sistema giuridico italiano rispetto alla tutela dei legami affettivi dei bambini, elaborando un sistema innovativo di riconoscimento giuridico della genitorialità in grado di conciliare le richieste di uguaglianza della comunità LGBTQI+ (Guerzoni, Nothdurfter, Trappolin 2024) con il più ampio pluralismo dei modelli familiari emergenti in Italia. Adottando la prospettiva delle pratiche familiari (Morgan 2009), la ricerca sociologica integrata nel progetto XXXXXXXXX si pone la questione di come individuare diverse situazioni di fatto che potrebbero essere rilevanti per l’introduzione di una forma di riconoscimento della genitorialità funzionale nel nostro sistema legale, ragionando al contempo su quali siano quelle attualmente intercettate da altri istituti, tra cui l’affido e l’adozione (Favretto, Scivoletto 2020) o il tutore volontario di minori non accompagnati (Ricucci, Zreg 2023). Tale percorso di ricerca prevede di indagare, con una prospettiva interdisciplinare e in collaborazione con i servizi per le famiglie e i minori in un contesto metropolitano, alcune esperienze di genitorialità di fatto intercettate dai servizi, analizzando le possibili implicazioni di un riconoscimento giuridico nei termini della genitorialità funzionale. Riferimenti Aassve, A., Mencarini, L., Pirani, E., Vignoli, D. (2024). The last bastion is falling: Survey evidence of the new family reality in Italy. Population and Development Review, 50(4), 1267-1288. Favretto, A.R., Scivoletto, C. (2020). Genitorialità sociale affidataria e continuità dei legami affettivi. Sociologia del diritto, 1, 131-152. Guerzoni, C.S., Nothdurfter, U., Trappolin, L. (2024). Genitorialità queer in Italia. Filiazione, relazioni familiari, percorsi di legittimazione, Mondadori. Joslin, C.G., Douglas, N. (2023). How Parenthood Functions. Columbia Law Review 123 (2), 319–434. Morgan, D.H.J. (1996) Family Connections. An Introduction to Family Studies, Polity Press, Cambridge. Ricucci, R., Zreg, W. (2023). Il tutore volontario: una genitorialità sociale sui generis?. Mondi migranti, 3, 129-141. Ronfani, P., Maggioni, G. (2020). Dossier: il diritto di fronte alle trasformazioni delle relazioni di filiazione e di genitorialità: introduzione. Sociologia del diritto, 1, 41-47. ABSTRACT 4 Diventare madre in accademia: tempi, traiettorie e transizioni Maddalena Cannito e Manuela Naldini È ormai noto in letteratura che il lavoro accademico pone a chi ha figli problemi di conciliazione (Thun 2019; Ceci et al. 2014; Fox et al. 2011), producendo anche in Italia svantaggi in termini di carriera soprattutto per le donne che sono anche madri (Picardi 2020; Gaiaschi 2022; *). Questo genera anche delle aspettative rispetto agli impatti negativi che la maternità può avere sul lavoro accademico, che possono agire nella forma di biases nei processi di valutazione (Checchi, Cicognani e Kulic 2019) conducendo le ricercatrici all’adozione di strategie per limitare questi effetti che sfociano spesso nel posponimento o addirittura nella rinuncia al fare figli (Thébaud e Taylor 2021). Meno esplorati sono, invece, i corsi di vita delle donne in accademia, le scansioni e le cadenze nei vari passaggi, le tensioni tra progetti di vita familiare e la carriera accademica, le interdipendenze tra le varie carriere, gli intrecci tra le traiettorie del corso di vita, proprie e del proprio partner o di coloro a cui le nostre “vite sono collegate” (Elder 1995), e le ricadute sulle scelte di fecondità e sul timing del diventare madri. Il presente contributo intende, dunque, colmare tale vuoto prestando attenzione a livello micro ai corsi di vita delle donne e come essi siano intrecciati con i contesti macro utilizzando un ricco materiale empirico qualitativo che si compone di 64 interviste semi-strutturate con professoresse associate e con ricercatrici precarie, sia con figli che senza, raccolte nell’ambito del Progetto XXXXXXX ha coinvolto quattro università italiane - XXXXXXXXXXXXXX- con lo scopo di esplorare le disuguaglianze di genere nelle carriere accademiche in Italia. I risultati mostrano che ci sono diversi timing e scansioni nei modelli di transizione alla maternità che sono influenzati sia dalle caratteristiche e pratiche lavorative del contesto accademico e dall’area disciplinare (STEM o SSH) o dalla coorte di appartenenza, sia da fattori quali il timing dell’entrata in una coppia stabile, la forza del collegamento con le vite degli altri, la sicurezza del lavoro del partner, il supporto (percepito) del partner nella condivisione del lavoro familiare e di cura, la presenza di una rete di supporto e il raggiungimento di una posizione tenure-track. Bibliografia Ceci S.J., Ginther D.K., Kahn S. e Williams W.M., 2014, Women in academic science: A changing landscape, in «Psychological Science in the Public Interest», 15, 3, pp. 75-141. Checchi, D., Cicognani, S., & Kulic, N. (2019). Gender Quotas or Girls’ Networks? Evidence from an Italian Research Selection. Work, Employment and Society, 33(3), 462-482. https://doi.org/10.1177/0950017018813071 Fox M.F., Fonseca C. e Bao J., 2011, Work and family conflict in academic science: Patterns and predictors among women and men in research universities, in «Social Studies of Science», 41, 5, pp. 715-735. Elder 1995, Life Course Dynamics: Trajectories and Transitions, 1968-1980. Ithaca, Cornell University Press. Gaiaschi C., 2022, Doppio Standard. Donne e carriere scientifiche nell’Italia contemporanea, Roma, Carocci. Picardi, I., 2020, Labirinti di cristallo. Strutture di genere nell’accademia e nella ricerca, Milano, Franco Angeli. Thébaud S. e Taylor C.J., 2021, The specter of motherhood: Culture and the production of gendered career aspirations in science and engineering, in «Gender & Society», 35, 3, pp. 395-421. Thun C., 2019, Excellent and gender equal? Academic motherhood and «gender blindness» in Norwegian academia, in «Gender, Work & Organization», 27, 2, pp. 166-180. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 06: Il futuro che resiste al presentismo. Ricerche sull’utopia possibile Luogo, sala: Aula 6 (A1-F) Chair di sessione: Carmen Leccardi Chair di sessione: Sabino Di Chio |
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Il futuro che resiste al presentismo. Ricerche sull’utopia possibile. 1: Università di Milano Bicocca; 2: Università degli Studi di Bari, Italia; 3: Università di Napoli Federico II; 4: Università di Bergamo La teoria sociale converge nell’indicare il futuro come la dimensione temporale principale della modernità: progresso, emancipazione e utopia si intrecciano in un atteggiamento culturale prospettico (Koselleck 1985, Berman 1982). Non sorprende, quindi, che una delle riflessioni più significative nel delineare la fase successiva alla modernità sottolinei proprio il declino della centralità del futuro a favore del presente (Nowotny 1993, Lübbe 2009) e il “presentismo” come regime temporale dominante nelle società avanzate (Hartog 2015). Tuttavia, la perdita di valore culturale del futuro non implica la sua scomparsa: immaginare, anticipare e progettare ciò che verrà rimangono questioni cruciali. Di conseguenza, resta rilevante una sociologia delle aspirazioni e delle aspettative (Urry 2016; Beckert, Suckert 2021) che esplori il legame tra scelte individuali e visioni collettive. Tra catastrofismo e narrazione commerciale del progresso, emergono esperienze che offrono alle scienze sociali un’occasione per riflettere sul rapporto tra immaginario collettivo e coscienza politica, riaprendo il dibattito sul ritorno di una dimensione utopica. Il panel ha l’ambizione di mettere in dialogo alcune esperienze di ricerca nel contesto italiano che, negli ultimi anni, hanno concentrato la loro attenzione sulla riemersione del futuro nelle biografie e nei macro-fenomeni collettivi. Il primo contributo riferisce i dati di un’indagine longitudinale quali-quantitativa che ha studiato le pratiche con cui i giovani agiscono riflessivamente all’interno dei contesti quotidiani, ridefinendone confini, possibilità e spazi di identità. Nella costruzione delle identità giovanili emergono dinamiche di azione inedite (ad esempio sotto il profilo della partecipazione politica), dotate di senso e di concretezza e plasmate da una sorta di «utopia del possibile». Il secondo contributo analizza criticamente come le tecnologie digitali stiano plasmando la temporalità contemporanea. Nel quotidiano, la cultura digitale si propone come ambiente di elaborazione del futuro ma, sia da un punto di vista tecnico che retorico, esso appare al momento sintetizzato nella forma dell’anticipazione, funzionale alle esigenze del presente. Il terzo contributo analizza i processi di soggettivazione dei giovani imprenditori italiani in relazione alle visioni del futuro imposte dal regime neoliberale e a quelle autonomamente elaborate. Lo studio evidenzia un continuum tra due poli: l’esilio, caratterizzato dalla perdita delle radici e dall’isolamento, e il pellegrinaggio, inteso come ritorno creativo alla comunità. In questo quadro, le tecniche di cura del sé aprono spazi di riflessività, permettendo di immaginare forme di soggettivazione alternative alla logica neoliberale. Il quarto, infine, esplora come la conoscenza della violenza di genere si costruisca all'intersezione di tre temporalità: la cronaca giornalistica, spesso sensazionalistica e presentista; la prospettiva femminista, che colloca il fenomeno in un quadro di lungo periodo; e l’expertise di professionisti e società civile. Attraverso l'analisi della stampa locale, si indagano le tensioni tra presente e futuro, evidenziando il ruolo dei dati come strumenti di conflitto, potere e trasformazione sociale. La costruzione biografica giovanile, l’impegno privato e pubblico di adozione dell’innovazione tecnologica e produttiva, la lotta per il superamento delle discriminazioni di genere propongono un’estensione dell’orizzonte temporale condiviso (Leccardi, Jedlowski, Cavalli 2023; Di Chio 2015), favorendo una visione del futuro che oscilla costantemente tra immaginazione e azione concreta nel presente (Cooper 2014). Si tratta di utopie diverse da quelle che hanno caratterizzato il ‘900: non più basate sulla realizzazione di un modello ideale, ma sulla costruzione continua del cambiamento (Santambrogio 2022). Queste nuove forme di utopia, definite “possibili” (Geugen, Laurent 2022), sono radicate nelle esperienze quotidiane, nelle biografie individuali e nella corporeità (Adam, Groves 2007; Mandich 2024), riconoscendo il legame profondo tra progettualità e ambiente sociale. Nei settori presi in esame dal panel, la necessità di un ripensamento radicale della temporalità emerge dall’intersezione tra vulnerabilità fisica, esperienza diretta del pericolo o della discriminazione, sensibilità emotiva e capacità di “sentire” il futuro (Mandich, Satta e Cuzzocrea 2024). L’utopia possibile, in questo senso, si configura come una risposta alla neutralizzazione etica del presentismo, promuovendo la richiesta di nuove istituzioni capaci di considerare il futuro come una responsabilità collettiva, che tenga conto degli effetti a lungo termine e della solidarietà tra le generazioni. Primo paper Vite aperte al possibile… un’analisi dei vissuti giovanili in Italia Maria Grazia Gambardella e Carmen Leccardi (Università Milano-Bicocca) Com’è ben noto, al cuore della concezione moderna di biografia c’è la capacità di progettare e di progettarsi [Berger e Luckmann 1966]. Il nesso tra progetti e biografia risulta, se possibile, ulteriormente stretto nel tempo che stiamo vivendo. Esso dipende sempre di più dalle decisioni dell’attore sociale, dalla sua capacità di agency in un contesto problematico come il nostro [Rampazi 2009]. Ciò accade perché la modernità contemporanea mette in gioco tutte le certezze, ridiscute le identità, crea nuovi rischi personali e sociali, riconfigurando il rapporto con le istituzioni e imponendo una «individualizzazione degli individui» [Beck et al. 2003], tutti fattori che rendono intrinsecamente instabile la vita sociale e spingono i soggetti a farsi più riflessivi. L’azione umana e sociale è sempre meno guidata dall’habitus e sempre più dal bisogno, tra l’altro, di comprendere il senso ultimo delle proprie scelte. Queste dinamiche coinvolgono in particolare i giovani in quanto impegnati nei difficili processi di transizione all’età adulta, e dunque di ri-ridefinizione identitaria. A loro è richiesto di utilizzare qualità che oltrepassano la sfera meramente cognitiva, di tenere insieme emozioni [Cerulo 2024; Santambrogio 2021], forme plurime di razionalità e percorsi ricognitivi esterni e interiori. In questa cornice, i giovani devono saper costruire un repertorio quasi infinito di «mosse di riserva», di pratiche adattive ed esplorative per navigare nella contingenza [Leccardi 2012; Wyn et al. 2020] e declinare in modo nuovo le aspirazioni all’autonomia e all’indipendenza. A partire da questi presupposti, nel giugno del 2019 il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha avviato un’indagine longitudinale quali-quantitativa sui corsi di vita in Italia. In particolare, il gruppo qualitativo si è concentrato sull’analisi dei vissuti giovanili, delle vite di giovani uomini e donne impegnati nei processi di transizione alla vita adulta. Nel corso di tre wave di rilevazione (2020, 2021, 2022) sono state realizzate più di 300 interviste in profondità fra giovani tra i 23 e i 29 anni e 18 focus group con 80 studenti universitari (tra i 20 e i 25 anni) di tre grandi atenei collocati in contesti metropolitani (rispettivamente nel nord, nel centro e nel sud Italia). Alla luce degli esiti di questa ricerca [Leccardi 2024], il paper si concentra sulle pratiche attraverso le quali i giovani agiscono riflessivamente all’interno dei loro contesti quotidiani, ridefinendone confini, possibilità e spazi di identità [Martuccelli 2014]. Detto altrimenti, abbiamo voluto capire, in un quadro tutt’altro che facile, se, in che misura e secondo quali