Programma della conferenza
VII “Non c’è più tempo!” Crisi ed emergenze nella società contemporanea / Cagliari, 19/20 giugno 2025
In un’epoca segnata da crisi ricorrenti e da un senso di urgenza perpetua, il concetto di tempo emerge come una lente imprescindibile per analizzare e comprendere la società contemporanea. Il convegno SISCC 2025, organizzato dalla “Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione”, intende riflettere sulle molteplici declinazioni del tempo nel contesto delle crisi odierne, esplorando come l’accelerazione dei ritmi di vita e la proliferazione delle emergenze stiano ridefinendo dimensioni fondamentali dell’educazione, della comunicazione e della vita quotidiana.
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Daily Overview |
| Data: Venerdì, 20/06/2025 | |
| 10:00 - 10:30 | Registrazione e welcome coffee 2 Luogo, sala: Cortile davanti Aula A Il 20 giugno la registrazione resterà aperta fino alle 12.00. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 01: Comunicazione pubblica e strategica Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Laura Solito |
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Il livello di consapevolezza algoritmica nella popolazione italiana: alcune indicazioni per lo sviluppo dell’algorithmic literacy. Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Italia Nel quadro istituzionale sempre più ampio in materia di media literacy (UE 2018, 2024; Lacourt, 2024), media and information literacy (UNESCO 2013; OECD 2024), digital literacy (Vuorikari et al., 2022) e digital citizenship education (CoE 2019; OSCE-RFOM 2024), assume sempre più rilevanza l’algorithmic literacy, intesa come quell’insieme di capacità relative alla consapevolezza e alla conoscenza degli algoritmi alla base del funzionamento delle piattaforme online (Zarouali et al. 2021), nonché alla comprensione delle modalità per gestire e regolare le impostazioni predefinite dalle piattaforme algoritmiche ai fini della curation dei contenuti (Bucher 2017), che possono risultare estremamente utili anche per riconoscere e intraprendere le opportune azioni di fronte a contenuti di disinformazione (Chung, Wihbey 2024). In particolare, nell’ambito dell’alfabetizzazione digitale e mediatica, è stata avanzata in letteratura una definizione di algorithmic literacy di tipo user-centric che fa riferimento a due livelli: consapevolezza e conoscenza delle rappresentazioni e delle tattiche che ruotano intorno ai sistemi algoritmici; azioni implicite ed esplicite degli utenti per curare i contenuti con gli algoritmi e modificare di conseguenza i propri comportamenti di fruizione delle piattaforme algoritmiche (Frau-Meigs 2024). Partendo da questo approccio, nell’ambito di una ricerca sui fabbisogni di alfabetizzazione digitale e mediatica avviata da ****, è stata indagata la dimensione dell’algorithmic literacy con particolare riferimento alle piattaforme online (di social networking, condivisione video, video-on-demand, e-commerce) che utilizzano algoritmi di raccomandazione dei contenuti. L’indagine è stata svolta attraverso una survey effettuata su un campione di 7.053 individui, rappresentativo della popolazione italiana per zona di residenza, genere e classe di età. Le interviste sono state condotte nei mesi di marzo e aprile 2024 e la somministrazione del questionario è stata effettuata, per il 75% dei casi con il metodo CAWI, e, per il residuo 25% dei casi con metodo CATI. La survey si è basata su un questionario elaborato da ****, che ha dedicato una specifica sotto-sezione della rilevazione agli aspetti connessi all’algorithmic literacy. In questo contributo verranno in particolare illustrati i principali risultati della survey relativi alla conoscenza e alla consapevolezza degli algoritmi raccomandazione dei contenuti utilizzati dalle principali piattaforme online da parte della popolazione italiana dai 14 anni in su e alla capacità degli utenti di svolgere specifiche azioni per curare i contenuti con gli algoritmi e modificare di conseguenza i propri comportamenti di fruizione delle piattaforme algoritmiche. Inoltre, verrà proposto uno specifico indice di algorithmic awareness e sarà analizzata la distribuzione delle fasce di popolazione italiana distinta per classe di età, reddito, titolo di studio, accesso a Internet, utilizzo dei diversi mezzi di comunicazione per livello di consapevolezza algoritmica. Il contributo si concluderà con alcune indicazioni, che, sulla scorta delle principali evidenze della reportistica (EDMO, 2024; Ecorys, 2024; Winstone, 2024) e della letteratura scientifica in materia di alfabetizzazione digitale e mediatica (Buckingham 2013; Bulger, Davison, 2018) e disinformazione (De Blasio, Sorice 2023; Osatuyi, Dennis 2024), nonché dei dati analizzati, evidenzieranno alcune specifiche azioni da intraprendere, sia a livello di politiche pubbliche sia nell’implementazione di iniziative già esistenti, per aumentare il grado di algorithmic literacy nelle diverse fasce della popolazione italiana. Svelare i codici, ripensare la comunicazione: strategie e ambivalenze nella narrazione della violenza di genere 1: Università degli Studi di Genova; 2: Università degli Studi di Cagliari, Italia La violenza di genere, e più nello specifico, la violenza maschile sulle donne è un fenomeno strutturale che in un’epoca di transizione assume forme e significati specifici. Come ha mostrato Bauman, l’ansia per un futuro incerto e rischioso genera una “retrotopia”, certamente facilitata dal permanere di fantasmi del passato che continuano a generare a far risuonare la eco di modelli, copioni e significati antichi nel presente (Fisher) . È nella tensione tra le spinte al cambiamento e la resistenza che oppongono le profonde radici della maschilità egemonica che si generano quelle ambivalenze che nutrono visioni nostalgiche e reazionarie, che producono il backlash, che stanno alla base della diffusione delle istanze dei movimenti antigender. Ed è all’interno di questa tensione che, dunque, si sviluppa quello che è il discorso pubblico sulla violenza maschile sulle donne. Ma in che modo è possibile ideare e promuovere strumenti e strategie tanto di ordine metodologico e di ricerca, quanto di intervento, all’interno di questa tensione? È possibile disvelare le ambivalenze e contraddizioni che si rintracciano nei discorsi pubblici, nelle retoriche neo sovraniste, nei vari livelli della produzione culturale? Se, come sottolineato da D’Ambrosi e colleghe/i (2024), la comunicazione sul tema da parte del settore pubblico è da considerarsi come il risultato di complesse dinamiche tra l'adozione di regole, la tendenza a replicare pratiche consolidate e lo sviluppo di una dimensione creativa nelle strategie di comunicazione, diviene necessario “ripensare” le modalità di creazione e promozione di campagne efficaci proprio partendo dal confronto tra ciò che è stato prodotto fino a oggi, al fine di rintracciare l'esistenza di codici comunicativi naturalizzati e percepiti come universali (Magaraggia, 2015). Il nostro contributo presenterà alcuni risultati preliminari del progetto **** con particolare riferimento a due aspetti: a) analisi delle campagne comunicative sulla violenza maschile sulle donne e b) presentazione di alcuni prodotti costitutivi di una campagna di sensibilizzazione pensata per studenti dell’università, frutto di un percorso video-laboratoriale partecipativo con il corpo studentesco dell’Università di Genova. Imprese e comunicazione alla prova della pandemia. Valore delle relazioni e dell'alleanza durante e oltre il lockdown 1: Sapienza, Italia; 2: Università Politecnica delle Marche La ricerca esplora l’evoluzione della comunicazione d’impresa durante e a seguito della pandemia Covid-19. A seguito del lockdown della primavera 2020, istituzioni e mondi vitali sono stati costretti a misurarsi con una turbolenza di carattere sanitario e sistemico (Beck, 1986), che ha comportato un improvviso capovolgimento della quotidianità e del “dato per scontato”. La società, il lavoro e il consumo hanno dovuto adattarsi a molteplici mutamenti: fra questi, il dilagare della crisi sanitaria e infodemica (Rothkopf, 2003), legata a un eccesso di informazioni e interpretazioni; il radicalizzarsi dei processi di glocalizzazione, in un sempre più vorticoso equilibrio fra territori e reti (Boccia Artieri e Farci, 2021); una repentina accelerazione digitale, presupposto per un cambiamento a lungo termine del lavoro e degli stili di vita (Lombardo e Mauceri, 2020). L’emergenza ha indotto le imprese a sospendere o rallentare per un certo periodo la propria attività, adottare misure di prevenzione e sicurezza, snellire e dematerializzare i processi aziendali e, in alcuni casi, riconvertire il modello produttivo e distributivo (Istat, 2020). A un tempo, la pandemia ha rappresentato un’occasione senza precedenti per rinnovare la vicinanza verso lavoratori e cittadini, più che mai inclini a riconoscere nelle imprese un decisivo corpo intermedio, capace di contribuire alla tenuta dei consumi, del lavoro e del benessere sociale (Edelman, 2021). Alla luce di questo scenario, il contributo presenta i risultati di un’indagine qualitativa sulle evoluzioni della comunicazione delle imprese italiane di fronte all’eccezionalità del Black Swan (Taleb, 2008). Attraverso testimonianze di prima mano dei decision-maker organizzativi, la ricerca ha esplorato strategie e azioni messe in campo per informare, rassicurare e coinvolgere i pubblici, sulla base di un corpus di oltre cento interviste in profondità a imprenditori, responsabili della comunicazione e del personale e altre figure di vertice in ambito nazionale. Le testimonianze restituiscono in modo vivido l’esperienza di imprese e professionisti nel breve-medio termine, suggerendo molteplici spunti di riflessione circa il lascito della crisi sulla cultura e pratica della comunicazione nelle organizzazioni e sul valore che queste ultime attribuiscono al proprio capitale di relazioni e alleanze. L’ipotesi chiave è che la comunicazione abbia garantito le risorse immateriali di fiducia e relazione indispensabili per fronteggiare la minaccia collettiva (Mazzei, 2015), così dispiegando nelle organizzazioni quel primato etico e strategico da sempre invocato a livello teorico-disciplinare, ma lungi dall’essere realtà soprattutto nel pre-pandemia (Martino et al., 2023; Martino e Rossotti, 2021). Tra le tendenze passate in rassegna si segnalano, in particolare, una sempre più stringente integrazione della comunicazione, a partire da un saldo focus sulla comunità e l’identità aziendale; l’emergere di strategie e strumenti orientati al valore condiviso (Porter e Kramer, 2011) e al modello di impresa purpose driven (Basu, 2017; Coda, 2023), tesa a trascendere le tradizionali formule della filantropia e della responsabilità sociale; la valorizzazione di una relazione comunitaria con gli stakeholder interni, i mercati e le comunità locali (Burke, 1999; Harrington, 2018; Magnani, 2016); non da ultima, la professionalizzazione e istituzionalizzazione della comunicazione secondo un avanzato modello strategico-comportamentale (Grunig, 2016), in grado di incidere positivamente sull’empowerment delle organizzazioni e sulla qualità dei loro processi decisionali. A emergere come un faro dal chiaroscuro della crisi è, di fatto, il valore delle relazioni e partnership strategiche (Giesecke, 2012), basate su una comunanza di obiettivi e sull’impegno reciproco tra un’organizzazione e i suoi stakeholder: lavoratori, consulenti, partner, consumatori, istituzioni e realtà del non profit, finanche ad altre aziende e persino realtà competitor. Soggetti molto diversi tra loro, che nella crisi hanno intravisto la possibilità di interagire e collaborare secondo un più avanzato modello relazionale e spirito d’alleanza, che apre enormi margini di sperimentazione e innovazione relazionale e sociale. Comunicazione del rischio e vulnerabilità sociale: una mappatura del panorama informativo Università degli Studi di Udine, Italia Dal punto di vista delle scienze sociali, disastri naturali ed emergenze di massa rappresentano dei fenomeni di tipo complesso, che mettono a dura prova la capacità di risposta di interi territori, esacerbando le sfide climatiche, politiche, economiche e sociali preesistenti. Simili eventi minano la salute e il benessere dell’intera società, ma colpiscono in modo particolarmente grave coloro che sono già in origine più fragili e vulnerabili, aggravando così condizioni strutturali di disuguaglianza. Classe, genere, età, etnia, stato socio-economico emergono come variabili fondamentali per comprendere le diverse modalità non solo di esperire il disastro all’interno di una stessa comunità (Blaikie et al., 1994; Cutter, Boruff, Shirley, 2003; Tierney, Lindell, Perry, 2001), ma anche di anticiparlo, fronteggiarlo e recuperare le conseguenze derivanti dal suo impatto. Diversi sono gli studi che evidenziano come la comunicazione svolga un ruolo strategico nella prevenzione, preparazione e risposta alle emergenze e, più in generale, nella gestione del rischio e la riduzione delle perdite (Bradley et al., 2016; Fekete, 2012; Yamori, 2020). Questi studi, se da un lato sottolineano l’importanza di integrare e porre al centro le esigenze delle comunità locali cui questa comunicazione deve rispondere (Rodriguez, Quarantelli, Dynes 2007), dall’altro, molto spesso, tendono a vedere queste comunità come un qualcosa di omogeneo, senza soffermarsi sui diversi gruppi sociali che si trovano a vivere in condizioni di fragilità e sulle loro specifiche necessità. A partire dagli eventi extra-ordinari più recenti che hanno interessato il nostro Paese, il presente contributo si propone di analizzare la dimensione della vulnerabilità all’interno dell’attuale panorama informativo attraverso una valutazione retrospettiva dei materiali prodotti da attori istituzionali quali Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, ecc. La ricerca costituisce il primo step di un progetto più ampio sviluppato nell’ambito del ****, e si focalizza soprattutto sul contesto locale. Mediante un approccio esplorativo basato su una mappatura documentale e su una griglia di analisi appositamente costruita, il lavoro intende rispondere alle seguenti domande di ricerca: 1) In che modo i materiali informativi istituzionali definiscono e rappresentano la vulnerabilità sociale nelle situazioni di emergenza?; 2) In che misura le diverse tipologie di vulnerabilità vengono considerate nello sviluppo dei materiali informativi e nella pianificazione dell’emergenza?; 3) Quali categorie di vulnerabilità sono maggiormente considerate nella comunicazione del rischio e quali invece risultano trascurate?; e 4) Quali barriere limitano l’accessibilità della comunicazione del rischio per i diversi gruppi vulnerabili? L’analisi delle strategie comunicative esistenti rivela che la comunicazione del rischio presenta ancora diverse criticità in relazione alla vulnerabilità sociale. Molte delle iniziative identificate si configurano come canali di comunicazione unidirezionale, limitando l’interattività e la possibilità per le comunità vulnerabili di partecipare attivamente. Dal punto di vista dell’inclusione, sebbene alcune iniziative abbiano cercato di integrare misure di accessibilità (es. traduzioni multilingue, interpretariato LIS, funzioni di chiamata silenziosa per persone con difficoltà comunicative), manca una strategia coerente e sistematica per rispondere alle esigenze di gruppi vulnerabili diversi, come persone con disabilità non sensoriali, migranti, senzatetto o individui con difficoltà cognitive. Questi risultati sottolineano l’urgenza di sviluppare strategie comunicative più inclusive e partecipative, che tengano in stretta considerazione le specifiche esigenze, temporanee o permanenti, dei soggetti e le diverse cause della vulnerabilità. Affinché queste strategie possano realmente ridurre l’impatto delle emergenze future, è fondamentale integrarle in un quadro più ampio di gestione del rischio, che preveda il coinvolgimento attivo delle comunità locali e dei gruppi vulnerabili nei processi decisionali. Pochi secondi ci salvano la vita. Valutazione ex-ante per lo sviluppo di un sistema di Earthquake Early Warning modellato e incentrato sulla popolazione. Sapienza Università di Roma, Italia I terremoti minacciano l'incolumità delle persone e il contesto socioeconomico, soprattutto in aree ad alta sismicità come l’Italia. Anche eventi di bassa intensità, che avvengono in un contesto territoriale vulnerabile, possono generare danni significativi e causare vittime. I sistemi di allarme sismico (Earthquake Early Warning Systems - EEWS), già implementati in alcune aree del mondo, offrono un intervallo di preavviso, variabile da pochi secondi a decine di secondi, durante il quale è possibile allertare la popolazione o attivare automaticamente sistemi di protezione (Cremen et al., 2022). Questo tempo, seppur breve, risulta fondamentale per ridurre il rischio di danni e vittime prima dell’arrivo delle onde sismiche più distruttive. In Italia, non è ancora operativo un EEWS. Nelle Marche però, con il supporto dei progetti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia “Rete Multiparametrica” e “DL.50-Ricostruzione Centro Italia” è avvenuta la simulazione dell’operatività di un sistema di allerta sismica. La simulazione (Festa et al., 2018, Ladina et al., 2021) è avvenuta grazie ad una rete di sismometri a larga banda che, dal 2016 ad oggi, hanno popolato un vasto database con ottimi dati sismici successivamente analizzati con gli algoritmi sviluppati per il progetto PRESTo (Satriano et al., 2011). Questa integrazione ha dimostrato che un sistema di EEW è in grado di avvisare, con un preavviso di 5-10 secondi, le comunità situate a 30 km o più dall’epicentro di un terremoto, offrendo un intervallo di tempo sufficiente per attivare misure di protezione automatiche di mitigazione del rischio. Tuttavia, l’efficacia di un EEWS dipende tanto dalla componente tecnica (upstream) quanto dalla risposta della popolazione (downstream). Per questo è essenziale che le informazioni trasmesse siano modellate sul pubblico target per essere accettate e comprese efficacemente. Per analizzare l’accettazione, i bisogni informativi e le reazioni comportamentali dei destinatari dell’allerta, è stato tradotto e adattato un questionario sviluppato da Becker et al. (2020, A). Il questionario, auto-somministrato tramite Google Moduli e accessibile via QR code, è stato proposto a un campione di studenti delle scuole superiori della provincia di Ancona. Composto da 25 domande suddivise in quattro sezioni, lo strumento ha permesso di raccogliere dati utili a comprendere l’efficacia percepita degli EEWS e i fattori che influenzano l’adozione di comportamenti protettivi. I risultati preliminari suggeriscono che un Sistema di Allerta Precoce per Terremoti (EEWS) è generalmente accettato dalla popolazione quando questa possiede un'adeguata consapevolezza del rischio sismico e ha ricevuto sufficienti informazioni sui comportamenti da adottare (Comunello et al., 2015, Weyrich et al., 2020; Becker et al., 2020, B). Elementi come credibilità e fiducia nelle Istituzioni preposte alla comunicazione di emergenza giocano un ruolo imprescindibile. L'analisi dei dati indica che i rispondenti accettano un margine di sovra- o sottostima nelle allerte, a condizione che il sistema contribuisca a ridurre l'incertezza sugli effetti del sisma. Un aspetto importante e controverso che emerge dai dati raccolti è che la percezione del rischio sismico, rilevata al campione di studenti che sostengono di aver esperito un terremoto anche forte e recente, è mediamente scarsa. L'integrazione di soluzioni tecnologiche avanzate e strategie di comunicazione del rischio (Cerase, 2017; Massa & Comunello, 2024) facilitano il passaggio dalla comunicazione del rischio a una risposta emergenziale tempestiva ed efficace. I sistemi di allerta rapida, infatti, consentono di ridurre l'incertezza di impatto purchè la popolazione abbia gli strumenti per decodificare il messaggio. La sensibilizzazione costante del pubblico rafforza la percezione del rischio e favorisce l'adozione di comportamenti protettivi, rendendo questi sistemi un complemento fondamentale per la protezione delle comunità vulnerabili, soprattutto in contesti a elevata sismicità. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 02: Piattaformizzazione, vita quotidiana e industria culturale Luogo, sala: Aula 2 (AO-A) Chair di sessione: Francesca Pasquali |
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Dal tempo continuo al tempo discreto: analogico, digitale e nuova fruizione della serialità televisiva Università di Cagliari, Italia Se per Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio” allora, a prescindere dal contenuto, il mezzo attraverso il quale viene veicolata un'informazione ha un impatto sulla società e sul modo in cui le persone percepiscono la realtà. Ogni mezzo di comunicazione ha caratteristiche uniche che influenzano il modo in cui le persone lo utilizzano, il modo in cui interpretano le informazioni e il modo in cui interagiscono tra loro. Quando la tecnologia elettrica era analogica la trasmissione dell’immagine sullo schermo televisivo avveniva attraverso un segnale continuo. Se, sempre sulla scorta di McLuhan, i media elettrici estendono il nostro sistema nervoso centrale, allora, in un ambiente analogico, quest’ultimo era connesso a una rete di trasmissione di segnali continui e la percezione della realtà, e quindi del tempo, era inevitabilmente continua. Con la tecnologia elettrica digitale la trasmissione dell’immagine sullo schermo avviene attraverso un segnale discreto con conseguente cambiamento della nostra percezione della realtà e del tempo. Non a caso, se il movimento della lancetta dei secondi in un orologio meccanico è continuo, quello degli orologi al quarzo scandisce il tempo con movimenti a scatti della lancetta dei secondi risultando così discreto. Lo scandisce come un inesorabile conto alla rovescia per cui non siamo più noi a inseguire il tempo ma e il tempo a inseguire noi, determinando così quella accelerazione e alienazione nella tarda modernità di cui parla Hartmut Rosa nella sua teoria critica del tempo. Questo cambio di paradigma dall’analogico al digitale, e quindi dal discreto al continuo, ha modificato le modalità di produzione e fruizione dei prodotti audiovisivi anche in considerazione del fatto che, se in epoca analogica lo schermo era prevalentemente quello del televisore, oggi gli schermi si sono moltiplicati, dal tablet allo smartphone, consentendone la mobilità. In questa ottica, a differenza del cinema, la serialità televisiva, come la lancetta di un orologio al quarzo, scandisce la narrazione in episodi, determinandone una trasmissione, e quindi una fruizione, discreta. Ma se non siamo più noi a inseguire il tempo ma il tempo che ci insegue, allora ecco che per andargli dietro nasce il fenomeno del binge racing, ovvero quell’evoluzione del binge watching per il quale si guarda tutto d’un fiato un’intera serie tv, spesso fatta di molte stagioni. Questa modalità di fruizione è praticata prevalentemente sulle piattaforme televisive, in cui gli episodi delle serie TV vengono rilasciati insieme simultaneamente. La percezione del tempo negli scacchi contemporanei: velocità, digitalizzazione e spettacolarizzazione Università Milano-Bicocca, Italia Nel suo articolo Time to Play: The Temporal Organization of Chess Competition, pubblicato più di un decennio fa (2012), Gary Allan Fine esplora come la gestione del tempo strutturi l’esperienza degli scacchi, evidenziando la tensione tra riflessione strategica e pressione temporale. Da allora, questa tensione si è evoluta radicalmente grazie alla digitalizzazione del gioco, che ha trasformato la percezione e l’organizzazione del tempo negli scacchi contemporanei. Le piattaforme digitali come Chess.com e Lichess hanno introdotto formati sempre più rapidi, come le partite blitz (3-5 minuti per giocatore), rendendo il gioco non solo più accessibile ma anche più dinamico. Questo abstract propone un’analisi di come tali cambiamenti stiano ridefinendo il rapporto tra tempo, competizione e fruizione sociale degli scacchi. Il podcasting come spazio di rallentamento nell’era dell’informazione accelerata Università degli Studi della Tuscia, Italia Nell’era dell'accelerazione sociale (Rosa, 2015) e del presentismo mediatico (Hartog, 2003), l’informazione è spinta verso un costante bisogno di velocità e immediatezza, con la prevalenza di un consumo rapido e superficiale delle notizie. Social media e piattaforme digitali alimentano una spirale di frenesia informativa, in questi spazi digitali gli algoritmi favoriscono l’engagement e la viralità, a discapito dell'approfondimento critico (Canavese, Colombo, 2022). Infatti, il ciclo di notizie 24/7, alimentato dalla convergenza tra giornalismo tradizionale e nuove piattaforme digitali, impone un ritmo incessante che penalizza la qualità dell’analisi e della comprensione (Boccia Artieri, 2012). In questo contesto il podcasting emerge come spazio alternativo, offrendosi come possibilità nuova rispetto alla logica dell'informazione istantanea, e favorendo una riflessione più lenta, ponderata e significativa. Questo lavoro esplora come il podcasting agisca da strumento di "resistenza mediatica", proponendosi come un ri-allineamento a delle modalità di fruizione consapevoli e come alternativa mediale all’iper-accelerazione dell’informazione. Si sostiene che, attraverso modalità di narrazione più distese, il podcast sia capace di offrire esperienze di ascolto che pongano l’accento sulla complessità e la profondità dei temi trattati. Il contributo si concentra sul ruolo del podcasting nella creazione di spazi di “decelerazione” temporale e cognitiva. Particolare attenzione sarà data alla capacità dei podcast investigativi e narrativi di proporre forme alternative di informazione rispetto ai media mainstream e ai social media, stimolando una fruizione più consapevole e intenzionale. Attraverso casi studio significativi, il lavoro esplorerà come il podcasting non solo rappresenti uno strumento di divulgazione, ma un vero e proprio dispositivo che riorganizza il tempo mediale, favorendo un’esperienza di consumo più profonda e meno reattiva. Metodologicamente, l’analisi si avvarrà di un approccio qualitativo, includendo un'analisi semiotica dei contenuti e dei formati dei podcast, con particolare attenzione alla costruzione della temporalità nei prodotti audio digitali. Sarà adottata una prospettiva socio-comunicativa che considera la relazione tra tecnologie digitali e la ristrutturazione dell’esperienza mediale (Couldry, 2012; Fuchs, 2021). L’approccio mirerà a esaminare come il podcasting, lontano dalla logica della viralità e della frenesia digitale, possa favorire forme di consumo critico dell’informazione, proponendo alternative al consumo passivo che domina la contemporaneità. I podcast utilizzati all’interno dell’analisi sono "E poi il silenzio. Il disastro di Rigopiano" e “Indagini”. Il primo è un podcast investigativo realizzato da Pablo Trincia, che esplora il disastro di Rigopiano, analizzando le dinamiche e le implicazioni di una tragedia che ha scosso l’Italia. Il podcast adotta una narrazione profonda e riflessiva, distaccandosi dalla frenesia informativa e offrendo uno spazio per l’approfondimento e la comprensione dei fatti. Il secondo, “Indagini”, è un podcast del quotidiano online Il Post, scritto e narrato da Stefano Nazzi, che approfondisce casi di cronaca nera italiana una volta al mese. Questo podcast è un esempio di come il formato audio possa servire a esplorare crimini complessi e le sue implicazioni sociali in modo dettagliato e riflessivo, lontano dal consumo rapido e spettacolarizzato tipico dei media mainstream. Le domande principali che guideranno questa ricerca sono: Quali pratiche e strategie permettono al podcast di sfuggire alla logica della viralità e dell’iperstimolazione? Come il podcasting può contribuire alla creazione di un rapporto più riflessivo e profondo con l’informazione in un’epoca di accelerazione cognitiva e sovrastimolazione mediatica? Queste domande pongono il lavoro all'interno del dibattito sulla crisi dell'attenzione e sul rapporto tra media digitali e percezione del tempo, interrogandosi su come il podcasting possa ridisegnare la fruizione dell'informazione. Coolness Level Up. Sfide contemporanee dell’attrattività nei videogiochi Università Lumsa, Italia La cultura videoludica, intesa come l’insieme di pratiche discorsive, esperienziali e simboliche, si configura come un campo in continua evoluzione (Crawford, 2012). La sua pervasività nella società contemporanea ne fa un osservatorio privilegiato delle trasformazioni socioculturali e dei processi di mediatizzazione (Muriel & Crawford, 2018). In Italia, i videogiochi costituiscono un settore centrale dell’industria culturale, rilevante sia per l’impatto economico (Report IIDEA, 2024), sia per l'influenza sul piano del costume (Carbone e Fassone, 2020). Diversi studi (McKechnie-Martin et al., 2024; Dalisay et al., 2015; Stapleton et al., 2003) hanno indagato le motivazioni che guidano l’esperienza videoludica, concentrandosi sugli elementi che ne influenzano la fruizione. Sebbene non vi sia consenso al riguardo, alcuni identificano elementi quali la personalizzazione dell'esperienza (Streiche et al., 2015), la competitività (Vorderer, et al., 2003), e la gratificazione intrinseca (Kępka & Strzelecki, 2024) come determinanti per l'attrattività di un videogioco. In questo contesto, il concetto di coolness (attrattività), adottato negli studi sull'esperienza di fruizione di prodotti innovativi, aiuta a comprendere le dinamiche di percezione e adozione degli utenti. La coolness è una valutazione multidimensionale che integra utilità, appeal subculturale e originalità (Sundar et al., 2014), influenzando le percezioni degli utenti sia in chiave utilitaristica che edonistica (Kim et al., 2015). Questa ricerca, ****, analizza la percezione dell'attrattività dei videogiochi in Italia, identificando le dimensioni che intervengono nella relazione tra i giovani e le pratiche videoludiche. Lo studio, dunque, si propone di rispondere alle seguenti domande di ricerca: RQ1: Come si costruisce e si negozia l’attrattività dei videogiochi nel contesto culturale contemporaneo? RQ2: Quali dinamiche portano alla perdita della coolness di un videogioco e in che modo si ridefinisce il suo valore simbolico e culturale? Sono stati condotti quattro focus group (Corrao, 2005) con un totale di 25 partecipanti, di età compresa tra i 14 e i 25 anni. Tre sono stati svolti in presenza, in Lombardia, Lazio e Sicilia, mentre uno, rivolto esclusivamente a soggetti minorenni, è stato realizzato online. L'analisi delle trascrizioni ha definito categorie relative alla coolness, evidenziando che alcune dimensioni si strutturano specularmente, con la loro presenza o assenza che contribuisce alla costruzione o decostruzione del concetto. L’asse centrale della coolness si sviluppa lungo cinque dimensioni, ognuna con elementi che ne favoriscono o ostacolano l’affermazione. Le esperienze di anticipazione giocano un ruolo cruciale, ad esempio, l’influenza familiare può contribuire alla costruzione della coolness, mentre un’eccessiva esposizione pubblicitaria può generare pregiudizi. Le emozioni rappresentano un altro fattore spesso definito come determinante, con l’identificazione tra utente e personaggio che rafforza la percezione di attrattività e, al contrario, la perdita di affezione che ne mina la solidità. L’esperienza di gioco, intesa come momento individuale o condiviso, può alimentare il senso di appartenenza attraverso la condivisione di una passione comune, ma può anche essere compromessa dalla tossicità della community. Le aspettative, se soddisfatte o superate, rafforzano la coolness, mentre la loro disattesa ne favorisce il declino. Infine, il rapporto con la vita offline gioca un ruolo chiave, lo sviluppo di un senso critico può consolidare la percezione di coolness, mentre l’evoluzione personale del giocatore può portare a una sua ridefinizione. Queste dimensioni offrono una prospettiva privilegiata per analizzare il videogioco come forma di consumo culturale significativo. Attraverso esse, è possibile comprendere i meccanismi di costruzione del valore sociale, mediante i quali determinate pratiche vengono legittimate o marginalizzate, contribuendo a definire mete più o meno desiderabili. Più in generale, questa analisi fornisce spunti per comprendere come le persone attribuiscono significato non solo all’esperienza videoludica, ma anche alle esperienze mediali in senso più ampio. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 03: Crisi climatica e sostenibilità Luogo, sala: Aula Magna Baffi (A0-F) Chair di sessione: Paola Parmiggiani |
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Temporalità istituzionale e comunicazione ambientale: una sfida centrale per le culture della sostenibilità Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Temporalità istituzionale e comunicazione ambientale: una sfida centrale per le culture della sostenibilità Nel processo di implementazione dello sviluppo sostenibile incarnato nell'Agenda 2030, la comunicazione istituzionale sul piano locale svolge un ruolo essenziale nell’armonizzare le diverse percezioni della sostenibilità con le tempistiche proprie delle istituzioni (Weber, 1922) e delle crisi ambientali. Il concetto di "ultimo miglio" rappresenta la fase finale di questo flusso comunicativo, in cui le informazioni fluiscono dalle istituzioni locali ai cittadini per favorire il compromesso tra le diverse rappresentazioni sociali e culturali legate alla sostenibilità (Moscovici, 1981; Fisher et al, 2018). Il discorso istituzionale tende a dichiarare l’ingaggio comunicativo della cittadinanza come prioritario. Tuttavia, lo sguardo etnografico sulla cultura istituzionale locale evidenzia come la messa in forma di tale flusso comunicativo sia influenzata dall’interazione conflittuale di una molteplicità di temporalità eterogenee. La letteratura sulle crisi ambientali sottolinea l'importanza di risposte immediate per limitare i danni ecologici ed economici (Lundgren et al, 2015; Gunderson & Holling 2002). Al contrario, le risposte istituzionali spesso non risultano in grado di tenere il passo con la velocità del degrado ambientale (Jurin, 2010), a causa delle specifiche temporalità da un lato dei decisori (legata, nei paesi democratici, tipicamente a cicli elettorali) e dall’altro delle burocrazie che concretamente animano le istituzioni. In tal senso, le problematiche ambientali si configurano come processi che si sviluppano su scale temporali incompatibili con la reattività delle istituzioni e con la ricerca del consenso (Howlett, 2020). La ricerca si concentra quindi sulla seguente domanda: quali fattori interagiscono con queste temporalità abilitando o ostacolando l’efficacia della comunicazione istituzionale ambientale sul piano locale? Il presente studio esamina il caso di Brescia, e specificamente della bonifica del Sito di Interesse Nazionale Caffaro, ex-area industriale pesantemente contaminata. Il processo della bonifica, progetto controverso dalla durata ormai ventennale, vede una pluralità di stakeholder affrontarsi in molteplici arene politiche e comunicative. Fra esse, il saggio si focalizza sull'Osservatorio Caffaro, struttura partecipativa istituita nel 2021 dal Comune di Brescia per discutere le iniziative legate alla bonifica. Dal 2022, l’osservatorio sta cercando di mettere in forma una strategia comunicativa di “ultimo miglio” rivolta alla cittadinanza: tale processo è risultato significativamente controverso e conflittuale, e su di esso si focalizza il caso di studio. In particolare, l’analisi si concentra sul coinvolgimento degli stakeholder (Dryzek, 2005; Putnam, 2000), l'uso dei media digitali (Bartoletti et al, 2016), la trasparenza istituzionale (Istrate, 2022) e i processi di costruzione del consenso (Turnhout et al, 2010). Per rispondere alla domanda di ricerca, il saggio adotta in prospettiva diacronica un approccio metodologico multilivello, combinando osservazione partecipante, analisi di materiali comunicativi (report, linee guida, politiche), e interviste con attori chiave (decisori politici, funzionari, membri della comunità). I risultati mettono in luce come l’efficacia degli oggetti comunicativi analizzati risulti pesantemente influenzata dalla discrasia tra le diverse temporalità in gioco – anche a prescindere dalle azioni specificamente rivolte verso di essi dai portatori di interesse. Ciò ha finito non soltanto per rallentare la costruzione di un consenso tra gli stakeholder atto a dare una forma definitiva all’oggetto di comunicazione e a definire immaginari condivisi; ma ha anche determinato le concrete forme degli oggetti comunicativi e la loro disseminazione. Questo studio contribuisce, quindi, a una riflessione più ampia sulle dinamiche di adattamento delle istituzioni pubbliche alle sfide della sostenibilità, suggerendo che la comunicazione ambientale non possa essere concepita come un processo lineare, bensì come un'arena di negoziazione continua tra vincoli strutturali e opportunità di coinvolgimento attivo della cittadinanza. Contro le snack news: il giornalismo a fumetti e la crisi climatica, tra racconto lento e tempo profondo Università di Bologna, Italia Secondo Gottschall (2022), fra i motivi che possono spiegare la lenta risposta dell’umanità al riscaldamento globale va annoverato il fatto che si tratta di una storia raccontata male. In Italia, la tendenza di quotidiani, telegiornali e account Instagram di agenzie di informazione a coprire la questione climatica quasi esclusivamente in occasione di eventi estremi di prossimità o dell’annuale Conferenza delle Parti per il Clima (Osservatorio di Pavia 2024), fa sì che la crisi climatica si perda tra un’emergenza e l’altra (Pacini 2022). Ad essere poco tematizzate sono soprattutto le sue cause e le possibili soluzioni. I limiti di questo racconto non riguardano solo il fatto che il cambiamento climatico sia talvolta deliberatamente taciuto, o raccontato in maniera parziale, da testate e agenzie votate all’ostruzionismo climatico (Brulle et al. 2024), ma anche che esso sfidi alcune delle tradizionali categorie di notiziabilità. Da un lato, le routine giornalistiche sono «attrezzate per trattare “eventi” intesi come “rotture” o momenti distinti nel tempo e nello spazio» (Bødker & Morris 2022: 2) e si basano su una concezione del tempo “stretta” sul presente (Adam 1998); dall’altro, in contrasto con tutto ciò che “fa notizia”, il cambiamento climatico si presenta come una “violenza lenta”, dispersa nel tempo e nello spazio (Nixon 2011). Il cambiamento climatico pone dunque delle sfide al suo racconto anche o soprattutto per una questione di scala, spaziale e temporale, implicando di raccontare fenomeni interconnessi sul lunghissimo periodo e contemporaneamente a varie latitudini (Hulme 2017; Morton 2018). Decentrando lo sguardo dall’informazione mainstream, un’opportunità interessante per il racconto del cambiamento climatico è quella offerta dal graphic journalism, un giornalismo non interessato alle breaking news, che propone un ritorno all’approfondimento e che richiede una lavorazione più dilatata in fase di produzione e un consumo più lento e “impegnato” da parte dei lettori (Duncan et al. 2016; Syeda & Heeba 2018; Brancato 2020). Grazie alla particolare combinazione di struttura narrativa e potere visivo, il fumetto è riconosciuto come uno strumento particolarmente adatto a rappresentare la simultaneità dell’intreccio della vita quotidiana tra luoghi, storie e scale temporali diverse (Forde 2022), agendo come un dispositivo di “scalatura” o “focalizzazione” (Sou 2022). Con questo paper ci proponiamo di esaminare i limiti e le opportunità che il giornalismo a fumetti offre al racconto della crisi climatica prendendo come caso di studio La Revue Dessinée Italia. Attraverso un’analisi qualitativa del contenuto testuale e visuale di un corpus di 16 articoli sulla crisi climatica, pubblicati in 10 numeri de La Revue Dessinée Italia tra il 2022 e il 2024, e interviste allo staff editoriale della rivista, intendiamo esaminare se e quali lacune dell’informazione mainstream questo formato permetta di colmare relativamente al racconto multiscalare delle dimensioni scientifiche, sociali e politiche della crisi climatica. I risultati rivelano come la rivista comunichi efficacemente le cause, le conseguenze e le soluzioni del cambiamento climatico attraverso storie che raccordano la dimensione locale con quella locale del fenomeno, orientate all’azione, e che connettono in maniera intersezionale la difesa dell’ambiente alle questioni di giustizia sociale. Partecipazione e comunicazione nel volontariato civico di emergenza. Una ricerca-azione europea nel progetto Cerv-See Università di Roma Tor Vergata, Italia Da più fronti emergono evidenze che assottigliano i margini di efficacia degli interventi possibili in risposta alla crisi climatica (Hu, Hewitt, 2024; Spano et al., 2020). Si pensi ad esempio alle recenti alluvioni verificatesi a Valencia e in Italia e alle loro drammatiche conseguenze. Le difficoltà nella preparazione della popolazione da un lato e le poche azioni di prevenzione dall’altro conducono alla necessità sia di un’analisi degli scenari per l’implementazione e l’avvio di processi che sappiano favorire il coordinamento dell’azione collettiva e situata sia un lavoro di engagement civico più ampio ed articolato. In tal senso emerge l’importanza della svolta partecipativa registrata nell’ultimo decennio, che ha segnato stili di volontariato più diversificati, fluidi ed episodici anziché a lungo termine e ad alto impegno (McLennan et al., 2016, Strandh, 2019). Questi risultano del tutto coerenti con l’impianto di una società in cui la partecipazione è sempre più informale e contestualizzata per tema in relazione alle sensibilità individuali, vincolate a una contrazione della coesione sociale e della solidarietà collettiva (Couldry, 2024). Una tale frammentazione restituisce la multidimensionalità del concetto di partecipazione, che affonda le sue radici proprio nell'intima motivazione personale (Bucholtz et al., 2024). Sebbene i cittadini siano riconosciuti come i primi soccorritori in un’emergenza (Helsloot, Ruitenberg, 2004), la svolta partecipativa pone di fronte: 1. all’inevitabilità delle azioni volontarie, ossia estranee e inesperte, ma complementari e di supporto alla risposta ufficiale di organizzazioni governative e non (Paciarotti et al., 2018), 2. all'importanza di connessioni territoriali e relazionali pregresse e aggiuntive alla mobilitazione, influenti sulla spinta altruistica individuale, richiedendo una migliore integrazione degli sforzi (Nissan et al., 2021). Inoltre, questa svolta partecipativa suggerisce di adottare un approccio civic-centred, capace di includere i volontari spontanei nel disegno di piani di intervento macro-locali insieme a istituzioni ed enti (Daddoust et al., 2021). Se da un lato la sfida riguarda la capacità di coinvolgere, motivare e massimizzare il potenziale dei volontari informali da parte degli enti non govervativi (Arnon et al., 2022), spesso con risorse circoscritte e culture organizzative rigide (Massa, Comunello 2024); dall’altro la condivisione delle conoscenze e il sostegno continuo ai membri della comunità nelle fasi emergenziali sempre più beneficia dei canali digitali attraverso processi di negoziazione e partecipazione, specie di tipo istituzionale (McCosker et al. 2024). Considerando che i processi di preparazione e prevenzione della popolazione nella sua totalità faticano a penetrare i meccanisimi di protezione civile (Volterrani, 2021), l’accompagnamento di questi processi e l’armonizzazione degli sforzi spontanei e