modalità, i nostri giovani siano comunque in grado di «addomesticare l’incertezza», trasformando condizioni sfavorevoli di partenza in dinamiche di mutamento aperte al possibile. L’indagine ha analizzato diverse aree tematiche, ma in particolare è emerso come la ri-definizione di pratiche temporali del quotidiano rappresenti la principale dimensione strategica messa in atto dai giovani e dalle giovani incontrati nel tentativo di aprirsi comunque a prospettive di mutamento direzionato. Immersi in un ambiente fortemente marcato da ambivalenze e insicurezze, i soggetti scelgono di agire in un orizzonte di breve respiro, entro cui poter controllare le conseguenze delle proprie azioni. Questo processo non genera tuttavia una fuga dal futuro o un puro e semplice appiattimento sul presente; produce piuttosto anche dinamiche di azione inedite (ad esempio sotto il profilo della partecipazione politica), dotate di senso e di concretezza [Mandich 2020]. Il terreno della costruzione identitaria diviene dunque sempre più quello delle pratiche quotidiane - luogo per eccellenza del presente. In questo spazio temporale i soggetti affermano la propria vita come ‘età del possibile’. Senza ovviamente ignorare i vincoli strutturali, da alcuni soggetti il tempo può essere infatti percorso e vissuto nella consapevolezza che punti di vista diversi dal mainstreaming (ad esempio sotto il profilo biografico) sono comunque oggi praticabili. Vengono messe in atto, in tal modo, forme di time work [Flaherty 2020], forme di agency temporale capaci di sopperire all’impossibilità di costruire veri e propri progetti a lungo termine attraverso forme di sperimentazione centrate sul qui-e-ora del presente. Prendono forma, in tal modo, azioni plasmate da una sorta di «utopia del possibile». Mentre la forza di orizzonti utopici tradizionalmente intesi languisce, la capacità di reinventare la relazione tra passato, presente e futuro a partire dal quotidiano si rafforza [Camozzi 2022]. In altre parole, il presentismo tout court sembra alle nostre spalle, almeno sul piano individuale. Senza, ovviamente, voler negare la crisi del futuro a lungo termine in cui siamo immersi, nuove rappresentazioni del mondo e del suo tempo vanno facendosi strada tra i giovani. Riferimenti bibliografici Beck, U., Bonss, W. e Lau, C. [2003], The theory of reflexive modernization: Problematic, hypotheses and research programme, in «Theory, Culture & Society», 20, 2, pp. 1-33. Berger, P. e Luckmann, T. [1966], The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, New York, Doubleday. Camozzi, I. [2022], La forza trasformativa delle utopie quotidiane. Un’introduzione, in «Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali», 12(24), pp. 5-14. Cerulo, M. [2024], Sociologia delle emozioni, Bologna, il Mulino. Flaherty, M.G. [2020], The lathe of time. Some principles of temporal agency, in M. G. Flaherty, L. Meinert e A.L. Dalsgârd (a cura di), Time Work. Studies of Temporal Agency, New York-Oxford, Berghahn, pp. 13-28. Leccardi, C. [2012], I giovani di fronte al futuro: tra tempo storico e tempo biografico, in O. De Leonardis e M. Deriu (a cura di), Il futuro nel quotidiano. Studi sociologici sulla capacità di aspirare, Milano, Egea. Leccardi, C. [2024] (a cura di), Vite aperte al possibile. Un’indagine longitudinale qualitativa sulle realtà giovanili in Italia, Bologna, il Mulino. Mandich, G. [2020], Modes of engagement with the future in everyday life, in «Time & Society», 29, 3, pp. 681-703. Martuccelli, D. [2014], Les sociétés et l’impossible. Les limites imaginaires de la réalité, Paris, Armand Colin. Rampazi, M. [2009], Storie di normale incertezza. Le sfide dell’identità nella società del rischio, Milano, LED. Santambrogio, A. [2021], Il mondo emotivo comune. Un approccio fenomenologico alla sociologia delle emozioni in «SocietàMutamentoPolitica», 12(24), pp. 13-24. Wyn, J., Cahill, H., Woodman, D., Cuervo, H., Leccardi, C. e Chester, J. [2020] (a cura di), Youth and New Adulthood. Generation of Change, Berlin, Springer. Secondo Paper L’utopia anticipata. Il futuro nella temporalità digitale. Sabino Di Chio (Università di Bari Aldo Moro) Come tutte le determinazioni culturali, anche le tecnologie contribuiscono alla produzione delle temporalità. Nel contesto culturale contemporaneo, ritenuto in letteratura prevalentemente presentista (Hartog 2015; Lübbe 2009), all’innovazione tecnologica digitale è riconosciuto il ruolo di laboratorio dell’elaborazione del futuro. Nel quotidiano, l’utilizzo dei dispositivi digitali riduce per gli utenti i costi delle azioni orientate al futuro: programmazione, progettazione, prevenzione, gestione delle emergenze. Nella sfera pubblica, la cultura digitale appare un bacino di pratiche e discorsi che indicano la strada dell’emancipazione collettiva: è un’impronta che accomuna sia il lato strumentale, orientato al decision-making attraverso gli algoritmi, sia quello narrativo, declinato sulla promessa costante di liberazione da vincoli burocratici e cognitivi. Per esplorare l’apparente contraddizione tra enfasi digitale sul futuro e una forma di vita contemporanea segnata da incertezza strutturale e primato del presente, il paper che proponiamo per il VII convegno nazionale SISCC riporta i primi risultati di un’indagine critica della temporalità digitale, svolta attraverso la mappatura dei principali contributi sul tema nel dibattito teorico-sociale contemporaneo. Da un punto di vista tecnico, nel digitale il futuro interessa in quanto oggetto di una predizione. Il cuore dell’innovazione risiede nell’elezione dei dati a nuovo fattore produttivo. Il processo di produzione in serie dei dati, la datificazione, è combustibile di un’operazione di contemplazione del futuro: l’analisi predittiva (Mayer-Schönberger, Cukier 2013). Essa permette di ridurre l’incertezza mettendo al servizio della ponderazione della plausibilità degli scenari una potenza di calcolo delle probabilità inedita. Il rafforzamento dell’analisi predittiva però, è letto come foriero del rischio di una ingegnerizzazione dei comportamenti, ovvero l’adozione di una “economia d’azione” per provocare reazioni emotive, acquisti, spostamenti fisici sempre più prevedibili e quindi commercializzabili (Zuboff 2019). Da un punto di vista retorico, invece, il futuro interessa in quanto oggetto di una promessa perpetua. Nel dibattito, le tech companies si distinguono per l’insistenza su un futuro a breve termine, costantemente in procinto di realizzarsi (Balbi 2022). Gli operatori si propongono come medium in grado di accelerare il corso del tempo per ridurre il gap tra un presente imperfetto e la soluzione imminente. Fuori dalle immediate esigenze del marketing, la riflessione socio-filosofica sul futuro offerta dai think tank allineati alle sensibilità della Silicon Valley si riconoscono in un’ideologia “lungotermista” (Bostrom 2014, MacAskill 2022) in cui l’etica mutua l’approccio quantitativo della datificazione algoritmica per massimizzare decisioni politiche e interventi di beneficenza privata in grado di ridurre il rischio di estinzione della specie umana. Le dottrine lungotermiste hanno il merito di riportare il lungo periodo al centro dell’attenzione ma, risultando basate su una fiducia acritica nelle tecnologie e nelle forme di governance economiche contemporanee, rivelano un presentismo latente che invita ad incidere sulle decisioni politiche individuando nell’attualità una favorevole “plasticità” idonea a trasformazioni radicali. Se si integrano le visuali tecniche e retoriche, emerge un filo rosso che le unisce nella promozione di un futuro messo al servizio delle esigenze immediate del presente. Il futuro della cultura digitale sembra assumere una forma definita, quella della anticipazione (Kitchin 2023): il compito dello sguardo prospettico è reincantare il presente attraverso una speculazione sul futuro (Adams et al. 2009) affinché esso possa essere il prima possibile spendibile nelle forme di soluzione, insight, acquisto, consulenza. Riferimenti bibliografici Adams, V., Murphy, M. and Clarke, A. E. (2009) “Anticipation: Technoscience, life, affect, temporality”. Subjectivity, 28(1): 246–65. Balbi, G. (2022), L’ultima ideologia. Breve storia della rivoluzione digitale, Roma-Bari: Laterza Bostrom, N. (2014) Superintelligence. Paths, Dangers, Strategies, Oxford: Oxford University Press. Hartog, F. (2015) Regimes of Historicity: Presentism and Experiences of Time, New York, NY: Columbia University Press. Kitchin, R. (2023) Digital Timescapes, Cambridge: Polity. Lübbe, H. (2009) ‘The Contraction of the Present’, in H. Rosa and W.E. Scheuerman (eds) High- Speed Society: Social Acceleration, Power, and Modernity, University Park, PA: Penn State University Press, pp 159– 178. MacAskill, W. (2022), What we owe the future, London: Oneworld. Mayer-Schönberger, V. e K. Cukier (2013) Big Data, Milano, Garzanti. Nowotny H. (1993), Tempo privato, Bologna: Il Mulino. Zuboff, S. (2019), Il Capitalismo della Sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma: Luiss University Press Terzo paper Un futuro tra impresa e utopia: soggettivazioni di giovani imprenditori. Roberto Serpieri e Sandra Vatrella (Università di Napoli Federico II) Il contributo propone la rielaborazione di alcuni risultati emersi nell’ambito del Progetto di ricerca Prin 2017: “Mapping Youth Futures. Forms of anticipation and youth agency” (Serpieri, Vatrella 2024; Vatrella, Serpieri 2022); progetto con il quale si è inteso analizzare il modo in cui i giovani italiani “project into the future and how this informs young people’s current lives, strategies and multiple transitions” (https://www.mappingyouthfutures.it/). Si tratta di un obiettivo ambizioso perseguito attraverso una strategia investigativa che ha impegnato l’unità di ricerca dell’Università di Napoli Federico II, nella realizzazione di 40 interviste discorsive a giovani imprenditori di età compresa tra i 25 e i 34 anni. A partire da questa cornice, la nostra proposta si focalizza sui processi di soggettivazione (Foucault 2005) dei giovani imprenditori e sul modo in cui questi processi incorporano specifiche visioni del futuro, risultanti dall’intersezione tra le proiezioni implicate nelle soggettivazioni veicolate dal regime di verità neoliberale e quelle ricercate in forma autonoma e consapevole. Queste ultime sono studiate attraverso l’analisi delle tecnologie per la cura del sé (Foucault 1992): quell’insieme di pratiche, cioè, alle quali i giovani ricorrono lungo il percorso che conduce (almeno nelle intenzioni e nelle prefigurazioni individuali) all’acquisizione di uno stato ritenuto auspicabile. Lo studio mostra come i processi di soggettivazione assumano configurazioni ambivalenti fortemente connesse al modo in cui costoro interpretano se stessi in relazione agli spazi sociali di cui hanno fatto esperienza: lo spazio delle origini, ma anche quello della formazione del loro “capitale umano” attraverso l'investimento in competenze e in processi di mobilità territoriale (Foucault 2005). Questa specifica focalizzazione ci consente di “situare” i processi di soggettivazione indagati collocandoli lungo un continuum compreso tra due poli. Il polo dell’esilio costituito da coloro che patiscono la perdita, la mancanza delle radici, in un orizzonte che li costringe ai margini della storia da cui sono ri-mossi e, dunque, in direzione di un futuro di impresa, per lo più solitario; e il polo del pellegrinaggio; di coloro che intraprendono la via del ritorno, che ritornano cioè alla patria perduta, quale meta utopica da ri-creare e ri-trovare dentro se stessi e con gli altri. In conclusione, mentre i processi di costruzione del sé risultano per tutti complessi, ambigui, confusi, in tensione tra istanze confliggenti nella forma e negli esiti, la possibilità o meno di emanciparsi dalle distopie quotidiane, che pure emerge, sembra subordinata alla capacità di rendersi consapevoli della cogenza specifica che il regime di verità neoliberale dispone mediante i riti di passaggio che impone (formazione e mobilità). Al contempo, malgrado i vincoli di s-oggettivazione che in qualche modo esige, il ricorso alle tecniche di cura del sé apre nuovi spazi di riflessività e favorisce la creatività dell’agency orientando il sempre più incerto futuro individuale (cfr. Leccardi 2025) verso l’esplorazione di altre vie e forme della soggettivazione. Entra così in gioco anche una tensione etopoietica (Marzocca 2016) che, se in taluni casi finisce con lo smarrirsi in una resa radicale al nomos neoliberale dell’imprenditore di se stesso, in altri assume consistenza in soggettivazioni “altre”; forme di auto-governo etico situate dentro l’orizzonte utopico di una ecopoiesi comunitaria. Riferimenti bibliografici Foucault M. (1992), Tecnologie del sé, in Martin L.H., Gutman H. and Hut-ton P.H., eds., Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault, Bol-lati Boringhieri, Torino. Foucault M. (2005), Nascita della biopolitica: corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano. Leccardi C. (2025), Vite aperte al possibile. Un'indagine longitudinale qualitativa sulle realtà giovanili in Italia, il Mulino. Marzocca O. (2016), Foucault ingovernabile. Dal bios all’ethos, Meltemi, Milano. Serpieri, R., & Vatrella, S. (2024). Tecniche del sé e soggettivazione: Confessioni di giovani imprenditori. FrancoAngeli, Roma. Vatrella S. e Serpieri R. (2022), “Le tecnologie del sé per il futuro. Etopoiesi di un giovane imprenditore”, Studi culturali, 19, 2: 233-252. Quarto Paper Violenza di genere e stampa locale: tensioni e intrecci di temporalità nella costruzione dei saperi esperti Arianna Mainardi, Maria Francesca Murru, Alberta Giorgi (Università di Bergamo)