istituzionali è l’obiettivo del presente lavoro. Interno al Progetto ****, tuttora in corso, e riguardante Germania, Slovenia, Italia, Francia e Grecia, lo studio mira a co-costruire framework di intervento emergenziali in risposta alla crisi climatica europea e situati, a partire dai bisogni dei territori, interrogandosi circa: a. sfide, opportunità e rischi della prospettiva grounded; b. approcci, temi e resistenze a livello nazionale e comparato. L’impianto metodologico della ricerca-azione adottato (Whitehead, 2009, Anderson, McLachlan, 2016, Bradbury, 2024) consta di tre fasi: 1. sessione partecipativa con le associazioni coinvolte e familiarizzazione con le metodologie, 2. coinvolgimento del territorio (circa 60 interviste con volontari formali e informali), 3. cinque incontri civici partecipati con le istituzioni locali, impiegando world cafés e fish bowls. I risultati preliminari evidenziano come postura e percezione delle associazioni siano dirimenti per promuovere connessioni più profonde tra cittadini e gestione delle emergenze. L’esperienza di una sorta di dissonanza ontologica (St.Pierre, 2017) rispetto al proprio modus operandi permette di comprendere la rilevanza della miscellanea delle competenze quale punto di arrivo per costruire nuovi piani di azione in un percorso di condivisione continuo. Guadagnare tempo. Nudge e comunicazione pubblica per prevenire il rischio e praticare la sostenibilità 1: Università di Camerino, Italia; 2: Università degli studi di Macerata, Italia Di fronte alle nuove sfide globali, dai cambiamenti climatici alle crisi sanitarie, si fa sempre più necessaria una comunicazione pubblica credibile, efficace, pervasiva sui temi del rischio e, più in generale, sulle questioni relative all’ambiente e alla sostenibilità. La ricerca che si intende presentare individua un particolare strumento, quello dei nudge - le “spinte gentili” –, sia analogici che digitali, come nuovo territorio nel quale innestare un'alternativa comunicativa che può tentare di disinnescare le criticità relative ai tempi di crisi e di emergenza, lavorando sulla prevenzione nei periodi di pace e migliorando comunque la risposta collettiva a crisi sanitarie e ambientali in un ecosistema multirischio. Nello specifico, vengono presentati i risultati di una ricerca sull’applicazione dei nudge nella comunicazione pubblica istituzionale, prendendo in considerazione casi studio nazionali e internazionali, in ottica di salute estesa e globale, includendo esempi significativi legati alla pandemia da COVID-19, altri in cui viene contrastato il rischio ambientale (come il piano Day Zero per la gestione della siccità a Città del Capo, il Palau Pledge per la conservazione dell’ecosistema e contrasto al turismo dannoso, e il programma Clean India Mission per la salute/igiene pubblica), fino ad alcuni casi relativi al miglioramento della qualità della vita in ambito urbano. La ricerca ha avuto l’obiettivo di esplorare i “livelli di spinta” impiegati nei diversi nudge nel tentativo di colmare il fabbisogno comunicativo necessario per riequilibrare la distanza fra rischio reale e rischio percepito, e per raggiungere l’impatto desiderato anche in termini di sostenibilità a più livelli (economica, ambientale, sociale), dimostrando l’efficacia delle politiche comunicative basate su questo tipo di strumenti. La metodologia utilizzata è di tipo quanti-qualitativo. In una prima fase sono stati selezionati 18 casi di applicazioni di nudge e si è proceduto con un’analisi esplorativa che evidenziasse obiettivo, strategie comunicative e architettura/euristica impiegata, utilizzando le tipologie indicate in letteratura. In una seconda fase è stato assegnato a ciascun nudge un punteggio su scala da 1 a 5 (dove 1=minimo e 5=massimo) sia per la variabile del “Livello di rischio percepito” sia per quella dell’”Impatto” (collaborazione X frequenza del nudge): attraverso l’analisi della relazione tra queste due dimensioni, si è valutato il livello di spinta necessario per raggiungere i livelli di sostenibilità auspicati (economica, ambientale, sociale). I risultati hanno dimostrato come, in situazioni a differenti livelli di rischio percepito, all’aumentare della spinta del nudge cresce la consapevolezza del rischio reale e anche l’impatto sulla popolazione e sul territorio, con un corrispondente posizionamento crescente sulla scala della sostenibilità. Da una mera sostenibilità economica, relativa ai costi, si può spingere i territori, le popolazioni, i cittadini a mantenere nel tempo qualità e riproducibilità delle risorse naturali, fino a raggiungere una sostenibilità sociale, intesa come capacità di garantire benessere umano in modo equo. La ricerca dimostra anche come coinvolgendo attivamente le comunità nella gestione del rischio, promuovendo soluzioni innovative e sostenibili per affrontare le sfide contemporanee, si possa superare la dittatura del tempo. Comunicare la lentezza nell’epoca dell’accelerazione: il caso della moda sostenibile Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Nella complessità dell’età contemporanea (Morin, 1993) coesistono processi che si sviluppano in direzioni divergenti. Da un lato, la digitalizzazione ha accelerato i ritmi sociali (Rosa, 2013), trasformando il mondo produttivo e i tempi di fruizione dei contenuti: la quantità di informazioni è cresciuta esponenzialmente, spingendo le strategie comunicative verso formati rapidi che privilegiano messaggi brevi, immagini e contenuti facilmente condivisibili (Meikle, 2016; Bessarab et al., 2022). Dall’altro, si è affermata una crescente attenzione alla sostenibilità, stimolata sia da iniziative istituzionali – come l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (2015) – sia da movimenti sociali come Fridays For Future, che promuovono una transizione ecologica non solo tecnica, ma anche culturale (Spini, 2023), enfatizzando valori di lentezza, riflessività e consapevolezza (Casalegno et al., 2022). Questi orientamenti contrastanti generano inevitabilmente frizioni, evidenti soprattutto in alcuni campi, tra cui quello della comunicazione della sostenibilità (Kapoor et al., 2021): come trasmettere un messaggio che invita a rallentare, a soffermarsi e a riflettere, in un ecosistema dominato dalla velocità e dalla frammentazione? Per indagare la tensione tra spinta alla digitalizzazione e spinta alla sostenibilità, il nostro studio si è concentrato sul settore della moda. In questo ambito, la componente comunicativa ha sempre rivestito un ruolo di primo piano, sia per ragioni di marketing, sia per la costruzione di significati e valori (Kalbaska et al. 2018); con la spinta alla digitalizzazione e l’avvento delle piattaforme di social networking, le dinamiche comunicative hanno però subito una profonda trasformazione: i tempi di diffusione e il formato dei contenuti si sono evoluti, evidenziando il ruolo chiave degli influencer (Uzunoğlu & Kip, 2014). Parallelamente, la sostenibilità – un tempo marginale – ha guadagnato crescente rilevanza, alimentata da campagne come Detox My Fashion di Greenpeace (2011) e dal movimento Fashion Revolution, nato nel 2014, in seguito al tragico crollo del Rana Plaza di Savar, in Bangladesh, verificatosi l’anno precedente. Il presente contributo indaga la comunicazione della sostenibilità nel settore della moda analizzando il posizionamento di 25 content creator attivi nella moda sostenibile, mediante interviste semi-strutturate condotte tra il 2022 e il 2025 (Adeoye‐Olatunde & Olenik, 2021). I partecipanti – 22 donne e 3 uomini – sono stati selezionati tra chi gestisce un blog o un profilo Instagram/TikTok con almeno duemila follower. Le interviste hanno evidenziato una distinzione tra influencer e content creator, ampliando risultati già presenti in letteratura (es. Jacobson & Harrison, 2022): mentre gli influencer tendono a orientarsi verso logiche di mercato e monetizzazione, i content creator si vedono più come divulgatori, ritenendo incompatibile il modello tradizionale di influencer con i valori della moda sostenibile. Alcuni rifiutano collaborazioni retribuite per preservare la propria indipendenza, sebbene ciò impedisca loro di trasformare l’attività in una professione stabile, costringendoli a svolgere altre attività lavorative. Inoltre, l’elevato ritmo di pubblicazione imposto dalle piattaforme social acuisce la tensione tra l’interesse per la sostenibilità e la capacità di tradurlo in uno stile di vita coerente, soprattutto in termini di gestione del tempo, dello stress e del benessere quotidiano (Hoose & Rosenbohm, 2024). Queste dinamiche sembrano sollevare interrogativi più ampi sulla compatibilità tra digitalizzazione e sostenibilità. Il concetto di twin transition (Christmann et al. 2024), che auspica una trasformazione simultanea verso un futuro digitale e sostenibile, risulta problematico: le logiche di accelerazione e immediatezza tipiche del digitale sembrano contrapporsi ai principi di lentezza e riflessività propri della sostenibilità, rischiando di sacrificarla. In conclusione, l’analisi della comunicazione della moda sostenibile rappresenta un caso emblematico di due tensioni divergenti presenti nella società contemporanea. Il settore moda si configura come un laboratorio privilegiato per comprendere il rapporto tra digitalizzazione e sostenibilità, offrendo spunti di riflessione sulle possibilità e i limiti della comunicazione sostenibile nell’era dei social media. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 04: Divulgazione e nuovi intermediari culturali Luogo, sala: Aula 5 (A1-D) Chair di sessione: Giovanni Ciofalo |
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Ogni attimo è prezioso: genitorialità e nutrizione nella fascia 0-2 nei contenuti dei/lle professionisti/e sanitari/e su Instagram Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Negli ultimi anni, anche a seguito della pandemia di Covid-19, si è assistito a un forte aumento di contenuti divulgativi e di ricerche sui social media inerenti ai temi della salute (Ducci et al., 2022; Hodson et al., 2022). I genitori sono fra i target più esposti alla ricerca di informazioni e si registra una abbondante produzione di contenuti a loro dedicati (Ifroh & Permana, 2022). In particolare, nella fascia 0-2 anni, allattamento e svezzamento costituiscono due momenti di passaggio legati alla sfera della nutrizione che richiedono a madri e padri di assumersi la responsabilità di effettuare scelte complesse e sembrano costituire un fulcro centrale nella costruzione dell’immaginario del buon genitore (Doonan, 2022; Ristovski-Slijepcevic et al., 2010). Per rispondere a queste necessità, sui social media si sono affermati nuovi mediatori focalizzati sulla nutrizione, animati da obiettivi diversi ma non mutualmente esclusivi, fra cui branding, divulgazione scientifica, empowering dei genitori (Settle et al., 2023). Nonostante la rilevanza di questo ambito per la salute personale e collettiva, sono ancora pochi gli studi che indagano l’intreccio di questi temi. In tale scenario, questo studio mira a indagare come i contenuti divulgativi realizzati da professionisti/e sanitari/e su Instagram riguardo alla nutrizione nella fascia d’età 0-2 anni vengano mobilitati con strategie e obiettivi differenti (non necessariamente confliggenti) e contribuiscano a rappresentare le diverse fasi dello sviluppo nutrizionale, scandendo ritmi e momenti di passaggio. La ricerca si focalizza su un campione di 50 professionisti della nutrizione infantile composto da ostetriche, consulenti IBCLC, puericultrici, pediatri e nutrizionisti attivi su Instagram. Utilizzando Crowdtangle, sono stati raccolti 7170 post pubblicati nel periodo 1 luglio 2021-1 luglio 2024. L’analisi combina tecniche di Natural Language Processing (frequenze di parole e n-grammi, collocazioni) e analisi delle metriche (engagement, commenti) per individuare pattern e peculiarità nella comunicazione dei divulgatori. Infine, è stata effettuata una inductive thematic analysis del discorso e delle immagini su un sotto-campione selezionato di post. I risultati preliminari mostrano che la divulgazione effettuata dai/lle professionisti/e ha gli obiettivi di supportare i neogenitori (soprattutto le neomadri) nelle loro scelte, informarli su questioni ritenute chiave, sfatare luoghi comuni errati e promuovere la propria attività professionale. I contenuti scientifici (es. studi, ricerche) servono come fonti qualificate su cui costruire il piano editoriale. Le fonti vengono utilizzate con uno spirito anche critico, sottolineando la distanza fra le raccomandazioni evidenced-based e la complessità delle situazioni quotidiane che spesso richiedono negoziazioni e adattamenti. Ciò restituisce la percezione di un tempo compresso poiché, già dai primissimi giorni di vita, ai neogenitori è richiesto effettuare scelte di accudimento con impatti potenzialmente cruciali per lo sviluppo dei figli. L’obiettivo dei/lle professionti/e sembra, quindi, essere quello di rassicurare i genitori rispetto alle proprie responsabilità e alla conformità delle loro scelte all’immaginario del “buon genitore”, soprattutto in riferimento ai momenti e tempistiche di passaggio tra fasi della nutrizione. Essi fungono inoltre da coach per accompagnare le transizioni, traducendo le conoscenze scientifiche in consigli concreti per la gestione della quotidianità. L’analisi dei contenuti mostra però anche la tendenza a scardinare i tempi imposti dalla società, ad esempio adeguandosi ai tempi del/la bambino/a per interrompere l’allattamento e iniziare lo svezzamento. La fascia 0-2 anni emerge, quindi, come un tempo complesso. Da una parte è un tempo compresso, in cui è urgente valutare opportunità e fare le scelte migliori. Dall’altra è un tempo frammentato in diverse fasi (es. allattamento, sonno, svezzamento) in cui possono esserci problematiche e in cui possono inserirsi professionisti/e in qualità di coach. Rispetto ai temi della conferenza, il contributo mostra come i social media siano acceleratori del flusso informativo e contribuiscano a “decelerare” i ritmi imposti alla genitorialità. Adolescenti e misinformazione scientifica: Un approccio interpretativo alla comunicazione della scienza 1: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; 2: Politecnico di Milano Negli ultimi anni il tema delle fake news ha ricevuto crescente attenzione nel campo dei media studies (Aïmeur et al. 2023). I media scholar hanno indagato, fra l’altro, il ruolo che i social media hanno nella circolazione della misinformazione (Ali et al. 2019); le caratteristiche formali della comunicazione fraudolenta online (Baptista & Gradim 2020); ma anche le contromisure per arginarne la diffusione, sia attraverso sistemi automatici (Shu et al. 2017), sia lavorando sulla literacy degli utenti (Dame Adjin-Tettey 2022). Soprattutto a seguito della crisi pandemica, il tema delle fake news legate alla scienza è stato fatto oggetto di attento studio (Pian et al. 2021). Qui, data la grande esposizione dei giovani ai social media, ci si è interrogati specificamente sulle vulnerabilità degli adolescenti rispetto alla misinformazione scientifica (Wang & Togher 2024, Siani et al. 2024). Tuttavia, tali indirizzi di ricerca fanno perlopiù riferimento a un paradigma comportamentista (Anderson 2021), che indaga gli effetti dei media in un ambiente sociale sempre più radicalmente mediatizzato (Tosoni 2021). Questo approccio esclude dall’analisi le pratiche interpretative dei soggetti, sottovalutando altresì l’importanza del contesto culturale in cui la misinformazione viene consumata (Lelo 2024). Tale limite è esemplificato dal concetto stesso di “fake news” (Krämer 2021): l’assegnazione aprioristica di uno statuto di verità limita l’indagine della ricezione di notizie da parte dell’audience – un lavoro interpretativo che andrebbe invece indagato empiricamente. Ci proponiamo, quindi, di adottare un approccio focalizzato sull’interpretazione che i soggetti hanno dell’informazione scientifica veicolata online, situando tale attività nel più ampio tessuto delle pratiche sociali quotidiane in cui i media sono coinvolti (Boczkowski et al. 2018). Questa prospettiva si inserisce nel filone di ricerca sulle audience (Moores 1993), con uno sguardo orientato specificamente verso la ricezione dell’informazione scientifica (Scheufele & Krause 2019). Inoltre, tiene conto del practice turn nei media studies (Couldry 2004), andando a eleggere come proprio oggetto di ricerca l’attività di ricezione dei contenuti informativi, concepita come una pratica interpretativa contestualmente situata (Schatzki 1996, Wagner & Boczkowski 2019). Assumendo questo approccio, intendiamo contribuire al dibattito sulla ricezione della misinformazione scientifica da parte degli adolescenti. I risultati che presentiamo sono frutto di una ricerca svolta in sei istituti superiori della Lombardia tra il 2022 e il 2023. Reclutando le scuole a partire da area geografica e percorso di studi, i metodi adottati comprendono: interviste semi-strutturate a testimoni privilegiati; discussioni nelle classi con studenti e due round di diari di consumo; infine, interviste semi-strutturate e focus group con alcuni studenti. I risultati evidenziano che:
In conclusione, i risultati non solo sottolineano come sia metodologicamente urgente costruire un ponte tra gli audience studies e gli studi sulla misinformazione scientifica, ma, evidenziando rischi fin qui sfuggiti a un approccio comportamentista, aprono a nuove prospettive per il contenimento del fenomeno – la ricerca ha infatti prodotto un modulo formativo per le scuole superiori. Chi informa sulla scienza? Canali, mediatori e fiducia nel contesto italiano Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Italia In un contesto di accelerazione e pluralizzazione delle fonti di informazione, i modi in cui le persone accedono al sapere scientifico sono cambiati, così come i mediatori a cui si rivolgono. Ciò ha implicazioni rilevanti per la comunicazione della scienza, che deve confrontarsi con nuove dinamiche di legittimazione e diffusione della conoscenza. Il presente intervento riporta i principali risultati di una survey CAWI condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne (N=1000) tesa a indagare i principali canali e mediatori di informazione scientifica, la loro percezione da parte degli utenti, e la loro relazione con la diffusione di specifici orientamenti nei confronti della scienza. In particolare, oltre alla frequenza d'accesso a canali e mediatori e alla loro valutazione, sono state rilevate fiducia nella scienza (scala Trust in Science semplificata - Plohl & Musil, 2021), populismo scientifico (scala SciPop - Mede et al., 2021) e scientismo epistemico ingenuo (selezione della Scientism Scale - Lukić & Žeželj, 2023). Questi due ultimi orientamenti, oggetto d’attenzione crescente nella letteratura specializzata, consistono il primo in una diffidenza verso l’autorevolezza della comunità scientifica concepita come collusa con i poteri economici e politici contrapposta agli interessi del “popolo” ; il secondo, in una fiducia nella scienza basata su una concezione ingenua della validità del sapere scientifico come intrinsecamente non controverso e immutabile nel tempo. I canali indagati sono stati aggregati in quattro gruppi: scientifici specialistici (pubblicazioni accademiche e siti web scientifici), divulgativi specializzati (libri divulgativi, enciclopedie cartacee e digitali, manuali scolastici, podcast scientifici), generalisti (giornali digitali, giornali cartacei, radio, televisione), social (social media e messaggistica). Tali tipologie mostrano un’associazione significativa con attitudini verso la scienza dei loro fruitori. I media social sono ad esempio associati a un aumento significativo del populismo scientifico (r=.42, p<0.01) e a una diminuzione della fiducia nella scienza (r=-.29, p<0.01). Parallelamente, i media divulgativi (enciclopedie, (r=.15, p<0.01) mostrano una correlazione leggermente più forte con aumento dello scientismo ingenuo rispetto ai media generalisti (r=.13, p<0.01), suggerendo una potenziale vulnerabilità delle pratiche di divulgazione. Per quanto riguarda i mediatori, invece, quelli che vengono indicati più frequentemente come risorse informative sono - in ordine - divulgatori, scienziati, istituzioni di ricerca, giornalisti scientifici, insegnanti, istituzioni pubbliche, gente comune e infine influencer. Non sempre però il posizionamento in tale classifica riflette anche i giudizi di affidabilità e direttività. Da questo punto di vista emergono tre gruppi principali di mediatori: 1) affidabili non direttivi (istituzioni di ricerca, scienziati, divulgatori e insegnanti), che godono di alta fiducia senza essere percepiti come persuasivi; 2) affidabili direttivi (giornalisti scientifici, istituzioni pubbliche), a cui oltre a fiducia è riconosciuta anche una certa direttività della comunicazione; 3) inaffidabili persuasivi (gente comune, influencer), caratterizzati da minore affidabilità e un livello medio-alto di condizionamento percepito. Si può inoltre osservare come semplificazione non sia necessariamente sinonimo di chiarezza: i mediatori considerati più chiari sono anzi quelli che restituiscono la complessità delle tematiche affrontate e che forniscono strumenti per l’approfondimento autonomo. In tal senso spiccano scienziati, divulgatori e istituzioni di ricerca, seguiti da giornalisti scientifici e insegnanti. Nel complesso questi risultati non solo mostrano il legame tra fruizione mediale e attitudini verso la scienza, ma evidenziano anche peculiarità, e a volte potenziali vulnerabilità, del sistema di mediazione scientifica nel contesto italiano. Divulgazione scientifica e transmedialità: il caso Jacopa da Cencelle tra archeologia, digital humanities e worldbuilding Sapienza Università di Roma, Italia I processi pervasivi di convergenza, digitalizzazione e deep mediatization (Hepp 2020), che caratterizzano l’ecosistema della comunicazione, influenzano e ridefiniscono anche i diversi ambiti della ricerca scientifica. In particolare, l’adozione di nuovi formati mediali sta trasformando le modalità di divulgazione, informazione e intrattenimento, creando un contatto più diretto con il pubblico. Questo paper analizza un caso di studio in cui si intrecciano tre elementi chiave: l’innovazione nelle pratiche di divulgazione dei beni culturali (con un focus sull’archeologia), l’integrazione di tecnologie avanzate per migliorare l’interazione con gli utenti e il ruolo della comunicazione istituzionale universitaria (con specifico riferimento a Sapienza Università di Roma). Il caso analizzato è Jacopa da Cencelle: una storia virtuale di vita e salute femminile nel Medioevo, un progetto che mira a sensibilizzare il pubblico sull’interazione tra stili di vita, ambiente e benessere bio-psico-sociale. In particolare, all’interno del Museo di Storia della Medicina della Sapienza Università di Roma è stata allestita un’ala in cui i visitatori possono osservare i reperti del Grande scavo archeologico di Sapienza nella città medievale di Cencelle, fondata nella metà del IX secolo, localizzata nel territorio del comune di Tarquinia (VT). Tra questi l’elemento principale della mostra è uno scheletro di una donna di 35 anni, vissuta intorno al 1300, la cui figura è stata ricostruita narrativamente nel personaggio di Jacopa. Quest’ultima guida i visitatori attraverso video in realtà aumentata e realtà virtuale. Inoltre, il progetto include un videogioco divulgativo e un fumetto, entrambi accessibili anche online. L’intero progetto assume la forma di una narrazione transmediale (Leonzi 2022) pensata per la divulgazione scientifica, con l’obiettivo di intercettare diversi tipi di pubblico: dagli accademici agli appassionati. I contenuti sono progettati con approcci diversificati, oscillando tra rigore scientifico e modalità più immersive e interattive, adattandosi ai diversi canali di accesso e contribuendo a creare un’interfaccia transmediale per la divulgazione (Ciammella et al. 2019). Partendo da queste premesse, è stata condotta un’analisi qualitativa sui contenuti prodotti, al fine di tracciare le linee narrative che delineano il worldbuilding del progetto (Wolf 2012). Sono emerse due principali narrazioni: la prima, scientifica e divulgativa, legata alla storia archeologica della città di Cencelle; la seconda, istituzionale, connessa al progetto stesso e al brand Sapienza. L’approccio transmediale (Ciammella 2024) adottato è stato analizzato in una prospettiva ecologica, ricostruendo la mappa dei canali utilizzati, l’evoluzione dell’universo narrativo attraverso gli elementi dello storyworld (Klastrup, Tosca 2018) e le pratiche comunicative che favoriscono l’interazione e la partecipazione del pubblico. A tal fine, sono state condotte delle interviste con testimoni privilegiati, tra cui i principal investigator del progetto e specialisti nei vari ambiti coinvolti (archeologia, biologia molecolare, storia, design digitale). L’analisi mette in luce e descrive i processi e le pratiche attivate in diversi settori scientifici al fine di costruire una narrazione condivisa per valorizzare la divulgazione scientifica. Questo modello può costituire una risorsa significativa nell’ambito delle digital humanities, soprattutto quando si intende rendere accessibile al pubblico la ricerca e promuovere pratiche di citizen science. Dal click alla fiducia: tempi e dinamiche delle scelte di salute degli/delle adolescenti sui social media 1: Universitas Mercatorum, Italia; 2: Sapienza Università di Roma, Italia; 3: Ospedale Pedriatico Bambino Gesù, Italia L'uso diffuso dei social media tra gli/le adolescenti rende piattaforme come Instagram e TikTok centrali nel plasmare percezioni e comportamenti anche in materia di salute. La letteratura, soprattutto statunitense, evidenzia il ruolo dei social media nella diffusione tra gli/le adolescenti di contenuti su salute mentale, disturbi alimentari, sessualità e fitness (Freeman et al., 2023; Lupton, 2021; Plaisime et al., 2020; O’Reilly et al., 2019; Lim et al., 2014). Il contributo si focalizza sull’Italia, dove questo tema è ancora poco esplorato, e si inserisce negli studi che analizzano le pratiche di appropriazione dei social in relazione alla salute (Goodyear et al., 2019; Zhao e Zhang, 2017; Lovari, 2017), esaminando: 1) come gli/le adolescenti italiani/e usano i social media per accedere a contenuti sulla salute; 2) i criteri adottati per valutarne la credibilità; 3) come i contenuti digitali influenzino percezioni e pratiche quotidiane in riferimento alla salute. Il tempo è un elemento centrale nei processi di crescita, relazione e costruzione identitaria degli/delle adolescenti. Le scelte sui temi di salute, con conseguenze sul presente e soprattutto sul futuro, devono essere elaborate in relazione a bisogni, aspettative in un contesto digitale caratterizzato da accesso immediato a informazioni, modelli e stili di vita spesso effimeri e da una elevata circolazione di disinformazione. Lo ricerca, finanziata da un progetto di Ateneo Sapienza, si basa su 51 interviste semi-strutturate condotte nel 2023-2024 ad Aosta, Roma e Catania con adolescenti italiani/e (15-18 anni), appartenenti a differenti percorsi scolastici. Le interviste hanno esplorato l’uso dei social media per l’informazione sanitaria, i criteri di attribuzione della credibilità e i bisogni informativi. I dati sono stati analizzati tematicamente (Braun e Clarke, 2022) secondo un codebook sviluppato induttivamente in collaborazione con studentesse magistrali di Professioni sanitarie (Sapienza). I risultati mostrano come molti/e adolescenti non cerchino attivamente informazioni sulla salute ma vi si imbattono tramite contenuti suggeriti dalle piattaforme. I temi più ricorrenti includono fitness, disturbi alimentari e salute mentale. La ricerca evidenzia come, mentre la salute mentale sia un tema trasversale, tra i ragazzi prevalga l’interesse per il fitness e tra le ragazze emergono temi quali disturbi alimentari ed educazione sessuale. L’esposizione a questi contenuti ha effetti ambivalenti: alcuni/e adolescenti dichiarano di aver modificato abitudini quotidiane (es. bere più acqua, migliorare la postura), mentre altri/e esprimono scetticismo verso questi contenuti, soprattutto se promotori di standard corporei irraggiungibili. In un contesto digitale fortemente frammentato e volatile, il contributo analizza in che modo gli/le adolescenti costruiscono processi di fiducia che necessariamente richiedono tempi più lunghi. Gli/le intervistati/e dichiarano di attribuire credibilità ai contenuti sanitari online attraverso competenza e autenticità. La competenza è associata a figure professionali della salute, valutate in base a credenziali esplicite, al linguaggio tecnico e alla qualità percepita del contenuto. L’autenticità, invece, è riconosciuta a creatori che condividono esperienze personali che promuovono identificazione. La credibilità è in parte influenzata anche dalle metriche di interazione (like, commenti, condivisioni), percepite però in modo ambivalente: per alcuni, un alto engagement conferisce autorevolezza, mentre per altri è indicativo di contenuti costruiti per il consenso. Infine un elemento interessante che agisce su tempi più lunghi è il ruolo del contesto familiare nella mediazione della fiducia nei contenuti digitali: le opinioni genitoriali influenzano la percezione della medicina, rafforzando o indebolendo la fiducia nei contenuti social. Nello specifico, lo studio evidenzia che, oltre a fornire un quadro centrale di confronto e validazione dei contenuti sanitari online – talvolta caratterizzati da informazioni contraddittorie – la famiglia modella attivamente le opinioni degli/delle adolescenti, contribuendo a definire le modalità di attribuzione del significato ai contenuti social relativi alla salute. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 05: Genere, media e piattaforme digitali Luogo, sala: Aula Magna ex Facoltà di Scienze Politiche (B0-B) Chair di sessione: Federico Boni |
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C'è ancora domani, e altri racconti. Un'analisi delle rappresentazioni della violenza sulle donne nel cinema italiano contemporaneo 1: Sapienza Università di Roma; 2: LUMSA Università, Roma Nel 2023, per la prima volta dopo anni, il campione di incassi nelle sale è un film italiano: C’è ancora domani, di Paola Cortellesi, storia di violenza domestica ambientata nell’Italia degli anni Cinquanta. Seppure con una diffusione non paragonabile, dal 2021 al 2024 sono più di una decina le produzioni cinematografiche nazionali con il plot incentrato sul medesimo soggetto. Dopo essere assunto al mainstream della politica e dell’attualità, il tema della violenza contro le donne ha dunque cominciato a penetrare la sfera culturale (Fornari 2018; Giomi 2019, Rossi & Capalbi 2022). Il cambiamento suscita interrogativi interessanti sul ruolo che media diversi giocano nel plasmare le percezioni sociali e rinnovare gli immaginari (Couldry & Hepp 2016). Infatti, se da una parte sembra essersi ormai affermata, almeno in certi livelli della società, la concezione che le violenze di genere sono un problema culturale (Peruzzi, 2022), e dunque che i media hanno un ruolo strategico nei processi di creazione e decostruzione degli stereotipi, d’altra parte è vero che le politiche di prevenzione e contrasto del fenomeno – sia quelle promosse da enti pubblici che privati – si sono concentrate quasi esclusivamente sulle campagne pubblicitarie. E se il persistere dei femminicidi e delle violenze è un monito costante a valutare l’efficacia di tali misure, studi recenti hanno evidenziato come proprio le comunicazioni dagli spot non siano esenti da messaggi controproducenti (Lombardi 2022). Sulla base di queste considerazioni, le autrici e l’autore della presente proposta si sono interrogati sul ruolo del cinema italiano nella lotta alla violenza contro le donne: Quali narrazioni diffonde il cinema italiano contemporaneo riguardo al tema della violenza di genere? Quali ricorrenze si rintracciano nei film italiani, in termini di identità e problemi narrati, di frame e stereotipi diffusi? Come rappresentano e come interpretano la violenza sulle donne i registi e le registe italiani? Quali differenze ci sono tra le rappresentazioni cinematografiche della violenze di genere e quelle di altri media? A rendere interessante lo studio delle narrazioni cinematografiche sono alcune caratteristiche specifiche del medium e dei suoi format. Innanzitutto, il cinema è da sempre un media leader nella produzione di immaginari. In secondo luogo, esso ha un rapporto privilegiato con la modernità, di cui da sempre partecipa alla costruzione rappresentando processi fondamentali. Ma soprattutto, il cinema è un long format, che nel panorama mediale contemporaneo, dominato dai tempi accelerati e dalle forme sincopate, si distingue proprio per i tempi estesi del racconto e la struttura articolata delle narrazioni. Infine, il cinema è una forma di arte pubblica, con una vocazione irrinunciabile al dibattito, che vive di storie individuali esemplari per stimolare alla riflessione collettiva. Il corpus di riferimento è costituito da 12 pellicole di (co)produzione italiana, estratte dalle classifiche annualmente rilasciate da Cinetel sui film più visti in Italia. In particolare, si è fatto riferimento alla classifica dei 100 film italiani più visti in ciascuno dei quattro anni di riferimento (2021-2024) in cui la violenza contro le donne è l’elemento centrale della trama. L’analisi qualitativa tematica ha mirato a rintracciare figure emblematiche e/o ricorrenti nella rappresentazione delle identità di genere, dei contesti e delle interazioni sociali, con particolare attenzione all’interpretazione dei significati da parte di uomini e donne, autori e vittime delle violenze, bystanders, familiari e istituzioni. Intimità (Digitali) in Divenire: il Sexting nella Formazione Identitaria e nella Relazionalità delle Soggettività Giovani Adulte Queer in Italia Università degli Studi di Padova, Italia Le intimità digitali si creano anche nelle pratiche di sexting. Nonostante l’interesse accademico e pubblico per il sexting, pochi hanno considerato l’impatto di questa pratica su soggettività adulte emergenti queer, evitando il panico morale. Questo lavoro mira ad ampliare la conoscenza sulle intimità digitali comprendendo come le persone queer danno senso alla loro sessualità digitale, identità, e relazionalità negli scambi di sexting attraverso performance/rappresentazione multimodale e agency delle soggettività nel fenomeno. Questo studio esplora le pratiche di sexting delle soggettività giovani adulte queer (18-35 anni) in Italia impiegando metodologie di ricerca creative, tra cui workshop di fanzine, in parallelo con focus group esplorativi e interviste in profondità con tecniche di body mapping, per indagare le intersezioni tra intimità digitale, corpo e soggettività queer. In un quadro metodologico in linea con una tradizione trasformativa, l’approccio dello studio sottolinea il valore della ricerca partecipativa e art-based nel cogliere le sfumature dell’intimità digitale, considerando anche gli aspetti etici della stessa ricerca, co-costruendo il Research Brave Space. Research Brave Space (RBS) è qui proposto come posizione metodologica etica in una ottica trasformativa che fornisce uno spazio in cui vengono accolte le possibilità e le dissonanze che potrebbero essere incontrate durante la ricerca. Questo approccio abbraccia l'etica della cura nella ricerca qualitativa, consentendo una co-produzione coraggiosa di conoscenza. Integrando questo tramite metodologie creative, lo studio contribuisce a dibattiti più ampi sul consenso, l’agency digitale e la relazionalità queer, promuovendo una comprensione del sexting che vada oltre il rischio, riconoscendone invece il potenziale trasformativo ed emancipatorio per le soggettività. I risultati sono stati analizzati tramite analisi tematica, per focus group e interviste, e con analisi socio-semiotica multimodale per i contributi di fanzine e body mapping. Nella ricerca, il sexting è concettualizzato dai partecipanti come una pratica consensuale e relazionale, basata sulla fiducia e sulla reciprocità, invece di uno scambio di contenuti sessuali mediato dalla tecnologia. Questa prospettiva sfida le comprensioni ciseteromononormative della sessualità, riconoscendo il sexting come un mezzo di auto-esplorazione, negoziazione identitaria e costruzione dell’intimità, che si estende oltre le tradizionali relazioni diadiche e le concezioni normative del corpo. I risultati indicano che il sexting funge da estensione dell’intimità fisica, consentendo alle persone queer di esplorare desideri, formare e rinforzare legami relazionali e costruire forme alternative di espressione sessuale in divenire. Viene sottolineato il ruolo fondamentale del consenso nelle pratiche di sexting, rifiutando l’idea che l’intimità digitale sia intrinsecamente rischiosa o scollegata dalle esperienze corporee. I contributi della fanzine offrono ulteriori elementi sulle dimensioni relazionali e politiche del sexting, illustrandone il ruolo nel sovvertire le aspettative normative e nel favorire l’agency e formazione di soggettività queer all’interno di ambienti digitali. Attraverso interviste in profondità con soggettività queer cisgender e gender diverse (trans/non-binary/gender-queer, ecc.), il sexting viene concettualizzato come uno strumento che permette l’interazione tra la fisicità del corpo e le sue dimensioni digitali, facilitandone la comprensione nel suo sviluppo. Questa ricerca evidenzia come il sexting non sia solo un mezzo di comunicazione intima, ma una pratica che intreccia desiderio, identità e relazionalità queer all’interno dei processi di crescita e formazione delle soggettività giovani adulte. Il sexting viene vissuto non solo come uno spazio di esplorazione e affermazione di sé, ma anche come una pratica che accompagna le trasformazioni identitarie nel tempo, adattandosi alle esperienze e ai percorsi di vita delle generazioni queer. In questo senso, il sexting si configura come un elemento dinamico delle culture giovanili, contribuendo a ridefinire le concezioni dell’intimità, del corpo e delle relazioni in un contesto digitale in evoluzione. Il corpo accelerato: retoriche della cura di sé tra performatività, mercificazione e controllo del tempo Università IULM Milano, Italia L’accelerazione dei ritmi di vita e l’urgenza della performatività si inscrivono nelle pratiche quotidiane attraverso una retorica che annulla le distinzioni tradizionali tra le età della vita (giovinezza, età adulta, vecchiaia), imponendo a ogni generazione una costante tensione verso l’efficienza e l’auto-ottimizzazione. In questo scenario, i social media, e in particolare Instagram, si configurano come dispositivi biopolitici che modellano la narrazione del corpo attraverso un’estetica della salute e della produttività. Attraverso un’analisi qualitativa del contenuto di un campione di 380 immagini raccolte su Instagram (nel primo trimestre 2025) mediante hashtag specifici (quali #salutebenessere, #benesserefemminile, #wellness, #wellnessjourney), la ricerca che abbiamo svolto evidenzia come il corpo—monitorato, performante, in salute e apparentemente immortale—diventi una risorsa strategica per il mercato, in cui la cura di sé non è più un’esperienza di consapevolezza, ma un imperativo rapido e prescrittivo, un pharmakon che risponde alla logica dell’efficacia immediata. Il corpo femminile, in particolare, emerge come un campo privilegiato di questa regolazione, sottoposto a un’intensa narrazione disciplinante che lo rende oggetto di consumo e strumento di valore produttivo, persino al di fuori della sfera lavorativa. Terapie ormonali, integratori, programmi di allenamento e consigli su come evitare l’invecchiamento delineano un racconto pervasivo in cui il controllo di sé diventa sinonimo di successo e adeguatezza sociale. In questo quadro, il tempo dedicato alla cura del corpo non è più un momento di pausa o di relazione, ma si configura come uno spazio mercificato, parte della logica neoliberale che esige un sé sempre performante e ottimizzato. Il corpo, modellato dai canoni estetici dominanti, diventa un elemento chiave nei meccanismi produttivi, al pari della conoscenza e dell’esperienza accumulata nella vita extra-lavorativa, capaci di generare valore aggiunto (Morini, 2010). La richiesta costante di cura da parte dei dispositivi produttivi influenzano direttamente le pratiche di auto-cura, che si traducono in medicalizzazione cronica (antidolorifici quotidiani), obbligo estetico (bella presenza) e potenziamento fisico (palestra forzata, integratori per il benessere) (Cavicchioli, Paravagna, Vignola, 2012). Come già avevano evidenziato Morini (2010, 2012) e Benasayag (2010), la salute non è solo un obiettivo, ma un dispositivo di governo che plasma le soggettività, indirizzandole verso pratiche di sorveglianza e automonitoraggio. L’analisi del campione di immagini Instagram mette in luce come, nell’ecosistema digitale, lo storytelling del benessere enfatizzi soluzioni rapide e prescrittive, rendendo la cura di sé un atto di conformità più che di autodeterminazione. I testi contenuti nelle immagini analizzate, si rivolgono a delle audience/soggettività chiamate a massimizzare il proprio tempo, interiorizzando l’auto-sfruttamento e trasformando ogni ambito della vita— compreso quello del benessere— in uno spazio di incessante ottimizzazione e valorizzazione (Chicchi, Simone, 2017), in linea con le logiche neoliberali e con i processi di sussunzione connessi al biocapitalismo (ossia a vantaggio del sistema capitalistico di aziende farmaceutiche, professionisti medici o del fitness) (Codeluppi, 2015). In questo modo, il corpo diventa merce e macchina produttiva, ridefinendo la relazione tra tempo, età e identità nell’era della performatività continua. Quando "Breast is Bad". La critica all'ideale del "Breast is Best" nei social media italiani Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Italia Gli spazi digitali dedicati alla genitorialità sono oggi il principale terreno di scontro delle mommy wars, dove l’abbondanza di informazioni disponibili alimenta un clima di reciproca sorveglianza tra genitori e intensifica i conflitti sulle pratiche educative (Abetz, Moore, 2018). In questo contesto di crescente polarizzazione, il dibattito sull'allattamento emerge come tema particolarmente divisivo. La contrapposizione emerge tra chi aderisce alle raccomandazioni sanitarie ufficiali a sostegno dell'allattamento al seno e chi rivendica la libertà di scelta a tutela del benessere materno. Il principio medico-scientifico del breast is best contribuisce a definire uno standard genitoriale normativo che iper-responsabilizza le madri, generando sensi di colpa in chi non allatta (Murphy, 1999). Questo contributo analizza il profilo Instagram Mamme a Nudo come esempio di contronarrazione che si oppone a questo paradigma. Il lavoro metterà in luce come tale contronarrazione possa, tuttavia, riaffermare, seppur in forme diverse, una nuova normatività materna attraverso le modalità comunicative adottate sulla piattaforma social. Mamme a Nudo si inserisce in un ampio contesto di critica alla maternità intensiva (Hays, 1996), di cui l’allattamento al seno, per il suo carattere impegnativo, costituisce una pratica chiave. Questo modello impone alle madri di dedicare ingenti quantità di tempo, risorse ed energie alla crescita dei figli, affidandosi agli esperti per prendere le migliori decisioni (Ennis, 2014). La dipendenza dal sapere esperto (Giddens, 1990) nella scelta del tipo di allattamento è accentuata nell’odierna società del rischio (Beck, 1992), che attribuisce alle madri un ruolo centrale nella gestione delle incertezze e dei pericoli per la salute infantile – inclusi i rischi connessi all’alimentazione (Afflerback et Al., 2013). Definendo l’uso del