La politica del nominare e contare è stata fondamentale per i movimenti femministi che si mobilitano contro la violenza di genere (D’Ignazio 2024). Sulla scia della tradizione femminista che discute le basi epistemologiche e metodologiche di ciò che è considerato “scientifico”, la comprensione femminista dei dati mostra che il calcolo non è un atto neutrale, al contrario i dati possono essere uno spazio di conflitto e potere (D’Ignazio et al. 2023). La produzione di dati alternativi su molestie e femminicidi, transicidi, lesbicidi, nonché di categorie nuove o perfezionate per la raccolta e l'analisi dei dati è stata di fondamentale importanza per riformulare la questione in gioco e renderla visibile nella sfera pubblica e politica (Walklate and Fitz-Gibbon 2023; Walby 2023). Le sfide a questa forma di produzione di conoscenza incarnata, situata e collettiva hanno riguardato la legittimazione delle competenze e la circolazione dei dati (Cayli Messina 2022). Analizzando la stampa locale, il contributo si propone di esplorare come la conoscenza della violenza di genere si costruisce all’intersezione tra tre dimensioni temporali concorrenti. La prima coincide con la temporalità giornalistica della cronaca intorno alla violenza di genere, in larga parte raccontata attraverso frame “presentisti” ed episodici, che evocano, in un quadro sensazionalistico, un’eccezionalità che pare situata fuori dal tempo (Barnhurst 2011; Franciscato 2005; Zelizer 2021). La seconda riguarda la temporalità messa in gioco dalla riflessione femminista rispetto alla costruzione dei dati, che legge le violenze di genere in una prospettiva di lungo periodo (Weil 2016). La terza dimensione, infine, considera la temporalità delle expertise che trovano spazio nel discorso giornalistico attraverso l’esposizione di saperi a vario titolo “esperti”, come professionisti e società civile (Laursen e Trapp 2019; Mathisen 2021). L’intersezione tra le tre temporalità attiva tensioni tra presente e un immaginario di futuro. Analizzando la discussione sui dati relativi alla violenza di genere nella stampa locale, il documento si propone di esplorare le grammatiche e i frame sull'expertise che circolano nella sfera pubblica, il modo in cui i movimenti sociali li affrontano e le diverse tensioni temporali che mettono in gioco. Riferimenti bibliografici Barnhurst, K (2011) The problem of modern time in American journalism. KronoScope 11(1–2): 98–123. Cayli Messina, B. (2022). Breaking the silence on femicide: How women challenge epistemic injustice and male violence. The British Journal of Sociology, 73(4), 859–884. D’Ignazio, C. (2024) Counting Feminicide: Data Feminism in Action. MIT Press. D’Ignazio, C., Cruxên, I., Suárez Val, H., Martinez Cuba, A., García-Montes, M., Fumega, S., Suresh, H., & So, W. (2022). Feminicide and counterdata production: Activist efforts to monitor and challenge gender-related violence. Patterns (New York, N.Y.), 3(7), 100530. Franciscato, C. (2005) Journalism and change in the experience of time in western societies. Brazilian Journalism Research 1(1): 155–175. Laursen, B., & Trapp, N. L. (2019). Experts or Advocates: Shifting Roles of Central Sources Used by Journalists in News Stories? Journalism Practice, 15(1), 1–18. https://doi.org/10.1080/17512786.2019.1695537 Mathisen, B. R. (2021). Sourcing Practice in Local Media: Diversity and Media Shadows. Journalism Practice, 17(4), 647–663. https://doi.org/10.1080/17512786.2021.1942147 Walby, S. (2023). What is femicide? The United Nations and the measurement of progress in complex epistemic systems. Current Sociology. La Sociologie Contemporaine, 71(1), 10–27. Walklate, S., & Fitz-Gibbon, K. (2023). Re-imagining the measurement of femicide: From ‘thin’ counts to ‘thick’ counts. Current Sociology. La Sociologie Contemporaine, 71(1), 28–42. Weil, S. (2016). Making femicide visible. Current Sociology. La Sociologie Contemporaine, 64(7), 1124–1137. Zelizer, B. (2021). Why journalism’s default neglect of temporality is a problem. Media, Culture & Society, 43(7), 1213-1229. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 07: Rappresentazioni e presenze del tempo nelle storie e nelle serie a fumetti Luogo, sala: Aula 7 (A1-G) Chair di sessione: Stefano Cristante |
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Rappresentazioni e presenze del tempo nelle storie e nelle serie a fumetti 1: Università del Salento; 2: Università di Bologna; 3: Università della Calabria; 4: Università degli Studi di Milano Bicocca; 5: Università del Salento Ci sono molti tempi in azione nel medium fumetto. C’è il tempo rallentato o velocizzato per via del montaggio delle tavole (un po’ come avviene nel cinema e nella letteratura). C’è il tempo diacronico interno a ciascuna storia (un tempo di inizio e di fine, per esempio nei graphic novel), collegato al concetto di fumetto come arte sequenziale. C’è il tempo circolare e apparentemente senza fine delle serie dove i personaggi sono bloccati in una determinata epoca e ad una determinata età anagrafica (per esempio Tex Willer o Diabolik). C’è il tempo dei fumetti che evolvono diacronicamente (quello dove i personaggi invecchiano, come nella strip Gasoline Alley, che esce senza interruzioni dal 1918). E c’è naturalmente il tempo necessario per la produzione dei fumetti, che si presenta storicamente molto differenziato (pensiamo ai tempi lunghi della produzione artigianale e artistica individuale novecentesca, a quelli accelerati delle syndication americane, a quelli spasmodici di certi manga giapponesi e a quelli ibridati con le nuove tecnologie digitali di una crescente produzione contemporanea). Il panel cercherà di sondare questi vari aspetti, comparando i diversi tempi del fumetto tra loro ed esaminando la loro connessione con i tempi “reali” della condizione umana e della vita quotidiana nelle diverse fasi che coprono l’arco di presenza del fumetto nel tempo storico, e prendendo in osservazione tematiche e dinamiche sociali. Il focus sulla problematizzazione dei tempi fumettistici consente di legare tra loro quattro diverse riflessioni. Rispettando un’istanza cronologica, il primo intervento si ripromette di rivisitare l’immersione nel tempo già a partire da alcuni casi di studio risalenti ai fumetti di inizio secolo, periodo la cui temperie culturale deve includere anche le teorie sulla relatività di Einstein, che hanno rivoluzionato la concezione del tempo. Anche i fumetti hanno, a loro modo, creato le proprie dinamiche narrative incrinando il concetto di tempo assoluto e lineare. Sul rapporto tra memoria e narrazione si incentra il secondo intervento, che prende le mosse dall’osservazione che i media sono spesso considerati fonte di indebolimento della memoria storica e del suo significato sociale. Al contrario, invece, esistono storie a fumetti (a volte anche organizzate in serie) che riescono a lavorare sui fatti e sulle situazioni storiche in modo profondo, dando vita a un’esaltazione delle possibilità più nascoste negli accadimenti, e spesso portando il contributo biografico degli autori direttamente nel cuore delle storie. Alla tematica dell’incorporamento nei fumetti è dedicato il terzo intervento, che si propone di analizzare un insieme di prodotti fumettistici che hanno al centro le malattie del comportamento alimentare, mettendo in luce la chance di andare al di là della pura rappresentazione di identità per coinvolgere biografie corporee e storie incorporate. In questo senso l’intervento metterà a confronto narrazioni tipicamente finzionali e narrazioni in cui viene messa al centro anche l’auto-narrazione, per cogliere come si trasforma la percezione temporale del racconto quando entra in scena il corpo nella sua vulnerabilità. Infine, l’ultimo intervento orienta la propria attenzione verso un tempo accelerato presente nelle lavorazioni dell’industria del manga e delle anime giapponesi. I tempi stressanti e a volte disumani della produzione sono messi a confronto con un modo di raccontare disegnato che fa della dilatazione e della sospensione del tempo un proprio marchio distintivo, generando paradossi nel rapporto tra team autoriali e loro narrazioni. Riferimenti bibliografici essenziali Barbieri D. (1991), I linguaggi del fumetto, Bompiani, Milano. Brancato S., Cristante S., Ilardi E. (2024), Storia e teoria della serialità, Vol. II, Meltemi, Milano. Bindi V., Raffaelli L. (2021), Che cos’è un fumetto, Carocci, Firenze. Gubern R. (1974), El lenguaje de los comics, Peninsula, Bercelona. Miller F., Eisner Will (2005), Conversazione sul fumetto, Kappa Edizioni, Bologna. Pintor I. (2020), Figure del fumetto. Forma, tempo e narrazione sequenziale, Alessandro Polidoro Editore, Napoli. Primo contributo: Lo spazio-tempo nei fumetti tra gioco e sogno, istanze moderniste e postmoderne Mattia Arioli (mattia.arioli2@unibo.it) Mentre Einstein discuteva la propria teoria della relatività, attraverso l’elaborazione di due concetti chiave — la relatività ristretta (1905) e la relatività generale (1925) — andando a mettere in discussione la fisica newtoniana dell’epoca e, in particolare, la concezione del tempo come assoluto, i fumetti di inizio secolo erano anch’essi impegnati, a modo loro, nell’esplorazione delle implicazioni di questa nuovo modo di concepire la temporalità (Gardner, 2015). Infatti, quest’ultima non era più rappresentata attraverso forme lineari, che raffiguravano un asse in cui il presente si allontana sempre più dal passato per proiettarsi verso un futuro immaginato e ancora da costruire. Pertanto, seguendo un’estetica modernista, alcuni dei primi autori di fumetti, tra cui Winsor McCay e Gustave Verbeek, posero al centro delle proprie investigazioni artistiche proprio il concetto di “tempo”. Di fatto, questi fumetti esploravano le possibilità offerte dal medium di rappresentare ed indagare la sincronicità, anche attraverso soluzioni avanguardistiche, capaci di raffigurare in modo provocatorio singole unità giornaliere, compressioni ed estensioni del tempo narrativo, cambiamenti negli schemi temporali all’interno del testo, oltre alle dimensioni soggettive, oniriche e persino ludiche dello spazio-tempo. A tale proposito è interessante notare come nel linguaggio del fumetto spazio e tempo tendano a coincidere, spesso attraverso convenzioni derivanti dai primi esperimenti di fine Ottocento sulla fotografia, che mettevano in sequenza immagini statiche per creare l’illusione dello scorrere del tempo. Come osservato da McCloud (1993: 97), “Portraying time on a line moving left to right this puts all the images on the same vertical axis. And tangles up time beyond all”. Eppure, questi fumetti “modernisti” si ripropongono di superare tale visione lineare attraverso le opportunità offerte dalla composizione delle vignette sulla pagina e la lettura “rizomatica” e “panottica” del lettore (Sousanis, 2015). Pertanto, il tempo non è più concepito soltanto come seriale, ma anche come simultaneo. Nei fumetti di McCay si osserva la compresenza di due tempi narrativi, quello della cornice, in cui il protagonista si addormenta, e quello della storia principale, il sogno. Tale soluzione può essere vista come un tentativo simbolico di resistenza all’uniformità degli orologi e alla standardizzazione del tempo (produttivo) che regola la vita degli individui, recuperando di fatto una dimensione personale. Nei fumetti di Gustave Verbeek le sperimentazioni relative allo spazio-tempo assumono connotazioni ludiche-interattive, in quanto il lettore può accedere alla storia completa ruotando di 180 gradi il fumetto. Infine, è interessante notare come alcune di queste sperimentazioni artistiche sulle implicazioni dello spazio-tempo siano al centro di fumetti contemporanei e post-moderni, tra cui Meanwhile (2010) di Shiga e Here (2014) di McGuire. Bibliografia essenziale Gardner, Jared (2015). “Time Under Siege”. In Daniel Worden The Comics of Joe Sacco: Journalism in a Visual World. Jackson: University Press of Mississippi. pp. 21-38 McCay, Winsor (1904-1925). Dream of the Rarebit Fiend. New York: New York Herald. McCay, Winsor (1905-1927). Little Nemo in Slumberland. New York: New York Herald McCloud, Scott (1993). Understanding Comics. The Invisible Art. New York: Harper Collins. McGuire, Richard (2014). Here. New York: Pantheon. Shiga, Jason (2010). Meanwhile. New York: Abrams Sousanis, Nick (2015). Unflattening. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press. Verbeek, Gustave (1902-1905). The Upside Downs of Little Lady Lovekins and Old Man Muffaroo. Chicago: Sunday Record-Herald Secondo contributo: Il fumetto, il tempo e la memoria storica. Una pluri-accentuazione della Storia in chiave biografica Olimpia Affuso (olimpia.affuso@unical.it) Al crocevia tra sociologia della comunicazione e sociologia della memoria, un elemento rilevante per la riflessione contemporanea emerge dalla questione del controverso rapporto tra senso storico, memoria storica e mezzi di comunicazione. Da più parti si imputa ai media la “responsabilità” di indebolire il senso storico e la memoria storica. Il che non è del tutto fuori luogo, se si considera che nella ridondanza mediale, la distinzione tra i fatti e il loro significato storico perde di rilevanza. Come sottolinea Zerubavel, il senso storico ha invece bisogno di distinguere i periodi, segnare differenze, marcare il punto zero a partire dal quale una certa comunità mnestica si forma. Ma è proprio sempre vero che i media indeboliscano il senso storico? Avviene con ogni medium, o vi sono differenze tra generi e linguaggi? La media logic incide sulla logica del ricordo? In linea di massima, si può dire che i media abbiano un ragguardevole impatto sulle memorie storiche, in parte indebolendole - per la logica di flusso - nella loro significatività “qualitativa”, ma in parte anche rafforzandole, attraverso la narrazione evenemenziale, o fornendo materiali conoscitivi. Dunque, si può assumere che tale impatto sia variabile e connesso alle modalità espressive dei diversi media, così come alle pratiche fruitive. In tale direzione, qui si intende proporre una riflessione sulla specificità del contributo del fumetto al senso storico del tempo. Al cuore del discorso si porranno in evidenza almeno quattro aspetti dirimenti. Il primo riguarda le tecniche narrative ed espressive impiegate dal fumetto e il loro specifico effetto mnestico: il fumetto è un’arte sequenziale, e costruisce il tempo mettendo in sequenza eventi separati (Eisner, 2010). Il secondo elemento riguarda un aspetto più generale, per cui da un lato la memoria riesce ad assumere la forma, il senso, il pathos, delle narrazioni in cui i fatti transitano, in quanto vi si radica fortemente; dall’alto lato esiste come un codice espressivo della memoria, che è socialmente legittimato (un paradigma ne è il museo) e che come tale pone un problema di egemonia del codice stesso. Oggi il codice dominante sembra quello dell’immagine fotografica, con la sua malintesa pretesa di verità storica. E il fumetto può dare un contributo specifico alla coscienza storica, perché configura un design di memoria alternativo, in cui la “trasfigurazione” del reale aiuta a vederne certi aspetti come tutt’altro che naturali. Il terzo aspetto riguarda la storia che il fumetto racconta, tanto con la sua stessa storia (Brancato, 2017), come prodotto della società di massa, quanto come medium di confine, in cui si collegano linguaggi diversi, dove si gioca anche un’importante pratica di ri-accentuazione continua di materiali simbolici. Per cui, mentre documenta la storia per frammenti, anche in serie, recuperandone il senso temporale, il fumetto “lavora” sul passato, come fosse creta, lo risignifica, offrendo input per nuove visioni. Ultimo punto, il fumetto si è sviluppato non solo come prodotto dell’industria culturale, ma anche come strumento di introspezione soggettiva di artisti che hanno consegnato ai lettori un patrimonio di memorie biografiche situate, a loro volta intessute di una temporalità peculiare. Per molti autori il fumetto è stato lo spazio di un tempo biografico: quel tempo soggettivo capace di appropriarsi della Storia mentre la si stava vivendo (cfr. Jedlowski, 2025). A partire da tali aspetti, nel contributo ci si soffermerà su alcuni esempi, come “Maus” di Spiegelmann, o come la serie di “Dylan Dog” della Bonelli, o come alcune tavole di Pazienza, o ancora il graphic novel autobiografico di Judd Winick, “Pedro and me”, che mostrano come la cifra del fumetto sia offrire alla coscienza e alla conoscenza storica disegni di realtà: tavole in cui i fatti prendono la forma del tratto (tondo, sfumato, spigoloso) e, nella loro trasfigurazione, si prestano alla possibilità di essere “sentiti” quasi a livello corporale, come con il tatto. Riferimenti bibliografici Brancato S. (2017), Il segno dei tempi. Fumetto come fonte di storia, fumetto come narrazione della storia, in Mediascapes journal, 8/2017. Eisner W. (2010), L’arte del fumetto. Regole tecniche e segreti dei grandi disegnatori, Milano, BUR. Jedlowski P. (2025), Il tempo intimo della biografia, Meltemi, 2025. Tota A.L. (2007), Memoria, patrimonio culturale e discorso pubblico, in Elena Agazzi e Vita Fortunati (a cura di), Memoria e saperi. Percorsi transdisciplinari, Roma, Meltemi. Zerubavel E. (2005), Mappe del tempo. Memoria collettiva e costruzione sociale del tempo, Bologna, il Mulino. Terzo contributo: Processi di incorporamento e struttura temporale dei fumetti: le malattie del comportamento alimentare come caso studio Terzo contributo: Barbara Grüning (barbara.gruning@unimib.it) Abstract: Il paper esplora la relazione tra tempo e fumetti a partire da quella che si ritiene essere una loro specificità, la capacità, cioè, di rendere visibili i processi di incorporamento e dare con ciò concretezza alla trama emozionale delle loro storie. Se tale capacità dipende dalle affordance del medium, ossia dalle sue possibilità e dai suoi vincoli espressivi, ciò riguarda non solo come il doppio codice visuale e testuale del fumetto è combinato nelle singole vignette e poi articolato nella loro successione grafica, ma anche la pratica stessa del fare fumetti, in quanto sforzo fisico e mentale, che presuppone un continuo confronto con la materialità degli strumenti adoperati (dalla carta, alla matita, alla china, ecc.) e della realtà osservata o immaginata che si “riporta” poi sulla pagina (cfr. Chute, 2010; El Refraie, 2012; Grant, 2019; Mitchell, 2010). In tal senso, focalizzare sui processi di incorporamento nei fumetti offre un accesso singolare alle narrazioni del sé meno in termini di, rappresentazioni di identità (Foucault, 1980; cfr. Hall, 1997), quanto di biografie corporee (Gugutzer, 2002) e storie incorporate (Bourdieu, 1979). Se nella prima accezione l’attenzione è essenzialmente rivolta a decostruire come i soggetti figurati sono oggettivati secondo alcune loro variabili essenziali e identificabili attraverso il corpo (genderizzato, sessuato, etnicizzato, disabile ecc.), le altre due accezioni, una più fenomenologica, l’altra più struttural costruttivista, condividono l’idea che il sé è incarnato e si trasforma nel corso del tempo vissuto e e/o narrato. La comprensione bourdieusiana di storia incorporata (e dei processi di incorporamento) aggiunge però a questo nucleo comune l’idea che il sé nel fare ed incorporare esperienza struttura un habitus che si manifesta in una hexis, riflettendo con ciò uno specifico rapporto tra l’individuo e gli spazi sociali cui esso appartiene, sia in chiave relazionale che temporale. In sintesi, prestare attenzione ai processi di incorporamento consente di individuare analiticamente alcune dimensioni del tempo nei fumetti, spesso poco considerati, e di arricchire allo stesso tempo l’eventuale analisi del fenomeno narrato. Come principali dimensioni è possibile indicare: - il rapporto tra la sfera sensibile dei personaggi (interiorità) e le loro azioni (esteriorità), e, dunque tra tempo soggettivo e tempi sociali, così come scanditi dalla spazializzazione della narrazione a fumetto, tanto nelle vignette quanto attraverso la gabbia (layout) e la struttura grafica dell’intera storia (cfr. Mikkonen, 2017); - il ruolo delle interazioni simboliche e corporee nel costruire il ritmo della storia attraverso la successione delle vignette; - la costruzione di una identità narrativa (cfr. Somers, 1994) che, se scandita secondo la struttura temporale astratta della trama, assume significati specifici e concreti a seconda di come questa è visualizzata graficamente e, dunque, di come graficamente si trasforma secondo la stessa struttura temporale della storia. Per meglio illustrare le interrelazioni tra tali dimensioni si guarderà ai fumetti che hanno ad oggetto le malattie del comportamento alimentare, dove i corpi narrati sono innanzitutto corpi vulnerabili (cfr. Szep, 2020), sebbene non sempre questa vulnerabilità emerga. A tale riguardo, si proporrà un confronto tra narrazioni finzionali e auto-finzionali (Caillou 2010; Davis e Kettner, 2017; Debeurme, 2007; Fairfield, 2009, Gold, 2022; Green, 2013; Heimgartner e Schneider, 2006; Hofer, 2018; Krans, 2020; Sabish, 2011; Shivak 2007; Valentini, 2017; Ying, 2023; Zuzu, 2019), concentrandosi in particolare su: la struttura temporale e il ritmo della storia; la percezione ed esperienza temporale dei protagonisti come si manifesta attraverso i loro pensieri, i loro dialoghi e le loro pratiche (e routine); la rappresentazione dei corpi sia sul piano mimetico – la trasformazione fisica del corpo nel suo divenire “anoressico” o “bulimico” –che metaforico-visuale (cfr. El Refaie, 2019) – rispetto cioè a come il corpo è sentito e visto dal soggetto sofferente nel corso della storia. L’obiettivo del confronto è duplice: da un lato, si vuole mettere in luce come la differente attualizzazione dei processi di incorporamento nei due tipi di narrazioni grafiche incida sulla comprensione del fenomeno delle malattie del comportamento alimentare; dall’altro, traslando lo sguardo da quello del fumettista a quello del sociologo, si vuole aprire uno spazio di riflessione, più generale, su come il proprio posizionamento incida sulla individuazione, significazione e comunicazione di fenomeni di rilevanza sociale. Riferimenti bibliografici BOURDIEU P. (1979), La distinction, Edition de Minuit, Paris. CHUTE H. (2010), Graphic Women: Life Narrative and Contemporary Comics, Columbia University Press, New York. EL REFAIE E. (2012), Autobiographical Comics. Life writing in pictures, University Press of Mississippi, Jackson. EL REFAIE E. (2019), Visual metaphor and embodiment in graphic illness narratives, Oxford University Press, New York. FOUCAULT, M. (1980), Power/Knowledge, Brighton, Harvester. GRANT P. (2019), The Board and the Body: Material Constraints and Style in Graphic Narrative, in “The Comics Grid: Journal of Comics Scholarship”, 9, 1, pp. 1–18. GUGUTZER R. (2002), Leib, Körper, Identität, Westdeutscher Verlag, Wiesbaden. HALL S. (1997), The work of representation, in Id. (ed.) Representation. Cultural representations and signifying practices, Walton Hall, The open university, pp. 13-74. MIKKONEN K. (2017). The narratology of comic art, Routledge, New York and London. SOMERS M. (1994), The Narrative Constitution of Identity: A Relational and Network Approach, in “Theory and Society”, 23, pp. 605-49. SZEP E. (2020), Comics and the body. Drawing, reading and vulnerability, The Ohio State University Press, Columbus. Graphic novel CAILLOU H. M. (2010), La chair de l’Airaigné. Éditions Glénat. DAVIS L. J., KETTNER, J. (2017), Ink in Water: An Illustrated Memoir: Or, How I Kicked Anorexia’s Ass and Embraced Body Positivity! New Harbinger Publications, Inc., 2017. DEBEURME, L. (2006). Lucille. Futuropolis. FAIRFIELD, L. (2009). Tyranny. Tundra Books. GOLD H. (2022), Nervosa, Street Noise Books. GREEN K. (2013). Lighter than My Shadow. Random House. HEIMGARTNER S., SCHNEIDER, K. (2006). Durch Dick und Dünn. Schulverlag. HOFER R. (2018). Blad. Luftschacht. KRANS K. (2020), Blossoms and Bones: Drawing a Life Back Together, HarperOne SABISCH I. (2011). 41,3 kg Magersucht? Gütersloher Verlagshaus. SHIVAK N. (2007). Inside Out: Portrait of An Eating Disorder. Atheneum. VALENTINI F. (2017). Il vuoto intorno a Sandra. Shockdom. YIN V. (2023), Hungry Ghost, Hachette Romans. ZEROCALCARE (2011), La profezia dell’armadillo, Bao. ZUZU (2019), Cheese, Coconino Press. Quarto contributo: Le forme del tempo nel manga: narrazione e produzione di una cultura del tempo Ilenia Colonna(ilenia.colonna@unisalento.it Lo scorrere del tempo, insieme all’armonia tra uomo e natura, è uno degli elementi alla base della cultura e dello stile giapponese. Questa centralità si riflette anche nei manga, produzioni in cui il tempo si configura come una dimensione poliedrica che intreccia la struttura narrativa, le logiche produttive e il contesto culturale in cui l’industria si sviluppa. Se da un lato la gestione del tempo narrativo assume una funzione determinante nel plasmare l’esperienza del lettore – il manga è strutturato per una lettura molto rapida e, allo stesso tempo, per estendere il più possibile la narrazione in vista di una lunga serialità – dall’altro lato i ritmi produttivi imposti ai mangaka riflettono valori profondamente radicati nella cultura giapponese. Dal punto di vista narrativo, il manga si distingue per una gestione sofisticata del tempo. Non sempre le vignette che compongono una tavola indicano un passaggio temporale. In molti casi rappresentano frammenti di uno stesso momento, attraverso una moltiplicazione di dettagli, punti di vista diversi di una stessa scena, senza indicazione di una successione temporale tra le vignette. Si pensi, ad esempio, alle serie incentrate sul calcio, in cui il tempo che intercorre fra il momento in cui il personaggio effettua il tiro e quello in cui il pallone entra in rete viene dilatato su più pagine, mostrando – tra le vignette dei due momenti – la palla, la rete verso la quale essa si dirige, i volti degli spettatori, gli occhi del calciatore che ha effettuato il tiro, quelli del portiere avversario. Come fattore narrativo, il tempo è quindi sospeso e il lettore raccoglie frammenti sparsi di una scena che percepisce come simultanei. Sono tecniche che creano un effetto di sospensione poetica, restituendo centralità soprattutto al personaggio, alle sue espressioni facciali, ai suoi movimenti, ai suoi pensieri, svalutando il contesto. Parallelamente, queste tecniche – insieme ad altre pratiche narrative – permettono a editori e disegnatori di produrre una grande quantità di tavole in un flusso continuo. Da questa prospettiva, il tempo si impone come fattore determinante nell’industria del manga. La produzione segue ritmi serrati, con mangaka costretti a rispettare scadenze settimanali o mensili, spesso a discapito del proprio benessere fisico e mentale, fino anche alla morte per eccesso di lavoro. Questo modello lavorativo è il riflesso di una cultura del lavoro che premia la dedizione assoluta e il sacrificio personale, condizionando anche il rapporto tra produzione e consumo, dove il pubblico stesso è abituato a un ciclo costante di uscite serializzate, alimentando una domanda sempre crescente. La tensione tra tempo creativo e tempo industriale si riflette anche nella produzione degli anime – che spesso dipendono dai ritmi dei manga originali – la cui fruizione, insieme a quella dei manga, ha subito un’accelerazione negli ultimi anni, in particolare a causa della diffusione dello streaming, modificando la temporalità del consumo e ridefinendo il rapporto tra lettori, spettatori e industria. Il presente intervento si propone di esplorare le molteplici declinazioni del tempo nel manga, considerando il tempo non solo un elemento di costruzione narrativa, ma una chiave di lettura per comprendere i meccanismi produttivi e le dinamiche culturali che regolano l’industria giapponese. Riferimenti bibliografici essenziali Johnson-Woods T., 2010, Manga. An anthology of Global and Cultural Perspective, Continuum International Publishing Group, London Pellitteri M., 2022, I manga. Introduzione al fumetto giapponese, Carocci, Roma. Famularo M., 2023, Destinazione manga, Il Mulino, Milano-Bologna. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 08: Organizzazione del tempo e pratiche di consumo nell’epoca dell’accelerazione sociale. Criticità e possibili traiettorie di trasformazione Luogo, sala: Aula 11 (A0-B) Chair di sessione: Roberta Paltrinieri Chair di sessione: Francesca Setiffi |
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Organizzazione del tempo e pratiche di consumo nell’epoca dell’accelerazione sociale. Criticità e possibili traiettorie di trasformazione. 1: Università di Bologna; 2: Università di Padova; 3: Università di Bologna; 4: Università Mercatorum; 5: Università IULM; 6: Sapienza Università di Roma; 7: Università di Trento; 8: Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo Panel precostituito Organizzazione del tempo e pratiche di consumo nell’epoca dell’accelerazione sociale. Criticità e possibili traiettorie di trasformazione. Nota introduttiva La logica dell’accelerazione sociale pervade vita e strutture temporali della società moderna (Rosa 2015). Le tecnologie di produzione e comunicazione hanno spinto gli individui ad adottare delle logiche di governo della propria vita basate su “efficienza” e “risparmio del tempo” e la già nota fusione tra pratiche di lavoro e consumo espone gli individui a nuove forme di alienazione sociale. Tentativi di reazione sociale contrari all’imperativo della performance sono ormai visibili e riguardano la messa in discussione di stili di vita (e di lavoro) opprimenti anziché espressivi delle necessità individuali, come ben riassunto in ambito lavorativo dal fenomeno delle “grandi dimissioni” (Coin 2023). Globalizzazione, digitalizzazione e insostenibilità ambientale e sociale, associati alle crescenti disuguaglianze, rendono l’epoca contemporanea critica sotto vari aspetti. La logica del consumo produttivo è entrata in crisi perché spesso è dominata dall’imperativo della performance, nonostante inizino a diffondersi pratiche alternative e sostenibili, rese possibili anche dall’accesso alle piattaforme digitali. Ponendo l’enfasi su note dicotomie quali fast/slow, convenience/care, cultura materiale/ambienti digitali, i contributi del panel esplorano possibilità di sintesi proponendo un superamento di posizioni opposte. Partendo da contesti e oggetti di studio diversi – le piattaforme, il cibo e gli oggetti di consumo – il panel Organizzazione del tempo e pratiche di consumo nell’epoca dell’accelerazione sociale. Criticità e possibili traiettorie di trasformazione riesce a cogliere le varie sfaccettature delle strutture temporali contemporanee che collegano, per richiamare ancora Rosa (2015), il microcosmo individuale al macrocosmo sociale. Oltre a rimettere in discussione categorie sociali note nella letteratura accademica, gli abstract proposti nel panel si interrogano sulle conseguenze sociali riconducibili alle pratiche di consumo digitale, ai sistemi alimentari (produzione, distribuzione e consumo), alle pratiche di costruzione del gusto alimentare e alla funzione della cultura materiale nella definizione delle memorie di famiglia. Proprio come forma di contrapposizione alla logica dominante della performance, le pratiche di consumo sostenibili possono trovare spazio in ambito digitale. Sono sempre più presenti nel dibattito pubblico critiche serrate alla società dei consumi, così come si è evoluta in Italia dal periodo del boom economico fino ad oggi. Meno chiare sembrano invece essere le soluzioni per ripensare ambiguità e opportunità insite in un progressivo allargamento del benessere materiale, che ha posto la “crescita” come unico obiettivo economico e sociale da perseguire. Si rinnova oggi la necessità di riflettere su pratiche innovative di consumo nate in risposta a un contesto economico e sociale contemporaneo che potrebbe essere foriero di una svolta culturale della società dei consumi nella quale benessere e felicità siano (anche) sinonimo di fiducia, sostenibilità e giustizia sociale (Paltrinieri 2021). Nei prossimi anni, la crisi climatica e l’incessante innovazione tecnologica potrebbero provocare delle ripercussioni maggiormente evidenti su stile di vita e pratiche di consumo con potenziale capacità di adattamento delle classi sociali ampiamente diversificato. Riprendendo Paltrinieri (2021), ripensare la società dei consumi significa incorporare considerazioni di tipo politico in aspirazioni di benessere e felicità individuale. Nella logica performativa e dell’accelerazione sociale, come si sta riconfigurando la cultura del consumo? Il panel discute orientamenti attuali e possibili conseguenze sociali nella vita quotidiana considerando le dimensioni temporali del vivere moderno (stream III). Riferimenti bibliografici Coin F. (2023). Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita. Einaudi, Torino. Rosa H. (2015). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Einaudi, Torino. Paltrinieri R. (2021). Felicità responsabile. Il consumo oltre la società dei consumi. FrancoAngeli, Milano. Il Paradosso del Working Consumer, ritardo culturale e distruzione creatrice nella società accelerata delle piattaforme Piergiorgio Degli Esposti, Università di Bologna Abstract L’accelerazione dei ritmi di vita, tratto distintivo della modernità avanzata, ha determinato una trasformazione del consumo, rendendolo un processo sempre più rapido, automatizzato ed efficiente, e ridefinendo, di conseguenza, la relazione tra produzione e fruizione. Muovendo dal modello della McDonaldizzazione teorizzato da George Ritzer (2010) - fondato sui principi di efficienza, calcolabilità e prevedibilità applicati al consumo di massa - si assiste oggi a una sua ulteriore radicalizzazione all’interno della platform society (Srnicek, 2016). In tale contesto, il consumatore assume anche il ruolo di lavoratore (working consumer), contribuendo inconsapevolmente alla generazione di valore attraverso la propria attività online, la produzione di contenuti e la fornitura di dati. Riferimenti bibliografici Ogburn, W. F. (1922). Social Change with Respect to Culture and Original Nature. Viking Press. Trame di famiglia: il ruolo delle pratiche di consumo nel kinkeeping Stefania Fragapane (Università Mercatorum) Abstract In un’epoca caratterizzata da rapidi cambiamenti sociali, mobilità geografica e mutamenti nei modelli familiari, la figura del kinkeeper, definito da Hornstra e Ivanova (2023, p. 367) come “a person who takes on the task of connecting family members, managing rela2onships on behalf of the familial household, and facilitating ties that have become disrupted”, assume una particolare rilevanza come mediatore che non solo facilita la comunicazione tra i membri della famiglia e mantiene vive la memoria e le tradizioni, ma svolge anche un ruolo cruciale nel garantire la solidarietà e il supporto reciproco. In tale prospettiva, i kinkeepers contribuiscono a rinsaldare il legame tra le diverse generazioni, facilitando la condivisione di conoscenze, tradizioni e valori culturali che altrimenti, in un contesto in cui le famiglie sono sempre più nucleari e geograficamente disperse, potrebbero andare persi. La letteratura (Barnwell, 2022; Leopold et al., 2024) mette in evidenza come, tradizionalmente, siano le donne le principali custodi dei legami del gruppo, fonte di conoscenza sulle storie e le memorie familiari, ma anche figure centrali nell’organizzazione di incontri e riunioni che coinvolgono la famiglia estesa. Ricerche recenti (Leopold et al., 2024) hanno confermato che, ampliando l’analisi delle relazioni familiari oltre il legame tra genitori e figli, emergono significative differenze in base alle linee di parentela: i parenti materni hanno, in media, maggiori probabilità di essere parte di reti familiari significative rispetto a quelli paterni. Un aspetto sorprendentemente poco indagato in letteratura è il ruolo ricoperto dalle pratiche e dai prodotti di consumo nelle dinamiche del kinkeeping, una lacuna che non permette di comprendere a fondo come le esperienze condivise, i rituali, ma anche gli oggetti di consumo possano giocare un ruolo rilevante nel rafforzare la memoria (Hoskins, 1998) e la coesione familiare, ad esempio facilitando la trasmissione della storia della famiglia tra le generazioni (Troll, 1994), o rafforzando i legami affettivi tra i suoi membri. In tale prospettiva, il contributo proposto presenta i dati preliminari di una ricerca qualitativa volta a comprendere il ruolo degli oggetti e delle pratiche di consumo nel supportare l’attività di kinkeeping, così da identificare le prassi più significative e diffuse. Il progetto si propone, inoltre, di analizzare come tali esperienze contribuiscano alla costruzione e al mantenimento dell’identità familiare, dei legami intergenerazionali e della memoria condivisa. Da un punto di vista metodologico, i ricercatori hanno previsto di utilizzare lo strumento dell’intervista semistrutturata da somministrare a un campione composto da 30 diadi familiari (ciascuna comprendente un/una giovane tra i 18 e i 24 anni e un soggetto da lui/lei indicato come kinkeeper familiare). Per garantire una rappresentazione più diversificata sotto il profilo culturale e sociale, si è deciso di distribuire gli intervistati/e fra tre aree geografiche (Nord, Centro e Sud Italia), anche con l’obiettivo di comprendere se i diversi contesti possano influenzare le attività di kinkeeping e il ruolo specifico ricoperto dagli oggetti di consumo nell’ambito di tali dinamiche. Riferimenti bibliografici Barnwell, A. (2022). “Aunting as family shadow-work”, Journal of Family History, 47(3), pp.317-33. Hornstra, M. and Ivanova, K. (2023), “Kinkeeping across families: The central role of mothers and stepmothers in the facilitation of adult intergenerational ties”, Sex Roles, 88(7), pp.367-382. Hoskins, J. (1998), Biographical Objects: How Things Tell the Stories of People's Lives. Routledge. Leopold, T., Raab, M., Becker, C.C., Buyukkececi, Z. and Çineli, B. (2024). Mapping modern kinship networks: First results from the KINMATRIX survey. Journal of Marriage and Family, DOI: 10.1111/jomf.13049. Troll, L. E. (1994). "Family Issues in Intergenerational Linking." Generations, 18(4), 48-52 Dal campo allo schermo: apprendimento e attivismo alimentare nell'era digitale Francesca Forno, Università di Trento Abstract Negli ultimi anni, il dibattito sulle Reti Alimentari Alternative (AFNs) ha visto una crescente attenzione verso l’innovazione digitale come strumento per promuovere pratiche alimentari più sostenibili (Bos & Owen, 2016; Cuy, 2014; Schneider, 2019). Se inizialmente la ricerca si è focalizzata sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie ai piccoli produttori, studi recenti hanno esplorato il potenziale delle piattaforme digitali non solo come alternativa ai canali di distribuzione dominati dalle filiere globali, ma anche come spazio di coinvolgimento civico e attivismo alimentare (De Bernardi, 2019; Dal Gobbo et al. 2022). Tuttavia, resta ancora da comprendere in che misura queste innovazioni possano effettivamente contribuire alla transizione verso sistemi alimentari più sostenibili e resilienti. Questo contributo si inserisce in questo dibattito, approfondendo il ruolo della digitalizzazione nei processi di apprendimento e partecipazione all’interno delle AFNs. Basandosi su 83 interviste in profondità condotte in Irlanda, Germania e Italia, lo studio confronta le dinamiche di apprendimento e coinvolgimento nei diversi contesti fisici e digitali delle AFNs, con particolare attenzione al principio del “learning by doing”. Le evidenze mostrano che le AFNs non si limitano a fornire canali alternativi di approvvigionamento, ma creano anche spazi di socializzazione e apprendimento collettivo, in cui i consumatori sviluppano una maggiore consapevolezza critica sugli impatti ambientali e sociali delle loro scelte alimentari (Brunori et al., 2012; Etmanski, 2017; Savarese, et al. 2020). Attraverso questa analisi, il contributo esplora come le piattaforme digitali trasformano l’impegno dei consumatori, ridefinendo i meccanismi di apprendimento e coinvolgimento nelle pratiche alimentari alternative. In un contesto segnato dalle crisi climatiche, sanitarie ed economiche, comprendere le potenzialità e i limiti della digitalizzazione nelle AFNs è cruciale per valutare il loro ruolo nella costruzione di modelli di consumo più sostenibili e inclusivi. Riferimenti bibliografici Brunori, G., Rossi, A., & Guidi, F. (2012) On the New Social Relations around and beyond Food. Analysing Consumers Role and Action in Gruppi di Acquisto Solidale (Solidarity Purchasing Groups), Sociologia Ruralis, 52(1), pp. 1–30. doi: 10.1111/j.1467-9523.2011.00552.x. Bos, E., & Owen, L., (2016). Virtual reconnection: the online spaces of alternative food networks in England. J. Rural Stud. 45, 1–14. https://doi.org/10.1016/j.jrurstud.2016.02.016 Cui, Y. (2014). Examining farmers markets’ usage of social media: an investigation of a farmers market Facebook page. Journal of Agriculture, Food Systems, and Community Development 5, 87–103. https://doi.org/10.5304/jafscd.2014.051.008 Dal Gobbo, A., Forno, F., Magnani, N., (2022). Making “good food” more practicable? The reconfiguration of alternative food provisioning in the online world. Sustain. Prod. Consum. 29, 862–871. https://doi.org/10.1016/j.spc.2021.07.023 De Bernardi, P., Bertello, A. and Venuti, F. (2019) Online and on-site interactions within alternative food networks: Sustainability impact of knowledge-sharing practices, Sustainability (Switzerland), 11(5), p. 1457. doi: 10.3390/su11051457. Etmanski, C., & Kajzer Mitchell, I. (2017). Adult learning in alternative food networks. New Directions for Adult and Continuing Education, 2017(153), 41–52. https://doi.org/10.1002/ace.20220 Savarese, M., Chamberlain, K. and Graffgna, G. (2020) Co-creating value in sustainable and alternative food networks: The case of community supported agriculture in New Zealand, Sustainability (Switzerland), 12(3). doi: 10.3390/su12031252. Schneider, T., Eli, K., Dolan, C. & Ulijaszek, S. (eds.) (2019). Digital Food.