latte artificiale una pratica rischiosa, il discorso medico-scientifico consolida l'allattamento al seno come standard della buona maternità (Knaak, 2010; Murphy, 2000). Le madri che ricorrono alla formula sono dunque chiamate a giustificare tale decisione, negoziando fra gli imperativi della maternità intensiva e le loro esigenze quotidiane per preservare l’immagine di buona madre (Faircloth, 2010; Lee, 2008; Marshall et Al., 2007). All’interno del quadro delineato, questo lavoro intende rispondere ai seguenti quesiti: (RQ1) In che modo Mamme a Nudo articola la critica al discorso medico-scientifico dominante sull’allattamento, e attraverso quali pratiche affettivo-discorsive viene legittimato l'uso del latte artificiale? (RQ2) In che misura tale critica ristabilisce una normatività materna? (RQ3) In che modo la critica di Mamme a Nudo alle raccomandazioni sanitarie ufficiali, attraverso l'esibizione di studi scientifici alternativi, finisce per riaffermare l’autorità del sapere medico e consolidare il paradigma del rischio, continuando a iper-responsabilizzare le madri? Le domande di ricerca saranno indagate tramite il metodo dell’etnografia digitale (Hine 2015), prendendo in esame i contenuti sull’allattamento di Mamme a Nudo e contestualizzandoli all’interno del progetto. L’analisi parte dall’ipotesi di Pedersen e Lupton (2016), secondo cui gli spazi online dedicati alla maternità sono comunità di sentimento, dove le madri, attraverso pratiche affettive (Wetherell, 2012), costruiscono collettivamente le proprie idee di genitorialità (RQ1). Tuttavia, in un contesto di competizione e parent-blaming (Jensen, 2018), pratiche affettive come l'uso ironico del beta mothering (Syler, 2008) possono emergere come meccanismi per gestire il conflitto emotivo tra le proprie scelte e l’ideale della maternità intensiva (Jensen, 2013). La critica di Mamme a Nudo al principio del breast is best potrebbe rispondere a una simile necessità affettiva: deviare consapevolmente dalla norma dimostrando comunque la propria competenza genitoriale ma, al tempo stesso, riaffermando implicitamente il modello materno dominante (RQ2). Infine, il profilo rafforza la propria posizione attraverso studi scientifici che contraddicono le raccomandazioni mediche ufficiali. Si ipotizza, quindi, che Mamme a Nudo riformuli il concetto di rischio, includendo il benessere materno come variabile chiave, pur rimanendo all’interno dello stesso paradigma iper-responsabilizzante da cui vorrebbe allontanarsi (RQ3). La resistenza algoritmica come strumento di lotta contro la violenza di genere online e offline 1: Sapienza Università di Roma, Italia; 2: Link Campus University; 3: Università degli Studi di Padova L’obiettivo dell’intervento è analizzare la violenza di genere digitale in Italia da una prospettiva transfemminista, identificando quali sono le forme di violenza di genere digitali, verso chi sono dirette, le strategie di contrasto intraprese e le possibili azioni da intraprendere. Punto di partenza dell’analisi è che la violenza digitale di genere, declinata nelle sue diverse forme (Henry et al. 2020), può essere contrastata più efficacemente attraverso pratiche che nascono dalla riflessione femminista sulla non neutralità delle tecnologie e dei network sociotecnici, inquadrando le modalità di resistenza al potere delle piattaforme, anche attraverso una resistenza algoritmica e ai sistemi di classificazione (Bonini e Treré, 2024; D’Ignazio e Klein 2023). Considerando queste premesse, l’analisi interseca due prospettive rispetto a tali forme di resistenza, una radicata nella riflessione sull’impatto delle comunicazioni digitali sulla dimensione temporale, l’altra nella continuità tra spazio digitale e fisico. Come sottolinea Jucker (2003), la comunicazione internet-based è caratterizzata da una nuova articolazione del sincrono e dell’asincrono. Le tecnologie espandono la potenzialità di comunicazione sincrona, riarticolando il linguaggio con forme scritte, verbali e visuali. Tuttavia, il messaggio resta disponibile per un tempo maggiore, agendo a distanza di tempo su chi lo riceve/visualizza, rispetto al momento in cui è agita l’intenzione di chi lo invia. Pertanto, il messaggio può essere oggetto di ricezioni multiple, modificato e cambiato in momenti diversi del proprio quotidiano, espandendo il proprio impatto temporale, in quanto svincolato dalle tradizionali restrizioni fisiche. Tale forma di espansione temporale e dematerializzazione della comunicazione agisce sulla seconda prospettiva di analisi rispetto alla violenza digitale. Molti studi sottolineano come quest’ultima comporta ripercussioni sui corpi di chi ne è vittima, evidenziando una continuità sociale e simbolica tra lo spazio digitale e quello fisico (Wilding & Critical Art Ensemble, 1998). Pertanto, i corpi stessi sono da considerarsi portatori di messaggi – dunque strumento di ri-materializzazione del messaggio – e al contempo spazi di lotta e territori di azione (Spíndola Zago, 2017), che intersecano spazi online/offline. Queste forme incorporate di resilienza e empowerment possono essere indagate da una prospettiva transfemminista delle tecnologie (Peña e Varon 2020; Fischetti e Torrano, 2024), consentendo l’identificazione di un discorso dominante della costruzione dell’identità e delle relazioni di genere online. Se le piattaforme, infatti, possono facilitare e dilatare nel tempo e nello spazio la violenza di genere e la perpetrazione di modelli relazionali egemoni e violenti, esse possono contribuire a contrastare le diverse forme di violenza di genere digitale, attraverso strategie di decostruzione in chiave transfemminista, che interrogano la modalità di sviluppo delle tecnologie e le resistenze corporali ed algoritmiche, sfidando i limiti del modello tecnologico dominante. A partire da tali considerazioni, il contributo intende presentare e discutere i risultati preliminari emersi dalle analisi di 40 interviste qualitative condotte sul territorio nazionale nell’ambito del PRIN “Gendering Internet. Violence, Resilience and Empowerment in digital spaces - GIVRE”, il cui obiettivo principale è indagare le diverse forme di violenza di genere abilitate da tecnologie digitali e di esplorare le pratiche di resilienza, resistenza e autodeterminazione elaborate dagli/lle utenti. Le interviste hanno coinvolto un insieme diversificato di utenti in termini di identità di genere, orientamento sessuale, fasce anagrafiche, collocazione geografica e titolo di studio. L’analisi tematica ha permesso di rilevare: le abitudini online degli/lle utenti, l’esposizione alla violenza di genere (con uno sguardo anche alle differenze generazionali), le diverse forme di violenza sul web, quali hate speech a sfondo sessista, omofobo, misogino, dick pic, sexual harrassment, e le modalità di resistenza e contrasto tanto individuali quanto collettive al potere delle piattaforme, nel quale si radica la produzione stessa della violenza digitale. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 06: Opinione pubblica, manipolazione e conflitto Luogo, sala: Aula 6 (A1-F) Chair di sessione: Augusto Valeriani |
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Tra crisi ed emergenza. L’evoluzione dei discorsi politici, giuridici e giornalistici sulle migrazioni in Toscana tra concordanze e divergenze. Università di Firenze, Italia Il Progetto Horizon 2020 Global Answer - Global social work and human mobility: comparative studies on local government and good social work, capofilato dall’Università di Granada, persegue l’obiettivo di identificare, analizzare e diffondere buone pratiche nel campo della mobilità umana (migranti, rifugiati o richiedenti asilo) in Spagna, Italia e Svezia. Per raggiungere questo obiettivo, sviluppa attività di ricerca e formazione tra università, comuni e organizzazioni del terzo settore. Uno dei molteplici fuochi di indagine del progetto consiste nella comparazione tra il sistema di accoglienza della Toscana e dell’Andalusia. I Il contributo è parte di questo fuoco di ricerca e verte sullo studio degli atti normativi della Regione Toscana, accompagnati dallo studio dei dibattiti politici interni al Consiglio Regionale della Toscana in materia di accoglienza. Nella fattispecie intendiamo portare qui l’analisi della LR 45 del 2019 e della LR 29 del 2009 per analizzare il modo in cui le amministrazioni regionali definiscono il fenomeno migratorio e la tipologia delle politiche dibattito che si è strutturato attorno alle questioni inerenti a questo fenomeno secondo le diverse appartenenze politiche. Un secondo passaggio della ricerca prevede la comparazione tra la costruzione del discorso normativo in ambito politico amministrativo e il discorso giornalistico portato avanti in concomitanza all’approvazione della Legge più recente grazie all’analisi della Rassegna Stampa della Regione Toscana. La ricerca intende evidenziare come il fenomeno sociale dell'immigrazione straniera sia costruito discorsivamente in frame discorsivi diversi ma collegati all’urgenza ed emergenza. In questa prospettiva, i discorsi assumono un enorme potere nella costruzione della realtà e determinano conseguenze immediate e concrete sulle misure, le norme e le politiche pubbliche discusse e, infine, adottate. Le domande di ricerca per questo contributo sono: esistono variazioni nell’uso di frame emergenziali nella costruzione del discorso sulla questione migratoria in ambito politico? Quali tipi di leggi e politiche derivano da dibattiti incentrati sull’emergenza e l’urgenza? In che modo il racconto della stampa del processo legislativo in materia di migrazioni riarticola la costruzione del discorso. Metodologia: Prima fase Analisi terminologica sui tre tipi di testi: discorso politico (discussioni consiliari); discorso giuridico (LR 29 del 2009 e LR 45 del 2019) e discorso giornalistico (rassegna stampa). I termini chiave relativi al concetto di accoglienza saranno identificati e classificati in connotazioni favorevoli all’accoglienza, contro l’accoglienza o che non rivelano posizioni precise. Si tratta fondamentalmente di un'analisi del contenuto, in cui i termini scelti vengono identificati, contati e valutati all’interno del discorso. Seconda fase Comparazione. L’analisi comparativa della terminologia e dell'uso del linguaggio tra le due sessioni legislative e le due Leggi dà misura dell’evoluzione dei discorsi politici, giuridici e giornalistici. La riflessione sulla vicinanza/distanza tra i dibattiti consiliari e la rappresentazione mediatica è una base ottima per l’indagine sulla ricezione pubblica delle decisioni in materia di gestione delle migrazioni. Come le leggi e le discussioni preparatorie vengono inquadrate nelle comunicazioni ufficiali e riportate dalla stampa può determinare alcuni aspetti della percezione pubblica dei migranti e delle politiche di accoglienza, influenzando infine il successo o il fallimento di tali leggi e favorire o scoraggiare comportamenti discriminatori o inclusivi nella società. This study took place in the frame of “Global social work and human mobility: comparative studies on local government and good social work practices in the Euro-Mediterranean region” (Global-ANSWER), funded from the EUs Horizon 2020 under the Marie Sklodowska-Curie grant agreement No 872209. The Agency and the Commission are not responsible for any use that may be made of the information it contains. Manipolazione e soppressione dell'informazione. Quali impatti sulle comunità diasporiche in Europa? Università di Bologna, Italia La manipolazione e l'interferenza informativa (FIMI, Foreign Information Manipulation and Suppression) rappresentano un modo di agire, generalmente non illegale, che minaccia o può influenzare negativamente valori e processi politici. Si tratta di una strategia usata da diversi attori e governi e che è sempre più diffusa nei tempi odierni di proliferazione di emergenze e conflitti globali. Alcuni esempi concreti delle minacce FIMI che impattano l'ambito della comunicazione e della vita quotidiana si riscontrano nel contesto russo e cinese, relativamente all'invasione militare russa dell'Ucraina per manipolare l'opinione pubblica e globale e giustificare l'aggressione; o della Cina, durante la pandemia da COVID-19 (EEAS, 2023). Inserendosi in un recente filone di studi transdisciplinari e nell'ambito del progetto *****, la ricerca si propone di analizzare come la manipolazione e l'interferenza informativa viene condotta da attori statali e non statali extra-europei e i relativi impatti che questa comporta su specifici gruppi target come le comunità della diaspora in Europa. Indagando in dettaglio la soppressione informativa nei contesti diasporici a diversi livelli, la ricerca esplora le dinamiche complesse tra comportamenti individuali, comunità della diaspora, democrazie europee e regimi autocratici. Nello specifico, la ricerca qualitativa si basa sui dati raccolti nel corso di 55 interviste semi-strutturate realizzate con membri delle comunità europee delle diaspore cinese, russa, iraniana, turca, venezuelana e nicaraguense. In particolare sono state investigate le minacce (le potenziale fonte di danno) e rischi (le probabilità che si verifichi un evento dannoso) ai livello macro (Unione Europea come sistema politico), meso (riferito ai gruppi diasporici letti come gruppi non omogenei o comunità organizzate ma come numero di individui arrivati in Europa da specifici Paesi) e micro (riferito a rischi e minacce percepiti a livello individuale e personale). L'analisi dei dati identifica a livello macro l'indebolimento della democrazia, l'erosione della fiducia nelle istituzioni, la riduzione della partecipazione e l'apatia civica, e l'instabilità politica. A livello meso e micro emergono invece paura, autocensura e sospetto di essere sottoposti a sorveglianza come fattori-chiave che incidono sulla libertà di espressione e partecipazione pubblica con conseguente limitazione dei diritti fondamentali. I risultati preliminari mostrano dunque complessivamente una crescente sfiducia nei confronti dei media e delle istituzioni politiche, alimentata dalla disinformazione e dall’intimidazione extraterritoriale, aspetti che a loro volta riducono la partecipazione civile e rafforzano l'autocensura. Referendum artificiale? L’impatto di ChatGPT sul referendum “Cittadinanza Italiana” University of Urbino, Italia L’emergere e l’affermazione dei social media rappresentano un elemento di rilievo nell’attuale sistema mediatico ibrido (Chadwick, 2017), caratterizzato dall’interazione tra attori politici, mezzi di comunicazione e pubblico (Boccia Artieri, 2022a). L’evoluzione di tali dinamiche, unitamente alle innovazioni tecnologiche che ne facilitano la diffusione e il consolidamento, ha determinato una ridefinizione delle condizioni sociali, politiche e tecno-comunicative alla base della formazione dell’opinione pubblica (Lachapelle, 2005; Boccia Artieri, 2022b). L’ampia influenza di strumenti di intelligenza artificiale generativa nella sfera pubblica digitale ha segnato un punto di svolta nelle modalità di accesso e fruizione delle informazioni da parte dei cittadini (Gutiérrez, 2024). L’interazione con tali sistemi ha trasformato – e sta trasformando – profondamente i processi comunicativi e, di conseguenza, le dinamiche di partecipazione sociale, culturale e politica (Haque & Li, 2024). Tuttavia, seppur in crescita l’attenzione della ricerca scientifica verso l’impiego dell’intelligenza artificiale generativa in diversi ambiti sociali e decisionali (Rogers & Zhang, 2024), studi specifici sulle implicazioni politiche e, in particolare, sull’utilizzo di questi strumenti nel processo decisionale elettorale risultano ancora limitati. Ad oggi, infatti, non sono disponibili analisi sistematiche che quantifichino in che misura i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) vengano utilizzati nelle votazioni di democrazia diretta o nel processo decisionale relativo al voto. Eppure, con l’aumento della familiarità con queste tecnologie, è plausibile ipotizzare che la loro influenza nei processi decisionali e nella ricerca di informazioni continui a crescere, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione, che tendono a percepirle come strumenti intuitivi e di facile accesso (Williams, 2025). Inoltre, l’esposizione passiva alle risposte generate dall’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a consolidare bias preesistenti, producendo un effetto sottile ma pervasivo sulle opinioni e sulle attitudini degli utenti. Il presente studio si inserisce nel più ampio dibattito sulle trasformazioni del concetto di Stato-nazione in relazione all’innovazione tecnologica e alle sue implicazioni sulla percezione e sulle decisioni degli attori coinvolti nei processi democratici. In particolare, l’analisi si propone di esaminare l’impatto della personalizzazione algoritmica sulla formazione dell’opinione pubblica in Italia, concentrandosi sul ruolo di ChatGPT nel contesto di un evento di democrazia diretta: il referendum sulla “Cittadinanza Italiana”, previsto per la primavera del 2025. Al momento dell’analisi, tale referendum non è ancora stato sottoposto a votazione, configurandosi così come un caso di studio utile per valutare in che modo gli elettori possano ricorrere all’intelligenza artificiale generativa per informarsi su questioni politiche complesse. Sebbene le votazioni referendarie presentino una struttura binaria, le decisioni che le sottendono richiedono un livello di riflessione articolato, che potrebbe indurre gli elettori a utilizzare strumenti come ChatGPT nella logica di un’interazione domanda-risposta, al fine di facilitare la propria scelta (Revehilac & Morselli, 2025). Per indagare questo fenomeno, il presente studio adotta una metodologia combinata. Da un lato, verrà somministrato un questionario dinamico volto a comprendere se e in che modo i cittadini facciano uso di ChatGPT per informarsi su eventi politici, con particolare riferimento al referendum. Dall’altro, seguendo la metodologia proposta da Revehilac e Morselli (2025), è stato richiesto a ChatGPT di adottare specifici profili ideologici, al fine di analizzare le differenti modalità con cui si posiziona rispetto al quesito referendario. Tale analisi consente di esaminare la reiterazione di determinati argomenti in funzione della prospettiva ideologica assunta dal modello e di individuare eventuali bias informativi. L’obiettivo principale dello studio è, quindi, di indagare tre aspetti fondamentali: a) in che misura le decisioni di voto simulate da ChatGPT variano in base al profilo ideologico adottato; b) se e quanto sia pervasivo il ruolo di ChatGPT nel processo decisionale referendario degli italiani; nonché c) in che modo l’evoluzione tecnologica delle piattaforme di comunicazione influenzi le strutture dello Stato-nazione contemporaneo. Simulating Grassroots Support: The Role of Coordinated Networks in Pro-Putin Information Operations Università di Urbino, Italia The rise of coordinated online behavior in disseminating content to shape political discourse has become a focal point of academic inquiry. Social media platforms facilitate both authentic political engagement and manipulative strategies to influence public opinion. This interplay is evident during elections and geopolitical crises, where information operations exploit social media affordances to spread deceptive content (Giglietto et al., 2020a; 2020b; 2023). While text-based coordination has been extensively studied, contemporary challenges necessitate a closer focus on visual media—particularly short-form videos and AI-generated imagery, which pose detection difficulties. This study employs the Vera AI Alerts system, developed as part of a European research initiative, to detect coordinated link-sharing activities on Facebook. Using CrowdTangle API data (October 2023–August 2024), 7,068 coordinated posts, 10,681 coordinated links, and 2,126 new accounts were identified. Among the detected networks, three notable cases emerged: exploited large groups sharing sexual content, casino engagement bait, and pro-Putin fan groups. This paper focuses on the latter, investigating key themes emerging from the coordinated sharing of posts and images in these groups. Findings highlight 15 public Facebook groups promoting Russian geopolitical interests. This is the most traditional form of strategic information operation to promote political propaganda, resonating with Chadwick and Stanyer’s (2022) framework of deception driven by political motivations. These groups blend neutral and polarizing content to shape narratives, embedding urban development posts alongside ridicule of Western leaders. Their structural similarities—including naming conventions, identical group descriptions, and synchronized name changes—suggest systematic coordination. Notably, some groups altered names in early 2022, preceding Russia’s invasion of Ukraine, indicating strategic adaptation. Thematic content falls into two categories: (1) posts disparaging Western leaders and Ukraine and (2) content bolstering Putin’s image. A widely circulated meme, posted simultaneously across groups on February 12, 2024, mocks Ukrainian President Zelenskyy, coinciding with battlefield developments. AI-generated images portray Putin in heroic poses, reinforcing his appeal. Nationalist symbols—such as a Russian bear wielding a Kalashnikov rifle—further amplify ideological messaging. The deliberate integration of apparently benign material, such as posts celebrating Moscow’s urban development, alongside more explicitly politically polarising content, such as mocking the Ukrainian President, exemplifies the gaslighting nature of these strategic information operations, fostering confusion and advancing a specific agenda (Jack, 2017). Amplification strategies exploit Facebook’s platform affordances to maximize engagement. Coordinated posting ensures identical content appears in multiple groups within short intervals, creating an illusion of organic popularity and increasing algorithmic prioritization. "WorldRusWorld,” a group managed by Bulgarian and Russian administrators, exemplifies this strategy, posting identical pro-Putin content across ten groups within minutes. Multilingual dissemination extends reach, with content appearing in Russian, English, and Arabic, aligning with broader cross-cultural disinformation tactics. Engagement metrics reveal variations in effectiveness. While some posts attracted minimal interaction, others exceeded 1.1 million views, demonstrating the hybrid nature of these campaigns. Initial coordination relies on a small group of actors, but broader amplification depends on organic user participation, blurring the distinction between orchestrated and authentic engagement. This study contributes to research on political information warfare by examining the mechanisms behind visual content coordination. Findings highlight state-aligned actors simulating grassroots support while exploiting social media affordances. These insights underscore the need for further research into AI-generated content and multimodal disinformation detection in the evolving digital landscape. Quale Pace ? I movimenti pacifisti in Italia tra mobilitazione e comunicazione Luiss Guido Carli, Italia Negli ultimi anni abbiamo osservato molti cambiamenti nell’ambito della contentious politics, che riguardano le modalità di mobilitazione, organizzazione e comunicazione dei movimenti sociali. Tuttavia, la letteratura ha toccato solo in modo limitato il fenomeno dei movimenti che si mobilitano per la pace. L’intervento si basa su un più ampio progetto di ricerca PRIN sul ruolo dei media nell’articolazione dei movimenti pacifisti emersi in Italia negli anni immediatamente successivi alla pandemia di Covid-19, prima relativamente all’invasione russa dell’Ucraina e poi relativamente alla guerra a Gaza. In questa occasione verranno presentati i risultati preliminari di questo progetto, con particolare riferimento ai movimenti che si sono mobilitati nel corso del 2023. La scelta del periodo è utile a far emergere le similarità e le differenze tra le proteste incentrate sulla richiesta della pace in Ucraina e quelle emerse sulla questione di Gaza. Il disegno della ricerca si focalizza sulla triangolazione di due prospettive di analisi sui movimenti di protesta: la mediatizzazione e l’auto-rappresentazione. Da una parte, attraverso tecniche di protest event analysis e di analisi del contenuto, è stata presa in considerazione la copertura dei movimenti da parte della stampa italiana. La protest event analysis sui lanci d’agenzia dell’Ansa ha permesso di rilevare 92 eventi di protesta nel periodo considerato. Attraverso quest’ultima, è stato possibile anche identificare gli attori protagonisti delle mobilitazioni, che sono stati oggetto di un’analisi in profondità in una fase successiva. Dall’altra, attraverso una critical discourse analysis, sono state analizzate le modalità di auto-rappresentazione da parte degli attori protagonisti di questi eventi di protesta, con particolare riferimento a tre dimensioni: a) la definizione dell’identità politica; b) la motivazione per la mobilitazione; c) gli obiettivi politici dichiarati della mobilitazione. Il cosiddetto “doppio standard” che si usa per descrivere (e denigrare) le risposte della governance internazionale rispetto ai due terreni di conflitto viene in questo caso utilizzato come frame interpretativo per leggere i risultati. Nelle rivendicazioni dei movimenti per la pace rispetto alle due questioni, cambiano non solo i significati attribuiti alla parola “pace” ma anche gli attori in campo, i simboli provenienti dall’immaginario sociale e mediatico italiano, le strategie di mobilitazione e di auto-rappresentazione. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 07: Tempo e teoria sociale Luogo, sala: Aula 7 (A1-G) Chair di sessione: Emiliana Mangone |
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“Oltre la fine: ripensare la crisi per una connessione al mondo post-umano” Università degli studi di Cagliari, Italia «Non abbiamo poco tempo, ne perdiamo molto» (Sᴇɴ. 𝐷𝑖𝑎𝑙. X 1) Domanda di ricerca Seneca ammonisce: il tempo è ciò che dà valore alle azioni e alla nostra stessa esistenza. Se è una risorsa mal gestita, abbiamo il dovere di darne un nuovo valore e significato. In un’epoca segnata dal tramonto dell’antropocentrismo, in un sistema globalizzato tecno-capitalista, siamo “diversamente schizoidi” alla deriva dell’accelerazione del tempo “verso il presente continuo” (Ragone, 2015:66). Bisogna infatti considerare la doppia spinta temporale della crisi: verso un rallentamento (lockdown, crolli dei mercati lavorativi ed economici) e verso un’ulteriore accelerazione di strategie emergenziali per contenere i margini di danni che sembrano prevedibili ma inarrestabili. L’intento di questo contributo è di promuovere un dialogo interdisciplinare tra sociologia degli immaginari e filosofia per esplorare come le crisi che caratterizzano la contemporaneità, legate a scenari catastrofici, possano essere lette in chiave positiva: promotrici di pratiche di cura e di nuove relazioni. Dunque, non solo come la fine di un sistema estremizzato in termini economici o produttivi, ma come un processo lento di trasformazione. In particolare, si vuole partire dalla concezione del post-umano di R. Braidotti che propone di ripensare la resilienza come un movimento relazionale, verso il recupero di modalità lente, significative e interconnesse. Quadro metodologico “Non si può dunque partire dall’idea che ci sia un linguaggio della crisi, ma diversi linguaggi” (Corrado, 2023:249). In questo momento storico in cui domina quello del mercato e della tecnologia, bisogna promuovere un’intersezionalità che apra a nuovi immaginari. Il concetto di crisi è una parola alla quale siamo assuefatti e andrebbe sostituto da nuove parole contenitrici di prospettive: come quella di cura, un insieme di pratiche per ripensare la quotidianità dai piccoli gesti. Va preservata perché a sua volta non diventi un’etichetta di dinamiche e sistemi industriali o monetizzanti. Secondo Braidotti, come esseri umani (troppo umani) siamo dominati dalla paura e dal panico dell’estinzione. La sfida centrale posta dalla convergenza post-umana è quella di riposizionare l’umano e ridefinire il soggetto del sapere e del potere, abbandonando il modello unitario, umanistico, eurocentrico che ha dominato per secoli. I soggetti postumani stabiliscono relazioni su tre livelli: con sé stessi, con gli altri e con il mondo. Quest'ultimo livello si intende come un insieme complesso di ecologie, non solo ambientali, ma anche sociali e affettive. Dobbiamo coniugare la razionalità con la capacità di affetto, per questo bisogna ripartire da relazioni che evidenziano la natura sfaccettata e differenziale del “noi” collettivo, inteso come “zoe/geo/tecno”, verso un’apertura multidirezionale. Le fasce diseredate e oppresse della popolazione mondiale non hanno avuto davvero accesso ai benefici delle Rivoluzioni Industriali. Bisogna cercare delle strategie di cambiamento quotidiano, facendo i conti con la nostra realtà e con i sistemi in cui siamo inseriti, attraverso una continua negoziazione di risorse e di tempi. Risultati attesi L’intento di questo lavoro è di ripensare alle dinamiche della contemporaneità. Si vuole proporre una concezione del tempo, liberato dalla mercificazione e dal dominio dell’efficienza neoliberista, per condurre una riflessione attorno alle seguenti domande: quando si parla di crisi e, dunque di fine, si pensa davvero alla globalità del mondo o si tratta del crollo di valori e sistemi dominanti? Come possiamo costruire un’etica della sopravvivenza che non sia solo resilienza, ma anche immaginazione e trasformazione del futuro? L’era della schizofrenia può lasciare spazio ad un’era della cura, che si basa sul mutuo soccorso, lo spazio pubblico, la condivisione di risorse. Va ripensata la nostra percezione del tempo, esplorando modi per riconnetterci. “I soggetti cosmopoliti, letteralmente i cittadini del mondo, sono quelli che hanno a cuore il mondo” (The care Collective, 2021:101). Notes from webground. Il futuro della memoria Università del Salento, Italia In Notes from underground, Fëdor Dostoevskij (1993 [1864]) affronta il nesso costitutivo tra memoria e identità, descrivendo l’identità come uno spazio sommerso e separato da quello della razionalità: un underground, appunto. Quasi un secolo dopo, Michel Foucault conia invece il neologismo eterotopia per indicare, letteralmente, uno spazio altro, una utopia localizzata, un fuori-luogo che trova luogo, ma fuori dai tòpoi, cioè dai luoghi comuni. Le eterotopie vanno intese, insomma, come dei “contro-spazi”, delle “contestazioni mitiche e reali dello spazio in cui viviamo” (Foucault 2011 [1966]: 12-14). A partire dalle suggestioni letterarie di Dostoevskij e filosofiche di Foucault, si intende descrivere il web-ground come una delle più grandi eterotopie contemporanee, uno spazio-altro che si è costituito progressivamente come un under, poi un over e infine come un inside-ground. Il web ha destabilizzato, o addirittura frantumato, le vecchie strutture sociali, producendo una inevitabile crisi della società e dei suoi tradizionali modelli di interpretazione. L’ipotesi è che questa crisi, ancor prima di emergere, sia stata immaginata dai pionieri del web - e non solo - come una trasformazione rivoluzionaria, una utopia (della disintermediazione), una contestazione mitica, rivoluzionaria per la costruzione indipendente delle identità e per la realizzazione di una contro-memoria sociale; una volta realizzato e diffuso capillarmente, il web ha di fatto localizzato quell’iniziale utopia, rendendola una eterotopia: il web si è così costituito come un over-ground, perché ha rimosso le vecchie strutture sociali, sovrastandole; nel tempo però, esso è stato assorbito dalle strutture che intendeva rimuovere, perdendo così la sua stessa natura di spazio-altro e trasformandosi in un inside-ground: la crisi non viene più osservata come una opportunità ma come un pericolo, perché l’iniziale utopia della disintermediazione sembra essere diventata – almeno per molti – una distopia della ipermediazione, che sta modificando drasticamente le modalità di costruzione della memoria e riducendo gli spazi di autonomia delle identità. Sebbene le utopie tecnologiche non siano affatto sparite e anzi sembrano aver raggiunto i palcoscenici a stelle e strisce del cuore dell’Occidente, la società sembra sempre più disorientata e in crisi. Le memorie del futuro (Jedlowski 2017) dei pionieri del web sembrano dissolte di fronte a nuove questioni sociali, come quella del del futuro della memoria e delle identità. Algoritmi e big data, infatti, rappresentano un potere in grado di archiviare e processare una copia digitale del mondo e così di costruire una memoria artificiale. La progressiva espansione di una memoria sistemica può però favorire la atrofizzazione della memoria umana. Il webground diventerebbe così la macchina antropogenica (Jesi 1979) degli individui iper-moderni, perché capace di avviare nuovi processi di soggettivazione che conducono a un uomo nuovo, perché semplificato (Besnier 2009). Tra l’hybris utopica che le tecnologie rendano l’uomo un dio-protesi (Freud 2010 [1930]) e il catastrofismo distopico di un uomo-cyborg con una memoria e una identità atrofizzate, credo si possa aprire la possibilità di una eterotopia sociologica: lo spazio-altro di un pensiero critico, posizionato sul confine, né utopico, né distopico, ma aperto alla complessità e ai paradossi di un futuro che è già cominciato (Luhmann 1998). Elogio dei tempi grigi.Sulla cromatica postmoderna dell’accelerazione sociale 1: Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali (SPGI), Università degli Studi di Padova.; 2: Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Alma Mater Studiorum, Università di Bologna. " (il grigio) più diventa scuro, più accentua la sua desolazione e dà un senso di soffocamento, se diventa più chiaro comincia a racchiudere una segreta speranza. Il contributo riprende ed elabora il lavoro seminale Thomas Hylland Eriksen (1962-2024, d’ora in poi THE) che ha avuto la capacità di leggere la contemporaneità attraversando i confini dell’antropologia e della sociologia. THE non si concentra tanto sulla nuova struttura sociale che genera incandescenza del sociale (Eriksen e Visentin 2019), ma sulla presenza simultanea e sbilanciata di scale, tempi, dimensioni diverse e asimmetriche che si intrecciano nella società dell’“accelerazione accelerata” (Eriksen 2015). Presentiamo quindi una riflessione sulla presenza simultanea e squilibrata di processi contraddittori, fuori controllo e double binded (Eriksen 2015) quali: crescita e decrescita; globalizzazione e localizzazione; razionalizzazione e irrazionalità; ricerca e abbandono dell’identità; standardizzazione e personalizzazione; prevedibilità e imprevedibilità; e così via, tutti letti mediante il “filtro” della duplice fenomenologia del tempo che caratterizza la contemporaneità: accelerazione e la decelerazione, sincronizzazione e de-sincronizzazione (e talvolta, l’impasse). Questi processi si manifestano a diversi livelli – dal micro al macro-sociale – e sono strettamente legati all’idea di un mondo o troppo veloce (incandescente, che prende “fuoco”: in una parola “rosso”, iperattivo) o troppo lento (rallentato, incapace di adattarsi agli eventi: in una parola un tempo “grigio”, iperpassivo). Entrambi i mondi creano una sensazione paradossale in cui il soggetto è spinto verso agency contrapposte (Eriksen 2001): fra il dover stare al passo con i tempi, agendo in emergenza e la sensazione di rimanere sempre fermi, nel presente, nella tirannia dell’istante e di un futuro che non riesce mai ad iniziare veramente, con conseguenti sindromi da “depressione e ansia” (Ehrenberg 1999). Molte riflessioni hanno provato a contrapporre a questi processi fuori controllo, una strategia di rallentamento intenzionale (es. la contro-retorica dello slow). Questa strategia è estremamente difficile da attuare, e sembra piuttosto offrire solo la possibilità, per attori sociali che se lo possono permettere, di vivere con una maggiore consapevolezza il tempo accelerato (Eriksen Visentin 2024, 103). THE specifica che la “decelerazione/lentezza”, necessiterebbe di condizioni sociali estremamente improbabili e da aspettative condivise che andrebbero istituzionalizzate nei diversi sottosistemi sociali. Dopo aver presentato fenomenologie di queste temporalità, introduciamo un secondo filone di analisi, quello della “cromatica postmoderna” elaborato da Peter Sloterdijk (2023, d’ora in poi S.). S. descrive un mondo postmoderno in cui il cambiamento costante e la frammentazione culturale generano un senso di spaesamento. Come THE vede l’accelerazione come una condizione di destabilizzazione continua, che erode le certezze, nonchè le identità. Ma, S. contrappone al colore “rosso” dell’accelerazione, non il “verde” tipicamente associato a un’idea di equilibrio e tranquillità, bensì il “grigio” storicamente associato alla mediocrità, alla tristezza, ma anche alla prudenza. S. elogia il grigio come forma di passività vincente dentro all’accelerazione sociale. A differenza di Eriksen che nelle sue opere finali, invita ad apprendere come equilibrare l’alternanza fra accelerazione (overheating, “rosso”) e raffreddamento (cooling down, “bianco”), fra fast e slow time, per trovare un punto di equilibrio, S. invita a pensare il grigio come all’effetto emergente tra il rosso – di un agire capace di vera trasformazione sociale – e il verde della speranza che sa attendere i tempi adatti per farlo. Non tanto quindi un equilibro personale, che lascerebbe agli individui tutto lo sforzo di crearselo e proporlo in contesti sociali che non si aspettano nulla di ciò – trasformandosi solo in uno stile di vita per l’élite di chi ha le risorse per permetterselo – quanto una prospettiva collettiva che sappia stimolare una temporalità diversa dentro ai diversi sottosistemi sociali. L’emergenza come risorsa educativa ovvero sul divenire come dover essere Università di Pisa, Italia Esplorando l’ambivalenza insita nel concetto di “emergenza”, che da un lato indica una situazione critica caratterizzata da urgenza, discontinuità e una rottura della stabilità esistenziale (emergency) e dall’altro, rimanda alla generazione di qualcosa di nuovo, irriducibile agli elementi preesistenti (emergence), il contributo analizza criticamente l’emergere di prospettive che guardano all’emergenza come “risorsa educativa”. Una chiave interpretativa che si colloca nell’ambito della “svolta neo-esistenzialista” nelle teorie educative, in cui la tendenza delle società attuali all’esistenzializzazione del sociale si fa paradigma d’azione. Un paradigma che delinea una pedagogia delle forme discontinue in cui il riconoscimento della crisi/emergenza come una “rottura esistenziale” (Biesta 2015) fonda l’esigenza di ripensare radicalmente obiettivi e pratiche pedagogiche orientandole a fare dell’esperienza educativa un percorso volto a trasformare l’emergency in emergence, ossia in un’occasione di crescita e ridefinizione del sé. L’educazione, in questa prospettiva, non è un semplice trasferimento di conoscenze, ma il processo attraverso il quale gli individui imparano a rimanere nella zona liminale della crisi (Oliverio 2020), gestendo le implicazioni emotive dell’emergency senza cadere nella distruzione del sociale o nell’auto-distruzione. La relazione proporrà un approfondimento volto ad identificare le implicazioni di questo mutato paradigma che, in linea con più ampie trasformazioni societarie, pone al centro l’individuo e la sua soggettività spostando le istanze dell’educazione dal polo della socializzazione, concepita come trasmissione di conoscenze e saperi, a quello della soggettivazione, declinata come “sviluppo” autonomo del “soggetto”. E se all’interno di questa cornice la scuola torna ad assumere un ruolo centrale per la costruzione di un soggetto tardo moderno, capace di performare, nella vita politica, culturale ed economica, un’identità inclusiva, critica e aperta capace di costruire un nuovo e autentico progetto democratico; si deve considerare attentamente come questa capacità performativa si fondi su una precisa pedagogia non più proiettata al futuro (secondo un progetto incrementale di acquisizione di nozioni, conoscenze e competenze) ma radicata nel presente, nel qui ed ora dell’esistenza individuale del soggetto in formazione, quale attuale e concreta esperienza di cittadinanza (Lawy, Biesta, 2006). Il recupero della tradizione azionista francese, da Touraine a Dubet fino a Martuccelli, e i più recenti sviluppi della tradizione tedesca, da Simmel a Reckwitz attraverso la scuola francofortese, consentirà di tematizzare in chiave sociologica l’emergere dell’esistenza individuale come misura del sociale, per problematizzare la centralità che, nell’epoca contemporanea, assumono i turning points, le milestones esistenziali o le “prove-sfide” che costruiscono, scandiscono e danno senso alle esistenze individuali (Martuccelli, 2017; Baert et al., 2022; Inglis, 2022; Flisbäck, Bengtsson, 2024) delineando, al contempo, la trama delle società tardo moderne. Il convergere delle due tradizioni attorno all’emergere del singolare come logica sociale emergente verrà utilizzato – dopo aver evidenziato le differenze tra singolarismo (Martuccelli) e singolarizzazione (Reckwiz) – per leggere la concezione del soggetto e della soggettività così come delineata dalle teorie educative, assumendo una specifica torsione performativa che va a ridefinire profondamente le pratiche scolastiche e la stessa relazione pedagogica. L’emergente logica del singolare, intesa come processo attraverso cui l’individuo costruisce la propria unicità all’interno di una società sempre più frammentata, rappresenta, in sintesi, la cornice culturale e teorica all’interno della quale la torsione esistenzialista-performativa delle più recenti teorie educative vengono ad essere problematizzati come una focalizzazione sul divenire che delinea un dover essere (in termini di singolarità performate), sollevando interrogativi sulla possibilità che alimentino percorsi individuali capaci di resistere alle logiche neoliberiste o al rischio di isolamento o precarietà. Cronotopi del contemporaneo. Tempo dell’apocalisse, del disconoscimento, dell’eccezione. Università Milano-Bicocca, Italia Il contributo si propone di interrogare alcuni fra i cronotopi che caratterizzano il multiverso temporale dell’attualità (Boltanski, Esquerre). Al centro dell’analisi si colloca la specifica costruzione sociale del regime di temporalità (Elias 1983) sottesa a una certa tipologia di narrazioni rubricate sotto la voce “complottismo”. L’ipotesi è quella dell’adesione a un cronotopo incentrato sull’Apocalisse, intesa non tanto in termini escatologici o catastrofici quanto nel suo significato originario di momento di “rivelazione” e “svelamento”. Si tratta di una temporalità orientata a una cesura fra un tempo della menzogna e un tempo del disoccultamento in cui la “verità”, tenuta in ostaggio da potenti meccanismi di manipolazione, emergerebbe nella sua integralità conducendo alla restaurazione di un ordine perduto o all’adeguamento fra piano delle rappresentazioni e piano della realtà. Ad aderire a un simile schema sono non solo le componenti del milieu “cospirazionista” più immediatamente partecipi di una dimensione religiosa (dal sionismo cristiano di matrice evangelica al tradizionalismo cattolico) ma anche quelle più “secolarizzate” o sincretiche fino a giungere agli ambienti culturali maggiormente orientati in senso Dark Enlightment o transumanista. Per analizzare il cronotopo del “complottismo ci si rivolgerà da una parte alla letteratura critica che negli ultimi decenni si è raccolta intorno al tema della conspiracy theory, con particolare riferimento a fenomeni tipo QAnon o il “Great Replacement (Butter, Knight 2020; Uscinski 2018; Harambam 2021; Navarini 2025), sia a un’analisi empirica condotta su materiali legati agli outlet informativi più influenti dell’ecosistema “complottista” italiano (BioBlu, Cruna dell’ago ecc.). In termini di comparazione, l’analisi si estenderà a due ulteriori cronotopi che segnano altri tentativi di comprensione dello scenario di policrisi della contemporanità. Da una parte ci si soffermerà sul tempo “immobilizzato” di quello che Alenka Zupancic definisce come il rovescio dialettico e funzionale del complottismo, ossia il “disconoscimento” (Zupancic 2024), dall’altra sul tempo “sospeso” delle narrazioni sullo “stato di eccezione” come chiave di interpretazione di un presente collocato all’insegna della deroga (Guareschi, Rahola 2011). Dal punto di vista metodologico, si farà riferimento in primo luogo al concetto di “cronotopi” di Michail Bachtin (Bachtin 2001), trasferendolo dall’ambito letterario a quello della sociologia culturale e dell’analisi del discorso. Altri riferimenti fondamentali sono costituiti dalle ricerche di Norbert Elias sulle strutture sociali della temporalità (Elias 1983), di Johannes Fabian sul tempo e la scrittura antropologica (Fabian 2021), di Jacques Le Goff sulla coesistenza/alternanza di orientamenti temporali nel corso della storia (Le Goff 2000), di Eric Alliez sulla strutturazione delle “conduites des temps” (Alliez 1991-1999). |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 08: Ageing e relazioni intergenerazionali Luogo, sala: Aula 11 (A0-B) Chair di sessione: Elisabetta Carrà |