La temporalità come antinomia del gusto nei consumi alimentari. Evoluzione fatalistica dei dilemmi gustativi e polarizzazione delle scelte nei foodscape del rischio alimentare totale Maria Giovanna Onorati, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo Abstract Nell’ambito dei consumi alimentari, la temporalità rappresenta una dimensione cruciale che modella le abitudini di consumo e orienta gli stili dietetici e le preferenze, sia sotto il profilo pratico che valoriale. Essa si manifesta nel dilemma che Warde (1997) ha annoverato tra le antinomie fondamentali del gusto, ovvero care/convenience, traducibile, seppur in modo imperfetto, come “cura” e “praticità”. Nel processo di modernizzazione dei sistemi alimentari, il modello della “cura”, fondato sull’attenzione ai dettagli e sulla dedizione alla qualità, e il relativo investimento di tempo, ha progressivamente ceduto il passo al paradigma della “praticità”. Quest’ultimo, privilegiando facilità, accessibilità ed efficienza, ha favorito la diffusione di stili alimentari allineati al modello della McDonaldizzazione (Ritzer, 1993), basato su standardizzazione, calcolabilità e scalabilità, contribuendo all’accelerazione della globalizzazione delle filiere alimentari, con tutte le implicazioni e i rischi conseguenti. Sebbene il polo della “convenience” non abbia mai goduto della stessa fiducia quasi-meccanica accordata alla “cura”, è quello che nel tempo si è affermato, permettendo ai foodscapes della tardo-modernità di de-tradizionalizzarsi e assumere una connotazione neofilica, orientata all’esplorazione gastronomica e a stili di consumo caratterizzati da una crescente individualizzazione del gusto, progressivamente tradottasi in una forte diversificazione degli stili dietetici.La digitalizzazione delle culture alimentari (Lupton – Feldmann, 2018), in particolare quella delle comunità digitali diet/etiche, ha accentuato questo processo attraverso un’inedita combinazione di frammentarietà temporale e informazionale, immediatezza e, al contempo, una straordinaria capacità di incorporare nel tempo dell’esperienza individuale una riflessività del tempo glaciale (Lash – Urry, 2002), alimentando una crescente domanda di cibo sostenibile. Questo fenomeno ha contribuito alla nascita di quella che, in linea con Beck (2000), può essere definita una riflessività gastronomica del rischio globale, che, a partire dal 2020, si è trasformata in riflessività gastronomica del rischio totale. Le etiche del cibo hanno dunque progressivamente abbandonato gli scenari anomici ad alto rischio, orientandosi verso contesti caratterizzati da elevata regolamentazione sociale, in cui le policies del cibo hanno acquisito centralità (basti pensare al proliferare delle certificazioni), la domanda di diversificazione alimentare si è trasformata in domanda di tipizzazione, e la necessità di rassicurazione ha prevalso su quella di esplorazione. L’antinomia originaria della temporalità (cura/praticità) ha assunto nuove configurazioni, evolvendo in dilemmi sempre più fatalistici, come “sicurezza e rischio”, o più essenzializzanti e dogmatici, come “autentico e falso”, in cui la fiducia del consumatore diviene facilmente preda di euristiche fuorvianti (ad es. l’etichetta). Questa forma di consumo fatalistico ha portato la comunità di destino, a cui la domanda di consumo alimentare tende ad aggrapparsi in periodi di crisi, a polarizzarsi tra due scenari: uno caratterizzato da neo-fobica ri-tradizionalizzazione, in cui concetti come “autentico”, “origine” e “identità”, così come tutte le declinazioni del “naturale”, sono diventati metonimie di qualità e sicurezza e in cui le euristiche dell’immediatezza favorite dai media digitali hanno un ruolo; l’altro segnato una domanda di innovazione e neo-personalizzazione radicalmente orientata al futuro, in cui novel food e tecnologie (tutte) rappresentano la chiave imprescindibile per garantire la sostenibilità dei sistemi alimentari.Esempi di recenti ricerche condotte sia negli ambienti digitali che nei contesti offline del consumo, ormai inscindibili, evidenziano come l’evolversi della strutturazione temporale del gusto in senso fatalistico stia plasmando la dialettica delle scelte alimentari, contribuendo più alla loro polarizzazione che alla sintesi, e ponendoci di fronte al grande interrogativo su quale dei due scenari le attuali tecnologie digitali tenderanno a favorire. Riferimenti bibliografici Beck U., 2000 [1986], La società globale del rischio, Roma: Carocci. Lash S., Urry J., 2002 [1994], Economies of Signs and Space, London, Thousand Oaks, New Dheli: SAGE. Lupton, D., and Feldman, Z. (eds.) (2020). Digital Food Cultures. London: Routledge. Ritzer, G. (1998). The McDonaldization Thesis. Explorations and Extensions. London; Thousand Oaks: SAGE. Warde, A., 1997. Consumption, Food & Taste. London, thousand Oak: SAGE. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 09: Sport e Attività fisica e le sfide dell’Age of “extreme present” Luogo, sala: Aula 12 (A1-B) Chair di sessione: Giovanna Russo Chair di sessione: barbara mazza |
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Sport e Attività fisica e le sfide dell’Age of “extreme present” 1: quot;AMS" Università di Bologna, Italia; 2: Sapienza Roma, Italia; 3: CY Ileps Cergy Paris Université; 4: Università di Messina, Italia; 5: Università di Firenze, Itali; 6: Università di Salerno, Italia A lungo le tematiche della temporalità nella teoria sociologica sono state inglobate nei concetti di mutamento e di evoluzione delle grandi narrazioni. Antony Giddens ha forse compiuto lo sforzo più consistente (e relativamente recente) per re-introdurre la categoria della temporalità, come “fattore banale dell’attività sociale” (1979, p. 202) da essere considerata, insieme allo spazio, “condizione ambientale” nella quale la condotta sociale si svolge, dimensione inscindibile dalla cultura intesa come conoscenza e, infine, fenomeno strettamente legato a presente e passato, eppure osservabile e sfruttabile come risorsa scarsa. Ed è proprio quest’ultima caratteristica ad emergere fortemente nell’attuale “era dell’eterno presente” (Basar et al. 2015), nella quale passato e futuro sono stati polverizzati dalla velocità della trasformazione digitale, sospinta più recentemente dal capitalismo delle piattaforme, che ha dato nuova forma all’esperienza fondamentale del tempo e dello spazio contribuendo alla formulazione di nuove pratiche, narrazioni e linguaggi della cultura contemporanea. In tale scenario la sociologia dello sport si interroga sulla capacità del sistema sportivo, dei suoi attori principali e delle sue pratiche di interpretare e rappresentare le trasformazioni della vita quotidiana in un più ampio contesto di cambiamenti veloci, profondi, radicali, in cui l’imporsi di una incertezza diffusa sembra aver istituzionalizzato la diffusione del dubbio (Giddens, 1990), la crisi della democrazia, la progressiva perdita di diritti (istruzione, salute, lavoro..), l’aumento delle diseguaglianze (Pioletti, Porro 2013), disegnando così un nuovo rapporto fra il cosiddetto Nord e il Sud del mondo. La ricerca sullo sport e l’attività fisica in tal senso sta assumendo un ruolo sempre più centrale per lo studio della società contemporanea e delle sue trasformazioni, nella consapevolezza che esso replica ed evidenzia tutte le contraddizioni dell’era contemporanea, anche in riferimento al ritmo del cambiamento e alla sua portata. Lo sport e l’AF si trovano quindi a interrogare il proprio presente su molteplici fronti: dalla espansione di forme linguaggi mediali della narrazione sportiva; alla pervasività di dispositivi, ambienti e tecnologie digitali (tra cui quelli connessi al Metaverso e all’AI), che hanno significativamente modificato le pratiche, le relazioni sociali e le modalità di fruizione dello sport nelle sue diverse articolazioni. Dagli imperativi performativi, all’ossessione quantistica di misurazione dell’efficienza del proprio corpo; dalla ricerca di salute e ben-essere del singolo, della collettività e dell’ambiente, alle istanze valoriali, sociali, identitarie che coinvolgono atleti, praticanti, fruitori e consumatori di sport e attività fisica (Martelli, Matteucci, Russo 2019). Senza dimenticare gli aspetti identitari, educativi e formativi che costituiscono l’essenza dello sport non solo come “fatto sociale totale” (Mauss, 1965), ma anche condizione costitutiva, onnipervasiva della società contemporanea che, ormai giunta alla fine del primo quarto del XXI secolo, rintraccia nella sfera sportiva un utile “dispositivo” atto ad affrontare la sfida del presente per riformulare il tempo del futuro e di ripensare, riattivare e riconfigurare le memorie del passato (talvolta in chiave nostalgica) di una società sempre più in movimento. In ciò l’obiettivo dello sport del futuro è quello di abbattere ostacoli e costruire cultura. Il panel intende affrontare alcuni dei mutamenti strettamente collegati alle diverse possibili configurazioni della relazione tra sport e temporalità, nelle sue molteplici sfaccettature, come importante sfida nell’ambito degli Sport studies sia a livello teorico sia empirico. I paper che si presentano seguono in quest’ottica un comune fil rouge. Attraverso la lente dell’accelerazione essi discutono infatti delle seguenti trasformazioni: 1) l’affermarsi, molteplice eppure discontinua della second screen experience come rivelano i dati della fruizione dei Giochi Olimpici di Parigi 2024; 2) l’evoluzione della narrazione sportiva in contesto sempre più iper-vetrinizzato che ridefinisce i tempi, contenuti, significati della relazione tra pubblici sportivi e atleti, con 3) relative fratture spazio-temporali introdotte da “strumenti di correzione” del gesto sportivo (si veda il Var nel gioco calcio) le cui ricadute modificano geneticamente la struttura emozionale di tutti gli attori in gioco; 4) fino a mutare fortemente l’immaginario sportivo che, nella stretta dell’accelerazione, paradossalmente produce un sentimento di nostalgia per lo “sport di una volta”. Sintesi Bibliografica Bifulco, L., Formisano, A., Panico, G., Tirino, M. (a cura di) (2023), Sport e comunicazione nell’era digitale. FrancoAngeli. Elias, N., & Dunning, E. (1986). Quest for excitement. Sport and leisure in the civilizing process. Basil Blackwell. Germano, I. (2012). La società sportiva: significati e pratiche della sociologia dello sport. Rubbettino. Soveria Mannelli. Giddens, A. (1979). Central Problems in Social Theory, The McMillan Press. Giddens, A. (1984). Space, Time and Politics in Social Theory: An Interview with Anthony Giddens, in AaVv., Environment and Planning D: Society and Space. vol.II (a cura di D. Gregory). Giddens, A. (1994). Le conseguenze della modernità. Il Mulino. Martelli S., Matteucci I, Russo G. et al. (2019), Keep fit. Ben-essere attivo e nuove tecnologie. Franco Angeli. Mauss, M. (1965). Teoria generale della magia e altri saggi. Einaudi. Pioletti AM., Porro N. (2013), Lo Sport degli Europei. Cittadinanza, attività, motivazioni. Franco Angeli. Porro N., Martelli, S. (2018). Nuovo manuale di Sociologia dello sport e dell’attività fisica, Franco Angeli. Tirino, M., Russo, P., Castellano, S. (a cura di) (2024), L’atleta digitale. Editpress. Tranquillo F. (2020). Lo sport di domani. Costruire una nuova cultura. Add Ed. ABSTRACT N.1 La second screen experience tra continuità e discontinuità: il caso delle Olimpiadi di Parigi 2024 Alessandra Palermo, CY ILEPS Cergy Paris Universitè, AGORA (EA7392) – GERiiCO (ULR4073) Lo sport e la sua fruizione mediale continuano ad essere un indicatore di profondo mutamento anche nell’Age of “extreme present”, in cui la second screen experience (Horowitz, 2021), rappresenta una delle espressioni dell’accelerazione contemporanea della trasformazione digitale in atto dove il tempo non è più lineare, ma è un susseguirsi di momenti che si esauriscono nell’istante stesso in cui si riproducono. È noto che seguire un evento sportivo non è più un’esperienza fine a sé stessa, ma rappresenta un’interazione tra piattaforme in cui la simultaneità dell’informazione sostituisce la narrazione sequenziale in cui lo schermo, gli schermi, diventano uno spazio di estensione della performance sportiva (Courtois, D'heer 2012). Questa evoluzione si inserisce in un contesto più ampio in cui il rapporto tra corpo, tecnologia e identità, virtuale e reale assumono un nuovo significato rendendo la second screen experience, una manifestazione del tempo presente in cui i livelli di realtà da abitare mediaticamente (Postman, 1983) e contemporaneamente sono molteplici. La ricerca da cui sono tratte queste riflessioni si è svolta online tra dicembre 2024 e gennaio 2025 su un campione di 1000 partecipanti. L’obiettivo di tale studio è di esplorare le dinamiche di iperconnessione durante le Olimpiadi di Parigi 2024, confermate dall’80% degli intervistati che ha affermato di aver utilizzato uno smartphone o navigato sui social media guardando le Olimpiadi, non solo per seguire l’evento, ma per parteciparvi attivamente. Questa analisi evidenzia come lo sport mantenga una significativa permanenza mediatica nell’ecosistema digitale contemporaneo, configurandosi come un dispositivo di partecipazione continua e diffusa. I risultati sottolineano inoltre la necessità di un adattamento tempestivo a un contesto in continua accelerazione e caratterizzato da una connessione permanente, riflettendo così la fluidità della società odierna (Bauman, 2000). Key words: second screen experience; simultaneità; Paris 2024; sport digitale. Riferimenti bibliografici Basar, S., Coupland, D., & Obrist, H. U. (2015). The age of earthquakes: A guide to the extreme present. Blue Rider Press. Bauman, Z., (2000). Liquid Modernity. Cambridge: Polity Press. Courtois C., D'heer E. (2012). Second screen applications and tablet users: constellation, awareness, experience, and interest. In Proceedings of the 10th European Conference on Interactive TV and Video (EuroITV '12). Association for Computing Machinery, New York, NY, USA, 153–156. https://doi.org/10.1145/2325616.2325646 Horowitz Research, (2021). State of Gen Z 2020 in https://www.horowitzresearch.com/wp-content/uploads/2021/03/State-of-Gen-Z-2020-TOC_SP.pdf Postman N., (1983). Ecologia dei media. L'insegnamento come attività conservatrice. Roma: Edizioni Armando. ABSTRACT N.2 Identità o rappresentazione nello sport. Il tempo e lo spazio dell’ipervetrinizzazione e l’immaginario nella