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Tempi e Pratiche di cura tra le generazioni e supporto sociale: uno studio qualitativo con caregiver giovani -adulti nel contesto italiano Università Cattolica di Milano, Italia La letteratura sul caregiving e sul supporto sociale sottolinea il ruolo critico delle reti sociali nel benessere dei caregiver. Il caregiving, in particolare per le persone con malattie croniche, disabilità e non autosufficienti, può essere un'esperienza estremamente impegnativa e impattare negativamente sulle reti sociali del caregiver, soprattutto se si tratta di un giovane. Gli studi evidenziano che il supporto sociale percepito può influenzare in modo significativo la salute mentale e la qualità di vita complessiva dei caregiver. Le dinamiche del sostegno sociale sono complesse e possono variare in modo significativo a seconda della fase della vita del caregiver e del suo coinvolgimento nella cura della persona che assiste. Questo compito spesso coinvolge giovani e adulti: i caregiver giovani-adulti (Young Adult Carers) sono persone tra i 18 e i 24 anni che prestano cure e assistenza a un altro membro della famiglia gratuitamente e in modo continuativo (Bramanti, Bosoni 2023). La persona bisognosa di assistenza è spesso un genitore, un fratello, un nonno o un altro parente disabile, affetto da una malattia cronica, da un problema di salute mentale o da un'altra condizione legata alla necessità di cure, supporto o supervisione. Questo comporta dei rischi rispetto alla transizione alla vita adulta poiché i caregiver sperimentando una forte ambivalenza tra organizzare la propria vita in modo autonomo (costruzione di una propria famiglia, investimento sul lavoro…) e il mantenimento della responsabilità di cura (Dearden, Becker 2004; Warren 2007; Casu et al. 2021). Un ruolo decisivo nella buona riuscita della transizione alla vita adulta è giocato dalle reti di supporto formali e informali, disponibili per i giovani carers. Il presente contributo discute i risultati di uno studio sul supporto ricevuto dai giovani carers, attraverso interviste diadiche condotte nel 2024 ad un campione di 10 caregiver di età compresa tra 18 e 37 anni, che in modo differente si prendono cura di un familiare (un figlio piccolo, un fratello/sorella, un genitore, un nonno/a). La metodologia utilizzata (interviste diadiche in cui viene coinvolto il caregiver e una persona da cui riceve aiuto da lui indicata) ha consentito di evidenziare le dinamiche relazionali dello scambio e del supporto sociale. In generale viene sottolineata la necessità di un maggior riconoscimento del ruolo del caregiver, in primis, ed anche un maggior supporto dalla rete formale dei servizi e dalle istituzioni, per consentire ai giovani che si trovano a vivere questa esperienza di alleggerire i loro compiti permettendogli di concentrarsi su sé stessi e sulle proprie aspirazioni. Rilevanti sono le ricadute sulla salute mentale e il benessere: essere un giovane caregiver è un fattore di rischio per la salute mentale e, in generale, per il benessere delle persone. Celebrity e Nostalgia nel pubblico senior. Primi risultati di una analisi field 1: Università di Bologna, Italia; 2: Università di Salerno, Italia La (ri)scoperta della terza età a livello mediale, fortemente connessa al mutamento sociale contemporaneo, chiama in causa una riflessione sui discorsi e i prodotti dedicati al tema che vanno dai programmi di approfondimento, alle questioni politiche, fino allo spettacolo e allo sport. Protagonisti di questi momenti di visibilità sono soprattutto le celebrità anziane che sempre di più si configurano come indici e catalizzatori di tendenze, ma anche come motori o creatori di contro-tendenze, con effetti rilevanti a livello collettivo. Obiettivo del nostro intervento è quello di presentare i primi dati della ricerca ****, focalizzata sulla celebrità sia in quanto dispositivo socio-culturale, sia come possibile elemento valorizzatore dell’esperienza di fruizione nel pubblico senior. Le domande che hanno guidato la nostra ricerca possono essere così sintetizzate: in che modo la presenza di “vecchie” celebrità favorisce la ricontestualizzazione dei prodotti mediali da parte degli spettatori più anziani? In quali forme e attraverso quali processi questi prodotti - e i relativi significati - vengono riadattati al presente (Mason, 1996)? Quanto la nostalgia associata alla fruizione dei prodotti mediali funziona da meccanismo di attivazione di una visione del futuro (Smith e Campbell, 2017)? La tensione a recuperare e rivivere nostalgicamente il proprio passato può alimentare percorsi di auto-formazione mediale per riuscire ad utilizzare in modo pieno e consapevole dispositivi e ambienti digitali, per accedere a materiali audiovisivi e per condividerli e socializzarli? La nostalgia per un passato che, tuttavia, resta “a portata di clic”, può favorire la condivisione intergenerazionale delle proprie passioni, conoscenze e miti (Bolin, 2016; Baxter, 2016; Wildschut et al., 2018)? Attraverso una serie di focus group con persone di più di 65 anni, svolti a Bologna e Salerno, il nostro obiettivo è stato quello di intercettare che tipo di ricordi, meccanismi, processi vengono attivati dalle celebrità del passato sul pubblico senior. Il quadro metodologico è stato progettato in funzione della capacità dei focus group di restituire una notevole quantità di informazioni rispetto alle forme di conservazione e rielaborazione della memoria collettiva (Coupland, 2015; Obradović, 2016). Se è vero, infatti, che la nostalgia apre “uno spazio di negoziazione tra memoria personale e collettiva” (Fortunati, 2008), attraverso i focus group abbiamo cercato di mettere a fuoco in che misura questo sentimento possa essere considerato di natura sociale, richiamando un passato comune e un’attenzione al presente che tenga conto di quel passato (Espinoza et al. 2014). Attraverso l’analisi dei dati empirici è possibile affrontare le dimensioni ambivalenti della nostalgia: da un lato, si evidenziano i processi e le dinamiche socio-culturali che trasformano il passato in una fonte di valore per il presente e il futuro (“nostalgia per un futuro a sua volta perduto: ciò a cui quel passato aveva teso” (Jedlowski, 2017; Laks 2021, Niemeyer e Siebert, 2023); dall’altro, c’è sempre il rischio che la rievocazione del passato possa generare bolle nostalgiche, in cui il pubblico più anziano si sente protetto e a suo agio (comfort zone), ma che lo rendono più chiuso verso il presente e il futuro (Zannoni, 2023). Continuità e fratture: growing older together Università del Molise, Italia «Il tempo è la sostanza di cui un sé umano è costruito» (Luckmann 1983). Il contributo che si intende presentare si pone l’obiettivo di documentare da una parte la validità di questo assunto (quello cioè del legame strutturale tra tempo/tempi e costruzione dell’identità), e, dall’altra parte, le condizioni nuove in cui questo processo deve essere attentamente gestito dal soggetto in “tempi moderni”. Uno dei problemi fondamentali, in questo quadro di ricerca, è certamente la questione della “continuità”, fattore essenziale per una definizione stessa di identità: occorre poter far affidamento su un nesso, anche minimo, tra le circostanze presenti e passate, sul fatto che tale nesso sia destinato a una certa durata, sulla fiducia che esista un ordine che assicura una stretta somiglianza tra le cose come sono ora e come erano solite essere in passato (Giddens 1979). Questo ordine è variabile in quanto esito di processi culturali che danno forma e nutrimento alle idee del passato e del futuro (Appadurai 2004). Nella modernità il rapporto tra il passato il futuro si è palesemente trasformato (Koselleck 1979): un passato più lontano, così come un futuro più lontano, diventano per noi oggi “irrilevanti” per lasciare spazio a una forma peculiare di “accelerazione” che caratterizza i tempi moderni. Da questa trasformazione degli stili temporali collettivi prende forma la “cultura dell'immediatezza”: mode, stili di vita, cicli di produzione, lavoro, relazioni matrimoniali e partner sessuali, convinzioni politiche e religiose diventano sempre più contingenti e instabili (Rosa e Scheuerman 2009). Comincia così ad affermarsi la sorprendente idea che possa esistere una strategia razionale e persino sicura per preferire l’insicuro al sicuro (Luhmann 1976). Il tempo cambia la sua definizione metaforica: non è più un fiume, ma un insieme di pozzanghere e piscine (Bauman 1999). Conseguentemente, la biografia come dimensione unitaria cede il passo a una narrazione per frammenti: la grande impresa identitaria non è più quella di scoprire o inventare un’identità, ma evitare che questa “si appiccichi”. Due fenomeni legati alle nuove prassi narrative e comunicative possono dare spunti riflessivi sugli sviluppi attuali di questi mutamenti, in merito alla dimensione della “continuità” nei processi identitari . Sulla piattaforma Tik Tok si sta diffondendo a macchia d’olio la prassi del cosiddetto Reality Shifting, un passaggio della coscienza dalla “realtà corrente” alla “realtà desiderata” (opportunità che, secondo molti osservatori, esploderà nel Metaverso): si tratta, al fondo, di una forma di evasione durante la quale il soggetto che la pratica si astrae dalla realtà per catapultarsi in un mondo immaginifico, plasmato sui propri desideri e le proprie fantasie, rendendo “disponibile” la dimensione temporale. Il secondo fenomeno è quello altrettanto diffuso su tutti i social network, particolarmente quelli frequentati dai più giovani: il ghosting è la pratica attraverso la quale, nonostante i vari modi di connetterci l’uno all’altro, diventa più facile sparire, non rispondere più, soprattutto nelle relazioni “calde”. Identità cancellabili. Una riflessione finale su questo stato di cose ci suggerisce di riconsiderare una intuizione diametralmente opposta: Alfred Schütz (1951) analizzando una particolare esperienza temporale (quella legata alla performance musicale), aveva individuato in essa particolari forme di rapporti sociali “which necessarily precede” ogni tipo di comunicazione. In quell’esperienza, esecutore e ascoltatore sono “sintonizzati” l'uno con l'altro, vivono insieme attraverso lo stesso flusso: con una sola espressione, “they are growing older together”. Questo “invecchiare insieme”, questa “mutual tuning-in relationship” coincide con la relazione sociale precomunicativa sulla quale è fondata ogni comunicazione: «It is precisely this mutual tuning-in relationship by which the “I” and the “Thou” are experienced by both participants as a “We”», attraverso la semplice “condivisione del tempo”. Divario digitale e alfabetizzazione sanitaria negli anziani: strategie di mediazione intergenerazionale Univesità degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Italia La presente proposta si inserisce nel progetto PRIN PNRR 2022 Ageing, Health Literacy and Digital Skills Through the Pandemics, condotto dall’Università degli Studi di Cassino e dall’Università di Verona. Questa ricerca indaga la relazione tra il divario digitale, inteso come disuguaglianza nell’accesso e nell’uso delle tecnologie digitali (Van Dijk, 2020), e le tensioni temporali che caratterizzano la società contemporanea. In particolare, si analizza come la trasformazione digitale determini le dinamiche di inclusione ed esclusione, con un focus specifico sulle fasce di popolazione più vulnerabili. La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente esacerbato tali disuguaglianze (Esposito, 2022), accelerando un processo di digitalizzazione che ha contribuito a rafforzare le barriere di accesso, accentuando la discrepanza tra il ritmo dell’innovazione tecnologica e le capacità di adattamento della popolazione anziana. In questo quadro, il tempo si configura come una variabile analitica centrale per la comprensione delle dinamiche di esclusione digitale e della crescente vulnerabilità sociale. In particolare, si intende indagare in che modo il divario digitale in ambito sanitario possa rappresentare un’espressione di marginalizzazione temporale determinata dall’accelerazione sociale (Rosa, 2013; 2019), dai processi digitali e dall’urgenza nell’accesso ai servizi sanitari online. Tale fenomeno risulta ulteriormente aggravato dalla carenza di percorsi di apprendimento adeguati alle esigenze della popolazione anziana, contribuendo ad amplificare le disuguaglianze nell’uso delle tecnologie e nell’accesso alle risorse sanitarie digitali. In dettaglio, l’analisi si articola intorno a due interrogativi:
La presente proposta si basa su una prima analisi qualitativa condotta attraverso 20 interviste a testimoni privilegiati in due regioni italiane (Lazio e Veneto), coinvolgendo operatori sanitari, assistenti sociali e formatori digitali. I risultati evidenziano due principali frame concettuali:
L’analisi delle interviste evidenzia come la principale barriera all’inclusione digitale non risieda unicamente nell’accesso alle tecnologie, ma anche nel tempo necessario per apprenderle che diventa un elemento di disallineamento sociale rispetto alle scadenze istituzionali e alle urgenze sanitarie, accentuando le difficoltà della popolazione anziana. La continua evoluzione delle piattaforme digitali in ambito sanitario, unita alla necessità di aggiornamenti costanti, contribuisce a generare insicurezza, ansia e quel senso di alienazione poco funzionale al processo di adattamento alle innovazioni tecnologiche. In risposta a questa accelerazione, la formazione intergenerazionale emerge come una strategia efficace per mitigare il disallineamento. L’apprendimento mediato da giovani formatori non solo contribuisce alla riduzione delle disuguaglianze digitali (Marmot, 2006), ma si configura anche come un modello di accompagnamento che consente agli anziani di acquisire competenze digitali in modo più sostenibile e rassicurante. In questa prospettiva, la ricerca propone un cambio di paradigma: il tempo non deve funzionare da vincolo, ma come una risorsa educativa essenziale. La rapidità delle trasformazioni tecnologiche e l’urgenza di accesso ai servizi digitali generano nuove forme di esclusione, rendendo imprescindibile l’adozione di modelli di inclusione funzionali ai tempi di apprendimento delle fasce più vulnerabili della popolazione. I risultati della ricerca evidenziano la necessità di politiche pubbliche mirate a promuovere un’alfabetizzazione digitale sostenibile (Esposito E. et al., 2021), prevenendo così la trasformazione del divario digitale in una frattura strutturale. Ciò risulta cruciale per garantire un accesso equo e inclusivo ai servizi sanitari pubblici, riducendo le disuguaglianze e favorendo l’autonomia digitale della popolazione anziana. Inattivi o iperconnessi? Superare l'ageismo digitale durante e dopo l’emergenza Covid-19 Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia Il concetto di “active ageing” (invecchiamento attivo) è emerso nel discorso pubblico come una strategia valida per affrontare le sfide socio-economiche poste dall'invecchiamento della popolazione, incoraggiando una visione della vecchiaia come un periodo che può/deve essere ancora produttivo e attivo. Tuttavia, come hanno notato diversi studiosi (Cappellato - Mercuri, 2023), i discorsi istituzionali spesso promuovono un modello liberista di "invecchiamento di successo," dove la responsabilità individuale degli anziani nel "dover essere attivi" è celebrata con poca considerazione per i fattori contestuali (Colombo, 2017) ed è sintomo del tentativo di scaricare sugli anziani le difficoltà del welfare nel garantire a tutti i servizi essenziali: a fronte di una rischiosa crescita della spesa pubblica e di arretramento dello Stato, emerge la necessità di avere anziani sempre più produttivi (e sani) e che badino in primis individualmente al proprio benessere. L'invecchiamento attivo è una narrazione culturale che prescrive anche come gli anziani dovrebbero usare le tecnologie della comunicazione e i servizi pubblici digitali (Bonifacio, 2021). A partire dalle premesse delle ricerche sul divario digitale, che sostengono che una maggiore alfabetizzazione digitale dovrebbe migliorare il benessere e l'inclusione sociale degli anziani (Ragnedda, 2018), un numero crescente di studi empirici ha esaminato l'adozione delle tecnologie digitali come strumento per promuovere il buon invecchiamento. Il modello normativo dell'invecchiamento attivo e dell'uso della tecnologia tra le persone anziane ha favorito la diffusione di una serie di discorsi che hanno visto gli "anziani non digitalizzati" come una categoria "per sé" svantaggiata e, possibilmente, da superare. Infatti, se le tecnologie digitali aiutano a mitigare alcuni problemi legati all'età, le persone anziane non tecnologizzate rischierebbero di perdere queste opportunità (Sagong - Yoon, 2022). L'emergenza Covid-19 ha moltiplicato la pressione sugli anziani per l'uso dei media e dei servizi digitali, con un brusco cambiamento nel discorso pubblico nel nostro Paese: gli anziani sono passati rapidamente dall'essere “strutturalmente” inadatti a usare le tecnologie all'essere costretti a usarle per dimostrare di essere ancora attivi e connessi nonostante le restrizioni dovute alla pandemia. La nostra ricerca qualitativa longitudinale (2020-2024), condotta intervistando un panel di 40 anziani italiani, cerca di ricostruire le strategie adottate dagli anziani per sfidare gli stereotipi che collegano l'uso/non uso delle tecnologie digitali ai processi di invecchiamento. In particolare, la ricerca porta alla luce il tentativo degli anziani di trovare una propria “strada” nell'uso delle ICT, che superi sia gli stereotipi ageistici di anziani naturalmente lontani dal mondo digitale, sia gli stereotipi di anziani che per rimanere attivi, affrontare l'emergenza Covid-19, vivere a pieno la propria vita hanno bisogno di essere iperconnessi. Nonostante la generale spinta all’inclusione digitale degli individui anziani, la ricerca mostra una interessante capacità di resistenza della popolazione anziana, in grado spesso di scegliere tempi e modi di utilizzo delle ICT, nonostante la pressione alla digitalizzazione. Le forme di disconnessione volontaria, negoziazione, rifiuto da parte della popolazione anziana all’utilizzo di tecnologie digitali hanno reso le traiettorie di utilizzo delle ICT da parte degli over 65 spesso sorprendenti e non scontate. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 09: Culture digitali Luogo, sala: Aula 12 (A1-B) Chair di sessione: Tiziana Terranova |
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Piattaformizzazione della camorra su TikTok Università degli studi di Napoli Federico II, Italia La diffusione delle piattaforme di social media ha permesso alle organizzazioni criminali italiane di partecipare attivamente alla costruzione degli immaginari criminali, affiancandosi a giornalisti, scrittori e sceneggiatori che per oltre un secolo ne hanno modellato la rappresentazione (Ravveduto, 2024). Se le piattaforme di prima generazione, come Facebook e Instagram, hanno offerto un primo spazio di auto-rappresentazione, è attraverso le logiche algoritmiche delle piattaforme di seconda generazione come TikTok (Gerbaudo, 2024) che la cultura criminale sembra trovare una nuova forma di legittimazione nella sfera pubblica digitale. Questo studio analizza le modalità di piattaformizzazione della cultura criminale su TikTok, interrogandosi sia su come le affordances della piattaforma influenzino la costruzione dell’immaginario criminale attraverso la codifica e decodifica dei significati culturali vernacolari (Burgess, 2006), sia su come gli obiettivi di comunicazione definiscono la relazione tra le pratiche di utilizzo e le logiche memetiche della piattaforma. Per rispondere a questi interrogativi, è stato condotto un caso di studio sui clan di camorra attivi nella città e nella provincia di Napoli, attraverso un’etnografia digitale focalizzata su 20 account TikTok riconducibili a membri delle organizzazioni criminali. Gli account sono stati selezionati mediante due strategie complementari: un campionamento opportunistico in collaborazione con un key-informant e l’adozione dell’approccio metodologico ‘follow the user’ (Caliandro, 2024). I risultati preliminari evidenziano come la piattaformizzazione della cultura criminale camorristica su TikTok si articola lungo tre dimensioni principali. La prima riguarda la reputazione e il consenso sociale che si strutturano attraverso pratiche di produzione culturale e performance pubbliche della violenza e di consumo vistoso. La seconda dimensione è quella economica. Le donne delle organizzazioni promuovono la creazione di circuiti economici dal basso (sia legali che illegali) attraverso strategie di social commerce monetizzando il proprio capitale simbolico criminale. Infine, le affordances, l’effemerità della viralità, la geolocalizzazione e la modularità dei contenuti sembrano favorire la diffusione e il consolidamento di simboli e narrative camorristiche attraverso memetic publics (Zulli & Zulli, 2022). Questi risultati suggeriscono che TikTok non è solo un canale di rappresentazione della criminalità organizzata, ma un vero e proprio spazio di intermediazione economico, in cui la cultura camorristica assume la forma di un meta-brand digitale: un ecosistema di significati e pratiche sociali negoziate tra utenti, algoritmi e affordances della piattaforma. Inoltre, l’uso strategico delle grammatiche digitali rivela come la camorra su TikTok sviluppa sofisticate strategie di adattamento per sfuggire al controllo sociale e algoritmico, ridefinendo continuamente la propria presenza sulla piattaforma. Rifiuta, pretendi, memifica: nuove significazioni del lavoro nei meme su Instagram Università degli Studi di Milano, Italia Le trasformazioni strutturali che si sono verificate alla fine dello scorso secolo hanno alterato in maniera inequivocabile il sistema economico e quello lavorativo, rendendo la precarietà una caratteristica fondante delle esperienze professionali.. Ne deriva una condizione di precarietà non solo lavorativa, ma anche sociale ed esistenziale, che vede riconfigurata non solo la cultura del lavoro ma anche la percezione del futuro personale. (Standing, 2011; Neilson, 2015; Berry e McDaniel, 2020; Worth, 2019) Le aspettative di successo individuale, radicate nel discorso neoliberale, generano spesso un senso di inadeguatezza, ansia e frustrazione (Hoge et al., 2017; Achdut e Refaeli, 2020) che porta le persone ad accettare lavori non retribuiti come investimento per future opportunità occupazionali , contribuendo a normalizzare lo sfruttamento e la svalutazione delle competenze. (Mackenzie e McKinlay, 2021) (). Di tutta risposta, le generazioni più giovani mostrano un crescente sentimento di rifiuto verso il lavoro, sempre più percepito come una costruzione sociale del neoliberismo (Weeks, 2011; Frayne, 2015; Graeber, 2019; Coin, 2023), intrisa di dinamiche patriarcali (Anzaldúa, 1987) e che andrebbe respinta (Berardi, 2016). Fenomeni come la great resignation e il quiet quitting emergono come risposte al disincanto verso il lavoro salariato e le promesse capitalistiche, spesso radicalizzandosi in visioni post-capitaliste che auspicano la piena automazione e il reddito di base universale (Srnicek e Williams, 2015). Con queste premesse, questo studio mira a indagare le percezioni del lavoro in Italia attraverso un’analisi quantitativa e qualitativa di un corpus di meme a tema lavoro. La ricerca esplora due domande principali: come si distribuiscono le rappresentazioni del lavoro nei meme? e in che modo l’estetica visiva si intreccia con i temi trattati? L’obiettivo è evidenziare come i meme, attraverso umorismo e ironia, contribuiscono alla costruzione collettiva di significati sul lavoro contemporaneo. Per rispondere a queste domande, abbiamo condotto un’etnografia digitale su Instagram per individuare pagine o utenti che fossero affini al nostro oggetto di studio, identificandone un totale di 26 da cui abbiamo raccolto un totale di 3500 post. Utilizzando il pacchetto Instaloader abbiamo ottenuto un dataset di circa 10000 immagini. L’analisi visuale dei meme è stata condotta tramite Pixplot (Duhaime, 2021), un tool in grado di creare una “mappa visiva” del dataset raggruppando le immagini in cluster visivamente simili. La visualizzazione ottenuta è stata la base per un’analisi delle immagini in gruppo (si veda Rogers, 2021) per individuare pattern visivi, cluster tematici, e estetiche dominanti. L’analisi preliminare evidenzia l’emergere di diversi cluster tematici, tra cui spiccano quelli legati all’automazione, a precarietà, rifiuto del lavoro, critiche verso aziende e capitalismo. Dal punto di vista visivo, si osserva una predominanza di immagini con estetica low-effort, caratterizzati da semplicità e immediatezza comunicativa. Nel complesso, emerge una narrazione ironica e profondamente critica del lavoro, che non si limita a descrivere le dinamiche occupazionali, ma sfida esplicitamente il discorso dominante mettendo in discussione la retorica produttivista. Attraverso ironia e cinismo, si smascherano le contraddizioni insite nelle narrazioni mainstream sul lavoro, rivelando come spesso esse nascondano alienazione, sfruttamento e precarietà sotto la patina del merito, della realizzazione personale e della flessibilità. In questo contesto, l’ironia diventa uno strumento di resistenza simbolica, capace di smontare le logiche di colpevolizzazione individuale che spesso accompagnano il fallimento nel raggiungimento di parametri imposti dal mercato del lavoro. In questa prospettiva, la narrazione ironica e critica non è solo un riflesso del malessere contemporaneo, ma anche un invito a immaginare forme diverse e più o meno utopiche di organizzazione sociale ed economica: modalità lavorative più eque, sostenibili e rispettose delle esigenze umane. TikTok e la mediatizzazione della vita quotidiana: narrazione e performatività come agency dal basso Università degli studi di Napoli Federico II, Italia Questo contributo esplora le forme emergenti di mediatizzazione della vita quotidiana connesse alle trasformazioni della cultura partecipativa dei media digitali e all’adozione popolare della piattaforma TikTok. La diffusione di TikTok, e la distribuzione della visibilità dei content creator dovuta al funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione, hanno infatti favorito la circolazione di contenuti che rappresentano aspetti ordinari, ma anche triviali, scabrosi o mondani, della vita quotidiana. La spettacolarizzazione della vita quotidiana, può essere concepita come un’articolazione specifica e distinta della “piattaformizzazione delle culture di consumo” (Caliandro et al., 2004), oltre che come uno sviluppo di alcuni tratti della “vetrinizzazione sociale” (Codeluppi, 2007). Questi elementi costituiscono tratti caratteristici della configurazione culturale e tecnologica dello short video come medium (di cui TikTok è un vettore di popolarizzazione) di specifico interesse socioculturale. L’intervento presenta i risultati parziali di un’indagine empirica sulle pratiche di utilizzo e fruizione della piattaforma nel contesto urbano di Napoli, focalizzandosi su esempi e casi studio che mostrano come le dimensioni ordinarie della vita quotidiana (spazio domestico, famiglia, affetti, lavoro, intimità, etc.), sono mobilitate soggettivamente come risorse rappresentative, in particolare da parte di gruppi sociali subalterni o convenzionalmente rappresentati in modo passivo. Lo studio combina etnografia digitale, analisi dei contenuti, osservazione partecipante e interviste semi-strutturate per inquadrare tali pratiche come “forma culturale” (Williams, 1974). L’analisi dei contenuti mette in relazione forme di creatività spontanea e vernacolare con l’uso professionale della piattaforma, rilevando una combinazione di repertori, registri, tecniche comunicative, narrazioni, simboli, che compenetra cultura pop mainstream e sottoculture. L’intervento propone alcune riflessioni critiche su come tali pratiche interrogano il tema della costruzione delle identità culturali e della riproduzione sociale, evidenziando come tali processi possano modificare in maniera significativa la cultura partecipativa del panorama mediatico, e le convenzionali asimmetrie di visibilità e capacità di auto-rappresentazione dei gruppi sociali. (Introduzione) Dalla pandemia in poi, la piattaforma di origine cinese è stata vettore della diffusione su larga scala della fruizione, riproduzione e circolazione del video breve come forma culturale. La percezione diffusa della sua straordinaria accessibilità e versatilità, ha alimentato un processo di appropriazione popolare del medium. In pochi anni, la piattaforma si è affermata come un’infrastruttura commerciale e socio-culturale fortemente incorporata nella vita quotidiana e nella cultura popolare, con un particolare coinvolgimento, in qualità di creator e di audience, di gruppi sociali subalterni, convenzionalmente marginalizzati o esclusi. Attraverso le pratiche d’uso delle piattaforma, gli utenti si riappropriano della capacità di rappresentare il proprio quotidiano, sperimentando nuove modalità espressive e sottraendo le dinamiche comuni della propria vita all’invisibilizzazione e all’oggettificazione stereotipata. In tale contesto, le dinamiche ordinarie o triviali della vita quotidiana diventano una risorsa performativa e riflessiva molto accessibile, ma anche fortemente esposta e visibile. La particolare combinazione tra le funzionalità tecniche, la attitudini espressive degli utenti e il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione di TikTok, ha contribuito ad alimentarne la percezione di accessibilità e versatilità, e dunque alla formazione di pubblici con sensibilità estetiche meno elitarie. Questo ha favorito un processo di appropriazione popolare da parte di soggetti e gruppi sociali subalterni, tradizionalmente marginalizzati o sottoesposti, ritenuti convenzionalmente incapaci di rappresentare sé stessi e i propri interessi attraverso i media, nonché dotati di capitale culturale, simbolico e relazionale di diversa entità. Ciò ha contribuito a sovvertire le convenzionali asimmetrie di visibilità, stimolando la diversificazione e la distribuzione della capacità di rappresentazione e del capitale reputazionale, favorendo la sua effimerità piuttosto che la sua accumulazione. La creazione e la circolazione dei contenuti costituiscono non solo un mezzo espressivo, di rappresentazione e un’opportunità di guadagno, ma anche uno spazio di negoziazione delle identità e degli stereotipi, di riflessività sociale e transculturale. Cottagecore: le contraddizioni dell'estetica nostalgica Università degli Studi di Bari, Italia Il termine cottagecore è comparso nei mesi di espansione della pandemia da Covid-19 (Slone 2020; Jennings 2020) come hashtag per etichettare contenuti social caratterizzati da un’estetica che celebra la vita agreste, ispirandosi ad una visione idealizzata della natura e del passato pre-industriale. I post su Tumblr, Instagram e Tik Tok poggiano il loro successo sulla condivisione di attività manuali (lavori a maglia, confezione di abiti, preparazione di cibi tradizionali) in case di campagna immerse nei boschi, producendo una “fantasia escapista” (Brand 2021) che permette agli utenti di allontanarsi seppur brevemente dalle emergenze del contemporaneo. Quale idea del passato emerge dalla circolazione spontanea di questi contenuti? Che tipo di rifugio cercano gli user nella condivisione di un immaginario idilliaco? Il paper muove da queste domande per esporre i risultati di una content analysis esplorativa su un campione di post con maggiore engagement su Tumblr. Il cottagecore sembra perfettamente inserito nella “epidemia globale di nostalgia” (Boym 2002) che caratterizza anche la produzione mediale dell’ultimo decennio (Reynolds 2011; Morreale 2009), centrata sulla rievocazione di retrotopie che surrogano le aspettative deluse del futuro (Bauman 2020; Fisher 2009), attraverso il richiamo ad un passato idealizzato o, come nel caso di studio, mai esistito. I valori veicolati sembrano affiancare, a quella riflessiva, una nostalgia “progressista” (Gandini 2021) ovvero un’intenzione critica marcatamente anticapitalista e anticonsumistica in cui il passato si fa strumento per affermare nel presente la necessità di comportamenti di consumo più inclini a sensibilità ecologica (rispetto per l‘ambiente, gli animali, riciclo) ed immaginario slow (consumo sostenibile, recupero del “saper fare”). L’insistenza sul crafting, ad esempio, mostra i valori della semplicità e della lentezza promuovendo il rifiuto del ricorso al mercato e valorizzando attività tradizionalmente soggette a pregiudizi di genere. L’analisi dei contributi video e fotografici ha permesso di individuare alcune contraddizioni sottese all’idealizzazione della vita rurale: la romanticizzazione astorica della vita contadina, che ne rimuove le difficoltà reali come l'isolamento, la mancanza di opportunità e la durezza del lavoro; la promozione di un lifestyle elitario che abbraccia un immaginario rurale accessibile solo a chi gode di privilegi socioeconomici; l’utilizzo del trend al servizio di operazioni di marketing o gentrification (Johnstone 2022) che incentivano comportamenti di consumo diametralmente opposti ai valori veicolati dall’estetica. Sembra rivelarsi dunque uno scollamento netto tra le istanze di critica sociale da cui il cottagecore ottiene parte del suo fascino e la propensione all’organizzazione di un pensiero e di un’azione collettiva per potervi porre rimedio. Visibilità al lavoro: TikTok tra difesa dei diritti e strategia d’influenza Università LUMSA, Italia La presentazione illustra i risultati avanzati di una ricerca che ha preso avvio nei primi mesi del 2024, avente a oggetto l’uso dei social media basati su contenuti visuali da parte dei gruppi di interesse dei lavoratori in Italia. In particolare, l’analisi si concentra in questa fase sulle strategie comunicative adottate dagli attori più attivi e visibili su TikTok e sull’intreccio che le loro attività manifestano tra identità professionale e identità sociale (Melucci 1985). Lo studio considera tale fenomeno come espressione della più ampia relazione tra i processi di mediazione sociale della voice (Bertarelli e Faccioli, 1999; Morcellini, 2003) e le dinamiche peculiari della comunicazione digitale (Murru e Vicari 2021). L’analisi tiene dunque conto sia delle opportunità di community empowerment offerte dai social media (Sarrica et al. 2018) ai movimenti sociali (Abidin e Lee 2022), sia dei rischi connessi all’intreccio tra cultura dell'influenza e attivismo digitale (e alla risultante logica di partecipazione egocentrata – Fenton e Barassi 2011). Questo lavoro indaga perciò il fenomeno delle microcelebrities del lavoro (Senft, 2013) basandosi su un’analisi dei profili di 225 utenti di TikTok, e intende rispondere alle seguenti domande:
L’identificazione dei profili TikTok attivi su tematiche lavorative è avvenuta tramite una ricerca per parole chiave, registrando i primi 100 risultati per ciascuna e affinando il campione con specifici criteri di esclusione. Dopo l’eliminazione dei contenuti privi di hashtag rilevanti, il dataset è stato ridotto a 2.852 righe e 225 profili unici. Gli account sono stati classificati in base all’engagement (rapporto interazioni/follower), alla tipologia (persona, pagina, organizzazione), all’identità professionale e/o sociale dichiarata nella bio, ai temi trattati (lavoro quotidiano, meme/POV, diritti) e al registro comunicativo (ludico-espressivo, identitario-espressivo, enfatico-rivendicativo, neutrale-informativo). L’analisi evidenzia un panorama eterogeneo, caratterizzato dalla presenza di profili altamente attivi sui temi lavorativi. Il dato più interessante riguarda la centralità dei professionisti del lavoro – avvocati, consulenti del lavoro, commercialisti e consulenti aziendali – tra i principali produttori di contenuti. Questi profili, che rappresentano microcelebrities nel dominio tematico considerato, evidenziano la tensione tra cultura dell’influenza e attivismo, integrando la comunicazione sui diritti del lavoro con strategie promozionali tipiche del personal branding. Questi soggetti si propongono come fonti di informazione e supporto per lavoratori e lavoratrici (e, in minor misura, per imprenditori e liberi professionisti), sollecitandoli a far valere i propri diritti. Quanto alla dimensione collettiva espressa dai profili individuati, si osserva come i profili sindacali ufficiali risultino numerosi ma scarsamente influenti, con un’area tipologica più dinamica rappresentata dai CAF e patronati, che offrono consulenza sui diritti dei lavoratori. Si osserva inoltre come i risultati qui ottenuti siano analoghi a quelli riscontrati attraverso uno studio analogo già condotto nel contesto spagnolo e sudamericano (Nespoli 2024). Il contributo evidenzia in conclusione un debole legame tra associazionismo e attivismo digitale in Italia nel contesto di una piattaforma ancora dominata da un’utenza giovane, ma dove sono presenti utenti la cui domanda di contenuto sostiene la visibilità di figure professionali impegnate nella divulgazione dei temi lavoristici. Questa relazione può essere interpretata come espressione di una domanda di tutela dei diritti on-demand, alla quale corrisponde una rappresentanza individualizzata, abilitata dai media digitali espressivi del sé. I quali, almeno nello specifico dominio delle tematiche lavoristiche, paiono riflettere – e al contempo sollecitare – tendenze individualistiche anziché svolgere il ruolo di catalizzatori di spinte solidaristiche e di dinamiche partecipative intersoggettive. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 10: Immagini e rappresentazioni dell'IA Luogo, sala: Aula 13 (A1-C) Chair di sessione: Patrizia Calefato |
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Il tempo passa ma gli stereotipi restano: l’ageismo nei sistemi di IA generativa 1: Università degli Studi dell'Aquila, Italia; 2: Università LUMSA, Italia; 3: Universitat Oberta de Catalunya, Spagna Questo paper indaga il fenomeno del AI Ageism, ovvero l’insieme di pratiche e ideologie che operano nei sistemi di intelligenza artificiale (IA) discriminando, stigmatizzando o trascurando le persone anziane in ragione della loro età (Chu et al., 2022; Stypinska, 2023). Mentre le ricerche sui pregiudizi di genere incorporati e riprodotti dalle IA si stanno già avvicendando (Leavy, 2018; Walker, 2020; Browne et al., 2023 tra altri), c’è ancora poca letteratura su quelli basati sull’età (finora Putland et al., 2023; Byrne et al., 2024; Loos et al., 2024). La nostra ricerca mira a colmare questa lacuna dando conto, nello specifico, di come i chatbot di IA generativa (genAI) rappresentano le persone anziane e l’invecchiamento nei loro output testuali. La moda nel Metaverso: AI e percezione del tempo, tra accelerazione e sostenibilità eCampus, Italia
Le crisi ecologiche ed economiche cambiano la percezione del tempo e delle pratiche quotidiane, trasformando il modo in cui le persone consumano, producono e si relazionano con i beni materiali e digitali. In questo scenario, la moda digitale e l’AI generativa emergono come nuove frontiere di consumo, ridefinendone la temporalità e modificando la produzione e la fruizione. Questa trasformazione si inserisce nel contesto odierno di grave crisi ambientale, in cui il fast fashion è al centro del dibattito sulla sostenibilità (Mortara et al., 2024; Calefato, 2021). In questa direzione, la moda digitale e generativa avanza con la promessa di una smaterializzazione dell’abbigliamento come soluzione sostenibile agli sprechi e al consumo di risorse fisiche. Tuttavia, tale forma di produzione, anziché mitigare l’impatto ambientale, rischia di alimentare ulteriormente l’iperconsumo, sollevando interrogativi sulla sostenibilità dell’hyper-fast fashion digitale e sulla dilatazione della percezione del tempo nelle pratiche di consumo. Questa riflessione si inserisce nel quadro teorico della teoria accelerazionista di Hartmut Rosa (2015), per il quale la modernità è segnata da un’accelerazione che comprime la percezione del tempo e rende il presente sempre più breve e instabile. La moda digitale, e in particolare quella generativa, con la sua produzione istantanea, esemplifica questa logica, spazzando via la stagionalità e promuovendo il consumo iperveloce, con un forsennato turnover di modelli, tendenze e pratiche comunicative. Al contempo, il paper si basa sulle riflessioni di Zygmunt Bauman (2012) che consentono di interpretare le pratiche mediali e socioculturali della moda digitale nel contesto della postmodernità, segnata da consumo volatile e identità mutevoli. In questa prospettiva, per esempio, è possibile inquadrare l’acquisto e l’impiego di abiti solo per la durata di un post sui social o per un avatar temporaneo nel metaverso. Attraverso l’analisi del caso studio di DressX, che invita gli utenti a “non comprare meno, ma ad acquistare moda digitale”, come risposta alle crisi ambientali e ai cambiamenti nei comportamenti dei consumatori, l’intervento intende esaminare i processi e le modalità attraverso cui il metaverso e l’AI generativa non solo riscrivono le regole della produzione e del consumo di moda, ma anche la nostra relazione con il tempo, la sostenibilità e l’identità digitale. L’assenza di fisicità della moda virtuale modifica, infatti, il ciclo temporaneo del consumo e il concetto di possesso e di durata, portando a un’esperienza sempre più effimera e disancorata dalla materialità tradizionale. A questo proposito, l’approccio del materialismo digitale (Gottlieb, 2018; Tirino, 2017), che solleva interrogativi critici sulla reale sostenibilità e sulla capacità di rispondere alla crisi ambientale. Bias di genere ed etnici nell’IA. Un’analisi critica attraverso il paradigma della slow technology Sapienza, Università di Roma, Italia I sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) e Machine Learning (ML) si inseriscono in un contesto socio-tecnico caratterizzato da una crescente accelerazione che influenza le strutture temporali della società (tardo)moderna e si articola in tre dimensioni interconnesse: accelerazione tecnologica, dei mutamenti sociali e del ritmo di vita (Rosa, 2015).