cyber-arena Francesco Pira, Roberta Casagrande, Umberto Spaticchia Lo sport, oltre a essere espressione di valori e disciplina, si configura come una forma estetica che stimola l’immaginario attraverso il gesto atletico (Zecchi, 2016). La crescente digitalizzazione ha trasformato questa dimensione, ridefinendo il rapporto tra sport, identità e temporalità. L’atleta, un tempo narrato attraverso l’epica sportiva, diventa oggi una figura costantemente esposta sui social media, dove la performance si estende oltre il campo di gara. Nel nuovo ecosistema digitale, la temporalità dello sport subisce un’accelerazione: non si limita più all’evento in sé, ma si dilata in un flusso continuo di contenuti, che alimentano una narrazione senza soluzione di continuità (Floridi, 2014). La spettacolarizzazione sportiva si fonde con il gossip e la costruzione dell’identità pubblica dell’atleta, che non è più solo un modello di performance fisica, ma anche un soggetto della cultura visuale e della società dell’influencer. Il digitale trasforma così lo sport in un ambiente multipiattaforma, dove il gesto atletico viene vetrinizzato in una dimensione temporale ininterrotta, capace di attrarre audience e generare engagement (Han, 2018). Questa continua esposizione ha implicazioni profonde: il corpo dell’atleta diventa un elemento centrale nella costruzione dell’identità pubblica, in un processo che richiama la fluidità e la provvisorietà identitaria teorizzate da Bauman (2000), in contrasto con Giddens (1991). Il rapporto tra pubblico e atleta si trasforma in un’interazione incessante, in cui la dimensione privata viene resa accessibile, alimentando il processo di celebrityfication. In questo scenario, la narrazione sportiva non si esaurisce più nella cronaca dell’evento, ma si estende in una dimensione di iper-comunicazione (Han, 2022), dove informazione, emozione e spettacolo si mescolano, ridefinendo il tempo e il senso dello sport. Le tecnologie, ormai “incise sulla carne” (Abruzzese, 2001), dissolvono i confini tra reale e virtuale, riconfigurando la presenza dell’atleta nello spazio sociale. Keywords: Sport, iperindividualismo, media digitali, piattaformizzazione, performatività. Riferimenti bibliografici Abruzzese A, (2001). Forme estetiche e società di massa, Marsilio Editori, Venezia. Abruzzese A., (2012). La bellezza per te e per me. Saggi contro l'estetica, Liguori, Napoli. Bauman Z., (2011). Modernità liquida, Laterza, Roma – Bari. Buasingher H., (2008). La cultura dello sport, Roma, Armando Editore. Beck U., (2000). La società del rischio: verso una seconda modernità, Carocci, Roma. Bennato D., (2011) Sociologia dei media digitali: relazioni sociali e processi comunicativi del web partecipativo, Laterza, Roma-Bari. Boccia Artieri G., Gemini L., Pasquali F., Carlo S., Farci M., Pedroni M., (2017) Fenomenologia dei social network: Presenza, relazioni e consumi mediali degli italiani online, Guerini Scientifica, Milano. Brancato S., Cristante S. (2022). L' avventura umana nella comunicazione. Dal corpo dei Sapiens agli algoritmi, Luca Sossella Editore, Roma. Casagrande R., (2021). Pink power, Di Nicolò Edizioni. Castells M., (2015) Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet, Egea, Milano. Codeluppi V., (2007). La vetrinizzazione sociale, Bollati. Di Gregorio L., (2017). La società dei selfie. Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone, FrancoAngeli, Milano. Han Byung-Chul., (2015). Nello sciame visioni del digitale, Edizioni Nottetempo, Milano. Morin E., (1977). I divi, Garzanti, Milano. Pira F., (2022). Giornalismi digitali, misinformation e fake news. Quale giornalismo sportivo, pp 499 – 511, Rivista di diritto Sportivo 2. Pira F., (2021). Figli delle app. Le nuove generazioni digital-popolari e social-dipendenti, FrancoAngeli, Milano. Pira F., (2021) La crisi del modello della produzione culturale: la vetrinizzazione esasperata = The crisis of the cultural production model: the exasperated vitrinization. 247-268. H-ermes, J. Comm. 20, 247-268. ABSTRACT N.3 Passioni fredde: la regolazione temporale e emotiva nel tempo del VAR Pippo Russo (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali – Università di Firenze) Presentato come uno strumento che avrebbe dovuto conferire oggettività alla decisione arbitrale e all’applicazione del regolamento nel calcio, il VAR (Video Assistant Referee) ha comportato conseguenze e implicazioni impreviste. Fra queste vi è la reiterata interruzione del corso di gara. Un corso che è soggetto a costante sospensione per porre al vaglio ogni episodio minimamente controverso. La duplice frattura spaziale (la gara in campo, la Sala VAR a centinaia di chilometri di distanza) e temporale (l’immediatezza dell’episodio, il differimento della sua ratifica) comporta una rivoluzione della struttura passionale e emotiva della partita di calcio, con la creazione di una sequenza di micro-climax il cui effetto è mutare geneticamente la struttura emotiva e percettiva della partita di calcio. In queste condizioni la partita di calcio si trasforma nel territorio di una trasformazione indotta dalla tecnologia, che impone una ristrutturazione a ampio raggio. Questa trasformazione ha impatto sugli attori della partita, sugli spettatori, sulla rappresentazione, sulla narrazione, e infine sul senso di giustizia legato all’esito della gara. Tutto quanto avviene entro un quadro temporale che si fluidifica, che perde il quadro unitario per ricomporsi in una serie di cornici dalle forme irregolari e asimmetriche. Di questa frammentazione diventa emblema l’esultanza per il gol, trasformata sempre più spesso in una passione fredda perché messa in stand by e fatta slittare in una temporalità differita, come se fosse consumare un podcast. La presentazione intende porre un quadro concettuale su questa realtà in evoluzione. Parole chiave: VAR; Emotività; Passioni fredde; Fratture spaziali; Fratture temporali. Riferimenti bibliografici: M. Armenteros, A. J. Benitez, M. Betancor, The use of video technologies in refereeing football and other sports, London, Routledge, 2019. L. Bifulco, A. Formisano, G. Panico, M. Tirino, Sport e comunicazione nell’era digitale, Milano, Franco Angeli, 2023; C. Ruggero, P. Russo, Il calcio in tv. Storia, formati, ibridazioni, Roma, Fausto Lupetti, 2018. D. Samuel, C. Englert, I. Basevich e Y. Galily, The effects of VAR interventions on self-rated mental fatigue and self-rated performance of football referees, International Journal of Performance Analysis in Sport, online first. 2024. Guttmann A. (1990). From Ritual to Record. The Nature of Modern Sport, New York, Columbia University Press. Magdalinski Tara (2009). Sport, Technology and the Body. The Nature of Performance, London and New York, Routledge. Russo P. (2018). Filippide al Pit Stop. Performance e Spettacolo nello Sport Postmoderno, Firenze, Editpress. Volpicelli L. (1966). Industrialismo e Sport, Roma, Armando. ABSTRACT N.4 “Ma che ne sanno i Duemila?”. Celebrità calcistica, forme della memoria e pratiche mediali nella community Facebook “Serie A – Operazione Nostalgia” Mario Tirino (Università degli Studi di Salerno) Secondo Wunenburger (1991), l’immaginario include sia la capacità di creare rappresentazioni, che si manifesta attraverso sistemi simbolici, sia una componente emotiva che influenza la vita quotidiana. L’immaginario sportivo, in particolare quello calcistico, si espande nella società, grazie al ruolo crescente che simboli, valori e figure sportive rivestono nell’arena pubblica (Jarvie, 2006). In Italia, il calcio ha plasmato l’immaginario collettivo di milioni di persone dal dopoguerra, grazie alla diffusione di narrazioni attraverso i media. I racconti delle gesta dei calciatori e delle partite memorabili hanno contribuito a creare un immaginario popolato da eroi, leggende, eventi epocali, radicati nella memoria collettiva di generazioni di tifosi. Questo immaginario esercita un forte impatto emotivo, accentuato dalla natura rituale dell'evento sportivo, anche quando fruito attraverso i media (Bifulco e Tirino, 2018). La mediatizzazione, insieme a commercializzazione e globalizzazione, ha profondamente modificato valori, simboli e significati sociali del calcio contemporaneo (Frandsen, 2020). L’accelerazione dei tempi sociali (Román Maldonado, 2015), con focalizzazione sul presente, ha paradossalmente alimentato un sentimento di nostalgia per il “calcio di una volta” (Gammon e Ramshaw, 2013), specialmente per i protagonisti degli anni Ottanta e Novanta, quando la Serie A ospitava alcuni dei migliori giocatori del mondo. Questo desiderio nostalgico può essere interpretato come reazione al senso di discontinuità e smarrimento (Davis, 1979) che i tifosi provano di fronte a un presente calcistico percepito come meno glorioso rispetto al passato. Il paper, attraverso un’analisi netnografica e di contenuto, esamina le espressioni culturali e le dinamiche emotive della nostalgia calcistica all’interno della community Facebook “Serie A – Operazione Nostalgia”. La ricerca si concentra su: 1) le forme in cui si manifesta il culto degli eroi calcistici del passato, come reazione alla commercializzazione del calcio moderno e come idealizzazione di una presunta “età dell’oro” irripetibile; 2) i processi attraverso cui le caratteristiche di Facebook influenzano e modellano i sentimenti nostalgici (Niemeyer, 2014); 3) il ruolo di oggetti (magliette, gagliardetti e fanzine) nell’alimentare la retromania (Reynolds, 2011); 4) la riattivazione della memoria collettiva attraverso eventi che vedono protagoniste le ex glorie del calcio in competizioni amichevoli; 5) l’influenza della nostalgia nella creazione di nuove forme di tifo, dove la rivalità tra tifoserie avversarie è attenuata. L’analisi di questa community FB indaga l’ambivalenza della nostalgia nello sport. Da un lato, essa alimenta la retorica confortante di un passato idealizzato (Boym, 2001); dall’altro, genera una serie di pratiche (riattivazione affettiva della memoria, partecipazione ad eventi, merchandising), proprie del capitalismo delle piattaforme. Riferimenti bibliografici Bifulco, L., & Tirino, M. (2018), “The Sports Hero in the Social Imaginary”, Im@go, 11, 9-25. Boym, S. (2001), The Future of Nostalgia, New York, Basic Books. Davis, D. (1979), Yearning for Yesterday: A Sociology of Nostalgia, New York, Free Press. Frandsen, K. (2020), Sport and Mediatization, London-New York, Routledge. Gammon, S., & Ramshaw, G. (2013), “Nostalgia and sport”, in A. Fyall & B. Garrod (Eds.), Contemporary Cases in Sport, Oxford, Goodfellow Publishers, pp. 201-219. Jarvie, G. (2006), Sport, Culture and Society: An Introduction, London, Routledge. Niemeyer, K. (Ed.) (2014), Media and Nostalgia: Yearning for the Past, Present and Future, Basingstoke, Palgrave Macmillan. Reynolds, S. (2011), Retromania: Pop Culture’s Addiction to Its Own Past , London, Faber & Faber. Román Maldonado, C.E. (2015), “Sobre la aceleración del tiempo social en la sociedad capitalista contemporánea”, Civilizar, 15(28), 263-276. Wunenburger, J.-J. (1991), L’imaginaire, Paris, PUF. |
| 17:30 - 19:00 | Sessione 3 - Panel 10: Accelerazione, limite di rottura, implosione Luogo, sala: Aula 13 (A1-C) Chair di sessione: Giovanni Ragone Chair di sessione: Nello Barile |
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Accelerazione, limite di rottura, implosione 1: Università di Roma "La Sapeinza"; 2: Unversità IULM di Milano; 3: Università di Napoli L'Orientale; 4: Università degli Studi di Cagliari; 5: Università di Roma "La Sapeinza" Accelerazione, limite di rottura, implosione Sia una “sociologia del tempo” che la mediologia hanno sviluppato dal secondo Novecento significativi frame teorici per interpretare le trasformazioni dei modelli di organizzazione e distribuzione del tempo e dei modelli percettivi. Quei modelli che le ricerche empiriche, spesso con scarse interrelazioni rispetto a un background teorico, provano a indagare raccogliendo dati su come categorie sociali specifiche distribuiscono le attività durante periodi determinati, e in minor misura su come la comune sensazione di accelerazione del tempo influisce sul benessere psicologico. Come sintetizzare e attualizzare le teorie disponibili? E quali indicazioni di metodo si possono offrire per la ricerca? Condividendo un’idea del tempo come costruzione sociale e come struttura/processo culturale, le scienze umane hanno riflettuto profondamente sull’impatto delle tecnologie della comunicazione (Kern 1995); all’accelerazione delle comunicazioni e degli scambi corrisponde una sostanziale sottrazione di futuro, che si esprime in varie forme, dalla “presentificazione” (Rushkoff, D. 2013), alla nostalgia, nei modi della "retromania" (Reynolds 2010) o della "retrotopia" (Bauman 2017). La modificazione del tempo, e il suo rapporto con lo spazio, sono il risultato della crescente diffusione nella vita quotidiana delle scoperte della tecnoscienza, da un lato, e dei nuovi ambienti immaginati dalle produzioni creative, dall’altro. Per quanto riguarda la mediologia, la passione di McLuhan al contempo per i protagonisti della fisica quantistica e per le avanguardie (“l’artista come antenna”), sottolinea la centralità della trasformazione dello spaziotempo tanto nella dimensione macrosistemica quanto in quella del quotidiano. L’accelerazione, un processo che supera via via soglie significative già in fase preindustriale (Ragone 2021), supera un limite di rottura nel passaggio all’era elettrica, ribaltando la percezione del tempo da una dimensione lineare ed espansiva ad una circolare e implosiva, in cui la ritribalizzazione e una nuova oralità ricongiungono il moderno al primitivo. Ma altri modelli più aperti possono integrare la compartimentazione schematica tra le due Galassie mcluhaniane, centrifuga e lineare quella Gutenberg, centripeta e circolare quella Marconi (McLuhan 1964), riflettendo su un soggetto contemporaneo alle prese in epoca dgitale con una dimensione implosiva ancora più visibile che non al tempo dei media di massa e delle formazioni collettive degli anni ‘60. Come, ad esempio, la sociologia figurazionale di N. Elias (1990), nella sua capacità di ricongiungere il quotidiano con il macrosistemico, pur se occorre confrontare la sua idea di homines aperti, nella sua dimensione plurale e processuale, con la realtà del nuovo ecosistema digitale (Barile 2022), dato che le tecnologie radicali (Greenfield 2017) della Silicon Valley, più che strutturare un legame neotribale tra i loro utenti, enfatizzano in maniera drammatica la dimensione individuale (Barbrook&Cameron 1995), generando forme di isolamento e di crisi del legame empatico (Turkle 2012; Lanier 2018). Parallelamente, sul piano del modello interpretativo, non solo le riflessioni di McLuhan o di Elias sul tempo, ma anche altre significative tradizioni (da Benjamin, Foucault, Baudrillard, Virilio alla sociologia urbana), invitano a sviluppare tecniche di individuazione delle strutture temporali attraverso l’analisi degli spazi, degli oggetti, degli ambienti di vita. Tecniche che possono essere formalizzate e divenire di uso comune. Riferimenti: Reynolds, S., 2011, Retromania: Pop Culture’s Addiction to Its Own Past. New York: Faber & Faber. Ragone, G., 2021, Sulla genesi del medium romanzo, in H-ermes. Journal of Communication H-ermes, J. Comm. 20, 139-170. Rushkoff, D. (1994), Cyberia: Life in the Trenches of Hyperspace. San Francisco: Harper-SanFrancisco. Rushkoff, D., 2013, Present Shock: When Everything Happens Now. New York: Penguin Current. Trapassati dal futuro: accelerazione e soppressione del tempo da McLuhan alla Silicon Valley Nello Barile, Università IULM di Milano