Così, integrando il paradigma della slow technology e gli approcci socio-tecnici esistenti, il contributo evidenzia come l’adozione di una prospettiva riflessiva e interdisciplinare possa costituire un’alternativa alle logiche di accelerazione favorite dai sistemi algoritmici, offrendo spunti per la progettazione di sistemi di ML/IA in direzione di una maggiore equità, trasparenza e responsabilità. I TEMPI DELL’IA: UN’ANALISI DELL’IMMAGINARIO GIOVANILE Università degli Studi dell'Aquila, Italia Il contributo presenta i risultati di uno studio che analizza la rappresentazione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nell’immaginario giovanile, con particolare riferimento alla sua applicazione nei servizi pubblici. Nel discorso comune, così come nelle policy pubbliche in materia, l'IA è considerata uno strumento rivoluzionario nella società (Opromolla, Di Rocco, Parisi, 2024; Opromolla, Parisi, De Matteis, Pizolli, e Trodini, 2024); la sua applicazione ai servizi pubblici risulta ancora più determinante perché crea un terreno fertile per la sua introduzione anche in altri contesti (van Noordt, e Misuraca, 2022; Wirtz, Weyerer, Geyer, 2018). L’immaginario giovanile sull’IA è particolarmente analizzato nella letteratura scientifica sull'argomento (Ciofalo, Pedroni, Setiffi, 2024; Van Brummelen, Tabunshchyk, and Heng, 2021; Benevento, 2023): i giovani rappresentano gli utenti futuri dei servizi basati sull’IA, nonché gli attori principali del cambiamento tecnologico e sociale. Essi hanno sviluppato un’immagine dell’IA che oscilla tra visioni ottimistiche e prospettive più critiche, che fanno emergere la necessità di processi formativi mirati e politiche pubbliche adeguate. L’analisi del contributo è stata condotta attraverso quattro focus group, coinvolgendo 40 studenti e studentesse equamente distribuiti per genere e suddivisi in due fasce d’età (14-18 e 19-24 anni). I risultati evidenziano che, sebbene l’IA venga utilizzata quotidianamente, esiste una mancanza di conoscenza sul suo funzionamento, accompagnata da timori e sfiducia. La percezione dell’utilità degli strumenti è ambivalente: da un lato, l’IA è considerata utile, dall’altro emergono preoccupazioni legate ai rischi di dipendenza. Le maggiori criticità riguardano la possibile perdita di controllo nell’utilizzo, i rischi per la privacy – specialmente per i dati sensibili – e un appiattimento cognitivo dovuto all’eccessiva personalizzazione. Emerge dunque la necessità di un controllo umano sugli strumenti di IA per migliorare la sua trasparenza, oltre che di un’educazione teorica e pratica sull’argomento. La dimensione temporale occupa un ruolo centrale nell'immaginario giovanile riguardo l'IA. Di seguito sono riportate alcune parole chiave che meglio rappresentano le diverse sfaccettature di questa dimensione, applicabili a diversi livelli e momenti di sviluppo dell’IA. Il primo livello di analisi riguarda gli aspetti operativi. La parola che emerge in questo ambito è accelerazione. I partecipanti evidenziano, infatti, come l’IA possa aumentare la velocità di alcuni compiti, attraverso l’utilizzo di dati raccolti in real time, in grado di fornire informazioni e di automatizzare i servizi, rendendoli più efficienti. Di contro, alcuni partecipanti evidenziano l’effetto frenante dell’IA: essa porterebbe ad un impigrimento cognitivo capace di diminuire le capacità umane di risolvere i problemi. In termini di impatto dell’IA sulla vita delle persone, emerge, inoltre, il suo effetto di puntualità: poiché uno dei pericoli percepiti dell’IA è la tendenza a fossilizzare gli utenti su posizioni sempre identiche, è come se ogni momento si ripetesse uguale al precedente, bloccando il cambiamento e l’evoluzione del pensiero. Spostando il focus sugli aspetti implementativi, emerge la lentezza, in particolare in termini di applicazione dell'IA al settore pubblico, dal momento che le organizzazioni pubbliche sono percepite come poco aperte alla volontà di cambiamento. Una lentezza che, a sua volta, si applica agli stessi servizi, rendendoli complicati, e ai cittadini, culturalmente legati a modalità di interazione più tradizionali. Inoltre, in merito alle caratteristiche dell’IA desiderate, emerge il carattere della duratività, legata alla necessità di rendere manifesti, nel corso dell’esperienza di interazione, i diversi stati dell’IA in modo semplice e accessibile: tale carattere di continuità offrirebbe, infatti, maggiore consapevolezza, controllo e conoscenza. Tuttavia, emerge al contempo l’aspetto dell’incoatività: l’integrazione dell’IA nei servizi pubblici è infatti considerato un processo ancora in fase iniziale, elemento che fa emergere la necessità di definire modalità di coinvolgimento delle persone nella fase di progettazione e implementazione dei sistemi di IA. La temporalità della genericità nell'IA visiva University of Milan, Italia Nel 2019, il sociologo dei media Henrik Bodker e i suoi coautori hanno scritto che la società stava “assistendo a una crescente divergenza tra i meccanismi di ritardo insiti nella democrazia liberale e una ‘politica dell'impazienza’ che fa parte di uno stile comunicativo populista più ampio. Inoltre, i social media, in particolare Twitter, contribuiscono a spianare la strada a questa crescente impazienza populista, creando quello che può essere definito come “tempo populista” (Bodker et al. 2019). Questa analisi tipologica è solo una parte di una gamma molto più ampia di studi che indagano il rapporto tra il cambiamento tecnologico e il tempo, che vanno dall’analisi di Eisenstein sul tempo e la stampa (Eisenstein 1966), alla discussione di Barnhurst (2011) sul tempo e le notizie, fino alla più familiare teorizzazione del tempo e dell’accelerazione (Wajcman 2014, Virilio 1977, Sharma 2014). Negli ultimi anni le tendenze individuate da tutti questi autori hanno subito un’accelerazione (senza giochi di parole). Uno dei cambiamenti più importanti riguarda i meccanismi dei social media stessi, che sono stati sempre più dominati da tre forme di media visivi: immagini di eventi reali (Zelizer 2007), meme (Schifman 2014, Mazzoleni e Bracciale 2021) e fotografie stock (Author et al. 2022). Ognuna di queste forme visive, a sua volta, ha un proprio pregiudizio temporale incorporato. Ma l’ascesa dell'intelligenza artificiale dedicata alla produzione di immagini e l’integrazione di questi formati in varie forme di media complicano la differenziazione temporale stabilita dalle forme visive discusse finora. L’IA visiva può rappresentare contemporaneamente “il qui e ora”, un meme e una realtà generalizzata e senza tempo. In questo contributo sosteniamo che l’ascesa dell’IA visiva è meglio intesa come l’ascesa di una particolare forma di “immaginario generico” (Author et. al. 2025, Meyer 2025) che solleva interrogativi sulla relazione fra genericità e temporalità. Per iniziare a esaminare questa questione, questo contributo è suddiviso in quattro parti. La prima parte esamina il rapporto tra immagini, tempo e “pubblico” in generale. La seconda parte si focalizza sull’ascesa dell’IA visiva e sostiene che questa forma visiva è meglio compresa come una varietà di immagini generiche, ma con proprietà insolite. Una di queste proprietà insolite è il suo orientamento temporale, che è l’argomento della terza parte del contributo. La parte finale della presentazione offre una discussione critica sulla politica accademica di una comprensione temporale dell’IA. |
| 10:30 - 12:30 | Sessione 4 - Panel 11: Ucronie contemporanee: la letteratura come rifugio temporale Luogo, sala: Aula 11bis (A0-C) Chair di sessione: Andrea Lombardinilo |
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Ucronie contemporanee: la letteratura come rifugio temporale Università degli Studi Roma Tre, Italia Ucronie contemporanee: la letteratura come rifugio temporale
La letteratura come scrittura del possibile o dell’irrealizzabile. Questo il focus di ricerca che si prefigge il panel, incentrato su alcune declinazioni letterarie ispirate al concetto di ucronia e alla scelta di raccontare i fatti sociali secondo traiettorie narrative alternative, immaginarie o fantastiche, distopiche o utopiche. La letteratura può configurarsi come rifugio temporale, nella misura in cui la scrittura può dare forma ad aspettative mancate e ad attese sepolte, svelando così mondi possibili e mai realizzati, sospesi tra finzione e iperrealtà. Lo studio delle ucronie contemporanee consente di analizzare l’evoluzione della produzione letteraria del Novecento, secolo che ha assistito a due guerre mondiali, all’olocausto, alla guerra fredda e ad infinite altre lacerazioni, individuali e collettive. Artisti e scrittori vi hanno reagito attraverso la costruzione di mondi alternativi, da Aldous Huxley a Emmanuel Carrère, fruttando la dialettica tra utopia e distopia, senza trascurare il ricorso all’ucronia. L’idea di letteratura come cronorifugio, proposta da Georgi Gospodinov, disegna curvature narrative accattivanti, che pongono il lettore di fronte all’incognita del futuro, mescolando satira e nostalgia, storia e ironia, in un irresistibile viaggio nello sconfinato paradigma del passato. Di qui l’opportunità di approfondire l’impegno letterario di alcuni scrittori, noti e meno noti, che hanno definito paradigmi ucronici e innovato il genere del romanzo grazie ad una visionarietà dai tratti stranianti, calibrata sui segreti dei rifugi temporali. Sullo sfondo, si palesa il mondo come avrebbe potuto o dovuto essere, insieme alle vite possibili e alternative che si agognano o si temono. Si pensi al premio Nobel Sinclair Lewis, a Philip k. Dick e Philip Roth, che da versanti letterari differenti hanno ispirato alcuni loro testi alle vicende storiche del Nazismo. Si pensi a Neal Stephenson e George Jewsbury, che in Interface analizzano le dinamiche del complotto da una prospettiva tecnocratica e ucronica. Si pensi anche alla riscrittura della biografia di Cristo da parte di José Saramago, secondo un processo di riscrittura della storia che si presta a re-interpretazioni e desacralizzazione. Si pensi infine al crono-rifugio come espediente letterario, sul modello proposto da Mircea Cặrtặrescu. Si disegnano così alcune possibili declinazioni ucroniche del nostro presente, irrealizzato e vagheggiato, secondo un processo di riallineamento del tempo perduto e il recupero delle temporalità vagheggiate. La letteratura e l’alterazione del tempo. Un intanto nostalgico dell’assenza “Vorrei vivere a pagina 17 di Cronorifugio, a pagina 17 di ogni romanzo, dove tutti sono ancora felici. Voglio vivere negli inizi dei libri, quando tutto è appena iniziato e tutto deve ancora succedere”. Sono le parole di Georgi Gospodinov, tratte da una recente intervista su Cronorifugio (Voland, 2021). Se ne coglie in pieno una tensione di attesa del futuro. Eppure con questo romanzo Gospodinov offre il passato alla memoria, soprattutto di chi non ha attraversato certi eventi. Vi si narra un tempo che, mentre viene ricordato nella sua complessità storica, assume una tonalità del tutto singolare: l’idea, quasi nostalgica, che di fronte a una non-esperienza del passato, una assenza, si possa scegliere di tornare a viverlo, in base alle proprie attitudini. Un passato che può diventare un rifugio per chi, come lo stesso Gospodinov ha dichiarato più volte, essendo cresciuto nell’ex Urss ha dovuto fare i conti con un discorso pubblico che ha tradito le promesse di futuro, facendone oggetto di una strumentalizzazione, qualcosa con cui barattare il presente totalitario. E probabilmente è per questo stesso corpo a corpo con la dittatura che ritroviamo questa “poetica della non esperienza” anche in un altro autore, Mircea Cărtărescu. In maniera più radicale, lo scrittore rumeno, oltre a fare del romanzo un mezzo per risarcire l’esperienza dell’assenza, porta in primo piano il tema della letteratura: “avevo cominciato a soffrire per il mio aspetto, che mi sembrava miserevole, per il fatto che non avevo soldi… Ma, in primo luogo, odiavo la mia mentalità di sognatore sbandato che, lo sapevo, mi avrebbe sempre impedito di vivere come avrei desiderato…Durante tutto quel periodo di vacanza di tre settimane Gina non ha più chiamato. Io non le ho più telefonato. L’orgoglio non mi permetteva di fare il primo passo. Di sera soffrivo come un cane, ma di mattina non stavo così male…Leggevo moltissimo, sette, otto ore al giorno…Scrivevo, se non ricordo male, il 10 gennaio: ‘Vita orientata verso l’esterno’… Leggo Thanatos, di Ion Biberi e la monografia del sogno di Popoviciu. Ho finito Orlando di Virginia Woolf” (Nostalgia, Voland, 2003, pp.128-129). Con Cartarescu in maniera più esplicita è la letteratura il cronorifugio, nelle vite anguste di chi magari si è dovuto misurare anche con la censura. Un romanzo come Nostalgia, ricco di numerosissimi riferimenti agli immaginari letterari, molti dei quali occidentali, integra la vocazione realista della letteratura, esaltandone la dimensione di compensazione fantastica e immaginifica dell’esperienza mancata. In questo contributo, dunque, partendo da questi due autori, dalla loro storia socio-biografica e letteraria, si guarda alla letteratura come un rifugio, vera e propria via di fuga, dall’orinaria opprimente quotidianità di certi contesti. Uno spazio di elaborazione della malinconia (Traverso, 2016) e della nostalgia (cfr. Modrzejewski, Sznajderman, 2003; Boym, 2001) come consapevolezza della potenzialità del passato. Quella sorta di intanto del pensiero che, di fronte a un mondo nuovo e misurandosi con il bisogno di un nuovo “cronotopo” (cfr. Bachtin, 2001, p.353), riesce a mettere a nudo il suo tempo e a proiettarvi la possibilità di un altro tempo, di un possibile altrimenti. Un campo, quello letterario che, nel momento in cui riesce ad “alterare” ciò che si sa, conduce in una temporalità magari ambigua, popolata di personaggi, sfondi, ambienti, immaginari ma dietro l’angolo della quale, come scrive Carrère (2024) si affaccia l’ucronia. Riferimenti bibliografici
Due ucronie e una (vecchia) distopia per i nostri tempi Analisi, in tre romanzi di speculative fiction degli approcci narrativi sociopolitici come anatomie della società americana di fronte all'ipotesi dell'istituzione di governi autoritari e totalitari. I tre romanzi, It can't happen here (1935), del premio Nobel Sinclair Lewis, The Man in the high castle (1962), di Philip k. Dick e The plot against America (2004), di Philip Roth, svolgono le loro trame ispirati alle vicende storiche del Nazismo. Lewis scrisse quattro anni prima dello scoppio della II Guerra, narrando scenari repressivi, perdita di diritti civili e deportazioni in campi di concentramento degli oppositori politici. Il romanzo ucronico di Dick è ambientato dopo la fine della II Guerra, mettendo in scena il domino degli Stati Uniti da parte del Reich e dell'Impero giapponese. In ambedue le opere è in atto una Resistenza, il cui cento si localizza nel Midwest. L’ucronia di Roth, invece, si concentra sull'effetto dell'ideologia nazista nel quotidiano della comunità ebraica di Newark. Gli autori si soffermano sulla rappresentazione sociale degli effetti della dominazione, anche culturale, e sulla costruzione della figura del Leader. Riferimenti bibliografici
L’opinione pubblica all’epoca della sua riproducibilità tecno-politica: analisi mediologica di Interface di Stephen Bury (1994) Il contributo si propone di esplorare il potenziale della letteratura, e in particolare del romanzo fantascientifico, come medium utile a individuare e comprendere i grandi fenomeni socio-politici e tecnologici del nostro tempo. Partendo dall'analisi de Interface (1994) di Stephen Bury (pseudonimo della coppia di autori Neal Stephenson e George Jewsbury, si evidenzia come il testo fantascientifico, lungi dall’essere un mero esercizio di immaginazione narrativa, rappresenti una sorta di “ucronia” – una realtà alternativa che, pur non corrispondendo al futuro realmente accaduto, offre spunti di riflessione sulle dinamiche sociali e politiche emergenti. La sociologia della letteratura ha già evidenziato come la narrativa possa essere utilizzata per comprendere i mutamenti sociali e le rappresentazioni collettive della realtà (tra gli altri, Williams, 1977; Griswold, 1987). In Interface, il racconto si sviluppa in un contesto futuro in cui le trasformazioni tecnologiche e le evoluzioni politiche assumono connotati radicali, evidenziando contrasti e convergenze con le problematiche attuali. L’intervento si focalizzerà su tre filoni principali:
Attraverso un confronto tra il futuro immaginato da Bury all’inizio degli anni ’90 del XX secolo e le trasformazioni reali verificatesi negli ultimi decenni, l’intervento intende dimostrare come la narrativa fantascientifica possa servire non solo da specchio distorto della realtà, ma anche da finestra aperta su possibili scenari futuri. In questo senso, Interface viene letta come un laboratorio di idee, in cui la tensione tra il possibile e l’improbabile diventa strumento per interrogarsi sulle logiche di potere, sul ruolo dei media e sulla funzione della tecnologia nella ridefinizione degli spazi pubblici e privati. L’analisi proposta si avvale di un approccio interdisciplinare, che integra teorie sociologiche, studi culturali e prospettive critiche sull’evoluzione tecnologica, per mettere in luce come le opere letterarie possano offrire chiavi interpretative alternative rispetto ai tradizionali paradigmi di analisi sociale. In particolare, si sottolinea come la “ucronia” operi da catalizzatore per una riflessione critica, capace di mettere in discussione le narrazioni ufficiali e di rivelare tensioni e contraddizioni insite nella contemporaneità. Tale prospettiva consente di considerare il romanzo non solo come un prodotto artistico, ma come un vero e proprio documento culturale che testimonia e, al contempo, plasma il dibattito su temi quali la crisi della democrazia rappresentativa, l’ineguaglianza socio-economica e l’impatto pervasivo della tecnologia sulla vita quotidiana. L’analisi di Interface si configura così come un esempio emblematico di come, attraverso il dialogo tra immaginario letterario e realtà storica, sia possibile individuare spunti per comprendere e interpretare le trasformazioni che stanno ridefinendo il mondo contemporaneo, offrendo materiale prezioso sul rapporto tra media, tecnologia e potere. Riferimenti bibliografici
Cronorifugi della fede: Josè Saramago e il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991) Riscrivere la vita di Gesù significa non solo reinventare l’esistenza terrena del figlio di Dio, ma soprattutto scrutare la storia da una prospettiva altra, possibile e immaginaria, che dia forma alle vicende secondarie di Cristo e alle sue traversie quotidiane, talvolta soltanto evocate dai Vangeli, secondo un processo narrativo che colga nel soprannaturale un tratto saliente della sua vicenda umana. La dialettica tra il padre e il figlio è riletta da Josè Saramago da una prospettiva narrativa in cui l’umano prende il sopravvento sul trascendente, con l’accento posto sulla condizione universale dell’uomo e sul suo anelito di immortalità, senza ridimensionare i cortocircuiti profani degli umani e senza ritrarsi dinanzi allo spettro della blasfemia. Da questo punto di vista, Il vangelo secondo Gesù Cristo (1991) offre una prospettiva diegetica alternativa, declinata da una prospettica ucronica, che sfrutta il dato storico in chiave trans-biografica, secondo un processo di rivisitazione testuale ispirato all’idea di cronorifugio, alle istanze di analisi psicologica e ai dettami dell’indagine ecdotica. La fede nei miracoli lascia il posto alla fenomenologia del quotidiano, vissuto in rapporto con il bene e il male, con il giusto e l’ingiusto, sullo sfondo del mistero del soprannaturale e del divino. Una vita di Cristo alternativa, mai vissuta o forse mai raccontata, secondo un approccio metatemporale che vede nella scrittura un medium proiettivo. Del resto, la riflessione di Saramago sul senso universale della fede si innesta sull’indagine sociologica sulla religione, che in anni recenti Ulrich Beck ha descritto attraverso la metafora del “dio personale” e Marc Augé mediante la metafora del “dio oggetto”, con l’accento posto sulle modalità di rappresentazione della religiosità postmoderna, sospesa tra aneliti confessionali e innovazioni narrative. In definitiva, la vita di Cristo si presenta come uno script, un codice narrativo di base suscettibile di continue variazioni e appropriazioni narrative, assurgendo per questo a un certo grado di universalità. Riferimenti bibliografici
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| 12:30 - 14:00 | Light lunch 2 |
| 14:00 - 16:00 | Keynote 2 - Nico Carpentier: Media and Democracy in Europe. Nico Carpentier, Charles University, Institute of Communication Studies and Journalism Prague, Czech Republic Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Giovanna Mascheroni |
| 16:00 - 16:15 | Coffee break 2 |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 01: Le sfide della fringe democracy: la crisi del mainstream vista dai margini del discorso pubblico Luogo, sala: Aula A (B0-A) Chair di sessione: Sara Bentivegna Chair di sessione: Giovanni Boccia Artieri Chair di sessione: Rossella Rega |
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Le sfide della fringe democracy: la crisi del mainstream vista dai margini del discorso pubblico 1: Università di Urbino Carlo Bo, Italia; 2: Sapienza Università di Roma; 3: Università degli Studi di Siena Introduzione al panel Il rapporto tra politica, media e dibattito pubblico è interessato da una serie di trasformazioni che riguardano la qualità dell’informazione e le modalità della comunicazione politica. Oggi, fake news, disordine informativo e un linguaggio emotivo e polarizzante segnano il discorso pubblico, mettendo in atto strategie che sfruttano immagini, meme – spesso generati dall’IA, come visto dal video di Trump su Gaza – e che mirano a mobilitare l’elettorato, riuscendo ad evocare dinamiche simili ai fandom e consolidando il consenso attraverso retoriche mirate. Questo avviene in un ecosistema mediale ibrido, dove media tradizionali e piattaforme online si intrecciano, amplificando la polarizzazione. La “piattaformizzazione della sfera pubblica” ridefinisce i luoghi del dibattito: social network, motori di ricerca e siti di condivisione centralizzano la comunicazione. Gli algoritmi curano i contenuti, privilegiando l’engagement e i ricavi pubblicitari, spesso a scapito della veridicità. Se questo democratizza la partecipazione, apre però a disinformazione e contenuti nocivi, sollevando questioni su regolamentazione e responsabilità. I media tradizionali, costretti ad adattarsi, competono in un sistema che altera profondamente la struttura del discorso pubblico e le sue implicazioni democratiche. In questo contesto emerge la “fringe democracy”, un concetto che descrive l’ascesa di voci marginali – alternative o anti-mainstream – che, grazie alle piattaforme digitali, entrano nel dibattito pubblico e influenzano la politica istituzionale. Questi attori sfruttano la distribuzione dei social media per amplificare posizioni dissonanti, modificando la natura delle discussioni democratiche. Il panorama digitale, in un mix di spazi pubblici, semi-pubblici e privati, facilita la migrazione tra ambienti fringe e mainstream, alimentandone tossicità e polarizzazione. Studi recenti collegano le piattaforme fringe alla disinformazione, al cospirazionismo e alla normalizzazione di ideologie estremiste, evidenziando una possibile relazione con la crescita dell’estrema destra. Questi spazi, dunque, sembrano fungere da laboratori per idee radicali che penetrano nel mainstream, ma, in realtà, offrono anche voce a comunità marginali. La fringe democracy, dunque, è un modo per esplorare come le voci sottorappresentate o anti-democratiche vengano amplificate, come le ideologie radicali si normalizzino e come la polarizzazione affettiva possa costruire reti transnazionali di odio. Al contempo, invita a riflettere sulle categorie di “fringe”, “alternative” o “anti-mainstream”: benché utili come punti di partenza per comprendere questo scenario, rischiano di accentuare la distanza tra centro e periferia della sfera pubblica. Questo panel intende indagare tali dinamiche, cruciali per capire il presente e il futuro del dibattito democratico. Le ricerche presentate nel panel fanno parte del progetto di ricerca ******, riguardante la circolazione di narrazioni tra fringe e mainstream in grado di “intossicare” il sistema dei media ibrido italiano. Il primo paper indaga le strategie di monetizzazione delle comunità fringe su Telegram in Italia, evidenziando come tali pratiche oscillino tra approcci simili alle piattaforme mainstream e modalità alternative volte a rafforzare l’identità anti-mainstream. Pur adottando strumenti analoghi ai creator più diffusi, il framing della monetizzazione sottolinea una tensione costante tra attivismo e interesse personale. Il secondo paper esamina il modo in cui la stampa italiana ha inquadrato Telegram dal 2013 a oggi, evidenziando i picchi di copertura e i principali frame attraverso cui la piattaforma è narrata, dalla app innovativa che favorisce la sicurezza e indirizzata agli appassionati di tecnologia, allo spazio dove proliferano contenuti illegali tra pirateria e attività criminale, fino all’idea della piattaforma come luogo preferito per la diffusione di disinformazione, movimenti anti-sistema e di estrema destra. L’analisi mostra come, anche in base alle diverse linee editoriali, la piattaforma venga presentata alternativamente come uno spazio pericoloso e deregolamentato o come un’opportunità di libertà e indipendenza. Il terzo contributo esplora il fenomeno della “toxicity” nel contesto della fringe democracy, identificando tre dimensioni (manipolativa, polarizzante e algoritmica) che contribuiscono a radicalizzare il discorso politico. L’analisi rivela come le logiche di amplificazione dei contenuti estremi nei contesti digitali alternativi possano influire negativamente sulla qualità della partecipazione e sulla stessa tenuta delle democrazie contemporanee. Paper 1 Monetizzazione ai margini: pratiche di guadagno e sostentamento nella telegramsfera fringe italiana Giovanni Boccia Artieri, giovanni.bocciaartieri@uniurb.it Il panorama digitale contemporaneo è caratterizzato da una costellazione di spazi pubblici, semi-pubblici e privati (Boccia Artieri et al. 2021) interconnessi da dinamiche di migrazione reciproca. Ciò che rimane ancora poco studiato è il rapporto che intercorre tra piattaforme fringe, piattaforme “mainstream” e media tradizionali. Le fringe platforms, secondo la definizione di de Winkel (2023), sono servizi digitali alternativi che contestano le norme ideologiche, regolative e tecniche delle piattaforme mainstream. Non si limitano a rappresentare ideologie politiche estreme, ma abbracciano un’ampia varietà di obiettivi che vanno dall’informazione alla manipolazione, dalla propaganda all’attivismo. Queste comunità, caratterizzate da una forte coesione ideologica e polarizzazione affettiva, facilitano spesso la rapida diffusione di contenuti problematici e movimenti reazionari, che possono successivamente espandersi nei media tradizionali (Schulze et al., 2022). I pubblici attorno a questi spazi adottano frequentemente strategie di promozione e monetizzazione mutuate dalle piattaforme mainstream, rendendo meno nette le distinzioni tra questi due ecosistemi mediali e informativi. Al contempo, però, si riscontrano anche strategie di monetizzazione alternative (Zeng & Schäfer, 2021) per supportare la produzione di contenuti e intensificare il coinvolgimento degli utenti. Questo studio, inserito nel progetto *****, analizza le strategie di monetizzazione delle comunità fringe nel contesto del panorama digitale ibrido italiano, con particolare attenzione alla “Telegram-sfera” italiana di orientamento anti-mainstream. Il paper esplora quindi il modo in cui tali comunità si relazionano con i media e le piattaforme tradizionali, sia adottando tattiche di monetizzazione analoghe, sia sviluppando approcci alternativi (Hua et al., 2022) per sostenere la creazione di contenuti, promuovere l’engagement e consolidare la propria identità distintiva. La ricerca si basa su due domande principali: R.Q. 1: Quali metodi di monetizzazione vengono impiegati da queste comunità marginali? R.Q. 2: Come viene declinata la monetizzazione all’interno dei discorsi di queste comunità? A partire da un elenco iniziale di canali Telegram fornito dal noto sito di debunking BUTAC, abbiamo ampliato il campione sfruttando la funzione “canali consigliati” di Telegram. Attraverso uno script Python ad-hoc, abbiamo raccolto tre iterazioni di canali consigliati, raggiungendo un totale di 558 canali. Tramite un’analisi qualitativa del contenuto - in particolare nelle descrizioni dei canali e nei messaggi in evidenza, è stato possibile individuare le strategie di monetizzazione e il loro inquadramento discorsivo. I canali monetizzati registrano in media quasi il doppio degli iscritti e risultano più frequentemente consigliati. Tuttavia, quelli che utilizzano piattaforme di monetizzazione alternative o di nicchia non si distinguono per una maggiore centralità o numerosità di follower rispetto al corpus complessivo. Sono emerse otto principali strategie di monetizzazione, collocabili lungo un continuum tra ricompense materiali e immateriali: vendita di prodotti generici e offerte promozionali, articoli di “salute alternativa”, libri, servizi professionali, eventi dal vivo, contenuti a pagamento, partecipazione retribuita a cause affini e donazioni finalizzate a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. Sebbene Telegram offra strumenti di monetizzazione più limitati rispetto alle piattaforme mainstream, tali strategie riflettono tendenze più ampie della produzione culturale digitale e dell’aspirational labour (Duffy 2016). Sono stati, inoltre, individuati cinque frame discorsivi usati per legittimare le richieste economiche, riconducibili a due approcci retorici principali: uno affine al concetto di “azione connettiva” (Bennett & Segerberg 2012) e l’altro orientato al perseguimento di benefici individuali, simbolici o materiali. In conclusione, lo studio rileva che, da un punto di vista tecnico, le strategie di monetizzazione osservate non si discostano in modo significativo da quelle dominanti tra le piattaforme e i creator mainstream. Tuttavia, il significato attribuito alla monetizzazione riflette un ethos anti-mainstream, contraddistinto da una duplice retorica che intreccia attivismo e interesse personale, evidenziando una tensione costante tra modelli economici alternativi e le logiche della platformization. Riferimenti bibliografici Bennett, W. L., & Segerberg, A. (2012). The logic of connective action: Digital media and the personalization of contentious politics. Information, communication & society, 15(5), 739-768. Boccia Artieri, G., Brilli, S., & Zurovac, E. (2021). Below the radar: Private groups, locked platforms, and ephemeral content—Introduction to the special issue. Social Media+ Society, 7(1), 2056305121988930. de Winkel, T. (2023). Fringe platforms: An analysis of contesting alternatives to the mainstream social media platforms in a platformized public sphere (Doctoral dissertation, Utrecht University). Duffy, B. E. (2016). The romance of work: Gender and aspirational labour in the digital culture industries. International journal of cultural studies, 19(4), 441-457. Hua, Y., Horta Ribeiro, M., Ristenpart, T., West, R., & Naaman, M. (2022). Characterizing alternative monetization strategies on YouTube. Proceedings of the ACM on Human-Computer Interaction, 6(CSCW2), 1-30. Schulze, H., Hohner, J., Greipl, S., Girgnhuber, M., Desta, I., & Rieger, D. (2022). Far-right conspiracy groups on fringe platforms: A longitudinal analysis of radicalization dynamics on Telegram. Convergence: The International Journal of Research into New Media Technologies, 28(4), 1103-1126. Zeng, J., & Schäfer, M. S. (2021). Conceptualizing “dark platforms”. Covid-19-related conspiracy theories on 8kun and Gab. Digital Journalism, 9(9), 1321-1343. Paper 2 Nerd, criminali e disinformatori: il framing giornalistico di Telegram in Italia dalla 2013 ad oggi Sara Bentivegna, sara.bentivegna@uniroma1.it Negli ultimi anni, Telegram si è affermata come una piattaforma di comunicazione sempre più rilevante, suscitando l’attenzione dei media italiani per il suo utilizzo in contesti che spaziano dall’intrattenimento all’informazione alternativa. Mappando i contenuti diffusi su Telegram, diversi studi hanno evidenziato posizioni anti-sistema, anti-democratiche ed estremiste diffuse da reti di canali e gruppi, soprattutto a seguito dell’epidemia di Covid-19 (Schulze et al. 2022; Jost & Dogruel 2023; Buehling, K., & Heft 2023; Zehring & Domahidi 2023). Sebbene nel contesto accademico si sia consolidata la reputazione di Telegram come spazio privilegiato per la disinformazione e l’estremismo di destra, pochi studi si sono occupati di indagare il ruolo della stampa nella percezione pubblica di Telegram come spazio “alternativo”. Il paper presenta i risultati della ricerca sui framing giornalistici di Telegram in Italia, al fine di comprendere se e in che modo i news media partecipino al processo di “fringification”, ossia alla deriva materiale, discorsiva e sociale della piattaforma in “ecosistema mediale alternativo”. Nello specifico le domanda di ricerca che guidano l’analisi sono: RQ1: A quali temi e fatti di cronaca è legata la copertura giornalistica di Telegram in Italia? RQ2: Quali frame e narrazioni giornalistiche posizionano Telegram come spazio alternativo? Nella prima fase della ricerca è stata effettuata una prima indagine esplorativa tramite la piattaforma Media Cloud la copertura giornalistica negli ultimi cinque anni di tutte le piattaforme solitamente denominate come “fringe”. Da questa fase è risultato chiaro come le altre piattaforme fringe siano state scarsamente coperte dalla stampa italiana, mentre la presenza di Telegram è risultata consistente e crescente nel tempo (43.996 risultati da gennaio 2020 a gennaio 2025). Nella seconda fase della ricerca, tramite lo strumento di monitoraggio Volopress, sono stati raccolti tutti gli articoli online pubblicati da testate nazionali e locali italiane contenenti la parola chiave “Telegram”, dalla creazione della piattaforma (2013) fino a febbraio 2025. Attraverso una combinazione di analisi del frame qualitativa (Linström & Marais, 2012) e computazionale (Walter & Ophir 2019; Yu & Fliethmann, 2022), sono stati esaminati diversi aspetti: il tema principale degli articoli e la sezione tematica in cui compaiono (ad esempio cronaca, tecnologia o politica); la distinzione tra articoli in cui Telegram è il fulcro della narrazione e quelli in cui funge soltanto da contesto per altri eventi; il legame tra Telegram e i fatti di cronaca, con particolare riferimento alla presenza di attività illecite; infine, le modalità in cui la piattaforma viene inquadrata rispetto ad altre piattaforme digitali, valutando se sia presentata come centrale o periferica nel panorama comunicativo. A picchi d’interesse incentrati su grandi eventi (estate/autunno 2021 relativi alla pandemia, ai gruppi novax e alla compravendita di green pass falsi nonché la primavera 2022 in corrispondenza dell’invasione Russa in Ucraina), si alternano picchi dovuti a scandali e fatti di cronaca legati alla diffusione di contenuti illeciti. I risultati preliminari evidenziano che, nella costruzione reputazionale della piattaforma, longitudinalmente si sono succedute narrazioni differenti sul piano temporale e, al contempo, si sono scontrate diverse prospettive sincronicamente in base all’orientamento politico delle testate. Nei casi in cui Telegram è l’oggetto della narrazione, emerge un framing che oscilla tra la fascinazione per le sue caratteristiche di privacy e sicurezza (specialmente nella fase dal 2013 al 2018) alla stigmatizzazione per il suo utilizzo in contesti problematici. Sebbene l’Italia sia uno dei Paesi in cui Telegram è più diffuso, con una penetrazione che interessa circa un terzo della popolazione, le narrazioni giornalistiche continuano a insistere sull’ “alterità” della piattaforma. Questa caratteristica, infatti, viene talvolta descritta come una pericolosa mancanza di regolamentazione che merita cautela, mentre altre volte viene presentata come un modello di libertà cui gli attori dell’informazione scelgono di aderire per rafforzare la propria reputazione “indipendente”. Riferimenti bibliografici Buehling, K., & Heft, A. (2023). Pandemic protesters on telegram: How platform affordances and information ecosystems shape digital counterpublics. Social Media+ Society, 9(3), 20563051231199430. Jost, P., & Dogruel, L. (2023). Radical mobilization in times of crisis: Use and effects of appeals and populist communication features in Telegram channels. Social Media+ Society, 9(3), 20563051231186372. Linstrõm, M., & Marais, W. (2012). Qualitative news frame analysis: a methodology. Communitas, 17, 21-38. Schulze, H., Hohner, J., Greipl, S., Girgnhuber, M., Desta, I., & Rieger, D. (2022). Far-right conspiracy groups on fringe platforms: A longitudinal analysis of radicalization dynamics on Telegram. Convergence: The International Journal of Research into New Media Technologies, 28(4), 1103-1126. Walter, D., & Ophir, Y. (2019). News frame analysis: An inductive mixed-method computational approach. Communication Methods and Measures, 13(4), 248-266. Yu, Q., & Fliethmann, A. (2022). Frame detection in German political discourses: How far can we go without large-scale manual corpus annotation?. Journal for Language Technology and Computational Linguistics, 35(2), 15-31. Zehring, M., & Domahidi, E. (2023). German corona protest mobilizers on Telegram and their relations to the far right: A network and topic analysis. Social Media+ Society, 9(1), 20563051231155106. Paper 3 Toxicity e fringe democracy: manipolazione, polarizzazione e amplificazione algoritmica Giovanni Boccia Artieri, giovanni.bocciaartieri@uniurb.it, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo La tossicità nella comunicazione politica contemporanea non è solo un effetto collaterale dell’interazione online, ma un elemento strutturale che influisce sulla qualità della partecipazione democratica, soprattutto in ambienti che sfidano le norme del discorso pubblico mainstream. Nel contesto della fringe democracy, spazi digitali alternativi diventano laboratori di sperimentazione politica, dove dinamiche discorsive estreme si intrecciano con le logiche economiche e tecniche delle piattaforme digitali. Qui, la toxicity non è semplicemente un prodotto spontaneo del dibattito, ma una strategia attiva di manipolazione, mobilitazione e disintermediazione, che può favorire il rafforzamento identitario di gruppi politici e la polarizzazione del discorso pubblico. Non esiste una definizione univoca di tossicità: gli approcci empirici-operativi, come quello di Google Perspective API, la inquadrano come manifestazione di maleducazione, mancanza di rispetto o irragionevolezza, mentre altri studi ne sottolineano la dipendenza da fattori contestuali, dalle affordance delle piattaforme e dalle dinamiche di gruppo. Nel contesto della fringe democracy, la tossicità è stata esaminata dagli studiosi attraverso tre principali forme che si sovrappongono e si rafforzano a vicenda:
Questi livelli di tossicità si intrecciano nei contesti fringe, dove il discorso politico si radicalizza e si allontana dalle regole della deliberazione democratica, normalizzando la violenza discorsiva e alterando il funzionamento della sfera pubblica. Tuttavia, la fringe democracy non rappresenta più un semplice processo di inclusione dal basso dei margini nella sfera politica, ma diventa un campo di battaglia in cui le forze di rinnovamento alimentano (e sono alimentate da) dinamiche di polarizzazione (soprattutto di tipo affettivo) e manipolazione. Questa trasformazione solleva questioni cruciali: in che misura l’amplificazione delle voci marginali, pur essendo teoricamente volta a una maggiore democratizzazione, può compromettere la qualità e la legittimità dei processi democratici in un’epoca fortemente mediatizzata e platformized? Il dibattito attuale deve confrontarsi con questa sfida: come conciliare l’aspirazione a una democrazia che abbraccia i “margini” (fringe) con la necessità di preservare la coerenza e la solidità dei principi democratici, in un panorama in cui attori e narrazioni fringe sfruttano le logiche del sistema mediale ibrido per attaccare le fondamenta della democrazia stessa?. Questo paper esplorerà il ruolo della toxicity nella fringe democracy, analizzando – mediante una ricognizione teorica sul tema – come essa venga costruita, amplificata e sfruttata nei diversi ambienti digitali e quali conseguenze abbia sulla partecipazione politica e sulla tenuta della sfera pubblica democratica. Riferimenti bibliografici Hanley & Durumeric, 2023, Sub-Standards and Mal-Practices: Misinformation’s Role in Insular, Polarized, and Toxic Interactions on Reddit. Hoseini, M., Melo, P., Benevenuto, F., Feldmann, A., & Zannettou, S. (2023, April). On the globalization of the QAnon conspiracy theory through Telegram. In Proceedings of the 15th ACM Web Science Conference 2023 (pp. 75-85). Jakob, J., Dobbrick, T., Freudenthaler, R., Haffner, P., & Wessler, H. (2023). Is constructive engagement online a lost cause? Toxic outrage in online user comments across democratic political systems and discussion arenas. Communication Research, 50(4), 508-531. Kim, J. W., Guess, A., Nyhan, B., & Reifler, J. (2021). The distorting prism of social media: How self-selection and exposure to incivility fuel online comment toxicity. Journal of Communication, 71(6), 922-946. Park, J., Yang, J., Tolbert, A., & Bunsold, K. (2024). You change the way you talk: Examining the network, toxicity and discourse of cross-platform users on Twitter and Parler during the 2020 US Presidential Election. Journal of Information Science Recuero, R. (2024). The platformization of violence: Toward a concept of discursive toxicity on social media. Social Media+ Society, 10(1), 20563051231224264. Sheth, A., Shalin, V. L., & Kursuncu, U. (2022). Defining and detecting toxicity on social media: context and knowledge are key. Neurocomputing, 490, 312-318. Villate-Castillo, G., Del Ser, J., & Urquijo, B. S. (2024). A systematic review of toxicity in large language models: Definitions, datasets, detectors, detoxification methods and challenges. |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 02: Cronotopie del cambiamento climatico: narrazioni temporali, utopie, distopie e l'immaginario sociale del futuro Luogo, sala: Aula 2 (AO-A) Chair di sessione: Gianmarco Navarini Chair di sessione: Lorenzo Domaneschi |
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Cronotopie del cambiamento climatico: narrazioni temporali, utopie, distopie e l'immaginario sociale del futuro. 1: Università Milano-Bicocca, Italia; 2: Università di Milano Statale; 3: Università di Pavia; 4: Università di Trento Nota introduttiva Il panel presenta un'indagine che mette in questione la visione della crisi climatica come crisi dell'immaginazione temporale, secondo cui una contrazione delle capacità di concepire futuri alternativi e desiderabili conduce a rimanere intrappolati tra narrazioni distopiche paralizzanti e utopie tecnologiche irrealistiche. Attraverso l’analisi di differenti modalità empiriche di immaginare il futuro, gli interventi qui raccolti mirano a mostrare la complessità delle forme di temporalità generate a partire dalla sollecitazione del discorso sul climate change, le quali – ad esempio le combinazioni tra “urgenza” di intervenire, “non c’è più tempo”, “il futuro è adesso” – non sembrano riducibili alla sola dicotomia tra utopia e distopia, ma conducono invece alla scoperta di una molteplicità di forme di "piegamento" della narrazione del tempo. Il dibattito classico sulla sociologia del tempo ci insegna che il tempo non è una categoria neutrale, ma un costrutto sociale che esprime ed è plasmato da rapporti di forza, rappresentazioni dominanti e una molteplicità di pratiche sociali situate. L'analisi delle cronotopie – la fusione di spazio e tempo nelle narrazioni – ci permette di comprendere come il cambiamento climatico rimodelli le nostre percezioni del futuro con la tensione – non esente da conflitti – a retroagire sul presente. In un'epoca segnata da crisi ecologiche, accelerazioni tecnologiche e trasformazioni sociali e politiche inedite, il modo in cui concepiamo il futuro si mostra ormai non più come un esercizio meramente speculativo, ma come un elemento chiave delle nostre possibilità e capacità di agire sul presente. In particolare, le forme utopiche e distopiche sollecitate dal climate change rivelano il legame cruciale tra immaginazioni temporali e nuove forme di agency sociale. Questo panel, quindi, si inserisce nel solco di una sociologia del tempo che esplora come le rappresentazioni del futuro influenzino il presente e viceversa. I quattro interventi offrono un'analisi empirica di questo tema da prospettive diverse, tenute insieme dal filo conduttore dell'analisi del rapporto tra immaginazione temporale e agency sociale. Utopia e distopia, così come le molteplici forme cronotopiche che emergono dai campi analizzati (letteratura, politica e scienza), si mostrano come qualcosa di più di semplici rappresentazioni del futuro, ma come strumenti per orientare l'azione presente. Dall’approfondimento di nuovi fenomeni letterari tramite l’analisi della "climate-fiction" in cui si sperimentano modalità di narrare futuri più o meno lontani e si modula la percezione del rischio; all’analisi di nuove forme di attivismo giovanile per indagare l’uso strategico dell’immaginazione del futuro per mettere in campo alternative per le generazioni future; dall’esame delle forme di argomentazione scientifica legate ai fenomeni climatici che elaborano attivamente nuove narrazioni temporali in chiave predittiva; fino all’esame di progetti collaborativi per affrontare le sfide della transizione ecologica, come laboratori per la costruzione di futuri alternativi. Il panel mira, quindi, non solo a presentare l’analisi in profondità di differenti mondi sociali in cui si sperimentano e in cui ci si confronta con una molteplicità di cronotopie, bensì si propone di portare alla luce l'intreccio tra questi diversi campi empirici (letteratura, politica e scienza) e delle loro narrazioni temporali, per mettere in questione come le forme di immaginazione del futuro si trasformino e generino temporalità inedite nel loro viaggiare da un mondo sociale all’altro. Le narrazioni distopiche, ad esempio, possono nascere dalla letteratura e diffondersi nel discorso politico, alimentando la paura e la rassegnazione. Allo stesso tempo, le visioni utopiche possono emergere dall'attivismo giovanile e influenzare la ricerca scientifica, stimolando lo sviluppo di tecnologie sostenibili e di modelli di società più resilienti. La circolazione di queste narrazioni tra diversi ambiti sociali crea un ecosistema complesso di immaginazione temporale, in cui il futuro viene costantemente negoziato, contestato e rimodellato. Comprendere questo ecosistema è essenziale per affrontare la sfida del cambiamento climatico e per costruire un futuro più giusto e sostenibile. Bibliografia di riferimento Adam, Barbara. (1990). Time and Social Theory. Temple University Press. Adam, Barbara. (2008). Climate Change, Social Time, and the Acceleration of Modernity. Time & Society, 17(2-3), 263-283. Agathangelou Anna M. and Killian, Kyle D. (Eds., 2022). Time, Climate Change, Global Racial Capitalism and Decolonial Planetary Ecologies. Routledge. Appadurai, A. (2013). The Future as Cultural Fact: Essays on the Global Condition. Verso Books. Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. Sage. Berlant, L. (2011). Cruel Optimism. Duke University Press. Bødker, Henrik, and Morris, Hanna E. (Eds., 2022). Climate Change and Journalism. Negotiating Rifts of Time. Routledge. Elias, N. (1992). Time: An Essay. Blackwell. Ghosh, A. (2016). The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable. University of Chicago Press. Heise, Ursula K. (2008). Sense of Place and Sense of Planet: The Environmental Imagination of the Global. Oxford University Press. Hulme, Mike. (2009). Why We Disagree About Climate Change: Understanding Controversy, Inaction and Opportunity. Cambridge University Press. Jameson, F. (2005). Archaeologies of the Future: The Desire Called Utopia and Other Science Fictions. Verso. Koselleck, R. (2004). Futures Past: On the Semantics of Historical Time. Columbia University Press. Latour, B. (2013). An Inquiry into Modes of Existence. Harvard University Press. Loorbach, Derk, Patteeuw, Véronique, van Stein, Saskia, Szacka Léa-Catherine, & Veenstra, Peter (2023). It’s About Time. The Architecture of Climate Change. nai010 Publishers. Mörner, Magnus, and Wilson, Emma. (2023). Narrating Climate Futures: Utopias, Dystopias, and Ideology. Palgrave Macmillan. Morton, T. (2013). Hyperobjects: Philosophy and Ecology after the End of the World. University of Minnesota Press. Oppermann, Serpil, Iovino, Serenella (2014) Environmental Humanities: Voices from the Anthropocene. Rowman & Littlefield International. Rosa, Hartmut. (2003). Social Acceleration: A New Theory of Modernity. Columbia University Press. Schneider-Mayerson, Samuel, & Le Billon, Philippe. (2022). A Future We Can Live With: Confronting Climate Crisis with Hope. University of California Press Wouter Vasbinder, Jan, and Sim, Jonathan Y H (2021). Buying Time for Climate Action. Exploring Ways around Stumbling Blocks. World Scientific Publishing. Zerubavel, E. (1981). Hidden Rhythms: Schedules and Calendars in Social Life. University of Chicago Press. 1. Apocalypse tomorrow. Rappresentazioni temporali e immaginari sociali della climate fiction italiana. Lorenzo Zaffaroni (Università di Milano-Bicocca); Simone Turco (Università di Milano-Bicocca)
Il contributo ha l'obiettivo di indagare il complesso legame tra le forme di temporalità connesse alle pratiche letterarie — considerate come modalità empiriche di immaginazione del futuro (Whiteley et al., 2016) — e il racconto del cambiamento climatico come processo sociale soggetto a diverse rappresentazioni (Yusoff & Gabrys, 2011; Milkoreit, 2017). L’analisi ha come oggetto il campo della climate fiction in Italia, che offre diverse opportunità per studiare le modalità narrative eterogenee che si sviluppano in esso e le diverse condizioni di produzione di immaginari sociali del futuro (Jasanoff, 2010). Se, nella sua prima definizione, la climate fiction è emersa come un sottogenere della fantascienza che attraverso la descrizione del “futuribile” mirasse a criticare gli agenti attuali del cambiamento climatico, le declinazioni letterarie del tema climatico a oggi disponibili sono risultate molto diversificate (Andersen, 2019; Milner & Burgman, 2020), anche in Italia: si va dalla fantascienza speculativa al romanzo familiare a sfondo climatico, dal futuro prossimo distopico alla narrazione intimista e contemplativa di afflato ecologista. In questo contesto giocano un ruolo chiave le cronotopie in quanto modalità di elaborare e raffigurare il presente attraverso il futuro e, conseguentemente, di mostrare mediante la creazione di nuovi immaginari nuove forme di mobilitazione politica per il prossimo futuro. In particolare, il contributo si sviluppa a partire da 20 interviste qualitative condotte da settembre 2024 a marzo 2025 in Italia con scrittori, editori, giornalisti e critici, orientate a ricostruire il campo discorsivo attraverso cui si sviluppano le tematiche narrative di tipo ambientale. Inoltre, l’analisi include un campione ragionato di opere letterarie analizzate con l’obiettivo di contestualizzare le molteplici forme cronotopiche in relazione alle storie e agli immaginari sociali in esse mobilitati. Le temporalità del racconto — dal futuro fantascientifico a quello apocalittico, a quello verosimile e anticipatorio perché consequenziale con il presente — sono plasmate sia da considerazioni di natura ‘estetica’ associate alle pratiche letterarie organizzate in un campo (Bourdieu, 2022), sia tensioni associate all’immaginazione del futuro come arena discorsiva condivisa con gruppi sociali e politici eterogenei. Il campo della climate fiction, quindi, si struttura nell’incontro tra diverse raffigurazioni di futuri possibili, così come tra diverse forme di ‘attualizzazione’ del futuro nel presente, negoziate alla luce di uno spazio di possibilità in evoluzione (Altstaedt, 2024). Mostrando che la narrazione del cambiamento climatico configura un ventaglio di strategie temporali diverse, il contributo sottolinea l’interdipendenza e la co-costruzione delle temporalità dei racconti in riferimento ad altri aspetti endogeni ed esogeni al campo, come il funzionamento sociale di generi e categorizzazioni (prodotte sia dalla critica sia dal mercato), così come l’habitus di autori e autrici e la sua sincronizzazione con i discorsi sul cambiamento climatico — evidente, ad esempio, in un atteggiamento di urgenza associato all’impegno civile-letterario. Altrettanto centrale è la connessione tra le cronotopie del racconto e l’uso narrativo della scienza, che stabiliscono distinzioni interne al campo tra le opere che presentano elementi plausibili, quindi spesso associati al presente o al futuro più prossimo, opere che contengono forme di “ante-scienza” (una scienza davvero anticipatoria di sviluppi già altamente plausibili), e infine opere speculative che adottano una longue durée narrativa e configurano scenari ipotetici ma estremizzati nelle loro conseguenze sociali. Scopo dell’intervento sarà, quindi, quello di illustrare come i vari ‘gradienti’ di temporalità siano rivelatori delle diverse strategie di gestione del problema attuale, sollecitando così nuove forme di agency sociale all’interno e al di fuori del campo letterario tramite un ampio range di approcci temporali, dal (fanta)scientifico al contemplativo. Riferimenti bibliografici Altstaedt, S. (2024). Future-cultures: How future imaginations disseminate throughout the social. European Journal of Social Theory, 27(2), 279–297. https://doi.org/10.1177/13684310231212732 Bourdieu, P. (2022). Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario (E. Bottaro, Trans.). Il Saggiatore. Andersen, G. (2019). Climate Fiction and Cultural Analysis: A new perspective on life in the anthropocene. Routledge. Jasanoff, S. (2010). A New Climate for Society. Theory, Culture & Society, 27(2–3), 233–253. https://doi.org/10.1177/0263276409361497 Milkoreit, M. (2017). Imaginary politics: Climate change and making the future. Elementa: Science of the Anthropocene, 5, 62. https://doi.org/10.1525/elementa.249 Milner, A., & Burgmann, J. R. (2020). Science Fiction and Climate Change: A Sociological Approach. Liverpool University Press. https://doi.org/10.2307/j.ctvzsmck6 Whiteley, A., Chiang, A., & Einsiedel, E. (2016). Climate Change Imaginaries? Examining Expectation Narratives in Cli-Fi Novels. Bulletin of Science, Technology & Society, 36(1), 28–37. https://doi.org/10.1177/0270467615622845 Yusoff, K., & Gabrys, J. (2011). Climate change and the imagination. WIREs Climate Change, 2(4), 516–534. https://doi.org/10.1002/wcc.117 2. Parresiastes del clima: le antropotecniche di giovani attivisti e dottorandi per adattarsi alla crisi ecologica Paola Rebughini (Università degli Studi di Milano Statale) Enzo Colombo (Università degli Studi di Milano Statale) Mirco Costacurta (Università degli Studi di Milano Statale) Camille Allard (Università degli Studi di Milano Statale)
In seguito all’accordo internazionale di Parigi per attenuare il riscaldamento globale al di sotto dei 1,5 °C (Watts et al., 2018), diversi giovani in tutto il mondo si sono costituiti in mobilitazioni, collettivi e associazioni di protesta contro i governi e le classi dirigenti, designati come i maggiori responsabili dell’emergenza climatica in atto (Bowman, 2019). Abbiamo indagato l’uso strategico dell’immaginazione sociale (Taylor, 2004) del futuro nei giovani. Essi pongono al centro dell’attenzione pubblica una crisi sociale ancor prima che climatica, una lotta al sistema produttivo capitalista. Sono state condotte 60 interviste dialogiche in profondità (La Mendola, 2009), con persone attiviste in ambito ecologico e PhD scholar di età compresa tra i 18 e i 30 anni su tutto il territorio italiano. Attraverso un’analisi dei dati empirici raccolti sono emersi dei temi che ci possono aiutare a comprendere in che modo il futuro delle giovani generazioni sia percepito come insicuro, difficile e in alcuni casi addirittura catastrofico. La comunicazione dei giovani attivisti e dei dottorandi che sono sensibili al tema può essere vista in termini foucaultiani come un esempio di parresia (Foucault, 2009), un parlar franco, un dire la verità così come deve essere detta e senza mezzi termini, senza paura delle ripercussioni, a costo in alcuni casi di mettere a rischio la stessa libertà individuale per il bene comune. D’altro canto, le giovani generazioni sono sottoposte a dispositivi di controllo, ortopedia e punizione da parte del sistema socio-produttivo in cui sono inseriti. I soggetti che combattono per un futuro più giusto, quindi, rimangono intrappolati in pratiche quotidiane del loro contesto che forniscono loro una protezione dal valore più simbolico che pratico. Queste pratiche possono essere definite antropotecniche (Sloterdijk, 2009 1998) ecologiche, cioè modalità di sopravvivenza immateriale dell’umano dinnanzi alla catastrofe. Sebbene la loro efficacia non sia in grado di cambiare lo status quo, le antropotecniche avrebbero la capacità di svelare la verità del dispositivo capitalista attraverso focolai di esperienze dissidenti e impopolari, atte a immunizzare le coscienze individuali e collettive. Riferimenti bibliografici Bowman, B. (2019) Imagining future worlds alongside young climate activists: a new framework for research. Fennia 197(2) 295–305. Foucault, M. (2009). Il governo di sé e degli altri. Feltrinelli Editore. La Mendola, S. (2009). Centrato e aperto. Dare vita a interviste dialogiche. Utet. Sloterdijk, P. (2009 [2010]). Devi cambiare la tua vita: sull'antropotecnica. R. Cortina. Taylor, C. (2004). Modern social imaginaries. Duke University Press. Watts, N., Amann, M., Ayeb-Karlsson, S., Belesova, K., Bouley, T., Boykoff, M., ... & Costello, A. (2018). The Lancet Countdown on health and climate change: from 25 years of inaction to a global transformation for public health. The Lancet, 391(10120), 581-630. 3. Il ruolo della coerenza nella scienza predittiva del cambiamento climatico: una proposta metodologica Fiammette Corradi (Università degli Studi di Pavia)
La diffusione del fenomeno del negazionismo climatico, che contesta l’ormai prevalente teoria del surriscaldamento globale antropogenico divulgata e difesa dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change of the United Nations) dimostra che anche le argomentazioni scientifiche possono essere contestate (ed eventualmente strumentalizzate) su basi diverse dalla loro pretesa di verità. Ciò non vale solo per la scienza del cambiamento climatico, che si occupa di lavorare sulle previsioni del futuro di un oggetto ipercomplesso in modi altamente tecnici ed interdisciplinari, ma anche per altri ambiti scientifici recentemente oggetto di dibattito e di accese polemiche (non ultima, la medicina, con la pandemia da Coronavirus). Sembra quindi che, in un contesto di insicurezza i cui la componente predittiva del mondo scientifico gioca un ruolo cruciale nel generare narrazioni credibili sl futuro, la posta in gioco del dibattito tra gli esperti non sia più tanto o soprattutto la verità di una teoria, quanto il suo potere persuasivo nell'offrire una narrazione del futuro. Insomma, diventa centrale la capacità di generare narrazioni temporali dotate di verosimiglianza (Fischer 2021). Questo lavoro si interroga quindi sui fattori che possono contribuire a rendere verosimile, credibile, o perfino persuasiva una “narrazione” scientifica sul futuro climatico, che al di là di pregiudizi ed oltre alle emozioni, e si focalizza in particolare sul ruolo della coerenza, come posta in gioco specifica dei discorsi scientifici. Del resto, già T. Kuhn (1962), aveva sostenuto che le rivoluzioni scientifiche si verificano quando un paradigma esplicativo non regge più dinnanzi ad un eccessivo accumulo di evidenze contrarie. In questo caso, la coereza diventa insomma la posta in gioco per trasformare le narrazioni predittive sul futuro climatico dalla forma utopica o distopica delle forme letterarie alla forma argomentativa di un report scientifico. Per studiare il ruolo della coerenza come criterio della predizione scientifica in modo sistematico, standardizzato, ma non automatizzato, si propone una metodologia di ricerca innovativa, che prende le mosse da una rivisitazione del modello per l’analisi dell’argomentazione proposto da Stephen Toulmin (1959). L’applicazione del modello alle diverse fasi di una narrazione scientifica – descrizione, spiegazione, previsione – permette di individuare in modo sistematico l’esistenza di eventuali contraddizioni, e quindi di punti di debolezza di una teoria. Applicando questo metodo ai testi di scienziati scettici o negazionisti prodotti dalla organizzazione internazionale CLINTEL, firmataria della dichiarazione mondiale intitolata “There is No Climate Change Emergency”, ma anche a una selezione di saggi prodotti in Italia in un volume a cura di Alberto Prestininzi (2022), il lavoro mostra che la maggior parte delle obiezioni negazioniste si riferisce proprio alla presenza di contraddizioni, incoerenze o discordanze che renderebbero la teoria mainstream relativa al cambiamento climatico non solo poco verosimile, ma completamente falsa e, in questo senso, assimilabile semmai ad altre narrazioni letterarie distopiche e, quindi, fuorviante per le politiche climatiche. Riferimenti bibliografici CLINTEL, Global Climate Intelligence Group, There is no Climate Change Emergency, delivered January 2025, from https://clintel.org/wp-content/uploads/2025/01/WCD-250104.pdf Fisher, F. (2021), Truth and Post-Truth in Public Policy. Interpreting the Arguments, Cambridge University Press. INTERGOVERMENTAL PANEL ON CLIMATE CHANGE, https://www.ipcc.ch/synthesis-report/ Analysed Reports: 1990 (FAR); 1995 (SAR); 2001 (TAR); 2007 (AR4); 2014 (AR5); 2021 (AR6); 2023 (WG3). Kuhn, T. (1962), The structure of scientific revolutions, trad. It. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 2009, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino. Prestininzi, A. (a cura di), Dialoghi sul clima. Tra emergenza e conoscenza. Rubettino. 2022 Toulmin, St. (1959) The Uses of Argument, Cambridge University Press, Cambridge. 4. Narrazioni utopistiche e transizione ecologica nei progetti di apprendimento collaborativo di Futures Literacy Francesca Odella – University of Trento
L'alfabetizzazione al futuro (o ai futuri) rappresenta un'attività tanto semplice quanto complessa da realizzare. La cultura occidentale e la visione scientifica tendono a collocare il discorso sul futuro in due categorie opposte: le previsioni (foresight) e le utopie/distopie. Secondo Claval (2007), la marginalizzazione del futuro nella cultura occidentale deriva dall'evoluzione delle scienze storiche. Passato e futuro, entrambi inaccessibili all’esperienza diretta, possono essere compresi solo attraverso narrazioni. Ad esempio, l’archeologia interpreta il passato, ricostruendo l’uso degli oggetti e le convenzioni sociali, e in tal modo offre indirettamente una lettura del futuro (Holtorf, 2018). Tuttavia, gli aspetti del passato non spiegabili con queste tracce costituiscono una sfida e una minaccia per il futuro, poiché potrebbero rovesciare visioni consolidate della società. Le narrazioni che coinvolgono diversi attori sociali rappresentano una strategia per affrontare le immagini del futuro radicate nella percezione e nelle azioni delle persone. Queste riflessioni sui modelli culturali dominanti nella società globalizzata (Palmer, 2014) mostrano come l’interpretazione del futuro sia legata alla nostra concezione della realtà attuale e alla percezione dell’organizzazione del mondo. L’influenza del passato sul presente determina il modo in cui immaginiamo il futuro. L’alfabetizzazione al futuro, attraverso la progettazione di scenari, permette ai partecipanti di sospendere la propria razionalità critica, aprendo uno spazio per sperimentazione e immaginazione. Questo processo rappresenta una sfida al pensiero comune, poiché il futuro non è più percepito come complesso o inaccessibile, ma diventa un momento dialettico in cui costruire narrazioni sulla sostenibilità e sulle trasformazioni socio-economiche. Esprimere punti di vista sul futuro e speculare su scenari possibili restituisce ai partecipanti una capacità di agency, spesso limitata dal presente. Inoltre, permette di esplorare contesti storici, geografici e sociali da prospettive diverse, ad esempio immaginando il futuro di una persona anziana, di un giovane o di un disabile. Nei laboratori di futuro, i partecipanti possono creare intersezioni tra la loro esperienza locale e la cultura globale, sviluppando oggetti culturali che evocano il futuro o compiono azioni innovative (ad esempio, una caffettiera che germoglia o un abito diagnostico). Possono anche impegnarsi in dibattiti sul ruolo della scienza e sulla sua relazione con le istituzioni, interrogandosi sul rapporto tra caos, mutazioni e conoscenza scientifica. Quando si esplorano scenari futuri legati alle trasformazioni ecologiche, emerge la sfida di immaginare nuovi paradigmi per il coordinamento sociale. Creare immaginari alternativi aiuta a comprendere le trasformazioni fisiche e culturali in modo olistico e complesso, includendo anche categorie non umane. Questo stimola la riflessione sul ruolo ecologico dell’uomo e sulla crescente interdipendenza tra ambiente e società. La costruzione di futuri alternativi porta a includere una varietà di scenari ambientali, alcuni ottimistici, altri tecnologizzati o catastrofisti. Il confronto con la società contemporanea induce i partecipanti a riflettere sui propri pregiudizi cognitivi e sulla loro influenza nell’immaginare il futuro. La percezione della temporalità legata all’ambiente varia: può essere vista come un passato naturale superato dalla tecnologia o come un elemento di sovversione dell’ordine sociale. L’Antropocene, come episteme narrativa, contiene sia un seme distopico, che spinge a considerare il cambiamento climatico come inevitabile, sia un seme utopico, che anticipa cambiamenti radicali nelle strutture sociali. Nei progetti di alfabetizzazione al futuro, queste dinamiche convergono nella narrazione di molteplici futuri, che i partecipanti esplorano e valutano attraverso la piacevolezza narrativa (Karaiskou, 2024). Ampliare i confini di ciò che è percepito come normale, fattibile e atteso socialmente diventa una scelta consapevole. Questo approccio condiviso favorisce una maggiore familiarità con la dimensione temporale e cognitiva del futuro, incoraggiando una mentalità aperta e non giudicante sulle sue potenzialità. Bibliografia Appadurai Arjun. Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Raffaello Cortina, Milano, 2014. Angheloiu Corina, Leila Sheldrick, Mike Tennant. Future tense: Exploring dissonance in young people’s images of the future through design futures methods, Futures, 1, 117, 102527,2020 Barnes Jessica J. and Michael R. Dove. Climate Cultures. Anthropological Perspectives on Climate Change, Yale University Press, New Haven. 2015 Claval Paul, Passer à l’avenir. Le rôle des normes et des horizons d’attente, Cahiers de géographie du Québec, 51, 144, 2007. Lowenhaupt Tsing Anna, Nils Bubandt, Elaine Gan and Heather A, Swanson. Arts of Living on a Damaged Planet: Ghosts and Monsters of the Anthropocene, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2017. Ingram Mrill, Helen Ingram and Raul Lejano. Environmental Action in the Anthropocene: The Power of Narrative-Networks, Journal of Environmental Policy & Planning, 21, 5, pp. 492-503, 2019 . Milojevic Ivana, Sohail Inayatullah, Narrative foresight, Futures, 73, pp. 151–162, 2015. Karaiskou Vicky, Visual Literacy as a tool to explore what lays behind and beyond our anticipations. Futures, 158, 103350, 1-9, 2024. Ojala Maria. Hope and anticipation in education for a sustainable future, Futures, 94, pp. 76-84, 2017. Palmer Jane. Past remarkable: Using life stories to trace alternative futures, Futures, 64, pp. 29–37, 2014. Salazar Juan F., Sarah Pink, Andrew Irving, Johannes Sjöberg. Anthropologies and Futures: Researching Emerging and Uncertain Worlds, Bloomsbury, Londra, 2017. Poli Roberto. The challenges of Futures literacy, Futures, 132, 102800, 2021. Rasa Tapio and Antti Laherto. Young people’s technological images of the future: implications for science and technology education, European Journal of Futures Research, 10, 4, pp. 1-15, 2022. Raudsepp-Hearne, C., Peterson, G. D., Bennett, E. M., Biggs, R., Norstrom, A.V., Pereira, L., Vervoort, J., Iwaniec, D. M., McPhearson, T., Olsson, P., et al. Seeds of good anthropocene: developing sustainability scenarios for Northern Europe, Sustainability Science, 15, pp. 605–617, 2020. |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 03: Mala tempora. Il racconto del presente nelle teorie della cospirazione Luogo, sala: Aula Magna Baffi (A0-F) Chair di sessione: Francesco Piraino Chair di sessione: Nicola Pannofino |
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Mala tempora. Il racconto del presente nelle teorie della cospirazione 1: Università di Bologna; 2: Università di Torino; 3: Università Pegaso di Napoli; 4: Università di Torino “Non c’è più tempo. Crisi ed emergenze nella società contemporanea” Convegno SISCC, Cagliari, 19-20 giugno 2025 Proposta di panel per lo STREAM I. Comunicazione: organizzazioni, istituzioni e media alla sfida della cronemica Titolo del panel: Mala tempora. Il racconto del presente e del futuro nelle teorie della cospirazione in Italia Abstract Il cospirazionismo ha guadagnato negli ultimi anni una crescente visibilità nel discorso pubblico, resa possibile soprattutto dalla circolazione virale attraverso i canali mediatici e le piattaforme digitali di narrazioni alternative e anti-establishment che hanno come principale bersaglio polemico le istituzioni scientifiche e politiche. La diffusione sociale delle teorie del complotto ha introdotto un immaginario culturale della crisi che fa leva sulla paura e sulle incertezze percepite su scala globale, fomentate dall’attuale fase storica di transizione legata alla recente emergenza pandemica, ai conflitti internazionali, ai rischi climatici, alle applicazioni della tecnologia, per non citare che alcuni esempi. L’immaginario della crisi veicolato dalle narrazioni complottiste è costruito su peculiari concezioni del tempo che adombrano una rappresentazione drammatica del presente e del prossimo futuro. Questo panel raccoglie tre contributi che mostrano le diverse visioni del tempo che informano il pensiero complottista contemporaneo. Il primo lavoro descrive due diverse forme di complottismo nel panorama mediatico italiano. Da un lato, un complottismo proveniente dall’estrema destra che racconta la fine del tempo, ossia un’escatologia esoterica basata sulle dottrine di Guénon ed Evola. Dall’altro un complottismo di matrice liberale che si basa una concezione opposta di tempo, dove l’Occidente rappresenta la fine della storia, ma in chiave positiva, in quanto apogeo dell’umanità. Queste due forme di complottismo e di concettualizzazioni del tempo sono analizzate attraverso l’approccio del programma forte della sociologia culturale di Alexander. Il secondo intervento si concentra sul “grande reset”, una recente teoria complottista secondo cui la pandemia da Covid-19 sarebbe l’ultimo di ripetuti tentativi messi in atto nei secoli da parte di un’élite di potere per condizionare lo sviluppo storico e instaurare un governo totalitario volto al controllo della popolazione mondiale. Questa teoria, diffusa nel discorso dei partiti populisti e all’interno di comunità online su social media come YouTube, Reddit e Telegram, elabora in modo condiviso uno storytelling seriale improntato a una rappresentazione del tempo futuro di tipo apocalittico, che prefigura l’avvento di una prossima società distopica. Il terzo paper si sofferma sulla diffusione delle teorie del complotto e della disinformazione tra sfera digitale e mondo offline in un tempo di crisi in cui si radica la sfiducia verso le autorità tradizionali. All’interno di questa cornice, il contributo interpreta le teorie del complotto come una forma di conoscenza stigmatizzata, soffermandosi sul caso della “conspiritualità” - un concetto relativo al rapporto tra pensiero cospirazionista e campo spirituale -, e alla pratica dello yoga in Italia, quale esempio di campo spirituale che si qualifica per un grado di tensione nei confronti della società mainstream rispetto alle concezioni della salute, del sacro e della cura del corpo. ABSTRACT DEI CONTRIBUTI Abstract 1 È solo la fine del mondo: opposte concezioni del tempo nel complottismo italiano Francesco Piraino, Università di Bologna Questo paper discute due forme di complottismo nei media italiani che riflettono concezioni antitetiche riguardo la politica, la religione e l’escatologia. Il primo caso analizzato riguarda la produzione editoriale di Claudio Mutti, fondatore dell’Edizioni All’Insegna del Veltro e della rivista Eurasia. Mutti, figura chiave dell’estrema destra italiana ed europea, è riuscito negli anni a uscire dalla nicchia dell’estrema destra per coinvolgere intellettuali antimodernisti, stalinisti e complottisti. La sua rivista Eurasia è oggi acquistata da diverse università italiane. Questo processo di mainstreamizzazione è stato possibile grazie ad uno stile pseudoscientifico che unisce analisi geopolitiche con il complottismo riguardo le lobby ebraiche, gay e massoniche. La visione filosofica, religiosa e politica di Mutti e di molti degli autori di Eurasia, si basa sulle letture esoteriche di René Guénon e Julius Evola, secondo i quali siamo giunti alla fine del mondo. La modernità, democratica, liberale, umanista rappresenta l’ultimo stadio di un degrado morale e politico. Secondo questa visione, stiamo vivendo un momento di accelerazione escatologica verso la fine dei tempi. Questa visione si riflette nella produzione editoriale che racconta una crisi perpetua prima dello scontro finale tra forze del bene e forze del male. Il secondo caso preso in considerazione è quello che potrebbe essere chiamato “complottismo liberale” dei giornalisti come Oriana Fallaci e Federico Rampini. Secondo questi giornalisti, prestigiose firme del Corriere della Sera, ci sarebbero diversi complotti che minacciano l’Occidente. Oriana Fallaci ha reso celebre le teorie di Eurabia, ossia il presunto complotto delle istruzioni europee per l’arabizzazione e islamizzazione dell’Europa, favorita anche dalla superficialità e dal buonismo di una certa sinistra e di un certo Cattolicesimo. Rampini ha ampliato il complottismo raccontando un occidente, vittima di diversi complotti, come 1) l’immigrazione clandestina favorita da alcune élite tecnocratiche, 2) un’ecologia neopagana che minaccia continuamente un cataclisma imminente, ma privo di fondamento scientifico e 3) un attacco ai valori morali occidentali da parte di una élite di intellettuali di sinistra, caratterizzata dal pensiero postcoloniale e woke. Il complottismo dei liberali si basa su una concezione del tempo radicalmente diversa rispetto a quello prima descritto. Secondo Rampini, che riprende le tesi di Francis Fukuyama e Samuel Huntington, l’Occidente rappresenta la fine della storia, la fine del tempo, l’apogeo della civiltà umana. Rampini non si limita a negare le critiche postcoloniali, woke ed ecologiche verso l’Occidente, come fanno molti intellettuali conservatori, ma le trasforma in complotti orditi da diverse organizzazioni. Il complotto dell’estrema destra e quello dei liberali rappresentano due visioni opposte della società e della politica. Inoltre, si basano su due concezioni antitetiche del tempo, la prima basata sull’idea della fine imminente del mondo a causa della degenerazione moderna, la seconda sulla fine del tempo, dovuta al contrario, alla modernità occidentale come apogeo dell’umanità. Nonostante queste differenze abissali, le due visioni condividono la produzione di teorie del complotto che contribuiscono a polarizzare il dibattito politico italiano, identificando nemici nascosti e onnipotenti, verso i quali si può provare solo un senso di impotenza, e contribuendo a produrre un senso di emergenza perpetua. Il framework teorico utilizzato per lo studio di questi due casi è la sociologica culturale del “programma forte” delineato da Jeffrey Alexander, che mette al centro i fenomeni culturali come variabile principale dell’analisi sociologica. Attraverso questa lente, possiamo considerare il complottismo non come il frutto di gruppi socialmente ed epistemologicamente marginali, ma al contrario, come dimostra anche questo paper come al centro del dibattito intellettuale e mediatico italiano. La metodologia è qualitativa, basata sull’analisi del discorso e sul ragionamento induttivo. Abstract 2 Anno zero. Il “grande reset” e la teoria complottista dei cicli temporali Nicola Pannofino - Università Pegaso di Napoli Le teorie della cospirazione stabiliscono un rapporto costitutivo con la dimensione del tempo: per un verso, queste teorie emergono e circolano soprattutto nei periodi storici di cambiamento, per l’altro tentano di rispondere alle incertezze che tali periodi ingenerano a livello individuale e sociale (van Prooijen e Douglas 2017), risultando particolarmente persuasive per chi ha un atteggiamento fatalista rispetto al futuro (Zajenkowski et al. 2022). Uno degli esempi più eloquenti e influenti di narrazione complottista incentrata sulla temporalità è offerto dalla teoria del great reset - il grande “ripristino” o “azzeramento” -, termine introdotto nel 2021 durante il World Economic Forum di Davos per indicare un programma di trasformazione politica e socio-economica con cui fronteggiare le conseguenze della pandemia da Covid-19. Questo programma è riletto dai teorici della cospirazione come strategia per realizzare su scala globale un governo totalitario volto al controllo della popolazione, giustificato dallo stato di emergenza sanitaria (Roth 2021; Van der Tak e Harambam 2024). La tesi del grande ripristino trova largo impiego nel milieu complottista, secondo cui quello annunciato a Davos sarebbe solo l’ultimo di ripetuti reset messi in atto ciclicamente - ma espunti dalla storiografia ufficiale - da un’élite di potere per indirizzare il corso degli eventi nei secoli. Questa tesi si ritrova anche nelle narrazioni dei portavoce dei partiti populisti, particolarmente in chiave di salvaguardia dei diritti democratici che si ritiene siano stati messi in discussione nella fase di gestione dell’emergenza pandemica. Ma si ritrova, in alcuni casi, anche nelle narrazioni di importanti attori della propaganda nazionalista russa con la funzione di delegittimare le élite degli stati espressione dell’attuale ordine internazionale e prospettare la possibilità di realizzare un ordine nuovo, con nuove potenze egemoni. Non solo per questi aspetti, le teorie del complotto hanno una rilevanza politica molto forte. Infatti, esse possono diventare efficaci forme d’espressione di carattere culturale per diffusi problemi sociali. In quanto canali espressivi riescono a dare agevolmente voce a sentimenti riconducibili al disagio sociale interiorizzato dagli individui. In particolare, al tempo del disagio che stanno vivendo. L’uso delle narrazioni complottiste, e quella del great reset è un esempio paradigmatico, conferma una linea di tendenza particolarmente accentuata ma soprattutto acquista rilevanza per l’indagine sociologica nella misura in cui si tenga conto che tali formazioni discorsive germogliano e si diffondono al tempo della profonda crisi epistemica in cui si trovano le società contemporanee (Christensen e Au 2023) e che naturalmente investe gli individui nella loro quotidianità. L’intervento si propone di analizzare la comunicazione sui social media riguardante la teoria del grande reset, con speciale attenzione al forum di Reddit, ad alcuni canali YouTube e gruppi Telegram, tre fra le piattaforme che maggiormente contribuiscono alla circolazione delle odierne teorie del complotto. L’analisi testuale del materiale selezionato evidenzia come il discorso complottista veicoli credenze, paure e attese improntate a una concezione del tempo di tipo implicitamente o esplicitamente millenaristico (Barkun 2003). Tra le diverse comunità online si costruisce in modo interattivo e condiviso uno storytelling seriale che articola l’interpretazione e la memoria collettiva degli utenti attorno a uno schema narrativo incentrato sul topos del “declino” (Gergen e Gergen 1984; Zerubavel 2003). Questa narrazione, che riflette e alimenta l’immaginario della fine dei tempi proprio della cultura popolare contemporanea (Albrecht e Sturm 2024), prefigura uno scenario di decadenza marcato da imminenti cambiamenti catastrofici per l’umanità. La teoria del grande reset si inscrive nella più generale visione cospirativa per la quale è in atto la transizione epocale verso una futura società distopica, secondo un piano segreto finalizzato a instaurare un “nuovo ordine mondiale” (Spark 2000). Abstract 3 Conspiritualità: La costruzione sociale e discorsiva della conoscenza stigmatizzata nel campo spirituale e religioso italiano Marco Castagnetto Le teorie del complotto stanno progressivamente muovendo dalla periferia epistemica della comunicazione al suo mainstream, imponendo riflessioni sul loro impatto sociale all’intersezione tra il ruolo delle istituzioni pubbliche e la gestione dei flussi comunicativi nella sfera digitale, la relazione tra informazione e disinformazione nonché i confini porosi tra l’online – dove le teorie del complotto prosperano – e l’offline. Questo processo è in larga parte il risultato di fattori interconnessi, tra cui la presenza pervasiva di Internet e la crescente sfiducia nei confronti delle autorità tradizionali; le teorie del complotto, infatti, non sono più confinate ai margini del sociale, ma hanno guadagnato visibilità e legittimità nel discorso pubblico, rappresentando una sfida – ancora in gran parte tutta da decifrare – per le istituzioni educative, il mondo dei media – sia tradizionali che social – e naturalmente per gli attori sociali che, a diverso titolo (e.g., producers, carriers e/o consumers), prendono parte a questo processo. Sulla scorta di Michael Barkun (2013), le teorie del complotto possono essere interpretate come “conoscenza stigmatizzata”, ovvero quelle forme di sapere – o meglio affermazioni di conoscenza – che non sono accettate dalle istituzioni alle quali le società – tradizionalmente – si affidano per la convalida della verità. Attraverso questa lente ermeneutica, esploreremo il fenomeno della cospiritualità – l'adozione, l'adattamento e l'uso strategico del pensiero cospirazionista all'interno del campo religioso e spirituale – come un concetto sociologico emergente coniato per affrontare le profonde ripercussioni sulla costruzione sociale e discorsiva di ciò che conta come conoscenza stigmatizzata e/o legittima in riferimento al sacro. Da un lato, le costruzioni sociali e discorsive che sottendono alle teorie del complotto sono stigmatizzate dai paradigmi considerati più autorevoli all’interno del frame epistemico dell’Italia contemporanea, ancora largamente basato su istituzioni tradizionali. Dall’altro lato, questi stessi paradigmi dominanti sono però percepiti come parziali, e quindi a loro volta stigmatizzati, dalla prospettiva emica di chi crede in alcune forme di conspiritualità. Secondo questa prospettiva, le narrative e i sistemi di conoscenza mainstream sarebbero manchevoli, fuorvianti e deliberatamente orchestrati per sopprimere punti di vista alternativi, in una dialettica di delegittimazione reciproca. In secondo luogo, partendo dal caso studio dello yoga in Italia – inteso come esempio paradigmatico degli sviluppi contemporanei del campo spirituale e religioso italiano – esploriamo il modo in cui le principali istituzioni di yoga in Italia, le scuole più affermate e i loro praticanti posizionano le loro rivendicazioni – riguardanti salute, sacro e cura del corpo – in riferimento alle più ampie tendenze scientiste delle società pluralizzate, al ruolo ancora influente della Chiesa cattolica e a una varietà di spiritualità nuove e/o alternative. Attraverso questa analisi mostreremo quindi alcune delle tensioni esistenti tra diverse visioni di cosa sia lo yoga – e a che cosa serva – e di come queste, di volta in volta, possano essere considerate come conoscenza stigmatizzata o socialmente riconosciuta a seconda del posizionamento degli attori sociali presi in considerazione. |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 04: "Alla ricerca del tempo perduto": vita quotidiana e disconnessione digitale Luogo, sala: Aula 5 (A1-D) Chair di sessione: Francesca Ieracitano |
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"Alla ricerca del tempo perduto": vita quotidiana e disconnessione digitale 1: Sapienza, Italia; 2: Università degli Studi di Bergamo; 3: Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; 4: Universitat de València (Spagna) e Cardiff University (Regno Unito); 5: Università degli Studi di Siena I cambiamenti culturali e le crisi della società contemporanea hanno portato gli individui a mettere in discussione il rapporto con uno dei pilastri sui quali le società capitalistiche occidentali tardo moderne hanno fondato il loro impianto economico, sociale, culturale e tecnologico: la digitalizzazione. Alcuni autori evidenziano una trasformazione sociale e culturale in atto che si basa sulla messa in discussione della normalizzazione della digitalizzazione (Kuntsman & Miyake, 2019; Andersson et al., 2021). Ciò ha gettato i presupposti per la configurazione di una post-digital era (Pepperell & Punt, 2000; Cramer, 2015; Andersson, 2016) caratterizzata da un bisogno di rallentamento anche dei ritmi e dei tempi di vita connessi, che non è più esclusivo appannaggio di alcuni gruppi sociali (es. gli hipster). È in questo scenario di profondi cambiamenti che si affermano pratiche come la disconnessione digitale, che si configurano come un vero e proprio cambiamento culturale. La digital disconnection può essere intesa come “qualsiasi tipo di non utilizzo, temporaneo o indefinito, (dei digital media) a condizione che tale non utilizzo avvenga con il consenso dell'agente che si disconnette” (Bagger, 2024, p. 113). Se da un lato gli studi nel settore della digital disconnection evidenziano come la disconnessione sia una risposta ai contraccolpi generati dalla digitalizzazione (Albris et al., 2024), dall’altro sottolineano le ambiguità, le ambivalenze, le diseguaglianze e i paradossi che rendono sfidante le pratiche di disconnessione digitale e di “digital detox” nel presente (Kuntsman & Miyake, 2019). La disconnessione è infatti un processo flessibile nel quale la decisione di disconnettersi può essere ambivalente (Kania-Lundholm, 2021), perché non dipende mai completamente solo dall’esercizio di agency degli utenti (Kuntsman & Miyake, 2019:910). Per tale ragione, la digital disconnection presenta dei lati oscuri in parte connessi alle situazioni, non solo di carattere macrosociale (Trerè et al., 2020), nelle quali la disconnessione digitale viene esercitata e che meritano di essere indagati. Partendo da questi presupposti, il panel si propone di proseguire anche nel contesto italiano riflessioni sviluppate (anche dagli stessi autori coinvolti) nel contesto europeo, mirando a rappresentare un momento di consolidamento degli studi italiani sulla digital disconnection. Tali riflessioni intersecano in modo significativo le tematiche della temporalità e della crisi, con riferimento specifico alla dimensione temporale della vita quotidiana. Se, infatti, alla crescente digitalizzazione sono associate forme di accelerazione di molte delle pratiche quotidiane, la digital disconnection si pone come un momento di riorganizzazione (quando non di rallentamento) della struttura temporale delle nostre vite. In particolare, il contributo di apertura, “Un’agenda di ricerca per gli studi sulla disconnessione: lezioni fondamentali, sfide e direzioni future”, tratteggia lo stato dell’arte del campo di studi, proponendo, in un’ottica anche critica, le più rilevanti questioni di ricerca da affrontare nel prossimo futuro. Il secondo contributo, “Ricalibrare il proprio tempo attraverso la disconnessione: una strategia alla portata di tutti?”, contestualizza gli studi sulla disconnessione nell’ambito della riflessione sui tempi della vita quotidiana. Al rapporto tra disconnessione e temporalità nella vita quotidiana è dedicato anche il terzo contributo, “Pressione temporale e pratiche di disconnessione. Per una fenomenologia della digital disconnection in Italia, tra vecchie e nuove disuguaglianze”, che presenta i risultati di una ricerca condotta con tecnica CAWI su campione rappresentativo della popolazione internet italiana, contestualizzandoli nell’ambito di una riflessione sulle diseguaglianze. Infine, il quarto contributo, “Il lato oscuro della disconnessione digitale: il ruolo del tempo nella gestione delle pratiche di digital detox da parte di giovani utenti”, propone un’analisi situazionale della disconnessione digitale, riflettendo sul ruolo che la variabile tempo esercita nelle pratiche di disconnessione digitale. Contributo 1: Un'agenda di ricerca per gli studi sulla disconnessione: lezioni fondamentali, sfide e direzioni future Emiliano Treré, Universitat de València (Spagna) e Cardiff University (Regno Unito)