L’intervento propone una riflessione sulle recenti trasformazioni della “ideologia californiana” che passa dall’enfasi posta sul “presentiamo infomaniacale” e sul “mcluhanismo New Age” (Rushkoff 1994) degli anni Novanta, a una combinazione paradossale tra avvenirismo e nostalgia. Dagli scritti del mediologo canadese (McLuhan 1964), trapelano numerosi riferimenti che sottolineano lo stretto legame tra mcluahanismo e avanguardie artistiche. In particolare il futurismo è un esempio plastico dei modi in cui l’arte anticipi le trasformazioni percettive che saranno implementate e diffuse dalle “nuove” tecnologie (si pensi al concetto di simultaneità e al ruolo dell’artista come “antenna”). Il legame di McLuhan con le avanguardie tecnologiche può essere brevemente sintetizzato dal commento dell’artista Sudcoreano Nam June Paik che apostrofò: "il solo problema di McLuhan è che ancora scrive libri" (Chun 2014, p. 38). L’influenza mcluhaniana sulle controculture digitali è forse ancor più profonda, a tal punto da essere provocatoriamente considerato come uno dei primi scrittori “Cyber Punk” (ibidem). Se nelle visioni di McLuhan, l’implosione produceva “un campo totale di consapevolezza inclusiva” (McLuhan 1964: 104), caratteristico del Villaggio globale, oggi la dimensione implosiva ha più a che vedere con il soggetto contemporaneo saturato dalle informazioni e alle prese con dispositivi digitali che producono uno shock del presente (Rushkoff 2013). Rispetto alla prima Ideologia Californiana agli anni Novanta, (Barbrook&Cameron 1995), subentra oggi una nuova voglia di futuro che è però declinata attraverso un'estetica retrotecnologica che si salda con la nostalgia per le identità forti del passato, tipica delle formazioni populiste e sovraniste. L’estetica retromaniaca (Reynolds 2010) in qualche modo ha anticipato e preparato l’avvento della retrotopia politica (Bauman 2017). Già dalle elezioni mid term del 2022 (Barile 2022), Elon Musk rappresentava l’esponente più significativo di tale processo, essendo passato dal confezionamento di un immaginario retrotecnologico e steampunk (si pensi al brandname e al logo della Tesla) al nuovo colonialismo interspaziale della conquista di Marte. Se l’accelerazionismo da sinistra di Mark Fisher (2009) mirava a usare la tecnologia creata dal capitalismo per accelerare le contraddizioni del sistema e creare le basi per una società futura, l’attuale ruolo dei guru della Silicon Valley pare invece quello di istituire una nuova concezione di soggetto e di temporalità che legittima e struttura nuove forme di potere. Assistiamo oggi a una riposizionamento drastico della Silicon Valley, della sua idea di futuro, dei valori che orientano la sua azione politica e culturale, in una nuova colonizzazione delle relazioni sociali attraverso i dati, operando una profonda riorganizzazione dello spazio, del tempo, dell’ordine sociale” (Couldry&Mejas 2019). Riferimenti Barbrook, R. & Cameron, A., 1995, The Californian Ideology, in Alamut. Bastion of Peace and Information, August. Retrieved from www.alamut.com/subj/ideologies/pessimism/calif Ideo_I.html. Chun, W. H. K., 2014, Marshall McLuhan: The First Cyberpunk” Journal o/Visual Culture, vol. 13, n. l (April 2014): 36-8. Couldry, N. and Mejias U. A., 2019, Data Colonialism: Rethinking Big Data’s Relation to the Contemporary Subject, Television & New Media, Volume 20, Issue 4. Fisher, M., 2009, Capitalist realism: Is there no alternative? Ropley, England: O Books. Reynolds, S., 2011, Retromania: Pop Culture’s Addiction to Its Own Past. New York: Faber & Faber. Rushkoff, D., 1994, Cyberia: Life in the Trenches of Hyperspace. San Francisco: Harper-SanFrancisco. Rushkoff, D., 2013, Present Shock: When Everything Happens Now. New York: Penguin Current. Ricorsività e tecnogenesi nelle macchine computazionali Tiziana Terranova, Università di Napoli L’Orientale. La conferenza introduce il concetto di ricorsività nella teoria dei media digitali e la sua utilità nel pensare il rapporto contemporaneo tra tempo, media digitali e le strutture di sapere/potere. A partire dalla nozione tecnica di ricorsione, così come utilizzata nella programmazione informatica dove indica la procedura attraverso cui una routine precedente viene richiamata nello svolgimento di un compito, il concetto di ricorsività insieme a quello di contingenza è stato sviluppato da teorici e teoriche della computazione come Yuk Hui (2019), Luciana Parisi, e Ezekiel Dixon-Roman (2020) per definire il divenire temporale degli esseri tecnici. In particolare, in tecnologie come il machine learning e la generative AI, la ricorsività indica il modo in il meccanismo cibernetico del feedback (retroazione) utilizza i dati e altre strutture computazionali (come i grafi o le reti neurali) ai fini della programmazione e riprogrammazione algoritmica delle interfacce digitali. La ricorsività nei media digitali solleva la questione del il modo in cui il sociale è incorporato nelle tecnologie computazionali e media digitali (Chun 2021, Terranova 2024) attraverso un movimento a spirale che mescola computabile e incomputabile, ripetizione e contingenza, determinazione e indeterminatezza partecipando alla reinvenzione di tecnologie di potere così come a quella della loro sovversione. La temporalità della ricorsività dunque spiega non solo quella che Katherine N. Hayles (2012) definisce la tecnogenesi (la coevoluzione di umani e tecnologia), ma la tecnosociogenesi (cioè la transindividuazione collettiva delle società umane e delle loro tecnologie). Riferimenti Chun, Wendy Hui Kyong. Discriminating Data: Correlations, Neighborhoods, and the New Politics of Recognition. Cambridge, Mass.: The MIT Press, 2021. Hayles, N. Katherine. How We Think: Digital Media and Contemporary Technologies. Chicago and London: The University of Chicago Press, 2012. Hui, Yuk. Recursivity and Contingency. Lanham, Maryland: Rowman & Littlefield Publishers, 2019. Parisi, Luciana, and Ezekiel Dixon-Román. “Recursive Colonialism & Cosmo-Computation.” Social Text, no. Control Societies @ 30: Technopolitical Forces and Ontologies of Difference (2020). Terranova, Tiziana. “Technoliberalism and the Network Social.” Theory, Culture & Society 41, no. 7–8 (2024): 89–104. Troppo spazio e poco tempo. Contraddizioni e paradossi del capitalismo informazionale Emiliano Ilardi – Università di Cagliari Hartmut Rosa nel suo famoso e fortunato libro Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (2010), ha scritto che uno degli effetti principali dell’“accelerazione del tempo”, che secondo lui è il segno distintivo della modernità occidentale, è stato e continua ad essere “la contrazione dello spazio”. Il che è sicuramente vero se consideriamo come “spazio” solamente quello di natura fisico-materiale. Ciò che sfugge a Rosa (che non a caso ha come principali riferimenti la Scuola di Francoforte e la Teoria Critica) è che l’evoluzione mediale (prima con i media elettrici e poi, soprattutto con i media digitali) ha prodotto dimensioni spaziali alternative che si sono aggiunte a quella materiale e oggi l’hanno addirittura surclassata, almeno dal punto di vista dell’economia e delle relazioni sociali. E allora se lo consideriamo da un punto di vista mediologico, il rapporto tra tempo e spazio va invertito rispetto alla raffigurazione di Rosa. Così scriveva il mediologo Régis Debray 25 anni fa all’alba della rivoluzione digitale: “I mass-media dell’ubiquità declassano i media più o meno affannati della storicità. I primi hanno ridistribuito i rapporti tra il qui e l’altrove in modo molto più sensibile e vistoso dei rapporti tra il prima e il dopo. Di qui il privilegio spontaneamente accordato dallo spirito pubblico ai mezzi di addomesticamento dello spazio sui mezzi di addomesticamento del tempo. Lo abbiamo rilevato più volte: il nostro territorio si allarga, il nostro calendario si restringe (2000, pp. 45-46). La tesi che si vuole provare qui a dimostrare è che nella tarda modernità il capitalismo informazionale si è imposto e autolegittimato in Occidente, e senza provocare i conflitti sociali che avevano caratterizzato la modernità industriale, perché, a fronte di una violenta accelerazione del tempo in tutti ambiti della vita degli individui, ha fornito loro, in cambio, una enorme quantità di spazio in cui estroflettere e costruire desideri e identità e quindi percepirsi come autonomi e autodeterminati. A tal punto che le due dimensioni si alimentano a vicenda: la moltiplicazione degli spazi e la loro interconnessione (la fusione tra spazi della produzione e del consumo, ad esempio), elementi tipici della mediasfera digitale, accelerano e contraggono il tempo (l’opposto di quanto pensa Rosa) e, contemporaneamente, costituiscono l’unica condizione che ne permette l’accettazione sociale. Il patto che per prime le società occidentali, consapevolmente o inconsapevolmente è da stabilire, hanno stipulato con il Mefistofele del capitalismo digitale prevede proprio la cessione totale del tempo, che deve diventare esclusivamente produttivo, in cambio di dimensioni spaziali apparentemente libere e autonome. Ma si può essere liberi e autonomi nello spazio se abbiamo alienato la dimensione del tempo? Riferimenti Castells, M., La nascita della società in rete (1996). Bocconi Universiy Press, Milano 2014. Debray R., Introduzione alla mediologia (2000). Meltemi, Milano 2024. Elias, N., Saggio sul tempo (1984). Il Mulino, Bologna 1986. Rosa H., Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (2010). Einaudi, Torino 2015. Virno, P., Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanea, DeriveApprodi, Roma 2001. Ripartendo da Elias. Sul tempo e sul controcampo artistico Donatella Capaldi – Sapienza Università di Roma Le basi tuttora più solide nella riflessione sociologica sul tempo sono in Norbert Elias. Ed è evidente la convergenza tra il suo impianto e quello della teoria mediologica, da McLuhan a Castells, a iniziare dal rilievo dato ai cambiamenti delle soggettività tra modo di sviluppo agricolo, industriale e informazionale. La concettualizzazione di Elias si fonda sulla storicità delle rappresentazioni del senso del tempo, per individuare la dinamica della coscienza e della conoscenza nel succedersi di trasformazioni simboliche connesse alla interdipendenza, nelle diverse dimensioni individuali e sociali, naturali e storiche, cosmiche e culturali. Lo sviluppo della società in termini di complessificazione, di processi di integrazione e disintegrazione della vita sociale, e di sviluppo tecnologico – vettori di “figurazioni” che i gruppi sociali trasformano di continuo – portano a superare soglie successive, in particolare quella della modernità oltre la quale il tempo può essere progettato, e l’esperienza del tempo può essere vissuta in forme diverse, in relazione agli ambienti sociali in cui i soggetti e i gruppi si muovono (Elias 1984). Nei miei studi ho potuto approfondire alcuni aspetti del pensiero eliasiano, in particolare su tecnologia e utopia, traducendo saggi finora inediti in Italia (Elias 2025). Una base teorica che evitando generalizzazioni astratte e riduzioni dell’orizzonte al presente insegna a mettere in relazione tra loro fenomeni che si sviluppano sul lungo periodo. Come utilizzarla riguardo alle relazioni sociali nell’ambiente dei media digitali è oggetto di alcuni contributi sociologici sulla dinamica di contrazione del tempo, focalizzati soprattutto sul senso della memoria e del futuro (Mathieu 2020, Leccardi, Jedlowski and Cavalli 2023; Mandich 2023). La frammentazione e moltiplicazione delle visioni sul passato nell’ambiente digitale e l’aumento esponenziale di ciò che può essere conservato cambia le forme della memoria e le sue relazioni con il presente, a fronte di una contrazione dell’orizzonte e di un futuro sempre meno progettabile e più insicuro, mentre si acutizzano le fratture tra i “patrimoni generazionali” e le soggettività individuali. Per una attualizzazione teorica e di metodo il mio contributo esaminerà – per converso – la serie recentissima delle riflessioni sul tempo che su vari fronti vengono sviluppate dagli artisti nell’ambiente permeato dalle tecnologie dell’AI. Inseguendo i sentieri interrotti della memoria per ricomporre un passato non vissuto, ma avvertito come cruciale per il soggetto; o immaginando archivi come un dataset mai fatto emergere per discriminazioni sociali e politiche; o recuperando ancora materiali del passato che sviluppano forme nuove: un inespresso che la AI ricrea e fa emergere.
Riferimenti Elias, N., Saggio sul tempo (1984). Il Mulino, Bologna 1986. Elias, N., Natura e conoscenza. Stato-nazione e utopia. Introduzione e traduzione di D. Capaldi, Meltemi, Milano 2025 (in corso di pubblicazione) Leccardi, C., Sociologie del tempo. Soggetti e tempo nell’età dell’accelerazione. Laterza, Roma 2009. Leccardi, C, Jedlowski, P. and Cavalli, A., Exploring new temporal Horizons. Bristol University Press, 2023 Mandich, G., Sociologie del futuro. Meltemi, Milano 2023. Mathieu, J., Zeit und Zeitperzeption: Historische Beiträge zur Interdisziplinären Debatte. W & R. Unipress, Goettingen 2020. Ragone G., Memorie. Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Torino 2014. |
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