Questo contributo si propone di analizzare le principali lezioni emerse dagli studi sulla disconnessione digitale nell’ultimo decennio, evidenziandone le sfide, i limiti e le direzioni future. Attraverso un approccio critico, vengono esplorate le implicazioni sociali, politiche e culturali della disconnessione, con particolare attenzione alle sue pratiche, disuguaglianze e connessioni interdisciplinari. Negli ultimi 10-15 anni, gli studi sulla disconnessione digitale si sono evoluti da un campo emergente e dirompente a un'area più consolidata all'interno della ricerca sui media digitali, con un'attenzione alle dimensioni sociali, politiche e culturali del rifiuto, della resistenza e della negoziazione della connettività digitale. Anche se diverse valide revisioni della letteratura hanno già mappato il campo (es. Nassen et al., 2023; Altmaier et al., 2024), questo contributo mira a sviluppare un'analisi critica e approfondita su alcuni dei temi più urgenti del settore, facendo il punto sulle lezioni apprese e delineando un'agenda per la ricerca futura. In primo luogo, la ricerca su resistenza e attivismo ha dimostrato che la disconnessione digitale non è semplicemente una scelta individuale, ma spesso una strategia organizzata e collettiva. Dai movimenti che promuovono il "digital detox" alle pratiche di rifiuto dei media digitali da parte degli attivisti che cercano di sfuggire al capitalismo della sorveglianza, la disconnessione è stata concettualizzata come una forma di resistenza politica e sociale (Kaun & Treré, 2020; Jurgenson, 2013). Tuttavia, l'interazione tra disconnessione digitale e attivismo rimane un dibattito in evoluzione, richiedendo ulteriori indagini sulle tensioni tra resistenza e partecipazione alle infrastrutture digitali. In secondo luogo, gli studiosi hanno esaminato la disconnessione come repertorio di pratiche incorporate in diverse ecologie mediali (Wilcockson et al., 2019; Syvertsen, 2020). Il modo in cui le persone si impegnano nella disconnessione è altamente contestuale, modellato dalle affordance dei dispositivi digitali, delle piattaforme e delle infrastrutture. Ad esempio, gli studi sulla disconnessione dagli smartphone evidenziano come gli individui si scollegano selettivamente pur rimanendo immersi in ecosistemi digitali più ampi. Ciò evidenzia la necessità di analisi più sfumate su come la disconnessione interagisce con forme ibride e fluide di coinvolgimento mediatico. In terzo luogo, la ricerca ha sempre più evidenziato le disuguaglianze e i privilegi insiti nella disconnessione digitale (Selwyn & Pangrazio, 2018; Light, 2014; Treré, 2021). Mentre gli individui benestanti possono abbracciare la disconnessione volontaria come un lusso, le comunità marginalizzate spesso sperimentano la disconnessione involontaria a causa di vincoli infrastrutturali, economici o politici. Gli studi futuri dovrebbero esplorare ulteriormente come classe sociale, razza, genere e geografia mediano l'accesso alla disconnessione, evitando la generalizzazione eccessiva dei discorsi sul digital detox. In quarto luogo, gli studi sulla disconnessione devono approfondire le loro connessioni interdisciplinari con campi adiacenti, come gli studi sulle infrastrutture critiche, gli studi sulle piattaforme e l'economia politica. Collegare la disconnessione alla ricerca sulla data justice, sulla governance delle piattaforme e sulla cultura algoritmica può fornire nuove intuizioni sulle implicazioni del rifiuto della connettività in un mondo datificato (Lomborg, 2020; Madianou, 2024). Infine, eventi dirompenti e contingenze, come la pandemia di COVID-19, hanno profondamente ridefinito il panorama della disconnessione digitale (Treré, 2021; Nguyen et al., 2020; Vlachantoni et al., 2023). Mentre i dibattiti pre-pandemia inquadravano spesso la disconnessione come una scelta personale, la crisi ha evidenziato le dipendenze infrastrutturali che rendono la disconnessione sempre più difficile, se non impossibile. La ricerca futura dovrà considerare come le crisi ricalibrano l'impegno e la disconnessione digitale, rivelando nuove vulnerabilità e rafforzando le disuguaglianze digitali esistenti. Queste riflessioni suggeriscono che gli studi sulla disconnessione debbano superare le semplicistiche opposizioni tra connessione e disconnessione, adottando prospettive più articolate e contestualizzate. Per avanzare nel campo, sarà essenziale un dialogo interdisciplinare capace di affrontare le lacune della ricerca attuale e di stimolare nuove direzioni teoriche e metodologiche. Contributo 2: Ricalibrare il proprio tempo attraverso la disconnessione: una strategia alla portata di tutti? Leonardo Bindi, Università degli Studi di Siena
In una contemporaneità caratterizzata dall'accelerazione e dalla frammentazione temporale, questo contributo analizza la disconnessione digitale come risposta critica alla mediatizzazione (Couldry e Hepp, 2013) della vita quotidiana. Come evidenzia Christoffer Bagger (2024), parallelamente all’ascesa della Platform Society (van Dijck et al., 2018), si è assistito ad un crescente interesse nel resistere o rifiutare l'uso delle tecnologie digitali. Definire il termine “disconnessione digitale” si rivela però un compito complesso. La letteratura ha affrontato questa sfida da diverse prospettive, concentrandosi sulla definizione di tipologie e oggetti di disconnessione (Altmaier et al., 2023), sulla mappatura degli studi sulla disconnessione (Pasquali et al., 2023) e sulla genealogia di questo concetto nell’ambito dei media studies (Moe e Madison, 2021). Questo contributo adotta quindi una definizione di disconnessione come “risposta critica alle condizioni mediatiche che caratterizzano le nostre società e permeano la nostra quotidianità” (Lomborg e Ytre - Arne, 2021, p. 1530). Tra queste pratiche di disconnessione esistono diverse sfumature. La disconnessione, intesa come “politica di lifestyle” (Kaun e Trerè, 2018), cerca quindi di presentarsi come una risposta critica alle sfide della contemporaneità, attraverso una serie di pratiche estremamente individualizzanti e caratterizzate da una retorica influenzata da una ricerca dell’autenticità personale. Tuttavia, in un’epoca in cui la disconnessione non è semplicemente un lusso ma anche un obbligo (Fast, 2021), è necessario evidenziare le possibili criticità e le eventuali contraddizioni di questi comportamenti di “vistoso non – consumo” (Portwood – Stacer, 2013). Come notano Bozan e Treré (2024), nel corso degli ultimi anni le logiche capitalistiche hanno portato la maggioranza delle pratiche di disconnessione a subire un processo di mercificazione: in particolare, i prodotti e i servizi per la disconnessione progettati per favorire l'autocontrollo nella gestione del tempo. All’interno di un’ottica neoliberista i risultati attesi della disconnessione, come ad esempio il well – being o la gestione del sé e del proprio tempo (Jorge, 2022), rappresentano un prerequisito della produttività. Tale mercificazione, tuttavia, presenta una serie di interrogativi riguardo l'autenticità e l'efficacia di tali pratiche. Il rischio, infatti, è quello di trasformare la disconnessione da strumento di emancipazione a mero supporto della produttività capitalistica. Diventa pertanto fondamentale interrogarsi sulla capacità della disconnessione di fungere da strategia di resistenza, ovvero sulla possibilità di “circoscrivere un luogo proprio in un mondo stregato dai poteri invisibili” (de Certeau, 2010, p. 72), in un'epoca di crescente pressione temporale, e se tale possibilità sia equamente accessibile a tutti. Questo contributo, attraverso una revisione sistematica di 431 studi scientifici sulla disconnessione digitale pubblicati dal 1998 al 2024, esplora le strategie fin qui prese in considerazione dalla letteratura e adottate dagli utenti per ricalibrare la gestione del tempo. Un aspetto fondamentale dell'analisi è quello di evidenziare come la dimensione temporale delle pratiche di disconnessione, in termini di durata, influenzi significativamente le possibilità di accesso ad esse. Le disconnessioni prolungate, difatti, pur offrendo maggiori benefici in termini di recupero del tempo, sono spesso un privilegio limitato a chi dispone delle adeguate risorse economiche e sociali (Kratel, 2023). Al contrario, le micro-disconnessioni quotidiane, pur nella loro maggiore accessibilità, potrebbero non essere sufficienti per contrastare le pressioni della Platform Society. Tuttavia, dall’analisi sistematica della letteratura emerge come la disconnessione presenti, oltre alla dimensione individuale, anche azioni di natura collettiva. Tali pratiche vanno quindi ad inserirsi all’interno di contesti temporali più ampi, come il dibattito sul diritto alla disconnessione o la ricerca di nuovi modelli di strutturazione del lavoro. Nel confrontare le dimensioni individuali e collettive emerge quindi una diversa comprensione delle strategie di resistenza offerte dalla disconnessione, rendendo evidente la necessità di esplorare come queste pratiche possono essere ripensate in modo inclusivo e consapevole, anche in relazione alla dimensione temporale. Contributo 3: Pressione temporale e pratiche di disconnessione. Per una fenomenologia della digital disconnection in Italia, tra vecchie e nuove disuguaglianze Piermarco Aroldi*, Marina Micheli*, Francesca Pasquali+, Barbara Scifo*
Tra le forme di pressione temporale che caratterizzano l’esperienza quotidiana delle società contemporanee, la capacità dimostrata dalle piattaforme digitali di colonizzare porzioni sempre più ampie del tempo dei loro utenti costituisce un fenomeno diffuso e generalizzato. Più che i dati relativi al tempo speso utilizzando internet (in Italia mediamente 5 ore e 49 minuti al giorno) (We are social 2024), sono i discorsi sociali relativi alla necessità di contenere questa pressione temporale a rivelarne la criticità: basti pensare al dibattito sullo screen time di bambini e adolescenti, al diritto alla disconnessione reclamato come forma di tutela della privacy dei lavoratori e del bilanciamento tra tempi di vita e tempi di lavoro, al fiorente mercato delle terapie di ‘digital detox’ per favorire il benessere mentale e sociale o aumentare la produttività, alla promozione di alcune località turistiche digital free al fine di preservare tempi e luoghi dell’esperienza di viaggio, per fare solo alcuni esempi. A fronte di questa pressione temporale, programmaticamente perseguita dall’economia dell’attenzione delle piattaforme digitali, si diffondono comportamenti che sono stati inquadrati nella logica del “digital backslash”, «una sorta di zeitgeist: un momento storico in cui le norme relative al comportamento, al consumo e alle abitudini digitali vengono problematizzate e in cui si mette in discussione l'entusiasmo iniziale dell'era digitale » (Albris et al., 2024). In questa stessa logica si iscrivono le molte e varie forme di disconnessione digitale intesa come «autoregolazione consapevole dell'uso dei media digitali attraverso strategie che limitano selettivamente la connettività degli utenti» (Geber et al., 2024). Il paper intende approfondire la conoscenza delle pratiche attraverso le quali gli utenti esercitano la disconnessione digitale mediante l’analisi avanzata dei dati raccolti nel corso di una rilevazione CAWI somministrata a un panel rappresentativo della popolazione italiana adulta di utenti internet nel giugno del 2024. La descrizione fenomenologica delle pratiche verrà messa in relazione con le caratteristiche sociodemografiche degli utenti, con le loro abitudini di utilizzo dei media digitali, con le motivazioni che li spingono a contenere la propria connettività e con le difficoltà che queste pratiche di contenimento comportano. Particolare attenzione sarà dedicata all’analisi di alcune differenze che si traducono facilmente in disuguaglianze dal punto di vista dell’appartenenza generazionale, della posizione nel corso di vita, dell’impegno nei lavori di cura, e che contribuiscono a esporre in modo variabile alla pressione temporale della network society. Sulla scorta dei dati sarà così possibile compiere alcune riflessioni in merito ad alcuni snodi cruciali del dibattito contemporaneo sulle contraddizioni della società digitale. Contributo 4: Il “lato oscuro” della disconnessione digitale: il ruolo del tempo nella gestione delle pratiche di digital detox da parte di giovani utenti Francesca Ieracitano e Francesca Comunello, Sapienza Università di Roma
Il presente contributo mira ad offrire un’analisi situazionale della disconnessione digitale, con specifico riferimento al peso e al ruolo che la variabile tempo esercita nelle pratiche di disconnessione digitale, inibendole, favorendole o rendendole sfidanti. Il framework teorico utilizzato è quello proposto da Schnauber-Stockmann e colleghi (2024), che evidenzia i fattori situazionali che possono intervenire nel comportamento mediale, al fine di poterlo meglio comprendere e soprattutto coglierne la variabilità. Il framework teorico mette in evidenza come a intervenire nel comportamento mediale - caratterizzato dalle fasi di selezione, elaborazione e media disengagement - ci siano fattori situazionali che possono dipendere dal contesto oggettivo e soggettivo in cui le audience/utenti si trovano, dal loro stato psicologico e dal contesto mediale (Schnauber-Stockmann et al., 2024). Tra le componenti del contesto oggettivo, il tempo occupa un ruolo significativo, insieme allo spazio e alle norme sociali. Per dare applicazione empirica a questo framework teorico, è stato condotto uno studio basato sul coinvolgimento di 54 studenti/esse (13-24 anni) in un’esperienza di disconnesione dallo smartphone per una settimana. Lo studio, di carattere qualitativo, è stato condotto attraverso la tecnica della compilazione di diari giornalieri. In una sezione del diario è stato chiesto di tracciare i momenti in cui la mancanza del dispositivo veniva avvertita di più o di meno, consentendo di identificare le situazioni specifiche connesse alla dimensione della temporalità nelle quali la gestione dell’assenza del cellulare ha richiesto cambiamenti di ritmi di vita, percezioni del tempo e (ri)organizzazione dei tempi. I diari sono stati analizzati attraverso un’analisi qualitativa del contenuto. Lo studio ha evidenziato come il tempo rappresenti una variabile che agisce in modo nascosto nelle pratiche di disconnessione digitale, rendendole particolarmente difficili da gestire: la percezione dell’esperienza da parte dei partecipanti è connessa alla dimensione temporale delle situazioni vissute nella settimana di privazione dallo smartphone. In particolare, l’esperienza di disconnessione digitale ha rivelato ai partecipanti l’esistenza di ritmi e tempi, prima, nascosti (Zerubavel, 1985) dalla condizione dell’essere sempre connessi: “Mi rendo conto della mancanza dello smartphone principalmente nei momenti in cui sono da solo senza nulla da fare” (S_24, m) “(O)ggi mi è mancato il telefono più del solito in quanto anche in fila dal medico gli anziani 2.0 avevano tutti (chi per più tempo chi per meno, chi prima chi dopo) il telefono” (L_20_m). I partecipanti hanno dovuto sviluppare strategie e modalità alternative di controllo del tempo oggettivo, facendo loro avvertire una limitazione nell’esercizio della propria agency: “Mentre mi preparavo chiedevo spesso a lei (la madre) che ore fossero per darmi una regolata” (F_19_f) “Non avevo al polso neanche l’orologio e ho dovuto chiedere l’ora a un passante inventandomi la scusa che mi si fosse scaricato il telefono” (L_22_f) Quello che la disconnessione ha inoltre fatto emergere è un’alterazione della percezione soggettiva dello scorrere del tempo oggettivo, rispetto a come si era abituati a percepirlo prima: “Mi sento bene e mi sembra di essermi goduta di più la giornata. Il tempo è passato in fretta” (R_20_f) I risultati evidenziano come la digitalizzazione ha abbia strutturato aspettative di azione e di risposta immediata che non potendo essere soddisfatte dagli utenti durante la disconnessione digitale generano senso di impotenza e frustrazione. Allo stesso tempo, la rinegoziazione dei tempi ha costretto i partecipanti ad accettare i ritardi e a ricalibrare la loro reattività alle situazioni e alla risoluzione di problemi ad esse connessi. Lo stesso senso dell’urgenza è stato ripensato. La percezione soggettiva dei tempi nella condizione di disconnessione dà forma alle emozioni (la noia) e impone un ripensamento del peso che la gestione e l’esperienza del tempo digitalizzate hanno sulle possibilità di esercizio della nostra agency. Riferimenti bibliografici Albris. K., Fast, K., , Karlsen, F., Kaun, A., Lomborg, S., & Syvertsen, T. (Eds.) (2024). The digital backlash and the paradoxes of disconnection (pp. 109–128). Nordicom, University of Gothenburg. https://doi.org/10.48335/9789188855961-6. Altmaier, N., Kratel, V. A., Borchers, N. S. & Zurstiege, G. (2024). Studying digital disconnection: A mapping review of empirical contributions to disconnection studies. First Monday, 29(1), pp. 1-20. Andersson, C., Crevani, L., Hallin, A., Ingvarsson, C., Ivory, C., Lammi, I. J., ... & Uhlin, A. (2021). Hyper-Taylorism and third-order technologies: making sense of the transformation of work and management in a post-digital era. In Management and information technology after digital transformation (pp. 63-71). Routledge. Andersson, L. (2016) No digital ‘castles in the air’: online non-participation and the radical left. Media and Communication 4(4): 53–62 Bagger, C. (2024). A decade of digital disconnection research in review: Where, what, how, and who? In Albris, K., Fast, K., Karlsen, F., Kaun, A., Lomborg, S., & Syvertsen, T. (2024). The digital backlash and the paradoxes of disconnection. Nordicom, University of Gothenburg. Couldry, N., & Hepp, A. (2013). Conceptualizing mediatization: Contexts, traditions, arguments. Communication theory, 23(3), pp. 191-202. Cramer, F. (2015). What is ‘Post-digital’?. In Postdigital aesthetics: Art, computation and design (pp. 12-26). 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| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 05: Tempi sintetici. Come algoritmi e IA ridefiniscono identità, lavoro e conoscenza Luogo, sala: Aula Magna ex Facoltà di Scienze Politiche (B0-B) Chair di sessione: Elisabetta Risi Chair di sessione: Riccardo Pronzato |
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Tempi sintetici. Come algoritmi e IA ridefiniscono identità, lavoro e conoscenza. 1: IULM, Italia; 2: Università di Bologna; 3: Università di Bergamo; 4: Università di Firenze; 5: Università degli Studi di Milano; 6: Università di Catania Il panel esplora come le piattaforme basate sull’intelligenza artificiale (IA) stiano contribuendo alla riorganizzazione della temporalità nelle dinamiche identitarie, organizzative e di (ri)produzione della conoscenza. La comprensione delle implicazioni di questi dispositivi socio-tecnici è fondamentale per comprendere come l’organizzazione dei tempi di lavoro e vita quotidiana, i sistemi organizzativi complessi e i processi di riproduzione sociale vengano impattati e rimodellati, in particolare dall’IA generativa, rinforzando dinamiche di potere egemoniche. Focalizzandosi sull’identità, le piattaforme algoritmiche e basate sull’IA influenzano le esperienze temporali e i processi di formazione del Sè degli individui. Il risultato è quello che è possibile denominare con “algorithmic selfing” (si veda il contributo 1), un processo in cui il Sé viene continuamente costruito e ricostruito dai sistemi computazionali commerciali per favorire le logiche di datificazione e sussunzione delle grandi aziende tecnologiche. Questo solleva questioni ontologiche ed epistemologiche riguardo all’impatto sulla condizione umana dei regimi temporali imposti da queste tecnologie. Anche il rapporto tra tempo, lavoro e vita quotidiana non è esente da dinamiche di ridefinizione legate all’IA generativa. Sembra emerge quella che potremmo definire come società dei sintetizzatori culturali, un contesto sociale quotidiano platformizzato e appiattito sul funzionamento delle macchine e il loro habitus (Airoldi, 2021), un sistema di disposizioni interiorizzate che ne guidano il funzionamento. L’IA generativa non solo produce testi, immagini, video – quindi contenuti culturali impregnati di conoscenze, visioni culturali, bias – ma ri-produce la percezione che le soggettività hanno di sé e degli altri, il senso comune, le modalità relazionali e organizzative, personali e professionali. I sistemi basati su IA generative, infatti, non solo velocizzano i processi produttivi, ma riorganizzano la temporalità lavorativa, eliminando pause e transizioni, accelerandola, ponendo più richieste in meno tempo, secondo le retoriche neoliberiste di una tecnologia apparentemente emancipativa. Questo crea una tensione tra il guadagno apparente di tempo e la sua riorganizzazione in modalità più dense e frammentate, contribuendo alla riconfigurazione delle gerarchie occupazionali e delle forme di potere nell’economia digitale contemporanea. Anche il “tempo libero” diventa così lavorizzato (si veda il contributo 2), in società capitaliste caratterizzate dalla scarsità di tempo percepito dagli attori sociali. L’IA generativa ha anche un impatto significativo sulla produzione culturale e sui meccanismi editoriali (si veda il contributo 3). Il cosiddetto prompting sta diventando una pratica culturale diffusa e la produzione sintetica di contenuto contribuisce alla formazione del nostro “sé estetico”. Si osserva una tendenza alla produzione rapida e massiva di contenuti, altresì incentivata da piattaforme digitali, che promuovono pratiche di “book stuffing” e “binge-reading”, ridefinendo i meccanismi editoriali in termini di velocità e accumulazione di capitale. Tali piattaforme, inoltre, alimentano narrazioni politiche egemoniche, dando o negando visibilità a specifiche categorie sociali e privilegiando alcune strutture di significato rispetto ad altre. Le ricerche recenti convergono in quello che sono i processi di rappresentazione sociale ri-mediati dalle IA generative, basate su LLM. Il risultato sono rappresentazioni (stereotipate) che ri-generano un certo tipo di senso comune. Dall’analisi degli output di alcune piattaforme basate su generative AI (si veda il contributo 4) su temi polarizzanti e politicamente controversi, si rivela una parvenza di pluralismo politico ma anche la riproduzione di narrazioni politiche cristallizzate. In questo scenario, i sistemi basati su IA sembrano dunque profondamente ridefinire le dinamiche temporali, e quindi identitarie, culturali e lavorative all’interno dei sistemi organizzativi complessi. L’influenza delle piattaforme digitali sulla percezione del tempo e sulla formazione dell’identità, i bias di rappresentazione e le narrazioni politiche associate, così come la trasformazione dei meccanismi editoriali e della produzione culturale mostrano come questi artefatti socio-tecnici stiano contribuendo a specifici meccanismi di riproduzione sociale egemonici, rimodellando i processi organizzativi della società e il suo senso comune. 1. Algorithmic selfing: An existential media analysis of time and identity Riccardo Pronzato
This paper conducts an existential media analysis of users’ temporal experiences and identity-formation processes on digital platforms. Drawing on a critical review of empirical studies on users’ temporal experiences and identity-formation processes, the philosophical works of Heidegger and Simondon, and media and communication theory, I examine how digital platforms impose temporal and experiential regimes on individuals, thus enabling forms of algorithmic individuation. Specifically, I argue that this recursive and value-laden process nurture instances of “algorithmic selfing”, with which I indicate a form of Self that is temporarily constructed and incessantly reconstructed by commercial computational systems and conflated with their goals, logic and operations. In this scenario, I highlight the ontological and epistemological implications, raising critical concerns regarding the impact of imposed temporal regimes and exploitative digital environments on the human condition. Digital platforms play a systematic role in moulding how individuals experience time. Different contributions have focused on how temporal regimes are experienced by users (Baym et al., 2020; Ytre-Arne et al., 2020; Lupinacci, 2024), and designed by tech companies (Wajcman, 2019; Nagy et al. 2021), highlighting that algorithmic media aim to direct users’ temporal experiences by fostering a continuous and seamless engagement that contribute to shaping the rhythm of everyday life (Finn, 2019). Further reinforcing and complicating these processes is their recursivity, as digital platforms constantly adapt to users’ behaviours through data collection and feedback loops (Airoldi, 2021; Beer, 2022). The perception and experience of time play a key role in identity formation processes (Giddens, 1991; Flaherty, 2011), as do the relationships that are developed with networked media. Studies of digitally-mediated identity, such as those by Annette Markham (2013; 2021), Cheney-Lippold (2017) and Prey (2018) have shown that identities are transient configurations of meaning within a globally interconnected network of relationships, including machinic elements, which contribute to the formation of “algorithmic identities” and a sense of selfhood. In this regard, Prey (2018: 1095) argues that digital platforms can be considered as key contemporary “enabler[s] of individuation”, a concept derived by Gilbert Simondon. (1992; 2009). The French philosopher rejected the notion of the individual as a stable, preexisting entity, instead considering it a temporary and relational outcome of the process of individuation (Simondon, 2013), i.e., the result of ongoing interactions with one’s environment, including both humans and technologies (Simondon, 2017). For Simondon, humans are continuously “becoming individuals”, temporary assemblages, rather than a priori constituted beings. Simondon’s ontological theory of individuation has been highly influential for philosophers of technology (De Boever et al., 2012), feminist theorists (Grosz, 2012) and media and communication scholars (Prey, 2018). This interest in ontological issues related to identity formation processes is reflected in Lagerkvist’s (2017: 97) argument that digital media are “existential media” and “spaces for the exploration of existential themes and the profundity of life”. Specifically, by adopting an existential philosophical framework informed by Heidegger, she contended that scholars should consider the user as “the exister” and conduct “existential media” analyses that can account for “the thrownness of the digital human condition”. Subsequent works have followed Lagerkvist (2022) and focused on the ontological aspects of digital experience (Clemens and Nash, 2018; T. Markham, 2020). Within this scenario, digital selfing processes are characterised and ought to be studied with a register that can be defined “existential”, i.e., concerned with our being. Within this framework, I conduct an existential media analysis of how digital platforms impose temporal and experiential regimes on users, enabling forms of algorithmic individuation. Specifically, I advance the concept of “algorithmic selfing” to indicate a form of processual Self that is temporarily constructed and incessantly reconstructed by algorithmic media, their datafication and subsumption process. 2. Accelerazione, immersione e Generative AI, tra free time e free labour. Riflessioni e ricerche Emiliana Armano; Elisabetta Risi
L’Intelligenza Artificiale (AI) sta ridefinendo il rapporto tra tempo, lavoro e vita quotidiana, accelerando i processi produttivi e ristrutturando le dinamiche dell’attività umana. Seguendo la prospettiva storico-materialista di Edward Thompson (1967) sul tempo disciplinato e confrontandosi con la teoria accelerazionista di Nick Srnicek (2015), questo contributo indaga come le IA generative – come ChatGPT – non si limitino a introdurre discontinuità sovversive, ma operino attraverso logiche immersive che rafforzano e trasformano i meccanismi esistenti di produttività e controllo. Se l’utopia accelerazionista evocava una spinta sovversiva, l’AI generativa sembra invece favorire logiche immersive, producendo una continuità senza soluzione di continuità tra tempo di lavoro e tempo privato. Attraverso una analisi critica e interpreativa della principale letteratura teorica ed empirica, questo contributo esplora il modo in cui l’AI (soprattutto quelle generative) non solo velocizza i processi produttivi, ma riorganizza la temporalità lavorativa in modo pervasivo, eliminando pause e transizioni. In un contesto in cui sintetizzatori veloci e strumenti di ottimizzazione, emerge una tensione tra l’apparente guadagno di tempo e la sua riorganizzazione in modalità sempre più dense e frammentate. Seguendo la sociologia del tempo di Barbara Adam (1995) e la teoria della compressione spazio-temporale di David Harvey (1989), la ricerca si interroga su come l’accelerazione digitale impatta sulle modalità organizzative del lavoro, contribuendo alla riconfigurazione delle gerarchie occupazionali e delle forme di potere nell’economia digitale contemporanea. Il contributo presenta un’analisi articolata su due livelli. In primo luogo, viene svolta una rassegna critica delle ricerche più recenti (provenienti da database accademici come Google Scholar e JSTOR) sul concetto di time saving nell’adozione dell’AI. La letteratura esistente mostra una doppia narrazione: da un lato, l’IA viene descritta come uno strumento di liberazione dal lavoro ripetitivo, favorendo un guadagno di tempo per le attività più creative e strategiche; dall’altro, alcuni studi critici evidenziano come il tempo risparmiato venga rapidamente riassorbito in nuove forme di lavoro intensificato e frammentato. A questa prospettiva si affiancano dati statistici (es. ISTAT) che suggeriscono un’erosione progressiva del tempo libero, a testimonianza della crescente integrazione del tempo privato nei ritmi della produttività digitale. In secondo luogo, viene analizzato il fenomeno della lavorizzazione del tempo risparmiato attraverso l’uso delle IA generative da parte dei knowledge workers (docenti, ricercatori, creatori di contenuti, blogger, ecc.). Attraverso un’analisi dei dati di ricerca sull’impatto dell’IA nei processi lavorativi digitali, emergono due tensioni fondamentali. Da un lato, l’AI intensifica la velocità operativa e ottimizza le pratiche lavorative, contribuendo alla nascita di nuovi modelli produttivi “iperindustriali”. Dall’altro, se in un primo momento si è pensato che la digitalizzazione potesse destabilizzare le strutture lavorative tradizionali, oggi il suo impatto appare sempre più orientato verso un processo di normalizzazione e interiorizzazione dell’accelerazione temporale, con conseguenze significative sul benessere sociale e sulle gerarchie occupazionali. Seguendo il ragionamento di Tiziana Terranova (2000) sul free labor, si evidenzia come l’uso dell’IA non generi una riduzione del carico di lavoro, bensì una sua intensificazione: il tempo liberato dall’automazione viene impiegato per produrre ulteriore contenuto, alimentando il ciclo di accumulazione delle piattaforme digitali. Questo fenomeno si colloca in una logica di estrazione del valore che Pasquinelli (2015) descrive come un’estensione del capitalismo cognitivo, in cui il contributo umano diventa invisibile ma indispensabile per l’addestramento e l’ottimizzazione degli algoritmi. L’analisi condotta suggerisce che l’AI generativa non si configuri come un semplice strumento di ottimizzazione del lavoro, ma come un meccanismo che contribuisce a una nuova forma di temporalità lavorativa, caratterizzata dalla continuità senza soluzione di continuità tra produzione e vita privata. Piuttosto che promuovere un futuro emancipativo, l’AI conduca ad un consolidarsi delle dinamiche di immersione e controllo che intensificano la frammentazione temporale, ridefinendo le condizioni di lavoro nel capitalismo digitale avanzato. Questo studio solleva dunque nuove sfide per le categorie sociologiche tradizionali legate al tempo e al lavoro, interrogandosi sulle forme di resistenza e regolazione necessarie per affrontare il futuro dell’automazione e del lavoro immateriale. 3. Quando le macchine scrivono libri. Come l’AI ri-definisce tempo, cultura e i meccanismi di produzione del contenuto. Claudia Cantale
Manovich sostiene che con la diffusione mainstream dei sistemi di LLM, il prompting sia divenuto una vera e propria pratica culturale (Manovich 2020), come tale il suo ruolo della formazione dell’immaginario e dei modi di produrre contenuti culturali è trasformativo. L’editoria sintetica come combinazione di cultura algoritmica, nel senso del complesso rapporto tra i gusti, decisioni estetiche, selezione di contenuti, e Ai culturale, ovvero delle produzioni realizzate con l’intelligenza artificiale, è destinata a contribuire alla formazione del nostro “sé estetico”, vale a dire il nostro modo di produrre e consumare praticamente la cultura. Subito dopo il loro esordio, infatti, tecnologie come ChatGPT, Claude, DeepL sono state ampiamente impiegate nella produzione di testi nell’ambito del marketing aziendale, giornalismo e accademico, sia come strumento metodologico che assistente alla scrittura (vedi Pavlik 2023; Misra, Chandwar 2023). Nel campo letterario (Bourdieu, 2005) l’intelligenza artificiale si è rivelata un’ottima assistente alla scrittura a supporto delle attività di traduzione, revisione, nell’elaborazione di storytelling. “La letteratura combinatoria” ha l’opportunità di rompere con la tradizione letteraria classica (Calvino 1967) perché gli algoritmi sono in grado di illuminare i segreti, far apparire gli “spettri delle culture contemporanee” e proporne una versione sintetica alla quale sarà possibile attribuire un valore (vedi Esposito 2022). Tuttavia, a fronte di un dibattito mediatico che prende in considerazione la possibilità apocalittica della morte dell’autore “naturale” a favore di quello artificiale, i primi impieghi dell’AI come co-autore o autore di libri di fiction, non fiction, poesia, fiabe e novel sembrano seguire la logica dell’ ottimizzazione del tempo usato per la stesura ai fini di una massimizzazione di eventuali ricavi anche in termini di capitale digitale. In questo senso il “tempo liberato” dall’AI, mito fondativo dell’automazione, non è investito nella direzione della creatività e dell’avanguardia, quanto piuttosto dell’accumulazione attraverso produzione accelerata. La riflessione è dunque relativa al campo letterario e alla cultura del libro (Bourdieu, 2005; Cantale 2024) che suggerisce una futura ridefinizione dei meccanismi editoriali, in cui la velocità di produzione di opere a basso costo costituiscono elementi strategici per il raggiungimento di capitale economico e culturale (digitale). In questa fase non sembra esserci spazio per quell’anelito di innovazione o d’avanguardia letteraria. Un esempio interessante è rappresentato dal modello economico adottato da piattaforme come Amazon Kindle Unlimited, in cui la remunerazione, basata sul numero di pagine lette, incentiva una pubblicazione massiva e rapida – fenomeno che si traduce in pratiche di “book stuffing”, secondo logiche neoliberiste. Attraverso l’analisi dei discorsi mediatici (es. Google News) e l’esame del catalogo di Amazon Libri, la ricerca evidenzia una tendenza alla diffusione di contenuti di produzione e consumo rapido, più propriamente definiti page-turning che ricalcano e alimentano modi di consumo come il binge-reading (Cantale, 2025). A partire da questo prime considerazioni, si propone quindi di ragionare sul modo in cui gli algoritmi e LLM possano reiterare meccanismi di distinzione, non solo perché governano la circolazione di contenuti culturali (Airoldi, 2024), ma anche perché ne stanno plasmando la forma. 4. Forme di conoscenza generata. Intelligenza artificiale e senso comune Maria Francesca Murru; Donatella Selva
Recenti studi hanno evidenziato il rapporto ricorsivo che le piattaforme di intelligenza artificiale alimentano con le narrazioni politiche egemoniche. Evidenze empiriche eterogenee hanno messo in luce la presenza di bias 4sistematici nella rappresentazione politica. Ci riferiamo ai cosiddetti “danni di rappresentazione” (Katzam et al. 2023) che l’IA può causare dando o negando visibilità a specifiche categorie sociali e privilegiando alcune strutture di significato rispetto ad altre. Più in generale, Gillespie (2024) documenta come, nel tentativo di sembrare umana, l’IA aderisca a modelli “generici” di rappresentazione sociale e politica, con la conseguenza di riprodurre il senso comune egemonico in un dato momento storico o in un determinato contesto socio-culturale. Seguendo questa linea di ricerca, il nostro studio intende concettualizzare meglio i significati e le risonanze culturali dei contenuti prodotti dall’IA generativa soprattutto in relazione a temi polarizzanti e politicamente controversi. Sebbene i dati disponibili sugli usi più comuni dei grandi modelli linguistici siano finora frammentari e incompleti, possiamo ritenere plausibile che essi vengano sempre più utilizzati come strumenti per integrare, e persino sostituire, il lavoro di produzione culturale, sia dal lato della creazione sia da quello del consumo. Ci interessa in particolare indagare il rapporto tra gli output dell’IA generativa e i modelli di rappresentazione cui fa ricorso, prestando particolare attenzione alla temporalità che il testo propone a partire dai riferimenti all’attualità innestati su un substrato di senso comune che si presuppone stabile e immutato. Il nostro approccio si articola su tre livelli:
La ricerca si basa su 32 interrogazioni ai modelli di IA generativa effettuate nel novembre 2024 sul tema della gestazione per altri. I risultati evidenziano come i due modelli testati scelgano strategie diverse per rispondere alle interrogazioni, pur mantenendo alcune similarità nella scelta delle logiche argomentative e dei frame discorsivi. La differenziazione tra tipi di interroganti è la dimensione di variazione più significativa, dal momento che i due modelli offrono letture diverse di cosa possa essere un discorso “tipico” della destra e della sinistra a seconda del soggetto che le richiede. In particolare, le differenze più importanti si riscontrano nella relazione con le posizioni radicali, che sono evitate quando si interroga in qualità di politico ma sono invece fortemente marcate con i giornalisti. Benché a uno stadio iniziale, la ricerca rivela che l’IA mantiene una parvenza di pluralismo politico, riproducendo rappresentazioni sicuramente convenzionali ma al contempo articolate. All’interno di questa articolazione, tuttavia, si possono intravedere delle forme cristallizzate di narrazioni politiche: le narrazioni di destra si orientano costantemente verso posizioni conservatrici, enfatizzando i valori tradizionali ma assorbendo (specialmente nel caso dei giornalisti) il repertorio discorsivo e retorico della destra radicale nella sua forma più attuale; i discorsi di sinistra si concentrano su giustizia sociale e diritti umani, con un ricorso minimo, scarsamente attualizzato e molto definito in termini di interroganti, al repertorio discorsivo del femminismo. |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 06: Post-medialità e emergenze educative: urgenza, tempo e responsabilità per la cittadinanza attiva Luogo, sala: Aula 6 (A1-F) Chair di sessione: Mario Pireddu |
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Post-medialità e emergenze educative: urgenza, tempo e responsabilità per la cittadinanza attiva 1: Università degli Studi della Tuscia, Italia; 2: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia; 3: Università degli Studi di Torino; 4: Università degli Studi di Bologna Negli ultimi decenni, il dibattito accademico e pubblico sulla cittadinanza digitale si è intensificato, evidenziando la necessità di un approccio critico e consapevole all’uso delle tecnologie. L’alfabetizzazione critica, intesa come la capacità di interpretare, analizzare e rispondere ai media digitali in modo informato e autonomo, si configura come una competenza chiave per affrontare le sfide della società contemporanea. Tuttavia, le attuali crisi – dalle emergenze climatiche alle crisi sanitarie, dalla disinformazione alla velocità delle trasformazioni tecnologiche – rendono ancora più necessaria una riflessione su come il tempo, la velocità e l’urgenza modellano le pratiche di alfabetizzazione digitale e la partecipazione civica. Questo panel si propone di esplorare le intersezioni tra alfabetizzazione critica, culture digitali e la percezione del tempo in periodi di crisi, mettendo in dialogo prospettive teoriche e studi empirici che analizzano pratiche, metodologie e strategie educative per la formazione di cittadini attivi e consapevoli. La discussione si inserisce in un ampio quadro di riferimenti teorici che spaziano dagli studi sulla media education (Buckingham, 2003; Jenkins et al., 2015; Rivoltella, 2020; UNESCO 2021), i media studies e le culture algoritmiche (Manovich 2020; Floridi, Cabitza 2021; Cristianini 2023; Moriggi 2023) alle ricerche sulla cittadinanza digitale (Mossberger et al., 2008; Unesco 2021; Pireddu, 2022), fino alle analisi sulle tecnologie educative e le piattaforme digitali (Selwyn, 2016; Williamson, 2017; Perrotta, Pangrazio 2023; UNESCO 2023; Wodui Serwornoo 2024). In un contesto segnato dalla pervasività dell’informazione accelerata e dalla gestione dell’urgenza, è essenziale adottare un approccio che integri l’analisi critica dei media con una riflessione sulle dinamiche temporali e sulla loro influenza nella sfera pubblica digitale. I paper che compongono questo panel si articolano attorno a tre assi principali:
Attraverso l’analisi di questi tre ambiti, il panel mira a offrire un contributo originale alla riflessione accademica e sociale sull’alfabetizzazione critica in tempi di crisi, proponendo modelli teorici e pratiche che possano supportare la formazione di cittadini capaci di navigare la complessità del panorama mediale contemporaneo con consapevolezza, autonomia e capacità di gestione dell’urgenza. Il panel si rivolge a studiosi, educatori, policy maker e professionisti dell’ambito della comunicazione e dell’educazione, con l’obiettivo di stimolare un confronto interdisciplinare e generare nuove prospettive di ricerca e intervento. Riferimenti Bibliografici Biseth, H., Hoskins, B., & Huang, L. (2021). Civic and Citizenship Education: From Big Data to Transformative Education, in H. Biseth, B. Hoskins, L. Huang (eds.), Northern Lights on Civic and Citizenship Education, A Cross-national Comparison of Nordic Data from ICCS. Council of Europe (2019). Digital Citizenship Education Handbook. Being online. Well-being online. Rights online. Strasburg, Council of Europe Publishing. Cristianini N. (2023), La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano, Il Mulino, Bologna. International Association for the Evaluation of Educational Achievement (IEA), Springer Buckingham, D. (2003). Media Education: Literacy, Learning and Contemporary Culture. Polity Press. Floridi L., Cabitza F., (2021), Intelligenza Artificiale. L’uso delle nuove macchine, Bompiani, Milano. Jenkins, H., Ito, M., & boyd, d. (2015). Participatory Culture in a Networked Era: A Conversation on Youth, Learning, Commerce, and Politics. Polity Press. Manovich L., 2020, Cultural Analytics, MIT Press, Boston; tr. it. Cultural Analytics. L’analisi computazionale della cultura, Raffaello Cortina, Milano, 2023. Maragliano R., Pireddu M. (2012), Storia e pedagogia nei media, #graffi, Roma. Moriggi S. (2023) (a cura di), Postmedialità. Società ed educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano. Mossberger, K., Tolbert, C. J., & McNeal, R. S. (2007). Digital Citizenship: The Internet, Society, and Participation. MIT Press. Perrotta C., Pangrazio L. (2023), The Critical Study of Digital Platforms and Infrastructures: Current Issues and New Agendas for Education Technology Research. Education Policy Analysis Archives, Vol. 31, N. 131, December 12, 2023. Pireddu, M. (2022). Educating in platform societies: from Digital Citizenship to public values in a connected world. Journal of E-Learning and Knowledge Society, 18(3), 58-65. Rivoltella, P.C. (2020). Nuovi alfabeti. Educazione e culture nella società post-mediale. Brescia, Scholè. Selwyn, N. (2016). Education and Technology: Key Issues and Debates. Bloomsbury Academic. Striphas T. (2023), Algorithmic Culture Before the Internet, Columbia University Press. UNESCO (2021). Media and information literate citizens: think critically, click wisely!. Paris, Unesco. UNESCO (2023) Global Education Monitoring Report 2023: Technology in Education, Paris, Unesco. Van Dijck, J. (2018). The Platform Society: Public Values in a Connective World. Oxford, OUP. Williamson, B. (2017). Big Data in Education: The Digital Future of Learning, Policy and Practice. SAGE Publications. Wodui Serwornoo M.Y., Danso S., Azanu B., Semarco S.K.M., et al. (2024). Use of Digital Platforms Among University Students: A Systematic Literature Review. Qeios. --- Nota introduttiva al panel: Post-medialità e emergenze educative: urgenza, tempo e responsabilità per la cittadinanza attiva Negli ultimi anni, il dibattito sulla cittadinanza digitale e l'alfabetizzazione critica si è intensificato, soprattutto in risposta alle crisi globali e alla crescente accelerazione dei processi informativi e formativi. La pervasività delle tecnologie digitali, la velocità con cui le informazioni si diffondono e le nuove dinamiche dell'intelligenza artificiale pongono sfide inedite per la costruzione di una cittadinanza consapevole. Questo panel si propone di esplorare come la temporalità, l'urgenza e l'accelerazione incidano sui processi educativi, sulle pratiche di alfabetizzazione critica e sulle modalità di partecipazione civica nel contesto della post-medialità. Le quattro relazioni che compongono il panel si articolano attorno a un nucleo concettuale comune: la necessità di ripensare il rapporto tra tecnologia, apprendimento e responsabilità civica alla luce delle trasformazioni epistemologiche e metodologiche in corso. Esse si inseriscono in un quadro teorico che dialoga con gli studi sulla media education (Buckingham, 2003; Rivoltella, 2020; UNESCO, 2021), sulle culture algoritmiche (Manovich, 2020; Cristianini, 2023) e sulle nuove forme di cittadinanza digitale (Mossberger et al., 2008; Pireddu, 2022). Il primo intervento, "Agentività e temporalità nella ricerca: accelerazione, deep research e sfide epistemologiche", analizza l'impatto dell'intelligenza artificiale nei processi di ricerca e produzione della conoscenza. L'adozione di agenti di deep research ridisegna i tempi e le pratiche della costruzione epistemologica, ponendo interrogativi sulla capacità di mantenere un equilibrio tra rapidità analitica e profondità critica. La riflessione si estende alla necessità di nuove competenze per una cittadinanza attiva capace di navigare un ecosistema informativo sempre più automatizzato e interconnesso. Il secondo paper, "Un nuovo approccio per la verifica delle fonti nell'era dell’Intelligenza Artificiale Generativa", affronta il problema dell'affidabilità dell'informazione e delle nuove sfide poste dalla produzione automatizzata di contenuti. Il lavoro evidenzia come la tradizionale distinzione tra fonti primarie e secondarie sia messa in crisi dall’AI generativa e propone due strategie educative per affrontare questa trasformazione: l'"assertive provenance", che si affida a marcatori digitali, e l'"inferred context", che valorizza le competenze critiche dell’utente. La riflessione si inserisce nel dibattito sulla Media Literacy e sull’importanza di sviluppare alfabeti nuovi per comprendere un panorama informativo in continua evoluzione. Il terzo contributo, "Festina lente. Società dell’accelerazione ed educazione alla risonanza", problematizza la tensione tra velocità e profondità nell'apprendimento, mettendo in discussione la logica della performance e dell'efficienza che caratterizza la formazione contemporanea. Attraverso il concetto di "risonanza" (Rosa, 2010), il paper invita a ripensare l'educazione non solo come acquisizione di competenze misurabili, ma come esperienza di senso, in cui il tempo diventa una dimensione pedagogica essenziale. Infine, il contributo "Fast, pop e not-supervised: le sfide dell’IA alla creatività visuale" esplora il rapporto tra intelligenza artificiale, produzione culturale e immaginario collettivo. Attraverso un'analisi empirica delle dinamiche di creazione assistita da IA nei contesti artistici e visuali, il paper indaga i rischi di omologazione e perdita dell’originalità, sottolineando al contempo il ruolo dell'AI literacy come strumento di consapevolezza critica. L’indagine empirica proposta nei workshop di prompting reflexivity mostra come i partecipanti si confrontino con la co-creatività mediata dagli algoritmi, rivelando le tensioni tra espressione individuale e vincoli tecnologici. Questi quattro contributi, pur affrontando aspetti distinti, convergono nel delineare un panorama in cui l'educazione critica ai media e alla cittadinanza digitale deve confrontarsi con il tempo come variabile centrale: tempo dell'apprendimento, tempo della ricerca, tempo della verifica dell'informazione e tempo della creazione culturale. Attraverso una prospettiva interdisciplinare, il panel mira a stimolare una riflessione su come la gestione dell'urgenza e della velocità possa essere riconciliata con una formazione capace di sviluppare senso critico, autonomia e responsabilità sociale. L'obiettivo è quindi offrire un contributo originale al dibattito accademico sulla post-medialità e sulle emergenze educative, proponendo modelli teorici e pratiche che possano supportare la formazione di cittadini in grado di navigare la complessità del panorama mediale contemporaneo con consapevolezza e capacità di gestione dell'urgenza. Il panel si rivolge a studiosi, educatori, policy maker e professionisti della comunicazione e dell'educazione, con l'intento di avviare un confronto interdisciplinare e generare nuove prospettive di ricerca e intervento. --- Paper 1 Agentività e temporalità nella ricerca: accelerazione, deep research e sfide epistemologiche Stefano Moriggi (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) L’avvento dell’Intelligenza Artificiale e, in particolare, lo sviluppo di agenti per la deep research stanno trasformando radicalmente le dinamiche temporali della produzione, circolazione e fruizione della conoscenza. L’automazione della ricerca avanzata, attraverso modelli in grado di analizzare e sintetizzare enormi quantità di dati in tempi ridotti, solleva questioni cruciali sul rapporto tra velocità, approfondimento critico e processi decisionali (Erduran, Levrini 2024; Chubb et al. 2022). Riferimenti bibliografici Chubb, J., Watermeyer, R., & Wakeling, P. (2022). “Speeding up to keep up: Exploring the use of AI in the research process”. AI & Society, V. 37. Cristianini N. (2024). Machina sapiens. L’algoritmo che ci ha rubato il segreto della conoscenza. Bologna, Il Mulino. Erduran, S., & Levrini, O. (2024). “The impact of artificial intelligence on scientific practices: an emergent area of research for science education”. International Journal of Science Education, 46(18), 1982–1989. https://doi.org/10.1080/09500693.2024.2306604 Karpatne, A., Kannan, R., & Kumar, V. (Eds.). (2022). Knowledge guided machine learning: Accelerating discovery using scientific knowledge and data. CRC Press. Luckin R., Holmes, W., Griffiths, M., & Forcier, L. B. (2016). Intelligence Unleashed: An Argument for AI in Education. Pearson. Moriggi S., Pireddu M., (2024), “Apprendere (con) l’intelligenza artificiale. Un approccio media-archeologico” (con S. Moriggi), in Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies (ECPS Journal), 30/2024 - Special Issue on The Contribution of Artificial Intelligence to the Qualification of Educational Processes, ISSN 2037-7924. Pasquinelli M. (2023). The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence. London, Verso. Nielsen M. (2011). Reinventing Discovery: The New Era of Networked Science, Princeton University Press, Princeton. Tr. it. Le nuove vie della scoperta scientifica. Come l’intelligenza collettiva sta cambiando la scienza, Einaudi, Torino, 2012. Riffert, F., & Petrov, V. (Eds.). (2022). Education and learning in a world of accelerated knowledge growth: Current trends in process thought. Cambridge Scholars Publishing. 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Esiste già un interessante dibattito scientifico su come diverse forme di IA generativa, in particolare l'IA text-to-image, possano interagire e modificare i processi creativi e le pratiche di produzione culturale nell'ambito delle arti visive (Mazzone et al. 2018; Manovich & Arielli 2024), producendo forme di creatività alimentata dall'IA (Miller 2019), di co-creatività (Wingström et al. 2023) o, più criticamente, di creatività artificiale (Runco 2023). Riferimenti bibliografici Grassini, S. (2023). Shaping the future of education: Exploring the potential and consequences of AI and ChatGPT in educational settings.Education Sciences, 13(7), 692. https://doi.org/10.3390/educsci13070692 Haase, J., & Hanel, P. H. P. (2023). Artificial muses: Generative artificial intelligence chatbots have risen to human-level creativity. Journal of Creativity, 33(3), 100066. https://doi.org/10.1016/j.yjoc. 2023.100066 Lee, E. (2011). Digital originality. Vanderbilt Journal of Entertainment and Technology Law, 14, 919. https://scholarship.law.vanderbilt.edu/ jetlaw/vol14/iss4/5 Long, D., & Magerko, B. (2020). What is AI Literacy? Competencies and Design Considerations. Proceedings of the 2020 CHI Conference on Human Factors in Computing Systems, 1–16. https://doi. org/10.1145/3313831.3376727 Manovich, L., & Arielli, E. (2024). Artificial aesthetics. https://manovich.net/index.php/projects/artificial-aesthetics Mazzone, M., & Elgammal, A. (2019). Art, Creativity, and the Potential of Artificial Intelligence. Arts, 8(1), 26. https://doi.org/10.3390/arts8010026 Miller, A. I. (2019). The artist in the machine: The world of AI-powered creativity. Mit Press. Oppenlaender, J. (2022). The Creativity of Text-to-Image Generation. In Proceedings of the 25th International Academic Mindtrek Conference (Academic Mindtrek '22). Association for Computing Machinery, New York, NY, USA, 192–202. https://doi.org/10.1145/3569219.3569352 Taddeo G. (2024) “Artificial intelligence literacy: aspetti sociali e educativi di una nuova frontiera Runco, M. A. (2023). AI can only produce artificial creativity. Journal of Creativity, 33(3), 100063. Wingström, R., Hautala, J., & Lundman, R. (2024). Redefining creativity in the era of AI? Perspectives of computer scientists and new media artists. Creativity Research Journal, 36(2), 177-193. UNESCO (2024) AI competency framework for students. https://doi.org/10.54675/JKJB9835 Zhou E. & Dokyun L. (2024), Generative artificial intelligence, human creativity, and art, PNAS Nexus, Volume 3, Issue 3, March 2024, https://doi.org/10.1093/pnasnexus/pgae052 --- Paper 3 Festina lente. Società dell’accelerazione e educazione alla risonanza Pier Cesare Rivoltella (Università degli Studi di Bologna)
In una società dominata dall’accelerazione e dall’imperativo della performance, i media digitali non solo amplificano la logica della velocità e della frammentazione, ma contribuiscono anche a ridefinire i processi educativi in termini di efficienza e produttività. Il rischio è quello di ridurre la formazione a una mera ottimizzazione delle competenze, svuotandola della sua dimensione esperienziale e trasformativa. L’apprendimento diventa così un’operazione funzionale, orientata a risultati misurabili, piuttosto che un percorso di crescita e di costruzione del senso. Di fronte a questa potenziale deriva, emergono due posizioni opposte ma ugualmente problematiche: da un lato, l’accettazione passiva del modello imposto dalla cultura della performance; dall’altro, strategie di radicale disconnessione che si rivelano insostenibili poiché implicano una rinuncia al vivere sociale e alle forme di partecipazione che i media stessi rendono possibili. In questo scenario, la nozione di risonanza, così come proposta da Hartmut Rosa, offre una prospettiva alternativa per ripensare il rapporto tra media, educazione e sviluppo personale. La risonanza implica un’interazione profonda e significativa con il mondo, un’esperienza che non si esaurisce nella reazione immediata o nella prestazione efficiente, ma che si struttura come un processo di reciprocità, ascolto e trasformazione. Educare alla risonanza significa allora promuovere un uso critico e consapevole dei media, non come strumenti di accelerazione, ma come spazi di relazione e di costruzione del senso. In questo quadro, diventa essenziale ridefinire il ruolo dell’educazione e dei media per contrastare la logica dell’efficienza e restituire valore all’esperienza formativa come momento autentico di crescita e di sviluppo della persona. L’obiettivo non è semplicemente rallentare, ma riscoprire una temporalità più densa di significato, capace di restituire agli individui la possibilità di un rapporto più equilibrato e consapevole con la tecnologia e con la propria esperienza nel mondo. Riferimenti bibliografici Accoto,S. (2017). Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale. Milano, EGEA. Elliott,A. (2019). The Culture of AI. Everyday Life and the Digital Revolution. New York, Taylor & Francis. Eugeni,R. (2021). Capitale algoritmico. Cinque dispositivi postmediali (più uno).Brescia, Morcelliana. Floridi,L. (2014). The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality. Oxford, Oxford University Press Houdé, O. (2017), Imparare a resistere. Educazione al pensiero. Tr. it., Scholé, Brescia 2023. Rivoltella, P. C. (2020). “Smart families. Tecnologie, tempo, relazioni”. In C. Manzi, S. Mazzucchelli (ed.), Famiglia e lavoro: intrecci possibili. Milano: Vita e Pensiero. Rivoltella, P.C. (2021). Nuovi alfabeti. Educazione e culture nella società post-mediale. Brescia, Scholé. Rosa, H. (2016). Resonanz: Eine Soziologie der Weltbeziehung. Suhrkamp, Berlin. Rosa, H. (2016). Pedagogia della risonanza. Conversazione con W. Endres. Tr. it. Scholé, Brescia 2019. Serres, M. (2017). Contro i bei tempi andati. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 2018. Tisseron, S. (2013). 3-6-9-12. Diventare grandi all’epoca degli schermi digitali, nuova edizione aggiornata e ampliata. Tr. it. Scholé, Brescia 2024. --- Paper 4 Un nuovo approccio per la verifica delle Fonti nell'era dell’Intelligenza Artificiale Generativa Nicola Bruno (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia)
L’emergere dell’intelligenza artificiale generativa sta ridefinendo i paradigmi della Media Literacy education, mettendo in discussione concetti fondamentali come la verifica delle fonti (Frau-Meigs, 2024). Tradizionalmente, gli interventi di Information Literacy hanno adottato una distinzione gerarchica tra fonti primarie, secondarie e terziarie per guidare i processi di validazione dell’informazione. Tuttavia, questo schema diventa problematico quando i contenuti vengono prodotti da modelli di AI che non “citano” fonti, ma generano informazioni attraverso processi probabilistici. Di fronte a questa sfida, la comunità scientifica ha individuato due approcci metodologici complementari (Hebbar et al., 2024). Il primo, noto come “assertive provenance”, si basa sull’integrazione di marcatori (watermark, filigrane digitali, metadati), che vengono applicati al momento della generazione del contenuto con strumenti AI. Questo approccio top-down presuppone un sistema di certificazione che attesti l’origine artificiale dell’informazione, ma la sua efficacia dipende da meccanismi di fiducia e interoperabilità ancora in fase di consolidamento. Il secondo approccio, definito “inferrend context”, enfatizza invece il ruolo delle competenze critiche degli utenti nel riconoscere indizi di artificialità e valutare la credibilità delle fonti attraverso un’analisi contestuale. Questa metodologia bottom-up ricorda molto da vicino il "paradigma indiziario" di Carlo Ginzburg (2023), basato sull’interpretazione di tracce e dettagli marginali, e si allinea con le più recenti strategie di lateral reading dimostratesi efficaci per il contrasto della disinformazione (Caulfied et al., 2023). La sfida educativa attuale è integrare questi due approcci in percorsi formativi che rafforzino le capacità interpretative. È fondamentale sviluppare curricula che insegnino a riconoscere i marcatori della provenienza assertiva, ma che al tempo stesso affinino le competenze di lettura critica e inferenza contestuale. L’obiettivo non è solo saper individuare contenuti generati artificialmente, ma comprendere le implicazioni educative di un ecosistema informativo in cui la distinzione tra umano e artificiale, tra originale e derivato, richiede alfabeti del tutto nuovi (Rivoltella, 2020). Riferimenti bibliografici Caulfield, M., Weinberg, S. (2023). Verified: How to Think Straight, Get Duped Less, and Make Better Decisions about What to Believe Online. University of Chicago Press Frau-Meig, D. (2023). User empowerment through Media and Information Literacy to the evolution of generative Artificial Intelligence. Report UNESCO Ginzburg, C. (2023). Miti emblemi spie. Morfologia e storia. Adelphi Hebbar, N., Wolf, C. (2024). Determining trustworthiness through provenance and context. Google Policy Paper. Available here: https://static.googleusercontent.com/media/publicpolicy.google/it//resources/determining_trustworthiness_en.pdf Rivoltella, P. C. (2020). Nuovi alfabeti. Educazione e culture nella società post-mediale. Scholé. |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 07: Agenti Sintetici, Dinamiche Sociali e Temporalità nelle Relazioni Parasociali Luogo, sala: Aula 7 (A1-G) Chair di sessione: Davide Bennato |
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Agenti Sintetici, Dinamiche Sociali e Temporalità nelle Relazioni Parasociali 1: Università di Catania, Italia; 2: Università di Roma La Sapienza; 3: Università telematica Niccolò Cusano; 4: Università di Teramo; 5: Università di Teramo Le relazioni parasociali descrivono legami emotivi unilaterali che gli individui sviluppano con figure pubbliche o personaggi fittizi nei media. Con l'avvento delle tecnologie digitali, queste relazioni si sono trasformate, evolvendo da forme tradizionali di interazione mediata a connessioni con agenti sintetici, come chatbot e influencer virtuali (Horton, Wohl, 1956; Dibble et al., 2016). Questo panel esplorerà come l'interazione con intelligenze artificiali modifichi le dinamiche relazionali, influenzi la percezione del tempo nelle interazioni sociali e sollevi questioni etiche e psicologiche (Giles, 2002; Andrejevic, Volcic, 2024). Attraverso un'analisi interdisciplinare, il panel si propone di discutere gli effetti di queste interazioni sulle emozioni, sulla costruzione dell’identità e sul benessere sociale. Le relazioni parasociali sono state inizialmente concettualizzate come attaccamenti unidirezionali tra il pubblico e le figure mediatiche (Horton, Wohl, 1956). Con la digitalizzazione, il fenomeno si è ampliato, includendo interazioni con agenti artificiali che simulano comportamenti sociali umani. Studi recenti dimostrano che le interazioni con chatbot e influencer virtuali possono suscitare risposte emotive simili a quelle delle relazioni interpersonali tradizionali (Derrick et al., 2008; Appel et al., 2020). Un aspetto chiave di questa trasformazione è la compressione temporale delle interazioni sociali. Le piattaforme digitali accelerano la costruzione dei legami sociali, sostituendo le fasi tradizionali con connessioni istantanee e spesso superficiali (Baym, 2015). Le IA generano un'illusione di reciprocità che sfida la distinzione tra interazione umana e artificiale (Guzman, 2020). Tematiche del Panel Il panel analizzerà il ruolo degli agenti sintetici nelle relazioni parasociali attraverso tre prospettive principali: Chatbot emotivi e la simulazione della relazione umana Chatbot come Replika sono progettati per offrire supporto emotivo e compagnia simulando empatia e personalizzando le interazioni (Possati, 2023). Tuttavia, il loro utilizzo solleva questioni critiche:
Virtual influencer: autenticità e coinvolgimento degli utenti Gli influencer virtuali come Lil Miquela e Imma stanno ridefinendo il marketing digitale, generando engagement simile a quello delle celebrità reali (Lou et al., 2023). Tuttavia, il loro utilizzo solleva interrogativi sull'autenticità e sull'impatto sulla costruzione dell’identità:
Temporalità e interazione sociale con le IA L’interazione con agenti artificiali modifica la percezione del tempo sociale, creando un senso di immediatezza e simultaneità che riduce la distinzione tra interazione umana e sintetica (Andrejevic, Volcic, 2024). Questo fenomeno solleva domande critiche:
Queste tematiche verranno affrontate da diverse prospettive. In primo luogo l'analisi teorica delle dinamiche parasociali usando il punto di vista delle relazioni intime con agenti digitali. Poi si affronterà il tema della mimesi dei chatbot emotivi nelle app di incontri come Tinder e Hinge attraverso una osservazione netnografica degli utenti. Un settore molto ampio di opportunità di studio è quello degli influencer virtuali che saranno affrontati sia in un'ottica di costruzione dell'autenticità e dell'identità politica e di genere, sia il modo con cui essi costruiscono la propria peculiarità insistendo sulla dimensione dell'artificialità, anche per differenziarsi dagli influencer tradizionali. Bibliografia Andrejevic, M., Volcic, Z. (2024). Automated parasociality: From personalization to personification. Television & New Media, 25(4), 359-375. Appel, M., Marker, C., Gnambs, T. (2020). Are social media ruining our lives? Psychological Science, 31(3), 234-248. Baym, N. K. (2015). Personal connections in the digital age. Polity. Bessière, K., Seay, A. F., Kiesler, S. (2008). The ideal elf: Identity exploration in World of Warcraft. CyberPsychology & Behavior, 11(5), 735-739. Bryant, J., Vorderer, P. (2006). Psychology of entertainment. Routledge. Derrick, J. L., Gabriel, S., Hugenberg, K. (2008). Social surrogacy: How favored television programs provide the experience of belonging. Journal of Experimental Social Psychology, 44(2), 352-359. Dibble, J. L., Hartmann, T., Rosaen, S. F. (2016). Parasocial interaction and parasocial relationship: Conceptual clarification and a critical assessment of measures. Human Communication Research, 42(1), 21-44. Giles, D. C. (2002). Parasocial interaction: A review of the literature and a model for future research. Media Psychology, 4(3), 279-305. Guzman, A. L. (2020). Human-machine communication: Rethinking communication, technology, and ourselves. Peter Lang. Horton, D., Wohl, R. R. (1956). Mass communication and para-social interaction. Psychiatry, 19(3), 215-229. Lou, C., Kiew, S. T. J., Chen, T., Lee, T. Y. M., Ong, J. E. C., Phua, Z. (2023). Authentically fake? How consumers respond to the influence of virtual influencers. Journal of Advertising, 52(4), 540-557. Possati, L. M. (2023). Psychoanalyzing artificial intelligence: The case of Replika. AI & Society, 38(4), 1725-1738. Turkle, S. (2011). Alone together: Why we expect more from technology and less from each other. Basic Books. Zuboff, S. (2019). The age of surveillance capitalism. Public Affairs. . Corpi virtuali, agende reali: genere, autenticità e posizionamento politico nel tempo nella persona virtuale di Francesca Giubelli Selenia Anastasi, La Sapienza università di Roma, Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale (CORIS)
. Negli ultimi anni, gli influencer virtuali hanno suscitato un crescente interesse accademico. Tuttavia, la ricerca sull’identità di queste figure, in particolare da una prospettiva di genere che integri approcci femministi e studi sui media visivi, è ancora limitata. In effetti, gli influencer generati al computer sono prevalentemente figure femminili che promuovono prodotti culturali e commerciali, oltre a estetiche, stili di vita e diverse tematiche sociali sulle piattaforme digitali. Queste figure occupano uno spazio comunicativo interessante, posizionandosi in una dimensione ontologicamente liminale. In questo studio, mi propongo di analizzare la costruzione dell’identità politica e di genere di Francesca Giubelli, un'influencer italiana basata su intelligenza artificiale, che dal 2021 ha raccolto oltre 12.000 follower. La figura di Francesca Giubelli presenta alcune peculiarità rispetto alle sue colleghe italiane. In primo luogo, è possibile interagire con lei tramite un chat-bot; in secondo luogo, la sua identità politica è esplicitamente vicina al partito di destra Fratelli d’Italia. Questo studio si propone di rispondere a tre domande di ricerca principali:
Per rispondere a questi interrogativi, la ricerca adotta due metodologie principali. In primo luogo, un’analisi multimodale dei contenuti dell’account Instagram di Francesca fin dall’inizio della sua attività, concentrandosi sull’interazione tra contenuti visivi, didascalie testuali e commenti. Questa analisi permette di tracciare le trasformazioni nel coinvolgimento del pubblico, dal momento della sua creazione fino alla successiva fase di propaganda politica. In secondo luogo, si utilizza una tecnica innovativa di intervista basata sul chat-bot, che simula interazioni con l’IA per comprendere come i suoi creatori abbiano progettato le sue risposte al fine di costruire credibilità e coinvolgimento con il pubblico. I risultati dell’approccio interattivo tramite chat-bot evidenziano i meccanismi attraverso cui l’identità virtuale viene comunicata simultaneamente come autentica e artificiale, mettendo in luce le strategie retoriche utilizzate per sfumare questi confini. L’analisi del profilo Instagram di Francesca mostra che, nel tempo, la sua estetica si è sempre più allineata agli standard della “bellezza italiana”: da un lato, perpetuando stereotipi di genere tradizionali; dall’altro, capitalizzando sulla novità della sua natura artificiale. L’analisi mette in luce le implicazioni culturali e politiche della partecipazione di Francesca a eventi pubblici di carattere politico, suggerendo il potenziale degli influencer basati su IA nella promozione di un’agenda politica che combina sviluppo tecnologico e rappresentazioni tradizionali dell’identità italiana. Bibliografia Conti, M., Gathani J., e Tricomi P.P. (2022). Virtual Influencers in Online Social Media. IEEE Communications Magazine, 1-7. Portanova, S., & Panarese, P. (2023). Virtual influencer in una prospettiva di genere. I gender displays e le estetiche di Lil Miquela tra social fiction e cyberspace. In Communication and Gender. Debates in English, Italian and Spanish (pp. 485-506). Sette Città. Gundle, S. (1997). Bellissima: feminine beauty and the idea of Italy. Yale University Press. . Sesso, simulazioni e tecnologia. Una prospettiva sociologica sulle relazioni intime digitalmente mediate Davide Bennato, Università di Catania, Dipartimento di Scienze Umanistiche . Questo paper teorico analizza l’impatto delle tecnologie digitali sulla sessualità, proponendo un’analisi sociologica delle nuove forme di interazione e rappresentazione del desiderio. Attraverso una tassonomia articolata in tre categorie – digital sex, synthetic sex e virtual sex – viene esplorato come il digitale ridefinisca l’immaginario erotico, l’interazione corporea e l’esperienza immersiva delle relazioni sessuali. Il digital sex si riferisce alla rappresentazione erotica attraverso le tecnologie digitali, mettendo in evidenza come il desiderio venga modellato dallo sguardo digitale. Fenomeni come i sexfluencer e gli avatar ipersessualizzati amplificano l’estetica del desiderio, ridefinendo il concetto di attrattività (Lee, Yuan, 2023). Attraverso il concetto di male gaze (Mulvey, 1975), si analizza come gli influencer virtuali riproducano schemi sessualizzati, consolidando stereotipi di genere e rafforzando la logica del consumo visivo (Reeves, Nass, 1996). La crescente capacità di simulazione realistica permette inoltre la diffusione di figure erotizzate interamente digitali, come il caso di Cl4udia e Milla Sofia, modelle virtuali create da intelligenze artificiali generative (Dickson, 2023; Raiken, 2023). Il synthetic sex analizza l’interazione con simulacri corporei artificiali, evidenziando il ruolo dell’intelligenza artificiale e dei sexbot. Il fenomeno è esemplificato da dispositivi come Gatebox, che permette interazioni romantiche con personaggi fittizi, o sexbot avanzati come Harmony, progettati per rispondere emotivamente agli utenti (Richardson, 2016; Malinowska, 2020). Questi fenomeni si intrecciano con il concetto di effetto Eliza (Weizenbaum, 1976), che descrive la tendenza umana a proiettare emozioni su entità digitali. Studi sulla comunità otaku dimostrano che l’affinità per il mondo anime e videoludico predice un maggiore interesse verso le relazioni con intelligenze artificiali erotiche (Appel et al., 2019). Parallelamente, le fidanzate virtuali come Xiaoice mostrano come le interazioni parasociali possano sfumare i confini tra affettività e simulazione, creando dinamiche relazionali alternative (Fragkoulidi, 2017). Il virtual sex introduce la dimensione immersiva dell’esperienza sessuale digitale, resa possibile dalle tecnologie di realtà virtuale e dai metaversi. Il corpo, in questo contesto, diventa un elemento fluido, plasmabile secondo desideri e fantasie individuali. Il Proteus effect (Yee & Bailenson, 2007) spiega come l’auto-rappresentazione virtuale influenzi il comportamento e la percezione di sé nei mondi digitali. Tuttavia, l’espansione del virtual sex solleva questioni etiche e giuridiche, come dimostrano i casi di violenze sessuali digitali nel metaverso e nei mondi virtuali testuali, a partire dallo storico episodio dello stupro di LambdaMOO (Dibbell, 1993) fino ai più recenti casi di aggressioni virtuali in piattaforme VR (Sales, 2024). La sessualità digitale si configura, dunque, come una mutazione antropologica, che non sostituisce le relazioni tradizionali ma le amplia, creando nuovi paradigmi di interazione e desiderio. Lungi dal rappresentare una rivoluzione, essa si inserisce in un continuum storico che ridefinisce il rapporto tra desiderio, immaginario e corpo (Bourdieu, 1998). La sfida sociologica è comprendere come il digitale trasformi la sessualità, influenzando i significati culturali, le pratiche relazionali e le dinamiche economiche emergenti. Bibliografia Appel, M., Marker, C., Mara, M. (2019). Otakuism and the appeal of sex robots. Frontiers in Psychology, 10, 569. Bourdieu, P. (1998). Il dominio maschile. Milano: Feltrinelli. Dickson, E. J. (2023). They’re Selling Nudes of Imaginary Women on Reddit – and It’s Working. Rolling Stone. Dibbell, J. (1993). A rape in cyberspace. The Village Voice. Fragkoulidi, N. (2017). Posthuman relationships: Social assistants as virtual (girl) friends. Junctions: Graduate Journal of the Humanities, 2(2). Lee, Y. H., Yuan, C. W. T. (2023). I’m not a puppet, I’m a real boy! Gender presentations by virtual influencers and how they are received. Computers in Human Behavior, 149, 107927. Malinowska, A. (2020). Sexbots and posthuman love. The International Encyclopedia of Gender, Media, and Communication, 1-6. Mulvey, L. 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Questo contributo esplora il ruolo crescente dei chatbot emotivi nelle app di incontri, come Tinder e Hinge, e l’emergere di profili falsi generati dall’intelligenza artificiale, ponendo particolare attenzione alle implicazioni di questi fenomeni sulla percezione del tempo e delle relazioni interpersonali. La riflessione si inserisce in un dibattito ampio sulla trasformazione della temporalità nell’era digitale, dove la connessione costante e l’accessibilità immediata a un ampio spettro di interazioni sociali modificano il modo in cui viviamo e sperimentiamo il tempo. L’introduzione di chatbot emotivi nelle piattaforme di incontri digitali non solo riflette l’evoluzione delle interazioni mediate dalla tecnologia, ma solleva anche interrogativi profondi circa l’autenticità e la superficialità delle relazioni in un contesto di virtualizzazione crescente (Turkle, 2011). La ricerca, basata su un’analisi netnografica condotta su Tinder e Hinge, esplora le modalità di interazione degli utenti attraverso osservazione diretta e partecipazione attiva. In un mondo in cui il “time is money” e l’efficienza prevale, le dinamiche di incontro online sono dominate da un consumo rapido, caratterizzato dallo scorrere incessante di immagini e biografie che riducono la complessità delle relazioni a stimoli visivi ed emotivi istantanei (Cohen, 2020). L’iperaccelerazione del contatto sociale, facilitata da algoritmi sempre più sofisticati, fa emergere una nuova condizione temporale in cui il desiderio di appagamento immediato prevale su quello di costruire legami autentici e duraturi. Un aspetto centrale di questa riflessione è la sfida nella distinzione tra attori reali e identità artificiali, un fenomeno amplificato dalla diffusione di profili falsi generati dall'intelligenza artificiale. Si sono raccolti un numero considerevole di profili falsi a partire da un account maschile e un account femminile, per poi clusterizzarli e individuare le principali caratteristiche delle immagini e le principali biografie utilizzate per adescare papabili partner. Il rischio in questo contesto è l’anomia digitale, concetto che trova eco nelle teorie sociologiche di Durkheim (1893), che ha descritto l'anomia come una condizione in cui le norme sociali sono inadeguate o distorte, portando a una perdita di senso di autenticità nelle connessioni umane. Il “fake self” che emerge attraverso l’utilizzo di chatbot emotivi o profili falsificati contribuisce a una crescente difficoltà nell’attribuire significato alle relazioni digitali, alimentando una ricerca di gratificazione futura, che rimanda costantemente l’esperienza di connessione al presente. Le piattaforme di incontri rischiano di diventare spazi dove il concetto di tempo è svuotato di valore, costringendo gli utenti a un’attività di continua ricerca di “l’occasione perfetta”, senza mai fermarsi a costruire relazioni nel qui e ora (Rosen, 2019). In parallelo, il concetto di "retrotopia" di Zygmunt Bauman (2017) offre una chiave di lettura utile per interpretare l’impasse sociale ed esistenziale in cui le relazioni moderne sembrano precipitare. In una società dove la velocità è spesso vista come un valore positivo, le interazioni virtuali si trovano a essere esperite come un "supermercato" delle emozioni, dove i legami vengono ridotti a scelte rapide e disimpegnate, in un contesto di preoccupazione costante per la performance emotiva e la visibilità sociale. Le piattaforme di incontri, come Tinder, infatti, si prestano ad una lettura attraverso il paradigma della “società dell’accelerazione” (Rosa, 2013), dove la velocità e la disponibilità immediata di opzioni influenzano la qualità dell’esperienza relazionale e il significato del tempo trascorso nell’interazione. L’esito di questo contributo è quindi quello di stimolare una riflessione critica su come la tecnologia modelli l’esperienza del tempo nelle interazioni sociali digitali. Questo studio mira a comprendere le implicazioni culturali e psicologiche di una società sempre più orientata alla velocità, alla gratificazione istantanea e alla costante connessione, cercando di evidenziare le trasformazioni nella concezione del tempo, nel legame tra autenticità e tecnologia e nell’evoluzione delle relazioni affettive nell’era digitale. Bibliografia Accoto, C. (2017), Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia della programmazione, Milano: EGEA. Bauman, Z. (2018), Retrotopia, Bari: Laterza, Tempi Nuovi. Codeluppi, V. (2013), L’occhio del replicante e il nuovo capitalismo in Mediascapes journal, 1/2013. Codeluppi, V. (2021), Vetrinizzazione. Individui e società in scena, Torino: Bollati Boringhieri. Ferrarotti, F. (1981), Storia e storie di vita, Roma: Laterza. Florindi F, Fedele P, Dimitri G.V. (2024), A novel solution for the development of a sentimental analysis chatbot integrating ChatGPT, in Personal and Ubiquitous Computing, doi: https://doi.org/10.1007/s00779-024-01824-6 Kozinets, R.V. (2019), Netnography: The Essential Guide to Qualitative Social Media Research, New York: SAGE. Moriggi, S. e Pireddu, M. (2024), L’intelligenza artificiale e i suoi fantasmi. Vivere e pensare con le reti generative, Trento: Il Margine. Poell, T. Nieborg D.B. (2022), Piattaforme digitali e produzione culturale, Roma: Minimux Fax. Rosa, H. (2021), Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Torino: Einaudi. Sestino A, D’Angelo A. (2023) My doctor is an avatar! The effect of anthropomorphism and emotional, in Technological Forecasting & Social Change, doi: https://doi.org/10.1016/j.techfore.2023.122505 Turkle, S. (2011), Alone together. Why we expect more from technology and less from each other, New York: Basic Books. . Oltre l'umano: l'influenza dei personaggi AI nelle interazioni umane sempre più veloci al tempo dei social Franco Campitelli . Lo sviluppo delle IA ha portato alla creazione di personaggi ‘artificiali’ che stanno diventando “virtual influencer”. Queste entità stanno guadagnando popolarità e followers e sono entrati in competizione con influencer umani. Lo scopo dell’intervento è l’analisi e la nascita di questo fenomeno, i motivi della crescita in popolarità sulle varie piattaforme social anche analizzando la letteratura esistente e i commenti delle persone reali sui loro profili. La presenza sui social media di questi personaggi virtuali è molto curata e simula l’autenticità degli influencer umani. Questo crea una stretta connessione con i follower cercando di indirizzare le loro percezioni e i loro comportamenti. Uno studio sulle motivazioni del perché sia i giovani che gli adulti seguono i social influencer è stato condotto da Croes e Bartels (2021). Le conclusioni hanno dimostrato che i giovani adulti li vedono come degli “amici” che li fanno divertire e non perché sono “cool”. Un’ulteriore attrattiva degli influencer virtuali è che essendo interamente costruiti in maniera artificiale hanno caratteristiche idealizzate e promuovono messaggi di marketing con una coerenza migliore degli umani. Come riportato in uno studio da Lou et. al. (2023) ci sono sei ragioni per cui questi influencer virtuali hanno successo e sono “novelty, information, entertainment, surveillance, esthetics, and integration social integration”. Tuttavia, la natura virtuale di questi personaggi solleva questioni etiche sulla costruzione dell’identità e come questo possa influenzare la conservazione dei valori sociali negli spazi online. Inoltre, la creazione di “nudi creati dall’intelligenza artificiale” su piattaforme per adulti può portare a derive pericolose come la mercificazione del corpo e standard di bellezza irrealistici. Un’altra problematica dovuta alla natura “quasi umana” di questi personaggi è la cosiddetta “uncanny valley”, in breve, secondo Mori (1970) la risposta di una persona ad un robot umanoide si sarebbe spostata dall’empatìa alla repulsione se l’aspetto del robot raggiungeva un aspetto eccessivamente realistico. Di conseguenza, il successo dei virtual influencer richiede un’analisi sociologica approfondita sia dal punto dell’etica che del futuro delle relazioni umane nell’era digitale in cui il tempo della comunicazione diventa sempre più veloce. In particolare la ricerca in corso approfondisce le dinamiche di interazione tra consumatori e personaggi AI analizzando i commenti e le interazioni pubbliche sui social network. Sono stati presi in esame nove influencers distinti in tre categorie: mega influencer, macro-micro influencer e influencer virtuali. L'analisi ha considerato elementi quantitativi (numero di commenti, risposte dell'influencer, commenti con emozioni positive, coinvolgimento personale e interazioni tra utenti) e qualitativi (tono e contenuto dei commenti, interazione tra utenti e influencer, struttura della comunità e percezione di autenticità). Da questa prima analisi si nota che gli influencer reali generano maggiore emotività nei commenti, una maggiore interazione tra utenti e un'elevata percezione di autenticità. L'interazione con gli influencer virtuali, invece, è più simile a quella con i mega influencer. La comunicazione dei follower tende a esprimere "fanatismo" verso le star reali e "divertimento e curiosità" verso gli influencer virtuali. Lo studio è ancora in corso e prevede l’analisi di un campione più ampio di influencer distinti per categorie, un maggior numero di post e di interazioni nel tempo. Bibliografia Croes, E., Bartels. (2021). Young adults’ motivations for following social influencers and their relationship to identification and buying behavior. Computers in Human Behavior. https://doi.org/10.1016/j.chb.2021.106910 Lou, C., Kiew, S. T. J., Chen, T., Lee, T. Y. M., Ong, J. E. C., Phua, Z. (2023). Authentically fake? How consumers respond to the influence of virtual influencers. Journal of Advertising. Mori, M. (2012). The uncanny valley [From the field]. IEEE Robotics & Automation Magazine, 19(2), 98–100. (Original work published 1970). |
| 16:15 - 17:45 | Sessione 5 - Panel 08: Convivio : Selezionare, Valutare, Ottimizzare La governance dell’educazione tra processi di accelerazione temporale e produzione di disuguaglianze Luogo, sala: Aula 11 (A0-B) |
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Convivio : Selezionare, Valutare, Ottimizzare La governance dell’educazione tra processi di accelerazione temporale e produzione di disuguaglianze 1: Università degli Studi di Napoli Federico II; 2: Università degli Studi di Milano; 3: Università Roma Tre; 4: Università di Parma; 5: Università di Genova; 6: Università Sapienza di Roma; 7: Université Paris Est Créteil; 8: Università di Cagliari, Italia; 9: Università degli Studi di Milano-Bicocca La nostra proposta intende porre al centro della discussione, attraverso la forma del convivio, il modo in cui il tempo sia sociologicamente e politicamente ‘costruito’ e influenzi non solo la struttura fisica e organizzativa degli ambienti educativi, ma anche le modalità di apprendimento, le dinamiche relazionali e i processi pedagogici. Riconoscendo come le dimensioni della spazialità e della temporalità siano indissolubilmente intrecciate e agiscano simultaneamente (May e Thrift, 2003), il tempo sarà analizzato come parte dei nuovi dispositivi di governance dell’istruzione (all’intersezione con il costante aumento di strumenti di quantificazione e datificazione), in un quadro in cui la creazione e l’imposizione di regimi di temporalità si intreccia profondamente con la produzione di forme tradizionali e ‘nuove’ di disuguaglianza (Madsen, Lunde et al., 2025). I principali focus intorno ai quali la discussione intende articolarsi sono: ● Tempo e governo delle transizioni lavorative: Nell’ultimo trentennio, la ristrutturazione dell’economia globale ha portato al centro dell’attenzione una ‘compressione spazio-temporale’ (Harvey, 1990) che ha investito molteplici sfere dell’esistenza. Alle nuove figure del lavoro interinale e just-in-time, si è accompagnato un incremento nella produzione e nell’uso della quantificazione al fine di controllare, ‘ottimizzare’ e governare le istituzioni e il vivere quotidiano (Sadin, 2015). In questo contesto, l’ingiunzione alla performance e la moltiplicazione di dispositivi di valutazione hanno profondamente modificato l’esperienza del tempo vissuto, amplificando sentimenti di precarietà e generando vissuti di disagio psicologico. ● Tempo e progettualità: In un clima culturale dominato dall’incertezza (Castel, 2019), dall’istantaneità e dall’idea della scarsità del tempo, la capacità di sfuggire dalla presentificazione e di proiettarsi nell’avvenire assume un ruolo cruciale nella costruzione delle traiettorie educative. Gli studenti e le studentesse sono oggi chiamati a svolgere un time working (Flaherty, 2003), vale a dire un lavoro più o meno consapevole volto a modificare la propria esperienza temporale adattandola alle logiche istituzionali. Tenuto conto delle storiche differenze nel rapporto al tempo tra classi popolari e classi medio-alte, si tratta di riflettere sul modo in cui esse si siano riconfigurate oggi, in una congiuntura storico-politica dominata dalla retorica del capitale umano. ● Velocità e pensiero critico: In un sistema educativo accelerato, dove si chiede agli studenti di produrre e di essere visibili, si generano tensioni tra il tempo compresso dei risultati e quello espanso dell’apprendimento. Hartmut Rosa (2015) descrive questo processo come un ‘paradosso della velocità’: pur essendo in un'epoca che permette di fare sempre più cose in tempi brevi, le competenze complesse e il pensiero critico richiedono ancora tempi lenti. La velocità diventa quindi un ostacolo per l'approfondimento, dando forma ad un contrasto tra l'esigenza di produrre velocemente e il bisogno di consolidare la conoscenza nel tempo. ● Temporalità multiple: Oggi più che nel passato, dicotomie come ‘tempo povero/tempo ricco’ e ‘accelerazione/lentezza’ dominano il dibattito sul tempo a scuola. Sfidando una visione tradizionale del tempo come lineare e oggettivo, e concettualizzando il tempo come una costruzione sociale e culturale che può variare a seconda delle pratiche e degli spazi (Hassan 2009), intendiamo discutere delle diverse esperienze temporali nei contesti educativi. Esperienze che, anche grazie al pervasivo ruolo della tecnologia, non possono che essere lette come multiple e variabili. Si tratta di una lista indicativa, aperta a ulteriori contributi (vedi, ad esempio, i temi della ricerca universitaria e della lifelong guidance), il cui obiettivo principale resterà tuttavia quello di considerare il tempo come un concetto capace di mostrare il modo in cui la disuguaglianza prende forma oggi nella struttura educativa, all’intersezione tra genere, classe e ‘razza’ (Crenshaw, 1989). In tal senso, si terrà conto sia di come venga elaborato all’interno delle politiche europee e nazionali, sia di come esso si iscriva, quotidianamente, nei vissuti soggettivi. Riferimenti bibliografici Castel, R. (2019) La metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato, Milano: Mimesis. Crenshaw, K. (1989) “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”, University of Chicago Legal Forum, (8). Flaherty, M. G. (2003). “Time work: Customizing temporal experience”, Social Psychology Quarterly, 66(1), 17–33. Henderson, L., Honan E., Loch S. (2016) “The production of the academic writing machine”, Reconceptualizing Educational Research Methodology, 7(2). May, J., Thrift, N. (2003) “Introduction.” In Timespace: Geographies of Temporality, a cura di J. May and N. Thrift, 1–45. London: Routledge. Rosa, H. (2015) Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Torino: Einaudi. Harvey, D. (1990) The condition of postmodernity: An enquiry into the origins of cultural change, London: Wiley-Blackwell. Hassan, R. (2009) Empires of speed: Time and the acceleration of politics and society (1 ed. Vol. 4). BRILL. Madsen M., Lunde I. M., Piattoeva N., Karseth B. (2025) “Introduction: time and temporality in the datafied governance of education”, Critical Studies in Education, 1-16. Sadin É., La Vie algorithmique. Critique de la raison numérique, Paris: L'Échappée. |
| 18:00 - 18:30 | Saluti finali Luogo, sala: Aula A (B0-A) |
| 20:00 | Buon Vento: Serata di reading e musica dedicata a FaustoColombo Luogo, sala: Hublot Nautic Club Portus Karalis https://maps.app.goo.gl/AXJzw683mK6rwMeR6 |
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